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Il bluff di Pif

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Dando per scontato che se devi fare un film minchionesco, allora devi fare un sano film minchionesco e non ci devi infilare dentro cose che secondo te lo nobilitano (tipo la storia della mafia in Sicilia) perché altrimenti sei condannato a fare la tipica minchiata dal risvolto social-pensoso, cioè quella attualmente imperante in Italia, cioè quella per cui noi spettatori per non morire si va in America, cioè quella per cui improvvisamente ci siamo accorti tutti che Checco Zalone e i cinepanettoni con Boldi e De Sica alla fine non sono poi tanto male, volevo dire che:

il film di Pif è scarso.

Nel senso che è scarso anche giudicandolo coi parametri del film minchionesco-ambizioso di cui sopra. Perché pure quello lo devi sapere fare con un criterio. E, per dire, Il comandante e la cicogna, può irritare per tutto quell’afflato civico-patriottico, per la paternale sulla decadenza dei costumi e i vari ma in che mondo viviamo però narrativamente è un bel congegno, i personaggi ci sono tutti, non c’è che dire, e la storia d’Italia sullo sfondo è padroneggiata con la sicurezza dell’intellettuale.

Ecco Pif non è Soldini, e infatti ha sceneggiato (male) una puntata de Il testimone (troppo) lunga.

Peccato, perché con Il testimone, Pif s’è inventato questa specie di Socrate pigro, uno che se lo senti parlare con quella voce indolente da ragazzino viziato ti chiedi come abbia fatto a trovare la forza per alzarsi dal divano e arrivare in India, in America, tra i raeliani o sul set di un film porno italo-slovacco. Ha saputo cioè trasformare se stesso in un personaggio secondo me atavicamente siculo, nella migliore tradizione: un Giufà che pone con candore domande spesso scontate, quelle che chiunque di noi vorrebbe tanto che i giornalisti seri facessero, e che i giornalisti seri invece si vergognano a fare perché gli sembrano ovvie.

Fatte da lui, con quella faccia e quella voce, diventano domande maieutiche: con addosso la maschera di quello che veramente non ne sa nulla (senza cioè il sentito dire che inquina alla radice l’approccio alla conoscenza), la pigrizia, la dabbenaggine, lo stralunamento, gli occhi a pampinedda, il disarmo con cui si consegna agli interlocutori diventano strumenti efficaci nel guadagnargli risposte spontanee.

Il film La mafia uccide solo d’estate è il ribaltamento di questo atteggiamento.

Pif ha deciso che lui sa cos’è la mafia perché è nato a Palermo e adesso ce la spiega con un apologo:  Il testimone  va da un se stesso prima bambino e poi giovane uomo a farsi spiegare cosa significa vivere nella città simbolo della criminalità organizzata.

Infatti c’è pure la voce narrante fuori campo, come nel programma tv, solo che il meccanismo si sfascia completamente.

Se pigro e indolente può essere l’intervistatore, non può esserlo anche l’intervistato: non c’è frizione, non c’è dialogo vero. Quale dei due Pif è quello che non sa niente della mafia? E quale invece quello che ci vive dentro?

Confusione, stallo totale: se l’intervistatore sa già tutto, l’intervistato non può dare risposte.

Il film non decolla mai. Più passano i minuti e più la sceneggiatura si riempie di buchi: il bambino (un alter ego di Pif, protagonista del film) si fissa con Andreotti la sera in cui, ansioso di consigli paterni per fare la dichiarazione alla compagnetta di scuola, ascolta il presidente del consiglio raccontare in tv la storia di come riuscì a conquistare la moglie.

Un’idea debole: Andreotti come guida sentimentale. Passi.

Ma qual è la saldatura mentale per cui essere fissati con Andreotti (oltretutto in veste di Signorina Cuorinfranti) coincide con l’essere fissati con la mafia? Qual è il legame tra le due cose? Il pensiero mi è venuto al cinema e mi ha ghiacciato il sangue, perché presuppone un atteggiamento molto, troppo, eccessivamente fattoquotidianista: il legame è Andreotti stesso, nel senso che Pif ritiene così scontato che Andreotti sia un boss mafioso da ritenerlo altrettanto scontato per chi guarderà il film. Il bambino ossessionato da Andreotti è dunque ossessionato ipso facto dalla mafia, poiché Andreotti ne è addirittura la personificazione.

Dalle reazioni che ho osservato in sala mi sono reso conto che effettivamente è così: vedere comparire Andreotti sullo schermo per molti equivale a vedere comparire Totò Riina (nel film compare anche lui, ma in forma di macchietta – non l’unica- da Bagaglino: è così stupido che non sa fare funzionare il telecomando del condizionatore).

Diamola per buona, quindi, facciamo pace col fatto che Padellaro ha vinto sul Sorrentino de Il divo e che Pif è il fidanzato della Innocenzi: rimane comunque che l’atteggiamento scettico de Il testimone se n’è bello che andato.

Se Pif sa già tutto (Andreotti è il vertice della mafia, che ci vuole?) e me lo dice pure nei primi minuti del film, dove mi vuole portare col resto della storia? Facile: in nessun posto. L’ultima parte del film è infatti una specie di agiografia (per carità, niente di male: avere eroi civici è un bene), ma molto raffazzonata e anche un po’ noiosa (i filmati di archivio di una qualunque puntata di Giovanni Minoli sovrastano le mini cartoline di questo film).

Presto arriva l’altro passaggio oscuro, il più importante.

Il Pif-bambino è ossessionato da Andreotti in positivo: appende il suo poster in camera, si veste da Andreotti per carnevale (e qui la memoria corre così sparata all’Oreste Lionello del Bagaglino che davvero non ci capisci più niente: non è strano che uno che vuole fare un film di questo tipo citi tanto esplicitamente il Bagaglino? Gli è scappato? Si è tradito? E ora come fa con la fidanzata?). Però è anche ossessionato dalla mafia in negativo: ne ha paura, teme che possa uccidere lui e la sua famiglia, chiede rassicurazioni al padre (Siamo in inverno adesso? La mafia uccide solo in estate).

Com’è ‘sto fatto? Se la figura del mafioso e quella del politico coincidono,  come fa il piccolo Pif a essere fan di Andreotti (mafioso, no?) e contemporaneamente a temere e schifare la mafia?

Allora per tutto il film ti aspetti che a un certo punto scoppi lo psicodramma: Pif bambino scoprirà che il suo idolo è in realtà il capo dei suoi nemici. Invece non succede.

Di colpo, il Pif giovane uomo sembra animato da spirito critico, ha velleità da giornalista alla Peppino Impastato, vorrebbe occuparsi di politica e malaffare, e invece finisce a fare una specie di Franco Bracardi in un simil Costanzo Show condotto da tale Jean Pierre (altra macchietta inutile) su una tv locale.

Ecco: quando è successo che il bambino è rimasto deluso da Andreotti e ne ha preso le distanze al punto da maturare una coscienza civile così spiccata? E perché noi non ci siamo accorti di questa conversione, di questo ripudio degli idoli che dovrebbe essere la chiave di tutto il film? Se è questo il nucleo narrativo perché viene affrontato solo per accenni criptici?

Il giudice che salta per aria, il commissario di polizia che una volta gli aveva fatto scoprire le iris con la ricotta (comunque solo a Palermo si dice “le” iris, sul resto dell’isola sono “gli” iris, e non si fanno al forno, se le fai al forno non sono più iris: una rosa è una rosa è una rosa fino a un certo punto) che viene assassinato proprio in quel bar, il delitto Dalla Chiesa e poi le stragi di Capaci e via D’Amelio: la parte interessante, la parte da “testimoniare”, poteva essere questo trauma per cui il piccolo fan di Andreotti si trasforma nel cane da guardia del potere (la DC di Salvo Lima e Vito Ciancimino). Invece di questo non c’è traccia.

Anzi peggio: la compagnetta di scuola torna a Palermo e i due si rincontrano. Lei lavora come ufficio stampa e sta organizzando la campagna elettorale per le europee di Salvo Lima. E qua il Pif- giornalista d’assalto pronuncia una confessione che in una sceneggiatura che avesse un senso sarebbe inconcepibile:

A me della politica, della mafia, di Lima, degli attentati non me ne è mai fregato niente. Ho accettato di fare questo lavoro solo per poterti stare vicino.

Boh. Ma come non gliene è mai fregato niente? A un bambino che come prima parola non pronuncia mamma ma mafia? A uno che ha intervistato Dalla Chiesa quando aveva otto anni? A uno che ha ritagliato giornali per tutta la vita? A uno che ha sognato di diventare giornalista d’inchiesta come il suo vicino di casa? A uno così, che per tutto il film ci ha fatto la storia della mafia a Palermo fritta, in pastella e pure con le patate, non gliene è mai fregato niente?

Forse sì, perché dopo questa battuta mi sono convinto che l’unico momento sincero di tutta la pellicola è stato proprio questo: a Pif non gliene fregava niente di fare un film. Voleva solo girare una scena in cui bacia la Capotondi.

Birdwatching vs AndrewBirdlistening

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Disclaimer

Questo scritto ha per oggetto un elogio della musica contenuta nel nuovo EP di Andrew Bird, uscito qualche settimana fa, in particolare di una canzone, la traccia numero quattro, Pulaski at Night. Per tanto se ne sconsiglia la lettura a chiunque non apprezzi Andrew Bird.

Ancor più si dissuade dal proseguire chi disapprovi il turpiloquio, perché all’autore succede con la bella musica ciò che ad alcuni succede con le belle donne: quando si eccita, gli dice le porcherie.

Continuando a leggere potreste per tanto incorrere in uno dei suoi di raptus coprolalici e leggere volgarità di ogni sorta.

Parental advisory

Mamma, hai capito?

Giustificazione estetica

Le volgarità con cui intendo commentare la canzone citata non saranno gratuite, ma frutto di una ponderata scelta stilistica.

Io (è un’opinione come un’altra) ritengo che non si possa parlare di bellezza usando belle parole, perché se la cosa di cui si intende parlare è davvero bella, allora descriverla con termini che scimmiottino la qualità di cui essa è composta (la bellezza, appunto) sarebbe oltraggioso nei suoi confronti. Anzi sarebbe oltraggioso nei confronti della Bellezza stessa: sarebbe da arroganti, da irriverenti, equivarrebbe a auto-issarsi sullo stesso piano di ciò che si vuole lodare. Sarebbe in pratica un atto di superbia, e la superbia: puah, oh schifo, passatemi un cilicio e ordinatemi una cena a pane e acqua.

Stando alla mia teoria, accolta da nessun altro tranne che da me, se una cosa è veramente bella, non bisogna dirne niente se non cose sceme: perché se una cosa è veramente bella ti fa provare solo cose veramente sceme.

E siccome 99 persone su 100 non dispongono di strumenti di analisi estetica così raffinati da poter spiegare la non-scemenza delle cose sceme provate di fronte alle cose belle, allora è meglio dichiarare subito la propria inadeguatezza. Come? Col linguaggio, qualunque forma esso possa assumere.

Per esempio quando gli antichi contadini pagani volevano lodare gli dei per un buon raccolto non componevano versi che gareggiassero in bellezza col sole alto sopra le spighe di grano o con la dolcezza della pioggia leggera sui vitigni riarsi: pigliavano un porco e lo scannavano. E dopo imbrattavano tutto di sugna.

Facevano cioè quello che potevano, stavano nel loro: parlavano tramite un gesto consono alla condizione che vivevano, evitavano ogni presunzione.

Ecco, essendo io un essere grufolante, per parlare di una cosa veramente bella mi ci vogliono le porcherie.

Perché le porcherie, oltre a essere sceme, sono un’ammissione di umiltà: non sono capace di dire nulla di adeguato, e allora per plauderti mi lascerò andare, mi esprimerò assecondando la fuoriuscita di ciò che spontaneamente mi monta dentro, e forse userò toni grevi, ma non per oltraggiarti, solo affinché tu possa cogliere la sincerità dell’intento, la purezza di cuore con cui mi rivolgo a te.

Parole umili ti chiariranno da subito la mia consapevolezza di trovarmi su un piano molto inferiore, mi dichiareranno per il rozzo individuo che sono, indegno di sedere con te a mangiare quella stessa carnazza di porco che  ti sto recando in dono: non perché sia adatta al tuo fine palato, ma solo perché è quanto di meglio io abbia da offrire.

 Andrew chi?

Andrew Bird è uno che si scrive, si orchestra e si produce le composizioni da solo. E spesso nei suoi concerti dal vivo suona da solo pure tutte le partiture: ha una serie di congegni tipo loop machine, ci pesta sopra col piede (io l’ho visto a Roma un paio d’anni fa, e metteva anche un po’ di angoscia: sembra sempre che stavolta non arriva a schiacciare il pedale e fa brutta figura davanti a tutti) e registra live delle basi di canzone su cui poi canta e sviolina. Sì, perché (penso per ragioni di comodità, oltre che per scelta) lui col violino ci fa tutto: ci prende gli accordi come su una chitarra, lo pizzica, ci slappa come su un basso, picchietta con la mano sulla cassa armonica a mo’ di percussione, a volte lo distorce e ci fa un assolo, e poi, naturalmente, lo imbraccia e lo suona con l’archetto.

Da quanto ho appena descritto, dovrebbe risultare abbastanza chiaro che Andrew Bird è un pazzo. O quantomeno uno per cui la musica è un’ossessione.

Breve excursus discografico

Infatti la sua discografia è abbastanza ossessiva: dopo una prima fase più smaccatamente pop (un pop soave) si è via via andato fissando con una forma-canzone ancestrale. Ha fatto una scelta alla Giovanni Lindo Ferretti, ed è andato ad abitare in una fattoria, ci ha installato dentro uno studio di registrazione e s’è fissato con questa storia dell’imitazione dei suoni della natura. Si è dato cioè un’ideale di ruralità, un modello di composizione da inseguire come un entomologo insegue le farfalle col retino, e a dimostrazione di tutto ciò,  ha distillato un ultimo EP  quasi tutto strumentale, nel tentativo di riprodurre con ogni nota un frullo e con ogni accordo uno stormir di fronda.

Sì, ma canta?

Non sposo questa sua recente scelta (anche se la ammiro e la rispetto) perché la voce di Andrew Bird è forse la cosa che più movimenta e rende varie le sue composizioni maniacali: in certi pezzi canta come David Byrne, in altri prende un tono nasale alla James Taylor, due secondi dopo si impenna con la potenza di Kevin Rowland, oppure prima comprime il timbro e poi lo libera, un po’ come fa Sting, e magari dopo sussurra come una specie di Tom Waits senza raucedine, e dopo gorgheggia, vibra, svisa, insomma non sai mai quante volte cambierà modo di cantare dentro lo stesso pezzo.

E poi fischia. Fischia in un modo che si sciolgono i ghiacciai e arriva la primavera. Fischia che gli uccelli gli svolazzano attorno come a San Francesco e tentano pure di ingropparselo, nella speranza di dare una degna discendenza a questa razza di Bird fischiatori sublimi.

Nella traccia in questione purtroppo non fischia. Però almeno canta: è l’unica di quest’ultimo album in cui lo fa.

Vabbe’, però adesso taglia, accorcia, stringi.

Tutta questa (molto lacunosa) premessa su Andrew Bird in generale, serve per dire che questa canzone è un suo pezzo abbastanza tipico: ho visto su youtube un suo live newyorkese in cui la esegue tutta da solo (ok, c’è un tizio sul palco che ogni tanto suona qualche nota di contrabbasso) e altrettanto tipicamente comincia con lui che registra con la loop machine una base, su cui poi mano a mano innesta ritmi e melodie.

Sempre tipicamente, gli innesti di Andrew Bird sono semplici quanto la base (qui sono quattro note di violino, con un piccolo raccordo di basso tra strofa e ritornello), quindi non è che tiri fuori chissà quale dodecafonia, anzi: prende una serie di possibilità melodiche semplici, nel senso di già prevedibili dall’orecchio di chi sta ascoltando, e le combina tra loro in modo imprevisto. Fa cioè quella cosa che riesce solo ai più bravi: non inventa niente, ma usa tutto quello che già esiste talmente bene da spostarlo in avanti e farne una novità.

 Prolegomeni per una filologia birdiana

I testi di solito sono una follia (ne dico dopo) ma questo fa un po’ eccezione già a partire dal titolo: Pulaski at Night (che quantomeno cita in nuce il titolo, più esteso, dell’intero EP: I Want to See Pulaski at Night).

Se non sapete cos’è, o chi è, o dov’è Pulaski, fate come me: fottetevene. Una delle cose più belle di Andrew Bird è che ti puoi fare trascinare dalle sue parole assurde. Una delle mie preferite (Oh, no! contenuta in Noble Beast) è piena di termini poco frequenti nelle canzoni pop, cose tipo Salsified, Calcium mines, Sociopaths, che si combinano tra loro in accostamenti che manco Sgalambro dopo un’indigestione di beccafico.

In Danse Caribe (contenuta in Break It Yourself, album di circa un anno e mezzo fa), per fare un altro esempio, si parlava di esiliare i propri consigliori e di farla finita coi pasifizers (mai capito chi o cosa fossero).

Il testo di di Pulaski at Night ha invece una sua immediatezza: è evocativo, ma si appiglia a delle immagini che quantomeno sono tutte coerenti con un tema.

Forse essendo l’unico che ha scritto per questo disco, ci ha messo più cura del solito, e il risultato è una di quelle poesie paradossali, in cui, se anche tutto si rovescia nel suo opposto, la cosa, anziché inquietare ,rasserena.

Un po’ come succede nei versi di Giorgio Caproni che io amo di più:

Bird (“Pulaski at Night”)

[…] Half empty, half full
Cup runneth over
Horns aplenty
Coffers full
We’re starting over

freccia_obliqua

Caproni (“Ritorno”)

[…] ammezzato

ho ritrovato il bicchiere

mai riempito. Tutto 

ancora è rimasto quale

mai l’avevo lasciato.

E infatti anche qua, come in molte poesie di Caproni, in un certo senso si parla tra le righe di viaggio: un po’ sotto forma di qualcuno che è partito e un po’ sotto forma di qualcuno che si vuole ritorni.

Comunque, la cosa che consiglio di fare io è di leggerselo dopo, il testo, molto dopo, un sacco di tempo dopo.

Per i primi centocinquanta- duecentocinquanta ascolti è più suggestivo afferrare qualche frasetta di quelle che uno riesce a cogliere da solo e ricamarci sopra tutti i castelli in aria che verrà naturale costruire (io l’ho fatto in questo post, di cui mi vergogno molto, ma che bene o male illustra il processo di libere associazioni messo in moto da un testo di Bird).

Qui basti sapere che si parla di Pulaski, di scrivere storie, di dipingere quadri, di ricominciare, di bicchieri mezzi pieni e mezzi vuoti, di illuminare le ombre e ombreggiare le luci, e soprattutto di cartoline: Greetings from Chicago, city of light.

Visto che ho appena dato inizio alle volgarità scrivendo Chicago, direi che è arrivato il momento di scatenarmi.

Tutta Pulaski at Night minuto per minuto

Minuto 00:00 – minuto 00:20

Si comincia con un pizzicato a due voci: di violino (un’ottava sopra) e di contrabbasso (un’ottava sotto), che fanno insieme due giri per introdurre il tema. Il ritmo è lento ma con un che di brioso mistero, tipo uscita di un fauno dall’ombra del bosco. Là per là ne sei un po’ scosso: chi è ‘sto fauno? Che vuole? I fauni si inculavano chiunque, ti sembra di ricordare dai tempi del liceo, maschi, femmine, non andavano per il sottile. Vibri insieme alle corde. Sussulti. Ti senti come se i musicisti ti avessero accordato i peli del culo col diapason e adesso te li stessero suonando con il plettro: non sei sicuro che ti piaccia. Anzi no, non ti piace per niente. Resti in attesa del peggio, ti mal disponi verso la composizione, quasi quasi passi alla traccia successiva.

Minuto 00:20- 00:40

Sopra queste poche note di basso e violino, arriva la voce di Andrew Bird, che canta la prima strofa. Ti tranquillizzi. È una voce morbida, chissà, forse ti dice bene e magari ‘sto fauno si rivelerà essere una fauna femmina. E comunque, quali che siano i tuoi orientamenti sessuali, se continua a cantare così suadente finisce che ti ecciti e gli salti addosso tu:  Andrew ti si è appena consegnato, e non è un fauno, è una specie di Aminta che forse ha smarrito il gregge da qualche parte sui monti dell’Arcadia e adesso sta cercando di fargli da richiamo con la musica. Vengo in pace, ti sta dicendo, godiamoci questo posto, lasciami cantare, tu sdraiati e ascoltami. Nei tre secondi tra 00:37 e 00:40 però la voce cambia un po’ modulazione, si fa più profonda, c’è un vibrato, viene pronunciato un oooover molto lungo. Tu ti sei già sdraiato, ma contemporaneamente hai la sensazione che quell’over non sia la fine di niente, quanto piuttosto l’annuncio di qualcosa.

 Minuto 00:40 – minuto 01:00

E infatti parte il violino. L’atmosfera cambia del tutto: di colpo subentra una gioia bucolica, compaiono ninfette svestite e danzanti, culi, minne, veli che la brezza solleva all’altezza dei fianchi. Tu sei sempre sdraiato, e il primo giro di violino è così bello che ti stai chiedendo se non sia il caso di minartela. Poi al minuto 00:50 arriva il secondo giro, uguale al primo, solo che tu stavolta ci senti dentro qualcosa di ancora più porco, di arabo, di orientale: ti accorgi che le ninfette hanno gli occhi a mandorla, sono geishe, o forse sono odalische, fanno una danza del ventre lentissima, e ti dici che basta, se per caso dovesse partire un terzo giro di violino, stavolta te la mini.

Minuto 01:00 – minuto 01:18

Non ti sbottonare, non è il caso. Andrew ha ricominciato a cantare, e dalla sensualità siamo passati a una specie di ebbrezza. Qualcuno deve aver mesciuto il vino nelle coppe, Bird  sta prendendo gli accordi sul violino tipo chitarra, avverti una gioia leggiadra, che però si spande solo lungo l’arco dei due accordi in maggiore del giro. Non appena arriva quello in minore, Andrew rifà lo stesso scherzetto di prima: dice quell’over calcando forte sulla o e tutto si immalinconisce di botto. Stessa cosa per il giro successivo: buono ‘sto vinello, pensi mentre ti arriva in testa la bottarella dell’alcol, quella che di solito ti incupisce.

Minuto 01:18 – minuto 01:38

Siamo all’inciso. Il vento si calma, la danza si arresta, si ritorna a prima dell’avvento del violino. Ci sono solo le note di basso, quelle dell’inizio, e la voce, che adesso però è più spigliata: lascia intuire che è solo una piccola pausa per riprendere fiato, un intermezzo per lasciare alle ninfette il tempo di cambiarsi d’abito e magari poi uscire sulla scena ancora più festose e succinte. Tu sei sempre là, sdraiato e ancora un po’ sbarzotto, che approfitti della pausa per rinfocolarti nei tuoi propositi onanistici. Anzi no, di più: stavolta oserai alzarti in piedi e tentare di ghermirne una.

Minuto 01:38 – minuto 02: 00

E infatti il giro ricomincia, ed eccoli di nuovo tutti là, il pastore pazzo e la sua comitiva di debosciate agresti, a saltellarti intorno. È tutto uguale a prima (vedi minuto 01:00 – 01:18), ma stavolta il giro si chiude con un accordo in settima, fatto apposta per lasciare qualcosa in sospeso: la musica si arresta del tutto, c’è un lungo attimo di silenzio, dopo di che Andrew Bird dice Come back to Chicago in un modo che:

 – Se sei un eterosessuale convinto come me, lo riascolti almeno cento volte di seguito nella speranza di imparare a dirlo nello stesso modo, sicuro che se riuscirai a imitarlo avrai ai piedi stuoli di ninfette che anziché sfuggirti, ti imploreranno di poterti praticare sesso orale.

– Se invece sei puppo (o se ogni tanto non disdegni) praticamente ti metti a pecora con un cartello “Abusare a piacimento” poggiato sulla schiena.

Minuto 02:00 -minuto 02:40

Riparte il violino, ricompaiono le odalische, il vinello t’ha rincoglionito: ti alzi e balli qualche passo country-western, solo che ti viene una fuori una tarantella tacco-punta più imbarazzante dell’erezione che avevi prima. Che comunque, tra il minuto 02:23 e il minuto 02:40, è destinata a sparire del tutto: l’accompagnamento si attenua e il violino si fa più dolce, accennando un nuovo tema, e l’effetto sul tuo pene è quello che subisce il serpente quando il pifferaio suona per farlo rientrare dentro alla cesta di vimini. Andrew Bird canta in falsetto sopra alle note del violino uuuuh starting over, con un tono da ninna nanna: dormi bimbo bello, addormentati che tra un attimo si ricomincia.

Minuto 02:40 – 03:00

I violini diventano due, fanno una specie di dissonanza sul tema, note lunghe, stirate, struggenti: ti vuole addormentare, sì, ma prima vuole darti la misura di quanto tu sia sfinito. Io non ne capisco niente, quindi ho chiesto un po’ in giro, e pare che effettivamente questo sia il punto della canzone in cui meglio si capisce che Bird è uno che il violino l’ha studiato per davvero e lo sa suonare come un orchestrale. Tu sei cotto, stai per sprofondare, il resto della canzone sarà sogno. E sognerai ciò che hai appena sognato a occhi aperti nei minuti precedenti.

Minuto 03:00- 03:48

Cioè le ninfette, le geishe, le odalische, il fauno, le danze, il violino: stesso giro di prima, ma adesso il clima è veramente più onirico, da circo Felliniano. Bird canta le stesse strofe ma con un entusiasmo da banditore, venghino siori venghino, c’è enfasi e c’è blandizia nel suo tono, ti vuole proprio convincere a ritornare a Chicago, nella città della luce. Quel greetings e quel come back sembrano urlati da sopra un piroscafo che s’allontana tra sventolii di fazzoletto. Di nuovo si chiude sull’accordo in settima. E su quell’ultimo Come back to Chicago che è l’apriti sesamo di qualunque vagina.

Minuto 03:48 – minuto 04: 48

Resta un breve minuto di violino: tutto il circo sale danzando sopra al piroscafo e se ne va. Ti lasciano là, addormentato, e tu non fai neanche in tempo a chiedergli di mandarti una cartolina. Una in cui ci sia scritto Saluti da Chicago, e in cui si veda Pulaski Street illuminata, di notte.

Credits

Questo post deve le poche cose giuste che contiene alla competenza e all’erudizione musicale di Natale Calafiore e Dante Rapisarda, la cui generosità ha consentito all’autore di sparare meno minchiate del solito.

 

What Would They Say with What Would I Say?

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C’è in giro un’applicazione divertente che piglia i tuoi status Facebook, li sminuzza e poi li frulla insieme a casaccio, creando uno status nuovo da quelli vecchi. Si chiama What Would I Say e per chi si ritrova a leggere i pasticci che ne vengono fuori, l’effetto è comico (anche se annoia presto). Per chi invece si vede scomporre e poi ricomporre le sue frasi da una macchina, a un certo punto la cosa diventa più dolorosa che umoristica. Spuntano fuori, isolate e quindi anche sincere, le ossessioni, le ripetizioni, i vezzi di scrittura e quelli logici, lo spirito di patata e tutto ciò che con ogni probabilità ti rende odioso agli altri senza che tu te ne accorga.

Inizialmente ti metti  a cliccare “Genera status” come un pazzo e ti autocompiaci: ahahaha, com’è spiritoso il mio bot. Ma se insisti, la risata si fa amara, si delinea un autoritratto impietoso: messo di fronte a una specie di specchio rotto che ti frammenta nei vari dettagli, ti accorgi che pezzo per pezzo fai proprio schifo, e che solo lo sforzo di assemblaggio operato dal tuo sguardo (l’hai addestrato per anni e anni a recapitarti un’immagine tollerabile di te stesso) riesce a renderti sopportabile l’idea che a un essere tanto abietto quale tu sei, sia concesso di girare a piede libero per il web. Insomma è come una seduta psicanalitica gratis: quantomeno non devi pagare nessuno per farti diagnosticare una personalità vomitevole, fatta di pensieri scadenti.

A questo punto però, visto che ti sei riempito di mazzate da solo e sei tutto dolorante, cerchi disperatamente qualcosa che ti impedisca di procedere oltre nell’autodafé, e allora ti metti a gironzolare per le bacheche altrui alla ricerca di qualcuno messo peggio. Bene. Ti sfreghi le mani e cominci il tour. L’applicazione impazza ovunque, e nel giro di cinque minuti hai un repertorio di casi clinici che Freud starebbe già salivando. Lo spirito ti si risolleva. Troppo: adesso sei in preda a complessi di superiorità e comincia a farsi strada un pensiero irriverente.

Questi status generati da What Would I Say, alla fine cosa sono? Insalate di parole. Chi le faceva le insalate di parole? I futuristi.

Il futurismo viene classificato dai manuali di letteratura come avanguardia storica. Le avanguardie si considerano storiche quando si esauriscono: un esperimento che per un certo periodo innova, smuove le acque, ma che da un dato momento in poi si conclude, vicolo cieco, si scopre che questa strada non andava in nessun posto. Nessuno più, quindi, nel 2013 dovrebbe comporre testi secondo la tecnica dell’insalata di parole, o del flusso di coscienza modernista alla Joyce, o del nonsense dadaista.

Ma siamo sicuri che sia così? Il pensiero irriverente di cui sopra si fa sempre più bastardo. Facciamo finta che certi libri siano bacheche Facebook. Questo per esempio è Giuseppe Genna, da Fine impero, un libro uscito per Minimum Fax quest’anno, con gran favore di critica e con un discreto successo di pubblico (anche secondo me è un gran bel libro), pagina a caso:

«Rifare al contrario il percorso, da Milano centro verso il Corvetto, aderendo al cemento fino al Camposanto a Chiaravalle, fino alla firma automatica su fogli inutili, in cui si confondono i caratteri stampati, fino ad andare fuori fuoco, i fogli bianchi, quindi, fosforescenti, firmati»

Questo invece è il me stesso generato da What Would I Say su facebook:

«Stamattina un ulteriore effetto: facciamo cadere il sapore dei capelli a costoro, mentre attendono in piedi il bruciore causato dalle visite»

I due periodi, presi così, somigliano entrambi pericolosamente a un verso di Bondi. Ma è chiaro che le parole di Genna hanno un significato deducibile dal contesto (cioè il capitolo, e più ancora il libro, da cui io le ho estratte a forza), e che le mie invece non ne troverebbero uno neanche imbastendogli attorno un’intera cosmogonia: uno è mash up insensato punto e basta, e l’altro è invece uno stile voluto e coerente, lo stile che fa di Fine impero un libro molto originale.

La domanda allora è: perché proprio questo tipo di stile?

Perché serve a spiegare meglio a chi legge ciò che uno ha in testa di dire? Oppure perché serve a puntare il cuore di chi legge, bypassando il cervello, evitando di farlo ragionare su cosa stia davvero accadendo al personaggio, accelerando tutto e facendogli saltare le dinamiche di comprensione, così da catapultarlo dentro un flusso di pensiero e togliersi l’impiccio di descrivere e spiegare?

Mettiamo che sia vera la seconda. In tal caso la domanda sarebbe: ancora? Non era roba da anni ’20 del secolo scorso? Non era storica, quell’avanguardia? A quanto pare no. Quindi vabbè, ci siamo sbagliati, quell’avanguardia non era storica, anzi è così feconda che c’è ancora chi scrive così e ne siamo ancora molto affascinati. Resta il fatto che se le cose stanno in questi termini, allora questa scrittura non è più una novità da un bel pezzo. Al limite è nuova in quanto revival, rifacimento: la si considerava desueta, ma poi è venuto fuori qualcuno che l’ha recuperata. Qualcuno. Cioè uno. Due. Tre. Pochi, insomma. Perché se fossero in molti, sparirebbe pure questo senso di novità, e non saremmo di fronte a un modo di scrivere poi così originale o imprevisto.

E allora piglio un altro libro, abbastanza recente, Veronica Tomassini, Sangue di cane, uscito nel 2011 da Laurana editore e salutato come l’esordio più promettente di quell’anno: Giulio Mozzi lo sponsorizzava molto, candidandolo al premio Strega.

Anche qua stiamo parlando di un’ottima scrittrice, e io non voglio mancare di rispetto a nessuno, solo farmi delle domande oziose.

Bene, pagina 55:

«Ti do ragione, avremmo trovato comunque e in futuro un rosario di nie, non, né, tentennamenti, esitazioni, paraventi fiacchi dietro cui consumare le nostre arringhe, le tue così scarne, simili a un necrologio veramente».

Che ne pensa il mio What Would I Say?

«Qualunque cosa essi dicano è come segare tronchi a petto nudo, con la matita disegnerò sempre le unghie delle percussioni: trascorreranno ere geologiche, e io ancora qui a scriverti».

Diciamo che se mi lasciassi andare, forse riuscirei a essere abbastanza evocativo anch’io.

Mi serve aiuto, sto delirando di superbia. Vediamo se il mio scrittore preferito mi viene in soccorso.

Antonio Pascale (sempre sia lodato) è fissato con la La cura di Franco Battiato: canzone che ci ha ammaliati tutti, facendoci fluttuare privi di peso tra lo spazio e il tempo, ricca di strofe ispirate, che rapiscono e allo stesso tempo spiegano cos’è il vero amore e in cosa differisce da un effimero invaghimento. Questo per esempio è il verso che Pascale cita sempre:

«Tesserò i tuoi capelli come le trame di un canto»

In un bellissimo libro del 2006 (S’è fatta ora, Minimum Fax) il Pascale-personaggio ascoltava questo verso insieme a una comitiva di donne amiche sue, rese languide dalle parole di Battiato. Tale languore innescava nel Pascale-personaggio un ragionamento, un po’ nevrotico e un po’ lucido, che lo portava a elaborare una teoria estetica della manutenzione che personalmente mi sento di sottoscrivere: senti, io non lo so bene come si tessono le trame di un canto, non te lo posso promettere che mi prenderò cura di te in questo modo, però ti posso dire aspetta, hai una cosa in mezzo ai capelli, stai ferma un secondo che te la tolgo.

Forse non è altrettanto poetico, però è senz’altro più comprensibile.

Traggo un ultimo esempio da un altro libro (ribadisco che considero quelli che ho citato tutti bei libri, e i loro autori ottimi scrittori, con una poetica interna che ne giustifica lo stile: libri che è stato piacevole e utile leggere, e che consiglio di leggere a chi non li ha letti).

Viola Di Grado, Settanta acrilico, trenta lana, uscito per e/o, sempre nel 2011, ebbe recensioni entusiaste e autorevoli sostenitori (anche qui ci fu chi disse che se non avesse vinto lo Strega, si sarebbe finalmente potuto dire con certezza che lo Strega è un premio truccato). Ecco una pagina a caso, proprio come farebbe What Would I Say:

«Quella lì che è già notte, ed è già fine, anche se tu volevi una storia in cui tutto è del suono giusto e del colore giusto, e le farfalle volano, e le persone parlano e amano e parlano e amano».

E questo invece sono io WhatWouldISayizzato:

«Le sei si protraggono fino a notte fonda, quando puntualmente nell’ultima partita si raggrumano le banderillas».

Una frase che, in mezzo a un libro di Di Grado, forse non insospettirebbe più di tanto.

Perché se li considero tutti bei libri ho scritto un post sfottente come questo? Aspe’, questa qua la so, me la sono preparata bene: perché scrivendo questo post mi sono comportato un po’ come What Would I Say. Nel senso che non sapevo cosa volevo dire, però l’ho detto lo stesso. E questo ha un po’ di attinenza anche con le frasi degli autori che ho citato.

Ho preso per scherzo qualche brano di bravi autori, cioè di persone che per mestiere o per arte si interrogano sulle parole e sulla loro sintassi, e m’è venuto il sospetto che certi accostamenti di termini (che chi legge finisce per trovare evocativi) possano essere in realtà molto “economici” dal punto di vista compositivo: mi abbandono alle figurazioni che mi si aprono in mente e lascio che trasmettano, più che un pensiero, uno stato d’animo.

Mi sono cioè domandato: non è che costa poco, in termini di fatica, questo modo di comunicare? Senza nulla volere togliere alla riuscita estetica dell’operazione, non è che dietro una frase così c’è poco progetto e tanto abbandono? Se davvero a qualcuno preme comunicare un suo pensiero, davvero può affidarlo in sicurezza a costrutti così passibili di interpretazioni arbitrarie? Non è allora che più che un pensiero, ciò che frasi di quel tipo tentano di far passare sono in realtà le esperienze di vita di qualcuno, rese tramite le tonalità emotive di chi le ha attraversate? E se è così: questi libri sono utili, oltre a essere belli? Oppure è già il semplice fatto di essere belli a renderli utili?

Che poi io ne ho scelti tre (con Battiato sarebbero quattro, ma lui scrive canzoni, e che canzoni, e in una canzone secondo me il discorso si fa ancora più complicato), però veramente potevo aprire la pagina di un autore qualunque (per esempio ho evitato di sparare sulla croce rossa e prendere uno degli ultimi Erri De Luca), anche dei miei preferiti (sì, pure di Pascale o Piccolo), perché la tentazione della bella frase un po’ folle ce l’hanno tutti, e prima o poi una gli scappa anche a chi ha una vescica di ferro: l’autocontrollo totale, specie in un romanzo, non è umano, ed è bene che sia così, perché certi squarci di lirismo aiutano, fanno stare meglio chi li scrive e chi li legge, sublimano certi sentimenti e li rendono immediatamente conoscibili.

Sempre rifacendomi ad Antonio Pascale, però, voglio finire in bellezza, e citare uno che What Would I Say potrebbe smandrappare quanto vuole, senza riuscire a intaccargli la logica di una virgola: Platone.

All’inizio del Gorgia (Gorgia abitava delle mie parti, Sicilia orientale, Lentini, tra Siracusa e Catania, come Battiato, Di Grado e Tomassini: si vede che qua ce l’abbiamo un po’ a vizio), Socrate cerca un accordo preliminare col suo interlocutore: sì, Gorgia, adesso io e te ci facciamo una bella chiacchierata, però per favore tu non fare al solito tuo, asciuga un poco, perché altrimenti io mi confondo e non ci capisco più niente:

«Allora, Gorgia, vorresti continuare a discorrere mediante domanda e risposta, così come facciamo ora e rimandare i tuoi lunghi discorsi ad altra volta? Guarda però di non venire meno a ciò che hai promesso, e cerca di rispondere brevemente a ciò che ti viene domandato[…]»

Gorgia dice di sì, promette come un boy scout, ma Socrate è tosto e non si fida, insiste:

«Dammi dunque prova di questa tua abilità nel rispondere in poche parole: della tua abilità nel fare lunghi discorsi, poi, mi darai prova un’altra volta».

Ecco, a me, come a Gorgia, piacciono i lunghi discorsi (in fondo per descrivere a pieno questo blog basta un solo aggettivo: prolisso), e mi piacciono anche i periodi complessi, gli accostamenti d’immagine e gli aggettivi fantasiosi.

Però mi piacerebbe anche che a un certo punto del suo libro, lo scrittore, qualunque sia il suo stile, si facesse prendere dalla stessa cortesia che Gorgia vuole usare a Socrate, e in una pagina a piacere, dove gli sembra più opportuno, alternasse per qualche pagina il registro e usasse per il suo lettore frasi brevi, esposizione essenziale, lingua media, dandogli modo di ricapitolare un poco i fatti. Altrimenti io, che già non sono certo Socrate, mi confondo. E poi quando chiudo il libro mi chiedo se davvero era utile, oltre che bella, l’arte che ho ammirato.

Il tedioso argomento

Inserito il

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Facciamo che purtroppo ti è venuto in testa di scrivere una cosa, non importa cosa sia, ma solo che sia:

– la cosa che tu vuoi scrivere

– scritta come la vorresti scrivere

Quale scegli? La cosa da scrivere o il come scriverla?

Facciamo che la cosa da scrivere è importante solo se hai un’informazione veramente utile da condividere, cioè merce molto rara. Ce l’hai?

Sì?

Allora è un finto dilemma, non devi scegliere niente: hai cosa scrivere, preoccupati di come scriverlo.

I modi sono in pratica due:

1. Estetica: la scriverai nel modo più bello. Questo comporta rischi altissimi di soggettivismo: cos’è il bello, secondo te?

1.1 Mettiamo che per te bello significhi tanti aggettivi, periodi molto ampi, decorazioni, stucchi, marmi: sei in pericolo. Cioè, non tu: la cosa importante che volevi comunicare. Più la decori, meno facile sarà tirarla fuori dagli addobbi. Non ti conviene. Questa idea di bello è meglio riservarla a quel tipo di cose da dire che non è poi tanto importante dire.

1.2. Mettiamo che invece per te bello significhi minimalismo, asciuttezza, rigore, ordine, pulizia, in una parola: sottrazione fino all’essenziale. Corri altri rischi: togli, togli e togli, puntando a una specie di “peso forma” ideale del tuo testo. Possono succederti due danni:

1.2.1 – Condensi tutto troppo e diventi ermetico: la cosa importante che avevi da dire diventa una verità esoterica.

1.2.2 – Nel furore di potare rami, disboschi così tanto il contesto che l’informazione da importante diventa insignificante: a cosa si riferisce? A chi? Quale ambiente, quale persona (o personaggio)? È come se mi metti in mano l’ultima tessera di un puzzle, che s’incastra su tutti e quattro i lati: è perfetta per quanto è necessaria, però non ho dove inserirla.

Nemmeno questa idea di bello è conveniente, quindi. Lasciamo perdere la modalità estetica: per le cose importanti da dire, non fa al caso nostro.

2. Efficacia. Possiamo disinteressarci del bello e concentrarci sulla funzionalità: l’importante è farsi capire. Ottimo: la cosa importante che hai da dire parlerà da sé. Peccato che è impossibile, mica è ventriloqua.

2.1 Il destinatario

L’efficacia di un testo è senza dubbio un’ideale meno romantico della bellezza, ma su cosa si fonda? L’unico tentativo di darle una misura è il destinatario: a chi devi comunicare questa cosa molto importante? Solo se sai chi riceverà l’informazione, potrai tarare in maniera efficace le tue espressioni. Va bene, cioè magari bene no, ma un po’ meglio di sicuro.  Resta un problema: che ne sai tu del tuo destinatario? Lo conosci davvero? In certi casi sì, in certi casi no.

2.1 I casi sì

Funzionano in questo modo: man mano che si procede nella numerazione progressiva, diminuisce il grado di conoscenza che hai del destinatario, fino a quando a un certo punto (lo decidi tu, volta a volta, e come pare a te) diventano casi no.

Caso sì I: il destinatario sei tu stesso.

Caso sì II: il destinatario è uno che ti somiglia moltissimo, tuo fratello gemello, tuo fratello maggiore o minore, tuo cugino, tuo padre, tua madre ecc.

Caso sì III: il destinatario è un tuo amico intimo

Caso sì IV: il destinatario è un tuo amico un po’ alla lontana

Caso sì V: il destinatario è uno del tuo quartiere

Caso sì VI: il destinatario abita nella tua città

Caso sì VII: il destinatario abita nella tua regione

Caso sì VIII: il destinatario abita nella tua nazione

Caso sì IX: il destinatario abita nel tuo continente

Caso sì X il destinatario appartiene alla fauna terrestre

Se prendiamo per buona questa scaletta, possiamo fissare a nostro arbitrio, su uno qualunque dei suoi pioli, il punto in cui i casi sì smettono di essere casi sì e diventano casi no.

2.2. La lontananza, sai, è come il vento

A partire da quel piolo, l’efficacia del tuo testo perde di potenza, lo strumento si stara, le interferenze diventano troppe, e, da preciso che era, il tuo contenuto inizia a diventare vago, oppure semplicemente a perdere di interesse.

Quindi diciamo che il testo più efficace è una lettera a te stesso (diario) o a una persona che ti è vicinissima, e che mano a mano che ti allontani da questo ideale, la forza di quello che hai scritto diminuisce.

2.3 Espandersi è un po’ disperdersi

Più o meno, quindi: se hai un’informazione importante da comunicare, all’aumentare del pubblico, diminuirà l’efficacia della tua comunicazione.

In parte è fisiologico: non esistono informazioni che siano importanti per tutti, ognuno assegna un suo grado di importanza a quello che legge, e anche chi ritiene molto interessante quell’informazione, effettua su di essa una scrematura tra una parte più e una parte meno interessante.

Esiste cioè una parte di informazione trasmessa che scivola via: per quanto l’imbuto sia della dimensione giusta, c’è sempre qualche goccia che si perde durante il travaso.

2.4 Lo stile è in funzione del destinatario?

L’efficacia allora è ridurre questo spreco al minimo, e per farlo è necessario curare lo stile, che però come abbiamo appena visto è in funzione del destinatario: più lo conosci, più scriverai in modo efficace.

Se hai una cosa importante da dire, allora, scrivila come se tu fossi il tuo stesso destinatario, e dilla nel modo che suoni a te più chiaro e comprensibile.

2.5 Ci risiamo

Pare facile, ma in realtà è frustrante, perché appena fai così, torni al punto di massima inefficacia: vuoi che ti suoni bene, nel senso cioè che almeno a te che la scrivi deve piacere? Ecco, ti sei fregato da solo: punto e a capo, sei tornato al problema del bello. Soggetivismo, barocco e minimalismo ecc. Vai in prigione senza passare dal via.

Ma allora visto che per dire una cosa interessante finisci per porti il problema della bellezza, tanto vale fregarsene delle cose interessanti (alla fine, sono pochissime, se ne trovi una telefonami, che poi un modo lo troviamo, non ti preoccupare) e puntare direttamente a:

3. Un modo interessante per dire cose inutili.

Il tema te lo scegli a piacere, e questa sembra una cosa effimera e invece no, perché alla fine trovare un pensiero che sia interessante per te, senza che debba esserlo per qualcuno altro, aiuta a mettere in moto il meccanismo, che altrimenti rimarrebbe paralizzato. E dal momento in cui hai identificato un pensiero interessante per te, l’unica cosa su cui ti devi concentrare è trovare un modo per renderlo interessante agli altri (poverini).

3.1 Fiction.

Così si chiama. Una carnevalata: volevo dirvi una cosa noiosa, di cui fregava solo a me, e quindi c’ho imbastito tutta una manfrina attorno. Che manfrina? La trama e i personaggi. A questo servono: sono un conforto per chi legge, perché tanto sono sempre gli stessi. Issa, esso e o’ malamente. Da millenni. Che ci vuole? Ci sono un sacco di template, come per i blog:

romanzo di formazione?

intreccio romantico?

bufala o fiordilatte?

fantastico?

surreale?

realismo?

realismo magico?

ci vuoi i funghetti?

commedia?

tragedia?

Facciamo un bel giro pizza: metto un piatto grande al centro con un poco di tutto, così ognuno si leva lo sfizio che vuole e non se ne parla più.

Ora diciamo che più o meno funziona come per le cose interessanti di prima: scegli il genere più adatto al tuo destinatario. Sì, ma quanti destinatari?

A quanti più vuoi arrivare, tanto più devi semplificare.

3.1 Semplificare: perché?

Sempre per lo stesso discorso dei casi sì: chi ti conosce già (perché è tuo fratello gemello o perché è stato il tuo compagno di banco alle medie) fatica meno a far ruotare i pensieri che esprimi attorno a un fulcro (che sei tu), chi non ti conosce, fatica molto di più e lo devi aiutare, gli devi disegnare un punto e gli devi dire: ecco, tieni, questo è il centro, tu ora misura i raggi.

E poi perché alle cose semplici ci arriviamo tutti: sia quelli bravi che quelli scarsi. Alle cose difficili invece solo quelli bravi, che sono sempre (per forza di cose) meno di quelli scarsi. Scegli. Vuoi il pubblico d’elite? Evita le facilonerie, sperimenta. Vuoi il pubblico largo? Semplifica, vai all’essenziale, cioè alla storia. Oppure fai una cosa col doppio livello di lettura: per chi sa (che si gode i rimandi che ci sono sotto) e per chi non sa (che si gode la superficie): Umberto Eco, tanto tempo fa, la chiamava Enciclopedia del lettore.

3.1.1 Trama

La storia (la trama) funziona sempre perché siamo tutti bambini, e la cosa che ai bambini piace delle favole non è tanto la storia, ma il fatto che la storia è sempre la stessa: più che sentirla (la prima volta che racconti una favola a un bambino è sempre la più faticosa: deve fare lo sforzo di seguirti) vogliono ri-sentirla. Quindi se hai una trama, sei più o meno a posto: arriverai ai tanti che vogliono sentire di nuovo la storia (e fa sempre piacere risentirla, a tutti, pure a quelli intelligenti, solo che si vergognano e non lo dicono).

3.1.2 Niente trama

Se invece vuoi fare il difficile, allora è ovvio che la prima cosa che devi fare saltare via è proprio la trama: niente storia, mi dispiace. La sala si svuota, restano in due o tre, e sono anche un poco perplessi.

3.1.3 Venditi per difficile

Ti devi salvare, inventati qualcosa. È il momento della strategia di marketing: se non c’è la trama, bisogna che lo sappiano tutti. Un testo senza trama si segnala subito come un testo intelligente, cioè per quelli intelligenti (che tra loro si conoscono, perché sono pochini, o comunque sono meno degli scemi): oh, c’è uno che ha scritto un testo senza trama, andiamo a vedere com’è. Poi se lo passano, ne parlano, e insomma ti sei fatto il tuo piccolo pubblico, che comunque è un pubblico.

3.1.4 Incontentabile

Potresti startene là, bello tranquillo, e coccolarti gli amici tuoi, fare anche un po’ la gara a chi è più colto, a chi è più intelligente, a chi capisce di più, a chi ha più gusto. È piacevole, specie se la compagnia è quella giusta, cioè non è arrogante e non è troppo competitiva, solo giocherellona (ce ne sono stati di circoli così, e ce ne saranno sempre, te ne dico uno? L’OuLiPo, e non erano nemmeno snob, anzi erano pure simpatici).

Oppure puoi rischiare il salto nel vuoto: sai che c’è? M’annoio, voglio allargare il giro.

4. Autofiction

Intanto, è meglio se non lo dici a nessuno, perché subito quelli intelligenti si scocciano: oh, e che facciamo ora, ammettiamo nuovi soci? E poi? Chi garantisce per loro? Tu? Che referenze hanno questi qua?

Effettivamente è difficile: è più facile che diventi scemo tu, che non che diventino intelligenti quelli che vuoi invitare. Vabbe’, tu sei coraggioso, e non c’è motivo di frenarti l’entusiasmo: provaci, che provarci è sempre meglio che non provarci, bravo (pacca sulla spalla), in bocca al lupo, vai avanti, procedi pure.

4.1 Suggerimento

A questo punto hai il compito ingrato di  trovare un espediente per rendere interessante a tanti un pensiero che lo è per pochi. Pensaci bene. Cos’è una cosa che interessa sempre tutti, tutti ma proprio tutti, gli intelligenti e gli scimuniti, i colti e gli ignoranti, i pochi e i tanti? Non ci sei arrivato? Te lo devo dire io? Allora forse non eri uno di quelli intelligenti.

Esatto. Bravissimo, visto che ci sei arrivato solo?

4.1.1 I fatti tuoi

I fatti tuoi sono la quintessenza dell’interessante, la molecola pura dell’avvincente. Appena ti accorgi che quello che scrive ti sta raccontando i fatti suoi, subito si attivano i neuroni spia della curiosità e la lettura si fa avida, impaziente, smaniosa, le pagine scorrono e tutto quello che scrivi di colpo diventa interessante. Perché? Perché ora ha un senso. Cioè ha un centro: tu.

4.2 Esistenza

Il personaggio, il protagonista, adesso sei tu, e siccome esisti veramente, sei interessante. Cioè no, non è vero, non è che sia proprio così, anche chi non esiste è interessante: Todorov scrisse un saggio sulla letteratura fantastica, non me lo ricordo tutto, però diciamo che alla fine le cose che non esistono ci interessano in quanto sono misura di quelle che esistono, altrimenti non ce ne fregherebbe proprio niente. Ma va bene, semplifichiamo, questo è un post confuso su un blog scemo, andiamo al sodo: se esisti sei più interessante, se non esisti mi dispiace per te.

4.2.1 Non vale per tutte le epoche, però per la nostra forse sì

Un personaggio che non esiste non ci coinvolge più come prima: il trucco è vecchio, e noi abbocchiamo meno. Chi è questa Emma Bovary? Chi l’ha vista mai? Dove abita? Ce l’ha un profilo facebook? Posso vedere le foto? Ha la webcam? La chiamo su skype? Cosa? Era un profilo fake? In realtà sei tu, Flaubert? Brutto troll che non sei altro, ti segnalo a Zuckenberg, ti banno, ti cancello dalle amicizie, m’hai fatto perdere un sacco di tempo, sei pure un uomo, altro che Emma.

4.2.1 Il puparo e la pupa

Lo scrittore che s’inventa i personaggi si ostina in trucchi sempre più privi di efficacia. E alla fine, per spuntarla in qualche modo, è costretto comunque a riempirli con dosi massicce di se stesso. E il punto, quello vero, è che ormai lo sappiamo cosa fanno gli scrittori (la colpa è dei manuali che gli scrittori stessi hanno scritto): usano parti di sé e parti di quelli che conoscono per animare personaggi. E allora, se lo sappiamo tutti che dentro Anna Karenina c’è Tolstoj non sappiamo più che farcene di Anna Karenina e vogliamo direttamente Tolstoj: era meglio se non ci dicevate niente, ora sono fatti vostri.

4.3 Il proiettore, la sala macchine

L’autofiction è l’unica fiction credibile ai giorni nostri. È bene? È male? Boh. Comporta una dose di morbosità nel lettore e una di esibizionismo nell’autore, senza dubbio. Oppure la comportavano anche i personaggi inventati, da sempre, e ora è solo venuta meno un po’ di ipocrisia? Io non lo so, chiedetelo a Emma/Gustav.

4.3.1 Ancora?

Ma la società dello spettacolo due punto zero, quella in cui tutti ci esibiamo e tutti siamo pubblico di noi stessi, la reggerebbe l’ipocrisia di prima? Veramente potrebbe ancora trovare credibili i “personaggi”? Chi è un personaggio? Cos’è, se non una proiezione? E il proiettore? Fammelo vedere, dai, portami in sala macchine, che mi interessa di più come proietti che quello che proietti (questa cosa è successa già un bel po’ di tempo fa, solo che tutti fanno finta di no: si chiamava post-modernismo, e per esempio ci fu quel libro La donna del tenente francese, che sarebbe stata autofiction, se all’epoca non fossero andati più di moda termini accademici, tipo quelli col prefisso meta).

4.4 Le eccezioni

Davvero posso ancora fare finta, leggendo, che il proiettore non c’è, tu che racconti non ci sei, che il personaggio si stia scrivendo da sé, che il libro lo scriva un onnisciente? Sì, forse sì, a certi livelli di abilità eccelsa, sì.

4.5 Troppa consapevolezza

Per molti altri no: il pubblico è troppo consapevole, il lettore è troppo smaliziato: ne sa (ne sa anche se non vuole saperne) il procedimento è diventato parte del risultato. In tv ci sono Melluzzi e Picozzi che ti dicono chi è l’assassino e ti ricostruiscono a uno a uno i profili psicologici dell’intera cittadina di Mesagne. Come facciamo, adesso che sappiamo tutto di noi stessi, a trovare credibile un personaggio tragico, per esempio? Chi è ormai che riesce a non ridere di fronte a una che sviene di passione mentre la locomotiva sputa spavore? Quando uno diventa consapevole di cos’è, gli conviene l’autoironia, altrimenti, se non si ridicolizza lui, lo faranno gli altri. So di essere scemo e ci gioco un po’, so di essere triste e ci rido sopra, so di essere timido, imbranato, ignorante e mi piglio in giro da solo, oppure so di essere troppo colto, troppo cerebrale, troppo sentimentale e allora rendo comici questi aspetti del mio carattere. In pratica chi scrive in questi nostri anni è un po’ fregato: gli hanno tolto l’inconsapevolezza del suo personaggio (poteva anche essere lui stesso), che era una gran comodità: il personaggio pre-Melluzzi poteva agire, parlare, pensare senza che sapesse niente del perché agiva, parlava, pensava. Adesso lo scrittore deve per forza cambiare strategia: sfruttare la consapevolezza del lettore e pure del personaggio, come nel judo. Cioè? Non ha molte carte da giocarsi: quando scrive, può solo stuzzicarci con un po’ di pettegolezzo (o confessioni?) in più. Su di chi? Sullo scrittore stesso. Ma come? Più di quanto ce ne sia già in tv, sui rotocalchi e sui social network? Sì, in un certo senso, sì. Perché comunque è un pettegolezzo diverso: è pettegolezzo su se stesso (quindi lo manovra lui) ed è più immaginativo (è comunque affidato al racconto).

4.6. Stuzzicarci.

L’autofiction è un espediente per tenere desto l’interesse in un periodo storico in cui abbiamo perso interesse per tutto, tutto è già stato scritto e tutto e già stato detto, e l’unica cosa di cui godiamo sono le piccole differenze che ancora esistono tra le persone: cose più o meno intime, pensieri e inclinazioni venuti fuori da quell’uomo o quella donna di cui sappiamo già qualcosa perché l’abbiamo ascoltata in carne e ossa durante la presentazione di un libro, o su youtube, o di cui abbiamo letto i tweet. Una persona (vera e viva) di cui saremo noi, tramite gli scampoli di sé che ci concede in un libro e quelli che percolano dagli altri media, a ricostruire la dimensione di personaggio letterario: il testo è un ipertesto, lo scrittore è il suo fulcro, noi siamo lì a rimontare le tessere cercando di capire qualcosa di lui (o di lei).

4. 7 Bon ton

A questo punto se fai l’autofiction il buon gusto non è importante: è tutto. Perché se sai farla bene la usi, se la fai male ne vieni usato. L’ambizione può subito cappottarsi in fallimento: volevi evitare di scrivere un testo con una trama e un personaggio ed è successo che tu sei diventato un personaggio e la tua vita una trama: benvenuto nel Truman Show dei tuoi incubi, è inutile che pigli a calci lo sfondo.

5. Conclusione (sconclusionata)

Ce ne vuole di attenzione e di bravura per fare l’autofiction come si deve. Però cos’altro si può fare, cos’altro si è mai fatto di diverso, con le parole e con l’onestà?

Cuffiette

Inserito il

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Ieri ho fatto una cosa che non faccio mai: sono andato a correre con le cuffiette.

Quelli che corrono con le cuffiette secondo me sono scarsi.

Ma non scarsi a correre, possono pure essere velocissimi, ci sono addirittura professionisti che corrono con le cuffiette, quindi definirli scarsi è un errore: diciamo che hanno un rapporto scarso con la corsa.

Quando con la corsa hai un rapporto sano le cuffiette non ti servono a niente, manco ti vengono in mente: stanno dentro a un cassetto, tutte arrotolate attorno al lettore mp3 e già è assai se ti ricordi dove le tieni.

Uno che corre perché gli piace correre non si vuole distrarre: vuole sentire il respiro, il rumore delle scarpe che cambia a seconda della superficie, asfalto, sterrato, buche, avvallamenti, asciutto, bagnato, pozzanghera, quanti appoggi? passo lungo, passo stretto, discesa, salita.

Ma non è solo una questione di suoni, perché a dire la verità ai suoni non ci fai molto caso, come del resto non fai caso quasi a niente (se non alle macchine che tentano deliberatamente di ucciderti): sei troppo impegnato a soffrire per notare qualcosa che non sia la tua sofferenza.

Con questo non voglio sostenere che uno a cui piace correre sia un masochista, perché anzi secondo me è vero l’opposto: uno a cui piace correre (senza cuffiette) cerca, se non proprio la pace, almeno la sospensione del dolore.

La corsa in questo senso è oltre Leopardi: l’unico modo per annullare tutte le sofferenze (piccole e grandi: preoccupazioni, pensieri, ansie, nevrosi, dolori) è farsi assorbire interamente da una sofferenza improcrastinabile. Mentre corri sei fisicamente costretto a non ascoltare nient’altro che il dolore di correre: urgente, immediato, totalizzante. Si piglia tutto lo spazio e il resto è costretto a retrocedere sullo sfondo. Più hai il fiatone, più scompare ogni cosa tranne il fiatone.

Diciamo che intesa così, la corsa è l’esatto opposto dell’estasi: l’estasi è stare fuori da sé per non sentirsi, correre è stare così tanto dentro di sé da sentirsi fino a non sentire altro. Alla fine il risultato è più o meno lo stesso.

Con il vantaggio che  raggiungere l’estasi è una cosa elitaria, ci arrivano quattro monaci, tre bramini, cinque o sei eremiti, uno o due digiunatori (che poi appena la raggiungono muoiono), invece la corsa è alla portata anche di uno che ha solo pensieri terra terra, tipo la bolletta del gas oppure: minchia, mi sono scordato di nuovo la lettiera del gatto.

Le cuffiette con questa pratica ascetica che c’entrano? Niente: fanno rumore di fondo e basta. Un rumore di fondo su cui non riesci nemmeno a concentrarti: la senti di sfuggita, quella musica che sparano le cuffiette, e contemporaneamente ti distoglie quel tanto che basta dall’immersione nei tuoi visceri.

Insomma, secondo me le cuffiette sono il sintomo che stai correndo un po’ come se qualcuno ti avesse costretto a farlo, e allora cerchi di blandirti, di fartela pesare il meno possibile: hai un rapporto scarso con la corsa.

Io in questo periodo c’ho un rapporto scarso con la corsa.

Mi sono fatto quanto un porco e ho smesso di contare i chili in più che ho preso: il peso mi rende più faticoso correre, e questo, stando alla teoria sopra esposta, potrebbe pure essere un bene, ma in realtà non è così, perché il peso ha anche un’altra controindicazione.

Il peso ti rende faticoso non tanto correre, ma l’idea di uscire di casa per correre. Ti tiene la volontà seduta su una sedia e ti comunica costantemente degli impulsi tipo: ciao, siamo la comitiva dei tuoi amici lipidi e ti volevamo dire dai, restiamo qua, dove dobbiamo andare? Si sta tanto bene su questa poltrona.

Ecco, una volta che la volontà s’è ammalata, finisce che apri il cassetto e cerchi le cuffiette come se fossero quelle pillole miracolose della televendita Giorno&Notte.

Io ieri pomeriggio ero così.

Di gente che corre abitualmente con le cuffiette ne ho intervistata un bel po’ (ma le mie sono interviste a tesi preconcetta, quindi valgono poco) e nelle risposte ho trovato la conferma che andavo cercando: un rapporto scarso con la corsa.

La più comune infatti è risultata essere: la musica mi gasa, mi dà la spinta, mi fa da pungolo.

Ma che significa? Che è? Doping?

No, o almeno non in senso stretto, perché il doping influisce sulla prestazione modificando la fisiologia dell’organismo (che poi dipende dal tipo di doping: c’è un tipo di doping che, appunto, ha l’obiettivo di tacitare il sistema nervoso quando invia segnali di fatica, annullare cioè la sensazione di sofferenza – di cui si diceva prima – e dunque alzare la soglia della propria velocità, o meglio della propria resistenza alla velocità).

La musica delle cuffiette, pur non essendo doping, influisce sulla volontà: tu oggi non volevi correre, ma io, nel senso di io musica proveniente dalle cuffiette, sarò il tuo motivatore, ti inciterò a farlo, ti spronerò e farò in modo che tu riesca a completare l’allenamento.

‘Sta musica delle cuffiette quindi è più che altro un imbonitore: ti fa comprare una cosa che non ti volevi comprare (tipo la televendita delle pillole Giorno&Notte), e finisce che di fatto ti ritrovi a fare una cosa che non ti andava di fare, cioè correre.

Questo penso io quando incrocio uno che sta correndo con le cuffiette: egli non voleva correre ma s’è fatto infinocchiare dalle cuffiette. E mentalmente gli dò dello scarso (nel senso di scarso che ho spiegato prima).

Allora ieri mentre tiravo fuori le cuffiette dal cassetto m’è un poco ghiacciato il sangue e ho pensato: e se poi mi incrocio mentre corro e penso di me stesso che sono scarso? Ma per non sentirmi troppo pazzo, ho modificato il pensiero in: e se poi incontro uno con le mie stesse fisime che mi prende per scarso a causa delle cuffiette?

Stavo per togliermele dalle orecchie quando mi è venuta l’idea geniale di applicare un correttivo: mi metto una maglietta della Roma-Ostia, o della Stramilano, così vedono tutti che ho corso una gara, e quindi non sono il corridore del sabato che uno di solito s’immagina quando incrocia uno con le cuffiette.

M’è sembrata talmente una buona idea che per diversi chilometri ho incrociato gente che correva priva di cuffiette senza farmi prendere dal panico.

Poi però a metà percorso è subentrato un pensiero devastante: aspetta un momento, mi sono detto, le cuffiette si vedono subito, è un colpo d’occhio, invece la scritta sulla maglietta la devi leggere, ci vogliono secondi interi. E chi è che si mette a leggere le magliette quando incrocia qualcuno? Io non le leggo mai: figurati se mentre mi sto spolmonando mi metto là a decodificare quelle scritte tutte arzigogolate, metà logo e metà lettera, di quei colori fluo che solo a vederli viene voglia di girare la testa dall’altra parte.

Alla fine mi sono dovuto rassegnare: da oggi tutti sapranno che il mio rapporto con la corsa è in crisi.

Devo dire che quando questa consapevolezza s’è fatta robusta, l’allenamento è diventato più piacevole: potevo rallentare quanto volevo, tanto che sono scarso era ormai di dominio pubblico, quindi mi potevo pure fare una specie di passeggiata, anzi, se m’andava mi potevo addirittura fermare prima della fine, come fanno quelli veramente scarsi. Buono.

Durante questa salutare e distensiva fase di rallentamento ho incrociato uno con cui correvo quando ancora non ero così scarso da correre con le cuffiette.

Lui è molto più giovane di me, dieci o più anni,  quindi pure se aveva le cuffiette, ho sospeso il giudizio circa la sua scarsezza: magari per le nuove generazioni iperconnesse è diverso.

Non sapevo se ci saremmo salutati o detti qualcosa: questi scambi di battute quando corri sono un poco molesti, ti auguri sempre di non dover fare più di un piccolo gesto con la mano. Quindi avendolo visto abbastanza da lontano ho fatto quello che stava facendo pure lui: ho tenuto gli occhi bassi e ho rinviato la decisione sul dire o meno qualcosa fino all’ultimo momento, quello in cui ci saremmo effettivamente incrociati.

Là mi sono accorto di un gap generazionale e m’è crollata addosso tutta la mia vecchiaia.

Le cuffiette in pratica ti dicono quanti anni hai in un modo molto empirico: se sei vecchio, quando qualcuno all’improvviso ti dice qualcosa, te le togli dalle orecchie con le mani. Fai questo gesto analogico e primitivo di estrarre gli auricolari dalla cavità per sentire cosa ti sta dicendo il mondo esterno. Se invece sei giovane sfiori semplicemente un bottone e non ti togli niente.

Lui infatti non s’è tolto niente, io invece mi sono spogliato le orecchie.

Abbiamo cincischiato qualcosa nel mezzo secondo che è durato il nostro incrociarci, e mi sono accorto che pure lui era sovrappeso e pure lui andava lento: le cuffiette valgono pure per le nuove generazioni, ho pensato tutto soddisfatto della mia cartina di tornasole.

La cosa mi ha consolato e per qualche altro chilometro ho ritrovato serenità. La musica delle cuffiette me la sono quasi goduta.

Poi mi sono fermato a fare stretching sulla terrazza del Monumento, e ammetto che le cuffiette le ho quasi benedette.

Perché sublimavano una vista già di suo magnifica: il mare di ottobre, mosso a scirocco, l’aria calda, umida e impicchiusa in cui ogni tanto coglievi un’improvvisa folata di gelo, risultavano amplificate dalla struggente melodia dei primi Radiohead scelta a caso dallo shuffle.

Ho indugiato nello stretching come non mai. Un po’ troppo, però.

Perché rapito da questo connubio di visione e ascolto, di botto m’è tornato in mente il ragazzo che avevo incrociato. E ho pensato: ma io alla fine non ci ho fatto caso alla maglietta che aveva, ho notato solo le cuffiette. Quindi di sicuro anche lui ha fatto lo stesso e io adesso ai suoi occhi sono scarso senza possibilità di redenzione. E pure vecchio, ché mi sono tolto gli auricolari con le mani.

M’è venuto l’istinto di lanciare le cuffiette in mare per non avere più la tentazione di usarle in futuro. Però la canzone stava dicendo che she looks like the real thing/she tastes like the real thing/ in my fake plastic/love e allora ho pensato che se sei scarso è anche giusto sembrarci, scarso, altrimenti ti vendi per quello che non sei: a fake plastic tree.

Anche se il titolo di quella canzone io non l’ho mai capito bene: è l’albero a essere fake (finto) perché è di plastica? O è solo la plastica di cui è fatto l’albero a essere finta, e invece l’albero è vero? Nel dubbio, le cuffiette me le sono tenute: but I can’t help the feeling/I could blow through the ceiling/if I just turn/and RUN.

Coriolis, mon amour (ri-masterizzato)

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Quella mattina capitò uno di quegli eventi cui l’umanità assiste assai di rado ma tuttavia a cadenza regolare, come la cometa di Halley. Il tappo del bidet si era bloccato in quella posizione di non ritorno da cui è impossibile stupparlo. Puoi chiamare i pompieri col flex, i ghostbuster con l’idraulico liquido, niente: un incastro che tanto più è odioso e tanto più risulta indissolubile, tipo il matrimonio. Per poter ripristinare lo scarico, il bidet andava praticamente divelto: minimo ci voleva una carica di tritolo.

Per tutta la giornata non fu capace di concentrazione. La testa se ne andava là, a escogitare stratagemmi per lo stuppaggio. Lavorava in ufficio ma si distraeva subito, immaginando una chewing gum collosissima, così collosa da poter aderire alla superficie del tappo come fosse attak. Un bastoncino per tirarlo su, e via. Che alzata d’ingegno. «Peccato che le chewing gum in acqua non attaccano, bestia», gli disse un collega.

Ai colleghi di tutti i lavori gli si cronicizza il sadismo, quando possono svilire le idee altrui e farle apparire demenziali ci godono un sacco. Effettivamente spesso hanno pure ragione. Però non succede mai che gli dispiaccia di avere ragione e svegliarti dal tuo sogno a occhi aperti. Anzi, gli piace accorgersi che tu pensi, va bene, ma che pensi? Pensi minchiate. Che poi loro non sanno pensare manco quelle, ma appena ne sentono una, non vedono l’ora di smascherarla.

Lui comunque aveva il tappo del bidet incastrato, e stava facendo brainstorming. Che ne sapeva quello stronzo di un collega del brainstorming? E poi belle le critiche, sì, ma non stuppano niente. Allora una super ventosa, di quelle grandi, che creano vuoti d’aria e risucchi potenti: avrebbe aspirato via il tappo come un ciclone.

Scese in strada a cercare un ferramenta. Il primo non vendeva ventose. Il secondo gli chiese cos’era una ventosa. Il terzo gli disse che si chiamano “stuppalavandino”. Lui obiettò che si trattava di un bidet, ma quello rispose che è uguale, si chiamano lo stesso stuppalavandino per una questione di decenza. Comunque non ce l’aveva. Al quarto si attenne al consiglio sulla decenza e chiese uno stuppalavandino. Ma siccome temeva che quell’eufemismo potesse causare imprecisione e risolversi nell’acquisto di un oggetto inadeguato allo scopo, all’ultimo secondo se ne pentì, chiamò il commesso, e con gli occhi bassi confessò: «aspetti, le ho mentito. Non devo stuppare un lavandino». E poi – in preda a profondo senso di vergogna – aggiunse: «devo stuppare un bidet». Il commesso neanche si girò. Gli rispose da dietro le spalle: «non ha importanza, si chiamano così per decenza, ma stuppano qualunque sanitario». Tornò con una ventosa che era l’ombra di quella che lui aveva immaginato. Un oggetto minuscolo, dal diametro infinitesimale. Colpa dell’ansia, si disse. La sua immaginazione doveva avere ingigantito il bidet fino a farne un lago in cui ci sguazzavano i draghi.

«Non ne avete di più grandi?»

«No, sono universali, taglia unica, vedrà che andrà bene».

Se lo diceva il commesso. Uscì dal negozio sentendosi comunque ridicolo. Guardò un’ultima volta la ventosa prima di infilarla dentro la busta e pensò: qua mi tocca fare la campagna di Russia con le scarpe di cartone. Ritornò in ufficio, si sedette alla scrivania e provò a lavorare. Dopo neanche un minuto alzò gli occhi dalla circolare e tolse di nuovo dalla busta la ventosa appena acquistata. La posò sulla scrivania. Allontanò la sedia e la guardò con attenzione, da una distanza meno ravvicinata. Ora che si trovava inserita in un contesto, le proporzioni erano inequivocabili: pareva una sorpresa dell’ovetto kinder per quanto era piccola. Fu una dolorosa epifania. Si precipitò dal collega con la ventosa in mano e gli chiese a bruciapelo: «dimmi un po’, tu, come si chiama quest’affare?» Quello la prese e la studiò sotto diverse angolazioni: era arancione. Il manico era tozzo e zigrinato, per favorire l’impugnatura. La plastica della ventosa vera e propria, invece, era nera. L’oggetto aveva gli stessi colori degli attrezzi adoperati dagli operai dell’Anas in autostrada. Solo che le dimensioni erano quelle dei Playmobil.

«È uno stuppalavandino, non c’è dubbio».

«Bravo».

«T’hanno amprusato».

«Come m’hanno amprusato? Perché?»

«Non dovevi stuppare un bidet, tu?»

«Li chiamano  stuppalavandini, ma stuppano la qualunque»

«Sì, certo, come no, per una questione di decenza, vero?»

«Esatto. La taglia è unica.»

«Lo dicono quando hanno finito quelli grandi, altrimenti questi piccoli non li compra nessuno»

«Quindi m’hanno amprusato?»

«È un giocattolo, non lo vedi? Con questo gli fai il solletico».

Quale comandamento aveva trasgredito? Per cosa veniva punito quel giorno? Perché il tappo del bidet aveva voluto incastrarsi? Perché i ferramenta cospiravano per non vendergli l’attrezzo risolutivo? Chi era in realtà quel collega? Un infiltrato? Una spia? Era dalla sua parte o da quella del bidet? Di chi poteva fidarsi?

Tornò alla scrivania e scrisse di getto un’invettiva:

«Contro la pruderie dei ferramenta».

Le parole devono essere esatte, cominciò. Non bisogna avere paura di risultare tecnici o pedanti, non bisogna temere neanche la volgarità, se è il caso. Specie se si fanno mestieri di precisione, come voi, ferramenta. Un lavandino non è un bidet. Gli eufemismi possono nuocerci. Le metafore nasconderci la vera natura del problema. Non fate che il popolo perda la stima per voi, o ferramenta. E poi spiegatemi cosa c’è di indecente nella parola bidet. È un francesismo. Il francese è la lingua dei salotti. E noi addirittura la usiamo in bagno. Lo vedete quanto siamo decenti? Forse pure troppo. Che i francesi alla fine il bidet manco ce l’hanno. E poi, se il punto è la decenza, allora perché chiamate una ventosa stuppa? Non è contraddittorio ritenere il francese indecente e il dialetto decente? Bisogna essere precisi. La ventosa è una ventosa. Stuppare è un verbo. La ventosa stuppa. La ventosa è l’agente, lo stuppare è l’azione. Perché semplificate? Perché li fate coincidere? E perché ci associate anche l’oggetto: lavandino? Una ventosa è un agente che può agire su più oggetti: non stuppa solo lavandini. Se invece voi schiacciate la funzione sull’oggetto poi diventa impossibile districarli. E infatti il tappo del mio bidet resta incastrato. Capite quante cose dipendono dal vostro eloquio? Orsù, ferramenta: cessate ogni equivoco. Uscite allo scoperto. Non temiate le parole.

Magnifica. Era solo questione di dove pubblicarla. ResetMicromega? I ferramenta  leggeranno riviste di teoria politica? Una lettera aperta su un quotidiano? Quale? Vabbè, si disse, chiamiamo l’emmezeta, il castorama, il punto brico, e vediamo se la mettono sul retro di un volantino. Prima però la sottopose al collega.

«Ma che è ‘sta cosa?»

«Un’invettiva. È per richiamare tutti all’uso di parole calzanti»

«Le invettive sono retoriche. Solleticano l’indignazione, giocano con le emozioni. Tu vuoi combattere il male con il virus»

«Stai dicendo che sono stato impreciso?»

«E certo, hai usato un linguaggio metaforico, ti sei richiamato a princìpi, a ideali. Meglio i ferramenta allora, che privilegiano la funzione e non la forma: sono pragmatici. Tu sei un romantico»

Fu quello l’istante in cui concepì il suo piano. Si sarebbe introdotto nottetempo nell’abitazione del collega. A tentoni, nel buio, avrebbe indovinato la sala da bagno. E poi, con abbondanti quantitativi di bostik, avrebbe saldato il tappo del suo bidet al foro. L’indomani, in ufficio, l’avrebbe ascoltato lamentarsi dei vani tentativi per venirne fuori e li avrebbe denigrati, traendone appagamento, pace interiore, senso di ristabilita giustizia.

«Sai che m’è capitata la stessa cosa?»

«Cosa?»

«Niente, mi s’è incastrato il tappo del bidet»

«No, ma dai. Pure a te?»

«Eh.»

«E che hai fatto?»

«Ho chiamato l’idraulico. C’avrà messo due minuti».

Confesso che ho odiato

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Un rumore intollerabile. Un’emissione soverchiante, che la stupisse riducendola al silenzio. Vedere i suoi occhi in quel momento. Dopo i primi attimi di stupore, sulla paura prevarrebbe l’orgoglio ferito: qualcuno o qualcosa è stato in grado di superare le sue urla, i suoi decibel, annullarli e imporre i propri. Sarebbe bello se fosse come un boato, però acuto, penetrante, un trillo, un sibilo grave e sciamante di vibrazioni: potente e definito insieme, una nota, un diapason al tritolo che deflagra in mille schegge di suono. Che sete di rivalsa. Vendetta. La soddisfazione di applicarle un supplizio auditivo maggiore di quello che lei impone ogni giorno a questa piccola strada. Non un semplice sfogo, ma il montare di una furia più alta: se lei mi ottunde un orecchio, io voglio renderla sorda per tutta la vita. Stravincere, annichilirla. Il piacere che di certo prova nell’ascoltarsi dominare incontrastata su ogni altra sonorità del quartiere: mi crogiolo nella voluttà di negarglielo per sempre.

L’alternativa sarebbe chiamare i vigili urbani, i servizi sociali, segnalare la cosa a qualcuno: qui c’è una bambina stordita da urla continue, tutto il giorno tutti i giorni, una madre che sevizia la prole e il vicinato mediante il proprio apparato fonico. Una famiglia intera, composta da nonna, nonno e bambina, ostaggio di una baccante, incapace, o resa incapace da chissà quali contingenze, di adottare un tono di voce normale. La bambina dà già segni di evidente squilibrio, intervenite presto, intervenite subito, la bambina urla a sua volta, emette suoni strazianti perché straziata.

Oggi le canta tanti auguri a te, celebra due o tre anni di vita, e la piccola reagisce urlando: non c’è gioia, è solo una contromossa. La baccante stabilisce col prossimo una relazione basata sull’escalation: urla affinché nessuno possa negarle udienza. Per proteggersi si potrebbe solo urlare più forte di lei. Ma la figlia è ancora piccola, non è in grado.

A volte vorrei tanto ci riuscisse: preferirei ascoltare i suoi pianti, preferirei che coprissero le urla insensate della madre, preferirei strepiti infantili, vagiti, versi di bestiola offesa. Invece mi toccano parole modulate con accenti caduti a pioggia, a seconda di dove le si spezzi il fiato: “o” che si allungano, aprendosi estese dove erano corte e chiuse, “a” che si stringono come a infilare un imbuto, sdrucciole che bisdrucciolano, singole vocali che si dittongano per impattare l’aria con più forza. Non importa cosa dica, la sua è una forma di intimidazione, desiderio di affermarsi:  priva di ogni autorità, la reclama a gran voce. Chi parla non è, chi grida vuole essere.

Tentai controffensive alzando il volume di telegiornali e talk show: per lei fu solletico. Pompai generi musicali aggressivi: non vi fece caso alcuno, intenta com’era ai suoi borborigmi. L’arte con cui trionfa su tutto è la costanza. Mi  acquattai al riparo del muro del mio terrazzino e tentai di sorprenderla con un suca cavernoso, uscito fuori dall’anima. Le parve vocìo generico, non le sfiorò fosse rivolto al suo indirizzo.

Talvolta è il nonno a prorompere: grida frasi come “così mi portate al manicomio”. Ma questo è già il manicomio, nonno, e siete voi ad avercelo portato a domicilio.

Che pensano i miei vicini? Perché non li sento protestare? Cosa li inibisce? La giustificano in quanto madre? Paventano l’affidamento ad assistenti sociali, il disgregarsi coatto del legame materno? E perché io non mostro pietà alcuna? Sono un essere abietto? Penso solo a me stesso? Non mi curerei di interrompere un vincolo che fu ombelicale, se mi fosse di vantaggio?

Il vicinato, rione popolare, persone che potrebbero dirsi primitive, un’umanità in canottiera perennemente affacciata al balcone, un consorzio di individui che la vulgata vuole facili all’innesco della violenza, delle percosse, sangue caldo in costante escandescenza, dinnanzi a ciò che mi lede i nervi ostenta questa calma olimpica di sigarette fumate coi gomiti sulla ringhiera.

Ho studiato a scuola con loro o con i loro figli, e a ogni mio otto corrispondeva un loro tre, a ogni mia promozione una loro bocciatura. Dove e quando appresero questa filosofia zen? È solidarietà di classe la loro? Si proteggono? Da chi? Da chi come me non può soffrirli? Li odio. Fanno sì che io debba odiarmi a causa dell’odio che nutro per loro. Mi prevaricano in nome del rispetto che gli porto. Non ho scelto io di vivere qui: questo è il mio quartiere, abito la magione avita. Non posso andarmene, proprio come non potete voi.

È lei l’arma con cui vorreste darmi lo sfratto? Dovreste lasciarvi guidare: queste urla non hanno nulla di civile, siete voi che dovreste muovervi in avanti, non io a dovervi rincorrere indietro. Tutto il resto è ipocrisia paternalista, pauperismo, perdonismo. Lei, la folle,  non deve urlare tutto il giorno, e voi non dovete tollerare le sue urla come normali. Quando strilla alla sua bambina, quando recita litanie di parole insensate, mere onomatopee camuffate da termini dialettali: è lì che dovreste recuperare l’atavico codice e uccidere. Io saprò essere omertoso, fornirvi alibi, pagare i vostri avvocati. Regredirò volentieri alla tribalità che condanno. Se solo mi promettete che per una volta questa servirà al bene comune, e non solo al vostro.