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Il bluff di Pif

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Dando per scontato che se devi fare un film minchionesco, allora devi fare un sano film minchionesco e non ci devi infilare dentro cose che secondo te lo nobilitano (tipo la storia della mafia in Sicilia) perché altrimenti sei condannato a fare la tipica minchiata dal risvolto social-pensoso, cioè quella attualmente imperante in Italia, cioè quella per cui noi spettatori per non morire si va in America, cioè quella per cui improvvisamente ci siamo accorti tutti che Checco Zalone e i cinepanettoni con Boldi e De Sica alla fine non sono poi tanto male, volevo dire che:

il film di Pif è scarso.

Nel senso che è scarso anche giudicandolo coi parametri del film minchionesco-ambizioso di cui sopra. Perché pure quello lo devi sapere fare con un criterio. E, per dire, Il comandante e la cicogna, può irritare per tutto quell’afflato civico-patriottico, per la paternale sulla decadenza dei costumi e i vari ma in che mondo viviamo però narrativamente è un bel congegno, i personaggi ci sono tutti, non c’è che dire, e la storia d’Italia sullo sfondo è padroneggiata con la sicurezza dell’intellettuale.

Ecco Pif non è Soldini, e infatti ha sceneggiato (male) una puntata de Il testimone (troppo) lunga.

Peccato, perché con Il testimone, Pif s’è inventato questa specie di Socrate pigro, uno che se lo senti parlare con quella voce indolente da ragazzino viziato ti chiedi come abbia fatto a trovare la forza per alzarsi dal divano e arrivare in India, in America, tra i raeliani o sul set di un film porno italo-slovacco. Ha saputo cioè trasformare se stesso in un personaggio secondo me atavicamente siculo, nella migliore tradizione: un Giufà che pone con candore domande spesso scontate, quelle che chiunque di noi vorrebbe tanto che i giornalisti seri facessero, e che i giornalisti seri invece si vergognano a fare perché gli sembrano ovvie.

Fatte da lui, con quella faccia e quella voce, diventano domande maieutiche: con addosso la maschera di quello che veramente non ne sa nulla (senza cioè il sentito dire che inquina alla radice l’approccio alla conoscenza), la pigrizia, la dabbenaggine, lo stralunamento, gli occhi a pampinedda, il disarmo con cui si consegna agli interlocutori diventano strumenti efficaci nel guadagnargli risposte spontanee.

Il film La mafia uccide solo d’estate è il ribaltamento di questo atteggiamento.

Pif ha deciso che lui sa cos’è la mafia perché è nato a Palermo e adesso ce la spiega con un apologo:  Il testimone  va da un se stesso prima bambino e poi giovane uomo a farsi spiegare cosa significa vivere nella città simbolo della criminalità organizzata.

Infatti c’è pure la voce narrante fuori campo, come nel programma tv, solo che il meccanismo si sfascia completamente.

Se pigro e indolente può essere l’intervistatore, non può esserlo anche l’intervistato: non c’è frizione, non c’è dialogo vero. Quale dei due Pif è quello che non sa niente della mafia? E quale invece quello che ci vive dentro?

Confusione, stallo totale: se l’intervistatore sa già tutto, l’intervistato non può dare risposte.

Il film non decolla mai. Più passano i minuti e più la sceneggiatura si riempie di buchi: il bambino (un alter ego di Pif, protagonista del film) si fissa con Andreotti la sera in cui, ansioso di consigli paterni per fare la dichiarazione alla compagnetta di scuola, ascolta il presidente del consiglio raccontare in tv la storia di come riuscì a conquistare la moglie.

Un’idea debole: Andreotti come guida sentimentale. Passi.

Ma qual è la saldatura mentale per cui essere fissati con Andreotti (oltretutto in veste di Signorina Cuorinfranti) coincide con l’essere fissati con la mafia? Qual è il legame tra le due cose? Il pensiero mi è venuto al cinema e mi ha ghiacciato il sangue, perché presuppone un atteggiamento molto, troppo, eccessivamente fattoquotidianista: il legame è Andreotti stesso, nel senso che Pif ritiene così scontato che Andreotti sia un boss mafioso da ritenerlo altrettanto scontato per chi guarderà il film. Il bambino ossessionato da Andreotti è dunque ossessionato ipso facto dalla mafia, poiché Andreotti ne è addirittura la personificazione.

Dalle reazioni che ho osservato in sala mi sono reso conto che effettivamente è così: vedere comparire Andreotti sullo schermo per molti equivale a vedere comparire Totò Riina (nel film compare anche lui, ma in forma di macchietta – non l’unica- da Bagaglino: è così stupido che non sa fare funzionare il telecomando del condizionatore).

Diamola per buona, quindi, facciamo pace col fatto che Padellaro ha vinto sul Sorrentino de Il divo e che Pif è il fidanzato della Innocenzi: rimane comunque che l’atteggiamento scettico de Il testimone se n’è bello che andato.

Se Pif sa già tutto (Andreotti è il vertice della mafia, che ci vuole?) e me lo dice pure nei primi minuti del film, dove mi vuole portare col resto della storia? Facile: in nessun posto. L’ultima parte del film è infatti una specie di agiografia (per carità, niente di male: avere eroi civici è un bene), ma molto raffazzonata e anche un po’ noiosa (i filmati di archivio di una qualunque puntata di Giovanni Minoli sovrastano le mini cartoline di questo film).

Presto arriva l’altro passaggio oscuro, il più importante.

Il Pif-bambino è ossessionato da Andreotti in positivo: appende il suo poster in camera, si veste da Andreotti per carnevale (e qui la memoria corre così sparata all’Oreste Lionello del Bagaglino che davvero non ci capisci più niente: non è strano che uno che vuole fare un film di questo tipo citi tanto esplicitamente il Bagaglino? Gli è scappato? Si è tradito? E ora come fa con la fidanzata?). Però è anche ossessionato dalla mafia in negativo: ne ha paura, teme che possa uccidere lui e la sua famiglia, chiede rassicurazioni al padre (Siamo in inverno adesso? La mafia uccide solo in estate).

Com’è ‘sto fatto? Se la figura del mafioso e quella del politico coincidono,  come fa il piccolo Pif a essere fan di Andreotti (mafioso, no?) e contemporaneamente a temere e schifare la mafia?

Allora per tutto il film ti aspetti che a un certo punto scoppi lo psicodramma: Pif bambino scoprirà che il suo idolo è in realtà il capo dei suoi nemici. Invece non succede.

Di colpo, il Pif giovane uomo sembra animato da spirito critico, ha velleità da giornalista alla Peppino Impastato, vorrebbe occuparsi di politica e malaffare, e invece finisce a fare una specie di Franco Bracardi in un simil Costanzo Show condotto da tale Jean Pierre (altra macchietta inutile) su una tv locale.

Ecco: quando è successo che il bambino è rimasto deluso da Andreotti e ne ha preso le distanze al punto da maturare una coscienza civile così spiccata? E perché noi non ci siamo accorti di questa conversione, di questo ripudio degli idoli che dovrebbe essere la chiave di tutto il film? Se è questo il nucleo narrativo perché viene affrontato solo per accenni criptici?

Il giudice che salta per aria, il commissario di polizia che una volta gli aveva fatto scoprire le iris con la ricotta (comunque solo a Palermo si dice “le” iris, sul resto dell’isola sono “gli” iris, e non si fanno al forno, se le fai al forno non sono più iris: una rosa è una rosa è una rosa fino a un certo punto) che viene assassinato proprio in quel bar, il delitto Dalla Chiesa e poi le stragi di Capaci e via D’Amelio: la parte interessante, la parte da “testimoniare”, poteva essere questo trauma per cui il piccolo fan di Andreotti si trasforma nel cane da guardia del potere (la DC di Salvo Lima e Vito Ciancimino). Invece di questo non c’è traccia.

Anzi peggio: la compagnetta di scuola torna a Palermo e i due si rincontrano. Lei lavora come ufficio stampa e sta organizzando la campagna elettorale per le europee di Salvo Lima. E qua il Pif- giornalista d’assalto pronuncia una confessione che in una sceneggiatura che avesse un senso sarebbe inconcepibile:

A me della politica, della mafia, di Lima, degli attentati non me ne è mai fregato niente. Ho accettato di fare questo lavoro solo per poterti stare vicino.

Boh. Ma come non gliene è mai fregato niente? A un bambino che come prima parola non pronuncia mamma ma mafia? A uno che ha intervistato Dalla Chiesa quando aveva otto anni? A uno che ha ritagliato giornali per tutta la vita? A uno che ha sognato di diventare giornalista d’inchiesta come il suo vicino di casa? A uno così, che per tutto il film ci ha fatto la storia della mafia a Palermo fritta, in pastella e pure con le patate, non gliene è mai fregato niente?

Forse sì, perché dopo questa battuta mi sono convinto che l’unico momento sincero di tutta la pellicola è stato proprio questo: a Pif non gliene fregava niente di fare un film. Voleva solo girare una scena in cui bacia la Capotondi.

Coriolis, mon amour (ri-masterizzato)

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Quella mattina capitò uno di quegli eventi cui l’umanità assiste assai di rado ma tuttavia a cadenza regolare, come la cometa di Halley. Il tappo del bidet si era bloccato in quella posizione di non ritorno da cui è impossibile stupparlo. Puoi chiamare i pompieri col flex, i ghostbuster con l’idraulico liquido, niente: un incastro che tanto più è odioso e tanto più risulta indissolubile, tipo il matrimonio. Per poter ripristinare lo scarico, il bidet andava praticamente divelto: minimo ci voleva una carica di tritolo.

Per tutta la giornata non fu capace di concentrazione. La testa se ne andava là, a escogitare stratagemmi per lo stuppaggio. Lavorava in ufficio ma si distraeva subito, immaginando una chewing gum collosissima, così collosa da poter aderire alla superficie del tappo come fosse attak. Un bastoncino per tirarlo su, e via. Che alzata d’ingegno. «Peccato che le chewing gum in acqua non attaccano, bestia», gli disse un collega.

Ai colleghi di tutti i lavori gli si cronicizza il sadismo, quando possono svilire le idee altrui e farle apparire demenziali ci godono un sacco. Effettivamente spesso hanno pure ragione. Però non succede mai che gli dispiaccia di avere ragione e svegliarti dal tuo sogno a occhi aperti. Anzi, gli piace accorgersi che tu pensi, va bene, ma che pensi? Pensi minchiate. Che poi loro non sanno pensare manco quelle, ma appena ne sentono una, non vedono l’ora di smascherarla.

Lui comunque aveva il tappo del bidet incastrato, e stava facendo brainstorming. Che ne sapeva quello stronzo di un collega del brainstorming? E poi belle le critiche, sì, ma non stuppano niente. Allora una super ventosa, di quelle grandi, che creano vuoti d’aria e risucchi potenti: avrebbe aspirato via il tappo come un ciclone.

Scese in strada a cercare un ferramenta. Il primo non vendeva ventose. Il secondo gli chiese cos’era una ventosa. Il terzo gli disse che si chiamano “stuppalavandino”. Lui obiettò che si trattava di un bidet, ma quello rispose che è uguale, si chiamano lo stesso stuppalavandino per una questione di decenza. Comunque non ce l’aveva. Al quarto si attenne al consiglio sulla decenza e chiese uno stuppalavandino. Ma siccome temeva che quell’eufemismo potesse causare imprecisione e risolversi nell’acquisto di un oggetto inadeguato allo scopo, all’ultimo secondo se ne pentì, chiamò il commesso, e con gli occhi bassi confessò: «aspetti, le ho mentito. Non devo stuppare un lavandino». E poi – in preda a profondo senso di vergogna – aggiunse: «devo stuppare un bidet». Il commesso neanche si girò. Gli rispose da dietro le spalle: «non ha importanza, si chiamano così per decenza, ma stuppano qualunque sanitario». Tornò con una ventosa che era l’ombra di quella che lui aveva immaginato. Un oggetto minuscolo, dal diametro infinitesimale. Colpa dell’ansia, si disse. La sua immaginazione doveva avere ingigantito il bidet fino a farne un lago in cui ci sguazzavano i draghi.

«Non ne avete di più grandi?»

«No, sono universali, taglia unica, vedrà che andrà bene».

Se lo diceva il commesso. Uscì dal negozio sentendosi comunque ridicolo. Guardò un’ultima volta la ventosa prima di infilarla dentro la busta e pensò: qua mi tocca fare la campagna di Russia con le scarpe di cartone. Ritornò in ufficio, si sedette alla scrivania e provò a lavorare. Dopo neanche un minuto alzò gli occhi dalla circolare e tolse di nuovo dalla busta la ventosa appena acquistata. La posò sulla scrivania. Allontanò la sedia e la guardò con attenzione, da una distanza meno ravvicinata. Ora che si trovava inserita in un contesto, le proporzioni erano inequivocabili: pareva una sorpresa dell’ovetto kinder per quanto era piccola. Fu una dolorosa epifania. Si precipitò dal collega con la ventosa in mano e gli chiese a bruciapelo: «dimmi un po’, tu, come si chiama quest’affare?» Quello la prese e la studiò sotto diverse angolazioni: era arancione. Il manico era tozzo e zigrinato, per favorire l’impugnatura. La plastica della ventosa vera e propria, invece, era nera. L’oggetto aveva gli stessi colori degli attrezzi adoperati dagli operai dell’Anas in autostrada. Solo che le dimensioni erano quelle dei Playmobil.

«È uno stuppalavandino, non c’è dubbio».

«Bravo».

«T’hanno amprusato».

«Come m’hanno amprusato? Perché?»

«Non dovevi stuppare un bidet, tu?»

«Li chiamano  stuppalavandini, ma stuppano la qualunque»

«Sì, certo, come no, per una questione di decenza, vero?»

«Esatto. La taglia è unica.»

«Lo dicono quando hanno finito quelli grandi, altrimenti questi piccoli non li compra nessuno»

«Quindi m’hanno amprusato?»

«È un giocattolo, non lo vedi? Con questo gli fai il solletico».

Quale comandamento aveva trasgredito? Per cosa veniva punito quel giorno? Perché il tappo del bidet aveva voluto incastrarsi? Perché i ferramenta cospiravano per non vendergli l’attrezzo risolutivo? Chi era in realtà quel collega? Un infiltrato? Una spia? Era dalla sua parte o da quella del bidet? Di chi poteva fidarsi?

Tornò alla scrivania e scrisse di getto un’invettiva:

«Contro la pruderie dei ferramenta».

Le parole devono essere esatte, cominciò. Non bisogna avere paura di risultare tecnici o pedanti, non bisogna temere neanche la volgarità, se è il caso. Specie se si fanno mestieri di precisione, come voi, ferramenta. Un lavandino non è un bidet. Gli eufemismi possono nuocerci. Le metafore nasconderci la vera natura del problema. Non fate che il popolo perda la stima per voi, o ferramenta. E poi spiegatemi cosa c’è di indecente nella parola bidet. È un francesismo. Il francese è la lingua dei salotti. E noi addirittura la usiamo in bagno. Lo vedete quanto siamo decenti? Forse pure troppo. Che i francesi alla fine il bidet manco ce l’hanno. E poi, se il punto è la decenza, allora perché chiamate una ventosa stuppa? Non è contraddittorio ritenere il francese indecente e il dialetto decente? Bisogna essere precisi. La ventosa è una ventosa. Stuppare è un verbo. La ventosa stuppa. La ventosa è l’agente, lo stuppare è l’azione. Perché semplificate? Perché li fate coincidere? E perché ci associate anche l’oggetto: lavandino? Una ventosa è un agente che può agire su più oggetti: non stuppa solo lavandini. Se invece voi schiacciate la funzione sull’oggetto poi diventa impossibile districarli. E infatti il tappo del mio bidet resta incastrato. Capite quante cose dipendono dal vostro eloquio? Orsù, ferramenta: cessate ogni equivoco. Uscite allo scoperto. Non temiate le parole.

Magnifica. Era solo questione di dove pubblicarla. ResetMicromega? I ferramenta  leggeranno riviste di teoria politica? Una lettera aperta su un quotidiano? Quale? Vabbè, si disse, chiamiamo l’emmezeta, il castorama, il punto brico, e vediamo se la mettono sul retro di un volantino. Prima però la sottopose al collega.

«Ma che è ‘sta cosa?»

«Un’invettiva. È per richiamare tutti all’uso di parole calzanti»

«Le invettive sono retoriche. Solleticano l’indignazione, giocano con le emozioni. Tu vuoi combattere il male con il virus»

«Stai dicendo che sono stato impreciso?»

«E certo, hai usato un linguaggio metaforico, ti sei richiamato a princìpi, a ideali. Meglio i ferramenta allora, che privilegiano la funzione e non la forma: sono pragmatici. Tu sei un romantico»

Fu quello l’istante in cui concepì il suo piano. Si sarebbe introdotto nottetempo nell’abitazione del collega. A tentoni, nel buio, avrebbe indovinato la sala da bagno. E poi, con abbondanti quantitativi di bostik, avrebbe saldato il tappo del suo bidet al foro. L’indomani, in ufficio, l’avrebbe ascoltato lamentarsi dei vani tentativi per venirne fuori e li avrebbe denigrati, traendone appagamento, pace interiore, senso di ristabilita giustizia.

«Sai che m’è capitata la stessa cosa?»

«Cosa?»

«Niente, mi s’è incastrato il tappo del bidet»

«No, ma dai. Pure a te?»

«Eh.»

«E che hai fatto?»

«Ho chiamato l’idraulico. C’avrà messo due minuti».

Prepararsi per assistere al declino

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imagesTra un po’ a Siracusa si vota per le comunali. I partiti risultano non pervenuti, con l’unica eccezione del PD: i candidati sindaco sono tutti appoggiati da liste civiche. Vediamole.

Cambia Città/SOS siracusa.

Quello che segue è un post di Carlo Gradenigo, giovane candidato al consiglio comunale, sulla pagina facebook che lo sostiene (il gruppo si chiama “Con Carlo Gradenigo”). È il candidato di una lista civica, “Cambia città”, che dal nome mi fa pensare a gente  che spinga per un cambio di mentalità e per l’ingresso in politica della “società civile”. Ecco allora chi è la società civile a Siracusa:

Eravamo al bar, tra una chiaccherata (sic) e l’altra. All’uscita al momento di riprende (sic) le nostre macchine parcheggiate l’amara sorpresa: 41 euro di multa! E'(sic) il prezzo che alcune decine di ragazzi hanno dovuto pagare per aver lasciato l’auto davanti all’unico locale notturno presente in Via (sic) Tisia. Non un fischio da parte dei vigili, nessun avviso a chi in quel momento era seduto a pochi passi in compagnia dei propri amici. E allora potrebbe nascere il dubbio che il fine non sia la corretta pulizia delle strade ma soltanto un modo per fare cassa ai danni del cittadino.

Si trattasse solo di un’esternazione a caldo su un profilo facebook, pace: a tutti girano un po’ le scatole quando ti prendono la multa. Invece lui ci sta basando proprio la campagna elettorale. Tant’è che dopo qualche ora trovo quest’articolo: e scopro che a Siracusa c’è anche il giornalismo di denuncia. Solo che denuncia lo scandalo di vigili urbani che fanno contravvenzioni a chi è in divieto di sosta. Due domande in chat a qualche amico comune e si scopre che “l’unico locale notturno presente in via Tisia” è dello stesso Carlo Gradenigo. Quindi è una battaglia affinché i suoi clienti possano parcheggiare a un metro senza essere multati. Cetto La Qualunque non è nessuno.

La cosa fa il paio con una richiesta molto insistita, inoltrata ben più di una volta all’amministrazione comunale dal presidente del mio consiglio di quartiere (Ortigia, il centro storico e turistico della città) Maria Letizia Giglia, che su istanza dei commercianti e della “società civile” dei residenti, si batte per dismettere l’unica area pedonale che resta in vigore tutti i giorni: un tratto di via Roma lungo circa duecento metri.

La società civile della mia città vuole parcheggiare in divieto di sosta e smantellare l’unica (mezza) via pedonale di Siracusa. Mi chiedo se non sia il caso di promuovere una lista SOS  che ci salvi dalla società civile.

Siracusa 734

Poi c’è un’altra lista civica, che si chiama Siracusa 734, dove 734 sta per l’anno di fondazione della città. Uno pensa lista civica + fondazione e si immagina chissà quale ripartenza da zero. E invece il candidato sindaco è Michele Mangiafico, già consigliere comunale, dal 2008 in consiglio provinciale nelle fila dell’UdC, attualmente presidente del consiglio provinciale. Però siccome è sotto i quaranta,  forse a Siracusa  “civica” sta per “giovane” (oltre che per  uno che vuole parcheggiare senza essere multato). Comunque, la lista pare sia sostenuta anche da Fabio Granata, ex vicesindaco, ex assessore alla regione siciliana, ex onorevole a Montecitorio, attualmente condannato dalla corte dei conti a risarcire circa 600 mila euro per assunzioni clientelari. Sul rifondare quindi avrei dei dubbi. Sul fatto che si torni indietro, magari anche fino al 734 a.c., no.

Questo, poi, è il video promozionale della candidatura a sindaco di Mangiafico. Ne volevo parlare perché raggiunge picchi di approssimazione e confusione mirabolanti.

Non è la prima volta. Ricordo che avrò avuto sì e no sedici anni, e su tele uno tris andava in onda lo spot elettorale di Fabio Granata – all’epoca credo MSI- che aveva per colonna sonora In Between Days dei Cure. Ora, negli anni ottanta, se eri dark e ti piacevano i Cure eri di sinistra ed eri in netta contrapposizione ai paninari con le Timberland, che ascoltavano i Duran Duran. Io ero confusissimo: quello era di destra, ma mandava in giro un video coi Cure. Cosa mi voleva dire? Era volutamente ambiguo? Puntava a convincermi che era uno dei miei? Non credo proprio. Granata a me fa simpatia: è uno tutto d’un pezzo, e poi gli riconosco di essersi speso molto, abbandonando anche certe ideologie, quando fu di Emanuele Scieri: quel che poteva, lo fece. E allora? Magari era un po’ prepotente, quella canzone gli piaceva, e la voleva anche se era dei Cure? Poi ho capito che era tutto più facile: chi gli aveva fatto il video, non ne sapeva niente di chi erano i Cure.

Anche questo spot di Siracusa 734 funziona più o meno così. È una sequenza di “santini” di Mangiafico, con qualche inserto di Granata, che scorrono su Talkin’ ‘bout a Revolution di Tracy Chapman.

Mangiafico è un ex UdC, Granata uno di FLI. Il testo di quella canzone (che io amo moltissimo e paragono a Bella Ciao per come fa arrizzare la carni) riprende suggestioni alla “Furore” di John Steinbeck, anzi mi pare che in certi punti proprio ne citi qualche parola. In America quel libro e questa canzone sono considerate una specie di inno al socialismo, cioè la cosa più a sinistra che si possa immaginare. Il ritornello dice cose forti, minacciose anche, come  I poveri stanno per ribellarsi/e prendersi ciò che gli spetta/I poveri stanno per ribellarsi/e prendersi ciò che è loro/ Secondo me è meglio se cominci a scappare:/scappa, scappa, ti dico, scappa. E tutto questo in mezzo a scene di gente in coda per prendere il sussidio sociale, che mormora all’ufficio collocamento, e attende un pasto caldo nei locali dell’esercito della salvezza. Cosa ci fa questa canzone in quel video patinato – stile matrimonio o prima comunione – pieno di gente in cravatta, seduta a una convention dove mancano solo i pasticcini? Per il tipo di video che è, ci stava bene un pezzo neomelodico. Io continuo a pensare che non sanno cosa fanno: è dilettantismo, non malafede. Ignoranza mista a sufficienza: bella canzone, nel titolo parla di rivoluzione, noi non vogliamo rinnovare? prendiamola. Quindi Mangiafico è giovane, però anche se è giovane non conosce l’inglese. Pazienza, la cosa non mi irrita affatto. Non sa nemmeno chi è Tracy Chapman, e vabbe’, niente ci fa, neanche questo mi irrita. Mi irrita che non gli sia interessato saperlo prima di mettere una sua canzone dentro a quello spot. Perché quello spot presenta lui e i suoi sodali a tutti gli altri, tra cui me, che quella canzone la amo. Volete rifondare? Rifondate con le pietre vostre. Per forza con quelle degli altri dovete rifondare?

Riprendiamoci Siracusa 

E vabbe’, vediamo chi c’è a sinistra, magari di là va meglio, che oltretutto il PD sta facendo le primarie di coalizione. Qui c’è un’altra associazione dal nome inquietante: “Riprendiamoci Siracusa”. Uno legge un nome così e comincia a temere che i vari tiranni Gelone, Ierone I, Dionisio il grande siano tornati per sottometterci e riprendere possesso della città. Invece purtroppo pare di no. È una lista che vuole uscire dalle logiche di partito e affidare la politica a chi non l’ha mai fatta. Candidato sindaco? Tanino Firenze (uno che fa politica più o meno da quando è nato e che l’ha fatta con tutta una serie di partiti diversi). E allora per sottrarre la politica dalle grinfie dei politici (essendo un politico, probabilmente prima se la vuole togliere  e poi se la vuole restituire da solo) e ridarla alla società civile, Firenze si candida – con una lista civica- alle primarie dell’unico partito politico rimasto in piedi in città: il Partito Democratico. Qualcuno ci ha capito qualcosa?

Movimento 5 stelle

Non c’è ancora un candidato sindaco, e comunque, tecnicamente, anche questo non è un partito, ma un movimento. Che nessuno  si sia ancora mosso, corrisponde alla strategia da Porcellum seguita fino a ora da Grillo, ma rischia di essere un  errore per le amministrative cittadine. Sarà difficile nascondere il volto del sindaco dietro quello del leader, quindi, nonostante la spinta che viene dalle ultime elezioni, cominciare a presentare il candidato e farlo conoscere in giro non sarebbe male. Se il vento continua a tirare dalla stessa parte (alle politiche i cinque stelle hanno raccolto in città il 37% dei voti), chiunque egli sia, dovrebbe facilmente finire al ballottaggio. Il problema risiede nella frase: chiunque egli sia.

Il megafono

Qua le cose si complicano, perché il Megafono ha tutta l’aria di essere un partito sotto mentite spoglie (un po’ come il movimento di Grillo), cioè il partito di Rosario Crocetta, che alle ultime regionali era in coalizione con il PD. Per le comunali, invece, pare che corra da solo, e comunque non partecipa alle primarie di coalizione. Da qualche mese, nell’intervallo tra elezioni regionali ed elezioni politiche, il Megafono è partito con una campagna acquisti serrata, andando a pescare per lo più tra i movimenti autonomisti in via di dissoluzione (Grade Sud, MpA, etc), credo con l’intento di convogliare verso sinistra i voti di questi elettori. Seguendo questa logica si spiegherebbero i tentennamenti: in prima battuta il candidato sindaco del Megafono sembrava essere Mariarita Sgarlata (un po’ la Boldrini di Siracusa), ma ora pare non sia più così sicuro. Si vocifera di un Titti Bufardeci (ex Forza Italia, ex PdL, ex Grande Sud, ex sindaco, ex deputato regionale) passato al Megafono e di una sua possibile ricandidatura a primo cittadino. Oppure il Megafono potrebbe addirittura appoggiare un candidato di destra, alla Vinciullo. Di sicuro c’è solo che un’area del PD (la direzione provinciale) voleva far posto al Megafono alle primarie e che per questo motivo queste siano slittate di una settimana. E poi invece è venuto fuori che il Megafono le primarie non le fa. Questo lascia aperta la possibilità che finisca come a Catania, dove le primarie sono di fatto state annullate (gli altri candidati si sono ritirati per far posto alla candidatura di Bianco). Qui il candidato unico di Megafono, PD e UdC potrebbe essere Edy Bandiera (UdC), già presidente del consiglio comunale: un candidato di sinistra, non c’è che dire.

PD

Il PD è l’unico partito che presenterà un candidato sindaco (che però rischia di non vincere le primarie, o di non farle affatto in favore di Bandiera): al momento ne ha in ballo due. Sono due ragazzi sui trentacinque anni. Uno si chiama Alessio Lo Giudice, e pare sia sostenuto da Tati Sgarlata e da mezzo partito. L’altro è Giancarlo Garozzo e pare sia il Renzi cittadino. La scelta di puntare su giovani è coraggiosa, così coraggiosa che non mi interessa manco sapere chi sono e cosa fanno o cosa hanno fatto: se le cose rimangono così, voterò il candidato del PD, chiunque dei due sia, giusto per dare un segnale: tanto sento di nuovo odore di sconfitta, che me ne frega? Da come tira l’aria, il prossimo sindaco di Siracusa si chiama Ezechia Paolo Reale, con la sua lista

Progetto Siracusa

sostenuta un po’ da tutti (secondo me pure dal PD). Credo che la candidatura di Reale sia la soluzione compromissoria accettata con malanimo da quasi tutto il centro destra siracusano: sapendo di essere  “impresentabili” (come direbbe l’Annunziata), a questo tornata hanno preferito non presentarsi (ma non escludo che in un sussulto di orgoglio – o di spudoratezza- il PdL se ne esca fuori con un Enzo Vinciullo – che però è in rotta col PdL e potrebbe proporre l’ennesima lista civica – o una Mariella Muti), e dunque c’è stato spazio per una candidatura “civile”: Reale si è occupato del piano regolatore (se ne è occupato, da assessore, per qualcosa come otto anni), e può raccogliere i voti degli elettori smarriti di PdL, Udc etc, senza nuocere fino in fondo alla vecchia nomenclatura.

Poi ci sono questi di

Siracusa Risvegliati

che presentano la candidatura a sindaco di Gianni Briante, già assessore provinciale ai Lavori pubblici e già coordinatore cittadino di Grande Sud.

e altre due liste civiche  una è

Volta pagina che candida Pucci La Torre, e l’altra, quella col nome lungo

Pronti al cambiamento, siamo la gente di Siracusa che candida Santi Pane.

Ah, e poi c’è il mio preferito:

Drugo Lebowski che si candida coi Verdi:

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Se tutto va come sembra, ci sarà un ballottaggio tra Ezechia Paolo Reale e un cinque stelle. L’unica cosa che mi preoccupa è il grado di sofisticazione che stanno raggiungendo i travestimenti: tutti puntano a camuffarsi e a far perdere le tracce dietro liste civiche, associazioni neonate, e quella delle candidature giovani sembra la scusa perfetta per mandare avanti seconde o terze linee linee, rampolli, delfini. Insomma, capire chi stai votando diventa sempre più difficile, bisogna studiare e anche studiando è dura. E comunque la figura (e la fine) che stanno consumando i partiti durante queste amministrative è avvilente e priva di dignità: essendo in difficoltà elettorale, i notabili locali che militavano nei vari UdC, PdL, FLI, etc. si sono defilati, e i loro partiti non hanno trovato nessuno con cui sostituire le loro candidature. Che partito è quello in cui caduto in disgrazia un leader non sa esprimerne nessun altro e corre a nascondersi dietro una lista civica?

Io non credo che soffrirò molto per queste elezioni. Il declino me lo voglio godere. Tifo per il tramonto, le tenebre, il nichilismo. E mi sto attrezzando con la poltrona, la frittatona di cipolle, la familiare di Peroni gelata, la vestaglia e il rutto libero.

Generatore automatico di esercitazioni per il concorso insegnanti

Inserito il

chickenpopquiz

 

Quesito 1.

Indicare in quale delle seguenti alternative viene rispettata l’alternanza di “vocale- consonante”:

1)A E I O U IPSILON brigittebardòbardò eeee meuamigocharlie

2)Giro la ruota

3)Eferefereferefereferer (però non fare la prova a voce alta, come faccio io, che ti mandano subito dal logopedista)

4)Donneturututtuincercadiguai.

Quesito 2

Un pittore vuole scrivere MIUR SUCA sul muro con otto colori diversi, a coppie, però diviso due e moltiplicato per nove, e senza fare ripetizioni, ma solo doppioni:

1)Quanto impiegherà a completare l’album Panini?

2)Visto che può lanciare solo un dado (e se fa spigolo non vale): quanti tiri dovrà effettuare affinché sulla ruota di Napoli esca un numero multiplo di tre, diviso cinque, per quattro?

3)Non c’hai capito niente? Vabbe’, almeno dimmi questo:

L’insieme a cui appartengono gli appassionati di motociclismo, i Ministeriali e i drogati è per caso quello del diagramma 7, in cui si intersecano:

a) Persone che lavorano al Ministero dell’Istruzione e della Ricerca

b) Persone che lavorano al Ministero dell’Istruzione e della Ricerca che impennano col motorino nei corridoi mentre fumano crack

c) Persone che lavorano al Ministero dell’Istruzione e della Ricerca che scrivono quiz preselettivi mentre impennano col motorino nei corridoi e fumano crack

d) Vecchiette scippate da tossici in motorino lungo i corridoi del Ministero

Oppure quello del diagramma 5 in cui si intersecano:

a) Tutti quelli che si chiamano Ennio

b) Tutti gli zii che si chiamano Ennio

c) Tutti quelli che hanno uno zio che si chiama Ennio

d) Tutti quelli che hanno almeno uno zio che si chiama Ennio, lavora al MIUR e può procurare una raccomandazione.

Quesito 3

Il bidet si trova tra il lavabo e la doccia. Quindi se devi orinare, evita di farlo dentro dentro al vaso da fiori, che la mamma di Alessandro ci tiene (e non si capisce perché lo tenga in bagno tra la vasca e il bidet). Ma se proprio dovesse scapparti, è già meglio di pisciare dentro l’oliera, e magari poi condirci il pane, che è dietro la bottiglia (in cui abbiamo dovuto metterci i fiori, visto che dentro al vaso c’hai pisciato, brutto zozzone).

Se la bottiglia decidi di bertela tutta da solo, attenzione a non essere troppo ubriaco quando andrai a prendere Silvia, che abita tra la chiesa e il panificio (Silvia è una ragazza tutta casa, chiesa e sfilatini al sesamo) perché corri il rischio di fermarti al distributore, che è tra la chiesa e casa di Silvia, e – sovrastimando le tue dimensioni – che a te appaiono quelle di un asta di un metro, gravata da un peso di 425 kg a 45 centimetri dal centro, e a Silvia invece appaiono per quelle che sono realmente (cioè #= -$ +@)- orinare dentro al serbatoio della macchina.

A quel punto Silvia ti chiederà che ore sono, tenuto conto che siete partiti da Alpha alle 21, e che, con l’urina al posto del carburante, raggiungere Beta e farsi ‘sta trombata non sarà possibile neanche se il fuso orario tra le due città fosse pari al tempo che Marco ci impiegherà per stabilire se sia meglio andare al cinema da solo anche stasera o decidersi finalmente a fidanzarsi con Giovanni (che tanto al cinema ci vanno sempre insieme). Tieni inoltre presente che:

1)A Giovanni piace suonare il violino

2)Tutti quelli a cui piace suonare il violino hanno almeno un’ascella che puzza

3)Quando Giovanni va al cinema con Marco, Filippo si ingelosisce e telefona con la voce camuffata per dire dire che c’è una bomba in sala.

Quesito 4

In una prova di ortografia, il cui punteggio massimo è 10 e in cui per ogni errore viene sottratto un punto, individuare chi tra Alberto, Enrica e Goffredo III di Sassonia otterrà il punteggio più alto. O quello meno basso. In più: se è falso che Eriberto II farà il punteggio meno basso, quale delle seguenti affermazioni è necessariamente vera?

a) Giovinco è basso: uno e settanta scarso, e non ha mai segnato un gol di testa in vita sua. Non segui il calcio? E io che ci posso fare?

b) Enrica in realtà si chiama Ugo, e come uomo direi che è non alto, quindi per la famosa legge del compenso (unni u Signuri leva, u Signuri mette), se la precedente affermazione è vera, è corretto affermare che:

a)Enrica ha una gran minchia

b) Ugo ha una gran minchia

c) Non ci sono dati sufficienti per stabilire con certezza se siamo di fronte a Ugo o a Enrica

d) Ho detto dati? Volevo dire dadi. Ho detto sufficienti? Volevo dire ZGGGXYXUGH567jmpgvxy:

Completa la sequenza in modo che sia assolutamente identica a quello che scrive il mio gatto quando passeggia sulla tastiera.

Fatto?

Sbagliato.

Perché?

Non hai tenuto conto che il mio gatto è zoppo, appartiene all’insieme dei bagnini, francesi, laureati, analfabeti. E sopratutto che la mia è una tastiera qwerty. A proposito:

a)Esistono tastiere non qwerty?

b) E tastiere qwerty friendly?

c) Secondo te è giusto che non esistano?

Comunque, ecco il testo del

Quesito di ortografia:

«Sentisse Signor Ministro, io non lo saccio se quando non mi sveglio presto poi non arrivo puntuale al lavoro oppure se è che quando non lavoro finisce sempre che poi mi arrusbigghio presto (tipo la domenica mattina, che ti vorresti susere a menzionno, e invece alle gingue meno un quatto già c’hai un prospero addumato nel culo). Io so che un travagghio non ce l’ho (e con guesti quizzi che fa Lei manco ce l’avrò mai), cuindi che mi arrusbiglio presto a fare? Anzi lo sape che ci dico? Io per oggi mi sto cuccato».

Chi ha sbagliato di più?

a)Pagliuca

b)Il gatto

c)Ennio

d)Il testo non contiene errori di francese.

Quesito @+@-§= £ -# + 42150

Venanzio ha 9 candele, 6 timbri, 12 spille e un sacco di altra chincaglieria. Ma soprattutto ha due testicoli di forma e dimensioni perfettamente uguali, solo che uno, per un rigonfiamento causato dai quiz preselettivi, pesa leggermente più dell’altro. Considerato che, allo scopo di potersene far gonfiare uno in più dall’esercitatore, Letizio si è dotato anche di un terzo testicolo (di peso uguale al primo, ma in procinto di gonfiarsi più del secondo) e disponendo di una bilancia a due piatti (che però noi, per divertirci un po’, abbiamo starato): quante pesate saranno necessarie per stabilire se i quiz preselettivi possano essere considerati patogeni per l’orchite di Patrizia?

1)   @+@-§= £ -# + 42150

Se hai risposto così non vale: è il numero del quesito, non te ne eri accorto? Nessun problema: puoi rimediare. Clicca sul tasto “Vai alla pagina del riepilogo finale” e segui le seguenti istruzioni:

– Torna indietro di due caselle

-Fai una giravolta

-Falla un’altra volta

-Guarda in sù, guarda in giù, dai un bacio a chi vuoi tu

-Passa dal via

– Vai in prigione

-Attacca l’Asia con due armate

-Annettiti la Polonia

-Dichiarati prigioniero politico

-Fai un’ora di vergogna dietro la lavagna

-Fai la ninna, fai la nanna, bimbo bello della mamma

Quesito @gmail.com

Se l’asta è  in bilico per il centro e c’è un peso da 425 kg a 40 cm dall’estremità destra e uno da 27 kg all’estremità opposta, allora significa che

1)Hanno di nuovo fatto lo scherzo dell’asta coi pesi a Bubka: Sergej, aspetta, non saltare!

2)L’asta, tenutasi presso Sotheby’s ,viene ritenuta nulla a causa della regola: “due pesi, due misure”.

3)Asta la victoria, siempre.

4)Asta Tosta: oggetti tosti per tutti i gosti.

Quesito di ortografia (reprise)

Istruzioni: il candidato risponda  come risponderebbero Stanlio & Onlio se parlassero in francese con un leggero accento umbro-marchigiano.

Il vocabolo “orchite” contiene un errore:

a)Di ortografia

b)Di lògica

c)Di logìca

d)Di logicà

e)Di Lògìcà

f)Di diagnosi.

Il vocabolo “orchite” a quale dei seguenti campi appartiene:

a)Frenologia

b)Araldica

c)Pornografia

d)Bestiari medievali illustrati

e)Avendo l’orchite, Patrizia è senza dubbio affetta dalla sindrome di qwerty.

Quesito 3540/124.987

Tra due giorni viene a trovarci mia suocera e io devo ancora ridipingere casa. La ditta a cui ho dato incarico mi aveva promesso di portare altri due operai e di finire per domani. Ma poi ha preso un altro appalto e mi ha lasciato con un operaio solo:

a)Tu col rullo come te la cavi?

Quesito A;18; A; 21; A; 12; ?; ? (già che ci sei, completa la serie numerica con la prima autostrada che ti viene in mente)

Un’azienda agricola che si occupa di elicicoltura ha selezionato una razza di lumache allevate dentro a pozzi molto profondi, da cui escono viaggiando alla velocità di due centimetri ogni mille e una notte -di luna piena-, per recarsi, da sole, al mercato ortofrutticolo e vendersi con uno sconto pari a 5/64 del prezzo iniziale (in realtà me le ha regalate mio zio Ennio). Nessuno riesce a comprarle perché arrivano sempre quando gli altri ambulanti hanno già sbaraccato, e il fatturato dell’azienda precipita dall’anno 1 all’anno 2 del 15%. Quante lumache ci saranno ancora in fondo al pozzo quando l’universo si sarà estinto per entropia?

a)44 gatti in fila per tre col resto di due

b)E=mc²

c)Intendo rispondere solo in presenza del mio avvocato

d)3 civette sul comò

e)Zio Ennio, ma io ora io con ‘ste lumache che ci faccio?

Quesito numero 0,1,0,1,01,01 (02 per chi chiama da fuori Milano)

In ambiente Windows, quando stai scrivendo l’ultimo rigo della tesi e Word ti dice che per sbaglio ha cancellato tutto il file, la maschera che annuncia il tipo di errore appena occorso quale dizione recherà tra le seguenti:

a) Suca

b) 404 file not found

c) Zeman 4-3-3

d) Bubù settete.

Quesito one two three four rock around the clock

Fill the blank with one of the followings: Oh I believe in _____________

a) Yoko Ono

b) Obladì Obladà

c) She loves you ye ye ye

d)I can get no/taratà/satisfaction/taratà, ah no, aspe’, questa la so: duran duran.

Quesito X : Y = drogarsi:superare il concorso

Il piccolo Marco sta giocando con 550 cubetti di legno colorati:

a) 550? Ma chi cazzo glieli ha regalati 550 cubetti di legno colorati al piccolo Marco?

b) Quanti eoni impiegheranno i i genitori di Marco a rimettere in ordine quando Marco avrà finito di giocare?

c) Marco ha più o meno di 7 anni? Meno? No, perché qua sulla confezione c’è scritto che se li ingoia, poi per un mese caca a forma di Lego.

d) La prossima volta che lo zio Ennio si presenta a casa con un regalo per il bambino, manco lo faccio entrare.

Risultato finale

Complimenti vivissimi per la tua innata capacità di lanciare i dadi col culo: sei giunto nel casellone centrale e hai appena risposto all’ultima domanda. Ti dichiariamo per tanto abilitato all’insegnamento per le seguenti classi di concorso:

Non hai l’anima nera, per non averla stretta

Inserito il

Il momento in cui mi sembra più bella in assoluto è quando guida il vespone. Non succede spesso, perché lei non ha un vespone: ha uno scooter. Però questo scooter è vecchio e un poco malandato (qui tacerò quanto adoro il contrasto di lei, elegante, linda e raffinata, che utilizza uno scooter vecchio e un poco malandato) e ogni tanto la lascia a piedi. E allora le presto il vespone.

Non sono geloso delle mie cose, neanche dei libri e di tutti quegli oggetti a cui tengo molto. Anzi a volte riesco a essere proprio felice di prestarli, o anche di perderli per sempre, a patto che quel qualcuno che li riceve sia molto interessato ad averli e che quindi darglieli lo faccia davvero contento, facendo di riflesso contento me che glieli do. Però con il vespone no. Minchiate sono. Non lo presto manco morto.

Ma non per gelosia o senso di possesso. Più che altro è che se gli succede qualcosa io poi sto male. Dovesse rompersi o fare un incidente, mi toccherebbe portarlo dal meccanico e lasciarlo lì, e quindi starne lontano per giorni, forse addirittura per una intera settimana, e ciò farebbe crollare la certezza che ho di poterci contare sempre.

Una delle poche cose che placa la mia perenne ansia e i miei infondati di timori di catastrofi imminenti, una, forse l’unica, che riesce ad acquietare la mia ipocondria da allerta codice rosso, da pericolo incombente in cui trascorro l’esistenza, è sapere che sotto casa mia se ne sta issata su un cavalletto centrale questa possente, abissale creatura color verde lago di Lochness, di una forza mostruosa.

Quando la parcheggio in cortile, quale che sia la stagione, io me la figuro come un ferale Leviatano, avvolto dalle brume di una nebbiolina inglese che ne cela lo spaventevole sembiante e ne avvolge la dinamica prestanza. Questa sua primigenia possenza, il fato e un concessionario Piaggio mi hanno incaricato di addomesticare, con la missione improba di convogliarla verso il fine umanitario del trasporto persone: piegarla cioè a scopi utili e non distruttivi. Solo a me, dunque, e a chi altro? spetta- quale lauta ricompensa per l’immane responsabilità che ho generosamente assunto – di sfruttarla per i miei personali spostamenti urbani ed extraurbani. Ed è proprio questo rapporto di mutua dipendenza belva-domatore, ne sono convinto, a legarci, asservendo il vespone a me e imponendogli il patto di non tradirmi mai, di avviarsi sempre al primo colpo, di essere solida biga per il suo auriga. Perché se anche è capitato che perdesse nero e catramoso plasma dal blocco motore, che fumasse nubi sulfuree dallo scappamento a significare la propria stizzita malavoglia nel farsi da me destare a ore antelucane, e che talvolta per ripicca si ingolfasse a metà percorso, raschiando bilioso e perdendo bave di molosso dal carburatore, Esso mai mi ha abbandonato, mai ha consentito che fallassi un appuntamento, un giorno di lavoro, una gita al mare, una partita di calcetto. Mai, per quanto sia in onestà accaduto che lo abbia colpevolmente negletto, questa sua iniziale recalcitranza si è concretizzata in un diniego, mai la nostra centaura unione ha vacillato, mai Esso si è provato a disarcionare la mia cavalcatura. È così divenuto per me una garanzia, La Garanzia su cui conto da oltre dodici anni: periodo umano, terreno, su cui è ingannevole parametrare l’affidabilità del Regal Possente, poiché farlo equivarrebbe a parcellizare l’eterno: tentativo inutile, essendo questo suo carattere sempituro fondazione di se stesso e, per tanto, generatore di inestinguibile fiducia. Mi si paragoni pure a un fedele invasato e fondamentalista, ma io nel Regal Possente ci credo. Credo nell’esoterismo dei suoi servigi a due tempi, nella sua alchemica miscelazione separata, nell’infallibilità del suo avviamento a pedivella. E non direi per dogma. Ché un dogma non lo puoi testare: e io questo dogma qui invece lo testo ogni volta che ci salgo sopra e scalcagno sulla leva, con l’euforica certezza che Esso – motore solo provvisoriamente immobile – partirà e darà avvio alla cosmogonia del mio peregrinare. Ecco perché il vespone è per me un tranquillante così potente. Ed ecco anche perché mi è così difficile separarmene.

Eppure a lei lo presto. Sull’ansia prevale il desiderio. Mentre le consegno le chiavi, comincio a sperare che magari domani la incontrerò per caso, su una strada qualunque di questa piccola città. E se la incontrerò, la potrò guardare mentre lo guida, provando quella gioia della contemplazione che per fortuna sfiora solo per un attimo la felicità pura. Per fortuna perché secondo me è molto più bello quando la purezza un po’ si sporca, che a me la purezza piace intravederla appena, sotto uno strato di qualcosa, e quando capita che per caso incontro lei mentre  sta guidando il mio vespone, la sua bellezza, la bellezza limpida di questa ragazza – cui una inspiegabile botta di culo mi consente di rivolgermi chiamandola la mia zita – si contamina con la sozzura della mia libido, e allora sento che anche su una immagine di una semplicità immacolata come quella di lei che guida il mio vespone si può posare il desiderio, e questo rende la bellezza raggiungibile, e quindi umana, e quindi viva, e quindi più bella, se davvero è possibile dire che una cosa già tanto bella diventi più bella.

Se la incontro mentre guida il suo scooter, non succede. E non perché lei in tali occasioni sia meno bella (non lo è) o perché il suo scooter sia più brutto del mio vespone (lo è). Ma perché alla posizione che assume guidando lo scooter manca un dettaglio, il dettaglio dei dettagli, quello che m’innesca il precipizio emotivo verso la commozione prima e l’eccitazione dopo: il suo piede, calzato in una ballerina o in un’altra delle sue eteree scarpe basse, tenuto come sospeso sul pedale del freno posteriore. Nello scooter, è noto, entrambi i freni si comandano con le mani. Nel vespone no. Il freno davanti, per quanto nel mio modello sia addirittura a disco, non va neanche preso in considerazione (pena il trasformare la frenata in una prova da stunt-man) e l’intera manovra d’arresto o rallentamento va demandata a quello posteriore, sito sulla pedana, aggettante in forma di rilievo per la misura di buoni cinque centimetri, su cui il pilota, se ben versato (come ella è), sa di dover tenere sempre il proprio piede appena discosto, oppure solo leggermente poggiato, sì da poter in ogni istante accrescere la pressione esercitata e procedere così alla frenata vera e propria. Questa mirabile e provocante posizione del suo piede, le inclina il già languido ginocchio fino a formare un conturbante angolo retto con il suolo, in una perfetta perpendicolarità tra il fulcro del suo arco plantare destro (punto in cui, come ho vergato nel mio testamento, anelo a essere seppellito) e il centro esatto del pedale, scoprendole appena la caviglia e accordando il piede a un armonico parallelismo, prima col pedale, poi con la pedana, e infine, in un crescendo di panica simbiosi col tutto, con l’asfalto, il terreno, il sottosuolo, il centro del  pianeta e l’universo. A vederla procedere in mezzo al traffico con quella sua aria sicura eppure mai spavalda, salda eppure dolce, coraggiosa senza mai essere spericolata, provo una iniziale fitta di orgoglio, perché quella è pur sempre la mia zita che guida il mio vespone. Ma subito questo sentire mi si muta in struggimento per la beltà di ciò che vo’ rimirando: una geometria di linee perfette, che connubiano la macchina e l’umano, rapendo tutto il mio essere verso le sfere più alte dell’estasi sensoriale. È lì che, se solo sposto gli occhi sul dettaglio del piede sul freno, tutta questa ascesi trascolora rapida in desiderio di unione carnale, di accoppiamento, di riproduzione. E se non mi sforzassi di imbrigliare questi moti ancestrali, essi sarebbero così intensi da degenerare in brama dissoluta e feticista, spingendomi verso chissà quali podaliche nefandezze. La malmostosa commistione di tante differenti sensazioni mi fa moribondo, e la inseguo correndo, se sono a piedi, oppure azzardando una manovra nel traffico, se sono in macchina. Ben sapendo che tutto è vano. Perché ella è di leggiadra sveltezza, e la sua grazia ha reso docile e insieme guizzante l’esuberanza del Regal Possente, e subito sono corsi via insieme, allontanandosi da me e dal mio desiderio, che proprio per lo sfuggire del suo oggetto si rinfocola, imponendomi di telefonarle, chiederle dove sta andando, implorarla di fermarsi, lasciarsi raggiungere da questo me goffo, lento, prigioniero, volgare. Ma di un prudente e insonorizzante elmetto è cinto il di lei capo, e vieppiù che la possente creatura romba, il traffico uggiola. Non ode il mio trillar sensuale. Potrà avvedersene solo giunta a meta, quando smontando di sella controllerà il display e mi richiamerà per sapere cosa volevo. “Niente”, le dirò allora. “Così, tanto per sentirti”.

One Man’s Meat

Inserito il

– Cosa c’è dentro?

– Ricotta, sono buonissimi.

– Ricotta?

– Ci sono anche al cioccolato, se preferisce.

– Ricotta? Cioè il formaggio?

– Esatto, ricotta.

– Io pensavo fossero dolci.

– Infatti: questi qua sono cannoli, queste altre invece sono cassate.

– Ma c’è il formaggio.

– Sì, ma sono dolci.

– A me non piace il formaggio.

– Li prenda al cioccolato allora, sono buoni anche quelli.

– Ci sarà mica del formaggio anche lì dentro?

– Niente formaggio, se le dico che è cioccolato, è cioccolato.

– Vuol dire crema al cioccolato?

– Allo stesso modo in cui quella non è ricotta ma è crema di ricotta.

– Allora non è formaggio: è un dolce.

– La base è la ricotta, che sarebbe un formaggio, ma è lavorata con lo zucchero, il che la rende una crema dolce, solo che è al sapore di ricotta.

– Poteva dirmelo, a me il formaggio non piace, ma i dolci sì.

– Lo davo per scontato: siamo al reparto dolci, quello in cui di solito si vendono i dolci.

– Allora dovreste scriverci “crema di ricotta”, non “ricotta” .

– Se ci scrivessimo “crema di ricotta” la gente penserebbe che non si tratta di ricotta vera, ma di un surrogato fatto con solo una piccola percentuale di ricotta. Sa, noi ci teniamo alle materie prime, non ci va che ci prendano per pasticceri che usano surrogati di ricotta.

– Quindi quella è ricotta ricotta, non crema di ricotta.

– La ricotta che usiamo per fare la crema di ricotta è ricotta ricotta. Ricotta purissima, fresca, di pecora.

– Io vorrei solo capire se mangerò del formaggio o mangerò un dolce.

– Esistono dolci al formaggio, capisce? Questo è uno di quelli. Si chiamano dolci di ricotta.

– Ah, come la cheesecake?

– Direi di sì, solo che qui si sa anche che tipo di formaggio è.

– E che formaggio è?

– È ricotta.

– Ci aggiungete lo zucchero e ne fate una crema?

– Zucchero, cannella, poi si lavora un po’, si corregge, si addensa, e alla fine viene fuori questa delizia qui.

– Quindi c’è solo una percentuale di ricotta.

– Una percentuale molto consistente.

– Quanta ricotta c’è in percentuale? Sa, non gradendo molto il formaggio, per me, meno ce ne fosse, meglio sarebbe.

– C’è tutta la ricotta necessaria affinché questo dolce sappia di ricotta.

– Ma su per giù? Per farsi un’idea.

– Direi che siamo sul sessantacinque per cento.

– C’è un trentacinque per cento di altri ingredienti, allora.

– Mi pare una stima accettabile.

– Quindi, nonostante le sue politiche di marketing, questa qui più che ricotta è crema di ricotta.

–  Tecnicamente sì. Comunque lei dovrebbe gradirla più di quanto gradirebbe la ricotta pura, vista la sua avversione per i formaggi.

– Il fatto è che lei qui c’ha scritto “ricotta”, quando invece avrebbe dovuto scriverci “crema alla ricotta”.

– Posso chiederle da dove viene?

– Sud Tirolo.

– Se non sbaglio lì fate dei dolci alla panna che sono squisiti.

– È la nostra specialità.

– Purtroppo a me la panna non piace.

– Quindi non li assaggerebbe neanche?

– Dipende.

– Se non li assaggia si perde davvero qualcosa.

– Ci credo. A me il latte piace molto.

– Quindi le piacerà anche la panna.

– Ma la panna è dolce, no?

– Vorrei ben vedere.

– Non mi piacciono i dolci. Però sono ghiotto di latte.

– La panna è a base di latte, sono sicuro che le piacerebbe molto.

– Che vuol dire “a base di latte”?

– Che l’ingrediente principale è il latte, ma ne usiamo solo la parte grassa. Poi c’è lo zucchero, volendo anche un po’ di  vaniglia…

– In che percentuale si attesta il latte presente nella panna?

– Direi che più o meno siamo al sessantacinque per cento.

– Vuol dire che c’è un residuo trentacinque per cento di altri ingredienti?

– Su per giù, ma non so farle una stima precisa.

– Allora dovreste scriverci crema di latte.

– Se ci scrivessimo crema di latte la gente penserebbe di stare mangiando un surrogato del latte. Noi invece ci teniamo molto alle materie prime: usiamo solo latte fresco, appena munto.

– Capisco. Ma se ci trovassi scritto crema di latte la mangerei di certo, per via del fatto che mi piace il latte. Mentre se leggo panna, penso ai dolci, che non mi piacciono, e non mi viene neanche in mente di assaggiarla.

– Lei la fa tanto lunga, ma la panna piace a tutti, si mette su tutti i dolci.

– Anche su quelli alla ricotta?

– Io questo non lo so. Da noi non si fanno dolci al formaggio.

– E non vorrebbe assaggiarne uno, magari con un po’ di panna sopra?

– Panna sul formaggio?

– Le ho spiegato che ciò che lei si ostina a chiamare formaggio è in realtà una crema dolce.

– Al sapore di formaggio, no?

– Al sapore di dolce, come la panna, che sa di latte, ma anche di dolce.

– Dice che ho troppi pregiudizi?

– Io le chiamerei fisime.

– Non sono ancora convinto. Cosa c’è lì dentro, invece?

– Sangue di maiale. Lo cuociamo per farlo raggrumare e poi ci spruzziamo sopra un po’ di zucchero e cacao. Si chiamano “sanguinacci”.

– Fantastico, me ne faccia un chilo.

Non pagare paga

Inserito il

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Polemizzare è odioso, lo so, però quant’è bello. Ieri ho letto un articolo di Roberto Alajmo che come al solito era godibile, sensato, lieve e profondo insieme, e con quel tocco di narrativo che lui ci sa mettere sempre, così, con naturalezza, come io ci metto il parmigiano sulla pasta con la salsa.

Era una cosa sul malcostume di commisionare a scrittori e giornalisti pezzi per la propria rivista chiedendoli come favore personale, e dunque non retribuendoli:  avanti dai, me lo dai un tuo racconto aggratis, che lo metto sul mio giornale, così vendo più copie? Tanto a te che ti costa?
Tutto quello che ha scritto Alajmo in proposito rimane sacrosanto, però a me sono partite lo stesso una serie di fantasticherie su una società ideale, magari di stampo vetero comunista utopico, e sono arrivato all’insostenibile conclusione che nessuno dovrebbe mai essere pagato per scrivere. Lo so che è un concetto orrendo anche solo a pensarlo, quindi figuriamoci a difenderlo. Però io il blog ce l’ho apposta per questi esercizi oziosi.
Facciamo per un attimo astrazione dal mercimonio di tutto e di tutti in cui siamo immersi (cioè la realtà delle cose, che poi è quello di cui parla Alajmo: se un editore lucra sui suoi scritti, è più che legittimo che lui partecipi del guadagno), e proviamo a considerare come professione, o meglio come lavoro, solo ciò che realmente dovrebbe essere considerato come lavoro.
Ecco, stando all’etimo (soprattutto a quello siciliano, che poi è identico a quello francese: travagghiu, cioè travaglio), il lavoro non è nient’altro che una combinazione di fatica e dolore, con il piacere totalmente escluso dalle sfumature semantiche del termine. Quindi, stringi stringi, chi ti paga un lavoro, ti sta offrendo un corrispettivo in denaro per gli sforzi e la fatica da te profusi nello svolgere quel lavoro. Poi, ovviamente, (ma un po’ in seconda battuta, almeno stando all’etimologia), ti sta pagando anche per la tua perizia nello svolgerlo.

Fare del proprio lavoro, cioè delle proprie fatiche e delle proprie sofferenze, motivo di gioia e appagamento (svolgere dunque una professione che si considera piacevole svolgere) è uno dei miti della modernità: il cosiddetto uomo fortunato, che fa un lavoro che gli piace fare. Costui, stando alla logica di cui sopra, dovrebbe istantaneamente vedersi decurtato il corrispettivo della paga fino allo zero, poiché la paga è, come si è detto, ricompensa della fatica e della sofferenza profusi nello svolgere il lavoro, e venendo meno il dolore, viene meno anche la sua retribuzione.

Pretendere infatti che del proprio lavoro debba essere pagata soltanto la competenza che si è acquisita è, a livello etico, un atto di pura meschineria. Sarebbe come chiedere soldi perché si conosce, si è sapienti, si sa. Ciò contraddirebbe la natura stessa del sapere, che è di essere trasmesso a vantaggio di chi non sa, di modo che chi non sa finalmente sappia, e, sapendo, si migliori, e migliorandosi, migliori gli altri (si fa così sin dai tempi degli uomini delle caverne: pensate che ne sarebbe stato di noi se l’australopiteco che scoprì il fuoco avesse cominciato a chiedere duemila euro per spiegare agli altri ominidi come si faceva). Dunque farsi pagare perché si scrive di ciò che si sa è abbastanza antidemocratico, molto antiprogressista, e parecchio odioso. (Aggiungerei anche che, sempre nel mercimonio di tutto e tutti in cui siamo immersi, il giornalista – peggio ancora lo scrittore- è spesso pagato per scrivere di ciò che non sa, anzi di ciò che palesemente ignora, e ancora più spesso è pagato per qualcosa di peggio: dare la sua opinione. L’opinione è di per sé una cosa priva di alcun valore, perché è una cosa che non costa niente a chi la formula, tutti ne abbiamo una, quindi proprio non si vede perché una cosa che non costa niente debba essere pagata come se avesse un valore. Ma coi giornali succede di peggio: l’opinione viene diffusa, recepita, e anche condivisa, non solo contraddicendo così il principio della gratuità del sapere, ma arrecando anche danno alla comunità, tratta in inganno da false nozioni e da commenti su fatti che sono o inesistenti o travisati dall’ignoranza).
Bisogna quindi concludere che se scrivere di qualcosa con competenza è considerato da chi la compie un’attività piacevole (o comunque appagante):

1)Non c’è ragione che questi chieda di essere compensato per le proprie fatiche e il proprio dolore (in quanto non ne prova)

e

2)Che non sarebbe morale venisse pagato solo per le proprie competenze (o peggio ancora incompetenze).

Ci sarebbe però un ulteriore motivo per pagare chi scrive: il talento.
L’abilità nell’esprimersi, tramite scrittura, pittura, scultura o qualsiasi altra forma, è un talento naturale. Ma se così è, pagare chi possiede un talento naturale semplicemente perché lo possiede, sarebbe anche questa una pratica immorale, almeno quanto lo è la prostituzione. La prostituta utilizza ciò che le è stato fornito senza sforzo dalla natura (il proprio corpo) e chiede di essere pagata per il semplice esserne in possesso (sulla perizia nell’utilizzare il proprio corpo da parte della prostituta si dirà poco più avanti, e varrà quanto argomentato per il centometrista). Si obietterà che sapere ben scrivere (o dipingere, o scolpire, o fotografare, o fare pompini) è sì un talento naturale, ma per poterlo ben sfruttare va allenato con molta serietà e scrupolo: un po’ come uno che nasce veloce di gambe e di piedi, ma se non si allena con rigore non riuscirà mai a correre i cento metri in nove secondi e mezzo. Obiezione senz’altro valida. Si potrebbe quindi stabilire una quota di retribuzione che prevedesse il pagamento degli sforzi impiegati per affinare il proprio talento, stabilendo cioè quale sia la quota di sofferenza da compensare al netto del talento innato, di modo che tanto più ci si “alleni”, tanto più si percepisca come compenso. Ma questo sarebbe paradossale, perché finiremmo per pagare uno privo di talento molto più di uno che invece ne sia ben provvisto:  il primo, infatti, essendo meno adatto alla professione, sarebbe costretto ad allenarsi molto di più, e ciò potrebbe fare sì che l’attività di scrittore (o di centometrista, o di buttana) venisse svolta da chi ha meno talento per essa, e non da chi ne ha più, proprio perché dovendo allenarsi molto, guadagnerebbe parecchio, e ciò gli farebbe apparire allettante una professione per la quale non è tagliato. Cosa, quest’ultima, ben poco conveniente anche per i suoi lettori, che finirebbero per leggere articoli brutti, o nella migliore delle ipotesi mediocri. Perché mai, dunque, allenare sui cento metri un individuo nato lento, che non potrà mai fare un tempo decente, e stipendiarlo come un nababbo per arrivare ultimo? Uno spreco, che condurrebbe a risultati scadenti.

Chi scrive, quindi, e scrive con piacere (come è giusto che faccia chi scrive) non dovrebbe essere pagato per scrivere, ma per fare altro.

Cosa?

Lavorare.

Nella mia società ideale, scrivere è, come dicono gli inglesi, una liberal art, che sempre stando all’etimo vorrebbe dire arte liberale: liberale, cioè gratuita, fatta per il piacere di farla. E liberal anche nel senso di un’arte che può essere esercitata solo da chi è libero, cioè non è schiavo. Chi lavora invece è schiavo (nel senso che dipende dal suo lavoro). E non si può essere schiavi di un’arte liberale.

Può sembrare una posizione retriva, però non va intesa come il lasciare che ad occuparsi di scrittura, giornalismo e letteratura sia soltanto chi abbia i mezzi economici per potersi permettere di non lavorare e dedicarsi alle proprie passioni. Io la intendo in un altro modo. Una società giusta, che tenesse in alta considerazione tanto i suoi scrittori quanto i suoi raccoglitori di patate, non dovrebbe pagare lo scrittore per scrivere: dovrebbe pagarlo per non stancarsi troppo a raccogliere patate. Un raccoglitore di patate semplice andrebbe pagato il giusto (attualmente viene pagato molto ingiustamente), mentre un raccoglitore di patate che scrive andrebbe pagato il doppio. Il doppio dei soldi per raccogliere le stesse patate di quell’altro. Perché così avrebbe un po’ più di tempo a disposizione per scrivere (gratis) e renderci tutti migliori (gratis). Il professionismo della scrittura e dell’arte, io, non ci credo che fa tutte queste buone cose. Gadda era un ingegnere. Bufalino insegnava in un liceo. Carver scaricava gabbiette di frutta al mercato. T.S. Eliot era un bancario. Primo Levi faceva il chimico in un’industria. Lo scrittore professionista è spesso autoreferenziale: non so neanche fare esempi troppo circostanziati, ma ci sono milioni di libri scritti da scrittori professionisti che, guarda caso, hanno per protagonisti scrittori professionisti intenti a scrivere libri.
L’idea che esista un lavoro piacevole, un lavoro che ci piace, e che ciascuno di noi abbia il diritto di trovarlo e il dovere di cercarlo, è sana, da una parte, ma è deleteria dall’altra. Intanto perché ha generato milioni di individui convinti di poter vivere del proprio talento, anzi di doverlo proprio assecondare questo loro talento, e ci ha privato invece di quegli individui che non considerano raccogliere patate uno spreco del proprio talento. E poi, soprattutto, perché ha creato un ideale che è quasi sempre irraggiungibile, o comunque è irraggiungibile dai più. E invece gli ideali sono belli quando sono possibili, quando sono traguardi che tutti prima o poi potranno raggiungere (e questa per me è l’essenza dell’essere di sinistra, e quindi del progressismo). Perché a un traguardo si può tendere, si può lavorare per avvicinarcisi sempre di più, mentre un sogno o una chimera sono come le lotterie: che ci giocano in milioni ma le vince uno solo, e servono solo a tenere in piedi un sistema che è una truffa. Per questo mi piacerebbe una società che dicesse onestamente a ciascuno dei suoi componenti: senti qua, amico mio, il lavoro che ti piace non te lo posso dare. Però ti posso dare un lavoro di merda. Te lo pago bene. E ti do anche tutte le tutele giuste. Così quando non lavori puoi trovare il tempo e la possibilità di fare quello che ti piace fare, che sia scrivere o che sia giocare a bocce, che me ne fotte a me? Io sono la società, una mera astrazione, per me puoi fare quello che ti pare.  La gente sarebbe più felice ed equilibrata (e anche più solidale) semplicemente lavorando un po’ meno e venendo pagata un po’ di più. E lo sarebbe anche facendo un lavoro brutto e infame come ci si aspetta che sia un lavoro degno di questo nome. Certo, ne conseguirebbe una regressione verso il dilettantismo. Ma non bisogna temerlo troppo, il dilettantismo. Il dilettantismo mica  è sempre sinonimo di approssimazione o di sciatteria. Alle prime olimpiadi, i cento metri li correvano dei dilettanti, gente che nella vita di tutti i giorni poi faceva il panettiere. Magari erano più lenti di questi fulmini di oggi, pagati apposta per fare i fulmini. Però in ogni loro passo c’era la stessa dignità che c’era nelle loro pagnotte. Leggi il resto di questa voce