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Bastava fare “due” con la mano a Stefano Cucchi

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Nel 1987 a Siracusa c’era la questione del casco.

Era diventato obbligatorio, quindi trovavi posti di blocco ovunque: della polizia, dei carabinieri, qualche volta anche dei finanzieri.

In certi quartieri e in certe scuole di Siracusa, nel 1987 (ma un po’ pure adesso) se qualcuno ti diceva sbirro, finanziere ma soprattutto carabiniere era proprio un insulto, di quelli gravi, tipo figlio di buttana: cioè o era una cosa che ti dicevano gli amici tuoi più stretti, proprio per ridere, oppure significava che chi te l’aveva detto voleva farla finire a legnate, dovevi partire con le botte, combattere per salvare l’onore.

In certi altri quartieri e in certe altre scuole, tipo la mia, questo fatto di dirsi sbirro o carabiniere invece era più che altro una pantomima, uno scimmiottamento: cioè in un certo senso ce lo dicevamo tra di noi per fare i torpi, cioè i grezzi, cioè per imitare, un po’ deridendoli, quelli un po’ malacarni che si dicevano seriamente sbirro e carabiniere l’un l’altro per offendersi.

A volte capitava che questa sottigliezza sfuggisse, oppure che venisse volutamente equivocata, così da essere utilizzata come pretesto: magari quello che ti aveva dato del carabiniere per scherzo ti stava antipatico per chissà quali motivi, e allora fingevi di non avere colto l’ironia e ne approfittavi per farla finire a legnate lo stesso.

A quel punto, chi si trovava ad assistere all’aggressione in qualche modo la legittimava: be’, però gli ha detto carabiniere, non è che se la poteva tenere così.

Quindi insomma, anche in scuole e quartieri tipo il mio, non era mai chiarissimo se questo termine fosse un insulto per davvero o solo per finta: si rimaneva sul vago, un po’ era per ridere e un po’ poteva diventare una cosa seria.

In certi altri quartieri e in certe altre scuole invece c’era più certezza: questo fatto che non eri sbirro e non eri carabiniere si doveva vedere bene, andava dimostrato a tutti, in vari modi e con vari atteggiamenti. Uno era non mettersi il casco.

Il casco, per la verità, non se lo metteva nessuno, in nessuna scuola e in nessun quartiere, un po’ per la storia (mai chiarita fino in fondo) che non bisognava essere né sbirri né carabinieri, e un po’ perché all’epoca c’era un problema molto sentito: il gel.

Senza gel non usciva di casa nessuno, e col gel mettersi il casco era una tragedia.

Però c’erano questi cavolo di posti di blocco degli sbirri, dei carabinieri e pure dei finanzieri un po’ ovunque, e non si poteva rischiare di farsi sequestrare il motorino. Allora, per la paura di restare a piedi, il casco te lo portavi dietro, senza metterlo: lo infilavi sul braccio destro, il lato dell’acceleratore, così se ti accorgervi di un posto di blocco, in un attimo te lo potevi infilare in testa.

Accorgersi del posto di blocco era piuttosto semplice, perché tra i possessori di motocicli era invalso un uso assai solidale: segnalarsi reciprocamente la presenza di sbirri, finanzieri e soprattutto carabinieri con un gesto della mano. Se incrociando un motociclista quello ti faceva il numero “due” con la mano significava che lungo quella strada c’erano i carabinieri: o ti mettevi il casco in testa o facevi inversione ed evitavi il posto di blocco.

Tutti i ragazzi, di tutti i quartieri e di tutte le scuole, sapevano come interpretare questo gesto e quindi anche come regolarsi, e nessuno mancava mai di segnalare la presenza di carabinieri a propria volta.

Nonostante questi accorgimenti, qualcuno veniva beccato lo stesso: i primi a passare da un certo incrocio, se la pattuglia era ben piazzata, non avevano scampo. L’unico modo per evitare il sequestro, a quel punto, era non fermarsi al posto di blocco e scappare.

Lì la differenza tra scuole e quartieri si faceva molto più pronunciata: quasi mai i ragazzi che provenivano da ambienti  difficili si fermavano ai posti di blocco. A fermarsi, senza nemmeno essere sfiorati dall’idea di ignorare la paletta, erano i ragazzi di scuole e quartieri come il mio.

Ti ritrovavi così immobilizzato in mezzo alla strada, a dare documenti e spiegazioni, spesso per molto più tempo del dovuto, e subendo una serie di ramanzine, di solito molto aspre, che piano piano, con lo scorrere dei minuti diventavano prima reprimende, poi derisioni un po’ umilianti, e nei casi peggiori temevi potessero degenerare in scappellotti, o addirittura percosse. Insomma, più cominciavi ad avere paura che le cose si mettessero male, più i carabinieri solleticavano i tuoi timori, giocandoci con poco o molto sadismo, a seconda dei casi.

Ricordo bene la volta che mi sequestrarono la vespa 50 Pk XL colore blu notte (aveva anche un grosso adesivo con la faccia imbronciata di Paperino sul bauletto destro), in piazza della Repubblica (oggi si chiama piazza Giovanni Falcone e Paolo Borsellino), a due passi dal vecchio tribunale, allora in piena funzione.

Uno dei tre poliziotti, mentre gli altri due mi cazziavano pesantemente per questo fatto del casco (mettendo la cosa in termini francamente assurdi, come se io avessi deciso di girare senza casco per deridere la loro autorità o svilire la loro funzione di controllo, quando per me era tutta una questione di gel) si allontanò di qualche metro ed esplose un colpo di pistola per terra, facendo saltare per aria uno o due cubetti di porfido. Pure i due che mi stavano cazziando fecero una faccia sconvolta, ma il terzo, quello che aveva sparato, si mise subito a ridere, disse qualcosa di divertente, e tutti e tre si godettero la mia espressione di paura e i miei sudori freddi.

Mi ricordo anche che tornando a piedi verso casa, il casco infilato sul gomito destro, pensai che effettivamente dire a qualcuno sbirro o carabiniere era un insulto pesante, e non c’era bisogno di essere torpi o malacarni per offendersi se qualcuno lo diceva a te.

Un’altra cosa che notavi sempre quando ti capitava di essere fermato a un posto di blocco erano proprio i torpi: non era tanto che non si fermassero loro, era più che altro che ai poliziotti e ai carabinieri e ai finanzieri non veniva neanche in mente di fargli vedere la paletta. Più le facce erano brutte, più gli si leggeva in faccia che non si sarebbero fermati, più si intuiva che avrebbero reagito all’ALT come a un’offesa personale, insomma più si capiva che erano delinquenti, più i carabinieri li ignoravano, lasciandoli passare.

Non potrei dire sempre, ma posso dire spesso per averlo visto succedere in diverse occasioni, la paletta la esibivano a facce da scemotti, con la gommina sui capelli e gli adesivi di paperino imbronciato sul bauletto.

Più volte mi è anche capitato di vedere coppie di malacarni passare a gran velocità, senza casco neppure sul gomito, con motorini così rumorosi che sembravano duemila di cilindrata, e sputare per terra con grande ostentazione due metri dopo o due metri prima del posto di blocco: fermarli sarebbe stato allo stesso tempo doveroso e impossibile.

Finito il liceo, cioè l’età degli scioperi, delle fallimentari occupazioni scolastiche, dei cortei e delle manifestazioni di piazza in cui spesso si entra a contatto con le forze dell’ordine, l’idea che sbirro e carabiniere fossero brutte parole si era tradotta in un distinguo più preciso: per me, e per quelli un po’ fessacchiotti come me, era un insulto, ma non allo stesso modo e non con lo stesso significato che gli davano quegli altri, quelli che al posto di blocco non si fermavano e sputavano per terra.

Per loro, carabiniere significava spione, nemico, ficcanaso. Per me e per i miei compagni di scuola invece significava più che altro uno debole coi forti e forte coi deboli.

Non che mancassero esempi diversi, del tutto opposti a questo genere di comportamento vile: quando Ortigia diventò per la prima volta Zona a traffico Limitato, e per accedervi bisognava esibire un pass, vidi più volte vigili urbani, carabinieri, poliziotti e finanzieri, buscare schiaffoni, restituirli e portare in questura certi brutti ceffi che pretendevano di entrare e uscire dal centro storico come gli pareva e piaceva.

Il 23 settembre 1997, finito il concerto degli U2, a Reggio Emilia, c’erano decine di migliaia di persone che si accalcavano sul piccolo piazzale di una minuscola stazione, per salire su un treno che li avrebbe riportati a casa: è stato come partecipare all’apocalisse e averla scampata per un pelo. Il pelo che la fece scampare furono i celerini, che con una flemma inumana seppero gestire una folla inferocita, pronta a uccidere pur di entrare in stazione, e forte della sua enorme superiorità numerica. Ricordo di aver ammirato uomini e ragazzi in divisa che si prendevano sputi in faccia, minacce e insulti di ogni tipo, provocatori spintoni e bottigliate in testa, senza mai perdere la pazienza e la lucidità per una intera notte, fino all’alba.

Però qualche anno dopo vidi la scena di un panettiere che consegnava un carico di filoni caldi a una bottega di generi alimentari, in via Piave, e di due poliziotti che gli si avvicinavano, mentre lui reggeva con tutt’e due le mani una grossa cesta molto pesante, dicendogli in malo modo di spostare subito il furgoncino da là, perché loro dovevano parcheggiare (c’erano un sacco di altri posti liberi, due metri più giù). Lo sentii rispondere un attimo, scarico questa cesta e arrivo. E poi sentii il rumore delle sberle, quello della cesta che cadeva per terra, alzai gli occhi e vidi che lo infilavano dentro la volante e se lo portavano via.

Qualche anno prima avevo letto un libro che mi aveva allo stesso tempo divertito e inquietato, Il lercio, di Irvine Welsh. La parte che mi divertiva era la stessa che mi preoccupava: il protagonista era un poliziotto esaltato e manesco, e la sua filosofia di vita era che il posto di lavoro più appropriato per un maschio nato con una naturale tendenza all’abuso e alla violenza fosse nelle forze dell’ordine.

Il libro giocava molto con gli eccessi, era una specie di fumetto iperbolico, ma sapeva bene come spingere sul tasto del timore: se era in grado di inquietare era perché da qualche parte, nell’esperienza di chi leggeva, risuonava l’immagine di un poliziotto prevaricatore e prepotente, una figura che si poteva essere intravista nella realtà, magari non sovrapponibile, ma in certi punti combaciante.

Molti anni dopo, mi ritrovai a insegnare in un carcere.

Ogni tanto origliavo i discorsi degli studenti, da principio senza volerlo, poi con sempre più curiosità, senza riuscire a staccarmi. Mi interessavano i racconti che si scambiavano riguardo agli interrogatori (il mio era un carcere giudiziario, quasi tutti gli studenti erano in attesa di un giudizio definitivo, il che è già di per sé una follia). Da quello che dicevano traspariva una specie di sconforto e delusione: lo attendevano per giorni, settimane o mesi, ma quando poi ne parlavano capivi che non era stata un’occasione per chiarire, ma più che altro si era trattato di un momento al quale bisognava sopravvivere, non lasciarsi intimidire troppo, non cedere, non crollare.

Prima della mia esperienza in carcere c’era stato l’assassinio di Emanuele Scieri dentro la caserma Gamerra di Pisa, poi ci fu  la storia della Diaz, e dopo ci furono tra gli altri il caso di  Federico Aldrovandi, quello di Giuseppe Uva e quello di Stefano Cucchi.

Essere un poliziotto, un carabiniere, un parà, un marò, un commissario, un magistrato inquirente non dev’essere facile. Una componente di intimidazione e di violenza è insita nel mestiere che fai, ce la devi avere dentro come una specie di vocazione, devi farci i conti ogni giorno e gestirla con molto autocontrollo in istanti lunghi e difficili, che in un attimo possono diventare spartiacque della tua vita e soprattutto di quella di un altro. Una divisa, un manganello, una pistola o l’autorità per decidere che la vita di una persona proseguirà in galera dovrebbero averla solo quegli individui perfettamente equilibrati e risolti: ai più saggi tra noi le armi dei custodi e ai filosofi il potere di giudicare.

Era una repubblica ideale, quella di Platone, certo, la realtà sarà sempre un’altra cosa. Eppure per uno stato di diritto non c’è altro modo di progredire in civiltà se non quello di ammettere i propri errori e tentare di correggerli. Forse il carcere non andrebbe dato mai a nessuno, nemmeno agli assassini di Cucchi. Però la verità andrebbe restituita sempre a tutti. E chi ce l’ha dovrebbe offrirla spontaneamente, al di là di qualsiasi sentenza.

In ogni caso sarebbe stato bello, la notte del 15 ottobre 2009, avere incrociato Stefano Cucchi col motorino e avergli fatto il numero due con la mano, giusto qualche minuto prima che arrivasse la volante.

Entusiasti Anonimi (LOL = I Hate You?)

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Un sabato pomeriggio del 1984 i miei mi portarono al cinema a vedere La storia infinita.

Potevo avere sì e no dieci anni, però tornando verso casa chiesi a mia madre:

1) Se mi comprava il 45 giri di Limahl

2) Se mi prestava la sua Olivetti Everest.

– Sì, ma che ci devi fare?

– Niente, ci devo scrivere una recensione.

Mia madre se la prese subito con mio padre: gliel’aveva detto che tutte quelle Cipster mi avrebbero fatto male.

Il peggio però arrivò dopo qualche ora, quando li convocai in soggiorno per leggergli quanto avevo scritto.

Nell’illusione di non ferirmi, bisbigliarono tra loro che, sì, forse conoscevo anche il termine recensione, però ne travisavo il significato: quella che avevo scritto io era più che altro una lauda di stampo stilnovista, o al massimo una postulazione di beatitudine per sceneggiatori, attori e regista, artefici di tanto mio godimento.

La cosa si ripeté, con un peggioramento generale dei sintomi, la settimana seguente, quando su un foglio di quaderno a quadretti inserito sul rullo della Everest (ormai era mia), definivo una riduzione per ragazzi de I cavalieri della tavola rotonda acquistata per me da mia nonna all’edicola sotto casa come Opera cruciale per lo sviluppo della civiltà umana, un testo che ciascuno di noi dovrebbe mandare a memoria.

I fogli di quaderno, strappati a mano e con foga, mai dritti dentro alla macchina per scrivere, generavano righe sghembe. A ogni a capo ero costretto a uscire dal rapimento della mia stessa enfasi e incrociare le reazioni del mio uditorio: notavo, così, come al levarsi di ogni mio osanna corrispondesse l’inarcarsi di un sopracciglio sul volto dei miei.

Così il sospetto di infervorarmi un po’ troppo si fece presto certezza, e alle soglie dell’adolescenza, in piedi davanti alle sedie del soggiorno disposte in circolo, dovetti fare atto di contrizione: mi chiamo Mario Fillioley e sono un facile entusiasta.

I facili entusiasmi, me lo dicevano e me lo dicono ancora tutti, sono sintomo di un’indole superficiale, farfallona, scimunita, e spesso anche molesta: il giubilo ci mette un attimo a mutarsi in spirito di proselitismo, e a quel punto, qualunque cosa tu proponga, viene accolta con la stessa euforia con cui si riceve una copia di Torre di guardia la domenica mattina alle sette meno un quarto.

La mia successiva vita da spettatore, lettore e ascoltatore fu dunque una lunga esercitazione nell’arte tantrica del differire i parossismi d’entusiasmo di cui ero preda, o quantomeno in quella di fiutare l’aria come un cirneco, riconoscere il boato che precede l’eruzione ed evacuare i paesini alle pendici del senso critico.

A un certo punto, l’eco fastidiosa della mia razionalità prese domicilio da qualche parte in mezzo ai visceri: «Niente schiamazzi prima delle cinque», diceva l’anziana signora del piano di sotto, quella che se poco poco alzi il volume comincia a battere sul soffitto con la scopa.

Grazie a lei imparai che una volta fattesi le cinque, la voglia di fare schiamazzi era bella che passata, e non era più il caso di offrire libagioni in onore di nessuno.

Il periodo di compassata morigeratezza e relativa serenità condominiale era destinato però a interrompersi per sempre in un pomeriggio dei famosi anni zero: per la precisione il 29 settembre del 2007, giorno della mia iscrizione a Facebook.

Da allora (poco più di un lustro fa, in fondo), sono tornato a essere il bambino altamente infiammabile della Everest, e ho subito cominciato a usare i social network come una specie di roipnol a buon mercato con cui adulterare l’acqua canarina alla vegliarda del piano di sotto: tiè, beviti quest’intruglio e fatti una bella ronfata fino a domani.

Con Facebook, noi facili entusiasti ci siamo visti recapitare in dono una specie di “spargitore di incensi” automatico, uno di quegli annaffiatoi rotanti da giardino: vuoi mostrare agli amici qualcosa che hai letto, visto, ascoltato, e che ora ti brucia come lava nel petto? La piazzi in bacheca e con mezzo clic raggiungi tutti quelli che la tua esaltazione desidera stalkare.

Tanta efficacia doveva per forza avere un prezzo.

E l’effetto collaterale è l’immediatezza con cui ogni tentativo di riflessione naufraga prima ancora di lasciare il porto: leggiamo, ascoltiamo, guardiamo, e subito, senza soluzione di continuità, likiamo e commentiamo.

Il Like su Facebook va oltre il tradizionale commento a caldo che ci si scambia all’accendersi delle luci in sala col vicino di sedia o col fan sfegatato a fine concerto, perché spesso lo si appone già durante la fruizione di ciò che viene condiviso. E ancora più spesso lo si appone sulla fiducia: Guarda! Ciccio ha appena postato uno spezzone di Palombella rossa, gran film, non ricordo che scena sia, e nemmeno capisco che attinenza abbia con lo status di Ciccio, ma di sicuro apprezzo Nanni Moretti, fammi cliccare Mi piace, non ho neanche bisogno di rivederlo.

Stessa cosa per quanto riguarda i commenti. Tra facili entusiasti, li si scrive soprattutto per rassicurarci a vicenda, e sono quasi tutti riconducibili a un unico ceppo di significati: bravo, sei andato a segno, mi hai colpito e pure affondato, adesso sì che capisco come mai io e te siamo amici su Facebook.

Commenti come Definitivo o Epic Win chiosano quei post che gli amici ci depositano in bacheca apposta per produrre in noi quello stato emotivo di plauso ed esaltazione che adesso tentiamo di restituirgli con il nostro commento, esaltato e a sua volta esaltante.

La vecchiazza del piano di sotto dorme stordita dal cocktail di barbiturici che le abbiamo rifilato, e i magnificat sono liberi di risuonare in dodecafonia. Nessun deterrente, nessun richiamo all’ordine, nessuna scopa che picchia sul soffitto.

In confronto, il me decenne che aspettava di tornare a casa per mettersi a fare Snoopy sulla Everest era un bramino col controllo totale sulle proprie pulsioni.

Ciò vale sia quando si riceve la proposta, sia quando la si effettua.

Perché al di là dell’imbarazzo che provoca il vedersi commentare laudativamente un proprio post (ognuno elabora una sua strategia di sopravvivenza: autoironia a profusione, emoticon con faccine che si commuovono, contro-ringraziamenti infiniti che somigliano a quegli sketch in cui un occidentale e un giapponese non smettono più di inchinarsi, restituzione di Like, pubblici tag a mò di attore che brandendo il premio lo dedica al suo pubblico ecc.) il punto è che siamo di fronte a una razionalità assopita, in nulla differente da quella del grillino che inveisce contro la ka$ta schiumando dalla tastiera.

Dotandosi per tempo di strumenti come il ban (moderno ostracismo) e il nascondi (misura analoga al divieto di avvicinarsi oltre tot metri), Facebook si sforza di non diventare il luogo dell’insulto, però non si adopera affatto per evitare di diventare quello del salamelecco, della cerimonia e della piaggeria.

Inflazionare i superlativi accorcia le distanze tra gli opposti: togliere dalla scala tutti i pioli che separano un capolavoro (o epic win) da una cacata (o epic fail potrebbe condurci presto alla notte buia in cui tutti i gattini sono neri, e forse a quel punto accadrà che i termini attualmente adoperati per descrivere stima, diletto e apprezzamento trascolorino nel loro significato opposto.

Hölderlin, poeta tedesco vissuto a cavallo tra settecento e ottocento, quando intuì di stare varcando la soglia della follia, si rinchiuse volontariamente dentro la casa di un falegname: anche lui voleva un inquilino del piano di sotto che lo riconducesse a più miti consigli a colpi di ramazza sul tetto. Visse così il resto dei suoi giorni in una torre, contigua ma separata dal resto dell’abitazione, scrivendo poesie su personaggi minori della classicità: la sua lista di Persone che potresti conoscere era popolata di contatti con nomi tipo Iperione e Bellarmino, e lui navigava perduto in questo suo Facebook parnasiano. Le poche parole che proferiva – tra sé e sé, e a mezza voce, più o meno come facciamo noi davanti al display quando incocciamo in qualcosa che ci rapisce- erano inni al panorama agreste che scorgeva affacciandosi dalla finestra: provava una sconfinata ammirazione per la natura, e tutto per lui era prodigio, portento, miracolo, forse addirittura capolavoro. Ogni tanto era costretto a ricevere in visita notabili della città, editori dei suoi poemi, intellettuali che chiedevano un abboccamento: tutte persone che lui considerava indistintamente dei grandissimi scocciatori.

Pare che tanto più intendesse respingerli, quanto più si profondesse in formule di cortesia, inventando titoli onorifici sempre più altisonanti per riverire quelli che in realtà considerava ospiti sgraditi: e giù di illustrissimo e di vostra maestà.

Chissà allora che Facebook non diventi la nostra torre del falegname, tramutandoci piano piano tutti in poeti bizzosi che per mandarsi reciprocamente a quel paese si diranno cose come “Capolavoro!” o “LOL!”.

Buongiorno a tutti

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Ieri c’era Renzi al Raiti, una scuola elementare della mia città.

Il Raiti è in via Pordenone, un quartiere da sempre popoloso e popolare (borgata Santa Lucia), con una chiesa in pietra chiara (santa Lucia fuori le mura) che ospita un Caravaggio scuro (il seppellimento di santa Lucia) e con una piazza ampia e luminosa (piazza santa Lucia), dove c’è sempre stato tanto spazio per i giochi dei bambini: mia nonna ci faceva girare un cerchio, sorvegliata dai suoi zii e dagli altri adulti del quartiere, io ci giocavo a pallone e tutto intorno si sedevano le persone anziane a commentare la partita e a mangiare semenza.

Da qualche tempo invece a piazza santa Lucia, nel tardo pomeriggio, si gioca a cricket.

Le mazze sono un po’ improvvisate oppure molto logore perché hanno viaggiato chissà quanto. Sulle panchine, a commentare la partita, non ci sono i genitori dei ragazzini indiani (che forse sono rimasti in India o forse lavorano fino a tardi per mandare un po’ di soldi in più ai parenti lontani), ci sono sempre gli stessi anziani di prima, qualcuno addirittura è rimasto seduto là sin dai tempi miei.

Non capiscono niente di cricket, non sanno manco le regole o lo scopo del gioco, però fanno la stessa cosa che facevano con noi quando giocavamo a pallone: criticano, dicono che la mazza non si tiene in quel modo lì, che così il tiro esce fuori mollo, ti chiamano col fischio e quando ti avvicini ti fanno segnali per spiegarti che la postura è tutta sbagliata, ti dicono come devi mettere i gomiti per non colpire fuori tempo, e siccome masticano semenza e sputano le scocce per terra, non si capisce neanche cosa dicono.

L’anziano siracusano è così, non fa mai il tifoso, è sempre uno spettatore critico: pure allo stadio, quando il Siracusa ancora militava in categorie professionistiche (io al massimo mi ricordo la C1, ma ai tempi di mio nonno fummo addirittura in serie B per una o due stagioni), loro si sedevano in gradinata e quando c’era un fallo laterale chiamavano col fischio i terzini di fascia. Le prime volte, quelli, poverini, si avvicinavano, e per qualche decina di secondi ascoltavano increduli le farraginose disposizioni tattiche di questi vecchietti, oltretutto rese incomprensibili dal masticare semenza. L’arbitro se ne accorgeva e ammoniva il giocatore per perdita di tempo.

Da quest’anno, al Raiti ci va pure mia cugina, sei anni, fa la prima, una bambina che mi terrorizza: risolve le parole crociate senza schema insieme a mia nonna.

Le suggerisce la grafia corretta per i termini stranieri, quelli che mia nonna non ha mai imparato a scrivere bene, oppure risponde a botta sicura sulle definizioni in cui è super esperta: se mia nonna legge dinosauro a tre corna, lei subito dice triceratopo, e poi aggiunge che tuttavia, a dispetto del nome, il triceratopo non ha tre corna, bensì quattro, dunque la definizione non è corretta.

A mia nonna questa cosa piace, si inorgoglisce. A me mette l’ansia. Forse perché sono un insegnante, e con una bambina di sei anni che parla così nessun insegnante può sentirsi al sicuro.

Le maestre del Raiti devono essere per forza molto brave, se la vedono con lo zainetto di mia cugina da cui esce un diorama del triceratopo, e con quello del suo compagno di classe da cui fa capolino una mazza da cricket col manico un po’ sbreccato.

Ieri, quando Renzi è entrato in questa scuola e ha detto buongiorno a tutti , mia cugina di sei anni e gli altri bambini hanno cantato in coro una canzoncina a ritmo di blues.

Francesco Merlo su Repubblica dice che sembrava una scuola nord coreana, che siamo i soliti siciliani pronti a saltare sul carro del vincitore, anzi del dittatore: una cosa da centro Africa, da pupi siciliani hanno scritto altri.

Io ho chiesto a mia cugina se per favore mi faceva leggere il testo della canzoncina, lei mi ha detto che potevo, però solo a patto di non eccedere in analisi ermeneutiche e meno ancora sovra interpretare il testo alla luce della recente dialettica politica interna al partito democratico.

Si vabbe’, dammi il foglietto e stai zitta. Poi mi sono girato verso sua madre e le ho detto: tu a questa la devi fare benedire, lo vedi che è posseduta?

Mia cugina per ripicca mi ha dato del triceratopo, poi però mi ha spiegato che ieri mattina a visitare la sua scuola c’era il presidente del consiglio dei ministri in carica, cioè il presidente di tutti, dei bambini appassionati di enigmistica e dinosauri e di quelli fanatici del cricket, e pure dei pensionati ghiotti di semenza, e che quindi era bello, oltre che giusto, cantargli benvenuto presidente, perché se cantare una canzoncina di benvenuto che dice muoviam la testa, facciamo festa significa essere servili, allora significa che quello non è il presidente del consiglio, cioè il rappresentate delle istituzioni democratiche di questo paese, perché al presidente del consiglio che rappresenta le istituzioni democratiche di questo paese tu il benvenuto glielo puoi e glielo devi dare, e se invece è un dittatore, allora significa che noi non siamo una democrazia, ma se siamo o non siamo una democrazia non lo possono stabilire i bambini del Raiti: non ci possono chiedere una definizione così difficile, ha detto mia cugina, oltretutto ieri non c’era manco la nonna ad aiutarmi, io le parole crociate ancora non so farle così bene.

E quindi come l’hai risolta? le ho chiesto sentendomi sempre più a disagio.

Lei mi ha detto che come si diventa presidenti del consiglio in Italia, quanti italiani rappresentino o no il governo e il presidente del consiglio, per il momento è un argomento che la appassiona assai meno di quante corna ha il triceratopo, per cui ha fatto quello che avrebbe fatto qualunque bambino quando entra in classe un presidente del consiglio che dice buongiorno a tutti.

– E cioè? le ho chiesto io.

– Cioè dargli il benvenuto con una canzoncina allegra.

– E perché?

– Perché ha detto a tutti.

– Io tua figlia non la capisco, mi fa le sciarade, ho detto a sua madre.

– Non ha detto buongiorno solo a quelli che mi hanno votato e mi voteranno ancora, ha detto buongiorno a tutti, s’è spazientita mia cugina piccola.

– Ah, ho detto io.

Poi sono andato a comprare una busta di semenza e mi sono seduto insieme a lei davanti al monitor per guardare il video dell’esibizione.

– Sì però non si canta così. La postura è tutta sbagliata, e poi la nota dovevate prenderla più alta, lo vedi che in certi punti stonavate, quello là sulla destra, per esempio, dovrebbe piegare di più le ginocchia, è completamente fuori tempo.

– La finisci di sputare le scocce per terra? E poi quando parli con quei così in bocca non si capisce niente, mi ha detto mia cugina piccola.

Testo:

Facciamo un salto…Battiam le mani

ti salutiamo tutti insieme Presidente Renzi

Muoviam la testa…Facciamo festa

A braccia aperte ti diciamo Benvenuto al Raiti!

I bambini, gli insegnanti, i bidelli

e poi l’orchestra lasceremo improvvisar così

Siamo felici e ti gridiamo

Da oggi in poi, ovunque vai, non scordarti di noi

dei nostri sogni, delle speranze

che ti affidiamo, con fiducia, oggi a ritmo di blues

Le ragazze, i ragazzi, tutti insieme

alle tue idee e al tuo lavoro affidiamo il futuro

e poi di nuovo ancora insieme noi camminiamo ci avviciniamo

e un girotondo noi formiamo sempre a tempo di blues

Piove sui giusti e sulle guaine bitumate

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Quando piove, piove su queste guaine bitumate.

Una guaina bitumata è una cosa nera che spalmi su un tetto perché così quando piove eviti le infiltrazioni d’acqua.

Una specie di soluzione temporanea in attesa di rifare il tetto. Oppure di rifare tutta la casa, infissi, pavimenti, bagni, impianto elettrico.

Allora quando arriva il primo temporale, da dietro il vetro di una finestra un po’ fuori squadro, la badante est europea guarda questo tetto nero che, di primo temporale in primo temporale, stinge verso il grigio da chissà ormai quanti primi temporali, eppure in qualche modo ancora resta nero.

Finché è nero, significa che la guaina sta reggendo bene. La soluzione doveva essere provvisoria: qualche mese, un paio di stagioni al massimo, poi qui rimettiamo tutto a posto, capito papà? Per ora rimandiamo, se ne parla l’anno nuovo.

In molte case col tetto nero ci vivono le badanti dell’est europa, oppure dell’ex unione sovietica (che forse non si può considerare tutta est europa).

Sembra che ci abitino da sole, perché si sente la loro voce e basta.

Una che abita da sola, in teoria, non dovrebbe parlare. A meno che non parli al telefono, oppure con sé stessa.

Di parlare con sé stessi capita a tutti, anche alle badanti italiane, però, quando una badante viene dall’est europa o dall’ex unione sovietica, ti aspetti che tra sé e sé parli nella sua lingua.

Invece quando piove, sopra al rumore della pioggia, che è debole perché cade sopra queste guaine fatte apposta per fare scivolare le gocce, senti frasi come: se non fai il bravo, stasera niente banana, dette a voce molto alta. Quindi forse sta parlando al telefono con un italiano.

Se non fai il bravo, stasera niente banana è una frase strana da dire a un italiano o a un’italiana al telefono o anche di presenza: un italiano o un’italiana di fronte a stasera niente banana pensano all’astinenza sessuale, o a cose offensive, a doppi sensi spinti, e insomma, ci vuole confidenza per dire a un italiano o a un’italiana che stasera non gli dai la banana.

Comunque quando piove, gli occhi delle badanti est europee – affacciate a guardare la pioggia da dietro i vetri delle finestre fuori squadro – scivolano sopra questo tappeto nero di pioggia senza scroscio.

Pure i loro vicini di casa guardano la pioggia, perché in paese quando piove non c’è molto altro da fare, e nel frattempo continuano a chiedersi chi è che si deve comportare bene per avere la banana stasera.

Allora tendono un poco l’orecchio, ma niente, voci non ce ne sono più, è tornato il silenzio, ha pure smesso di piovere.

Quando non piove, rumori zero. Di nessun tipo.

Non è tanto normale, dovresti sentirne parecchi, perché le case sono appiccicate una sopra all’altra, dove finisce il muro tuo comincia il terrazzino bitumato del vicino, che poggia sopra il tetto di un altro vicino, che ha il soggiorno sotto la tua cucina. Ed è così su tutti i lati di questi poligoni irregolari che sono le case del paese: una specie di partita a tetris lasciata a metà, con le stradine strette (che poi un sacco di volte più che strade sono scalinate) che sembrano le fessure lasciate vuote dalla pioggia.

Perché pure nel tetris piove: piovono figure geometriche che si appiccicano subito per terra. Com’è che si appiccicano così bene? Forse si sono dimenticati di stenderci sopra la guaina bitumata?

La verità è che  siamo in montagna: la ragione delle strade tortuose è questa.

Quando finisce di piovere, i vicini di casa delle badanti est europee tornano ad affacciarsi sul balcone o, per quelli che ce l’hanno, sul terrazzino.

La guaina funziona, perché l’acqua è già scivolata tutta via, e ora è nero-lucida come quelle tutine spandex che si mette catwoman nei film di batman.

Ogni tanto ci sono le colombe che fanno il loro verso ovattato, ma sono poche, perché forse essendoci poche persone ci saranno anche poche tovaglie scotolate, poche briciole, al massimo qualche buccia di banana, sempre se l’interlocutore muto della badante est europea s’è comportato bene.

La gente, con le sue briciole e le sue tovaglie, s’è trasferita giù, all’ingresso del paese, lungo la circonvallazione. Da là è un attimo che pigli la macchina e sei già sulla superstrada verso la città. Sempre se non ti ci sei già trasferito, in città.

Il centro, quello in alto, quello della partita a tetris abbandonata, è quasi vuoto.

Si forma qualche pozzanghera. Le badanti est europee si siedono sullo scalino davanti alla porta e fumano. Tanto qua macchine non ne passano, e poi la stradina è in pendenza: l’acqua piovana scende verso la circonvallazione, dove le ruote la sollevano e se non stai attento te la spruzzano addosso.

Verso le otto meno un quarto, il forno in pietra sul corso fa il pane serale.

Sono ancora le quattro, ma se lo vuoi, lo devi prenotare.

Perché qua il pane è così: personalizzato.

Lo puoi avere come ti piace: ben cotto? Morbido? A pasta dura? Però glielo devi dire.

Poi, dopo due o tre ore ci torni e lo trovi dentro una busta con il tuo nome scritto sopra.

Il pane qua è una raccomandata che vai a ritirare alla posta.

Solo che lo vogliono tutti alla stessa ora, cioè qualche minuto prima di cena e qualche minuto prima di pranzo.

Quindi il vicino di casa della badante est europea va al forno, vede questa scena di distribuzione dei sacchetti-missiva che sembra un cinegiornale dell’istituto luce, e si fruga le tasche perché pensa che, mannaggia, forse s’è scordato a casa la tessera annonaria.

Al forno le badanti est europee non ce le trova mai.

La spesa, tutta la spesa, quella settimanale e anche quella piccolissima, la fa il figlio del badato.

Il figlio del badato ha paura che la badante poi, al posto delle cose buone, compra quelle del discount, per risparmiare e guadagnarci una bottiglia di vodka per sé.

Il figlio del badato pensa che probabilmente le banane negate a voce alta devono avere qualcosa a che fare con la vodka.

Allora è meglio se la badante est europea resta sul gradino a fumare. A prendere il pane ci va proprio il papà,  il badato, l’interlocutore muto.

Ci mette mezzora a fare trecento metri, ma con la scusa finalmente si fa una passeggiata.

Parte da casa vestito con la giacca, il cappello, e il bastone. E con sotto la giacca quel maglioncino in fresco di lana col colletto a polo e i tre bottoni, lo stesso maglioncino che c’ha Primo Levi nell’intervista di Rai 1 in cui lo seguono con le telecamere mentre torna ad Auschwitz in pullman, insieme a tanti altri ex deportati.

Il maglioncino ci vuole per forza, perché qua fa fresco anche d’estate. E poi ha appena piovuto.

La guaina, sì, ancora funziona bene, ma un po’ di umidità sale lo stesso, dagli infissi entra qualche spiffero, ci vorrebbe una registrata. Però non adesso, papà, l’anno venturo.

Perché tanto l’estate prossima qua rifacciamo tutto. Togliamo la guaina e rimettiamo le tegole. Anzi pavimentiamo il terrazzino con le mattonelle di Caltagirone. Mettiamo una citronella per le zanzare e due vasi di bouganville agli angoli del balcone. E nell’aiuola davanti alla porta ci seminiamo un piede di fico. Poi torniamo ad abitare qua pure noi, non fa niente che ci stiamo dieci minuti in più a pigliare la superstrada. Alla fine si sta molto meglio, il pane è sempre caldo e lo possiamo avere come piace a noi, ben cotto e a pasta dura.

La badante est europea, finito il temporale di agosto, si sposta un poco sul gradino per lasciare entrare in casa il figlio del badato.

È venuto a trovare il padre e gli sta facendo questo discorso sulla futura ristrutturazione.

La badante dell’est europa un poco prova tenerezza e un poco pensa che stasera li lascia senza banane tutti e due.

Ma più di tutto pensa che se veramente qua tolgono la guaina e rifanno il terrazzo, poi in paese tornano pure le macchine. E a lei sedersi fuori sul gradino davanti alla pozzanghera piace.

Uno bravo con la polvere

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Roberto Alajmo deve avere un malo carattere. Me ne sono accorto una volta che ero dentro al cinema Aurora e guardavo un documentario sulla gestualità dei siciliani. Sulle poltrone accanto alla mia c’era tutta questa gente che rideva e si compiaceva per come venivamo fuori da quel film, e vabbe’, pure io ridevo. Mi specchiavo dentro a uno schermo che come un parrino mi assolveva da tutti i miei difetti, e anzi mi diceva che non c’era manco bisogno di confessarmi, perché tanto erano difetti simpatici, stavano a significare calore, ospitalità, estroversione, e tutta una serie di minchiate che si presume sempre siano caratteristica precipua dei siciliani. O forse di tutti gli isolani. O forse, ancora più in generale, di chiunque viva in condizioni di palese arretratezza e che per tanto si suppone ancora in contatto con valori primitivi, legati a un mondo quasi estinto, sopravvissuto solo in località remote, come appunto la Sicilia. Intorno a me si stava producendo questo idillio simbiotico tra rappresentazione e rappresentati: mano a mano che aderivamo allo stereotipo, le poltrone si adattavano meglio alla forma del sedere, diventavano sempre più morbide, sempre più comode, fino a quando a un certo punto dentro alle poltrone c’eravamo sprofondati, ci avevano inghiottito, erano diventate una tomba, un divano di Baudelaire. Le battute del film, più dolci che sapide, erano tutto un picco glicemico: rilassavano, rammollivano, inducevano a una sonnolenza satolla, di tipo postprandiale. Io pensavo che quel documentario era brutto, ma brutto assai, e oltre a essere brutto ci stava facendo indigestione, a tutti, e, come a certi pranzi di matrimonio che non finiscono mai, mi è venuta voglia di alzarmi dal tavolo e muovere le gambe. Invece sullo schermo è comparso Roberto Alajmo e allora ho detto aspetta, dove stai andando? proprio ora che stanno servendo l’amaro e ti puoi levare questo sapore dalla bocca? rimettiti seduto. Perché pure lui era seduto. Lo intervistavano così, mentre stava un po’ in panciolle su una sdraio, con le ciabatte ai piedi, i pantaloncini corti e una maglietta che sembrava se la fosse messa addosso un attimo prima. Vederlo comparire è stato come bere la citrosidina Brioschi tutto d’un fiato e urlare arrivano i nostri con un rutto. Avendo letto L’arte di annacarsi e Palermo è una cipolla, sentivo che stava per consumarsi la mia vendetta: eh, caro regista, mi dispiace, ora sono fatti tuoi, Roberto Alajmo quando parla dei luoghi comuni sulla Sicilia lo sa di cosa parla, quindi non lo so se a te – che eri in vena di oleografie – ti è convenuto andarlo a sconcicare fino a casa sua mentre si stava riposando. Quelli sono due libri che con i luoghi comuni sulla Sicilia ci fanno i conti.

Fare i conti col posto dove abiti è difficile: ti viene sempre di ritoccare le cifre per andarci a guadagno (oppure per mandare tutto a bancarotta e poi andarci a guadagno). Invece i conti di Roberto Alajmo sono a somma zero: il piacere di leggerlo non sta tanto nel vedere che risultato trova, ma nell’osservarlo mentre fa le operazioni con la matita dietro l’orecchio e la visiera da ragioniere in testa. Un’attività che deve avere a che fare con la narrativa: il lettore di Palermo è una cipolla piglia certe sbandate, si sente malsicuro, inquieto, prima ride, poi si preoccupa, poi si sente preso in giro, poi si fa domande, si chiarisce certe cose e si confonde su altre, la mafia, l’antimafia, il traffico, il caffè (che si deve bere quando è così bollente che brucia le labbra perché altrimenti significa che te l’hanno fatto male e quel bar non è buono) i tic, le idiosincrasie, le riprese dal vero di una città che si mette sempre in posa e non la puoi sorprendere manco se gli fai le foto di nascosto.

E allora valla a sbrogliare la matassa dei luoghi comuni che si raccontano sui siciliani e a cui i siciliani per primi credono. Insomma, Roberto Alajmo non lo puoi infilare dentro a quel documentario senza che lui non te lo faccia saltare dall’interno.

Ispirare simpatia con un malo carattere non deve essere facile. E infatti io penso che Roberto Alajmo sia bravo a fare sembrare una babbìata certe cose che altri non si possono neanche sognare, e che insomma possieda la sprezzatura, quella del Cortegiano.

Se oltre al malo carattere non c’hai  anche  la sprezzatura, è meglio se tenerezza e nostalgia le lasci perdere: un libro come Il primo amore non si scorda mai, anche volendo devi proprio evitare di scriverlo, altrimenti corri il rischio di sembrare Carlo Conti che legge gli sms del pubblico a I migliori anni.

Il primo amore non si scorda mai, anche volendo è più o meno il memoriale intimo di un consumatore bambino. Ogni capitolo fa un po’ storia a sé, però sempre dentro a un telaio: diciamo che è un piolo di quella scala che uno sale senza neanche accorgersene quando passa dall’infanzia all’adolescenza.

Dalla lettura mattutina che faccio di Penultim’ora, il suo blog, sospetto che Roberto Alajmo si sia aiutato con un ripasso: ha un figlio che sta per diventare adolescente, quindi magari quella fase di passaggio ce l’ha sotto agli occhi, e forse per questo è riuscito a scorrerla così bene al microscopio, e a trovare quegli snodi, quegli incroci non segnalati, di cui è impossibile indovinare la destinazione nel momento in cui li si attraversa. Come per esempio un amico tuo che un giorno trova il coraggio di scavalcare un muretto che sembra la siepe dell’Infinito, e che fino al giorno prima nessuno mai si era sentito abbastanza ardito da oltrepassare:

La campagna oltre il muretto non è tanto che faccia paura. Un po’ sì, ma suscita soprattutto curiosità. Si dice che ci abiti una tribù di zingari, o che vadano a spartirsi il bottino dei malviventi, come li chiama il telegiornale. Quando ne parlate tra voi, c’è sempre qualcuno disposto ad aggiungere qualche dettaglio raccapricciante che l’ultima volta non c’era. Ma la verità è che di quella campagna nessuno ne sa niente. Di tanto in tanto vi ripromettete di scavalcare il muro, ma in cima è coperto da cocci di vetro che rappresentano un ottimo motivo per rinviare ogni volta. Però un giorno accade. […] Quello ricompare, scavalcando con semplicità e tornando da voi senza danni apparenti, solo pulendosi le mani sui pantaloni. Gianni Cirafici vi ha appena dato una lezione e non avete diritto a fare domande. Non subito, almeno. C’è un lungo momento durante il quale sperate che lui voglia dire qualcosa spontaneamente, risparmiandovi altre smanie. Ma niente. Nessuno sconto. Vi guarda uno per uno, e poi tutti assieme, senza aprire bocca. 

Oppure un viaggio in autobus dal centro alla periferia della città per cercare (senza trovarle) un paio di scarpe della misura giusta a un compagno di giochi gigantesco:

Il viaggio di ritorno verso via Carducci è caratterizzato da una silenziosa malinconia. Arrivati, vi salutate senza commenti. Ognuno di voi sente bruciare la delusione, ma non può ammettere di avere sprecato una giornata. E poi avete visto il famoso quartiere Zen, se non altro. Finirà che la madre di Polifemo le scarpe numero quarantanove le farà fare apposta da un calzolaio. Due paia, in crescita, ché alla vostra età non si sa mai.

Memorie come queste sono private fino a un certo punto. Così, a fare da intermezzo, Roberto Alajmo ci innesta sopra i repertori (dei giocattoli, dei giornalini e dei cartoni animati, delle robe da mangiare, del calcio e dei calciatori), cioè elenchi ragionati di tutti quei beni che concorsero a formare l’immaginario ludico-consumista della Carosello generation. Da liste di questo genere uno si aspetta sempre l’innesco per l’effetto bei tempi, e invece a scorrere queste ti accorgi che è il contrario: l’asciuttezza con cui sono compilate bilancia il tono epico-ironico degli episodi d’infanzia, e più che gli elenchi sentimentali di Fazio e Saviano vengono in mente gli inventari meticolosi di un ferramenta. Il fatto, poi, che siano suddivise per categoria merceologica sembra un tentativo di tirarne fuori l’oggettività storiografica, farne una sorta di prova testimoniale che chiami in correità il lettore e lo renda definitivamente complice. Infatti il libro è tutto in seconda persona, a volte singolare (tu) e più spesso plurale (voi ).

Roberto Alajmo la seconda persona la usa anche in altri libri. Io una volta ho tradotto un’intervista a Rick Moody (Col pianoforte ero un disastro) in cui il grande scrittore americano sosteneva che la seconda persona è un trucchetto da bottega. Sarà che a me le botteghe piacciono più degli atelier, però mi pare che il tu e il voi qua non siano un espediente, ma una specie di attrezzo gnoseologico: la birillatrice per estrarre il succo del collettivo dal biografismo del ricordo.

Sempre a proposito di botteghe, secondo me Roberto Alajmo le memorie non le tiene in soffitta, ma nel garage.

Quando ho letto 1982 memorie di un giovane vecchio, che è un po’ l’esperimento preparatorio di quest’ultimo libro, non m’è venuto di immaginarmelo come lo scrittore romantico, che in un malinconico giorno di pioggia autunnale sale in un sottotetto e soffia via la polvere da un baule pieno di cimeli, ma come uno di quei tizi che capita di vedere affaccendati dentro a un garage, dove tutto è in ordine sugli scaffali e i soppalchi, e c’è sempre una specie di bancone lungo su cui pulire, avvitare, oliare, esercitare l’arte della manutenzione. Quelli col malo carattere, se si occupano degli oggetti sopravvissuti al passato non è per crogiolarsi nella nostalgia, ma per tenerli in funzione, verificare che siano sempre pronti per l’uso. In garage non è come in soffitta: non si tratta di spolverare il desueto, ma di manutenere l’utilizzabile. La bravura con la polvere consiste più nell’evitare che si depositi che nel rimuoverla, e infatti il libro, pur parlando di anni lontani, è scritto tutto al presente indicativo: così magari il giorno del 2013 in cui guardi tuo figlio e ti sembra che in una sola notte sia diventato un’altra persona, puoi scendere in garage e tirare giù dal soppalco la giornata del 1968 che ti serve per capire questa, sicuro che niente si sia ossidato e tutti i meccanismi funzionino ancora alla perfezione.

Comunque la trasmissione di Fabio Fazio in qualche modo con questo libro c’entra qualcosa, perché quel programma lo scrisse Francesco Piccolo, e a tratti Il primo amore non si scorda mai, anche volendo sembra una specie di Momenti di trascurabile felicità , però virato seppia e centrato sull’infanzia. Per esempio in questo punto, il mio preferito, dove le croste alle ginocchia diventano una specie di correlativo oggettivo:

In una prima fase le studi, perché sai, ti hanno insegnato, che le croste non si toccano. Ma non dura. Rimani affascinato da quello spessore che allo stesso tempo ti appartiene e non ti appartiene. Sei tu e non sei tu. Prima o poi la crosta è destinata a cadere e perdersi, come i capelli quando vai dal barbiere o le unghie che ti tagli (quelle che ti mandi no, rimangono a mutare nel tuo stomaco e almeno in percentuale torneranno a essere parte di te) […] Se provi ti accorgi che riesci persino a infilarci sotto un’unghia o quel che rimane dopo la scorpacciata che ne hai fatto. Ma basta: l’unghietta si è insinuata. Lei sa cosa c’è sotto. E per suo tramite pure tu immagini la superficie di pelle nuova che si è formata sotto la crosta di sangue. Basta provare a muovere l’unghia per far muovere anche la crosta, che ormai è matura, pronta a staccarsi da sola. Ti viene voglia di dare una mano al corso della natura. Oltretutto quella crosta alle ginocchia è un fastidioso retaggio da bambini. I grandi mica ce le hanno. E allora fai una cosa che assolutamente la mamma proibisce: fai leva.

Francesco Piccolo non ha l’aria di uno col malo carattere, però la sua scrittura e quella di Roberto Alajmo si somigliano lo stesso. Nella prefazione che scrisse qualche anno fa per la ristampa di un suo vecchio libro (Scrivere è un tic) c’era una riga in cui definiva la sua:

Una lingua saggistico-narrativa che vado esplorando da anni, e che è la ragione per cui scrivo.

Ecco, secondo me anche Roberto Alajmo scrive con quella stessa lingua, e tutti e due scrivono libri meticci, dove c’è sempre l’autore in persona (o un suo alter ego) coinvolto a vario titolo nella narrazione, e ogni volta che ti sembra voglia mettere a fuoco se stesso come personaggio, in realtà ti accorgi che a essere in primo piano è il contesto. Oppure viceversa. Ecco perché non sai mai se stai leggendo un romanzo che sembra un saggio o un saggio che sembra un romanzo. La conferma è che la trama quasi mai è basata su una storia nel senso tradizionale del termine: per esempio, nel caso di Roberto Alajmo, spesso è una storia successa per davvero. Questo l’ho sentito dire a lui, una sera di settembre all’eremo di Avola antica. Lo disse di fretta perché quella sera giocava il Palermo contro l’Inter (e mi sa che lui tifava l’Inter – sempre perché ci vuole un gran malo carattere per tifare l’Inter a Palermo), la presentazione stava andando per le lunghe e lui voleva andarsi a vedere la partita. Disse che è quasi una cosa immorale inventarsi una storia, e lo è ancora di più in Sicilia, dove sono successe e succedono continuamente cose vere che meritano di essere raccontate più di quelle finte, e che la letteratura serve a riempire quel piccolo interstizio, quella fessura che sempre si forma tra l’accadimento e la sua esposizione per iscritto: ecco, se uno ci pensa bene, questo fatto di mettersi a intuppare i puttusi con la manicola e la quacina è una cosa molto umile da dire, specie per uno che ha un malo carattere. E invece lui oltre a dirlo lo fa. Però non con la manicola e la quacina, ma con la spatola e lo stucco, perché la sua è una lingua spalmata così bene che la fessura non si vede più, nemmeno ci si immagina che sia mai esistita. Oltretutto lo fa da un bel po’ di tempo, e infatti un’altra delle cose che è bravo a fare con sprezzatura è anticipare. Per esempio ha scritto Limonov un anno prima che uscisse Limonov.

Il libro si chiamava Tempo niente ed era la biografia del magistrato Luca Crescente, morto di troppa dedizione al lavoro. Come Limonov e prima di Limonov, oltre a essere la biografia di un personaggio reale, era anche un romanzo su uno scrittore che scriveva una biografia. Va bene, Eduard Veniaminovich Savenko detto Limonov è un vivente, mentre Luca Crescente purtroppo non lo è più, però è anche vero che Limonov è un fango e Luca Crescente invece era il classico bravo picciotto. Forse è per questo che quello di Alajmo un anno fa non è diventato il libro dell’anno e quello di Carrère sì: alla gente i fanghi gli piacciono più dei bravi picciotti. Com’è che invece gli scrittori col malo carattere gli piacciono meno?

Maledetto Bianconi

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A me con Bianconi viene la sindrome di Stendhal. Certo, se avessi un gusto musicale più educato mi verrebbe con Wagner, però ognuno ha i rapimenti estatici che si merita. Una cosa che ammiro moltissimo di lui è questo coraggio di indugiare per interi album in certi stati d’animo su cui non sarebbe sano indugiare per più di un ritornello: apre il rubinetto della vasca da bagno, la riempie di acqua così sulfurea che i vapori sembrano quelli dello Stige e poi ci si infila dentro un piede alla volta, col calore che ustiona la pelle e la stacca dal corpo, la carne che si spappola e comincia a bollire, e lui che serafico come un santo al martirio continua piano piano a calare il corpo dentro a quel fuoco liquido. Fino a quando la testa è tutta sott’acqua, e allo strazio delle ustioni si aggiunge quello dell’apnea.

Bianconi per me è la catarsi del lasciarsi uccidere da tutto ciò in cui hai sempre evitato di cadere. E lui, secondo me, lo sa: ha questo piano lucido e pernicioso per spingerti a saltare giù dal dirupo e precipitarti dentro l’abisso ribollente. Una tecnica che ormai ha consolidato.

All’inizio ti rassicura: le sue canzoni più riuscite sono melodie che in qualche modo ti sembra di conoscere da sempre. Vengono dagli anni sessanta, dai motivetti che tua mamma cantava in macchina mentre ti accompagnava a scuola, dai primi giri armonici che hai imparato a strimpellare con la chitarra: ti spinge indietro verso un’età dell’innocenza musicale, quella del piacere puro dell’orecchiabile, della strofa che ti rimane impressa senza sforzo.

Al primo, al secondo, al terzo ascolto lui continua a blandirti con certe parole del ritornello, che sono ancora quelle degli anni verdi dei tuoi genitori: gli occhi tuoi, mio folle amore, stringimi la manoi nostri baci, ti sembra tutto innocuo, lo segui, ti fai portare dove vuole lui. Perché è vero che ci sono tanti accordi in minore, però tutto sommato siamo ancora all’aria aperta, c’è luce, senti che un po’ ti stai illanguidendo, e pure se le ginocchia un po’ ti fanno giacomo giacomo, è così piacevole che alzi pure il volume.

Poi rimandi indietro la traccia e cominci a fare caso al suo tono di voce basso e a sentirci dentro quella cupezza cantautoriale alla De Andrè. Ti viene come l’ombra di un sospetto. Ma lo scacci, non vedi motivo di non fidarti: cantautori, canzoni di marinella, luttuose, sì, magari anche una corona di fiori del male, col testo forse ti sta rimandando a qualcosa di ottocentesco e di macabro, la ginestra, Leopardi e anche Poe, ma con gli arrangiamenti siamo sempre dalle parti degli anni sessanta: e poi a chi può fare paura Poe, oggidì? Com’è deliziosa invece questa progressione armonica: ti sciogli, cominci a lasciarti andare, pensi che non ci fa niente se un poco ti godi quello struggimento, che vuoi che sia, non bisogna avere paura delle emozioni, uno si perde un sacco di cose se rimane rigido. Dai rimettila, che la sentiamo un’altra volta.

E hai fatto la minchiata.

Adesso è troppo tardi. La faccia lunga di Bianconi ti compare davanti in tutto il suo pallore, barbuto ed esangue, e le frequenze cavernose del suo cantato ti trascinano in profondità che non desideravi affatto esplorare. Non eri attrezzato, non eri pronto: lui ti ha fatto superare il punto di non ritorno a tradimento, e ora ti sta dicendo che si fa sul serio, che nessuno uscirà vivo da qui, sta per immergere pure te dentro la vasca. Piglia aria, senti a me, che è meglio.

Sott’acqua alla infinita tristezza nostalgica delle parole devi farci caso per forza, perché luce non ce n’è e loro sono le uniche cose che brillano. Lassù, in superficie, sembravano flebili, banali, ordinarie, quassotto invece sono candele, e lui le ha accese solo perché tu possa accorgerti che il fondo non c’è, non si vede: credimi morire non è niente/ se l’angoscia se ne va.

Morire? Ma come morire? No, che morire, Bianconi, meglio l’angoscia, lascia perdere, ora torniamo su, per favore, Bianconi, buttana della miseria, dove cazzo mi hai portato? Sei spacciato, ti dice il suo sorriso mesto. Eppure non sei dentro a un film del terrore, non ti senti soffocare: c’è del gioco in quello che state facendo, sembra una passeggiata nell’Ade, o in un limbo in cui non siete vivi ma neppure morti, la chitarra a un certo punto torna di nuovo allegra, ha un suono che ricorda le colonne sonore di Tarantino, o di un vecchio western, arrivano scampoli di ironia, niente va mai preso sul serio fino in fondo, ti dice lui, nemmeno questa immersione. E infatti Bianconi  spruzza sempre un poco di autopresa per il culo nelle sue canzoni, spesso inserendo clichè o frasi fatte in contesti alti. Qui ad esempio, al minuto 1:10, dice un si fa per dire, che stempera tutto, anche se solo per sessanta secondi, giusto il tempo di darti l’illusione che ci sia una via di salvezza. Così quando al minuto 2:12 la campana suona a morto ci resti ancora peggio. Che c’entra il funerale, Bianconi? Non si chiamava La morte (non esiste più) questa canzone? Dov’era la fregatura? Nella parentesi?

Più diventi consapevole del trucco e più ti piace che lui sia stato tanto bravo a fartelo: le immagini salvifiche si alternano a quelle angoscianti, lo sconforto cede il passo al trionfalismo e viceversa, come si addice a ogni vera mania depressiva. A volte questa oscillazione è esaltata da un verso tronco ed evocativo, lasciato in sospeso: lui lotta come mosca nel bicchiere, eppure Dio. (Eppure Dio, buttato là, in mezzo a una canzonetta, è un verso stupendo pure per chi non crede). E infatti mica lo capisci se per lui è un peccato o una fortuna che la morte non esista più, che il tempo non imbianchi le parole e non si secchino a lasciarle stese al sole. È un bene, Ciccio Bianconi? È un male? Secondo me non gliene frega niente di stabilirlo. Perché la canzone, come tutto l’album, è imperniata su un sentimento ancora più basilare: la nostalgia. Non importa se morire fosse un bene o un male: importa solo che non è più così, che non si muore più, né d’amore né di nulla, è cambiato tutto, niente è più come prima, e questa è una cosa triste in sé, perché fa provare nostalgia, e la nostalgia si può provare per tutto, anche per le cose brutte, anche per la morte. È quel più, la chiave di tutto.

Nel frattempo siamo al climax della canzone, cioè la fine, dove la sezione degli archi ha preso il sopravvento, e ora è fuori controllo: sta montando, si sta gonfiando come un’onda dentro la vasca, ha deciso di fare strame di te e della tua anima, dilaniarla e darla in pasto alla tua stessa malinconia. Che se la mangi, allora, che la inglobi e poi la sputi, tanto che te ne fai di un’anima, se serve a fartela togliere da canzoni come questa? Solo che quando sei sul punto di cedere senza più fare resistenza, Bianconi c’ha questo gusto sadico di rianimarti: mentre i violini puntano dritto al dramma finale, il violoncello accenna le prime note del tema di 007. Ma che è scemo, questo? Ma come, Bianconi, io sono qua che aspetto che tu mi finisci, che mi dai il colpo di grazia: ti pare il momento di scherzare? E  il tema si perde in un accordo minore, i bassi delle viole seguono gli acuti dei violini e partono insieme verso un punto di fuga, una specie di orizzonte sonoro dove cominci a sperare che il calore di quello che stai sentendo diventerà così intenso da liquefarsi fino a svanire in essenza. Siamo al minuto 3:53, lui ha appena cantato l’ultimo verso, che ti restituisce alla luce, all’aria della superficie: parlami d’amore/nonostante la stagione/pioverà (e anche qua c’è quel gioco di accennare a una citazione per poi portare altrove il discorso: Parlami d’amore, e uno s’aspetta: Mariù. E già un po’ viene da ridere. E invece no). Ecco, magari se piovesse, l’acqua della vasca si raffredderebbe, la tua pressione sanguigna tornerebbe a valori da vivo. Piovi, dai. Bianconi, apri il rubinetto dell’acqua fredda, per favore. Preghi che la canzone ti ascolti come tu hai ascoltato lei, e forse è così, perché ora c’è solo l’orchestra. E il tema sta sfumando insieme al vapore. Vedrai che la guerra passerà. Respira. Niente muore, baby.

Easy

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Ieri mattina al monumento era una festa. Non un party di quelli chic, forse più che altro uno di quei compleanni che si celebrano in ludoteca per evitare di allurdiare la casa. Però una festa.

La cosa che sembrava impossibile pensare ieri mattina, con tutta quella gente, coi passeggini, le biciclette con le rotelle, i picciottazzi seduti a incidere con la chiave del motorino Cetty sei un pacchione su quei muretti di tufo che sembrano fatti di schiumone al caffè, gli occhiali da sole, le lingue dei cani che penzolavano fuori, i gelati, gli scalini pieni di anziani che si appoggiavano ai nipoti per risalire sulla piazza dei cappuccini, la macchine fotografiche, le famiglie, i forestieri, i turisti, insomma, sembrava impossibile pensare che quel posto è rimasto chiuso per trent’anni.

C’era una palizzata di ferro e legno, una rete che per scavalcarla ci voleva la motivazione di un tossico desideroso di intapparsi in santa pace.

Mi sono ricordato che in quegli anni nessuno ci faceva caso. Era tutto normale. Ci passavamo accanto, e questa terrazza che piglia la luce da tutti i punti cardinali e dove se non stai attento il vento ti ammutta a mare come fanno gli amici stronzi quando sei in punta allo scoglio, per noi era una curva e basta, un pezzo di strada per arrivare ai Cappuccini, in viale Tunisi o arrampicarsi al Vasquez, un gomito stretto dove anziché passeggiare si mandavano jastime al traffico.

Di quel posto c’era bisogno, solo che noi non lo sapevamo: soltanto adesso che c’è, ci siamo accorti che ci serviva, che non si poteva stare senza.

E allora mi sono visto là in mezzo alla folla e mi sono guardato insieme a tutti gli altri, e mi sono sentito una cellula dentro a un corpo sano, con la mia città che ubbidiva a una fisiologia, anziché a una patologia: c’è un sole che non accupa, usciamo, facciamo una cosa normale, portiamo il bambino o il nonno al monumento, facciamoci un giro, lasciamo la macchina e camminiamo sulla ciclabile, affacciamoci dalla terrazza, pigliamoci lo iodio che sale dalla grotta e sediamoci su una panchina.

Le panchine ieri mattina mi hanno commosso più di tutto il resto. Vedere me e voi seduti su una panchina, una panchina che c’era, che qualcuno l’aveva messa là e nessuno l’aveva stoccata nel mezzo, o scippata da terra per buttarla a mare, una panchina che ieri mattina io e voi ci siamo divisi senza conoscerci, io a un pizzo, voi all’altro e qualcun altro nel mezzo, i nostri culi sconosciuti assettati vicini, così vicini che io avrei dovuto temere i vostri piriti e voi i miei, i vostri giubbotti (ma non vi squaravano le ascelle ieri, con quel giubbotto addosso?) che sfregavano la mia maglietta. Io e voi, in questa città, seduti su una panchina nostra, ospiti di nessuno e proprietari di tutto, affacciati su una terrazza vista mare che non è la terrazza vista mare della villetta a fontane bianche dell’amico tuo o del parente mio, una villetta senza cancello, senza recinto, di tutti.

E allora pure se i vostri picciriddi si stavano portando la testa, pure se piuliavano a mille decibel e impennavano con la bici come tanti piccoli sabbaggi ed erano cosa di buttarli dai due frati e affogarli lassotto a mare, pure se i vostri cani cacavano come manco le vacche al pascolo, pure se siete rumorosi, torpi e avete le hogan e le giacche lucide, pure se posteggiate lo scooter nell’unico punto in cui uno può entrare con la bici e intuppate la ciclabile, pure se mangiate sempre porcherie e fumate e avete gli occhiali da sole a mascherina, pure se le biciclette con la pedalata assistita ancora non le avete imparate a guidare, pure se non siamo bravi a dividerci gli spazi tra di noi e inciampiamo tra i palloni, tra i guinzagli, tra i trolley, pure se a stare insieme come siamo stati insieme ieri dobbiamo ancora imparare, perché per trent’anni un posto così non l’abbiamo avuto mai, pure se ancora è troppo presto per essere civili come dovremmo essere, io ieri vi ho guardato e mi sono guardato in mezzo a voi e ho pensato che a modo nostro eravamo pure belli e sereni, e che quindi forse si può fare. Piano piano, però si può fare. A forza di farlo e di rifarlo ci alleniamo e diventiamo bravi. Sempre un poco meglio. E i nostri picciriddi piangeranno un poco di meno o un poco più silenziosamente. I nostri cani avranno il guinzaglio e voi raccoglierete le cacate del mio e, va bene, io quelle del vostro. Ci urteremo di meno quando passeggeremo, e quando succederà sarà solo per sbaglio e non per strafottenza. Ci scosteremo per lasciare passare le bici e sorrideremo senza sbuffare a quelli che correndo ci spezzano la passeggiata. Diremo scusi, grazie, prego, ma le pare, le do una mano? si vuole appoggiare? l’aiuto io, signora, signore, oggi si sta bene, vero? ha visto l’aria com’è pulita, si vede l’Etna, sembra che è qua davanti, la sta vedendo la neve? pare che si scioglie e cola quassotto fino a che diventa mare, sì, no signora mia, di qua, taliasse dove ci dico io, che c’è l’isola, il faro, ma lei perché si sta voltando dall’altra parte? che facciamo, ci andiamo ad arrivare alla tonnara? ma come? a piedi? due passi sono, c’è il sentiero, ma è lontano, andateci voi, no, sì, avanti, venite con noi, facciamo strada assieme?

Sì, per favore, io è da ieri mattina che ve lo volevo chiedere a tutti quelli che eravate là: amunì. Facciamo strada assieme.

Questa foto della Magna Suconia è cortesia di Emanuele Siracusa

Questa foto della Magna Suconia è cortesia di Emanuele Siracusa