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Il mio ombelico vs via D’Amelio

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Il diciannove luglio del millenovecentonovantadue è una giornata che tecnicamente fa parte del secolo scorso. Sul finire del secolo scorso, uno storico abbastanza atipico definì quello stesso secolo scorso come Il secolo breve. Una formula che fece epoca.

Il diciannove luglio del millenovecentonovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso, era vent’anni fa esatti.

Il diciannove luglio del millenovecentonovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, un giovane siciliano abbastanza tipico (“abbastanza tipico” è un modo più indulgente di dire “mediocre”) viveva la sua ultima estate da liceale. Per entrare nell’atmosfera dei suoi futuri studi, quel giorno leggeva Il secolo breve di Hobsbawm. Senza capirci niente, ovvio. (In realtà non è affatto vero: cioè, sì, che non ci capiva niente è vero, ma il libro uscì in Italia soltanto nel millenovecentonovantacinque. Però ci stava bene, quindi facciamo finta che nel novantadue fosse già uscito. Tanto questo post è tutto una frottola, e questo blog è tutto fuorchè credibile, per cui che senso avrebbe rispettare la cronologia?)

Il diciannove luglio del millenocentonovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e precisamente vent’anni fa, un giudice, tipico palermitano coi baffi, fu trucidato diciamo in maniera atipica,  un po’ dalla mafia e un po’ da una combinazione strana di tutta una serie di eventi, persone e personaggi che ancora non s’è capito bene chi fossero e come interagissero.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, mentre il giudice, tipico palermitano coi baffi, veniva atipicamente trucidato un po’ dalla mafia e un po’ dalla strana combinazione di eventi, persone e personaggi, il giovane e tipico siciliano, lettore precoce (quasi veggente) di Hobsbawm, stava rientrando verso casa a bordo della sua vespa pk 50 xl colore blu notte (riverniciata) dopo aver trascorso parte della giornata sull’arenile di Fontane Bianche, a fingersi interessato alle dinamiche storiche del proprio secolo (il secolo breve) nella segreta speranza di suscitare  a propria volta l’interesse di tutti quei giovani culi e quelle giovani minne distese al sole a pochi metri da lui, che costituivano, questi sì, l’autentico oggetto del suo interesse, oltre che il vero motivo dell’avventuroso viaggio fino alla località balneare (avventuroso perché la vespa 50 pk xl colore blu notte era stata sì riverniciata, ma era priva della frizione, orba del faro anteriore e monca della manopola dell’acceleratore. Cosa, quest’ultima, che costringeva il futuro studente in filosofia ad accelerare tirando un filo arrotolato sul proprio dito indice a mo’ di rocchetto, e a procedere dunque con l’andatura di un ciclista circense in equilibrio su una corda sottile e sospesa nel vuoto. Sarebbe per tanto stato senz’altro più agevole e meno rischioso leggere Hobsbawm a casa. Ma a casa non c’erano né culi, né minne: l’internet porno era ancora di là da venire, e per scaricare le foto di Pamela Anderson nuda ci voleva un quarto d’ora di modem a trentasei k. Quindi sarà anche stato il secolo breve, ma ci stava mettendo un sacco di tempo ad andarsene).

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e precisamente vent’anni fa, durante il suddetto avventuroso rientro dal mare, il giovane e tipico siciliano lettore precoce (e posticcio) di Hobsbawm, all’altezza del bivio per Ognina, fu punto da un lapone. Un lapone è come una lapa, però molto più grossa (se non sapete cos’è una lapa significa che siete continentali, e non è colpa mia se siete finiti su questo blog). Questo aveva le dimensioni di un velivolo a motore e il suo pungiglione quelle della cicia di Fassbender (se non sapete cos’è una cicia, ma sapete chi è Fassbender, cos’è una cicia l’avete capito da soli). Il lapone si insinuò sotto la sua maglietta e lo perforò sul ventre, all’altezza dell’ombelico. Per le doti da circense di cui sopra, riuscì a non cadere, a spogliarsi della maglietta, a rimuovere quasi del tutto il pungiglione a mani nude, e a riprendere il viaggio. Ma, a causa del persistere del dolore,  non completò il percorso di ritorno.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, il giovane e tipico siciliano, lettore precoce (e posticcio) di Hobsbawm, nonché muzzicato dalla carabbubbola e dunque bisognoso di cure urgenti, raggiunse una villetta, sita in contrada Asparano, residenza estiva del suo fraterno amico S., di un anno più grande e già regolarmente iscritto al primo anno di medicina presso l’ateneo di Firenze.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, il giovane e tipico siciliano, lettore precoce (e in malafede) di Hobsbawm, nonché muzzicato dalla carabbubbola e dunque bisognoso di cure urgenti, piombò, senza annunciarsi al citofono e senza avere ricevuto alcun invito, nel soggiorno della residenza estiva di S. e dei suoi familiari, urlando frammentarie bestemmie assortite, rivolte alle api, agli apicultori, al miele, ai consumatori di miele, alla natura matrigna, agli insetti suoi figli, agli umani che non avevano saputo sterminarli, al pianeta terra e al roteare delle stelle nell’universo. In preda a convulsioni e spasmi di dolore, si posizionò al centro geometrico della stanza, implorando aiuto, carità, mercede, sollievo dalle sofferenze o, in alternativa, una morte rapida.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, cessate le sue urla scomposte, il soggiorno di S. divenne il luogo più tetro e silenzioso che il futuro studente universitario avesse mai visitato durante il breve arco di secolo breve da lui vissuto fino a quel momento.

S. lo condusse fuori, sulla veranda. Aveva bisogno di più luce, e raggiunsero un angolo lontano dalla casa, un punto dove l’incannicciato che copriva la veranda era assente e il sole picchiava forte. S. aveva in mano un coltello, e raschiò via dalla sua pelle il residuo di pungiglione. Si concentrò al massimo sull’operazione e quando ebbe finito, prima di alzare lo sguardo e chiedere all’amico se adesso andasse meglio, disse con una voce ferma e precisa almeno quanto lo era stata la sua mano: hanno ammazzato il giudice Borsellino.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, S. disse questa frase come un’incidentale in mezzo a due virgole, una specie di parentesi tonda tra la pancia del futuro studente e il pungiglione dell’ape. O forse fu solo che il futuro studente ero troppo preso dal suo dolore per riuscire a respirare quello che c’era dentro la frase di S. , e gli ci vollero minuti interi prima di liberarla dalla punteggiatura e farla diventare la proposizione principale di quella giornata. Passati quei minuti il futuro studente ed S. rientrarono in soggiorno per sentire che diceva la tv.

Oggi, diciannove luglio duemiladodici, tecnicamente fuori dal secolo scorso e trascorsi ormai vent’anni esatti, so – con la nitida certezza del ricordo – che S. rimase così concentrato sul mio pungiglione per tutti quei secondi in più dopo averlo rimosso per poter dire quella frase come se fosse stata una notizia qualunque, cioè per dirla senza piangere.

Oggi, diciannove luglio duemiladodici, tecnicamente fuori dal secolo scorso e trascorsi ormai vent’anni esatti, lo so perché so che il soggiorno di casa sua era muto. Muto come il soggiorno delle case in cui steso in camera da letto c’è un parente morto e qualcuno che lo veglia.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, dentro al soggiorno di casa di S., muto nonostante la televisione a volume piuttosto alto e tutta la sua famiglia intorno, mi sedetti su una sedia di bambù intrecciato e mi ricordai di una cosa che mi aveva detto mio padre in un altro giorno d’estate, un giorno che poi, finito il secolo breve, seppi essere stato il tredici giugno del millenovecentottantaquattro.

Il tredici giugno del millenovecentottantaquattro, un giorno in cui io ero solo un bambino di dieci anni, in un altro soggiorno (quello di casa dei miei nonni) e sempre davanti a una televisione accesa, mio padre mi chiese di sedermi accanto a lui per qualche minuto, e per tutto il tempo che rimasi seduto mi carezzò la testa con la mano.  Vieni qua, mi disse, guarda quanta gente che c’è a Piazza San Giovanni. Così quando sarai grande te lo ricorderai, quanta gente c’era a Piazza San Giovanni per questo funerale.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e precisamente vent’anni fa, dentro al soggiorno di casa di S., muto nonostante la tv a volume piuttosto alto e tutta la sua famiglia intorno così muta che faceva un silenzio assordante, pensai che mio padre aveva avuto ragione, quell’altro giorno lì, perché in quel momento me lo stavo ricordando, quanta gente c’era stata a quel funerale di Piazza San Giovanni. Pensai anche che adesso ce ne sarebbe stato un altro, di funerale, e chissà quanta gente ci sarebbe stata. Ricordo che prima mi venne una voglia immensa di andarci anch’io, a quel funerale che tra poco sarebbe stato celebrato, e dopo invece mi passò, in favore di un’altra voglia, quella di avere di nuovo dieci anni, con mio padre ancora seduto lì accanto a me, nel soggiorno di casa di S., ad accarezzarmi la testa.

Poi, a casa, da mio padre, invece, mi ci accompagnò S. con la macchina. Perché quella vespa era un trabiccolo mortale.

Il ventiquattro luglio del millenovecentovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, ai funerali di Paolo Borsellino c’erano diecimila persone, e io e mio padre eravamo di nuovo nel soggiorno dei nonni, davanti alla televisione. Però stavolta mio padre non mi chiese di guardare i funerali seduto accanto a lui. Non era dolce come quell’altro giorno, e non mi accarezzò la testa con la mano. Anzi, era quasi arrabbiato  (anche se non capivo bene con chi, e forse non lo era con nessuno in particolare, ma ce l’aveva un po’ con tutti)  quando mi disse: Tu qua non ci resti. Te ne vai a studiare fuori, lontano, a Pisa.

Il ventiquattro luglio del millenovecentovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, finito di guardare i funerali e i telegiornali, io tornai con la vespa, ormai riparata, nella veranda di S. all’Asparano. Gli dissi: Vado a studiare a Pisa. Pisa e Firenze sono vicine, no?. S. mi disse che sì, erano molto vicine. Ma poi mi guardò come mi aveva guardato quando aveva in mano il coltello: io però mi trasferisco a Roma. Durante quella settimana, S. aveva deciso di iscriversi a un’altra facoltà. Voleva fare giurisprudenza e diventare un magistrato. Io pensai che a togliermi il pungiglione era stato bravo, quindi che poteva fare bene bene il medico era quasi sicuro, invece il magistrato boh, come facevo a saperlo? Ma non glielo dissi. Gli dissi: suca! Che era una cosa che ci dicevamo sempre. A volte era un saluto, a volte un commiato e a volte significava proprio suca. Lui mi disse: forte! che allora era la risposta obbligata. Io guardai S. e mi sembrò Gulliver, per quanto era diventato più grande di me in quella settimana. Mi sentivo così ammirato che volevo dimostrarmi intellettualmente degno della sua amicizia.  E allora sbruffoneggiai:

– Ma tu lo sai che questo è il secolo breve?, gli dissi.

Lui rimase colpito. Poi mi rispose:

– No, non lo sapevo. Tu invece lo sai che…

– Cosa?

– Suca.

– Forte.

Il ventiquattro luglio del millenovecentovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, accesi la vespa per lasciare casa di S.

Quando fui sul cancello, sicuro che non potesse più replicare, mi girai verso di lui e gli dissi: “Ah, S., mi sono dimenticato una cosa”. Lui mi chiese cosa. E io gli dissi: “Sucaaaaaaaaa”,  accelerando fortissimo (grazie alla manopola nuova) e sparendo senza dargli il tempo di dire “Forte”.

Quella volta “suca” significava: “Sono con te”.

PS: retrodatare l’uscita del volume di Hobsbawm è forse la cialtronata meno eclatante di queste memorie farlocche, quindi, su questa almeno, dirò la verità. Il libro che lessi quell’estate in realtà era Il tramonto dell’occidente, di Spengler. Naturalmente non ci capii niente lo stesso. E meno che mai mi fu utile a toccare  un solo culo.

Essere cornuti a Siracusa

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Qua dire a uno che è un cornuto può risultare pure un gran complimento. Spesso lo diciamo a un nostro caro amico, come per premiarlo di un comportamento spavaldo: a sì ‘n cunnutu, sì. E quello sorride contento. A volte ce lo diciamo da soli, come per darci una pacca sulla spalla: a sugnu ‘n cunnutu, sugnu. A volte lo indirizziamo addirittura ai nostri figli più piccoli, o ai nipotini, a mo’ di vezzeggiativo: è ‘n cunnutellu. Praticamente è sinonimo di essere sperto, cioè furbo, scaltro. In traduzione che significa sperto? Direi che più o meno sta a indicare uno che all’occorrenza è capace di comportamenti riprovevoli, volti di solito a tutelare o promuovere il proprio interesse. Identifichiamo in questo una qualità, che speriamo di riscontrare nella nostra prole sin dalla più tenera infanzia. È auspicabile che il bambino dimostri il prima possibile la propensione a saltare certi passaggi, a cavare il meglio dalla situazione, e soprattutto a farlo subito, alla svelta, intuendo prima degli altri quod facendum est. Molto meglio un figlio sperto che un figlio babbo, non c’è dubbio. Chi lo vorrebbe un bambino che si attiene scrupolosamente alle regole che cerchiamo di impartirgli con l’educazione? Preferiamo di gran lunga averne uno che sappia stupirci per la sua capacità di aggirarle con un’idea di brillante. Una dote da premiare col plauso, ma da mascherare di riprovazione mediante il mistificatorio utilizzo della parola cunnutello. L’ossequio verso la regola è sinonimo di scarsa elasticità mentale. La capacità di procurarsi un vantaggio lo è di intelligenza brillante. Lo stesso vale per te stesso, quando ti autodefinisci un cornuto. In pratica stai anticipando il giudizio altrui su ciò che hai appena fatto (cioè un’azione che non avresti dovuto compiere) e che dunque provocherà in chi vi ha assistito il desiderio di darti del cornuto. E te ne compiaci. Perché conosci (o pensi di conoscere) anche la psicologia di chi ti insulta. Sei cioè convinto che nel  cornuto che ti arriva da chi ti ha visto parcheggiare in tripla fila, ci sia anche una malcelata ammirazione. Avrebbe voluto farlo lui, ma tu sei stato più svelto e l’hai fregato: sei stato più cornuto di lui. E questo l’ha indispettito. L’insulto riusciamo a interpretarlo come una specie di arma spuntata, utilizzata solo da chi ha la sfortuna di non potere fare quello che facciamo noi. Di non poter essere come noi. Non una vera offesa, dunque, quanto piuttosto il marchio dell’invidia più autentica, che bolla come nostro inferiore chi ce la rivolge.

Non so in quante altre città esista questa abitudine di volgere in positivo l’ingiuria, ma qua di sicuro siamo dei virtuosi. In pratica ci sentiamo così in alto, così perfetti, da poterci permettere ogni bassezza senza che questa intacchi il nostro status di privilegiati. Semidei, le cui azioni sono sempre al di là del bene e del male. L’autoironia non c’entra nulla. L’autoindulgenza sì. Ci trattiamo coi guanti gialli. Ci diamo carta bianca su tutto. Ci consideriamo eccezioni alla regola viventi. Noi possiamo quello che gli altri non possono. E se deroghiamo dalla norma, per noi, al massimo c’è un affettuoso buffetto sulla guancia. Lo stesso che diamo a nostro figlio quando ci fa pavoneggiare per una delle sue marachelle da cunnutello. Un rimprovero appena simulato, alla cui radice c’è invece una forte approvazione per quanto si è appena compiuto.

Utilizzare un insulto per esprimere ammirazione è una tecnica molto sofisticata. Rientra in quella prassi linguistica che qua si definisce trasi e nesci.

Dire qualcosa c’o trasi e nesci significa essere capaci di utilizzare un linguaggio ambivalente: qualcosa che possa essere interpretata in un modo, ma all’occorrenza – cioè se la situazione dovesse ribaltarsi – anche nel suo opposto. Definire tuo figlio ‘n cunnutello ti consente di  rimarcare negativamente, in pubblico, la sua spittizza, ma contemporaneamente di autoassolverti come genitore: non è colpa tua se ha fregato la merendina del compagno di asilo, anzi, tu non approvi per niente, gli dai pure del cunnutello. Ci provi a insegnargli l’educazione, ma u picciriddu è troppu spettu. Nel crescere i nostri bambini, siamo mossi da un doppio intento pedagogico, che poi è la vera eziologia del nostro essere socialmente e politicamente schizofrenici. Gli inculchiamo le regole di casa e quelle della buona educazione, e nello stesso tempo gli suggeriamo che trasgredirle nel modo giusto è una gran qualità. Per farlo, li svezziamo con una pappa lessicale speziatissima, a base di trasi e nesci. Ed ecco che senza neanche accorgercene lo catapultiamo nel mondo ambiguo che dovrà abitare. Di fatto costruendolo, questo mondo ambiguo

Traslare tutto questo a un livello più alto è quasi automatico. Chi vorrebbe essere rappresentato o governato da un figlio babbo? Nessuno. Preferiamo tutti che a farlo sia uno sperto. Poi, quando ci raccontano delle sue spittizze, gli diamo del cornuto. Ma giusto davanti alla maestra, per salvare le apparenze. Una volta tornati a casa, ce lo spupazziamo ammirati. E per premio gli regaliamo il nostro voto.

Sarò breve. Forse, un giorno.

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'Take this report and reduce it to an acronym.'

Se ti piace Twitter, e Facebook un poco lo schifì, in questo momento sei considerato intelligente.

Secondo Jovanotti sei anche virile, perché sostiene che twitter è per i maschi e facebook per le femmine (qui minuto 34 e seguenti), che è una cosa tipo quella che la  classe A è per le femmine e la Golf è per i maschi.

Un tweet, l’unità di misura del twittare, corrisponde a centoquaranta caratteri  (quaranta in meno dell’obsoleto sms),  link e indirizzi compresi.

Nelle interviste alle celebrità ormai c’è sempre la domanda sull’uso che si fa della rete, e di solito è una scusa per parlare della loro presenza sui social network.

Parlare del rapporto che una celebrità ha con la rete è una cosa bizzarra, eppure nessuno di noi, lettori e spettatori di interviste alle celebrità, la percepisce come tale. Se qualcuno chiedesse alla Bellucci o a Favino “Che rapporto hai con la lavatrice?”, probabilmente si sentirebbe rispondere che ci lava le robbe, e noi attaccheremmo subito a sbadigliare.

Però se gli chiedono che uso fai di internet drizziamo le orecchie e alziamo il volume.

La Bignardi, quando fa questa domanda (e nel suo programma la fa sempre, qui al minuto 24:55), in pratica vuole sapere se l’intervistato guarda i porno. E, anche qua, la domanda è strano che ci appassioni, perché su internet il porno lo guardano tutti. È come se alla domanda sulla lavatrice di prima, ne seguisse subito un’altra, più maliziosa: Dicci la verità però, dai: tu nella lavatrice ci lavi anche le mutande, vero?

La Bignardi in realtà, quando fa la domanda successiva, che è quella sul social network, lancia una specie di sottotesto:  istituisce una specie di equivalenza tra siti porno e siti di social network. E forse c’ha ragione, perché il social network una sua componente voyeuristica ce l’ha per forza .

Twitter ce l’ha un po’ meno di Facebook, e magari è per questo che le celebrità dalla faccia pulita, tipo Jovanotti, si affannano subito a dire che tra i due preferiscono il primo.

Quando però gli viene chiesto perché, la risposta è sempre: sono molto affascinato da questa sfida della brevità. I centoquaranta caratteri, insomma.

Che se ci pensi è è vero: dire qualcosa in centoquaranta caratteri (che sono una frase compresa tra le venticinque e le trenta parole) può essere tanto difficile quanto esaltante. Quando riesci a condensare un pensiero in quel formato, praticamente hai creato o una battuta o un aforisma. Una di quelle frasi che finiscono su Spinoza, e che poi verranno citate fra gli ipse dixit, o messe come esergo di un libro, o forse anche tatuate sull’avambraccio di un calciatore innamorato.

Quindi, se riesci nell’operazione, la tua frase concisa rimbalzerà ovunque sotto forma di citazione, che è il senso e lo scopo per cui su twitter esiste il tasto “re-tweet”. Ok. Ma l’operazione riesce? Raramente. E soprattutto: alle celebrità riesce? Quasi mai.

Quei centoquaranta caratteri sono spesso infarciti di abbreviazioni, parole tronche, acronimi e sigle: in pratica sono duecentottanta caratteri zippati in centoquaranta. E ancora più spesso sono pensieri interrotti, descrizioni abbozzate. Sono dei moncherini. Talvolta, la loro menomazione è fonte di fascino, e quel moncherino è molto evocativo, si avvicina pure un po’ alla poesia. Di norma però è soltanto un handicap, uno spezzatino, una strada senza sbocco. E non è che sia colpa loro. Non è che le celebrità siano particolarmente incapaci di rispettare il formato. Anzi, è gente molto dotata: i cantanti, i giornalisti, gli scrittori sono talentuosi nell’arte della sintesi e ci sono pure abituati, è il mestiere che fanno che li allena così bene. È proprio il mito della brevità, della concisione, che è un abbaglio. Perché? Perché ci sono discorsi destinati a risolversi in ventuno caratteri, tipo:

– Hai comprato il pane?

– Sì

e altri che pretendono un trattato in tre tomi di duemila pagine l’uno e ancora non si esauriscono:

– È possibile generare la vita a partire da un’accelerazione di particelle sub atomiche?

– […]

Esistendo questi due (almeno due) ordini di grandezza dei discorsi, pensare che esista un formato che possa andare bene per tutti è un po’ una scemenza. Allora twitter andrà bene per dire certe cose, e malissimo per dirne altre.

L’obiezione a questo ragionamento è: i grandi scrittori sono sempre capaci di essere brevi e allo stesso tempo dire tutto. E qua di solito il primo che si cita è Raymond Carver (Jovanotti, in questa intervista dalla Bignardi, a proposito della brevità cita subito Ungaretti, che però oltre a essere breve era anche ermetico, quindi forse sarebbe meglio lasciarlo fuori). Ammesso che sia così (e non lo è affatto, a meno che non si ritenga che Carver, scrittore di racconti da venti pagine sia un grande scrittore, e Tolstoj, scrittore di romanzi da mille e più sia uno scribacchino), siamo proprio sicuri che Jovanotti o Fiorello siano grandi scrittori? Può anche darsi, però insomma, attribuirsi da soli in un’intervista questo enorme talento narrativo (Sono affascinato dalla sfida della brevità…) non è presuntuoso?

Twitter, ammantato dal fascino della brevità, viene presentato e si autopresenta come il social network delle persone intelligenti. Ma l’equazione breve = intelligente è un falso mito. Ciò che c’è da sconfiggere nell’essere “lunghi” è la ripetizione. Un concetto, o un’immagine, è sufficiente esporli una volta, bene, in modo che colpiscano, ma soltanto una, e non tanto per ragioni estetiche, ma perché  restano molto più impressi che se li si ripetesse duemila volte in ogni paragrafo. Gli scrittori capaci di grandi condensazioni, che spesso vengono citati dai fanatici dei centoquaranta caratteri, sono quelli aforismatici: Oscar Wilde, Nietzsche. Ecco, quella è una brevità del tutto falsa, apparente. Nietzsche ha scritto libri interi sotto forma di aforisma. Ma appunto ha scritto libri di aforismi, mica ha scritto un aforisma e basta. Prendeva un argomento e lo esponeva in forma di frasi brevi. Non una frase breve, ma molte frasi brevi concatenate che alla fine formavano un trattato.

La brevità autentica esiste, certo che esiste. È quella rara capacità di sapersi scegliere un singolo pensiero e riuscire a dipanarlo in poche frasi efficaci. Roberto Alajmo ha un blog magnifico, in cui dice cose molto precise, lucide, a volte commoventi o divertenti, brillanti sempre, in poche righe al massimo. Ma quella brevità non dipende affatto dal numero di caratteri che impiega. Quella è una brevità che dipende da un’ arte (o artigianato – per me è uguale) che è metà talento e metà sapienza e che consiste nel recintare il proprio pensiero costruendogli attorno una staccionata che ne impedisca il dilagare, il perdersi, lo smarrirsi. Alajmo prende un gessetto e traccia dei confini molto precisi. Si ritaglia una stanzetta di pochi metri quadrati e poi la pulisce fino a quando non brilla: dice solo quello che di questa cosa, di questa vicenda, di questo film, di questa persona, si può dire, senza divagare nemmeno di una virgola, andando da qua a là per la strada più breve, e senza mai saltare lo steccato che ha alzato prima di mettersi a scrivere quell’articolo.

 La brevità di Twitter è falsa perché è ricavata da un modello unico. In pratica, se uno volesse concedersi una sottigliezza, non è brevità: è solo velocità. Sui centoquaranta caratteri ci si sfreccia, ma ci si uniforma. È quel tipo di velocità che hanno i mobili Ikea: li monti in un attimo (minchiate, ma vabbe’, facciamo finta), si adattano a tutte le case, solo che poi tutte le case sono uguali. Twitter possiede una brevità apparente, basata su un modello di brevità, i centoquaranta caratteri, che in realtà è molto più prossimo alla ripetizione di quanto non lo sia la lunghezza. La ripetizione è dietro l’angolo perché i centoquaranta caratteri lasciano spesso alle celebrità una specie di fame residua, un languorino. Twittano qualcosa e un’ora dopo ne twittano un’altra. Dopo dieci minuti arriva un nuovo tweet. In un giorno, ne sparano tantissimi. Il tweet è breve “per legge”, e di conseguenza – fatta la legge trovato l’inganno – è molto seriale. È la stessa brevità che può avere Beautiful. Quanto dura una puntata di Beautiful? Venti minuti, sigla compresa. Però c’è una puntata ogni giorno da trent’anni. E Beautiful si ripete, a voglia se si ripete.

Twitter infatti è lo strumento perfetto per le celebrità che si manifestano ai propri follower, come se fossero eternamente sul palco, anche quando sono a casa sul divano (follower, appunto: una volta si diceva fan, cioè “fanatico” ora si dice follower, cioè “seguace”, che da un lato è meno patologico di fan, ma dall’altro ha un che di settario che forse è pure peggio) proprio perché è seriale: è come un reality show. Un romanzo lungo, che spesso racconta una vita intera, quando è buono, è molto più sintetico di un reality show. Il romanzo lungo, per riuscire, deve tagliare tutto ciò che c’è di superfluo nelle vite dei personaggi che racconta: tagliare e dire solo ciò che è saliente, funzionale alla storia. Il reality si prende venti minuti al giorno per raccontare tutto di quelle vite, dettagli inutili compresi, anzi in particolar modo il superfluo, tutto ciò che in un buon romanzo verrebbe scartato, limato via, asciugato perché irrilevante. I tweet dei famosi dei famosi sono quasi uguali a un reality.

Come mai tante righe su questo argomento? Ovviamente per difendere i post lunghissimi di questo blog inutilmente prolisso, frutto dell’incapacità di sintesi del loro autore, che in effetti non sa usare twitter, preferisce facebook, e potendosi permettere una macchina, comprerebbe una Classe A.

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“Lavarsi la CIOLLA è la sola igiene del mondo” (Filippo Tommaso Marinetti)

“La CIOLLA è l’oppio dei popoli” (Karl Marx)

“Non si può separare la CIOLLA dalla libertà, perché nessuno può essere libero senza avere la CIOLLA”(Malcolm X)

“In principio era il verbo… No, in principio era la CIOLLA!” (Antonio Gramsci)

“Il coraggio intellettuale della CIOLLA e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia” (Pierpaolo Pasolini)

“Usa la CIOLLA sempre come se fosse un fine, e mai come se fosse un mezzo” (Immanuel Kant)

“La CIOLLA sa trovare l’oggetto della sua ricerca e, pur senza chiara consapevolezza, segue le tracce del proprio oscuro desiderio”. (Platone)

“La CIOLLA è come una spugna: raccoglie tutto ciò che c’è sul pavimento e quando vai a spremerla esce fuori il succo della società”. (Pippo Baudo)

“La CIOLLA è un’espressione geografica” (Klemens von Metternich).

“Qui o si fa la CIOLLA o si muore” (Giuseppe Garibaldi)

“La Ciolla a chi la ama!” (Nicolas Sarkozy)

“Non chiederti cosa può fare la tua CIOLLA per te, chiediti cosa puoi fare tu per la tua CIOLLA” (J.F. Kennedy)

“Fare una CIOLLA e non farla rispettare equivale ad autorizzare la cosa che si vuole proibire” (Armand Jean Du Plessis, Cardinale e Duca di Richelieu)

“Tutti per CIOLLA; CIOLLA per tutti!” (Alexander Dumas)

“La CIOLLA per i nemici si applica, per gli amici si interpreta” (Giovanni Giolitti)

“La CIOLLA è l’arte del possibile” (Otto von Bismark)

“L’unico modo per liberarsi di una CIOLLA è cedervi” (Oscar Wilde)

“Amo molto parlare di CIOLLA. É l’unico argomento di cui so tutto” (Oscar Wilde)

“Zeru CIOLLE” (José Mourinho).

“La CIOLLA ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”. (Blaise Pascal,da Ciolle al vento)

“Dopotutto, domani è un’altra CIOLLA” (Margareth Mitchell)

“La CIOLLA è la forza costruttiva di ogni positivo cammino per l’umanità” (Karol Wojtyla)

“È straordinario che sia così perfetta l’illusione che la CIOLLA è bontà”. (Lev Tolstoi)

“Il compito attuale della CIOLLA è di introdurre il caos nell’ordine”. (Theodor Adorno)

“Ciascuno è artefice della propria CIOLLA” (Sallustio)

“In hoc CIOLLA vinces” (Costantino)

“Veni, vidi, CIOLLA”. (Giulio Cesare)

“Datemi una CIOLLA e un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo” (Archimede)

“Una CIOLLA immersa (totalmente o parzialmente) in un fluido riceve una spinta verticale (dal basso verso l’alto) di intensità pari al peso di una massa di fluido di forma e volume uguale a quella della parte immersa della CIOLLA”. (Archimede)

“É la CIOLLA che fa il totale” (Antonio De Curtis, in arte Totò)

“Gli uomini discutono, la CIOLLA agisce” (Voltaire)

“L’antenato di ogni nazione è una CIOLLA” (Ralph Waldo Emerson)

“A una CIOLLA si perdona tutto” (proverbio cinese)

“Alcuni vivono per la CIOLLA, molti della CIOLLA” (Max Weber)

“A una CIOLLA si comanda solo ubbidendole” (Alphonse Allais)

“Una CIOLLA crollata, ricostruita, cresce forte, leggiadra, grande più di prima” (William Shakespeare”)

“Presta a tutti la tua CIOLLA, a pochi la tua voce” (sempre W. Shakespeare)

“La CIOLLA logora chi non ce l’ha” (Giulio Andreotti)

“L’unica mia CIOLLA, CIOLLA molto potente e onesta, è sempre pronta perché quando la CIOLLA è pronta non c’è protezione che tenga. Prima che si alzi il sipario, si può fare di tutto per sostenere una  CIOLLA. Ma quando si alza il sipario, parla soltanto la CIOLLA”. (Maria Callas)

“Ove c’è una grande CIOLLA non possono esserci grandi difficoltà” (Niccolò Machiavelli)

“La mia CIOLLA visse come diecimila” (Gabriele D’Annunzio)

“É prerogativa della CIOLLA recare grande felicità con piccoli doni”. (Friedrich Nietzsche)

“Quando la CIOLLA ha dormito, si alza più fresca” (Friedrich Nietzsche)

“La CIOLLA avanza, noi arretriamo; la CIOLLA si accampa, noi facciamo azioni di disturbo; la CIOLLA è stanca, noi attacchiamo; la CIOLLA arretra, noi la inseguiamo” (Mao Tze Tung)

“La CIOLLA è una realtà cosmica che può essere osservata e sperimentata dall’uomo ma che si è formata senza il concorso dell’uomo” (Westhoff & Van del Maarel).

“La morale è un’inutile coercizione imposta a una CIOLLA che nasce libera” (Troglo)

“Una CIOLLA che non si individua è una CIOLLA sprecata” (Jung)

“Subtle is the CIOLLA but not malicious” (Albert Einstein)

“Ciò che io ho potuto raggiungere con la CIOLLA e l’applicazione, chiunque lo può ottenere, purché possieda un poco di CIOLLA e di talento” (Joan Sebastian Bach)

“Ogni CIOLLA attraversa tre fasi: nella prima viene ridicolizzata, nella seconda viene contrastata con veemenza, nella terza viene accettata come inevitabile.” (Arthur Schopenhauer)

“Le piccole CIOLLE fanno parlare, le grandi ammutoliscono”. (Seneca)

“A CIOLLA” (Brigantony).

“La CIOLLA, una novità. Nessuno ne parlava vent’anni fa”. (Coco Chanel)

“La CIOLLA è la cosa più semplice, ma molti finiscono per trasformarla in lavori forzati”. (François Truffaut)

“Ogni cosa ha il suo prezzo, ma nessuno saprà quanto costa la mia CIOLLA”. (Edoardo Bennato)

“Il banco di prova di una CIOLLA superiore è la capacità di contenere due idee opposte allo stesso tempo conservando la propria funzionalità”. (Francis Scott Fitzgerald)

“Vedo la CIOLLA, ma non la ciollità” (Antistene)

“Ich bin ein CIOLLA” (John Fitzgerald Kennedy)

“Chi vive senza CIOLLA non è savio quanto crede”. (François de la Rochefoucauld)

“La CIOLLA tinge dei propri colori tutto ciò che tocca”. (Baltasar Graciàn)

“La CIOLLA c’est moi”. (Luigi XIV)

“A carnevale ogni CIOLLA vale” (Proverbio)

“Al gener nostro il fato/Non donò che la CIOLLA” (Giacomo Leopardi) ‎

“Potevate scegliere tra il disonore e la CIOLLA: avete scelto il disonore e avrete la CIOLLA.” (Winston Churcill sulla cessione dei Sudeti al Reich, Conferenza di Monaco 1938)

“Noi vogliamo, per quella CIOLLA che ci arde nei pantaloni, tuffarci nell’abisso, Inferno o Cielo, non importa. Giù nell’ignoto per trovarvi del nuovo”. (Charles Baudelaire)

“Il destino può mutare, la vostra CIOLLA mai”. (Arthur Schopenhauer)

“Una CIOLLA racconta molto più di un volto”. (Oscar Wilde)

 “Ci vogliono CIOLLE a iosa per fare un vizio”. (Gesualdo Bufalino)

“The CIOLLA explodes, shattering the molds” (Zack De La Rocha)

“Toda CIOLLA, toda bellezza” (Roy Paci)

“Non la si vede nei numeri,ma io invito a constatare che la CIOLLA se riflettiamo un attimo è dentro di noi” (Mario Monti)

“There is a CIOLLA  that never goes out” (Morrissey)

“Get into the groove /Boy you’ve got to prove  Your CIOLLA to me” (Madonna)

“La CIOLLA è  premio di se stessa” (Pietro Pomponazzi)

“Dove c’è CIOLLA c’è casa” (Spot mulino bianco Barilla)

“CIOLLA is my radar” (Damon Albarn, Blur)

“Io ne ho viste CIOLLE che voi umani non potreste immaginarvi, CIOLLE da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto CIOLLE B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutte quelle CIOLLE andranno perdute nel tempo come lacrime nella pioggia” (Roy Batty, monologo finale in Blade Runner)

“CIOLLA-ciolla-ciolla-ciolla-ciolla-charmeleon” (Boy George)

“Poscia, più che il dolor, poté la CIOLLA” (Dante Alighieri, Inferno, XXXIII)

“Ormai la CIOLLA  del nostro scontento s’è fatta CIOLLA sfolgorante ai raggi di questo sole di York» (W. Shakespeare)

“L’integrale dei fuggenti attimi è la CIOLLA» (C.E. Gadda)

“Sono sempre stato tale da non lasciarmi persuadere da nient’altro se non dalla CIOLLA” (Platone, Apologia di Socrate)

“Se istruisci un bambino avrai un uomo istruito. Se istruisci una CIOLLA avrai una donna, una famiglia e una società istruita”. (Rita Levi Montalcini)

N.d.R.: Per questo post si ringraziano le menti ispirate che hanno contribuito con il loro alto ingegno e la loro infaticabile applicazione alla compilazione e catalogazione di ciascuna di queste epigrafi. Non scriverò i vostri nomi, poiché sono incisi sulla mia ciol… ehm sul mio cuore.

Cosa fai a Siracusa quando piove?

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1.Piove con una intensità tra il debole e il medio, tu:

A) Telefoni immediatamente a tutti i tuoi cari per sapere se sono al sicuro

B) Prendi la macchina ed esci senza motivo: così, tanto per incasinare la città

C) Vai al supermercato e fai incetta di generi di prima necessità nel timore di un imminente nubifragio

D) Tiri fuori dall’armadio la tuta che ti regalò Messner di ritorno dalla spedizione in Antartica e ti chiedi se sia questa l’occasione giusta per indossarla (propendendo più per il sì che per il no)

E) Chiami l’Enel e protesti preventivamente (tanto lo sai che da lì a qualche minuto toglieranno la luce)

F) Entri (da notarsi l’uso transitivo del verbo) le robbe stinnute

2. Piove con una intensità da medio a forte, tu:

A) In preda al terrore, corri al cinema, ma entri in sala solo a film iniziato, in modo da poter godere del conforto della presenza di sconosciuti senza dover mostrare loro la tua paura.

B) A chiunque ti chieda di uscire, notifichi con una certa perentorietà che non intendi avventurarti all’esterno per almeno tre giorni a partire da quando scampa (da notarsi che in siracusano la voce verbale per indicare il cessare della pioggia coincide con quella italiana per lo scampato pericolo).

C) Con la tipica esaltazione da burrasca sul volto, esclami Talé cchi mmala sirata, e gongoli al pensiero di poter guardare la ghigliottina in tv senza per questo doverti sentire un nanno.

D) Ponderi vantaggi e svantaggi di un simile acquazzone per il giardino della tua villetta di Fontane Bianche, anche se del giardino non te ne è fottuto mai un cazzo e ormai da decenni le ortiche hanno preso il sopravvento.

E) Tremi al pensiero di quando tua moglie scoprirà che non sei andato da Accarpio o da Floresta a comprare il telo di plastica trasparente per coprire le robbe stinnute di cui alla domanda precedente

F) Chiami anche tu i pompieri, come migliaia di altri concittadini, non per reale necessità, ma per il semplice gusto di intasargli il centralino chiedendo cose come: “Ma vi sta chiamando tanta gente? E che cosa è successo?”

3. Pioviggina per circa tre minuti e poi smette. Il cielo è tuttavia ancora grigio. Tu:

A) Ammazzi a tumpulate tuo figlio perché è uscito con lo scooter ed è caduto, nonostante tu gli avessi raccomandato di non farlo perché con questa pioggia le strade diventano saponetto

B) Fai leva e metti col K-way (meglio noto in città come cappa uei) da 3 euro del Decathlon fino a quando la lampo non si inceppa (del resto lo hai comprato 3 euro al Decathlon) e rimani a squarare come una scimmia avvolto nella plastica

C) Esci immediatamente a cogghiere crastuna

D) Bestemmi tra te e te perché volevi uscire a fare spacchio con la moto BMW (di cui riesci a pagare le rate solo grazie alla pensione con accompagnatore di tua zia che – sebbene morta nel lontano ’76 –  continua ad abitare con te sotto forma di salma impagliata).

E ) Attribuisci all’introduzione dell’euro la causa del cattivo tempo (come del resto fai con qualsiasi altra cosa scateni il tuo malcontento)

F) Telefoni a tua madre e le chiedi se stasera ti fa trovare pronto il macco o altra minestra a base di legumi, perchè ‘cu ‘stu friddu sape cchiù bella

4. Piove a fortissima intensità, ma solo per dieci minuti. Alla prima schiarita, tu:

A) Esci con addosso tutto il guardaroba invernale acquistato da Papini già a metà luglio.

B) Prendi lo scooter e percorri a 160km/h la via Elorina e/o il viale Ermocrate sperando di cadere a causa di una buca e poter essere risarcito dal comune.

C) Convogli l’acqua piovana della grondaia in un apposito bottiglione, al fine di utilizzarla per il ferro da stiro (ed evitare così le incrostazioni calcaree derivanti dall’acqua di rubinetto, oltre che risparmiare sull’acquisto di flaconi di acqua distillata)

D) Ti rechi con i bambini all’incrocio tra via Arsenale e Viale Regina Margherita, all’altezza del Corbino, per ammirare la potenza del torrente in piena e insegnare ai pargoli l’arte della pesca al muletto di fogna.

E) Ti godi la quiete dopo la tempesta, del tutto conscio che dopo il breve acquazzone si ietta ancora cchiu cauru i prima

F) Ti ritieni molto fortunato a vivere nella tua soleggiata cittadina, e compatisci i settentrionali (o più estesamente i continentali) perché assai più esposti di te alle intemperie e alla natura matrigna.

Risultati

Maggioranza di risposte A : Siracusano Base 
Possiedi alcuni dei requisiti necessari ma la tua formazione è ancora incompleta. Forse sei ancora molto giovane, oppure ti sei trasferito qui dalla provincia. Comunque sei sulla buona strada.  Sintomo: non esci MAI senza prendere la macchina
Maggioranza di risposte B : Siracusano Tipo
Sei  già oltre i comportamenti base del Siracusano e stai per diventare la mina vagante (nella pioggia) che renderà la vita impossibile ai suoi concittadini. Sintomo:parcheggi solo a distanze  di metri 1 dalla destinazione.
Maggioranza di risposte C: Siracusano Medio
Sei un modello decisamente superiore ai precedenti, e molto, molto accessoriato. Sintomo: gli amici telefonano a te per sapere se in quel locale c’è gente conosciuta.
Maggioranza di risposte D: Siracusano sotto la media 
La tua è una distorsione peggiorativa del profilo C: sei come lui, però un po’ più scarso a piccioli e senza firme addosso. Sintomo: vai al campo tutte le domeniche.
Maggioranza di risposte E: Siracusano nel midollo
Le uniche speranze che hai sono riposte in un trapianto e in un donatore che venga da fuori. Vivi contornato di amici che non distingui perché avvolti in un manto confuso di giacche belstaff bianche e scarpe hogan. Sintomo: sei iscritto al circolo unione.
Maggioranza di risposte F: Siracusano Olimpico
Appartieni al Gotha di questa città. Ti riunisci in segreto con pochi eletti per decidere quale locale deve essere affollato, quale invece deve andare deserto, e dove si va a ballare questo capodanno. Sintomo: saluti tutta la città con due baci al sivo sulla guancia.
Maggioranza di risposte G (anche se non c’erano domande G): Siracusano di riflesso
Non sei nato a Siracusa. Sei qui perché la tua zita o tuo marito è di Siracusa. Ci stai provando, a vivere qui, ma, come dire, ti mancano le basi. Sintomo: NON suoni il clacson prima che scatti il verde.
Maggioranza di risposte H (anche se non c’erano risposte H): Siracusano Smarrito
Vieni dalla Germania o dall’Olanda, hai affittato una macchina senza navigatore satellitare e ti sei ritrovato per sbaglio a Corso Gelone mentre cercavi di andare a Modica. Sintomo: ti affidi senza esitazione alle indicazioni deliranti dei cartelli stradali siracusani.
Maggioranza di risposte I (anche se non c’erano risposte I): Siracusano immemore
Sei andato via da Siracusa quando ti sei iscritto all’università, e da allora ritorni solo per le feste comandate. La tua Siracusa è un idillio reso dolcissimo dai ricordi del liceo. Sintomo: nel segreto della cabina elettorale, voti lega.
Maggioranza di risposte L (anche se non c’erano risposte L): Siracusano livoroso
Vivi a Siracusa, ma la odi. Volevi andare a vivere lontano, ma alla legione straniera ti hanno scartato perché avevi 9/10 di vista e ora fai il pendolare con Rosolini. Sintomo: se prendi una scaffa con la macchina, bestemmi solo ed esclusivamente Santa Lucia.
Maggioranza di risposte M (anche se non c’erano risposte M): Siracusano Pittoresco
Hai tra i 70 e gli 80 anni, ti sei trasferito a Siracusa dalla Svizzera perché ti è sembrata una città bellissima per viverci da pensionato. I siracusani ti deliziano come gli insetti deliziano un entomologo.Sintomo:non riesci a pronunciare correttamente il pronome personale iddu

Fare tutto senza fare niente: Santa Lucia e la via siracusana allo stare al mondo

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Esiste una forma siculosudorientale del vivere. Si ricava per sottrazione: prendi una persona viva, le togli le azioni e ottieni un siracusano. Detta così suona come un’astrazione teorica, e in parte lo è, ma è soprattutto una sedimentazione culturale, che sfocia in un atteggiamento visibile a occhio nudo.

Lo si può sperimentare con facilità recandosi in una sala da ballo a sud di Catania nel bel mezzo di un sabato sera.

La cosa non riguarda certo i rave party o le feste a base di alcol e vari prodotti anfetaminici, dove la componente chimica ha la meglio su qualsiasi retaggio antropologico, ma quei posti che di solito sono meta del divertimento per i cosiddetti sticchi di culo (nel resto d’Italia: fighetti) o per le persone normali (nel senso di non aduse a drogarsi prima di uscire). Andateci e poi ditemi se vedete qualcuno ballare.

Il piacere per cui il siculo sudorientale è disposto perfino a pagare un biglietto (cosa circoscritta a quei pochissimi eventi per cui le telefonate preliminari volte a censire docu cu canuscemu? non siano andate a buon fine) non ha niente a che vedere con la gioia che viene dal liberare le tensioni danzando, scatenandosi, abbandonandosi al ritmo e sudando. No, non c’entra niente. Il siculo sudorientale va in discoteca per riservarsi la possibilità del godimento supremo.

Sì, perché potrebbe capitare che dentro la discoteca qualcuno balli. E a quel punto lui potrebbe finalmente fare ciò che vorrebbe fare sin da quando ha messo piede lì dentro: indicarlo ridendo e prorompere nel fonema «Talé». In quel momento lui è felice. E la sua felicità si contagia a tutti gli astanti che, come in preda a un raptus collettivo cominciano anche loro a esclamare «Talé», chi a mezza bocca, chi urlandolo nelle orecchie del vicino a causa dei decibel, chi ancora raddoppiandolo o triplicandolo come in preda a una lallazione di tipo compulsivo «Talé, talé, talé».

L’apice del piacere lo si raggiunge se colui che viene additato nell’atto di ballare lo si conosce. Se è un amico di quelli stretti si rischia l’eiaculazione precoce. L’espressione, pur essendo accompagnata da un gesto del dito e da un puntare gli occhi addosso inequivocabili, può risultare ermetica, ed è dunque necessario spiegarla.

Il siculo sudorientale ritiene socialmente sconveniente andare in una discoteca e ballare. Ritiene socialmente sconveniente anche l’atto del divertirsi. Più in generale, ritiene socialmente sconveniente il vivere stesso. La sala da ballo è un luogo deputato ad assolvere due funzioni che nulla hanno a che vedere con le danze: vestirsi «bene», (cioè con addosso abiti che siano la metafora più esplicita possibile delle banconote spese per acquistarli) e «vedere chi c’è». Se balli, o sei «un torpo» (nel resto d’Italia: tamarro, coatto etc) o sei «un pazzo» (definizione che compendia una vasta gamma di tipi umani: dall’eccentrico, al neuroleso, passando per l’originale, il depresso, lo strambo, il pitocco e l’anticonformista. In un’espressione: il diversamente vivo). Oppure ancora «non hai niente che fare».

Quest’ultima è l’epigrafe che il siracusano appone a giudizio tombale su qualsiasi attività venga svolta da chiunque non sia lui. La sera vai a correre per tenerti in allenamento? Sei un pazzo scattiato. Oppure non hai niente che fare. Ti piace collezionare francobolli? Sei un maniaco. Oppure non hai niente che fare. Leggi libri? Sei depresso. Oppure non hai niente che fare. Hai un blog? Sei un folle. E di sicuro non hai niente che fare.

Solo chi non ha niente che fare può permettersi il lusso di attività come andare in palestra, suonare uno strumento, nuotare in piscina, navigare su internet o andare in un cinema che non sia il Vasquez a vedere un film che non sia con Boldi e De Sica in un giorno che non sia il ventisei di dicembre.

Le giornate di un siracusano infatti sono freneticissime. Non c’è tempo per nient’altro che non sia lavorare. I milanesi? Gente che se la mina tutto il giorno. La city di Londra? Un covo di magnacci. L’attività lavorativa vera, quella che non lascia il tempo di respirare, ferve solo tra Ortigia, la Borgata e il Corso Gelone.

Un capitolo a parte riguarda facebook. Se lo accendi, ci trovi tutti i concittadini che conosci, compresi gli emigrati. E se lasci accesa la chat, ti si apriranno mille finestre diverse, ma tutte con dentro la stessa frase di benvenuto: «Mih, ma sempre qua sei? Ma com’è che non hai mai niente che fare tu?». Prima succedeva anche al bar: ci entravi a prendere il caffè e ci trovavi mezza città. Però quello che non aveva niente che fare eri tu.

Facebook ha reso il caffè perenne e la possibilità di additarci a vicenda come nulla facenti è salita ai massimi storici dalla fondazione della colonia greca.

L’essenza della siracusanità consiste in questo fare le cose senza farle. Cioè facendole ma chiamandosi sempre fuori da ciò che si sta facendo. A ballare? Ci puoi andare. Basta che non balli. Su facebook? Ci puoi stare. Però di passaggio.

Non è tanto che i siracusani imitino la vita senza viverla. È più che altro che riescono a viverla svuotando le azioni della loro essenza. Scavano via la polpa con un cucchiaino e poi si infilano nel guscio per ripararsi dagli sguardi altrui. È una cosa antica.

Per rendersene conto basta andare alla festa di Santa Lucia.

È l’unica festa patronale in tutta la Sicilia (e forse in tutto l’universo) in cui non succede niente. A Catania si vestono tutti di bianco, urlano, corrono spingendo un carretto in salita, cantano, preparano le candelore per settimane. Nei paesini, perfino in quelli minuscoli, la celebrazione religiosa è preceduta o seguita da eventi collaterali tipo concerti, giochi, giostrine, fiere. A Siracusa niente. Una processione. Silenziosa. E basta. L’unico imperativo è che ci devi essere. E per le donne che ti devi mettere la pelliccia.

Questo ha spinto illustri e acuti commentatori forestieri a un grande fraintendimento. Si è letto su guide e libri che si tratta di una delle feste più sobrie ed eleganti d’Italia, dove prevale la misura e la compostezza. Non è vero niente. Il vero motivo per cui la festa di Santa Lucia si svolge in questa piacevole atmosfera di moderazione è che se qualcuno intonasse un canto, partisse con un’invocazione o sparasse un mortaretto il resto della popolazione lo prenderebbe per pazzo. Oppure per uno che ha non ha niente che fare.

Da tutto questo, la festa ci ricava una cosa davvero stupenda. Nel silenzio dei fedeli che strisciano i piedi scalzi in processione, l’urlo atavico «Sarausana è» – riservato solo e soltanto a chi abbia la potenza vocale adatta, il timbro giusto e l’ispirazione altissima – tocca davvero le corde di un senso di appartenenza molto profondo. E riesce a entrarti così dentro proprio perché il contesto di calma e di inattività lo fa risaltare con potenza. Ogni volta che senti quel grido, ti viene da pensare che magari a Siracusa basterebbe questo: che una volta, qualcuno, un pazzo, oppure uno che non ha niente che fare, in un momento che non sia la festa di Santa Lucia, si mettesse a urlare qualcosa nel silenzio. Allora forse la città uscirebbe dall’incantesimo millenario e comincerebbe a vivere.

Considerazioni postprandiali a margine, pensate ma non dette, e ora scritte come se fossi Francesco Piccolo.

Inserito il



Bevo il caffè solo nel latte e solo la mattina. Oppure dopo un pranzo di nozze o altro pranzo luculliano. Dopo mangiato, nel senso di dopo un pranzo fuori, pur non volendo il caffè, ho però come un’urgenza di andare al bar. Cioè, non è che me ne posso tornare a casa e basta, no. Prima devo andare al bar. Forse è perché è una cosa che ho sempre visto fare in famiglia e m’è rimasto l’imprinting, però è così: dopo pranzo voglio andare al bar. Senza bere nessun caffè. Quando siamo un gruppetto, spero sempre che ci sia qualcuno che vuole un caffè dopo pranzo, così posso andare al bar pure io e non ordinare niente (tanto c’è lui o lei che prende il caffè, e io ho raggiunto il mio obiettivo di fine pasto, che è rispettare la tradizione di andare al bar). In effetti, l’imprinting prevede quest’andata al bar dopo un pranzo fuori come corollario di un’altra regola tradizionale: il caffè, nella mia famiglia, nessuno lo prende mai nello stesso posto dove ha pranzato. Se viene il cameriere e chiede “vi posso portare un caffè?”, ho sempre sentito rispondere “no, grazie, siamo a posto così”, come se davvero loro il caffè dopo pranzo non lo prendessero. Invece appena se ne va il cameriere, dicono sempre con tono cospiratorio: “ora il caffè ce lo andiamo a prendere al bar”, con un sorriso complice sul volto. Ecco, a me m’è rimasta questa cosa del volere andare al bar, senza però il desiderio del caffè, che dovrebbe invece costituire la scaturigine del volere andare al bar. Non solo. I cromosomi hanno fatto sì che elaborassi una strategia che fosse contemporaneamente evolutiva (cioè mi consentisse di non estinguermi per eccesso di caffeina) e conservativa (cioè mi consentisse di tenere fede alle tradizioni). Consiste nell’andare al bar, avvicinarsi al bancone dei caffè, voltarsi verso la cassa, poi simulare un atteggiamento tipo “per il momento c’è troppa ressa, aspetto un po’”, e dirigersi verso il tavolino o il poggiariviste, oppure posizionarsi anche sulla parte libera del bancone, e andare avanti così per circa un quarto d’ora senza ordinare niente. Al bar dell’Isola o al bar Cristina è anche possibile sedersi su uno dei tavolini fuori, COME SE stessi aspettando di poter ordinare un caffè che in realtà proprio non vuoi. In questo modo si può andare al bar come rito prevede, senza però essere costretti a ingerire qualcosa di cui non si avverte desiderio.A spingermi verso il bar dopo un pranzo festivo c’è anche un altro sottile, sottilissimo piacere. Vedere gli uomini (le femmine non ci sono quasi mai) che in un dopo pranzo di domenica, si accalcano sul bancone, si scottano le labbra e soffiano sopra la tazzina, oppure che sgomitano un po’ per arrivare alla bustina di zucchero, tutti in piedi, tutti vicini, tutti a celebrare la fine di una festa che si sperava non finisse, e che si tenta di prolungare artificialmente con questa specie di tempo supplementare che è il caffè al bar. Questa cosa del non volere il caffè si somma a un secondo imbarazzo relativo alla situazione bar. Per me, e qua in Sicilia credo non solo per me, andare al bar significa praticamente solo una cosa: caffè. Fino a tempi molto recenti, io non ho mai sentito uno che dentro un bar ordinasse cose che non sono caffè, che so, tè, spremute, aranciate etc. E in generale, anche ora che le bevande alternative al caffè si sono imposte sul mercato locale con dignità almeno teoricamente pari a quella del caffè, quando si ordina qualcosa che non è un caffè dentro a un bar che vende prevalentemente caffè, si ha come il timore di essere preso per puppo. Il barista e gli avventori ti trasmettono una sensazione di sospetto che emana dallo sguardo e da tutto il linguaggio non verbale di cui sono capaci.  Il fatto è che capita spessissimo, si usa proprio un sacco, di sentirsi invitare al bar a prendere qualcosa, nei momenti più diversi della giornata. Quindi quando vai al bar perché ti ci hanno portato, e non vuoi ordinare un caffè, è difficilissimo venirne fuori in maniera dignitosa. Il tè non mi piace e mi fa pensare a quando sono malato di stomaco e per sostentarmi mi tocca berlo con le fette biscottate. La camomilla, che mi piace, mi pare ridicola e massimamente puppigna. La spremuta va bene solo di mattina perché poi butta pesante. La coca cola fa male (e poi è pei picciriddi). Con l’acqua tonica acchiana l’acido. La birra ti classifica come alcolizzato. Di solito me la cavo con l’acqua frizzante. Aggiungo “frizzante” per fare vedere che sono uno che sa stare al mondo e godersi la vita, insomma per non sembrare quello che entra in un bar e ordina solo un bicchiere di acqua perché non vuole il caffè. Muovendo dal particolare all’universale, bisogna quindi ritenere che posti come le “cioccolaterie”, le “sale da tè”, le “tisanerie” siano in realtà dei bar camuffati. In pratica, questi bar ribattezzati ricettano tutti quelli che non vogliono un caffè e comprensibilmente non hanno il coraggio di ordinare qualcosa che non sia caffè dentro a un bar. Perché ci si sia potuti sentire liberi di entrare in un bar e non ordinare un caffè, c’è stato quindi bisogno di cambiare le insegne e coniare dei neologismi. Sembra una cosa da niente, ma è gattopardismo reverse. Abbiamo cambiato il nome ai bar per poter fare una cosa che si poteva fare anche al bar ma che avrebbe snaturato il bar nella sua funzione, se la si fosse fatta al suo interno. È come se esistesse un paese con la regola non scritta che in un cesso si può cacare ma non si può contemporaneamente anche leggere il giornale. E che alla fine, la popolazione, per venirne fuori, s’inventasse delle edicole dove si può anche cacare. Ecco, noi mutiamo in parallelo e non in serie. In tempi di globalizzazione, non mi pare poco. Si aggiunge e non si perde niente.Per contro, ci becchiamo la ridondanza che questo tipo di mutazione comporta. Il principio secondo cui è tutto più comodo e più facile se lo si fa nello stesso posto, ossia il principio cardine del Centro Commerciale, si afferma lo stesso, è vero. Ma a fatica. Lotta contro un genoma che ci rende più simili ai cinesi e agli arabi che agli americani o agli inglesi. Per noi isolani, il piacere sta nelle PICCOLE differenze. Siamo capaci di fare decine e decine di chilometri in più per QUEL gelato o QUEL cannolo che solo in QUELLA pasticceria è fatto in maniera diversa che nelle altre. Nessun altro essere umano, neanche un redattore della Settimana Enigmistica, noterebbe con tanta facilità e immediatezza le minuscole, eppure significative, differenze nel grado di bontà di questo o quel prodotto rispetto a un altro, identico in tutto e per tutto (nella forma e nella sostanza, ma non nella qualità). Un americano, un tedesco sarebbero forse anche loro disposti a percorrere migliaia di chilometri per un cannolo. Ma non per QUEL cannolo. Un cannolo è un cannolo. E forse non è neanche troppo diverso da un altro dolce, chessò, da un cannolicchio. Per noi, in una guantiera di cannoli, ce ne saranno al massimo due buoni, e gli altri, pur identici, saranno da scartare. Perché quindi aggregare più esercizi commerciali in un unico polo? Il rischio che lo si usi per UN SOLO negozio e poi ci si rivolga ad altri dieci diversi per completare la spesa è altissimo. Siamo fatti così. E infatti, qui, centri commerciali aperti sì e no un lustro fa tendono a chiudere. E il nostro Mc Donald è l’unico al mondo in cui, con venti persone dentro tutto il locale, c’è da aspettare mezz’ora per un panino. Basta stare in coda per capire perché: vogliamo tutti lo stesso big mac, ma ognuno con una cosa in più o in meno (oppure con una in più e una in meno). Lo vogliamo uguale a tutti gli altri big mac, ma con una piccola differenza. Per noi è quasi inconcepibile che esista un posto in cui si fa la stessa cosa per tutti. Figurarsi se riteniamo possibile che ci sia un unico posto che faccia tutto per tutti. Questo il CEO di una multinazionale non lo capirà mai (o forse lo ha capito molto meglio di noi) eppure è una cosa talmente evidente che la si vede già dal fatto che il bar va bene per il caffè, ma non per la cioccolata o il tè o il gelato. Siamo pleonastici. Ci piace che di una stessa cosa ci siano mille varietà. Tendiamo a non disfarci di nulla, ma semmai ad accatastare: accanto al bar, che fa il caffè, apriremo una gelateria, che fa il gelato. E magari sarà lo stesso proprietario del bar, ad aprirla. E poi apriremo un centro commerciale dove fanno il caffè, il gelato e pure il tè. Ma di questo centro commerciale ci piacerà solo il tè. E il gelato andremo a prenderlo dal gelataio accanto al bar, che fa il caffè che ci piace. C’è da scommettere comunque che i bar sopravviveranno a questa logica, così come sono sopravvissuti a mille altre rivoluzioni nei secoli. I bar che fanno il caffè e basta sono semplici. Nella scala evolutiva, sono come gli insetti. Gli insetti c’erano anche ai tempi dei dinosauri. Oggi i dinosauri non ci sono più, e invece gli insetti ci sono sempre, tali e quali. La rivalsa di questo tipo di entità è sempre reazionaria. Pur rimanendo immutate nella loro elementare struttura, si adattano al nuovo, e trovano armi per sconfiggerlo. Cioccolaterie, sale da tè etc. potrebbero quindi facilmente essere destinate a soccombere per un fenomeno che costituisce invece la linfa su cui i bar hanno da sempre prosperato. Il Signorìo: offrire un caffè al bar è un gesto di un’eleganza sopraffina. “Vieni che ti offro un caffè”, oppure “Amunì, pigghiamuni ‘n cafè” (rivolto a ben più di un amico, anche sei o sette) e poi mettere subito mano al portafogli, ti fa apparire sia generoso che viveur. Con costi molto contenuti. Al massimo hai speso qualche euro e hai fatto la tua porca figura. Se entri in una cioccolateria, tisaneria, sala da tè etc., sei costretto invece a misurartela. Molto. Fai lo smargiasso e ti ritrovi a scucire banconote su banconote. La crisi economica potrebbe quindi essere l’equivalente del meteorite per i dinosauri, e sterminare in un colpo solo megastore e sciccherie varie. Lasciandoci nelle orecchie il ronzio di una macchina da caffè professionale. In tutto simile a quello di un insetto.