Feed RSS

Archivi categoria: minchiatone

Cuffiette

Inserito il

john-o-brien-man-running-along-the-beach-listening-to-a-sea-shell-with-earphones-new-yorker-cartoon

Ieri ho fatto una cosa che non faccio mai: sono andato a correre con le cuffiette.

Quelli che corrono con le cuffiette secondo me sono scarsi.

Ma non scarsi a correre, possono pure essere velocissimi, ci sono addirittura professionisti che corrono con le cuffiette, quindi definirli scarsi è un errore: diciamo che hanno un rapporto scarso con la corsa.

Quando con la corsa hai un rapporto sano le cuffiette non ti servono a niente, manco ti vengono in mente: stanno dentro a un cassetto, tutte arrotolate attorno al lettore mp3 e già è assai se ti ricordi dove le tieni.

Uno che corre perché gli piace correre non si vuole distrarre: vuole sentire il respiro, il rumore delle scarpe che cambia a seconda della superficie, asfalto, sterrato, buche, avvallamenti, asciutto, bagnato, pozzanghera, quanti appoggi? passo lungo, passo stretto, discesa, salita.

Ma non è solo una questione di suoni, perché a dire la verità ai suoni non ci fai molto caso, come del resto non fai caso quasi a niente (se non alle macchine che tentano deliberatamente di ucciderti): sei troppo impegnato a soffrire per notare qualcosa che non sia la tua sofferenza.

Con questo non voglio sostenere che uno a cui piace correre sia un masochista, perché anzi secondo me è vero l’opposto: uno a cui piace correre (senza cuffiette) cerca, se non proprio la pace, almeno la sospensione del dolore.

La corsa in questo senso è oltre Leopardi: l’unico modo per annullare tutte le sofferenze (piccole e grandi: preoccupazioni, pensieri, ansie, nevrosi, dolori) è farsi assorbire interamente da una sofferenza improcrastinabile. Mentre corri sei fisicamente costretto a non ascoltare nient’altro che il dolore di correre: urgente, immediato, totalizzante. Si piglia tutto lo spazio e il resto è costretto a retrocedere sullo sfondo. Più hai il fiatone, più scompare ogni cosa tranne il fiatone.

Diciamo che intesa così, la corsa è l’esatto opposto dell’estasi: l’estasi è stare fuori da sé per non sentirsi, correre è stare così tanto dentro di sé da sentirsi fino a non sentire altro. Alla fine il risultato è più o meno lo stesso.

Con il vantaggio che  raggiungere l’estasi è una cosa elitaria, ci arrivano quattro monaci, tre bramini, cinque o sei eremiti, uno o due digiunatori (che poi appena la raggiungono muoiono), invece la corsa è alla portata anche di uno che ha solo pensieri terra terra, tipo la bolletta del gas oppure: minchia, mi sono scordato di nuovo la lettiera del gatto.

Le cuffiette con questa pratica ascetica che c’entrano? Niente: fanno rumore di fondo e basta. Un rumore di fondo su cui non riesci nemmeno a concentrarti: la senti di sfuggita, quella musica che sparano le cuffiette, e contemporaneamente ti distoglie quel tanto che basta dall’immersione nei tuoi visceri.

Insomma, secondo me le cuffiette sono il sintomo che stai correndo un po’ come se qualcuno ti avesse costretto a farlo, e allora cerchi di blandirti, di fartela pesare il meno possibile: hai un rapporto scarso con la corsa.

Io in questo periodo c’ho un rapporto scarso con la corsa.

Mi sono fatto quanto un porco e ho smesso di contare i chili in più che ho preso: il peso mi rende più faticoso correre, e questo, stando alla teoria sopra esposta, potrebbe pure essere un bene, ma in realtà non è così, perché il peso ha anche un’altra controindicazione.

Il peso ti rende faticoso non tanto correre, ma l’idea di uscire di casa per correre. Ti tiene la volontà seduta su una sedia e ti comunica costantemente degli impulsi tipo: ciao, siamo la comitiva dei tuoi amici lipidi e ti volevamo dire dai, restiamo qua, dove dobbiamo andare? Si sta tanto bene su questa poltrona.

Ecco, una volta che la volontà s’è ammalata, finisce che apri il cassetto e cerchi le cuffiette come se fossero quelle pillole miracolose della televendita Giorno&Notte.

Io ieri pomeriggio ero così.

Di gente che corre abitualmente con le cuffiette ne ho intervistata un bel po’ (ma le mie sono interviste a tesi preconcetta, quindi valgono poco) e nelle risposte ho trovato la conferma che andavo cercando: un rapporto scarso con la corsa.

La più comune infatti è risultata essere: la musica mi gasa, mi dà la spinta, mi fa da pungolo.

Ma che significa? Che è? Doping?

No, o almeno non in senso stretto, perché il doping influisce sulla prestazione modificando la fisiologia dell’organismo (che poi dipende dal tipo di doping: c’è un tipo di doping che, appunto, ha l’obiettivo di tacitare il sistema nervoso quando invia segnali di fatica, annullare cioè la sensazione di sofferenza – di cui si diceva prima – e dunque alzare la soglia della propria velocità, o meglio della propria resistenza alla velocità).

La musica delle cuffiette, pur non essendo doping, influisce sulla volontà: tu oggi non volevi correre, ma io, nel senso di io musica proveniente dalle cuffiette, sarò il tuo motivatore, ti inciterò a farlo, ti spronerò e farò in modo che tu riesca a completare l’allenamento.

‘Sta musica delle cuffiette quindi è più che altro un imbonitore: ti fa comprare una cosa che non ti volevi comprare (tipo la televendita delle pillole Giorno&Notte), e finisce che di fatto ti ritrovi a fare una cosa che non ti andava di fare, cioè correre.

Questo penso io quando incrocio uno che sta correndo con le cuffiette: egli non voleva correre ma s’è fatto infinocchiare dalle cuffiette. E mentalmente gli dò dello scarso (nel senso di scarso che ho spiegato prima).

Allora ieri mentre tiravo fuori le cuffiette dal cassetto m’è un poco ghiacciato il sangue e ho pensato: e se poi mi incrocio mentre corro e penso di me stesso che sono scarso? Ma per non sentirmi troppo pazzo, ho modificato il pensiero in: e se poi incontro uno con le mie stesse fisime che mi prende per scarso a causa delle cuffiette?

Stavo per togliermele dalle orecchie quando mi è venuta l’idea geniale di applicare un correttivo: mi metto una maglietta della Roma-Ostia, o della Stramilano, così vedono tutti che ho corso una gara, e quindi non sono il corridore del sabato che uno di solito s’immagina quando incrocia uno con le cuffiette.

M’è sembrata talmente una buona idea che per diversi chilometri ho incrociato gente che correva priva di cuffiette senza farmi prendere dal panico.

Poi però a metà percorso è subentrato un pensiero devastante: aspetta un momento, mi sono detto, le cuffiette si vedono subito, è un colpo d’occhio, invece la scritta sulla maglietta la devi leggere, ci vogliono secondi interi. E chi è che si mette a leggere le magliette quando incrocia qualcuno? Io non le leggo mai: figurati se mentre mi sto spolmonando mi metto là a decodificare quelle scritte tutte arzigogolate, metà logo e metà lettera, di quei colori fluo che solo a vederli viene voglia di girare la testa dall’altra parte.

Alla fine mi sono dovuto rassegnare: da oggi tutti sapranno che il mio rapporto con la corsa è in crisi.

Devo dire che quando questa consapevolezza s’è fatta robusta, l’allenamento è diventato più piacevole: potevo rallentare quanto volevo, tanto che sono scarso era ormai di dominio pubblico, quindi mi potevo pure fare una specie di passeggiata, anzi, se m’andava mi potevo addirittura fermare prima della fine, come fanno quelli veramente scarsi. Buono.

Durante questa salutare e distensiva fase di rallentamento ho incrociato uno con cui correvo quando ancora non ero così scarso da correre con le cuffiette.

Lui è molto più giovane di me, dieci o più anni,  quindi pure se aveva le cuffiette, ho sospeso il giudizio circa la sua scarsezza: magari per le nuove generazioni iperconnesse è diverso.

Non sapevo se ci saremmo salutati o detti qualcosa: questi scambi di battute quando corri sono un poco molesti, ti auguri sempre di non dover fare più di un piccolo gesto con la mano. Quindi avendolo visto abbastanza da lontano ho fatto quello che stava facendo pure lui: ho tenuto gli occhi bassi e ho rinviato la decisione sul dire o meno qualcosa fino all’ultimo momento, quello in cui ci saremmo effettivamente incrociati.

Là mi sono accorto di un gap generazionale e m’è crollata addosso tutta la mia vecchiaia.

Le cuffiette in pratica ti dicono quanti anni hai in un modo molto empirico: se sei vecchio, quando qualcuno all’improvviso ti dice qualcosa, te le togli dalle orecchie con le mani. Fai questo gesto analogico e primitivo di estrarre gli auricolari dalla cavità per sentire cosa ti sta dicendo il mondo esterno. Se invece sei giovane sfiori semplicemente un bottone e non ti togli niente.

Lui infatti non s’è tolto niente, io invece mi sono spogliato le orecchie.

Abbiamo cincischiato qualcosa nel mezzo secondo che è durato il nostro incrociarci, e mi sono accorto che pure lui era sovrappeso e pure lui andava lento: le cuffiette valgono pure per le nuove generazioni, ho pensato tutto soddisfatto della mia cartina di tornasole.

La cosa mi ha consolato e per qualche altro chilometro ho ritrovato serenità. La musica delle cuffiette me la sono quasi goduta.

Poi mi sono fermato a fare stretching sulla terrazza del Monumento, e ammetto che le cuffiette le ho quasi benedette.

Perché sublimavano una vista già di suo magnifica: il mare di ottobre, mosso a scirocco, l’aria calda, umida e impicchiusa in cui ogni tanto coglievi un’improvvisa folata di gelo, risultavano amplificate dalla struggente melodia dei primi Radiohead scelta a caso dallo shuffle.

Ho indugiato nello stretching come non mai. Un po’ troppo, però.

Perché rapito da questo connubio di visione e ascolto, di botto m’è tornato in mente il ragazzo che avevo incrociato. E ho pensato: ma io alla fine non ci ho fatto caso alla maglietta che aveva, ho notato solo le cuffiette. Quindi di sicuro anche lui ha fatto lo stesso e io adesso ai suoi occhi sono scarso senza possibilità di redenzione. E pure vecchio, ché mi sono tolto gli auricolari con le mani.

M’è venuto l’istinto di lanciare le cuffiette in mare per non avere più la tentazione di usarle in futuro. Però la canzone stava dicendo che she looks like the real thing/she tastes like the real thing/ in my fake plastic/love e allora ho pensato che se sei scarso è anche giusto sembrarci, scarso, altrimenti ti vendi per quello che non sei: a fake plastic tree.

Anche se il titolo di quella canzone io non l’ho mai capito bene: è l’albero a essere fake (finto) perché è di plastica? O è solo la plastica di cui è fatto l’albero a essere finta, e invece l’albero è vero? Nel dubbio, le cuffiette me le sono tenute: but I can’t help the feeling/I could blow through the ceiling/if I just turn/and RUN.

Urania era molto meglio del camioncino

Inserito il

kids n reading

Non è per dire, però c’è uno (un siciliano) che in agosto girerà la Sicilia con un furgoncino (la book car) per portarci i libri.

Lui si chiama Filippo Nicosia e dice che:

«Da Roma in giù, si sa, i promotori neanche ci vanno. I dati di vendita dei libri al Sud sono sconfortanti».

Ecco, al di là del sostegno che sento di dover dare all’iniziativa, mi sono cominciato a chiedere delle cose e alla fine sono arrivato alla conclusione che io, per fare leggere la gente, forse assumerei l’atteggiamento opposto a quello del camioncino. Nel senso:

ma se uno non vuole leggere, ma perché gli devono scassare la minchia?

Lo so che sembra una scemenza, però oggi ne parla Elena Stancanelli su Repubblica e l’altro ieri ne hanno parlato a Fahreneit (un sacco di gente che voleva mandare libri a Lampedusa perché “le isole hanno bisogno di libri”), e a me pare che quando se ne parla ti parlano come al bambino che non vuole mangiare gli spinaci, ti dicono che leggere fa bene, ti conviene, ti serve a questo e quello, quindi ora per favore apri bene la mente e inghiotti senza sputare.

E va bene, ho capito, ma pure fare sport fa bene, conviene, migliora la vita, la salute, però io un quacchero che gira col camioncino attrezzato per convincerti a fare un’ora di corsa o di nuoto ancora non l’ho visto.

Quindi forse ci dobbiamo solo mettere d’accordo su questa cosa: leggere cos’è? È un piacere o un dovere? Perché i piaceri è inutile predicarli, io non l’ho mai visto un imbonitore o un predicatore di piaceri, quelli che predicano di solito si flagellano con il cilicio, per i piaceri non c’è bisogno di prediche, i piaceri si predicano da soli, non è che ai piaceri uno ci si deve convertire. Sono i doveri che vanno predicati.

In Italia pare che leggere sia un dovere: bisogna leggere, è importante. E infatti nell’articolo di Stancanelli ci sono frasi che un po’ fanno venire in mente una medicina e un po’ fanno pure  paura:

«Se la gente non va dai libri, saranno i libri ad andare dalla gente”. [Io però se un libro si presenta a casa mia manco gli apro. Metti che poi mi vuole vendere un enciclopedia].

«Da Therese [una libreria di Torino, racconta Ferraris, il proprietario] le persone entrano e parlano, chiedono e ricevono consigli. Li aspettiamo, ma ogni tanto li andiamo anche a cercare con la nostra book car». [Cioè questi qua si sono organizzati con una specie di ronda per il rastrellamento: se non ti consegni spontaneamente, ti vengono a prendere fino a casa] .

Che poi secondo me è sempre in base a questo atteggiamento del “mangia che ti fa bene” – che quanto più lo si nega (prospettando le iniziative sulla lettura come “divertenti”, “curiose”, “originali” ) tanto più lo si rafforza (solo le cose noiose hanno bisogno di camuffarsi da cose accattivanti) – che gli scrittori poi si convincono di essere in missione per conto del bene e si arroccano su posizioni di una supponenza antipaticissima, tipo quella che hanno preso in coro sul talent show sullo scrivere previsto dalla Rai per il prossimo novembre.

Lo scrittore – che è il corrispettivo speculare del lettore, perché è noto che chi legge molto prima o poi a scrivere ci prova- pensa sempre che oltre a scrivere deve “fare pensare”, “dire qualcosa”, impegnare ed essere impegnato: pensa insomma che scrivere sia sempre e comunque più “arte” di qualsiasi altra arte, perché, per dire, pure il canto è un arte, ma nessun cantante si indigna se fanno un talent show sui cantanti (o sì?).

E infatti che succede? Che non legge nessuno. Perché è una tristezza.

Lo scrittore italiano o fa le ” belle lettere” , oppure cerca il risvolto sociale, la critica al vivere contemporaneo, insomma fa “l’anima bella” che si contrappone al vivere orrendo dei suoi tempi: lui su una rupe, a difendere se stesso e i suoi lettori dalla barbarie, e gli altri, in preda ai roghi e ai saccheggi dell’ignoranza.

E così scompare l’intrattenimento puro, la letteratura di genere e quella d’evasione, che è l’unica che potrebbe portare la gente (forse addirittura perfino i siciliani) a leggere senza  bisogno del camioncino.

Invece se parli con un  qualsiasi “lettore forte” (che di solito è sempre lì lì per diventare uno scrittore),  quello si dice disgustato da chiunque venda libri e abbia un minimo di successo. Camilleri? Puah, scrive gialli, orrore. Lucarelli? Oh schifo, vende copie a migliaia. Fabio Volo? Piace alle casalinghe, sei pazzo. Faletti? Ma è un comico, che dici.

E allora, scusate, ma la gente non solo deve leggere, deve pure leggere quello che dite voi? Stando a Filippo Nicosia, il libraio itinerante, parrebbe di sì:

«Ho chiesto alle piccole case editrici, minimum fax, marcos y marcos [che ormai, poi, chiamale piccole…] la Nuova Frontiera, Nutrimenti, Due Punti, l’Orecchio Acerbo, Voland e tutte le altre che sto dimenticando…- di poter scegliere. Così quando mi fermerò nelle piazze, venderò solo libri che mi piacciono [cioè io mi devo comprare non un libro che piace a me,  ma un libro che piace a te?] e saprò raccontarli meglio».

Non è che possegga dati particolareggiati in merito, ma pare che in parecchi paesi europei (Germania e Inghilterra su tutti) si legga molto più che in Italia.

E infatti basta farsi un giro sulla metropolitana di Londra per accorgersi che quasi tutti hanno un libro in mano.

Ora, a parte il fatto che abitando in un punto molto a sud ho potuto constatare come, man mano che si sale, la lettura diventa sempre più uno schermo (a Roma, per dire, nella metro la gente parla, pure abbastanza ad alta voce, a Milano già si parla molto meno e fanno la comparsa i giornali, mentre da Parigi in su si “legge”, nel senso di certi tomi enormi: come a dire, cerco di non guardare nessuno, di farmi più che posso i fatti miei, mi metto le cuffie e apro l’e-reader. Infatti chi altro legge un sacco? Le coppie che hanno appena litigato. E non può essere un caso. Gli ziti, i mariti con le mogli,  dopo che se ne sono dette un sacco, allo scopo di non cacarsi per un poco di tempo, leggono: si aprono un giornale o un libro a testa perché così riescono a restare nello stesso posto senza parlarsi. Quello dell’isolarsi è uno dei tanti aspetti della lettura, che può essere buono come cattivo, eh, perché d’altra parte anche chi sta in rete tutto il giorno praticamente legge tutto il tempo, e non mi pare un campione di umanità da prendere a modello).

Comunque se uno sbircia anche solo le copertine si capisce benissimo cosa leggono a Londra e a Berlino: libri fatti per essere venduti e letti, come quelli di Fabio Volo o di Moccia da noi. Solo che là nessuno si indigna se Bridget Jones fa sei milioni di copie e Julian Barnes no: sono due campionati diversi, ognuno gioca il suo, come è normale che sia.

Così a me viene il dubbio che in Italia si legga meno che altrove perché altrove sono più bravi di noi a farsi leggere anche da chi non è un “lettore forte”.

Qua appena sconfini (Saviano, per dirne uno, è ormai bersaglio di continui sarcasmi e di una diminutio a oltranza: ha superato abbondantemente e da subito la cerchia dei lettori forti e si è fatto leggere e comprare da molte più persone, e questo immediatamente lo ha squalificato presso quella comunità “impegnata” dalla quale in origine proveniva) sei bollato: perché sotto sotto l’intrattenimento è sempre un po’ malvisto, è sinonimo di scimunitaggine.

E così arriviamo allo sdegno per il talent.

Cos’è un  talent? Un talent è uno spettacolo. Non c’entrano Dostoevkj o Proust: c’entra che chi scrive può anche non essere diverso da chi canta o da chi suona, e magari lo fa per puro diletto. Non è che  scrivendo per forza uno vuole fare l’arte o la letteratura. Non è che può scrivere solo chi pensa di stare dando al mondo qualcosa che lo migliorerà. Magari c’è pure qualcuno che vuole solo intrattenere se stesso  e magari riuscire anche a intrattenere qualcuno. Come chi canta una canzone o balla dalla De Filippi. Cos’è quest’aura di sacralità dello scrittore, questa presunta superiorità  rispetto a tutto il resto, che fa indignare sul talent come se fosse vilipendio alla più nobile delle arti? Vilipendio a che? Al cliché dello scrittore che si chiude in una soffitta e la notte ispirato dalle muse compone con la penna d’oca? Ma non è una minchiata? E non c’è una presunzione enorme nel vedersi così, scrittori e lettori, membri del club dei colti e degli artisti?

Scrivere o leggere non significa essere tutti parenti di Shakespeare. Scrivere è anche come cantare una canzone. Le canzoni sono tante, per tanti gusti: puoi cantare Gershwin all’opera e puoi cantare pure Gianni Celeste sotto la doccia, dipende dai contesti e da cosa ti va o ti riesce di fare.

Se magari ci si scrolla di dosso quest’idea orribilmente paludata dello scrittore artista, magari arriveremo prima o poi ad accettare l’idea dello scrittore intrattenitore. E secondo me a quel punto la gente sì che comincia a leggere, altro che camioncino.

Altro che onorevole o cittadino

Inserito il

cartoon5604

A Radio Tre hanno quest’usanza che non riscontro da nessuna altra parte. Per me è così caratterizzante che quando muovo il sintonizzatore per cercare la frequenza so di avere finalmente trovato radio tre proprio da questo. Chiamano gli ospiti per nome e cognome.

A Fahrenheit è un’abitudine su cui si insiste ancora di più che negli altri programmi, però anche a radio tre mondo, a radio tre scienza, a tutta la città ne parla, a piazza Verdi, a radio tre suite non c’è conduttore che contravvenga a questa etichetta. Mi piace un sacco. Immagino che debba essere nato come un espediente tecnico: in tv quando qualcuno prende la parola parte subito il suo nome e cognome in sovrimpressione, e spesso c’è anche scritto chi è, che carica ricopre, per cosa va celebre. Alla radio l’unica possibilità è che il conduttore si rivolga all’ospite chiamandolo per nome e cognome, così chi si è appena sintonizzato ne apprende l’identità e chi è già in ascolto non se la dimentica.

Oltre a essere una cosa utile (metti che il libro che stanno presentando è bello, o che le idee di quella persona ti abbiano colpito: puoi aspettare che il conduttore ripeta il nome e te lo puoi appuntare su un pizzino) è anche un tocco di classe. Va bene, sì, forse c’è anche un po’ di affettazione in questa pratica, però in fondo, anche se fosse, è uno di quei vezzi così sobri che se non ci stai attento neanche te ne accorgi.

Certe volte sembra proprio che usino il vocativo delle declinazioni latine, una preghiera a tutti gli effetti, e nel caso degli autori o degli ospiti che io adoro fino a venerare, ci sta che è una meraviglia, e anzi io premetterei anche un bell’O tipo così: ci racconti un po’ la genesi dei questo suo ultimo libro, O Antonio Pascale.

Certe altre invece il tono è più da interrogazione scolastica, ma a scuola di solito i professori ti chiamano solo per cognome, e a radio tre invece prima del cognome dicono sempre anche il nome, quindi la tensione è mitigata, quasi sparisce, resta quest’effetto ossimorico di una vicinanza lontana tra conduttore e ospite, che subito si riverbera tra te che ascolti e loro che parlano.

La vicinanza lontana è una cosa che teorizzo da sempre, perché io ancora non l’ho capito se la gente mi piace o non mi piace, nel senso che stare in mezzo alle persone mi diverte e mi rassicura, ed effettivamente mi fa anche avvertire quel calore umano della presenza fisica che tanto ci è dolce e necessario. Però anche mi turba. E allora penso che sì, va bene, stiamo vicini, è bello, mi piace, ma non mi toccare per nessun motivo al mondo perché se lo fai tiro fuori il mio machete e ti sgozzo sul posto. E allora solo il nome sarebbe troppo e solo il cognome sarebbe troppo poco: nome e cognome è perfetto.

Che poi io mi immagino sempre che quelli di radio tre e i loro invitati si conoscano benissimo da un sacco di tempo: è facile che tra intellettuali e cervelloni si frequentino già da una vita, sempre gli stessi. Ci sta che la sera guardino la partita insieme sul divano: forse mangiano addirittura le patatine dallo stesso sacchetto, e magari qualcuno mette i piedi sopra al tavolino e l’altro gli dice ohu, maiale, almeno levati le scarpe prima, e a quell’altro gli scappa un rutto e la moglie gli dà uno scapaccione. Poi però, com’è giusto, in trasmissione, in presenza di me che li ascolto, si danno il lei e parlano come non si fossero mai visti, con quest’aggiunta del nome prima del cognome che è il marchio di radio tre.

Mi spiazza un po’ che sia sempre e solo il conduttore a rivolgersi così all’ospite. Mai nessun ospite ha completato una risposta con un Marino Sinibaldi, un Loredana Lipperini o un Maya Giudici a fine frase. E allora penso: ma non sarà una cosa un po’ da maleducati? Quello ricorda a tutti chi sei e tu invece fai finta che non esiste? Chi ti credi di essere? Invece mi sa proprio di no, e anzi dev’essere specie di gentlemen’s agreement: il padrone di casa di radio tre è sempre un tipo discreto, meno si mostra e meglio si sente, ci tiene proprio ad annullarsi per fare emergere il suo ospite, si capisce anche dal tipo di intervista che fa: non prova mai a fare bella figura con una domanda più appariscente della risposta, come fanno alle presentazioni dei libri in libreria, ma accenna qualcosa giusto per dargli l’abbrivio. E allora questo meccanismo per cui l’ospite risalta col nome e cognome e il conduttore invece non ha quasi identità è funzionale a tutto uno stile, lo stile di radio tre, che magari è un po’ snob o retrò come stile, però è uno stile, è diverso da tutti gli altri, si riconosce, risalta, e non per appariscenza o pacchianeria, ma per sobrietà e understatement.

Chissà che effetto fa agli scrittori o agli scienziati o agli invitati di quei programmi. Chi altro, nella vita, li chiama per nome e cognome?

In generale, per tutti, quanto sono poche le occasioni in cui ci è dato ascoltare il nostro nome seguito dal cognome? Alla visita militare, forse. Per chi ha fatto sport a livello agonistico, prima di qualche gara. All’appello che si faceva a scuola. E anche in queste ricorrenze, di solito l’ordine era sempre inverso: prima il cognome e poi il nome. Alle medie mi ricordo che l’appello era solo per cognome e che per conseguenza pure tra compagni di classe ci chiamavamo solo per cognome: Bandiera, Vivirito, Attardo, Rizza, Scibilia, Giudice. Soltanto quando c’erano due con lo stesso cognome sul registro si aggiungeva il nome di battesimo. In classe mia c’erano due Calvo, e allora se capitava di nominarne uno bisognava specificare quale dei due: Calvo Luigi o Calvo Marianna? Il nome veniva ridotto a una specie di segno distintivo, un espediente sul genere di quelli che attuano i genitori per far distinguere i loro figli gemelli alle maestre dell’asilo: che so, mettere un fiocchetto tra i capelli di una delle due bimbe, o posizionarla sempre sul passeggino di destra. Infatti gli unici due nomi delle medie che ricordo sono Marianna e Luigi. Gli altri li ho dimenticati oppure non li ho mai saputi.

E comunque resta il fatto che di solito se qualcuno si rivolge a noi con entrambi i componenti è in quell’ordine del tutto innaturale del cognome prima del nome. Quest’inversione non dà solo un senso di eccessiva formalità, quasi militaresca, ma trasmette anche l’idea di avere a che fare con un interlocutore un po’ ottuso: sentirsi chiamare per cognome e nome ammanta tutto di un burocratismo fine a se stesso, anzi di quel tipo di burocrazia temibile e temuta, specie quando si hanno solo le scuole basse e si rimane sempre un po’ impacciati di fronte all’ufficialità.

Infatti annunciarsi col cognome prima del nome spesso qualifica chi lo fa come poco istruito, mentre chi si presenta con l’ordine giusto appare subito disinvolto. C’è addirittura chi si firma col cognome prima del nome, e questo la dice lunga su di lui o di lei, o almeno la dice lunga a chi invece si firma prima col nome e poi col cognome. Però resta il fatto che anche se accordiamo il crisma della correttezza alla successione nome-cognome, e non viceversa, è proprio difficile che qualcuno si rivolga a noi così, per esteso e in quest’ordine.

Non voglio rifarmi alla teoria di Warhol secondo cui un quarto d’ora di celebrità prima o poi tocca a tutti, perché non è in quel senso che me lo auguro, però sarebbe bello se ciascuno di noi  potesse essere almeno una volta ospite di una qualunque trasmissione di radio tre. Così, giusto per sentire che suono abbiamo.

Affittasi villetta settimanalmente

Inserito il


Oggi pomeriggio ero stato incaricato dai miei familiari di scrivere un annuncio per un portale di affitti. Io per scriverlo l’ho scritto, solo che mi è venuto troppo grottesco per poterlo pubblicare su un qualunque sito che non sia questo blog. Quindi meno male che c’ho un posto dove buttare la munnizza.

La nostra villetta di famiglia affacciata sul mare del Plemmirio, a dieci minuti d’auto da Siracusa

Come potete vedere,

è circondata da un grande giardino di macchia mediterranea, su un terreno roccioso, che la rende diversa da tutte le altre villette, e si estende fin quasi a toccare il Faro di Murro di Porco (non lasciatevi ingannare dal nome: non sentirete grugnire nessuno, a meno che vostro marito non russi).

 C’è una grande cucina esterna, con un forno in pietra che a cuocerci le pizze prenderete almeno un paio di chili a testa

 e due grandi e assolate verande proprio davanti al mare, così assolate che è meglio se vi portate la protezione cinquanta.

Comunque, gli spazi esterni sono tutti attrezzati con tettoie in legno. E poi abbiamo sparso dei grandi ombrelloni ovunque, perché tanto lo sappiamo che  la protezione alla fine ve la scordate sempre.

Fare il bagno è facilissimo: siamo in piena Area Marina Protetta del Plemmirio, e a meno di cinquanta metri (all’andata è tutta in discesa. E al ritorno? Al ritorno cosa, pigroni, che sono solo cinquanta metri) c’è un piccolo golfo incantato, con una conca naturale che pare una piscina d’acqua smeralda. Ci sono scogli per fare tuffi da tutte le altezze, per grandi e per piccini:i più piccini da quelli più alti, i papà da quelli più bassi, mi raccomando, che poi vi viene il mal di schiena.

Il più temibile di questi trampolini naturali ha anche un nome: si chiama Geronimo, dall’urlo emesso da chi vi si tuffa, e se optate per la posizione “a chiodo” non mettete i boxer perché si rompono all’impatto con l’acqua. A me è successo, e m’è toccato rimanere a mollo fino a quando non se ne sono andati tutti.

Gli accessi al mare sono molti, moltissimi, quindi è inutile che prenotiate solo una settimana, perché non ce la fareste a vederli tutti: allungate a quindici giorni, che vi facciamo un buon prezzo. Sono raggiungibili per lo più a piedi, ma ce ne sono molti altri ancora, e di bellissimi, a meno di cinque minuti d’auto, e pure questi vale la pena che li vediate: facciamo tre settimane e non se ne parla più.

La villetta è la nostra casa di famiglia: aspettatevi quindi una casa vissuta, abitata, accogliente, ma di sicuro non perfetta. Per esempio, eccovi due grossi difetti:

1) La fogna. Spesso si attappa – per cui evitate di buttare nel water la carta igienica, grazie .

2)Le zanzare. Appartengono a una specie mutante: sono dotate di canini molto sporgenti, vestono con dei mantelli neri e hanno tutte un castello in Transilvania.

In compenso la casa è curata, proprio come voi curate la vostra (perché voi la curate la vostra, vero brutti sporcaccioni?)

 Noi ci abbiamo passato e ci passiamo tutti insieme la vacanze estive da che siamo nati

ma la crisi ci impone di cederla a voi, forestieri barbari in vena di razzie e di saccheggi, nella speranza che quantomeno rinunciate a stuprare le nostre donne e uccidere i nostri figli.

A circa trecento metri c’è un alimentari-bar- pizzeria- pizzicheria-gelateria-caffetteria-ferramenta-coiffeur-benzinaio-maniscalco-carpentiere-liutaio-tabacchi che in estate è sempre aperto e in inverno chiude intorno alle cinque del pomeriggio. Dopo le cinque sono stanchi, però potete citofonare: vi aprono lo stesso, solo che vanno di fretta, quindi è meglio se vi portate gli spiccioli per pagare senza fargli perdere troppo tempo a darvi il resto, altrimenti vi chiudono dentro al negozio fino a nuova apertura.

A circa tre chilometri c’è un altro emporio, tipo quelli del midwest americano, dove si trova tutto, ma proprio tutto. In particolar modo quello che non vi serve.

Siracusa, con i suoi pretenziosi centri commerciali all’americana, i suoi esosi ristoranti di pesce congelato, i suoi locali sottoposti a derattizzazione e i suoi supermarket aperti con i soldi riciclati è a soli dieci minuti di macchina, tredici chilometri di strada statale.

Purtroppo nella zona balneare in cui è situata la villa non è semplice spostarsi con i mezzi pubblici (vi state chiedendo se “non semplice” è un eufemismo? Sì, è un eufemismo) e la villa è raccomandata solo ed esclusivamente a chi viene in automobile.

Esiste un servizio di autobus ma è davvero scadente: il numero 23 passa più o meno con la stessa frequenza della cometa di Halley, e a volte tocca pure spingerlo fino alla prima discesa perché non parte (ma tanto voi dovete smaltire la pizza, no?).

Comunque, senza macchina vi perdereste la possibilità di esplorare i dintorni, mangiare la torta Brasilia al bar Finocchiaro di Avola e aggiungere altri due chili a quelli presi con la pizza.

Se sperate di tornare in linea camminando a piedi o in bici lungo la statale, sappiate che è fortemente sconsigliato, a meno che non siate preda di manie depressive con tendenze suicide: in tal caso una passeggiata sulla 114 è una vera mano santa.

Se invece siete dei runner incalliti e vi piace soffrire, sì, ma solo per tenervi in forma, allora potrete esplorare certi sentieri stupendi, che corrono da un faro all’altro lungo la costa: sei chilometri di silenzio e strade sterrate che vi faranno venire voglia di prepararvi una maratona olimpica da atleti professionisti.

Fate presto, però, perché questa è un’area marina protetta, e l’ex Ministro dell’Ambiente ha appena comprato i terreni in questione per impiantarci un mega gigantesco villaggio turistico a nove stelle: sennò che le facciamo a fare ‘ste aree marine protette? Per farci nuotare i pesci?

E comunque, per non scontentare i soliti incontentabili, il villaggio sarà sormontato da un oleodotto che fungerà anche da scivolo aquapark, attraversato da un pontile per la raffinazione del greggio (da cui sarà possibile fare benzina alla moto d’acqua), e illuminato a giorno da una centrale nucleare a kryptonite, con relativa discarica abusiva per le scorie radioattive, in modo da rendere iridescenti le vostre foto vacanza senza dover ricorrere a quei vetusti flash che producono tanto inquinamento luminoso. Ah, sarà anche attiguo a un inceneritore a carbone di prima generazione, che fa tanto ritorno alle buone cose semplici degli anni Sessanta.

La villetta è silenziosa e tranquilla, sempre a patto che il canto degli uccelli e il frinire dei grilli non vi disturbino: in tal caso consideratela pure come la discoteca a cielo aperto più grande della Sicilia orientale.

Si presta bene a una vacanza di famiglia, ma va bene anche per le giovani coppie che intendono avere rapporti sessuali non protetti (e crearsela in casa mia, una famiglia); o per le piccole comitive di amici che sperano di diventare coppie e avere dunque rapporti sessuali (protetti o non protetti sono affari vostri: a me schifa solo che avvengano in casa mia).

A proposito, se foste così educati da non volermi sporcare le lenzuola, le coppiette di solito si appartano qua.E vagli a dare torto.

A due passi, c’è tutta la Sicilia orientale più bella: Noto, Marzamemi, Modica, Ragusa Ibla, e naturalmente Ortigia e la Neapolis di Siracusa, col teatro greco, l’orecchio di Dionisio e un sacco di monumenti e strade intitolate ad antichi dittatori sanguinari e scienziati pazzi che non si farebbero scrupolo a incendiarvi lo yacht con uno specchio.

E poi ci siamo noi, indolenti e immeritevoli eredi di quella stirpe un tempo nota per il sangue levantino, e adesso incapaci perfino di pubblicizzare  le nostre strutture ricettive. Le granite di mandorla, però, le sappiamo ancora fare per come si deve. Questa della foto, per esempio, la fanno alla raffineria Erg di Priolo, anche se la maggior parte dei bar la spaccia per produzione propria.

 Se andate a comprarla direttamente in fabbrica, risparmiate un bel po’: costa meno di una guaina bitumata in eternit.

PS: se interessati all’affitto, il sito da cui partire sarebbe questo: http://www.siracusacasevacanza.com/index.html

Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, che abbiamo noi prima di andare a Ragusa

Inserito il

Dal 24 al 26 Maggio torna “A tutto volume” a Ragusa. Aciribiceci Vintage, incentrato sulla scorsa edizione, così, tanto per fare l’aperitivo.

Siracusa e Ragusa, cittadine sul medesimo versante orientale dell’isola, sono lontane solo una sillaba e un’ottantina di chilometri. Eppure perché la prima raggiunga la seconda ci vorranno anni luce e qualche eone di buona volontà.

Un gap, questo, che volendo partire da molto lontano  e dare la stura a tutte le biliose invidie campanilistiche, si potrebbe far partire da qui: dal 1949. Pare sia l’anno in cui Moratti si mette d’accordo con una serie di amici nostri e in un colpo solo fa due azioni opposte: accende la Rasiom e spegne l’iniziativa dei siracusani (se mai era esistita). Ne fa anche una terza, quasi invisibile all’epoca, accecante oggi: indispettire, per sempre e irrimediabilmente, i ragusani. Nel decennio a venire, infatti, gli iblei la prendono male. L’affare del petrolchimico, che li aveva sfiorati per un attimo e poi li aveva lasciati con un pugno di mosche in mano, sfuma e li lascia a pascolare le capre e a fare le provolette. Sul momento si dannano, si strappano i capelli a uno a uno dalla testa e rimpiangono il posto fisso e il tumore garantito per contratto. Poi, però, siccome non è che si può stare ad aspettare che dal cielo piovano manna e polveri sottili, si mettono a lavorare. Si fanno venire delle idee. Si fanno il cosiddetto culo a cappello di parrino. E si fanno i soldi. I soldi veri. Quelli che vengono da  cose che si toccano e si vedono: campagne, case, caseifici, alberi, paesaggi. E aprono le banche. E chi amministra, lentamente, comincia ad amministrare meglio, perché è costretto a fare i conti con una comunità attiva, che le cose le fa, le vuole fare e vuole che gliele si facciano fare.

Il risultato, sessant’anni dopo, è che Ragusa si è imbellita e Siracusa si è solo imbellettata.

E così, ma solo per esigenze di brevità, facciamo che siamo arrivati allo scorso fine settimana, di venerdì pomeriggio. E che a Ragusa c’è una manifestazione, un quasi festival, che si chiama “A tutto volume”, i cui eventi sono incontri con autori e presentazioni di libri. Detto così, potrebbe sembrare che dalle provolette ai libri il passo sia stato un po’ troppo lungo. Invece la parte più bella del festival sono stati i ragusani e l’organizzazione che hanno dimostrato. È difficile identificare uno a uno tutti gli anelli di questa catena che ha funzionato, però è facile capire come devono essere andate grosso modo le cose. C’è stato qualcuno che ha intercettato dei finanziamenti nazionali (quelli del “Maggio dei libri”, che qui a quanto pare non verranno mai utilizzati, salvo sorprese dell’ultim’ora), locali e di sponsor privati, e ha deciso di fare qualcosa. E l’ha fatta. Non è molto importante discutere se abbia fatto le scelte giuste o quelle sbagliate: l’importante è che le scelte le abbia fatte. Chi ha scelto, per prima cosa ha scelto chi si dovesse occupare della cosa, e ha scelto Roberto Ippolito (quindi un non ragusano, tanto per cominciare, e uno del mestiere, tanto per finire. Cosa che noi umani non potremmo neanche immaginare.) il quale a sua volta ha fatto una serie di scelte intelligenti. Per esempio ha collocato i primi due giorni di eventi a Ragusa Superiore, che così per una volta non ha fatto la figura della sorellina povera di Ibla. L’ultimo giorno, invece, l’ha ospitato il salotto buono della città, quello della Domenica, appunto, e così di cenerentole non ce ne sono state. Poi ha invitato giornalisti e scrittori che avessero un richiamo POPOLARE nel senso buono, cioè nomi e personaggi che fossero INTERESSANTI da sentire pur essendo MOLTO NOTI (binomio sempre più raro), che non impegnassero il cervello come una puntata di  Fahreneit di Radio3 ma neanche lo mandassero in vacanza come un episodio di Porta a Porta su Rai1, e che si prestassero all’evento con PROFESSIONALITà, e non come una gentile concessione.  Nomi e cognomi? In ordine di come mi vengono in mente: Aldo Cazzullo, Giovanni Minoli, Mario Giordano, Marco Presta, Simonetta Agnello Hornby, Roberto Vacca, Marco Malvaldi, Vito Mancuso, Lucrezia Lerro, Nicola Gratteri, Roger Abravel & Luca D’Agnese, Achille Bonito Oliva etc. etc. etc. E infatti la gente è VENUTA. E infatti la gente C’ERA.  Da siculo-orientali rotti a qualunque tipo di fallimento, a vedere che 4 presentazioni in 3 ore facevano 100 persone l’una, senza più posti neanche all’impiedi, c’era da stropicciarsi gli occhi e rimanere amminchioluti come di fronte al quadro della Madonuzza che piange (forse unico evento della storia siracusana ad avere ottenuto partecipazione di pubblico). Ma il bello non era tanto questo. Il bello era vedere che gli incontri cominciavano puntuali. Che prima di OGNI incontro non ha mai parlato NESSUN politico. Che il pubblico non trasformava l’intervento nel proprio comizio. Che se qualcuno, Dio ne scansi, accennava al delirio, il mediatore/conduttore lo BLOCCAVA all’istante, gli tappava la bocca e tagliava corto. Così si riusciva ad arrivare puntuali anche all’incontro dopo, e il circolo virtuoso si perpetuava. E ancora, forse la cosa più importante: Ragusa ha messo in mostra gente in grado di fare da moderatore a incontri come questi, di reggere benissimo la scena insieme agli ospiti. Capace di introdurre l’autore, imbeccarlo quando non ha ancora carburato, punzecchiarlo in modo che venga fuori dalla tana, e soprattutto capace di stare al proprio posto, senza cercare mai di rubare la scena, di assolvere al ruolo come il ruolo richiede, insomma. E non uno in particolare, ma tutti. E chi lo sapeva? Roba da diventare verdi in faccia. Non pareva manco di essere in Sicilia. Ci si  sentiva così smarriti che veniva voglia di comprarsi una Lonely Planet.  Gli autori avevano la stessa faccia che hanno quando fanno le presentazioni a Milano o al Salone di Torino. Uguale. Non quella che riservano a noi, quella che tengono nell’armadio apposta per quando vengono qui, come le scarpette per camminare sugli scogli. Di più: non non c’è stato un incontro, uno solo, che sia terminato con le pizzette, le arancine e il rinfresco.  Nell’aria, nessun odore di fritto e nessun rutto aromatizzato al prosecco: solo il lindo odore della civiltà. No, dico, ma dove siamo? Ma che è Sicilia, questa?

E ora veniamo ai ma.

I bei palazzi (la chiacchierata con la Hornby, poi, si è svolta in una specie di teatro bonsai che veniva voglia di smontarlo pezzo per pezzo e poi ricostruirselo nel salotto di casa tipo Lego, per quanto era BELLO) che Ragusa ha riempito con le sue persone, con la sua gente, questo trionfo del localismo, è stato anche il limite dell’iniziativa. Bisognava sconfinare. Certo, tutto e subito non si può fare, però doveva venire mezza Sicilia, se non tutta. Puntare a diventare evento nazionale. D’altronde i nomi c’erano tutti. Doveva essere una cosa che, proprio per  il suo ambiente mini, doveva richiamare un interesse maxi.

Per il resto, non è che alla fine ci sia molto da raccontarli, gli eventi. Le presentazioni, le interviste, le colazioni con l’autore, sono una formula, un tipo di spot commerciale: non sono una novità, nel mondo. Ma lo sono per noi. Lo sono qui, specie se fatte in questo modo e specie se mettono alla prova tutta una serie di abilità e talenti che questa prova la superano alla grande, come è successo a Ragusa.

Fatta la tara dell’invidia, rimane un’atmosfera di ammirazione, di positività, e, a volere essere presuntuosi, di giustizia: qualcuno ha lavorato e gliene va reso merito e onore, perché lavorando in QUESTO modo ha lavorato anche per tutti quelli che  da queste parti (è proprio una di quelle volte in cui si può dire) orgogliosamente ci vivono.

Io, Ciccio e le rane.

Inserito il

Io ho un amico che si chiama Francesco. Ogni tanto, per farlo scattiare, lo chiamo Ciccio (che lui lo detesta), però con l’accento milanese, tipo quando Giovanni e Giacomo dicono Ciccio ad Aldo, cioè più o meno nello stesso senso in cui a Roma ci si rivolge con a coso a qualcuno di cui si ignora (o si finge di ignorare) il nome. Francesco è di qua. Ma sta a Milano da tanto tempo. Io, a parte la parentesi degli anni universitari e di quelli immediatamente post (i più pericolosi, quelli delle ambizioni stile da grande farò l’astronauta. Anzi no: farò la ballerina. Anzi nemmeno: farò l’astronauta però col tutù) sono sempre rimasto qua, a Siracusa.

Ora però devo fare un salto. Bianconi, quello dei Baustelle è un genio. È vero che si spara le pose da poeta maledetto, ma vabbe’: a uno che scrive canzoni così, i vezzi glieli perdoni anche, alla fine è una star, le carnevalate fanno parte del mestiere.

Sembrano tutti pezzi facili, quelli di Bianconi. La musica spesso ricorda gli anni sessanta, è quasi sempre tutto molto canticchiabile, ti entra in testa dopo due minuti. Poi ti accorgi che l’arrangiamento è molto sofisticato (e te ne accorgi perché mi sa che Bianconi ci tiene a che tu te ne accorga, visto che in quasi ogni canzone – o nel finale o nel preludio- ti fa vedere lo scheletro di quello che stai ascoltando. In tutti i dischi  – i dischi? ma quanti anni ho? – c’è un punto in cui separa i canali del mixer a uno a uno: prima solo batteria, poi batteria + basso, poi batteria+ basso+ tastiere, batteria+ basso+ tastiere+ effetti elettronici, alla fine ci aggiunge la chitarra, i violini, e gli avanzi della sera prima, però ricucinati meglio, insomma ti accorgi di quanti strati diversi – tutti molto curati – è fatta la canzone che stai ascoltando). Ma la magia vera sono le parole.

A Bianconi riesce di fare quella cosa che tutti i siciliani bravi provano sempre a fare senza mai riuscirci, tipo Battiato e Carmen Consoli. Appiccicare parole “alte” su una melodia semplice. Battiato parte per la tangente e procede lungo la deriva del delirio filosofico. Dice cose che (quando le capisci e se le capisci) pensi: ma che c’entra, Franco, non era una canzonetta questa? Io lo reggo solo a mezze porzioni, mi butta pesante. Carmen Consoli ha il complesso linguistico dei siciliani. Non so, sarà perché non fanno che dirci che parliamo male l’italiano, che siamo sempre ibridati dal dialetto, e allora lei per fare vedere che ha fatto le scuole alte ipercorregge tutti i testi e li scrive con una lingua molto ricercata. Troppo ricercata. È costantemente a caccia del termine desueto o di quello inconsueto, della frase barocca, alla Bufalino, con duecento sinonimi (ultimamente meno, è vero, però non smette, non ce la fa). Poi, per pareggiare i conti, quando la intervistano parla in catanese stretto (lo fa almeno una volta a intervista), così sembra una che non ci crede, che non si prende sul serio (ma che non ci credi, Carmen, lo devi fare vedere nelle canzoni. Dopo, nelle interviste, non vale più).

Bianconi invece è un toscano miracoloso. Il miracolo è che usa per le canzoni una lingua media (del resto il toscano è da sempre la nostra lingua media). E siccome riesce a usarla per evocare immagini potenti e riflessioni profonde, ti ritrovi col gomito fuori dal finestrino, a canticchiare la verità assoluta come se fosse il jingle delle palline zigulì. Per esempio questa canzone, che da quando è uscita, ho deciso che è la canzone mia e di Ciccio. Nella canzone, Ciccio è il narratore (Bianconi) e io sono quell’altro. In mezzo a noi ci sono Milano e Siracusa, la città e la provincia, gli anni ottanta e gli anni zero, l’ambizione e la frustrazione, chi siamo e chi vogliamo essere, Alice e di là dallo specchio, la materia e il buco nero,  lo ying e lo yang, e tutto in quattro minuti,  in una storia normale, di quelle che ne senti sei milioni in un giorno e neanche ti giri ad ascoltarle. Bianconi, invece, c’ha queste lenti speciali, che quando vede due tizi dentro a un bar di Montepulciano, si rende conto di cosa c’è dietro e te lo racconta così, con la leggerezza di quella lingua, che è la lingua giusta sia per i romanzi che per le canzoni. Perché poi questa canzone è già un romanzo. Un romanzo dove non ci sono giudizi di valore, se non quelli che gli vuoi dare tu. E se non è un miracolo questo, allora non lo so.

Perché un altro dono di Bianconi è che ti lascia sempre un secondo in sospeso. Arriva puntuale in ogni canzone un momento di pausa del testo, in cui lui ti abbandona a te stesso e ti dice adesso sbrigatela da solo. Frazioni di secondo in cui ti costringe a inserire in quel micro silenzio il tuo, di contenuto, e in quel momento la sua canzone diventa la tua canzone. È doloroso, ma è l’unico modo che ha per farti questo regalo. Uno dei pezzi in cui è più evidente è L’aeroplano (lo metto qua sotto). Non la canta Bianconi. Nell’aeroplano, canta quell’altra dei Baustelle (Rachele?). Insomma, a un certo punto (minuto 1:11, ma è nel ritornello, quindi si ripete qua e là) succede questa cosa meravigliosa, cioè che lei, con la voce, ti porta in alto, altissimo, ti fa proprio volare: sfreccia in cielo l’aeroplano (com’è semplice questa frase, sembra quella di un bambino che sta giocando con un aquilone) Io ti amo (e qua tu sei completamente cotto, andato, lei, chiunque sia la tua lei, ti si sta dichiarando mentre siete in alta quota: un’estasi fra le nuvole) e dopo mezzo secondo, invece, ti schianta a terra senza paracadute, spiaccicandoti tipo frittata, come non ti aspettavi potesse mai accadere: e non ti penso mai. Ho capito bene? Mi ami e non mi pensi mai? Ma come? Ma che sei pazza?

Che poi, dopo, lei te lo spiega perché non ti pensa mai. Ma ormai è troppo tardi, perché la sorpresa ti ha costretto a pensarci, a farti la domanda. È innamorata di te, ma ti ha fatto lo scherzetto e t’ha sabotato il paracadute. Spiazzandoti, ti ha conquistato. E senza neanche un parolone.

Pubalgia canaglia

Inserito il

Dovrebbero mancarmi quelle col sole, come oggi. Invece sento una nostalgia pazzesca di quelle fatte sotto certi nuvoloni grigi, cieli così bassi da toccare quasi me, che sono nano. Quelle cominciate infilandosi il k-way prima di uscire, perché tanto è sicuro che a metà percorso poi viene a piovere. Mi mancano tanto pure quelle fatte per ostinazione, la sera alle dieci e mezza, quando ormai la giornata era finita e sembrava non esserci stato tempo, ci avresti dovuto rinunciare e invece, ofanculo, usciamo lo stesso. Fuori si ghiaccia, oppure è tutto bagnato, le macchine ancora schizzano fango dalle pozzanghere. Mi manca bestemmiare me stesso per essermi convinto di nuovo a farlo, pure se non volevo, non era il caso, sei un cretino. Certi pomeriggi di febbraio, neri di tramontana, il lungomare Alfeo, che è un lungomare per modo di dire, è  un cortomare, con quella umidità da allerta meteo, la nebbiolina che l’isola manco la vedi e spunta fuori solo il neon violaverde del Carrefour, i bar tutti chiusi, le panchine divelte dai picciriddi accannati, le scarpette che scivolano sulle cacate dei cani, la discesa della fontana, fatta a tutta per recuperare sul cronometro quando poi toccherà salire, i villini deserti, giù alla Marina, con le magnolie che sono una foresta e il guano dei piccioni a terra che diventa saponetto, la solitudine che ti viene dietro pure se cambi passo, pure se acceleri fortissimo, come il sudore, che non ce la fa a uscire dal k-way e ti resta là dentro, tutto appiccicato addosso, insieme all’acqua, al vento, alla salsedine, alla puzza di fogna che spruzza dalla banchina: è questo schifo che mi manca. È la parte brutta della parte bella che mi da la misura di cosa mi sto perdendo. La sofferenza che c’era nel piacere. Il dolorino sordo al tibiale quando cominciavo subito forte, senza giusto riscaldamento. La fitta al bacino quando un molosso spuntava fuori dal nulla e mi costringeva a scartare all’ultimo momento. Picchiare con la mano sul cofano di una macchina che non ti voleva fare attraversare. Le ripetute da tre chilometri, quattro volte, con il riposo attivo di quattrocento metri, torture che manco a Guantanamo. Mi manca il difficile, le salite di tremilia, la rampa di Acradina, gli sforzi di volontà. I posti brutti che attraversavo per arrivare in quelli belli. I marciapiedi della Pizzuta per prendere la panoramica. Il viale Paolo Orsi per infilarmi al Ciane. La gente che ti sfancula perché gli fai perdere tempo. O che ti sfotte, ti offende, si diverte a odiarti o a sminuirti. Perché tu c’hai questo passo regale, da imperatore. E ti stai prendendo la città, gliela stai portando via, e loro possono solo rosicare. Perché è tua, la stai circondando con una specie di nastro invisibile e ti ci stai impacchettando una confezione regalo. Lo stai facendo mentre piove, c’è un freddo porco, lei è tutta lurda, fradicia, con la munnizza ammonticchiata nei cassonetti, o che si scioglie in liquame agli angoli delle strade, nella zona balneare, le erbacce, le ortiche, le case diroccate, le minchie disegnate sui muri mezzi caduti. Tu sei uscito a dirle che la vuoi così, oggi che fa schifo, che non la guarda nessuno, che è senza trucco, che non si è lavata i capelli, che ha la febbre ed è rimasta in vestaglia, coi bigodini in testa e il moccio che le cola giù dal naso, i brufoli, gli occhiali, una depressione che la rende odiosa, una piula, un lamento continuo, e tu invece sei corso là a chiedere la sua mano, ora subito adesso, a Las Vegas, che ci si sposa in un attimo. E lei non ci può credere, le sembra impossibile, ti salta addosso, tutta ingrassata, peserà cento chili, e ti dice portami via, andiamo lontano. E certo che ti porto via. Me le sono messe apposta le scarpette. Secondo te che corro a fare tutti i giorni? È una vita che mi alleno apposta. Per scappare con te.