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Prepara da mangiare se non vuoi essere mangiato

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Martedì scorso su MTV c’era un programma nuovo, si chiama Polifemo (stasera c’è la seconda puntata), fatto bene, con un bel ritmo, diverso da tante altre cose che girano in tv e con il pregio di essere frammentario, tipo il web, sì, però un po’ come se il web fosse una specie di film e il regista fosse Altman.

Solo che l’ospite attorno a cui girava il programma era Farinetti, quello di Eataly.

Farinetti mi fa antipatia.

Non lui, e nemmeno i suoi ristoranti (non ci sono ancora mai stato, ma tutti dicono che sono buoni) e nemmeno il suo carattere (quando parla sembra uno entusiasta e pasticcione, in senso positivo, tipo Jovanotti). Mi fa antipatia proprio la sua idea di made in Italy.

Io lo so che non ha nessun senso criticare l’idea di made in Italy di Farinetti, perché criticare un’idea vincente, che funziona, genera profitti, dà occupazione e fa mangiare la gente (anche in senso letterale) significa essere scemi.

Infatti io so anche di essere scemo.

Però l’antipatia è antipatia, che ci puoi fare, nessuno lo sa da dove viene, da cosa scatta, forse non emana neanche dalla persona, ma da un contesto, una serie di dettagli che si sommano e generano prima fraintendimento e poi malanimo.

Quindi magari a conoscerlo bene Farinetti è simpaticissimo, però martedì sera s’è mescolato ai concetti di cui gli altri ospiti infarcivano il programma, e m’ha fatto salire il riflusso esofageo.

C’era Vito Foderà, giovane conduttore molto stringato ed efficace che parlava di ricominciare dagli spaghetti e c’erano diversi giovani imprenditori che annunciavano tutti esaltati cose un po’ deprimenti come lo street food è il futuro.

E poi c’era Farinetti, cioè un imprenditore non più tanto giovane che però sugli spaghetti ha puntato tutto e ha stravinto la scommessa, a fare come da certificato di garanzia che sì, effettivamente quella è la strada giusta:

Cibo, cultura, territorio, paesaggio, diceva un altro imprenditore mentre friggeva di tutto.

Non serve più fare i bulloni, diceva un cuoco inquadrato di fronte a un capannone industriale.

Mettendo assieme Eataly e tutto il resto veniva fuori che per uscire dalla stagnazione economica la cosa migliore è trasformarci in un ristorante: vendere all’estero la nostra  eno-gastronomia, il nostro stile di vita e tutta l’alta qualità che abbiamo (che per Farinetti e i giovani imprenditori è un tutt’uno con cibo, vestiti, lusso, e arte).

Da qui i il titolo della puntata: Uno spaghetto ci salverà.

Gli spaghetti, insieme ai baffi neri e al mandolino, credo siano lo stereotipo per eccellenza, quello contro cui abbiamo dovuto lottare per almeno tutto il periodo dell’emigrazione.

Non che non siano buoni, sono buonissimi (per me la pasta, in generale, è il nettare degli dei) però gli spaghetti sono stati, e forse in alcuni paesi sono ancora, una specie di simbolo dell’inconcludenza italiana: l’italiano in fondo chi era? Una cicala che pensava a mangiare, a bere, e a cantare canzoni d’amore.

Durante i mondiali del 2006, quelli che per nostra fortuna poi abbiamo vinto, è venuto fuori che lo stereotipo è ancora duro a morire. Non si contavano le testimonianze degli italiani residenti  in Germania che interpretavano la finale come una specie di disfida di Barletta: nel 2006 erano ancora tanti gli Ettore Fieramosca che dovevano dimostrare di essere valorosi.

Farinetti invece in qualche modo dà ragione ai tedeschi: noi, alla fine, sappiamo fare molto bene certe cose (il mangiare) e ci dobbiamo rassegnare a fare quelle, lo stereotipo non deve farci infuriare, ma indirizzarci verso ciò in cui eccelliamo e che al momento sfruttiamo molto poco: il buon cibo, i vini, i bei vestiti, il fascino latino dell’eleganza e quello dell’arte rinascimentale possono essere il nostro core business.

L’idea di sfruttare gli attacchi dell’avversario come nel karate e trasformare certi luoghi comuni in un enorme vantaggio è un’idea jedi, c’è forza positiva, e infatti questo ribaltamento di Farinetti funziona bene, vince in tutto il mondo e lui si espande ovunque: pure in Italia, perfino a Roma, Farinetti riesce a vendere l’Italia agli italiani.

Un genio. Però questa idea non mi piace, che ci posso fare?

Ammettendo che ci siano effettivamente dei caratteri nazionali, delle propensioni di certi popoli verso qualcosa, ammettendo l’esistanza di una “cultura” (parola che in questo contesto somiglia molto a tradizione) che aleggia come aria su un paese, e che una cosa come questa sia possibile inscatolarla e venderla in giro per il modo, ammettendo anche che sia normale o necessario farlo per risollevare le sorti economiche della nazione: davvero si deve essere contenti di essersi ridotti a questo? Davvero si deve salutare con giubilo l’idea di vendere le pre-condizioni in cui un’idea nasce anziché l’idea stessa?

Vendere la “cultura”, il contesto, il paesaggio geografico e umano, vendere il proprio modo di mangiare, bere, vestire, in una (brutta) parola lo stile di vita, un po’ avvilisce: non sarebbe molto più bello riuscire a vendere le cose che io, italiano immerso in quel contesto di cibi, bevande e vestiti, in quel paesaggio geografico e umano, riesco a produrre proprio perché vivo, mangio, bevo e mi vesto all’italiana?

Schiacciare il paese sul suo stile di vita (cosa che mi pare fossimo bravi a fare anche prima di Farinetti: non c’è mai stato italiano che non abbia ritenuto la sua cucina la migliore al mondo) a me sa tanto di implosione, di cortocircuito, di cantarsela e suonarsela da soli.

Perché il mangiare, per quanto si possa considerare la cucina un’arte e gli italiani i depositari di una conoscenza sapienziale, in se stesso è solo un mezzo, e diventa stile di vita solo se dopo c’è una vita, e se invece la vita non c’è (come sembra ci stia succedendo), diventa stile senza vita, e allora cucineremo tanto per cucinare, e non per preparare pietanze adatte allo svolgersi delle nostre attività umane, e quindi, per forza di cose, diventeremo bravissimi a preparare da mangiare non per noi, ma per gli altri, quelli che poi si occuperanno di tutte quelle attività umane cui noi abbiamo rinunciato, felici di puntare sul preparare da mangiare e diventare la mensa aziendale del mondo, una mensa aziendale a cinque stelle, ma pur sempre una mensa.

Per rimanere nello stereotipo dello stile di vita, il famoso, presunto tipico italiano, riposino dopo mangiato (in certe parti del sud si chiamava controra, e dalle mie parti, sud particolarmente profondo, è ormai estinta da decenni):

mia madre la mattina presto cucinava qualcosa, in modo che poi a ora di pranzo trovassimo pronto. Quando tornavamo a casa, mangiavamo tutti insieme e poi io e mio fratello guardavamo Dj Television, i miei invece si stendevano una mezzoretta sul letto prima di tornare al lavoro.

Questo perché sia mio padre che mia madre avevano un lavoro cui tornare dopo il pranzo e la controra.

Se invece il lavoro diventa cucinare il pranzo per quelli che dopo la controra tornano al lavoro è un bel un salto all’indietro.

Mettere su ristoranti con all’interno dei divanetti per appisolarsi dopo aver mangiato potrebbe essere una buona idea imprenditoriale, e forse ci salverà dalla crisi, va bene. Ricreare atmosfere domestiche posticce per fare di questo accudimento un prodotto è probabilmente una mossa scaltra, giusta, e soprattutto remunerativa.

Ma non sono affatto sicuro che mi piaccia immaginare un futuro dove facciamo di tutto questo un mestiere e di questo mestiere un’intera economia.

Mi piace molto di più che la “cultura” di un paese, di un popolo, di una comunità finisca per essere contenuta in certi suoi prodotti, come del resto è automatico che avvenga: la caffettiera di Bialetti probabilmente è uscita fuori così perché a disegnarla è stato uno che mangiava spaghetti, beveva espresso, ascoltava Era de maggio e abitava vicino agli Uffizi, non ho nessuna difficoltà a crederlo, e mi inorgoglisce l’idea che in controluce al disegno di un oggetto industriale, alla sua vendita e alla sua commercializzazione si possa leggere la storia di un intero paese, il modo in cui certe idee si formano e si coagulano, la provenienza, insomma, di una creazione umana.

Se invece io dico a Bialetti: senti, io i soldi non li faccio con la tua caffettiera, ma con quello che hai mangiato a pranzo mentre lavoravi alla caffettiera, ecco, a quel punto per me va tutto in pezzi, si ritorna indietro agli spaghetti, ai baffi neri e al mandolino, e stavolta volontariamente.

Dice: ma no, mica solo quello, poi c’è tutta la rivalutazione del patrimonio storico-artistico, i paesaggi, la bellezza di città, chiese, colline, montagne, riviere, spiagge, i panorami unici, il clima mite, tutto questo va valorizzato perché è la nostra fortuna, quello che ci può rendere economicamente competitivi.

E pure questo a me fa antipatia.

Mi sembra di vendermi casa mia, un po’ come sta accadendo alle villette di Siracusa, solo più in grande: prima servivano a noi per passarci le vacanze, adesso servono come bed and breakfast per le vacanze dei tedeschi.

Dice: ma tu ci guadagni e dopo con quei soldi ci vai in vacanza a Berlino.

E io non ci voglio andare così in vacanza a Berlino.

Che si dica a un giovane che il futuro è vendere un cartoccio di fritto misto ai giapponesi in visita alle rovine del teatro greco mi stizzisce.

Ascoltare due ragazzi che hanno lasciato un lavoro da pubblicitari per dedicarsi a fare torte e cupcakes mi rende cupo e sfiduciato pure se loro contenti.

Tutti quei termini come food concept, pop cuisine, hamburgeserie, food confident snocciolati durante il programma mi fanno passare la fame.

Il cuoco palermitano che si augura di sentire profumo di alici inscatolate per tutto il distretto industriale di Termini Imerese mi fa venire in mente i filippini disperati di John Fante nei sobborghi losangelini degli anni ’50, non la futura Sicilia felix (e maleodorante tanto quanto quella industriale) di cui parla lui.

Continuo a pensare che per vendere al turista lo stile di vita italiano ci vogliano per prima cosa l’Italia e le vite delle persone che ci abitano veramente, non quelle messe in scena apposta per vendere le mozzarelle di Battibaglia e i pistacchi di Bronte.

Farinetti diceva nel programma che in questo momento la cucina italiana è considerata la più figa al mondo, e che tutti vorrebbero mangiare come noi, bere come noi, vestirsi come noi.

A me piacerebbe che in futuro facessimo le macchine a decollo verticale, i decespugliatori laser, i pattini a idrogeno e le astronavi a olio di colza. E che siccome mangiamo bene, beviamo bene e ci vestiamo eleganti le nostre astronavi venissero fuori molto più fighe di quelle di Seoul e di Cupertino: le astronavi più fighe al mondo, così fighe che tutti vorrebbero mettersi in fila davanti a un negozio ancora chiuso pur di comprare solo e soltanto le nostre. Le più belle, le migliori di tutte. Perché fatte da quei mangia spaghetti degli italiani.

Mentre l’orchestrina suonava Smells like teen spirit

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Sabato a Palazzolo Acreide, comune montano a qualche decina di chilometri da casa mia, consegnavano il premio giornalistico Giuseppe Fava.

L’ha vinto una ragazza di 23 anni che si chiama Ester Castano, per i suoi articoli sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta dentro al comune di Sedriano, che è stato il primo comune lombardo sciolto per mafia.

Ester Castano vive a Milano, ma ha la mamma di Cassibile.

Pippo Fava invece era di Palazzolo, però io non lo sapevo.

Per me, siccome parlava catanese, era catanese.

In effetti parlare catanese non significa niente, perché all’accento catanese non può resistere nessuno: chi si trasferisce a Catania prima o poi parla catanese, cioè con le frasi che sembrano domande anche quando non sono domande, la cantilena in crescendo e le doppie R che diventano una sola.

A Pippo Fava quindi più o meno era successa la stessa cosa che poi è successa anche ai miei amici: intorno ai vent’anni se n’era andato a Catania per fare giurisprudenza, era rimasto a lavorare là e aveva preso l’accento.

Ma questo l’ho pensato oggi.

Quando fu ucciso, nel 1983, io avevo dieci anni, giocavo a Centipede con l’Atari, e di Pippo Fava, de I Siciliani, e anche degli accenti siculorientali non ne sapevo niente.

L’unica cosa che sapevo io era che quando entravamo in macchina a Catania, mio padre alzava tutti finestrini e metteva le sicure nelle portiere.

Non lo faceva solo mio padre.

Ogni tanto a Catania ci andavo pure con la squadra di minibasket (poche volte, perché eravamo scarsi e non superavamo mai la fase provinciale), e pure l’allenatore che ci accompagnava col pulmino, prima di superare gli archi di via Dusmet, ci diceva avanti ragazzi, alzate i finestrini e mettete la sicura.

Nella Catania primi anni ottanta, gli adulti di Siracusa, la cosiddetta provincia babba, temevano più che altro scippi, furti con destrezza, borseggi, rapine, truffe: tutta quella micro criminalità che da noi per fortuna era poco diffusa. 

Oltre a quelli sui finestrini e le sicure, c’erano tanti altri mi raccomando quando andavi a Catania: per esempio certe zone del centro storico si dovevano evitare, meglio fare il giro largo, parcheggiare solo in alcune strade molto frequentate, arrivare al massimo fino alla Rinascente di via Etnea e poi tornare a casa. Al sicuro. A Siracusa.

A consigliarcelo erano spesso quei siracusani che a un certo punto si erano trasferiti a Catania e avevano preso l’accento, e se non lo sapevano loro, che parlavano pure il catanese, di chi ci dovevamo fidare noi? 

Comunque, Catania e Siracusa erano fondamentalmente città molto simili, accomunate dallo stesso problema. 

Stando a mio padre e al mio allenatore di minibasket il problema di Siracusa, di Catania e di tutte le città in generale era la gente.

La cosa dei finestrini e delle sicure veniva spesso accompagnata da frasi come occhio che la gente è furba, oppure attenzione che non lo sai mai cosa può fare la gente, vedi che la gente è capace di tuttonon si sa mai che gente incontri.

Quelle più ricorrenti in assoluto, però, erano generiche espressioni di allarme rispetto alla quantità di gente presente in un dato luogo: maria santissima ma che è tutta ‘sta gente? Oppure, come a commentare uno scampato pericolo: la gente che c’era non te la puoi neanche immaginare.

Io avevo capito questo: che Catania era senza dubbio molto più grande di Siracusa, e quindi c’era molta più gente, e dunque era molto più pericolosa.

A Catania c’era gente ovunque, troppa gente, mezzo milione di gente, le strade straripavano di gente e se non chiudevi bene il finestrino e non mettevi la sicura, la gente ti poteva esondare dentro la macchina in un secondo.

Quindi, insomma, bisognava difendersi con più stratagemmi, issare i ponti levatoi, serrare le porte. Perché rispetto a quella di Siracusa la gente di Catania non era solo di più, era anche più sperta, cioè molto più attiva, intraprendente e pure un poco spaccona: gente che piuttosto che stare con le mani in mano come i babbi siracusani, s’industriava per fottere il primo che si scordava di alzare i finestrini e mettere la sicura.

Pippo Fava era arrivato a Catania da Palazzolo nel 1943.

La Catania di quarant’anni dopo, quella dell’ottantaquattro, quella in cui fu trucidato, cioè quella che mi ricordo vagamente io, forse la poteva raccontare bene solo uno che era nato a Palazzolo, e che l’accento l’aveva preso a diciott’anni. Uno che un giorno aveva cominciato a guardarla da un finestrino e non aveva più smesso per trent’anni, fino a quando di guardarla ne aveva fatto un mestiere, fino a scoprire che a forza di guardarla, la poteva raccontare.

E infatti nel video di Pippo Fava che hanno proiettato sabato sera c’era molto sguardo e molto racconto:  qualche minuto di riprese a camera fissa, girate probabilmente da un amatore, con lui, in piedi, a parlare di fronte a una scolaresca di Palazzolo del 1983, a proporre le sue frasi che duravano il tempo che dovevano durare, con le  digressioni in apparenza scoordinate, e il  ragionamento a fare da filo conduttore del discorso. Un discorso che era già un pezzo d’inchiesta molto più analitico di quelli che capita di vedere in tv nel 2014.

Forse perché il giornalismo d’inchiesta non esiste più, ed è stato sostituito dal giornalismo di denuncia, non lo so, però è diventato difficile vedere uno che si alza a parlare come si era alzato Pippo Fava di fronte a quei ragazzi, così, per cominciare un ragionamento.

Oggi se uno si alza a parlare è per puntare il dito, dire che schifo e invitare tutti quanti ad alzarsi anche loro, puntare il dito e dire che schifo insieme a lui.

L’analisi, quella cosa che in quel video Pippo Fava faceva con la bravura di chi racconta qualcosa per il gusto di raccontare e per l’utilità di porre questioni, è sparita in favore dell’indignazione.

Quindi sabato scorso, mentre mi venivano in mente tutte quelle cose sceme su Catania e il 1983, mi sono chiesto: ma se questo signore, questo catanese adottivo coi baffi e i capelli neri fosse uscito da quell’aula scolastica del 1983 e avesse ripreso il discorso in questo posto, in quest’aula consiliare di Palazzolo Acreide del 2014, con tutti i suoi amici riuniti a celebrare lui e il giornalismo d’inchiesta, se lo sarebbe potuto permettere questo sguardo così nitido? L’avrebbe potuto dire, sabato sera, tra i suoi concittadini più vicini alle sue idee, che c’era mafia e mafia come disse a Enzo Biagi, che Genco Russo era una cosa e Santapaola un’altra, l’avrebbe potuto fare un distinguo così acuto e ben argomentato, se a dibattere con lui ci fosse stato, che so, Marco Travaglio?

Avrebbe potuto parlare a noi, ai suoi amici, alla sua parte politica o civica, delle case abusive di Palma di Montechiaro e di Gela come ne ha parlato nel 1983 a quegli studenti suoi concittadini, senza che un grillino si fosse alzato a dargli del pennivendolo al soldo dei palazzinari?

Avrebbe potuto sottoporre agli studenti di un Itas del 2014 la questione negli stessi termini (un passo che mi ha incantato) in cui la sottopose a quelli del 1983: sì, va bene, sono stato a Palma e ho visto dei palazzoni orrendi crescere all’improvviso in mezzo a un paese povero, e mi sono chiesto, ma se qua questi sono così poveri, da dove spunta fuori tutto questo cemento? E quando ho capito che il cemento veniva dalle rimesse dei minatori gelesi in Belgio, mi sono chiesto: ma ora chi ci va dal minatore che per trent’anni ha mandato a casa ottocento mila lire al mese a dirgli che casa sua è abusiva e la dobbiamo abbattere? Come ci va un politico da lui a chiedergli un voto e a dirgli che se glielo dà lui prende una pala meccanica e gli sfracella i risparmi di una vita? Che ci facciamo, cosa ci faremo con questi ragazzini che giocano a pallone qua davanti a me, che ci faremo con voi studenti dell’Itas che l’anno prossimo vi diplomate e magari il giorno dopo siete su un pullman per Innsbruck? Cosa vi dico, cosa vi spiego? Forse è meglio se non vi spiego niente, forse è meglio se evito di giudicarvi per quel palazzo abusivo dove abitate, per quello che ha fatto vostro padre, o per quello che  avete fatto voi ieri sera quando avete finito di giocare a pallone qui in piazza, o per quello che non avete ancora fatto e che farete domani, al momento di cercare un lavoro, una casa, andare a votare. Forse è meglio se al posto di denunciarlo, l’abusivismo, ve lo racconto, vi racconto quello che ho visto e le domande che mi sono venute in testa, le avete viste, voi, le case della periferia di Palazzolo, le case del vostro paese: quando guardate, cosa vedete?

L’avrebbe potuta fare ieri sera Pippo Fava questa cosa, quest’analisi, questa problematizzazione, questo discorso altamente pedagogico in cui si insegnava a dei ragazzi a guardare e non a dire che schifo? O la professoressa di lettere si sarebbe alzata e l’avrebbe preso a colpi di fatto quotidiano in testa?

Mentre consegnavano il premio alla bravissima Ester Castano, io mi sono sentito parte di una specie di messa laica, con tutti noi là dentro, i siciliani accomunati da questa idea di cosa è bene e cosa è male, che ci scambiavamo applausi di pace, e ci invitavamo a vicenda a tenere alta la guardia, a resistere, a prendere sempre più le distanze dalla mafia, dalla mentalità mafiosa, dai mafiosi, e dopo un poco, pur con tutta la contentezza, m’è venuto il mal di testa, mi sono sentito come mio padre quando parlava della gente e alzava i finestrini e abbassava le sicure, e allora sono uscito fuori, sulla piazza del municipio, a respirare l’aria fina di Palazzolo.

Mi sono ricordato che a un certo punto, negli anni Novanta, la percezione che da siracusano avevo di Catania era cambiata nettamente.

Catania piano piano era diventata la meta dei miei vagabondaggi diurni e notturni, al seguito degli amici che c’erano andati a studiare e si stavano godendo l’esplodere della Seattle d’Italia: il concerto dei REM, l’epopea della Cyclope Records, di Chicco Virlinzi, Carmen Consoli,  il Mc Donald’s di piazza Stesicoro, il Taxi Driver, la ST Microelectronics,  il frappé alla nutella con la brioscina Dais frullata dentro.

A Catania, nei primi anni novanta, non te lo potevi neanche immaginare la gente che c’era: però tutto ‘sto pericolo, sinceramente, a me non mi sembrava. Mai visto uno scippo, e sì che parcheggiavo dove capitava prima.

Oltretutto io l’università la stavo facendo a Pisa, una città così noiosa che o diventavi eroinomane  (la città ne era anacronisticamente piena) o ti iscrivevi ai comitati universitari marxisti leninisti  (la città ne era anacronisticamente piena). Quindi era abbastanza normale che non vedessi l’ora di tornare a casa e andare a trovare i miei amici: a Catania, la gente, pericolosa o no che fosse,  si scialava la vita.

Poi ho pensato che almeno questo lo sapevo: me lo ricordavo che gli anni novanta a Catania erano stati quelli dei Santapaola e del salto di qualità, e mentre io ballavo alle feste grunge, le cose si mettevano peggio, altro che scippi, e a Palermo ammazzavano Lima, e poi Capaci, e poi via D’Amelio, e allora m’è venuta una smania tremenda e sono rientrato dentro l’aula consiliare facendo gli scalini quattro alla volta.

Mi sono seduto che avevo il fiatone e mi sono detto: adesso appena ti si stabilizza il respiro, ti fai coraggio, ti alzi e glielo dici, gli dici che la liturgia è sacrosanta, e quella di stasera è particolarmente sentita, ci tocca in qualcosa che tutti abbiamo dentro, prende i sentimenti e li innalza, però deve finire qua, deve essere confinata a questo momento, che deve rimanere l’unico in cui facciamo una cosa del genere. Tutte le altre volte che ci incontriamo, non le dobbiamo sprecare così, a ripeterci cosa è giusto e chi sono quelli che sbagliano, dobbiamo guardare, dobbiamo fare come faceva Pippo Fava: il giornalismo di denuncia deve diventare giornalismo di analisi, perché di questo abbiamo bisogno, di ragionamenti e di analisi, di metodo e di racconto. Ci dobbiamo abituare a chi ci racconta qualcosa per porre dei problemi, per farci grattare la testa come secondo me se la sono grattata gli studenti dell’Itas di Palazzolo Acreide nel 1983, per farci chiedere: ma che ci sta dicendo questo? Chi ci capisce niente qua, cosa mi sta chiedendo? Io non lo so cosa farei, non lo cosa se la casa gliela dobbiamo abbattere o no, aspetta, fammi vedere, quando l’ha costruita? Chi ci abita? Quanto è costata? Dove li ha presi i soldi, chi l’ha autorizzato, chi gliel’ha allacciata la luce e la fogna? Deve farci pensare, il giornalismo d’inchiesta, non ci deve fare sentire migliori di qualcun altro, non deve fare la lista dei buoni e dei cattivi, con noi sempre da un lato e la gente sempre dall’altro.

La gente: io sono sicuro che a Pippo Fava la gente gli è costata la vita. Uno che andava a Palma di Montechiaro e si metteva a guardare i ragazzini che giocavano a pallone nella piazza, uno che guardava uno scippatore e gli chiedeva se abitava in uno di quei palazzi abusivi nella zona nuova di Gela, uno che sapeva che le rimesse di ottocentomila lire al mese di un minatore di Marcinelle erano l’oro della Sicilia, uno così, uno che guardava alle cose in quel modo, secondo me non li alzava i finestrini. E non metteva manco la sicura.

Poi però non ho detto niente, mi sono andato a mangiare la salsiccia di Palazzolo, che è la più buona del sistema solare.

Birdwatching vs AndrewBirdlistening

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Disclaimer

Questo scritto ha per oggetto un elogio della musica contenuta nel nuovo EP di Andrew Bird, uscito qualche settimana fa, in particolare di una canzone, la traccia numero quattro, Pulaski at Night. Per tanto se ne sconsiglia la lettura a chiunque non apprezzi Andrew Bird.

Ancor più si dissuade dal proseguire chi disapprovi il turpiloquio, perché all’autore succede con la bella musica ciò che ad alcuni succede con le belle donne: quando si eccita, gli dice le porcherie.

Continuando a leggere potreste per tanto incorrere in uno dei suoi di raptus coprolalici e leggere volgarità di ogni sorta.

Parental advisory

Mamma, hai capito?

Giustificazione estetica

Le volgarità con cui intendo commentare la canzone citata non saranno gratuite, ma frutto di una ponderata scelta stilistica.

Io (è un’opinione come un’altra) ritengo che non si possa parlare di bellezza usando belle parole, perché se la cosa di cui si intende parlare è davvero bella, allora descriverla con termini che scimmiottino la qualità di cui essa è composta (la bellezza, appunto) sarebbe oltraggioso nei suoi confronti. Anzi sarebbe oltraggioso nei confronti della Bellezza stessa: sarebbe da arroganti, da irriverenti, equivarrebbe a auto-issarsi sullo stesso piano di ciò che si vuole lodare. Sarebbe in pratica un atto di superbia, e la superbia: puah, oh schifo, passatemi un cilicio e ordinatemi una cena a pane e acqua.

Stando alla mia teoria, accolta da nessun altro tranne che da me, se una cosa è veramente bella, non bisogna dirne niente se non cose sceme: perché se una cosa è veramente bella ti fa provare solo cose veramente sceme.

E siccome 99 persone su 100 non dispongono di strumenti di analisi estetica così raffinati da poter spiegare la non-scemenza delle cose sceme provate di fronte alle cose belle, allora è meglio dichiarare subito la propria inadeguatezza. Come? Col linguaggio, qualunque forma esso possa assumere.

Per esempio quando gli antichi contadini pagani volevano lodare gli dei per un buon raccolto non componevano versi che gareggiassero in bellezza col sole alto sopra le spighe di grano o con la dolcezza della pioggia leggera sui vitigni riarsi: pigliavano un porco e lo scannavano. E dopo imbrattavano tutto di sugna.

Facevano cioè quello che potevano, stavano nel loro: parlavano tramite un gesto consono alla condizione che vivevano, evitavano ogni presunzione.

Ecco, essendo io un essere grufolante, per parlare di una cosa veramente bella mi ci vogliono le porcherie.

Perché le porcherie, oltre a essere sceme, sono un’ammissione di umiltà: non sono capace di dire nulla di adeguato, e allora per plauderti mi lascerò andare, mi esprimerò assecondando la fuoriuscita di ciò che spontaneamente mi monta dentro, e forse userò toni grevi, ma non per oltraggiarti, solo affinché tu possa cogliere la sincerità dell’intento, la purezza di cuore con cui mi rivolgo a te.

Parole umili ti chiariranno da subito la mia consapevolezza di trovarmi su un piano molto inferiore, mi dichiareranno per il rozzo individuo che sono, indegno di sedere con te a mangiare quella stessa carnazza di porco che  ti sto recando in dono: non perché sia adatta al tuo fine palato, ma solo perché è quanto di meglio io abbia da offrire.

 Andrew chi?

Andrew Bird è uno che si scrive, si orchestra e si produce le composizioni da solo. E spesso nei suoi concerti dal vivo suona da solo pure tutte le partiture: ha una serie di congegni tipo loop machine, ci pesta sopra col piede (io l’ho visto a Roma un paio d’anni fa, e metteva anche un po’ di angoscia: sembra sempre che stavolta non arriva a schiacciare il pedale e fa brutta figura davanti a tutti) e registra live delle basi di canzone su cui poi canta e sviolina. Sì, perché (penso per ragioni di comodità, oltre che per scelta) lui col violino ci fa tutto: ci prende gli accordi come su una chitarra, lo pizzica, ci slappa come su un basso, picchietta con la mano sulla cassa armonica a mo’ di percussione, a volte lo distorce e ci fa un assolo, e poi, naturalmente, lo imbraccia e lo suona con l’archetto.

Da quanto ho appena descritto, dovrebbe risultare abbastanza chiaro che Andrew Bird è un pazzo. O quantomeno uno per cui la musica è un’ossessione.

Breve excursus discografico

Infatti la sua discografia è abbastanza ossessiva: dopo una prima fase più smaccatamente pop (un pop soave) si è via via andato fissando con una forma-canzone ancestrale. Ha fatto una scelta alla Giovanni Lindo Ferretti, ed è andato ad abitare in una fattoria, ci ha installato dentro uno studio di registrazione e s’è fissato con questa storia dell’imitazione dei suoni della natura. Si è dato cioè un’ideale di ruralità, un modello di composizione da inseguire come un entomologo insegue le farfalle col retino, e a dimostrazione di tutto ciò,  ha distillato un ultimo EP  quasi tutto strumentale, nel tentativo di riprodurre con ogni nota un frullo e con ogni accordo uno stormir di fronda.

Sì, ma canta?

Non sposo questa sua recente scelta (anche se la ammiro e la rispetto) perché la voce di Andrew Bird è forse la cosa che più movimenta e rende varie le sue composizioni maniacali: in certi pezzi canta come David Byrne, in altri prende un tono nasale alla James Taylor, due secondi dopo si impenna con la potenza di Kevin Rowland, oppure prima comprime il timbro e poi lo libera, un po’ come fa Sting, e magari dopo sussurra come una specie di Tom Waits senza raucedine, e dopo gorgheggia, vibra, svisa, insomma non sai mai quante volte cambierà modo di cantare dentro lo stesso pezzo.

E poi fischia. Fischia in un modo che si sciolgono i ghiacciai e arriva la primavera. Fischia che gli uccelli gli svolazzano attorno come a San Francesco e tentano pure di ingropparselo, nella speranza di dare una degna discendenza a questa razza di Bird fischiatori sublimi.

Nella traccia in questione purtroppo non fischia. Però almeno canta: è l’unica di quest’ultimo album in cui lo fa.

Vabbe’, però adesso taglia, accorcia, stringi.

Tutta questa (molto lacunosa) premessa su Andrew Bird in generale, serve per dire che questa canzone è un suo pezzo abbastanza tipico: ho visto su youtube un suo live newyorkese in cui la esegue tutta da solo (ok, c’è un tizio sul palco che ogni tanto suona qualche nota di contrabbasso) e altrettanto tipicamente comincia con lui che registra con la loop machine una base, su cui poi mano a mano innesta ritmi e melodie.

Sempre tipicamente, gli innesti di Andrew Bird sono semplici quanto la base (qui sono quattro note di violino, con un piccolo raccordo di basso tra strofa e ritornello), quindi non è che tiri fuori chissà quale dodecafonia, anzi: prende una serie di possibilità melodiche semplici, nel senso di già prevedibili dall’orecchio di chi sta ascoltando, e le combina tra loro in modo imprevisto. Fa cioè quella cosa che riesce solo ai più bravi: non inventa niente, ma usa tutto quello che già esiste talmente bene da spostarlo in avanti e farne una novità.

 Prolegomeni per una filologia birdiana

I testi di solito sono una follia (ne dico dopo) ma questo fa un po’ eccezione già a partire dal titolo: Pulaski at Night (che quantomeno cita in nuce il titolo, più esteso, dell’intero EP: I Want to See Pulaski at Night).

Se non sapete cos’è, o chi è, o dov’è Pulaski, fate come me: fottetevene. Una delle cose più belle di Andrew Bird è che ti puoi fare trascinare dalle sue parole assurde. Una delle mie preferite (Oh, no! contenuta in Noble Beast) è piena di termini poco frequenti nelle canzoni pop, cose tipo Salsified, Calcium mines, Sociopaths, che si combinano tra loro in accostamenti che manco Sgalambro dopo un’indigestione di beccafico.

In Danse Caribe (contenuta in Break It Yourself, album di circa un anno e mezzo fa), per fare un altro esempio, si parlava di esiliare i propri consigliori e di farla finita coi pasifizers (mai capito chi o cosa fossero).

Il testo di di Pulaski at Night ha invece una sua immediatezza: è evocativo, ma si appiglia a delle immagini che quantomeno sono tutte coerenti con un tema.

Forse essendo l’unico che ha scritto per questo disco, ci ha messo più cura del solito, e il risultato è una di quelle poesie paradossali, in cui, se anche tutto si rovescia nel suo opposto, la cosa, anziché inquietare ,rasserena.

Un po’ come succede nei versi di Giorgio Caproni che io amo di più:

Bird (“Pulaski at Night”)

[…] Half empty, half full
Cup runneth over
Horns aplenty
Coffers full
We’re starting over

freccia_obliqua

Caproni (“Ritorno”)

[…] ammezzato

ho ritrovato il bicchiere

mai riempito. Tutto 

ancora è rimasto quale

mai l’avevo lasciato.

E infatti anche qua, come in molte poesie di Caproni, in un certo senso si parla tra le righe di viaggio: un po’ sotto forma di qualcuno che è partito e un po’ sotto forma di qualcuno che si vuole ritorni.

Comunque, la cosa che consiglio di fare io è di leggerselo dopo, il testo, molto dopo, un sacco di tempo dopo.

Per i primi centocinquanta- duecentocinquanta ascolti è più suggestivo afferrare qualche frasetta di quelle che uno riesce a cogliere da solo e ricamarci sopra tutti i castelli in aria che verrà naturale costruire (io l’ho fatto in questo post, di cui mi vergogno molto, ma che bene o male illustra il processo di libere associazioni messo in moto da un testo di Bird).

Qui basti sapere che si parla di Pulaski, di scrivere storie, di dipingere quadri, di ricominciare, di bicchieri mezzi pieni e mezzi vuoti, di illuminare le ombre e ombreggiare le luci, e soprattutto di cartoline: Greetings from Chicago, city of light.

Visto che ho appena dato inizio alle volgarità scrivendo Chicago, direi che è arrivato il momento di scatenarmi.

Tutta Pulaski at Night minuto per minuto

Minuto 00:00 – minuto 00:20

Si comincia con un pizzicato a due voci: di violino (un’ottava sopra) e di contrabbasso (un’ottava sotto), che fanno insieme due giri per introdurre il tema. Il ritmo è lento ma con un che di brioso mistero, tipo uscita di un fauno dall’ombra del bosco. Là per là ne sei un po’ scosso: chi è ‘sto fauno? Che vuole? I fauni si inculavano chiunque, ti sembra di ricordare dai tempi del liceo, maschi, femmine, non andavano per il sottile. Vibri insieme alle corde. Sussulti. Ti senti come se i musicisti ti avessero accordato i peli del culo col diapason e adesso te li stessero suonando con il plettro: non sei sicuro che ti piaccia. Anzi no, non ti piace per niente. Resti in attesa del peggio, ti mal disponi verso la composizione, quasi quasi passi alla traccia successiva.

Minuto 00:20- 00:40

Sopra queste poche note di basso e violino, arriva la voce di Andrew Bird, che canta la prima strofa. Ti tranquillizzi. È una voce morbida, chissà, forse ti dice bene e magari ‘sto fauno si rivelerà essere una fauna femmina. E comunque, quali che siano i tuoi orientamenti sessuali, se continua a cantare così suadente finisce che ti ecciti e gli salti addosso tu:  Andrew ti si è appena consegnato, e non è un fauno, è una specie di Aminta che forse ha smarrito il gregge da qualche parte sui monti dell’Arcadia e adesso sta cercando di fargli da richiamo con la musica. Vengo in pace, ti sta dicendo, godiamoci questo posto, lasciami cantare, tu sdraiati e ascoltami. Nei tre secondi tra 00:37 e 00:40 però la voce cambia un po’ modulazione, si fa più profonda, c’è un vibrato, viene pronunciato un oooover molto lungo. Tu ti sei già sdraiato, ma contemporaneamente hai la sensazione che quell’over non sia la fine di niente, quanto piuttosto l’annuncio di qualcosa.

 Minuto 00:40 – minuto 01:00

E infatti parte il violino. L’atmosfera cambia del tutto: di colpo subentra una gioia bucolica, compaiono ninfette svestite e danzanti, culi, minne, veli che la brezza solleva all’altezza dei fianchi. Tu sei sempre sdraiato, e il primo giro di violino è così bello che ti stai chiedendo se non sia il caso di minartela. Poi al minuto 00:50 arriva il secondo giro, uguale al primo, solo che tu stavolta ci senti dentro qualcosa di ancora più porco, di arabo, di orientale: ti accorgi che le ninfette hanno gli occhi a mandorla, sono geishe, o forse sono odalische, fanno una danza del ventre lentissima, e ti dici che basta, se per caso dovesse partire un terzo giro di violino, stavolta te la mini.

Minuto 01:00 – minuto 01:18

Non ti sbottonare, non è il caso. Andrew ha ricominciato a cantare, e dalla sensualità siamo passati a una specie di ebbrezza. Qualcuno deve aver mesciuto il vino nelle coppe, Bird  sta prendendo gli accordi sul violino tipo chitarra, avverti una gioia leggiadra, che però si spande solo lungo l’arco dei due accordi in maggiore del giro. Non appena arriva quello in minore, Andrew rifà lo stesso scherzetto di prima: dice quell’over calcando forte sulla o e tutto si immalinconisce di botto. Stessa cosa per il giro successivo: buono ‘sto vinello, pensi mentre ti arriva in testa la bottarella dell’alcol, quella che di solito ti incupisce.

Minuto 01:18 – minuto 01:38

Siamo all’inciso. Il vento si calma, la danza si arresta, si ritorna a prima dell’avvento del violino. Ci sono solo le note di basso, quelle dell’inizio, e la voce, che adesso però è più spigliata: lascia intuire che è solo una piccola pausa per riprendere fiato, un intermezzo per lasciare alle ninfette il tempo di cambiarsi d’abito e magari poi uscire sulla scena ancora più festose e succinte. Tu sei sempre là, sdraiato e ancora un po’ sbarzotto, che approfitti della pausa per rinfocolarti nei tuoi propositi onanistici. Anzi no, di più: stavolta oserai alzarti in piedi e tentare di ghermirne una.

Minuto 01:38 – minuto 02: 00

E infatti il giro ricomincia, ed eccoli di nuovo tutti là, il pastore pazzo e la sua comitiva di debosciate agresti, a saltellarti intorno. È tutto uguale a prima (vedi minuto 01:00 – 01:18), ma stavolta il giro si chiude con un accordo in settima, fatto apposta per lasciare qualcosa in sospeso: la musica si arresta del tutto, c’è un lungo attimo di silenzio, dopo di che Andrew Bird dice Come back to Chicago in un modo che:

 – Se sei un eterosessuale convinto come me, lo riascolti almeno cento volte di seguito nella speranza di imparare a dirlo nello stesso modo, sicuro che se riuscirai a imitarlo avrai ai piedi stuoli di ninfette che anziché sfuggirti, ti imploreranno di poterti praticare sesso orale.

– Se invece sei puppo (o se ogni tanto non disdegni) praticamente ti metti a pecora con un cartello “Abusare a piacimento” poggiato sulla schiena.

Minuto 02:00 -minuto 02:40

Riparte il violino, ricompaiono le odalische, il vinello t’ha rincoglionito: ti alzi e balli qualche passo country-western, solo che ti viene una fuori una tarantella tacco-punta più imbarazzante dell’erezione che avevi prima. Che comunque, tra il minuto 02:23 e il minuto 02:40, è destinata a sparire del tutto: l’accompagnamento si attenua e il violino si fa più dolce, accennando un nuovo tema, e l’effetto sul tuo pene è quello che subisce il serpente quando il pifferaio suona per farlo rientrare dentro alla cesta di vimini. Andrew Bird canta in falsetto sopra alle note del violino uuuuh starting over, con un tono da ninna nanna: dormi bimbo bello, addormentati che tra un attimo si ricomincia.

Minuto 02:40 – 03:00

I violini diventano due, fanno una specie di dissonanza sul tema, note lunghe, stirate, struggenti: ti vuole addormentare, sì, ma prima vuole darti la misura di quanto tu sia sfinito. Io non ne capisco niente, quindi ho chiesto un po’ in giro, e pare che effettivamente questo sia il punto della canzone in cui meglio si capisce che Bird è uno che il violino l’ha studiato per davvero e lo sa suonare come un orchestrale. Tu sei cotto, stai per sprofondare, il resto della canzone sarà sogno. E sognerai ciò che hai appena sognato a occhi aperti nei minuti precedenti.

Minuto 03:00- 03:48

Cioè le ninfette, le geishe, le odalische, il fauno, le danze, il violino: stesso giro di prima, ma adesso il clima è veramente più onirico, da circo Felliniano. Bird canta le stesse strofe ma con un entusiasmo da banditore, venghino siori venghino, c’è enfasi e c’è blandizia nel suo tono, ti vuole proprio convincere a ritornare a Chicago, nella città della luce. Quel greetings e quel come back sembrano urlati da sopra un piroscafo che s’allontana tra sventolii di fazzoletto. Di nuovo si chiude sull’accordo in settima. E su quell’ultimo Come back to Chicago che è l’apriti sesamo di qualunque vagina.

Minuto 03:48 – minuto 04: 48

Resta un breve minuto di violino: tutto il circo sale danzando sopra al piroscafo e se ne va. Ti lasciano là, addormentato, e tu non fai neanche in tempo a chiedergli di mandarti una cartolina. Una in cui ci sia scritto Saluti da Chicago, e in cui si veda Pulaski Street illuminata, di notte.

Credits

Questo post deve le poche cose giuste che contiene alla competenza e all’erudizione musicale di Natale Calafiore e Dante Rapisarda, la cui generosità ha consentito all’autore di sparare meno minchiate del solito.

 

Il tedioso argomento

Inserito il

Jake_G_cartoon

Facciamo che purtroppo ti è venuto in testa di scrivere una cosa, non importa cosa sia, ma solo che sia:

– la cosa che tu vuoi scrivere

– scritta come la vorresti scrivere

Quale scegli? La cosa da scrivere o il come scriverla?

Facciamo che la cosa da scrivere è importante solo se hai un’informazione veramente utile da condividere, cioè merce molto rara. Ce l’hai?

Sì?

Allora è un finto dilemma, non devi scegliere niente: hai cosa scrivere, preoccupati di come scriverlo.

I modi sono in pratica due:

1. Estetica: la scriverai nel modo più bello. Questo comporta rischi altissimi di soggettivismo: cos’è il bello, secondo te?

1.1 Mettiamo che per te bello significhi tanti aggettivi, periodi molto ampi, decorazioni, stucchi, marmi: sei in pericolo. Cioè, non tu: la cosa importante che volevi comunicare. Più la decori, meno facile sarà tirarla fuori dagli addobbi. Non ti conviene. Questa idea di bello è meglio riservarla a quel tipo di cose da dire che non è poi tanto importante dire.

1.2. Mettiamo che invece per te bello significhi minimalismo, asciuttezza, rigore, ordine, pulizia, in una parola: sottrazione fino all’essenziale. Corri altri rischi: togli, togli e togli, puntando a una specie di “peso forma” ideale del tuo testo. Possono succederti due danni:

1.2.1 – Condensi tutto troppo e diventi ermetico: la cosa importante che avevi da dire diventa una verità esoterica.

1.2.2 – Nel furore di potare rami, disboschi così tanto il contesto che l’informazione da importante diventa insignificante: a cosa si riferisce? A chi? Quale ambiente, quale persona (o personaggio)? È come se mi metti in mano l’ultima tessera di un puzzle, che s’incastra su tutti e quattro i lati: è perfetta per quanto è necessaria, però non ho dove inserirla.

Nemmeno questa idea di bello è conveniente, quindi. Lasciamo perdere la modalità estetica: per le cose importanti da dire, non fa al caso nostro.

2. Efficacia. Possiamo disinteressarci del bello e concentrarci sulla funzionalità: l’importante è farsi capire. Ottimo: la cosa importante che hai da dire parlerà da sé. Peccato che è impossibile, mica è ventriloqua.

2.1 Il destinatario

L’efficacia di un testo è senza dubbio un’ideale meno romantico della bellezza, ma su cosa si fonda? L’unico tentativo di darle una misura è il destinatario: a chi devi comunicare questa cosa molto importante? Solo se sai chi riceverà l’informazione, potrai tarare in maniera efficace le tue espressioni. Va bene, cioè magari bene no, ma un po’ meglio di sicuro.  Resta un problema: che ne sai tu del tuo destinatario? Lo conosci davvero? In certi casi sì, in certi casi no.

2.1 I casi sì

Funzionano in questo modo: man mano che si procede nella numerazione progressiva, diminuisce il grado di conoscenza che hai del destinatario, fino a quando a un certo punto (lo decidi tu, volta a volta, e come pare a te) diventano casi no.

Caso sì I: il destinatario sei tu stesso.

Caso sì II: il destinatario è uno che ti somiglia moltissimo, tuo fratello gemello, tuo fratello maggiore o minore, tuo cugino, tuo padre, tua madre ecc.

Caso sì III: il destinatario è un tuo amico intimo

Caso sì IV: il destinatario è un tuo amico un po’ alla lontana

Caso sì V: il destinatario è uno del tuo quartiere

Caso sì VI: il destinatario abita nella tua città

Caso sì VII: il destinatario abita nella tua regione

Caso sì VIII: il destinatario abita nella tua nazione

Caso sì IX: il destinatario abita nel tuo continente

Caso sì X il destinatario appartiene alla fauna terrestre

Se prendiamo per buona questa scaletta, possiamo fissare a nostro arbitrio, su uno qualunque dei suoi pioli, il punto in cui i casi sì smettono di essere casi sì e diventano casi no.

2.2. La lontananza, sai, è come il vento

A partire da quel piolo, l’efficacia del tuo testo perde di potenza, lo strumento si stara, le interferenze diventano troppe, e, da preciso che era, il tuo contenuto inizia a diventare vago, oppure semplicemente a perdere di interesse.

Quindi diciamo che il testo più efficace è una lettera a te stesso (diario) o a una persona che ti è vicinissima, e che mano a mano che ti allontani da questo ideale, la forza di quello che hai scritto diminuisce.

2.3 Espandersi è un po’ disperdersi

Più o meno, quindi: se hai un’informazione importante da comunicare, all’aumentare del pubblico, diminuirà l’efficacia della tua comunicazione.

In parte è fisiologico: non esistono informazioni che siano importanti per tutti, ognuno assegna un suo grado di importanza a quello che legge, e anche chi ritiene molto interessante quell’informazione, effettua su di essa una scrematura tra una parte più e una parte meno interessante.

Esiste cioè una parte di informazione trasmessa che scivola via: per quanto l’imbuto sia della dimensione giusta, c’è sempre qualche goccia che si perde durante il travaso.

2.4 Lo stile è in funzione del destinatario?

L’efficacia allora è ridurre questo spreco al minimo, e per farlo è necessario curare lo stile, che però come abbiamo appena visto è in funzione del destinatario: più lo conosci, più scriverai in modo efficace.

Se hai una cosa importante da dire, allora, scrivila come se tu fossi il tuo stesso destinatario, e dilla nel modo che suoni a te più chiaro e comprensibile.

2.5 Ci risiamo

Pare facile, ma in realtà è frustrante, perché appena fai così, torni al punto di massima inefficacia: vuoi che ti suoni bene, nel senso cioè che almeno a te che la scrivi deve piacere? Ecco, ti sei fregato da solo: punto e a capo, sei tornato al problema del bello. Soggetivismo, barocco e minimalismo ecc. Vai in prigione senza passare dal via.

Ma allora visto che per dire una cosa interessante finisci per porti il problema della bellezza, tanto vale fregarsene delle cose interessanti (alla fine, sono pochissime, se ne trovi una telefonami, che poi un modo lo troviamo, non ti preoccupare) e puntare direttamente a:

3. Un modo interessante per dire cose inutili.

Il tema te lo scegli a piacere, e questa sembra una cosa effimera e invece no, perché alla fine trovare un pensiero che sia interessante per te, senza che debba esserlo per qualcuno altro, aiuta a mettere in moto il meccanismo, che altrimenti rimarrebbe paralizzato. E dal momento in cui hai identificato un pensiero interessante per te, l’unica cosa su cui ti devi concentrare è trovare un modo per renderlo interessante agli altri (poverini).

3.1 Fiction.

Così si chiama. Una carnevalata: volevo dirvi una cosa noiosa, di cui fregava solo a me, e quindi c’ho imbastito tutta una manfrina attorno. Che manfrina? La trama e i personaggi. A questo servono: sono un conforto per chi legge, perché tanto sono sempre gli stessi. Issa, esso e o’ malamente. Da millenni. Che ci vuole? Ci sono un sacco di template, come per i blog:

romanzo di formazione?

intreccio romantico?

bufala o fiordilatte?

fantastico?

surreale?

realismo?

realismo magico?

ci vuoi i funghetti?

commedia?

tragedia?

Facciamo un bel giro pizza: metto un piatto grande al centro con un poco di tutto, così ognuno si leva lo sfizio che vuole e non se ne parla più.

Ora diciamo che più o meno funziona come per le cose interessanti di prima: scegli il genere più adatto al tuo destinatario. Sì, ma quanti destinatari?

A quanti più vuoi arrivare, tanto più devi semplificare.

3.1 Semplificare: perché?

Sempre per lo stesso discorso dei casi sì: chi ti conosce già (perché è tuo fratello gemello o perché è stato il tuo compagno di banco alle medie) fatica meno a far ruotare i pensieri che esprimi attorno a un fulcro (che sei tu), chi non ti conosce, fatica molto di più e lo devi aiutare, gli devi disegnare un punto e gli devi dire: ecco, tieni, questo è il centro, tu ora misura i raggi.

E poi perché alle cose semplici ci arriviamo tutti: sia quelli bravi che quelli scarsi. Alle cose difficili invece solo quelli bravi, che sono sempre (per forza di cose) meno di quelli scarsi. Scegli. Vuoi il pubblico d’elite? Evita le facilonerie, sperimenta. Vuoi il pubblico largo? Semplifica, vai all’essenziale, cioè alla storia. Oppure fai una cosa col doppio livello di lettura: per chi sa (che si gode i rimandi che ci sono sotto) e per chi non sa (che si gode la superficie): Umberto Eco, tanto tempo fa, la chiamava Enciclopedia del lettore.

3.1.1 Trama

La storia (la trama) funziona sempre perché siamo tutti bambini, e la cosa che ai bambini piace delle favole non è tanto la storia, ma il fatto che la storia è sempre la stessa: più che sentirla (la prima volta che racconti una favola a un bambino è sempre la più faticosa: deve fare lo sforzo di seguirti) vogliono ri-sentirla. Quindi se hai una trama, sei più o meno a posto: arriverai ai tanti che vogliono sentire di nuovo la storia (e fa sempre piacere risentirla, a tutti, pure a quelli intelligenti, solo che si vergognano e non lo dicono).

3.1.2 Niente trama

Se invece vuoi fare il difficile, allora è ovvio che la prima cosa che devi fare saltare via è proprio la trama: niente storia, mi dispiace. La sala si svuota, restano in due o tre, e sono anche un poco perplessi.

3.1.3 Venditi per difficile

Ti devi salvare, inventati qualcosa. È il momento della strategia di marketing: se non c’è la trama, bisogna che lo sappiano tutti. Un testo senza trama si segnala subito come un testo intelligente, cioè per quelli intelligenti (che tra loro si conoscono, perché sono pochini, o comunque sono meno degli scemi): oh, c’è uno che ha scritto un testo senza trama, andiamo a vedere com’è. Poi se lo passano, ne parlano, e insomma ti sei fatto il tuo piccolo pubblico, che comunque è un pubblico.

3.1.4 Incontentabile

Potresti startene là, bello tranquillo, e coccolarti gli amici tuoi, fare anche un po’ la gara a chi è più colto, a chi è più intelligente, a chi capisce di più, a chi ha più gusto. È piacevole, specie se la compagnia è quella giusta, cioè non è arrogante e non è troppo competitiva, solo giocherellona (ce ne sono stati di circoli così, e ce ne saranno sempre, te ne dico uno? L’OuLiPo, e non erano nemmeno snob, anzi erano pure simpatici).

Oppure puoi rischiare il salto nel vuoto: sai che c’è? M’annoio, voglio allargare il giro.

4. Autofiction

Intanto, è meglio se non lo dici a nessuno, perché subito quelli intelligenti si scocciano: oh, e che facciamo ora, ammettiamo nuovi soci? E poi? Chi garantisce per loro? Tu? Che referenze hanno questi qua?

Effettivamente è difficile: è più facile che diventi scemo tu, che non che diventino intelligenti quelli che vuoi invitare. Vabbe’, tu sei coraggioso, e non c’è motivo di frenarti l’entusiasmo: provaci, che provarci è sempre meglio che non provarci, bravo (pacca sulla spalla), in bocca al lupo, vai avanti, procedi pure.

4.1 Suggerimento

A questo punto hai il compito ingrato di  trovare un espediente per rendere interessante a tanti un pensiero che lo è per pochi. Pensaci bene. Cos’è una cosa che interessa sempre tutti, tutti ma proprio tutti, gli intelligenti e gli scimuniti, i colti e gli ignoranti, i pochi e i tanti? Non ci sei arrivato? Te lo devo dire io? Allora forse non eri uno di quelli intelligenti.

Esatto. Bravissimo, visto che ci sei arrivato solo?

4.1.1 I fatti tuoi

I fatti tuoi sono la quintessenza dell’interessante, la molecola pura dell’avvincente. Appena ti accorgi che quello che scrive ti sta raccontando i fatti suoi, subito si attivano i neuroni spia della curiosità e la lettura si fa avida, impaziente, smaniosa, le pagine scorrono e tutto quello che scrivi di colpo diventa interessante. Perché? Perché ora ha un senso. Cioè ha un centro: tu.

4.2 Esistenza

Il personaggio, il protagonista, adesso sei tu, e siccome esisti veramente, sei interessante. Cioè no, non è vero, non è che sia proprio così, anche chi non esiste è interessante: Todorov scrisse un saggio sulla letteratura fantastica, non me lo ricordo tutto, però diciamo che alla fine le cose che non esistono ci interessano in quanto sono misura di quelle che esistono, altrimenti non ce ne fregherebbe proprio niente. Ma va bene, semplifichiamo, questo è un post confuso su un blog scemo, andiamo al sodo: se esisti sei più interessante, se non esisti mi dispiace per te.

4.2.1 Non vale per tutte le epoche, però per la nostra forse sì

Un personaggio che non esiste non ci coinvolge più come prima: il trucco è vecchio, e noi abbocchiamo meno. Chi è questa Emma Bovary? Chi l’ha vista mai? Dove abita? Ce l’ha un profilo facebook? Posso vedere le foto? Ha la webcam? La chiamo su skype? Cosa? Era un profilo fake? In realtà sei tu, Flaubert? Brutto troll che non sei altro, ti segnalo a Zuckenberg, ti banno, ti cancello dalle amicizie, m’hai fatto perdere un sacco di tempo, sei pure un uomo, altro che Emma.

4.2.1 Il puparo e la pupa

Lo scrittore che s’inventa i personaggi si ostina in trucchi sempre più privi di efficacia. E alla fine, per spuntarla in qualche modo, è costretto comunque a riempirli con dosi massicce di se stesso. E il punto, quello vero, è che ormai lo sappiamo cosa fanno gli scrittori (la colpa è dei manuali che gli scrittori stessi hanno scritto): usano parti di sé e parti di quelli che conoscono per animare personaggi. E allora, se lo sappiamo tutti che dentro Anna Karenina c’è Tolstoj non sappiamo più che farcene di Anna Karenina e vogliamo direttamente Tolstoj: era meglio se non ci dicevate niente, ora sono fatti vostri.

4.3 Il proiettore, la sala macchine

L’autofiction è l’unica fiction credibile ai giorni nostri. È bene? È male? Boh. Comporta una dose di morbosità nel lettore e una di esibizionismo nell’autore, senza dubbio. Oppure la comportavano anche i personaggi inventati, da sempre, e ora è solo venuta meno un po’ di ipocrisia? Io non lo so, chiedetelo a Emma/Gustav.

4.3.1 Ancora?

Ma la società dello spettacolo due punto zero, quella in cui tutti ci esibiamo e tutti siamo pubblico di noi stessi, la reggerebbe l’ipocrisia di prima? Veramente potrebbe ancora trovare credibili i “personaggi”? Chi è un personaggio? Cos’è, se non una proiezione? E il proiettore? Fammelo vedere, dai, portami in sala macchine, che mi interessa di più come proietti che quello che proietti (questa cosa è successa già un bel po’ di tempo fa, solo che tutti fanno finta di no: si chiamava post-modernismo, e per esempio ci fu quel libro La donna del tenente francese, che sarebbe stata autofiction, se all’epoca non fossero andati più di moda termini accademici, tipo quelli col prefisso meta).

4.4 Le eccezioni

Davvero posso ancora fare finta, leggendo, che il proiettore non c’è, tu che racconti non ci sei, che il personaggio si stia scrivendo da sé, che il libro lo scriva un onnisciente? Sì, forse sì, a certi livelli di abilità eccelsa, sì.

4.5 Troppa consapevolezza

Per molti altri no: il pubblico è troppo consapevole, il lettore è troppo smaliziato: ne sa (ne sa anche se non vuole saperne) il procedimento è diventato parte del risultato. In tv ci sono Melluzzi e Picozzi che ti dicono chi è l’assassino e ti ricostruiscono a uno a uno i profili psicologici dell’intera cittadina di Mesagne. Come facciamo, adesso che sappiamo tutto di noi stessi, a trovare credibile un personaggio tragico, per esempio? Chi è ormai che riesce a non ridere di fronte a una che sviene di passione mentre la locomotiva sputa spavore? Quando uno diventa consapevole di cos’è, gli conviene l’autoironia, altrimenti, se non si ridicolizza lui, lo faranno gli altri. So di essere scemo e ci gioco un po’, so di essere triste e ci rido sopra, so di essere timido, imbranato, ignorante e mi piglio in giro da solo, oppure so di essere troppo colto, troppo cerebrale, troppo sentimentale e allora rendo comici questi aspetti del mio carattere. In pratica chi scrive in questi nostri anni è un po’ fregato: gli hanno tolto l’inconsapevolezza del suo personaggio (poteva anche essere lui stesso), che era una gran comodità: il personaggio pre-Melluzzi poteva agire, parlare, pensare senza che sapesse niente del perché agiva, parlava, pensava. Adesso lo scrittore deve per forza cambiare strategia: sfruttare la consapevolezza del lettore e pure del personaggio, come nel judo. Cioè? Non ha molte carte da giocarsi: quando scrive, può solo stuzzicarci con un po’ di pettegolezzo (o confessioni?) in più. Su di chi? Sullo scrittore stesso. Ma come? Più di quanto ce ne sia già in tv, sui rotocalchi e sui social network? Sì, in un certo senso, sì. Perché comunque è un pettegolezzo diverso: è pettegolezzo su se stesso (quindi lo manovra lui) ed è più immaginativo (è comunque affidato al racconto).

4.6. Stuzzicarci.

L’autofiction è un espediente per tenere desto l’interesse in un periodo storico in cui abbiamo perso interesse per tutto, tutto è già stato scritto e tutto e già stato detto, e l’unica cosa di cui godiamo sono le piccole differenze che ancora esistono tra le persone: cose più o meno intime, pensieri e inclinazioni venuti fuori da quell’uomo o quella donna di cui sappiamo già qualcosa perché l’abbiamo ascoltata in carne e ossa durante la presentazione di un libro, o su youtube, o di cui abbiamo letto i tweet. Una persona (vera e viva) di cui saremo noi, tramite gli scampoli di sé che ci concede in un libro e quelli che percolano dagli altri media, a ricostruire la dimensione di personaggio letterario: il testo è un ipertesto, lo scrittore è il suo fulcro, noi siamo lì a rimontare le tessere cercando di capire qualcosa di lui (o di lei).

4. 7 Bon ton

A questo punto se fai l’autofiction il buon gusto non è importante: è tutto. Perché se sai farla bene la usi, se la fai male ne vieni usato. L’ambizione può subito cappottarsi in fallimento: volevi evitare di scrivere un testo con una trama e un personaggio ed è successo che tu sei diventato un personaggio e la tua vita una trama: benvenuto nel Truman Show dei tuoi incubi, è inutile che pigli a calci lo sfondo.

5. Conclusione (sconclusionata)

Ce ne vuole di attenzione e di bravura per fare l’autofiction come si deve. Però cos’altro si può fare, cos’altro si è mai fatto di diverso, con le parole e con l’onestà?

Confesso che ho odiato

Inserito il

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Un rumore intollerabile. Un’emissione soverchiante, che la stupisse riducendola al silenzio. Vedere i suoi occhi in quel momento. Dopo i primi attimi di stupore, sulla paura prevarrebbe l’orgoglio ferito: qualcuno o qualcosa è stato in grado di superare le sue urla, i suoi decibel, annullarli e imporre i propri. Sarebbe bello se fosse come un boato, però acuto, penetrante, un trillo, un sibilo grave e sciamante di vibrazioni: potente e definito insieme, una nota, un diapason al tritolo che deflagra in mille schegge di suono. Che sete di rivalsa. Vendetta. La soddisfazione di applicarle un supplizio auditivo maggiore di quello che lei impone ogni giorno a questa piccola strada. Non un semplice sfogo, ma il montare di una furia più alta: se lei mi ottunde un orecchio, io voglio renderla sorda per tutta la vita. Stravincere, annichilirla. Il piacere che di certo prova nell’ascoltarsi dominare incontrastata su ogni altra sonorità del quartiere: mi crogiolo nella voluttà di negarglielo per sempre.

L’alternativa sarebbe chiamare i vigili urbani, i servizi sociali, segnalare la cosa a qualcuno: qui c’è una bambina stordita da urla continue, tutto il giorno tutti i giorni, una madre che sevizia la prole e il vicinato mediante il proprio apparato fonico. Una famiglia intera, composta da nonna, nonno e bambina, ostaggio di una baccante, incapace, o resa incapace da chissà quali contingenze, di adottare un tono di voce normale. La bambina dà già segni di evidente squilibrio, intervenite presto, intervenite subito, la bambina urla a sua volta, emette suoni strazianti perché straziata.

Oggi le canta tanti auguri a te, celebra due o tre anni di vita, e la piccola reagisce urlando: non c’è gioia, è solo una contromossa. La baccante stabilisce col prossimo una relazione basata sull’escalation: urla affinché nessuno possa negarle udienza. Per proteggersi si potrebbe solo urlare più forte di lei. Ma la figlia è ancora piccola, non è in grado.

A volte vorrei tanto ci riuscisse: preferirei ascoltare i suoi pianti, preferirei che coprissero le urla insensate della madre, preferirei strepiti infantili, vagiti, versi di bestiola offesa. Invece mi toccano parole modulate con accenti caduti a pioggia, a seconda di dove le si spezzi il fiato: “o” che si allungano, aprendosi estese dove erano corte e chiuse, “a” che si stringono come a infilare un imbuto, sdrucciole che bisdrucciolano, singole vocali che si dittongano per impattare l’aria con più forza. Non importa cosa dica, la sua è una forma di intimidazione, desiderio di affermarsi:  priva di ogni autorità, la reclama a gran voce. Chi parla non è, chi grida vuole essere.

Tentai controffensive alzando il volume di telegiornali e talk show: per lei fu solletico. Pompai generi musicali aggressivi: non vi fece caso alcuno, intenta com’era ai suoi borborigmi. L’arte con cui trionfa su tutto è la costanza. Mi  acquattai al riparo del muro del mio terrazzino e tentai di sorprenderla con un suca cavernoso, uscito fuori dall’anima. Le parve vocìo generico, non le sfiorò fosse rivolto al suo indirizzo.

Talvolta è il nonno a prorompere: grida frasi come “così mi portate al manicomio”. Ma questo è già il manicomio, nonno, e siete voi ad avercelo portato a domicilio.

Che pensano i miei vicini? Perché non li sento protestare? Cosa li inibisce? La giustificano in quanto madre? Paventano l’affidamento ad assistenti sociali, il disgregarsi coatto del legame materno? E perché io non mostro pietà alcuna? Sono un essere abietto? Penso solo a me stesso? Non mi curerei di interrompere un vincolo che fu ombelicale, se mi fosse di vantaggio?

Il vicinato, rione popolare, persone che potrebbero dirsi primitive, un’umanità in canottiera perennemente affacciata al balcone, un consorzio di individui che la vulgata vuole facili all’innesco della violenza, delle percosse, sangue caldo in costante escandescenza, dinnanzi a ciò che mi lede i nervi ostenta questa calma olimpica di sigarette fumate coi gomiti sulla ringhiera.

Ho studiato a scuola con loro o con i loro figli, e a ogni mio otto corrispondeva un loro tre, a ogni mia promozione una loro bocciatura. Dove e quando appresero questa filosofia zen? È solidarietà di classe la loro? Si proteggono? Da chi? Da chi come me non può soffrirli? Li odio. Fanno sì che io debba odiarmi a causa dell’odio che nutro per loro. Mi prevaricano in nome del rispetto che gli porto. Non ho scelto io di vivere qui: questo è il mio quartiere, abito la magione avita. Non posso andarmene, proprio come non potete voi.

È lei l’arma con cui vorreste darmi lo sfratto? Dovreste lasciarvi guidare: queste urla non hanno nulla di civile, siete voi che dovreste muovervi in avanti, non io a dovervi rincorrere indietro. Tutto il resto è ipocrisia paternalista, pauperismo, perdonismo. Lei, la folle,  non deve urlare tutto il giorno, e voi non dovete tollerare le sue urla come normali. Quando strilla alla sua bambina, quando recita litanie di parole insensate, mere onomatopee camuffate da termini dialettali: è lì che dovreste recuperare l’atavico codice e uccidere. Io saprò essere omertoso, fornirvi alibi, pagare i vostri avvocati. Regredirò volentieri alla tribalità che condanno. Se solo mi promettete che per una volta questa servirà al bene comune, e non solo al vostro.

L’egoismo umile dello scarso: Jovanotti spiegato a chi non gli piace

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Ieri, complice il concerto su rai uno, s’è parlato assai di Jovanotti.

Ci si divide parecchio, su Jovanotti. Ci sono quelli che ammirano il suo percorso in avanti e quelli che ritengono quel percorso in avanti un bluff: scemo era e scemo è rimasto.

Poi ci sono anche quelli con la sindrome del membro interno: si è vero, ha fatto un bel percorso in avanti, ma io ora perché gli devo mettere un bel voto? Esattamente come il professore di scuola tua, che ti conosce da cinque anni, ti ha visto partire male in quarta ginnasio, arrancare fino al secondo liceo, e poi, all’ultimo anno fare un bellissimo esame di maturità: ok, bravo, però il sessanta no, manco se muori sui libri.

Sul Jovanotti musicista non è che abbia molto senso schierarsi. Lui ha chiaramente scelto la cifra dell’intrattenimento, e siccome lo fa bene e con cura, là le cose sono solo due: o ti piace o non ti piace. O sbadigli o ti diverti. Gusti.

Però Jovanotti col tempo è diventato una figura pubblica, di quelle condivise anche da chi non lo ascolta: è entrato nell’immaginario, e in serate come quelle di ieri è un argomento di conversazione. Ha cioè qualcosa che fa da richiamo, che attira le discussioni, per tutti. E forse è questo suo inesauribile vitalismo: puoi anche considerarlo posticcio, una maschera per vendere dischi e biglietti dei concerti, ma ci devi fare i conti, perché in pratica ti costringe a dirne qualcosa, specie se anche tu sei sui quaranta e lo vedi là, che ancora salta come a sedici.

Ecco, quindi, senza stare a voler dire niente su di lui, ma solo qualcosa su di me in rapporto a lui,  io mi ci ritrovo un sacco in Jovanotti.

Mi piace un sacco che abbia saputo mantenere quello spirito di: non so fare niente, e scusatemi in anticipo perché proverò comunque a fare qualcosa.

È superficialità? No, peggio: è egoismo. Perché se fosse superficialità trasmetterebbe antipatia, e invece lui è empatico come tutti gli egoisti (cioè quelli talmente concentrati su qualcosa da dimenticarsi del resto).

Jovanotti partì ed è rimasto così: non mi interessa niente se il mio miglioramento avverrà a spese vostre, perdonerete se rido come un cretino e se all’inizio canto stonato fino a farvi strillare pietà, mi dispiace, ma a me interessa solo imparare a cantare. E allora la prima canzone è uno schifo, e vi tocca sorbirvela, ma vedrete che l’ultima sarà buona.

Questo provare a migliorarsi per puro entusiasmo di emulazione, cioè per egoismo, non è una benedizione?

Salve, ti dice lui quando sale sul palco in perfetta forma psico-fisica, mi chiamo Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, che è un nome da scimunito, per questo poi c’ho aggiunto il nome vero, perché volevo farvi capire che l’ho capito anch’io che era un nome da scimunito (ce ne ho messo, ma l’ho capito), però non l’ho rinnegato: l’ho solo superato. All’inizio volevo fa’ l’americano, imitare, perché quando ti entusiasmi per qualcosa (e io m’ero entusiasmato per il rap) ti viene di imitare, è una questione di ammirazione, e io (nel senso di io Jovanotti) volevo fare il rapper Dj di Pasadena: m’è uscita fuori una cacata maccheronica, gimme five, alright, però era così piena di entusiasmo che ancora ve la ricordate tutti, perché un conto è partorire una canzone d’esordio scarsa, e un conto è partorirne una talmente scarsa da risultare memorabile per la sua scarsezza.

Ci vuole l’umiltà dell’egoismo per mantenere vivo questo processo di apprendimento in trent’anni di carriera. L’egoismo, penso di avere già spiegato perché: una questione di entusiasmo. L’umiltà invece è quella di riconoscersi come slow learner ed elevare questa lentezza a regola per un avanzamento costante: fare questa cosa, trovando anche il coraggio di farsi ridere dietro, e restituendo fuori solo positività mica è buonismo. È applicazione. Cioè energia. E la sua è energia col segno +. Che può fare antipatia proprio perché ha il segno +, certo.

Il segno + è più difficile del segno -. Perché se anche una, una sola volta nella vita hai provato a scrivere una canzone, una frase, una lettera alla fidanzata, lo sai, lo sai per forza che è facile colpire nel segno con una cattiveria, con una frase caustica, con un colpo di coda a sonagli, e lo sai, te ne sei accorto subito che invece maneggiare tenerezza e bontà è complicatissimo, non riesce quasi mai, e si rischia costantemente di sembrare Paolo Coelho.

E allora ci vuole coraggio per essere Jovanotti, che mille volte rischia con la positività, e quindi, sì, gli capita mille volte di fulminarsi e sembrare Coelho. Però lo fa lo stesso. Perché sta sempre cercando che gli capiti di sembrare se stesso, fare dichiarazioni d’amore potentissime, così potenti che se le facesse uno che non è lui sarebbero debolissime, e invece sono sincere, spontanee, sue, con le immagini semplici per dire le cose complicate.

Quando gli riesce ti investe in pieno. E se davanti a uno che ti investe in pieno riesci a non ballare, significa che veramente sei morto: hai voglia di cortocircuitare il segno + col segno  -, Frankestein non lo risvegli.

Jovanotti è così, incrocia i fili di alto e basso, intelligenza e scemenza: parte la scarica, tu balli elettrizzato, e lui migliora. Da venticinque anni, a ogni disco.

Ed effettivamente sì, uno che migliora sempre può anche irritare: era una bestia e ha cominciato a leggere, era un’ingenuo e si è smaliziato, era buonista e se leggi l’ultima intervista che ha rilasciato a Gramellini, vedi che ora non lo è più (là è Gramellini a non farci una gran figura, con tutto quel suo ammiccare e suggerire che questo Jovanotti qui è ancora un po’ lo scemo di prima, e che sotto, sotto, poi, non è mica di sinistra come dice di essere).

Come avrà fatto Jovanotti a migliorare? No, veramente, se pensi a com’era ai tempi, ti dici che non è possibile, non è lui, dev’essere uno che gli somiglia, perché lui, quello di Sei come la mia moto, era un caso disperato: si fosse chiamato Eliza, Higgins non avrebbe mai accettato la scommessa di fargli pronunciare bene la “s”. E lui invece ce l’ha fatta (non è vero, con la “s” non ce la farà mai).

Forse perché per migliorare ti devi per forza vedere sempre un poco scarso. Però non stupido. Ti devi vedere scarso, con dei margini.

La forza dello scarso sono i margini di miglioramento. È un’impresa, una fatica fisica, tenere questo margine sempre largo, e spostarlo sempre avanti: è una fatica rimanere scarsi per potersi migliorare.

Detto questo, Jovanotti può anche non piacervi. Chi se ne frega di voi? Io voglio migliorare a spese vostre, come lui.

https://www.youtube.com/watch?v=F63w4j0huPw

Io, Bianconi e i picciriddi

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Bianconi ha l’età mia, cioè o ne fa o ne ha già fatti quaranta.

L’età c’entra col fatto che più che per il concerto (i Baustelle, dopo che a registrare le canzoni ci mettono la cura che ci mettono, tendono a rifarti live le canzoni per come sono) ero là per vedere che gente c’era.

Anzi, veramente ero preoccupato di sapere già che gente ci sarebbe stata, perché mi aspettavo di trovarci tanti adolescenti.

Avere vicino degli adolescenti è una tortura: non direi le punture delle zanzare, e manco il fastidio delle mosche, ma la mistura di raccapriccio e di terrore che incutono i pappapani con le ali quando ti planano scomposti a un millimetro dalla faccia.

E infatti di adolescenti ce n’erano a stormi, a voglia quanti ce n’erano, così tanti che a un certo punto uno per forza si doveva domandare: ma che ci fanno qua, questi?

Perché se uno ci pensa, i Baustelle chi sono?

Sono una band di quarantenni, che si rifà al mondo musicale melodico dei ’60/’70 italiani e rifinisce le canzoni con arrangiamenti orchestrali, code, temi che si inseguono per tutto l’album a mo’ di sinfonia, infittiti da una serie di rimandi, citazioni, riferimenti a musica e musicisti di epoche più o meno lontane.

Bianconi, poi, è una saldatura umana, l’anello di congiunzione tra Fabrizio De André e Giovanni Lindo Ferretti: la sintesi hegeliana che la mia generazione attendeva da decenni, il messia che i nati nei ’70 – in bilico tra due nulla di densità differenti – attendevano per ritrovare una collocazione nel cosmo. O in alternativa, almeno, farsi un sano pianto liberatorio.

E invece chi sono gli adolescenti?

Creature inumane, al massimo qualche punto di contatto col mondo animale. Insetti, roba da entomologi: carapaci ripieni di quello stesso liquido purulento – della consistenza a metà tra la crema chantilly e la pasta dentifricia- che a ogni maldestra spremitura davanti allo specchio dell’ascensore cola giù eruttato dai loro brufoli: di questa materia semiliquida e semisolida sono fatti gli adolescenti, dentro.

Perché mai frotte di siffatte bestiole, ti chiedi al concerto mentre sei circondato dal loro insensato movimento, in questo istante non si trovano in uno di quei recinti costruiti apposta per il loro dimenarsi, magari ai ritmi ossessivi che tanto sembrano prediligere, e ristagnano invece qui, nel loro volo immondo, accanto a me, ometto di mezza età, ceto medio riflessivo, incline all’odio generazionale e allo struggimento per quelle nostalgie che Bianconi sa prima far emergere contro la tua volontà, e poi sublimare fino al rapimento estatico? Lo puoi capire solo al concerto.

Il motivo per cui Bianconi piace agli adolescenti è che Bianconi ha pietà di loro.

Nei suoi i testi non è raro imbattersi in espressioni che in apparenza suonino come esplicito disgusto o riprovazione nei confronti degli adolescenti. Eppure sono proprio queste ad euforizzare i pappapani durante il concerto, e con quale intensità.

Prendiamo due canzoni simbolo dei Baustelle, che – appunto- hanno per protagonista un adolescente: la ragazzina suicida de La guerra è finita e il quindicenne passivo/aggressivo di Charlie fa surf.

Della prima Bianconi ci dice già nel primo verso che era una stronza, e – attribuendo la valutazione a un suo insegnante – la definisce poi emotivamente instabile/viziata ed insensibile (e quanto gli piacciono ai fan in età puberale questi versi, e come li cantano a squarciagola, riconoscendosi in pieno della definizione).

A Charlie, invece, prototipo del bimbominchia impasticcomane, iperattivo e nichilista, Bianconi augura che qualcuno (un educatore all’altezza della propria funzione?) faccia opera caritatevole, sfigurandogli il volto con una mazza da golf, sì da correggerne la scalmanata condotta.

Strano che gli adolescenti adorino chi li canti in questi termini? No. Perché gli adolescenti, essendo ancora incapaci di pensiero, sentono molto più distintamente di noi. E sentono che con quei versi Bianconi sta distribuendo loro il perdono.

La descrizione (magnifica e molto profonda) che fa di certi loro tipici (forse anche stereotipici) atteggiamenti trasuda empatia, un’empatia causata dal fatto che oltre all’assenza di un giudizio (e quindi di una condanna), è presente il riconoscimento.

Mon semblable, mon frere diceva Baudelaire (che Bianconi cita ed evoca di continuo) rivolgendosi al suo lettore ipocrita (che finge di ignorare la noia e lo spleen esistenziale che il poeta invoca) più o meno così come Bianconi si rivolge al suo pubblico ipocrita (io, che fingo di aver rimosso ciò che fui e in parte ancora sono). Quindi è come se davanti allo specchio del tempo Bianconi vedesse non se stesso com’è oggi, ma la destrutturazione degli stadi attraversati dal sè che è stato fino ad oggi.

Bianconi parla sempre e solo di passato, di quel che siamo stati e non saremo più, e in questo vedersi come accumulo di scorie e ipotesi scartate l’adolescenza è un mattoncino di lego bello grosso, e di un colore sgargiante, su cui a Bianconi, che possiede questa meravigliosa, misticheggiante e pànica malinconia, risulta obbligatorio fermare con insistenza lo sguardo.

Una delle canzoni più struggenti dell’ultimo album, Il futuro, è la candida confessione dell’incapacità di dimenticare sé stessi, il terrore di calcificarsi nello stallo:

Il futuro cementifica

la vita possibile

dice un verso, e l’età della vita possibile è per antonomasia l’adolescenza, passata la quale comincia la desertificazione dell’ipotetico: solo ciò che è ancora in nuce può aspirare alla vita, raggiunta la quale resta solo la nostalgia, che è il sentimento predominante di questo album, tutto dedicato al tempo.

La salvezza, in Bianconi, viene solo dalla possibilità di non dimenticare, di ricordare, di ricordarsi da vivi:

il passato adesso è piccolo

ma so ricordarmelo:

io, Gianluca, Rocco e Nicholas

felici nel traffico

di un marciapiede del Pigneto vite fa.

Del resto il tempo è anche il tema di altri capolavori precedenti, come Le Rane, mentre tutto il primo album Sussidiario illustrato della giovinezza è solo una prova, un magnifico fallimento, perché è tutto un tentativo di rendere e rivivere l’adolescenza, anziché di comprenderla e perdonarla, come avviene nei successivi.

Insomma, i piccoli pappapani adorano sentirsi tirare le orecchie da Bianconi perché lui fingendo di rimproverarli (cioè fingendosi uno di quegli adulti che li rimproverano, e dunque schernendo gli adulti che li rimproverano) li descrive senza in realtà rimproverarli affatto: non siete colpevoli delle vostre azioni, a essere colpevole è solo la vostra età.

Bianconi è una specie di Gesù, ha questo dono salvifico per tutti: non giudica te, giudica l’umano di cui sei chiamato tuo malgrado a partecipare. E nulla di ciò è umano gli è estraneo, adolescenza compresa. E allora sì, era una stronza, ma aveva sedici anni appena. E per avere pietà di Charlie è necessario non avere alcuna pietà:

una mazza da baseball

quanto bene gli fa.

Un altro motivo per cui Bianconi raccoglie il gradimento di una età tanto difficile suppongo sia la cernita che sa fare del materiale scolastico. È una deduzione effettuata sulla base dell’applausometro, e nell’unico suo concerto cui abbia assistito (Taormina, 30 luglio 2013): quando l’adolescente rintraccia la citazione, ne gode.

Perché Bianconi alla fine cita le cose che dovremmo sapere tutti, i poeti e gli scrittori che si studiano a scuola, e proprio in quell’età lì: Dante, Foscolo, Montale. A me sembra una cosa meravigliosa, un atto di coraggio luminoso. L’adolescente sente che la scuola non esiste invano, apprezza il fatto di poter tramite essa apprezzare meglio qualcosa che apprezza già (le canzoni dei Baustelle). E se li guardi in faccia, a un concerto, te ne accorgi subito: c’è gioia nel condividere un sapere.

Gioia che appartiene a tutti, e che veramente unifica passato e futuro nel presente: Monumentale ti uccide di bellezza per vari motivi, irriassumibili.

C’è il folle ardire di scrivere oggi, nel 2013, un ode cimiteriale: anacronismo, pretesa di assoluto, ambizione smodata all’eterno, che però si coniuga con un crepuscolarismo dimesso, un richiamo all’attualità quasi giornalistico, che non te lo aspetti e ti stende (è un duetto, e nei duetti credo di avere capito come si dividono i compiti quei due: Bianconi ti sfinisce, ma poi è Rachele che ti finisce, tipo qui, al minuto 0: 55, quando dice e piangi, che veramente ti viene da piangere).

E poi c’è il carico di ricordi da liceo che si tira dietro il rievocare I sepolcri (con una classe infinita, che il Venditti di Notte prima degli esami già se la sognava):

tra le tombe del monumentale,

trovi Dio,

trovi Montale, ed un’opaca infinità.

Quindi lascia perdere i salotti

coi talenti e le baldracche,

vieni all’ombra dei cipressi

dona amore, al pomeriggio

a chi sospende la sua vita

tra le urne amiche del monumentale,

di realtà

e d’irreale, vieni a fartene un’idea.

Chi sta esortando Bianconi a farsene un’idea? Per me non c’è dubbio: sta parlando con un adolescente. Che magari poi c’ha quarant’anni e somiglia a un pappapane con le ali. Ma questo è il vero dramma, quello di cui non mi va di parlare.