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Archivi categoria: Minchiate totali

Gradi di sofisticazione

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È la storia di uno che vende pesce spada al mercato ma vuole scrivere un libro, allora lascia la pescheria e si mette a scrivere. Scrive un capolavoro però poi quando l’ha finito capisce che gli piaceva di più vendere pesce spada al mercato, e allora lo distrugge, lo brucia senza che nessuno l’abbia letto, si salvano solo due pagine dove lui s’era appuntato la ricetta dello spiedino di pesce spada con l’uvetta, i pinoli e il succo d’arancia. Un giorno, una tizia sconosciuta che ha solo cinque minuti per preparare la cena al marito prima del tg, va in pescheria a comprare il pesce spada, torna a casa e si accorge che i fogli in cui era avvolto il pesce contenevano la ricetta per gli spiedini di pesce spada con l’uvetta, i pinoli e il succo d’arancia. La prepara, il marito vomita tutta la notte, però non muore, lei pensa: vabbe’, buono, e la pubblica, vende sei milioni di copie e diventa Benedetta Parodi.

Anzi no: è la storia di uno che vende pesce al mercato ma vuole scrivere un libro, allora smette di pescare e si mette a scrivere, chiude la pescheria, e vive in assoluta povertà fino a quando non finisce il suo capolavoro, però nessuno glielo pubblica. Lui non ha che mangiare, è disperato, una notte esce con la barca per prendere un gigantesco pesce spada e muore infilzato. Dopo che è morto trovano il libro e glielo pubblicano postumo. Il libro vende pochissimo però diventa di culto, tanto che la pescheria è meta di pellegrinaggi letterari, e tra i suoi fan c’è Fabio Caressa, che mentre visita la pescheria-museo si sente male perché sua moglie la sera prima di partire gli aveva cucinato una delle sue solite impicchiatine, e allora è costretto a usare il bagno. Prende il rotolo della carta igienica e si accorge che invece è un rotolo di papiro con la ricetta dello spiedino di pesce spada con l’uvetta, i pinoli e il succo di arancia. Se lo nasconde in tasca, e torna a casa a riabbracciare Benedetta Parodi che gli dice: ma sei contento di rivedermi o hai un rotolo di papiro nascosto dentro i pantaloni? E vende sei milioni di copie.

No, nemmeno: è la storia di uno scrittore che viene assoldato da un pescatore per scrivere la sua biografia al posto suo (cioè la storia di uno che ha una pescheria e assolda uno scrittore per scrivere la sua biografia). Lo scrittore allora scrive che il pescatore aveva tra i suoi clienti uno scrittore (che appunto è lui che scrive il libro) che tutte le settimane andava in pescheria, e per questo i due diventano sempre più amici, al punto che il pescatore confida allo scrittore che vorrebbe assoldarlo per scrivere un libro, ma più di tutto vorrebbe sposare Fabio Caressa. Lo scrittore allora gli consiglia di recuperare quella ricetta dello spiedino di pesce spada con l’uvetta, i pinoli e il succo di arancia che gli aveva fatto assaggiare in pescheria, così lui gli corregge le doppie consonanti e i punto e virgola, la pubblicano, vendono un sacco di copie e il pescatore può usare il soldi per operarsi e diventare una cuoca televisiva, ti raccomando il tacco dodici e di sfilarti le scarpe in favore di telecamera per i feticisti, gli dice il saggio scrittore. Nel finale, Caressa sopravvive allo spiedino, i feticisti se la minano, lo scrittore vince il premio strega, e Benedetta Parodi è un best seller da sei milioni di copie.

Neppure: è la storia di un pesce spada. Questo pesce spada vuole scrivere un libro su uno che ha una pescheria ma in realtà vuole scrivere un libro. Però a un certo punto si scopre che il pesce spada che vuole scrivere il libro in realtà non esiste: è un personaggio di finzione, che alla fine confessa al lettore che vabbe’ ma dove vivi, i pesci spada non è che sanno scrivere, il libro l’ha scritto lui, che è non è manco uno scrittore, infatti, cucù, è Benedetta Parodi, e quella che hai letto è solo l’introduzione giocosa alla ricetta dello spiedino con l’uvetta, i pinoli e il succo d’arancia.

Di più: tutto uguale a  prima, però nel finale Benedetta Parodi rivela che lei in realtà è sempre stata un pesce spada e ha scritto il libro sott’acqua incidendo tavolette di argilla con la spada, e lo scrittore è solo quello che le ha trascritto la tavolette. L’unico personaggio di pura fantasia è il pescatore, che infatti in questa storia non serviva a niente e in fase di editing è stato tagliato per inserire la ricetta dello spiedino con l’uvetta, i pinoli e il succo d’arancia.

Neanche: è la storia di certe tavolette d’argilla ritrovate da un pescatore dentro la pancia di un pesce spada. Il pescatore le avvolge nella carta di giornale e le porta a un suo amico scrittore: tè, guarda che t’ho portato oggi. Lo scrittore apre il pacchetto e dice: ma che me ne fotte a me, che t’avevo chiesto mezzo chilo di triglie. Poi però una notte non riesce a dormire, fuori piove fortissimo, e lui allora per passare un poco di tempo prende una lente di ingrandimento e si accorge che nelle tavolette qualcuno ha inciso una storia. Comincia a decifrare la grafia e a leggere questa storia, che è la storia di un pescatore che trova delle tavolette di argilla incise e le porta a un suo amico scrittore, che una notte non dorme perché a cena ha seguito passo passo la ricetta dello spiedino con l’uvetta, i pinoli e il succo d’arancia della Parodi, e allora visto che tanto è insonne, comincia a trascrivere la storia…

No, no, aspetta: è tutto come prima, solo che un giorno bussa alla porta dello scrittore un pescatore, molto povero e mal vestito. Lo scrittore è diventato ricchissimo perché ha pubblicato la storia delle tavolette eccetera, e oltre che ricco s’è fatto superbo e non lo vuole fare neanche  entrare in casa, gli dice che lui se lo ricorda benissimo chi è quel pescatore, è lo stesso che l’aveva fregato dandogli l’argilla al posto delle triglie, e siccome s’era preso l’intossico aveva giurato che in pescheria da lui non ci avrebbe messo più piede, fa come per sbattergli la porta in faccia, e invece il pescatore sguaina una sciabola e lo sgozza, però prima gli dice: sono della SIAE, e questa l’ho fatta con la spada del pesce spada che aveva scritto il libro che tu hai pubblicato a nome tuo fottendotene dei suoi diritti d’autore, muori pezzo di vastaso, e lo infilza. Poi la Parodi torna a casa, trova ‘sto scempio sul pavimento, però siccome ha solo cinque minuti per preparare la cena al marito prima del tg, ci fa uno spiedino con l’uvetta, i pinoli, il succo d’arancia e gli dice a Caressa che è filetto di pesce spada, tanto quello digerisce anche le pietre.

Invece non è così: è la storia di una sciabola fatta con la spada di un pesce spada. Su questa spada, che era lunga e larga, un pescatore ci ha inciso sopra una storia che gli raccontava sempre suo nonno, pure lui pescatore, quando lo portava in barca a pescare con lui per insegnargli il mestiere. Dopo centoventi anni, uno scrittore molto ricco decide di comprarsi un basso dalle parti dell’antico quartiere del mercato, ristrutturarlo e farci la rimessa per il suo yacht. E allora tra le macerie di questo basso che una volta era una pescheria  e che ormai è diroccato, trova questa sciabola tutta istoriata, con una grafia bellissima, così barocca che lo scrittore scambia le lettere per dei fregi: gli sembrano pesci, reti, barche, gozzi, vele, nasse, nfanfule, riule, saraghi e uope. Lo scrittore pensa: bih che bella e se la porta a casa. La appende al muro e quando dà i suoi party, celebri in tutta la costa jonica, tutti si fermano  ad ammirarla. Un giorno, uno scrittore molto giovane che ancora non ha pubblicato niente, si accorge che invece non sono disegni, ma è una storia, la trascrive di nascosto, la pubblica, e diventa milionario perché ne traggono sei film di suspense in 3D con la Parodi che ha solo cinque minuti per preparare lo spiedino di pesce spada prima del Tg.

Ma lo scrittore una notte non dorme: gli compare in sogno un pescatore che gli dice ladro, figlio di buttana, porco e maleducato. E allora lui nel sogno gli dice che vabbe’, dai, perché stai facendo così, ho rubato a uno che già era ricchissimo, niente ci fa, e si riaddormenta, tanto ormai ha i miliardi e quello è solo un sogno rompicoglioni. Però un giorno, mentre è sullo yacht, si avvicina un povero pescatore su una barchetta e gli dice: oh, sentisse, ho pescato questo pesce spada, che fa, lo volete? Lo scrittore pensa che ora glielo fa arrostire al cuoco col salmoriglio, ché di questi spiedini s’è rotto i coglioni, e gli dice: quanto me lo fate al chilo, e quello gli dice niente, ve lo regalo, tutta salute, alla faccia mia. Lo scrittore famoso e ricco va per portarlo al cuoco e si accorge che il pesce spada ha una spada bellissima, tutta istoriata, piena di fregi, disegni barocchi, figure di pesci, nasse, piombini, ami, lenze, e pensa: bih che bella, ora me la porto a casa e me la appendo. E se la appende. Poi un giorno dà uno dei suoi party famosi in tutto lo Jonio e un giovane scrittore che ancora non ha pubblicato niente, si accorge che quelli non sono fregi, ma lettere, e allora corre dallo scrittore ricco e famoso con lo yacht e gli dice vieni qua, guarda, guarda, guarda la spada del pesce spada: te ne eri accorto che non erano disegni ma lettere? E lo scrittore famoso gli dice, mih, ma cose dei pazzi, che mi stai dicendo, m’è capitata la stessa cosa a me a casa di un altro scrittore, anni fa, è così che sono diventato ricco e  famoso, lo sai che vuol dire questo? Che ora tocca a te: te la regalo, trascrivila, pubblicala, e diventa ricco pure tu. Lo scrittore povero va a casa con la spada istoriata, trascrive tutto e alla fine gli compare questa frase: guarda, la storia è ‘na minchiata, manco a pubblicarla, perché ci fai due lire, invece trascrivi questa, che è la ricetta dello spiedino di pesce spada con l’uvetta, i pinoli e il succo d’arancia. Firmato Benedetta Parodi. Ps: ci vediamo a Porto Cervo sullo yacht.

Le petit grand tour di un orientale in occidente: notazioni sparse

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#Alberghi, B&b e ospitalità in genere.

Qui in occidente, le stanze non si lasciano a mezzogiorno, ma alle dieci. Le colazioni non vengono servite dalle 7 alle 10:30, ma dalle 8:30 alle 9:30. Diminuisce il tempo a disposizione per le abluzioni e, soprattutto, le evacuazioni. Si viaggia più di fretta. E più pesanti.

# Vizzini

Durante il percorso di avvicinamento apprendo che fuori dall’abitato il toponimo Vizzini viene pronunciato con la B (Bizzini). Per estensione, gli abitanti sono detti bizzinisi. Me li figuro bizzosi. A Bizzini c’è una scalinata tipo quella di Caltagirone, però nessuno parla mai della scalinata di Bizzini, mentre tutti i tedeschi con le quasette bianche non fanno che dire ja, sgalinatta di Kalataghirone wunderbar, zuper! Forse è questo a rendere bizzosi i bizzinisi. A Bizzini, osservo con compiacimento tutto turistico, portano il cappello. Cioè non il tasco, ma il cappello proprio, quello a falde larghe. E non gli anziani (anche), ma i giovani. I giovanissimi no, non m’è sembrato, ma quelli di mezza età avevano il cappello. Non tutti, qualcuno. Va bene: in più d’uno portavano il cappello. Diciamo che un gruppetto di resistenti fa sopravvivere l’abitudine di portare il cappello a Bizzini. Sono sedotto da questa cosa e per conseguenza dall’idea di comprare un cappello. Mi pare la cosa più verghiana da fare in paese. Chiedo lumi al barbiere di un comune limitrofo, il quale conferma: i bizzinisi portano il cappello per malandrineria. A Bizzini sono briganti. Una stirpe di briganti bizzosi. Cappello. Briganti. Bizzini. Questo paese mi piace. Voglio pure un bastone da passeggio, intarsiato nel manico. Esigo ci si rivolga a me con il vossignoria.

#Caltagirone

È il paese dei cantri e della scalinata. Dei cantri tacerò poiché argomento triviale. La scalinata è una cosa che ti acciunca le gambe. Il gradino è profondissimo: per passare a quello successivo ci vogliono due passi. Questo comporta che procedi come se avessi una gamba di legno e te la stessi trascinando: se il primo l’hai fatto con la destra, continui a usare sempre la destra. Siccome la scala è infinita, a un certo punto ti viene per forza di cambiare gamba. Vista da sotto, tutta questa gente che si arrampica su un piede solo fa l’effetto dei bambini in un cortile che giocano alla trinca (in Italia si chiama campana?), però in verticale. Dalla base della scala, Caltagirone è un giardino d’infanzia. Un’ora di ricreazione verso l’alto, con tutti, abitanti e turisti, che di colpo ringiovaniscono come in quella pubblicità dell’acqua minerale e tornano a essere una classe di seienni col cestino e il grembiule. Tirano un sasso e poi saltellano, senza stancarsi mai. Anche se hanno ottant’anni e si sono fatti trenta ore di pullman per venire a fare i turisti dalla Germania. O per tornare a casa dopo averci lavorato, in Germania.

#Piazza Armerina, mosaici.

Il morbo di Lapalisse affligge gli archeologi quando curano le didascalie per ciò che hanno rinvenuto. Alla villa romana del casale le leggo tutte, con scrupolo. L’accostamento più immediato è con i sottotitoli della pagina 777: l’archeologo, presupponendo la cecità del turista, gli illustra l’ovvio. In presenza di un mosaico enorme, rappresentante figure umane alle prese con lance, frecce, cervi, fagiani e pernici, la didascalia spiega che quella è una scena di caccia. E io che pensavo stessero mettendo i piatti in lavastoviglie. A ulteriore chiarificazione si specifica trattarsi della piccola caccia, perché quella che ammirerò tra pochi passi, con le stesse figure umane che si accingono alla cattura di tigri, leoni ed elefanti sarà la grande caccia. Al di là del fatto che io avrei usato caccia grossa e non grande caccia, il perturbante risiede nella didascalia successiva, quella apposta alla grande caccia. Senza tema di pleonasmi si ribadisce che questa che sto ammirando adesso è la scena della grande caccia. E una riga sotto si specifica, più con autismo che con pignoleria, che va distinta da quella della piccola caccia, ammirata pochi passi prima.

# Agrigento, valle dei templi.

A visitarla, ci sono le gite scolastiche e le gite di adulti. Più qualche gruppuscolo autonomo. Durante il percorso non si riesce a evitare l’omologazione dello spirito: ciascun uomo è uno studente. Non nel senso delle nozioni possedute, che sarebbe già una conquista, ma in quello dell’insofferenza. L’eternità maestosa da cui si è circondati induce un senso di fastidio per lo scorrere troppo lento del tempo. Se non sei più giovane non è una sensazione spiacevole: poiché in questo ritenere il tempo “lento” risiede forse l’essenza dell’essere giovani, sembra quasi di riconquistare un’età più verde. Ma dopo il primo tempio, nel mio caso Giunone, questo sentimento predomina su tutto, e la visita diviene solo uno struggente protrarsi dell’ultima ora del sabato nell’attesa della campanella. Gli scolari delle elementari e delle medie, innocenti, ostentano noia a sbadigli spalancati, senza pudore. I liceali reagiscono nell’unico modo in cui l’adolescenza sa reagire: rallentando ogni movimento fino al fermo immagine. L’incedere dei quindicenni lungo il viale della concordia esaspera gli insegnanti, che si sgolano e menano fendenti d’ombrello nell’aria come fanno i pastori con le mandrie che si attardano. E loro ancora di più trascinano i piedi, smembrandosi e ricomponendosi, dinoccolati, a ciascuno dei loro passi bradipi. Gli adulti assumono un contegno compensativo: avvertono che nell’eterno si annida il tedio dell’esistere, e dissimulano il panico ricorrendo all’ostensione del sentimento opposto, l’interesse. Di più: temendo l’accusa di superficialità, si impongono la lettura di guide e pannelli illustrativi fino all’ultima riga. Provano cioè a espiare con lo zelo dei maturi l’ignoranza che anch’essi, al tempo in cui presero parte alla gita scolastica, provarono ed esibirono con sprezzo. È per questo che al parcheggio riconosci in tutti un’espressione futurista come di sollievo, di motore a scoppio come sola igiene del mondo: le antichità appena visitate erano stupende, sì, però per fortuna sono finite. Altre due pietre di tufo e saremmo rimasti prigionieri del tempo.

# Realmonte/scala dei turchi.

Nel bianco siamo indistinti e indistinguibili. Qualcosa deve aver agito su noi tutti come il mare ha agito su questa marna abbacinante: compattandola con l’argilla e facendone un blocco unico, pettinato da scanalature. Su un paesaggio che è tale e quale la luna fatta di formaggio del cartone animato Wallace & Gromit, siculi, sicani, veneti e tedeschi vedono annullata ogni loro specificità etnico antropologica, riducendosi a zaini e sneakers che si inerpicano al ritmo di una foto a ogni passo. Ci si scusa se si ostruisce con la propria presenza l’obiettivo dell’altro, ma se qualcuno ti pianta un gomito nello stomaco non gli senti dire neanche un sorry. Siamo la nostra proiezione, e se non proeittiamo non ci siamo. Eccoci qua, allora, ad ammirare il lato più spaventoso della natura da dietro un display che ci rimanda indietro il non luogo su cui presto torneremo a fluttuare: una via lattea petrosa che aspira a diluirsi nell’acqua. Per adesso, contentiamoci di essere pixel a torso nudo. Entità che procedono a scatti verso il pianeta delle scimmie, e sostano su questa colata di escrementi bianchi: la deiezione di un gigante dall’intestino purissimo, con noi sopra tutti felici ad arrampicarci e farci le foto. Per tutto il tempo in cui sono stato qui ho pensato solo una cosa: e se adesso viene un terremoto?

#Eraclea Minoa

È la balena delle spiagge. Può inghiottire. Le due montagne che la cingono non si chiudono per poco: l’anello del portachiavi, che lascia giusto una fessura per consentire inserimenti e rimozioni. Quella fessura è il fulcro, finisce che guardi sempre là in mezzo. Alle spalle c’è una pineta: se il mare si agita (e qui lo fa spesso) ti senti preso in una morsa e non sai dove scappare, di che morte morire, se di stenti nel bosco o di annegamento in acqua. Spazi troppo grandi spaurano. Ma a questa spiaggia dopo qualche minuto ci si abitua. Ingloba nell’ecosistema e rende accettabile il corso degli eventi. E poi a rassicurare c’è un bar edicola pizzeria ristorante aperto tutto l’anno e tutti i giorni dalle otto a mezzanotte. Gente, altri Jona come te, che pescano lanciando lenze fuori dalla bocca del cetaceo (nel caso in cui il bar dovesse chiudere o non riaprire più?). Tutto intorno è un tappeto di meduse naufragate sulla sabbia, a morire di quella morte lenta che devono avergli augurato i bambini punti l’estate scorsa. Tutto, qua intorno, cospira alla giustizia.

#Marsala, le saline, l’isola di Mozia

Il sale produce un tanfo tale da farmi chiedere se sia per questo che si parla di esalazioni. Sembra impossibile che il panorama generato da una palude che imputridisce di minuto in minuto risulti tanto vivido. Acqua stagna da filtrare per cavarne il bianco, il non colore per eccellenza: resta da capire come possano venirne fuori sfumature iridescenti. Le avvolgono miasmi di una dolcezza nauseabonda: evidentemente il sale marcisce nel suo opposto, visivo e olfattivo. Marsala, anche lei spiazzante, non ha nulla del paesino. È una città di quelle eleganti. Le panchine di marmo più sobrie e raffinate d’Italia. Una piazza che la sera luccica e ti impone l’abito scuro. Ma per salire sul monte bisogna aspettare che sia mattina, dicono qui.

#Erice

Se fosse solo disumana, ci si potrebbe venire a patti e percorrerla a bordo di un mezzo meccanico. Ma anche i motori si arrendono a questa salita. Cerchi marce più basse della prima, vorresti scavare il cambio, ma non ce n’è. Il frastuono del fuorigiri contagia il fiatone al tuo corpo. Nel delirio della fatica credi di ansimare all’unisono con la montagna, ma è solo il vento: si infila dentro alle antenne e copre tutti i rumori, compreso quello del pistone che picchia in testa. Una funivia pencola sul baratro: impietrita da minacce ululate, non trova il coraggio di muoversi. Erice, fortificata da questo muro d’aria che turbina, atterrisce col suono e atterra con i nodi. Ti curvi in avanti e ti incula da dietro. Proteggi il fianco e ti smaciulla il grugno. Calci, pugni, schiaffi, spintoni, poi scappa. Il tempo di rialzarti, pensare che è passata, e torna all’improvviso. Ti spossa ma non ti finisce, sei il suo giocattolo. Venere voleva starsene qui sopra a fare l’amore, invece a Porta Trapani si consuma uno stupro, opera di deportati in bus al soldo di tour operator: penetrazione coatta di un luogo impenetrabile. Costante, inestinguibile, l’urlo della padrona di casa sbatte fuori tutti. E allora se vogliamo affacciarci dal castello bisognerà stare uniti, farsi legione e marciare compatti verso la cima: dice di non volere visite, ma vedrete che le piacerà. E se non vorrà offrirci nulla, la saccheggeremo. Vanagloria. Erice non te la puoi prendere: averla è vederla. E la vedi solo così, mentre lei strepita di vento e ti assicuta a colpi di scopa in testa. Tra gli stranieri imperversa la diatriba: più o meno bella di Taormina? State paragonando la dolce vita al mestiere delle armi. L’organza all’usbergo. Fatevene una ragione: non vi vuole. Tornatevene da quell’altra.

# Scopello, Castellammare del golfo

Vengo da lontano. Nelle terre dove ho vissuto e vivo l’acqua ti si fa incontro come un cane quando manchi da casa per troppo tempo: ti lambisce i piedi, arriva correndo a leccarti la faccia, ha un fregola che non può attendere etichetta. Forse è proprio che da me le strade sono invadenti, non chiedono permesso prima di entrare, s’infilano fin dentro l’acqua, nessuna che bussi mai, tu giri una traversa come fosse una chiave e ti ritrovi dentro stanze salate. Qui invece l’ospite è diffidente, ti guarda da dietro l’occhiolino e valuta se sei vestito bene. Sei a un passo dalla spiaggia, ce l’hai là sulla destra, potresti fare a occhio, che ci vuole? ma siccome non vedi l’ora di bagnarti e non vuoi rischiare errori di percorso, segui rigorosamente i cartelli. Svolti a un bivio che dice Tonnara e non capisci perché mai porti in montagna. La torre è là, si vede, ma le strade guardiane non transigono, ti portano in alto, ti fanno fare un giro punitivo. Solo quando ormai disperi, sarà consentito ridiscendere. Rituale iniziatico, verifica delle motivazioni: sei pronto per venirmi a trovare? Davvero ti interesso? Non mi fido, ti metterò alla prova, dimostralo, arrampicati fin lassù, e quando sarai in cima chiediti se era davvero me che volevi. Oppure è crudele vanità di femmina buttana: le insenature di Scopello e Castellamare sono appena uscite dal parrucchiere e non tollerano vecchi mariti incapaci di accorgersi della nuova acconciatura. Le si ammiri così, a figura intera. Dall’alto di un balcone. Da dietro una persiana. Ci si attenga al cerimoniale della seduzione. Mai si concederebbero senza prima aver suscitato desiderio con la distanza. Guarda come mi sta attillata quest’acqua. Come mi donano il blu, il verde, l’azzurro. Ho indossato orecchini lunghi come faraglioni che tintinnassero a farti da richiamo. Quando l’intensità è al massimo, la discesa sarà un precipizio. L’ingresso sembrerà chiuso, maledirai le voglie: la voluttà, mischiandosi al rancore, toccherà nuovi picchi, nutrendosi di rabbia delusa, prima di accorgerti che la porta l’ha lasciata a spaccazzedda. Poi tutto sarà languore.

In effetti, io non ne ho potuto più e il trenta di Aprile ho fatto un tuffo che mi ha gelato le ossa. Mai più prima di luglio. Il corteggiamento ha i suoi tempi.

Zampironi

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Se volessi scrivere un libro dovrei prima liberarmi di tutte le americanate che ho letto.

Se volessi scrivere un libro dovrei chiedermi se sia possibile liberarmene, perché le americanate che ho letto sono tante.

Se volessi scrivere un libro dovrei anche resistere alla tentazione di fare il simpatico, come succede in tutti blog di tutti i blogger più bravi, quelli che mi piacciono perché sono simpatici.

Se volessi scrivere un libro dovrei estirpare il male della simpatia fino a starmi sul culo da solo.

Se volessi scrivere un libro dovrei imparare a memoria Ferito a morte di Raffaele La Capria, e chiedermi se davvero ci siano libri da scrivere per un meridionale dopo Ferito a morte di Raffaele La Capria.

Se volessi scrivere un libro, a quel punto, sarebbe molto difficile trovare un motivo per scrivere un libro.

Se volessi scrivere un libro, constatata la penuria di motivi per scrivere un libro, mi metterei a scrivere liste di periodi ipotetici su cosa dovrei fare se volessi scrivere un libro.

Se volessi scrivere un libro dovrei superare la paura di scrivere tutti questi periodi ipotetici senza sbagliare manco un congiuntivo e un condizionale.

Se volessi scrivere un libro dovrei pormi la questione dell’argomento.

Se volessi scrivere un libro dovrei rassegnarmi al fatto che gli argomenti se li sono presi già tutti.

Se volessi scrivere un libro, accantonata la questione dell’argomento, dovrei concentrarmi sullo stile.

Se volessi scrivere un libro, penserei che volendo lo stile potrebbe diventare esso stesso l’argomento.

Se volessi scrivere un libro in cui lo stile faccia da argomento, dovrei supporre che questo stile sia funzionale a qualcos’altro.

Se volessi scrivere un libro scoprirei che questo qualcos’altro alla fine sarebbe l’argomento.

Se volessi scrivere un libro dovrei annoverarmi tra i siciliani che vorrebbero scrivere un libro.

Se volessi scrivere un libro, avendo un po’ in antipatia i siciliani che vorrebbero scrivere un libro, dovrei vedere se c’è un modo non siciliano per scrivere un libro come un siciliano che vorrebbe scrivere un libro.

Se volessi scrivere un libro, poi, ci sarebbe la questione della lingua.

Se volessi scrivere un libro, dovrei scegliere una lingua come se fosse un menu di mc donald’s: bassa, media o alta?

Se volessi scrivere un libro, non essendo capace delle altre due, potrei scriverlo solo in quella bassa.

Se volessi scrivere un libro, però mi piacerebbe scriverlo con una lingua bassa per le cose alte e alta per le cose basse.

Se volessi scrivere un libro, sbatterei contro l’evidenza che questa cosa l’hanno già fatta in tantissimi, e quasi tutti di una bravura inarrivabile.

Se volessi scrivere un libro, potrei soprassedere sull’argomento, lo stile e la lingua e puntare tutto sulla spontaneità.

Se volessi scrivere un libro, essendo spontaneo per natura, potrei limitarmi a scrivere ciò che spontaneamente mi viene da scrivere.

Se volessi scrivere un libro, mi chiederei se per scrivere ciò che spontaneamente mi viene da scrivere sia davvero necessario scrivere un libro.

Se volessi scrivere un libro, mi ricorderei che per scrivere ciò che spontaneamente mi viene da scrivere ho un blog.

Se volessi scrivere un libro, al posto di scrivere un libro scriverei un post su cosa farei se volessi scrivere un libro.

Regionali 2012: una guida sragionata.

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Il paradosso è una cosa che ricercano tutti, sia i lettori che i giornalisti. È una specie di tartufo: appena ne trovano uno esultano e se ne tornano a casa a farci il risotto. Tanto ne basta pochissimo. Con un paradosso solo, anche piccolo, ci mandi avanti un ristorante per mesi: articoli, editoriali, saggi, sceneggiature, saghe, epopee.

Il sapore è forte, ma non stufa mai, perché oltre a condire anche le frasi più scipite, regala una specie di ebbrezza mentale che crea dipendenza: ci si sente intelligenti e creativi, capaci di abbracciare un concetto insieme al suo esatto opposto. Il tutto e il nulla ricondotti all’unicum primigenio che li avvolgeva entrambi, il cotto al crudo, il dolce al salato, l’universo alla sua esplosione, la tesi all’antitesi: l’alfa e l’omega fanno questo giro lungo come l’intero l’alfabeto, sembrano contraddirsi e dirsene di tutti i colori, ma alla fine (sempre hai una mente abbastanza ampia da contenere i paradossi) si ricongiungono e si fanno le feste coi baci e gli abbracci, lasciandoti appagato, felice, atarassico, sereno, imperturbabile. come dopo una sanissima minata. Se i narcos potessero lucrarci sopra coltivandoli in Colombia, e gli ‘ndranghetisti rincararli al triplo del prezzo e poi spacciarli in Calabria, i paradossi soppianterebbero gli oppiacei sul mercato degli stupefacenti. Oppure sarebbero tra i record più ricercati su youporn.

Prova a sniffare un paio di paradossi boemi a casa e poi a lasciarteli uscire di bocca mentre discuti al bar con gli amici sulla formazione della Roma: li vedrai ammutolire di colpo e prostrarsi ai tuoi piedi chiamandoti mister. Scrivine tre o quattro  -di matrice sudamericana – su un file word, mandali a un qualsiasi editore capace di copertine cartonate, e poi goditi la sensazione di tenere tra le mani il tuo esordio letterario, rilegato in brossura e con la prefazione di Paulo Coelho che ti definisce il suo erede naturale.

Il paradosso, chi lo legge se lo gusta e chi lo scrive si deve limitare a girarlo e rigirarlo, giusto per evitare che si attacchi al fondo della pentola (che poi ormai c’è il Bimby e non si fa nemmeno fatica): una ricetta semplice, ma che quando la servi in tavola ci fai sempre la figura dello chef a cinque stelle (tanto, anche se poi gli dici che ha fatto tutto il Bimby, non ci crede nessuno e continuano a farti i complimenti).

Solo che i tartufi sono rari e preziosi, e trovare un paradosso autentico è difficile: la maggior parte delle volte, i ristoranti ti rifilano un fungo mezzo andato a male e te lo grattano sopra al risotto spacciandotelo per bianco d’Alba. Si stancano anche a rigirarlo di continuo, questo risotto, e finisce che si attacca sul fondo pure se la padella è in teflon.

Così il tartufo acquista un sapore dozzinale, da trattoria a prezzo fisso. Allora ne isoli un pezzetto con la forchetta, te lo avvicini agli occhi, lo esamini con un minimo di attenzione e ci rimani male, perché quello che stai pagando per paradosso in realtà è un luogo comune mezzo bruciacchiato.

Il giochino gli riesce perché paradosso suona come una parola molto colta. È per questo che bisogna diffidarne, perché succede con tutte le parole greche, che tu le dici e sembrano molto più di quello che sono: per esempio, chessò, leggi una targhetta placcata oro con la scritta podologo e ti convinci che stai entrando nello studio di un luminare specializzato in medicina plantare. Poi invece varchi la soglia e ti ritrovi davanti a uno con un grembiule da macellaio che ti toglie i calli dai piedi con una raspa.

Paradosso non è nient’altro che la versione forbita di un detto popolare: le apparenze ingannano. Solo che se usi il termine paradosso, e magari lo bofonchi da dietro una lunga e folta barba brizzolata, puoi anche ambire a fare il sindaco di Venezia, il maître à penser del partito democratico e l’amante segreto di Veronica Lario. Mentre se lo dici così, sotto forma di proverbio, magari da dietro una montatura rossa e vestito con una camicia dai colori improbabili, al massimo puoi fare la rassegna stampa di uno mattina e fratturare una caviglia a Mara Venier nel tentativo di prenderla in braccio.

La verità è che le apparenze non ingannano quasi mai. Se vedi uno che ruba gioielli, novantanove su cento è un ladro. Il restante un per cento dichiara di chiamarsi Robin Hood. E tuttavia marcisce lo stesso in una galera di Nottingham come ogni altro delinquente comune.

Robin Hood invece è un paradosso autentico: il tartufo che è veramente un tartufo, quello in grado di squarciare il velo e mostrare la realtà, impreziosendoti il risotto. Sembra un ladro e invece è un benefattore: chi l’avrebbe mai detto? Uno che se ne va in giro con quella ridicola calzamaglia verde.

Di Robin Hood, come dei paradossi, nessuno sa se esistano per davvero o siano solo immaginari, il paradosso non serve sperimentarlo nella realtà: non è che qualcuno ha mai visto una tartaruga tagliare il nastro prima di piè veloce Achille.

Il paradosso esiste in linea teorica, giusto per ricordarci che le eccezioni sono possibili e vanno presi in considerazione anche quei ladri che al processo per furto si difendono sostenendo di indossare una calzamaglia verde (“Perché arrestate me invece di quel Diabolik lì, che la calzamaglia ce l’ha nerissima? Questo è un paradosso!”).

Questo è appunto il ruolo che i greci assegnavano ai paradossi: una cosa che serve ad andare oltre la superficie delle cose, a pensare meglio, più a fondo, a tenere la guardia alta e fare i giusti distinguo logici.

Quindi diciamo che ogni novantanove funghi si trova un tartufo, e quel tartufo stesso, prima di capire se è veramente un tartufo, magari ci vorranno secoli di analisi organolettiche, e poi si scoprirà che era un fungo come gli altri. Ma sarà stato utile lo stesso, perché avrà spinto in avanti la conoscenza, e ci avrà fatto scoprire che esistono altri tipi di funghi, che sembrano tartufi ma non lo sono: sono dei paradossi.

Invece, non appena si comincia a dire che prossimamente in Sicilia si vota, i boschi dell’Etna, dei Nebrodi, dei Peloritani e delle Madonie, si riempiono di giornalisti e commentatori che vanno per paradossi, convinti che qua basta farsi una passeggiata per inciamparci sopra e riempire il cestino col necessario per gli editoriali da qua al giorno delle elezioni regionali. Dopo un paio di giorni che vagano senza trovarne manco uno, acchiappano lo stesso vecchio funghetto di sempre, lo grattugiano e ricominciano a soffriggerlo.

Le prime volte che venne utilizzato sembrò un ingrediente originale, capace di svelare arcani millenari, fornire chiavi di lettura fino ad allora sconosciute, aprire nuove prospettive su problemi atavici.

Il primo chef fu forse Tomasi Di Lampedusa, che se ne uscì con questa frase a specchio biconvesso, quella famosa, quella del perché niente cambi, bisogna che tutto cambi. E ci rovinò per sempre. Nella vulgata giornalistica del secolo successivo, a ogni tornata elettorale, sarebbe rispuntata fuori la storia di una Sicilia solo apparentemente moderna, ma in realtà arcaica.

Ultimamente, siccome questo paradosso cominciava ad attaccarsi alla padella, si preferisce rigirarlo e usare la variazione opposta: la Sicilia è solo in apparenza arcaica, in realtà è il laboratorio della modernità, il luogo in cui si testano e si sperimentano i futuri scenari politici dell’intera nazione italiana.

Al paradosso, insomma, se bisogna parlare di Sicilia, non intende rinunciarci nessuno: al massimo lo si rigira sottosopra, perché così anche il più banale dei risotti, anche il pezzo di cronaca politica più ordinario, diventa pensoso e filosofico. Quindi i commentatori di tutto il mondo hanno stabilito questa convenzione internazionale per cui in Sicilia le apparenze ingannano per definizione. La situazione sembra statica? E invece bisogna dire che si evolve. La situazione sembra evolversi? E invece bisogna dire che rimane statica. Sembra ma non è. È ma non sembra.

Un po’ è colpa della Sicilia, che un poco buttana c’è, bisogna dirlo, e si presta bene a questi sofismi. Però appunto è lo stesso tipo di colpa di quando violentano una e poi dicono: vabbe’, ma c’aveva la minigonna…

Astenersi dal violentare la Sicilia con un paradosso, per uno scrittore o un giornalista, diventa una rinuncia estrema, quasi ascetica: un po’ come per un portiere di serie A non truccare una partita di campionato.

È per questo che, in quanto luogo evocativo, la Sicilia non può essere banalmente descritta o analizzata: sarebbe uno spreco di talento. Va interpretata. Va sognata. Va resa per contrasto. Per paradosso, appunto.

Letterariamente questa cosa c’ha tutta una sua nobile tradizione. Gli stupendi crampi mentali che sa procurarci Sgalambro, o i pirotecnicismi giornalistici di Buttafuoco e Merlo: chi vorrebbe e potrebbe più farne a meno? Sarebbe una privazione. A leggerli, ci arricriamo:sono salaci, gustosi, immaginifici, profetici.

Finito di arricriarci, però, al momento di andare a votare non ce ne facciamo niente. Perché una cosa è la Sicilia come topos narrativo, e una cosa sono le elezioni. E forse è arrivato il momento di separare le due cose, anziché giocare a confonderle sempre.

La Sicilia, per queste prossime elezioni più che mai, avrebbe serio bisogno di qualcuno che la osservasse col metodo, e non con l’ispirazione. Uno scienziato di quelli noiosi, uno che guarda le cose e gli sembrano aggregati di atomi, uno che quando si bagna non è acqua ma H2O, uno che trova un tartufo e dice: toh, ecco un tubero dal carpoforo globoso il cui corpo ipogeo potrebbe rivelarsi edibile. Uno che dietro a un’assemblea regionale trasformista non ci vede nient’altro che un’assemblea regionale trasformista.

Le formule sapienziali, i tartufi, le frasi a effetto, i paradossi ci danneggiano. Ammantano di carisma e sintomatico mistero una condizione di meschina banalità. Qua non c’è più niente da ricamarci sopra. C’è prima da capire e poi da tirarsi fuori da una melma soffocante. Ci servono le formule chimiche, non la poesia. Le analisi statistiche e non i paradossi letterari.

La Sicilia non è, né è mai stata, il laboratorio di niente. Non anticipa le tendenze, e nemmeno le frena. La Sicilia non è arcaica, una parola che si porta dietro un sapore di eterno, di regole naturali inderogabili: la Sicilia è indietro e basta. E non a causa del presunto morbo, tutto letterario, dell’indolenza e della rassegnazione da cui sarebbero affetti i suoi mitologici abitanti, ma per un sostrato di banale arretratezza storica, che rende impossibile l’attecchire dell’innovazione.

Per restare alla politica, il nostro è uno statuto speciale modernissimo, giuridicamente all’avanguardia, pensato apposta per precorrere i tempi, una vera punta di diamante. Ma è stato calato dall’alto su una società semianalfabeta, politicamente immatura e democraticamente preistorica: uno smartphone dato in mano a uno che cinque minuti prima brandiva una clava. La costituzione siciliana (o meglio quella italiana che prevedeva ve ne fosse una siciliana) è una delle più avanzate al mondo. Solo che poi il governatore lo fa uno che va in televisione con la coppola in testa a offrire i cannoli e a dire baciamo le mani.

È così per tutto: ponti avveniristici che dovrebbero innestarsi su linee ferroviarie a un binario solo, energie rinnovabili che lasciano tutti al buio a primo temporale, depuratori di ultima generazione in città ancora prive di reti fognarie e che sversano tutto in mare.

Se uno vuole veramente capirci qualcosa, basta farsi un giro a Gibellina nuova: un paesino progettato da architetti visionari manco fosse una futuribile metropoli e abitato da contadini ultraottantenni che non osano uscire di casa perché non hanno ancora capito dov’è la piazza e dove sono le panchine per la briscola. Quello sì che è un paradosso vero.

La Sicilia non è una regione irrecuperabile. Non è irredimibile. È solo che per uscire dalle sabbie mobili della notte dei tempi bisogna prendere coscienza che sotto la melma non si nasconde nessuna eccezionalità, nessun poetico paradosso: sotto la melma c’è la melma. La Sicilia non è la metafora di niente. E detto da uno che ha parlato di funghi e di tartufi per parlare di elezioni, c’è da fidarsi.