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Biglietto (lungo) lasciato prima di non andare via*

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(Questo post è uscito su Wired)

Ho passato tutta la mia vita adulta a cercare un modo per non andarmene da Siracusa. Anzi sono abbastanza convinto che la decisione di non andarmene da Siracusa sia venuta a coincidere con il momento in cui ho cominciato a diventare adulto, o forse solo con il momento in cui ho cominciato a capire che diventare adulti aveva a che vedere con decisioni di questo tipo.

Da lì in poi, mi è sembrato che risolvere quello che ancora avevo da risolvere con me stesso, le varie incertezze, gli ultimi tratti di personalità ancora da definire, insomma la tarda adolescenza, potesse essere risolto a partire da questo cardine, la città dove sono nato e cresciuto e da cui per un periodo ero stato assente.

Quel periodo di assenza, durato poco meno di un decennio, un’esperienza (lunga) che troverei sano fosse imposta a chiunque, come un tempo lo era il servizio militare, l’ho anche benedetto, se non altro perché era servito a farmi scoprire che un cardine c’era, o ci poteva essere, e che incardinarsi, pur non essendo l’unica via per cominciare a guardare al futuro, era un buon punto di partenza da cui mettere in ordine il presente: prima vediamo dove abitare, poi tutto il resto, una cosa alla volta, finché tutto non va al suo posto.

So bene, perché l’ho visto fare ai miei amici, che anche procedere lungo l’altra direttrice (prima che lavoro fare, poi tutto il resto, una cosa alla volta, finché tutto non va al suo posto) avrebbe portato alla stabilità e alla maturazione: delle due, al bivio, ho scelto con naturalezza la strada che più mi si confaceva, non ho dovuto starci a pensare.

C’è una cosa però che forse a una parte d’Italia (sul continente direbbe mia nonna) sfugge: per quanto la mia decisione a quel bivio fosse stata presa con naturalezza, e per quanto con altrettanta naturalezza i miei amici ne imboccarono l’altro ramo, quel bivio c’era, era lì, esisteva, e andava affrontato.

Nascere, crescere, e quindi in qualche modo legarsi affettivamente, a una cittadina del profondo sud, comportava (e comporta ancora) il fatto di doversi trovare, a un certo punto della propria vita, a un bivio di fronte al quale operare una scelta, la scelta tra abitare dove si è nati, facendo qualunque lavoro si riesca a trovare, o andare ad abitare altrove, a fare il lavoro che ci si è preparati a fare.

Non credo sia per forza un male. Anzi forse è perfino una scorciatoia verso la maturità. Presto, magari già dal momento in cui deciderai che è meglio andare a fare l’università fuori, sarai obbligato a elaborare una specie di lutto: il lutto per la realizzazione professionale cui forse rinunci rimanendo, o quello per la perdita della tua città, cui rinunci andandotene.

Lutto è un parolone, un’iperbole di quelle che mi piacerebbe sapere evitare, e lo è ancora di più perché quella è un’età in cui i lutti sono eventi lontanissimi, considerati alla pari di eventi inesistenti, un’età in cui a tutto sembra esserci rimedio, per ogni cosa sembra esserci a disposizione un tempo infinito, una seconda opportunità, di ripensamento o di svolta dietro ogni l’angolo che giri. Potrei quindi forse chiamarlo un lutticino, l’equivalente della morte del pesce rosso, ma resta il fatto che ci sono cittadini di questa nazione a cui il pesce rosso non muore mai, o meglio non è detto che debba morire per forza, e altri cittadini a cui invece muore di sicuro e anche presto, e che quindi presto devono cominciare a fare i conti con l’acquario vuoto.

Lo dico con sincerità, e non solo con l’intento di scacciare via l’enfasi da queste righe: io ho affrontato questo bivio a cuore molto leggero. Ci ho pensato soltanto anni dopo a cosa avevo fatto e perché. Sul momento invece, ho solo fatto la cosa che mi faceva stare meglio: ero stufo di provare il desiderio di essere qua ogni volta che ero là e quello di essere là ogni volta che ero qua. Stufo dei treni stracolmi a Natale e dei biglietti aerei da prenotare con mesi di anticipo, dei traghetti alle cinque di mattina e delle colazioni con l’arancino del Caronte che no, non è affatto il più buono di tutta la Sicilia e sì, è unto da fare schifo.

Ho pensato che questo scisma perenne andasse risolto una volta per tutte: casa e lavoro dovevano coincidere, e siccome la casa era qua, nel senso che qua erano la mia famiglia e i miei amici, e soprattutto qua erano i luoghi di cui avevo vera conoscenza e vera intelligenza, e dunque vero affetto, (e i luoghi al momento è ancora impossibile trasportarli altrove), l’unica cosa sensata era trovare qua un lavoro. Sapevo che un lavoro significava qualunque lavoro, e la cosa non mi spaventava affatto. Anzi, anche dire che non mi spaventava è un’espressione debole, imprecisa, falsa addirittura, perché la paura non c’entrava niente, per avere paura bisogna valutare, e a me valutare non interessava, non sapevo neanche che fosse tramite una valutazione che si  fanno le scelte.

Non posso quindi vantare un periodo di drammi esistenziali risolti per mezzo di sacrifici e decisioni sofferte, e questo non so dire perché non sia accaduto: posso solo ricondurlo alla mia indole personale, al fatto che dentro di me ho vaste zone di superficialità e grandi praterie di facili entusiasmi, e dove anche solo intravedo una soluzione subito mi sembra già raggiunta, e smetto di vedere i problemi che le  pre-esistono, e li do per risolti, e anzi forse per nemmeno mai esistiti.

Perciò niente mi è pesato in questi anni, nessuno di quelli che oggi, a quasi quarantadue anni, posso definire (senza volerne fare spregio, non esistono lavori di cui fare spregio) lavoretti, nel senso di poco stabili, o stagionali, o tipici dei ragazzi, degli studenti, dei principianti, insomma poco consoni a un uomo della mia età. Li ho fatti per anni, li ho fatti tutti, e con un certo buon umore (i lavoretti spesso sono divertenti), ho sorriso di fronte a quelli in nero, a quelli mal pagati (tutti, indistintamente, qualificati o meno che fossero) e anche a quelli mai pagati (molti).

Questo era il posto dove avevo scelto di vivere, e, in questo posto, queste erano le usanze, questa era la vita: questa è l’acqua, diceva lo scrittore, nel senso che un pesce non lo sa cos’è l’acqua, ed è così che secondo me si vive quando si vive con naturalezza dentro qualcosa, perché la naturalezza, se è vera naturalezza, ti ingloba e non devi dartene spiegazione.

Non provavo depressione, sentimento cui spesso ci si riferisce citando quel titolo di Foster Wallace, e credo non fosse neanche rassegnazione, ma non ne sono sicuro, perché ho sempre fatto molta fatica a distinguere la rassegnazione dalla consapevolezza, e mi viene difficile anche adesso, quindi non lo so cos’è che provavo di preciso: di sicuro sapere che questa è l’acqua non mi ha mai fatto desiderare di vivere sulla terraferma.

Questa assenza di smania, questo avere smesso di desiderare altro, me lo dico adesso che sto per affrontare un secondo bivio  (adesso che so un po’ meglio chi ero e un po’ peggio chi sarò) penso mi sia servito a evitarla, la rassegnazione: forse è stato un antidoto che avevo in dotazione solo io, forse era solo con me che poteva funzionare, fatto sta che finché doveva funzionare ha funzionato, ed è stata tutt’uno con la naturalezza, con l’acqua,  oppure, se vogliamo ancora una volta accogliere la suggestione della cultura fatalista tipica del meridione, era proprio da là che veniva, dall’acqua.

Mi rendo conto di avere appena fatto la caricatura di un monaco zen o di un mistico, o forse meglio ancora di un atarassico, cosa che non è, che non è stata, che non poteva essere.

Non sono stati affatto anni sereni, più che a un anacoreta somigliavo all’anziano pastore raccontato da Ernesto De Martino ne La fine del mondo, quello che mentre gli davano un passaggio in macchina, man mano che il campanile di Marcellinara scompariva dal finestrino, gli veniva un attacco di panico e dovevano tornare subito indietro per rassicurarlo.

La serenità c’entra, però poco. Tutto è stato sempre in discussione, la scelta stessa, quella originaria, quella presa con disinvoltura di fronte a quel bivio, è tornata, mi sono rivisto più volte fermo a quell’incrocio, in sogno o in pieno giorno, in un giorno difficile, di quelli in cui ti penti,  o in uno felice, di quelli in cui le possibilità cui si è rinunciato, le potenze irrealizzate si affacciavano, balenando di nuovo come per dire che forse quello era il momento giusto, quello in cui finalmente sarebbero diventate atto.

Eppure ogni volta che questo pensiero è comparso, ogni volta che la tentazione di un meglio, di un di più, della terraferma, è venuto a visitarmi sott’acqua io mi sono confermato nella mia scelta, ho sentito con distinzione di essere nient’altro che un pesce, e che non solo quest’era l’acqua, ma anche che sulla terraferma, nel giro di niente, sarei finito di nuovo a panza all’aria, a dibattermi tra il me di e il me di qua, e quindi no, grazie, sono lusingato ma rimango dove sono.

Invece è arrivato questo agosto del 2015, e io che tutta la vita ho cercato modi per rimanere, lavoretti per rimanere, pezze di appoggio, aggrappi anche minuscoli per non allontanarmi dallo scoglio, da un momento all’altro potrei vedermi offerta una cattedra, un posto fisso, la conclusione felice di anni di attesa, il lieto fine, il tutto e subito: da zero a di ruolo in un secondo solo. A patto di andarmene da qua.

Mi infastidisce la parola deportazione, ho provato a scrivere di me stesso senza usare esagerazioni di questo tipo, e mi piacerebbe che si sforzassero di farlo un po’ tutti quelli che intendono riferire le proprie condizioni di vita, perché io di vite tragiche non ne ho mai viste, se non a teatro, e secondo me le vite, quando sono vere, più vogliono sembrare tragiche e più finisce che sembrano ridicole.

Però ho letto su un quotidiano nazionale di un marito e una moglie, tutti e due insegnanti e con due figli. Ho letto che dovranno spostarsi, probabilmente il marito in una regione e la moglie in un’altra, e pagarsi due case, e due affitti, e decidere con chi andranno a stare i figli, magari dividendoseli uno per ciascuno, e stabilire chi dei due si terrà la macchina e chi invece il motorino, chi il cassettone del soggiorno e chi invece la camera da letto, proprio come se stessero divorziando. Doloroso, molto. Forse non è materiale da tragedia, però è anche vero che nella sorte c’è tanta ironia, e questa ironia può essere potente, fare ridere come fare piangere.

Per questo ora mi sembra pura cattiveria ricordare la costituzione. La costituzione è un po’ cattiva di suo, solo che non ce ne accorgiamo: la usiamo sempre quando c’è da rivendicare un diritto, però difficilmente ce ne ricordiamo quando fa da ammonimento ai doveri. E invece ecco l’articolo 98, infame, a dire che I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della nazione. Dice così: della nazione. In pratica dice che l’insegnante di una scuola pubblica è come un bersagliere, va dove c’è bisogno di lui, è al servizio dell’Italia intera e non della regione o della provincia dove è residente, è soggetto alla stessa logica di un militare, s’è scelto un mestiere che prevede spostamenti, dislocazioni più che deportazioni, cioè spostamenti dettati da esigenze logistiche, a volte anche pressanti, come quelle che fecero sentire a Danilo Dolci l’urgenza di lasciare il nord Italia e venire a fare l’educatore a Partinico, spontaneamente, perché era là che c’era più bisogno di lui e delle sue pratiche.

Dovesse capitare a me, e potrebbe capitarmi presto, dovessi scegliere di accettare il ruolo (solo quegli italiani che hanno provato a fare l’insegnante possono comprendere appieno il significato di cui si carica la parola ruolo quando la scrivi o quando la pronunci), non credo riuscirei a viverla come una deportazione. Non credo che dover abbandonare il luogo che mi è più caro al mondo e che più ho cercato di tenermi stretto mi farà piangere. Non lo credo perché non so farlo: l’ironia della sorte a me di solito fa ridere e basta, ridere come si ride di un amico nei guai, ridere di empatia, ridere di tenerezza verso me stesso e verso tutti quelli che vivendo vicende simili, saranno miei compagni.

Così è.  Lotti una vita per restare in un posto, pensi di avere ormai trovato il tuo anfratto di scoglio, il luogo in cui restare tappato a ogni mareggiata, poi arriva un’onda così forte che nessun bollettino poteva prevederla, e ti scaglia lontano. Chissà dov’è che ti ha catapultato, non ti raccapezzi più: allora ti fai uscire le bollicine dalla bocca, tanto per renderti conto di qual è il sopra qual è il sotto, poi fai i primi giri di esplorazione, nuoti, nuoti e nuoti, e dopo un po’ capisci che niente: questa è l’acqua.

* Se non dovessi tornare,

sappiate che non sono mai 

partito.

Il mio viaggiare

è stato tutto un restare 

qua, dove non fui mai.

(Giorgio Caproni)

Il mio ombelico vs via D’Amelio

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Il diciannove luglio del millenovecentonovantadue è una giornata che tecnicamente fa parte del secolo scorso. Sul finire del secolo scorso, uno storico abbastanza atipico definì quello stesso secolo scorso come Il secolo breve. Una formula che fece epoca.

Il diciannove luglio del millenovecentonovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso, era vent’anni fa esatti.

Il diciannove luglio del millenovecentonovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, un giovane siciliano abbastanza tipico (“abbastanza tipico” è un modo più indulgente di dire “mediocre”) viveva la sua ultima estate da liceale. Per entrare nell’atmosfera dei suoi futuri studi, quel giorno leggeva Il secolo breve di Hobsbawm. Senza capirci niente, ovvio. (In realtà non è affatto vero: cioè, sì, che non ci capiva niente è vero, ma il libro uscì in Italia soltanto nel millenovecentonovantacinque. Però ci stava bene, quindi facciamo finta che nel novantadue fosse già uscito. Tanto questo post è tutto una frottola, e questo blog è tutto fuorchè credibile, per cui che senso avrebbe rispettare la cronologia?)

Il diciannove luglio del millenocentonovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e precisamente vent’anni fa, un giudice, tipico palermitano coi baffi, fu trucidato diciamo in maniera atipica,  un po’ dalla mafia e un po’ da una combinazione strana di tutta una serie di eventi, persone e personaggi che ancora non s’è capito bene chi fossero e come interagissero.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, mentre il giudice, tipico palermitano coi baffi, veniva atipicamente trucidato un po’ dalla mafia e un po’ dalla strana combinazione di eventi, persone e personaggi, il giovane e tipico siciliano, lettore precoce (quasi veggente) di Hobsbawm, stava rientrando verso casa a bordo della sua vespa pk 50 xl colore blu notte (riverniciata) dopo aver trascorso parte della giornata sull’arenile di Fontane Bianche, a fingersi interessato alle dinamiche storiche del proprio secolo (il secolo breve) nella segreta speranza di suscitare  a propria volta l’interesse di tutti quei giovani culi e quelle giovani minne distese al sole a pochi metri da lui, che costituivano, questi sì, l’autentico oggetto del suo interesse, oltre che il vero motivo dell’avventuroso viaggio fino alla località balneare (avventuroso perché la vespa 50 pk xl colore blu notte era stata sì riverniciata, ma era priva della frizione, orba del faro anteriore e monca della manopola dell’acceleratore. Cosa, quest’ultima, che costringeva il futuro studente in filosofia ad accelerare tirando un filo arrotolato sul proprio dito indice a mo’ di rocchetto, e a procedere dunque con l’andatura di un ciclista circense in equilibrio su una corda sottile e sospesa nel vuoto. Sarebbe per tanto stato senz’altro più agevole e meno rischioso leggere Hobsbawm a casa. Ma a casa non c’erano né culi, né minne: l’internet porno era ancora di là da venire, e per scaricare le foto di Pamela Anderson nuda ci voleva un quarto d’ora di modem a trentasei k. Quindi sarà anche stato il secolo breve, ma ci stava mettendo un sacco di tempo ad andarsene).

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e precisamente vent’anni fa, durante il suddetto avventuroso rientro dal mare, il giovane e tipico siciliano lettore precoce (e posticcio) di Hobsbawm, all’altezza del bivio per Ognina, fu punto da un lapone. Un lapone è come una lapa, però molto più grossa (se non sapete cos’è una lapa significa che siete continentali, e non è colpa mia se siete finiti su questo blog). Questo aveva le dimensioni di un velivolo a motore e il suo pungiglione quelle della cicia di Fassbender (se non sapete cos’è una cicia, ma sapete chi è Fassbender, cos’è una cicia l’avete capito da soli). Il lapone si insinuò sotto la sua maglietta e lo perforò sul ventre, all’altezza dell’ombelico. Per le doti da circense di cui sopra, riuscì a non cadere, a spogliarsi della maglietta, a rimuovere quasi del tutto il pungiglione a mani nude, e a riprendere il viaggio. Ma, a causa del persistere del dolore,  non completò il percorso di ritorno.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, il giovane e tipico siciliano, lettore precoce (e posticcio) di Hobsbawm, nonché muzzicato dalla carabbubbola e dunque bisognoso di cure urgenti, raggiunse una villetta, sita in contrada Asparano, residenza estiva del suo fraterno amico S., di un anno più grande e già regolarmente iscritto al primo anno di medicina presso l’ateneo di Firenze.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, il giovane e tipico siciliano, lettore precoce (e in malafede) di Hobsbawm, nonché muzzicato dalla carabbubbola e dunque bisognoso di cure urgenti, piombò, senza annunciarsi al citofono e senza avere ricevuto alcun invito, nel soggiorno della residenza estiva di S. e dei suoi familiari, urlando frammentarie bestemmie assortite, rivolte alle api, agli apicultori, al miele, ai consumatori di miele, alla natura matrigna, agli insetti suoi figli, agli umani che non avevano saputo sterminarli, al pianeta terra e al roteare delle stelle nell’universo. In preda a convulsioni e spasmi di dolore, si posizionò al centro geometrico della stanza, implorando aiuto, carità, mercede, sollievo dalle sofferenze o, in alternativa, una morte rapida.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, cessate le sue urla scomposte, il soggiorno di S. divenne il luogo più tetro e silenzioso che il futuro studente universitario avesse mai visitato durante il breve arco di secolo breve da lui vissuto fino a quel momento.

S. lo condusse fuori, sulla veranda. Aveva bisogno di più luce, e raggiunsero un angolo lontano dalla casa, un punto dove l’incannicciato che copriva la veranda era assente e il sole picchiava forte. S. aveva in mano un coltello, e raschiò via dalla sua pelle il residuo di pungiglione. Si concentrò al massimo sull’operazione e quando ebbe finito, prima di alzare lo sguardo e chiedere all’amico se adesso andasse meglio, disse con una voce ferma e precisa almeno quanto lo era stata la sua mano: hanno ammazzato il giudice Borsellino.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, S. disse questa frase come un’incidentale in mezzo a due virgole, una specie di parentesi tonda tra la pancia del futuro studente e il pungiglione dell’ape. O forse fu solo che il futuro studente ero troppo preso dal suo dolore per riuscire a respirare quello che c’era dentro la frase di S. , e gli ci vollero minuti interi prima di liberarla dalla punteggiatura e farla diventare la proposizione principale di quella giornata. Passati quei minuti il futuro studente ed S. rientrarono in soggiorno per sentire che diceva la tv.

Oggi, diciannove luglio duemiladodici, tecnicamente fuori dal secolo scorso e trascorsi ormai vent’anni esatti, so – con la nitida certezza del ricordo – che S. rimase così concentrato sul mio pungiglione per tutti quei secondi in più dopo averlo rimosso per poter dire quella frase come se fosse stata una notizia qualunque, cioè per dirla senza piangere.

Oggi, diciannove luglio duemiladodici, tecnicamente fuori dal secolo scorso e trascorsi ormai vent’anni esatti, lo so perché so che il soggiorno di casa sua era muto. Muto come il soggiorno delle case in cui steso in camera da letto c’è un parente morto e qualcuno che lo veglia.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, dentro al soggiorno di casa di S., muto nonostante la televisione a volume piuttosto alto e tutta la sua famiglia intorno, mi sedetti su una sedia di bambù intrecciato e mi ricordai di una cosa che mi aveva detto mio padre in un altro giorno d’estate, un giorno che poi, finito il secolo breve, seppi essere stato il tredici giugno del millenovecentottantaquattro.

Il tredici giugno del millenovecentottantaquattro, un giorno in cui io ero solo un bambino di dieci anni, in un altro soggiorno (quello di casa dei miei nonni) e sempre davanti a una televisione accesa, mio padre mi chiese di sedermi accanto a lui per qualche minuto, e per tutto il tempo che rimasi seduto mi carezzò la testa con la mano.  Vieni qua, mi disse, guarda quanta gente che c’è a Piazza San Giovanni. Così quando sarai grande te lo ricorderai, quanta gente c’era a Piazza San Giovanni per questo funerale.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e precisamente vent’anni fa, dentro al soggiorno di casa di S., muto nonostante la tv a volume piuttosto alto e tutta la sua famiglia intorno così muta che faceva un silenzio assordante, pensai che mio padre aveva avuto ragione, quell’altro giorno lì, perché in quel momento me lo stavo ricordando, quanta gente c’era stata a quel funerale di Piazza San Giovanni. Pensai anche che adesso ce ne sarebbe stato un altro, di funerale, e chissà quanta gente ci sarebbe stata. Ricordo che prima mi venne una voglia immensa di andarci anch’io, a quel funerale che tra poco sarebbe stato celebrato, e dopo invece mi passò, in favore di un’altra voglia, quella di avere di nuovo dieci anni, con mio padre ancora seduto lì accanto a me, nel soggiorno di casa di S., ad accarezzarmi la testa.

Poi, a casa, da mio padre, invece, mi ci accompagnò S. con la macchina. Perché quella vespa era un trabiccolo mortale.

Il ventiquattro luglio del millenovecentovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, ai funerali di Paolo Borsellino c’erano diecimila persone, e io e mio padre eravamo di nuovo nel soggiorno dei nonni, davanti alla televisione. Però stavolta mio padre non mi chiese di guardare i funerali seduto accanto a lui. Non era dolce come quell’altro giorno, e non mi accarezzò la testa con la mano. Anzi, era quasi arrabbiato  (anche se non capivo bene con chi, e forse non lo era con nessuno in particolare, ma ce l’aveva un po’ con tutti)  quando mi disse: Tu qua non ci resti. Te ne vai a studiare fuori, lontano, a Pisa.

Il ventiquattro luglio del millenovecentovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, finito di guardare i funerali e i telegiornali, io tornai con la vespa, ormai riparata, nella veranda di S. all’Asparano. Gli dissi: Vado a studiare a Pisa. Pisa e Firenze sono vicine, no?. S. mi disse che sì, erano molto vicine. Ma poi mi guardò come mi aveva guardato quando aveva in mano il coltello: io però mi trasferisco a Roma. Durante quella settimana, S. aveva deciso di iscriversi a un’altra facoltà. Voleva fare giurisprudenza e diventare un magistrato. Io pensai che a togliermi il pungiglione era stato bravo, quindi che poteva fare bene bene il medico era quasi sicuro, invece il magistrato boh, come facevo a saperlo? Ma non glielo dissi. Gli dissi: suca! Che era una cosa che ci dicevamo sempre. A volte era un saluto, a volte un commiato e a volte significava proprio suca. Lui mi disse: forte! che allora era la risposta obbligata. Io guardai S. e mi sembrò Gulliver, per quanto era diventato più grande di me in quella settimana. Mi sentivo così ammirato che volevo dimostrarmi intellettualmente degno della sua amicizia.  E allora sbruffoneggiai:

– Ma tu lo sai che questo è il secolo breve?, gli dissi.

Lui rimase colpito. Poi mi rispose:

– No, non lo sapevo. Tu invece lo sai che…

– Cosa?

– Suca.

– Forte.

Il ventiquattro luglio del millenovecentovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, accesi la vespa per lasciare casa di S.

Quando fui sul cancello, sicuro che non potesse più replicare, mi girai verso di lui e gli dissi: “Ah, S., mi sono dimenticato una cosa”. Lui mi chiese cosa. E io gli dissi: “Sucaaaaaaaaa”,  accelerando fortissimo (grazie alla manopola nuova) e sparendo senza dargli il tempo di dire “Forte”.

Quella volta “suca” significava: “Sono con te”.

PS: retrodatare l’uscita del volume di Hobsbawm è forse la cialtronata meno eclatante di queste memorie farlocche, quindi, su questa almeno, dirò la verità. Il libro che lessi quell’estate in realtà era Il tramonto dell’occidente, di Spengler. Naturalmente non ci capii niente lo stesso. E meno che mai mi fu utile a toccare  un solo culo.

Sarò breve. Forse, un giorno.

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'Take this report and reduce it to an acronym.'

Se ti piace Twitter, e Facebook un poco lo schifì, in questo momento sei considerato intelligente.

Secondo Jovanotti sei anche virile, perché sostiene che twitter è per i maschi e facebook per le femmine (qui minuto 34 e seguenti), che è una cosa tipo quella che la  classe A è per le femmine e la Golf è per i maschi.

Un tweet, l’unità di misura del twittare, corrisponde a centoquaranta caratteri  (quaranta in meno dell’obsoleto sms),  link e indirizzi compresi.

Nelle interviste alle celebrità ormai c’è sempre la domanda sull’uso che si fa della rete, e di solito è una scusa per parlare della loro presenza sui social network.

Parlare del rapporto che una celebrità ha con la rete è una cosa bizzarra, eppure nessuno di noi, lettori e spettatori di interviste alle celebrità, la percepisce come tale. Se qualcuno chiedesse alla Bellucci o a Favino “Che rapporto hai con la lavatrice?”, probabilmente si sentirebbe rispondere che ci lava le robbe, e noi attaccheremmo subito a sbadigliare.

Però se gli chiedono che uso fai di internet drizziamo le orecchie e alziamo il volume.

La Bignardi, quando fa questa domanda (e nel suo programma la fa sempre, qui al minuto 24:55), in pratica vuole sapere se l’intervistato guarda i porno. E, anche qua, la domanda è strano che ci appassioni, perché su internet il porno lo guardano tutti. È come se alla domanda sulla lavatrice di prima, ne seguisse subito un’altra, più maliziosa: Dicci la verità però, dai: tu nella lavatrice ci lavi anche le mutande, vero?

La Bignardi in realtà, quando fa la domanda successiva, che è quella sul social network, lancia una specie di sottotesto:  istituisce una specie di equivalenza tra siti porno e siti di social network. E forse c’ha ragione, perché il social network una sua componente voyeuristica ce l’ha per forza .

Twitter ce l’ha un po’ meno di Facebook, e magari è per questo che le celebrità dalla faccia pulita, tipo Jovanotti, si affannano subito a dire che tra i due preferiscono il primo.

Quando però gli viene chiesto perché, la risposta è sempre: sono molto affascinato da questa sfida della brevità. I centoquaranta caratteri, insomma.

Che se ci pensi è è vero: dire qualcosa in centoquaranta caratteri (che sono una frase compresa tra le venticinque e le trenta parole) può essere tanto difficile quanto esaltante. Quando riesci a condensare un pensiero in quel formato, praticamente hai creato o una battuta o un aforisma. Una di quelle frasi che finiscono su Spinoza, e che poi verranno citate fra gli ipse dixit, o messe come esergo di un libro, o forse anche tatuate sull’avambraccio di un calciatore innamorato.

Quindi, se riesci nell’operazione, la tua frase concisa rimbalzerà ovunque sotto forma di citazione, che è il senso e lo scopo per cui su twitter esiste il tasto “re-tweet”. Ok. Ma l’operazione riesce? Raramente. E soprattutto: alle celebrità riesce? Quasi mai.

Quei centoquaranta caratteri sono spesso infarciti di abbreviazioni, parole tronche, acronimi e sigle: in pratica sono duecentottanta caratteri zippati in centoquaranta. E ancora più spesso sono pensieri interrotti, descrizioni abbozzate. Sono dei moncherini. Talvolta, la loro menomazione è fonte di fascino, e quel moncherino è molto evocativo, si avvicina pure un po’ alla poesia. Di norma però è soltanto un handicap, uno spezzatino, una strada senza sbocco. E non è che sia colpa loro. Non è che le celebrità siano particolarmente incapaci di rispettare il formato. Anzi, è gente molto dotata: i cantanti, i giornalisti, gli scrittori sono talentuosi nell’arte della sintesi e ci sono pure abituati, è il mestiere che fanno che li allena così bene. È proprio il mito della brevità, della concisione, che è un abbaglio. Perché? Perché ci sono discorsi destinati a risolversi in ventuno caratteri, tipo:

– Hai comprato il pane?

– Sì

e altri che pretendono un trattato in tre tomi di duemila pagine l’uno e ancora non si esauriscono:

– È possibile generare la vita a partire da un’accelerazione di particelle sub atomiche?

– […]

Esistendo questi due (almeno due) ordini di grandezza dei discorsi, pensare che esista un formato che possa andare bene per tutti è un po’ una scemenza. Allora twitter andrà bene per dire certe cose, e malissimo per dirne altre.

L’obiezione a questo ragionamento è: i grandi scrittori sono sempre capaci di essere brevi e allo stesso tempo dire tutto. E qua di solito il primo che si cita è Raymond Carver (Jovanotti, in questa intervista dalla Bignardi, a proposito della brevità cita subito Ungaretti, che però oltre a essere breve era anche ermetico, quindi forse sarebbe meglio lasciarlo fuori). Ammesso che sia così (e non lo è affatto, a meno che non si ritenga che Carver, scrittore di racconti da venti pagine sia un grande scrittore, e Tolstoj, scrittore di romanzi da mille e più sia uno scribacchino), siamo proprio sicuri che Jovanotti o Fiorello siano grandi scrittori? Può anche darsi, però insomma, attribuirsi da soli in un’intervista questo enorme talento narrativo (Sono affascinato dalla sfida della brevità…) non è presuntuoso?

Twitter, ammantato dal fascino della brevità, viene presentato e si autopresenta come il social network delle persone intelligenti. Ma l’equazione breve = intelligente è un falso mito. Ciò che c’è da sconfiggere nell’essere “lunghi” è la ripetizione. Un concetto, o un’immagine, è sufficiente esporli una volta, bene, in modo che colpiscano, ma soltanto una, e non tanto per ragioni estetiche, ma perché  restano molto più impressi che se li si ripetesse duemila volte in ogni paragrafo. Gli scrittori capaci di grandi condensazioni, che spesso vengono citati dai fanatici dei centoquaranta caratteri, sono quelli aforismatici: Oscar Wilde, Nietzsche. Ecco, quella è una brevità del tutto falsa, apparente. Nietzsche ha scritto libri interi sotto forma di aforisma. Ma appunto ha scritto libri di aforismi, mica ha scritto un aforisma e basta. Prendeva un argomento e lo esponeva in forma di frasi brevi. Non una frase breve, ma molte frasi brevi concatenate che alla fine formavano un trattato.

La brevità autentica esiste, certo che esiste. È quella rara capacità di sapersi scegliere un singolo pensiero e riuscire a dipanarlo in poche frasi efficaci. Roberto Alajmo ha un blog magnifico, in cui dice cose molto precise, lucide, a volte commoventi o divertenti, brillanti sempre, in poche righe al massimo. Ma quella brevità non dipende affatto dal numero di caratteri che impiega. Quella è una brevità che dipende da un’ arte (o artigianato – per me è uguale) che è metà talento e metà sapienza e che consiste nel recintare il proprio pensiero costruendogli attorno una staccionata che ne impedisca il dilagare, il perdersi, lo smarrirsi. Alajmo prende un gessetto e traccia dei confini molto precisi. Si ritaglia una stanzetta di pochi metri quadrati e poi la pulisce fino a quando non brilla: dice solo quello che di questa cosa, di questa vicenda, di questo film, di questa persona, si può dire, senza divagare nemmeno di una virgola, andando da qua a là per la strada più breve, e senza mai saltare lo steccato che ha alzato prima di mettersi a scrivere quell’articolo.

 La brevità di Twitter è falsa perché è ricavata da un modello unico. In pratica, se uno volesse concedersi una sottigliezza, non è brevità: è solo velocità. Sui centoquaranta caratteri ci si sfreccia, ma ci si uniforma. È quel tipo di velocità che hanno i mobili Ikea: li monti in un attimo (minchiate, ma vabbe’, facciamo finta), si adattano a tutte le case, solo che poi tutte le case sono uguali. Twitter possiede una brevità apparente, basata su un modello di brevità, i centoquaranta caratteri, che in realtà è molto più prossimo alla ripetizione di quanto non lo sia la lunghezza. La ripetizione è dietro l’angolo perché i centoquaranta caratteri lasciano spesso alle celebrità una specie di fame residua, un languorino. Twittano qualcosa e un’ora dopo ne twittano un’altra. Dopo dieci minuti arriva un nuovo tweet. In un giorno, ne sparano tantissimi. Il tweet è breve “per legge”, e di conseguenza – fatta la legge trovato l’inganno – è molto seriale. È la stessa brevità che può avere Beautiful. Quanto dura una puntata di Beautiful? Venti minuti, sigla compresa. Però c’è una puntata ogni giorno da trent’anni. E Beautiful si ripete, a voglia se si ripete.

Twitter infatti è lo strumento perfetto per le celebrità che si manifestano ai propri follower, come se fossero eternamente sul palco, anche quando sono a casa sul divano (follower, appunto: una volta si diceva fan, cioè “fanatico” ora si dice follower, cioè “seguace”, che da un lato è meno patologico di fan, ma dall’altro ha un che di settario che forse è pure peggio) proprio perché è seriale: è come un reality show. Un romanzo lungo, che spesso racconta una vita intera, quando è buono, è molto più sintetico di un reality show. Il romanzo lungo, per riuscire, deve tagliare tutto ciò che c’è di superfluo nelle vite dei personaggi che racconta: tagliare e dire solo ciò che è saliente, funzionale alla storia. Il reality si prende venti minuti al giorno per raccontare tutto di quelle vite, dettagli inutili compresi, anzi in particolar modo il superfluo, tutto ciò che in un buon romanzo verrebbe scartato, limato via, asciugato perché irrilevante. I tweet dei famosi dei famosi sono quasi uguali a un reality.

Come mai tante righe su questo argomento? Ovviamente per difendere i post lunghissimi di questo blog inutilmente prolisso, frutto dell’incapacità di sintesi del loro autore, che in effetti non sa usare twitter, preferisce facebook, e potendosi permettere una macchina, comprerebbe una Classe A.