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Biglietto (lungo) lasciato prima di non andare via*

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(Questo post è uscito su Wired)

Ho passato tutta la mia vita adulta a cercare un modo per non andarmene da Siracusa. Anzi sono abbastanza convinto che la decisione di non andarmene da Siracusa sia venuta a coincidere con il momento in cui ho cominciato a diventare adulto, o forse solo con il momento in cui ho cominciato a capire che diventare adulti aveva a che vedere con decisioni di questo tipo.

Da lì in poi, mi è sembrato che risolvere quello che ancora avevo da risolvere con me stesso, le varie incertezze, gli ultimi tratti di personalità ancora da definire, insomma la tarda adolescenza, potesse essere risolto a partire da questo cardine, la città dove sono nato e cresciuto e da cui per un periodo ero stato assente.

Quel periodo di assenza, durato poco meno di un decennio, un’esperienza (lunga) che troverei sano fosse imposta a chiunque, come un tempo lo era il servizio militare, l’ho anche benedetto, se non altro perché era servito a farmi scoprire che un cardine c’era, o ci poteva essere, e che incardinarsi, pur non essendo l’unica via per cominciare a guardare al futuro, era un buon punto di partenza da cui mettere in ordine il presente: prima vediamo dove abitare, poi tutto il resto, una cosa alla volta, finché tutto non va al suo posto.

So bene, perché l’ho visto fare ai miei amici, che anche procedere lungo l’altra direttrice (prima che lavoro fare, poi tutto il resto, una cosa alla volta, finché tutto non va al suo posto) avrebbe portato alla stabilità e alla maturazione: delle due, al bivio, ho scelto con naturalezza la strada che più mi si confaceva, non ho dovuto starci a pensare.

C’è una cosa però che forse a una parte d’Italia (sul continente direbbe mia nonna) sfugge: per quanto la mia decisione a quel bivio fosse stata presa con naturalezza, e per quanto con altrettanta naturalezza i miei amici ne imboccarono l’altro ramo, quel bivio c’era, era lì, esisteva, e andava affrontato.

Nascere, crescere, e quindi in qualche modo legarsi affettivamente, a una cittadina del profondo sud, comportava (e comporta ancora) il fatto di doversi trovare, a un certo punto della propria vita, a un bivio di fronte al quale operare una scelta, la scelta tra abitare dove si è nati, facendo qualunque lavoro si riesca a trovare, o andare ad abitare altrove, a fare il lavoro che ci si è preparati a fare.

Non credo sia per forza un male. Anzi forse è perfino una scorciatoia verso la maturità. Presto, magari già dal momento in cui deciderai che è meglio andare a fare l’università fuori, sarai obbligato a elaborare una specie di lutto: il lutto per la realizzazione professionale cui forse rinunci rimanendo, o quello per la perdita della tua città, cui rinunci andandotene.

Lutto è un parolone, un’iperbole di quelle che mi piacerebbe sapere evitare, e lo è ancora di più perché quella è un’età in cui i lutti sono eventi lontanissimi, considerati alla pari di eventi inesistenti, un’età in cui a tutto sembra esserci rimedio, per ogni cosa sembra esserci a disposizione un tempo infinito, una seconda opportunità, di ripensamento o di svolta dietro ogni l’angolo che giri. Potrei quindi forse chiamarlo un lutticino, l’equivalente della morte del pesce rosso, ma resta il fatto che ci sono cittadini di questa nazione a cui il pesce rosso non muore mai, o meglio non è detto che debba morire per forza, e altri cittadini a cui invece muore di sicuro e anche presto, e che quindi presto devono cominciare a fare i conti con l’acquario vuoto.

Lo dico con sincerità, e non solo con l’intento di scacciare via l’enfasi da queste righe: io ho affrontato questo bivio a cuore molto leggero. Ci ho pensato soltanto anni dopo a cosa avevo fatto e perché. Sul momento invece, ho solo fatto la cosa che mi faceva stare meglio: ero stufo di provare il desiderio di essere qua ogni volta che ero là e quello di essere là ogni volta che ero qua. Stufo dei treni stracolmi a Natale e dei biglietti aerei da prenotare con mesi di anticipo, dei traghetti alle cinque di mattina e delle colazioni con l’arancino del Caronte che no, non è affatto il più buono di tutta la Sicilia e sì, è unto da fare schifo.

Ho pensato che questo scisma perenne andasse risolto una volta per tutte: casa e lavoro dovevano coincidere, e siccome la casa era qua, nel senso che qua erano la mia famiglia e i miei amici, e soprattutto qua erano i luoghi di cui avevo vera conoscenza e vera intelligenza, e dunque vero affetto, (e i luoghi al momento è ancora impossibile trasportarli altrove), l’unica cosa sensata era trovare qua un lavoro. Sapevo che un lavoro significava qualunque lavoro, e la cosa non mi spaventava affatto. Anzi, anche dire che non mi spaventava è un’espressione debole, imprecisa, falsa addirittura, perché la paura non c’entrava niente, per avere paura bisogna valutare, e a me valutare non interessava, non sapevo neanche che fosse tramite una valutazione che si  fanno le scelte.

Non posso quindi vantare un periodo di drammi esistenziali risolti per mezzo di sacrifici e decisioni sofferte, e questo non so dire perché non sia accaduto: posso solo ricondurlo alla mia indole personale, al fatto che dentro di me ho vaste zone di superficialità e grandi praterie di facili entusiasmi, e dove anche solo intravedo una soluzione subito mi sembra già raggiunta, e smetto di vedere i problemi che le  pre-esistono, e li do per risolti, e anzi forse per nemmeno mai esistiti.

Perciò niente mi è pesato in questi anni, nessuno di quelli che oggi, a quasi quarantadue anni, posso definire (senza volerne fare spregio, non esistono lavori di cui fare spregio) lavoretti, nel senso di poco stabili, o stagionali, o tipici dei ragazzi, degli studenti, dei principianti, insomma poco consoni a un uomo della mia età. Li ho fatti per anni, li ho fatti tutti, e con un certo buon umore (i lavoretti spesso sono divertenti), ho sorriso di fronte a quelli in nero, a quelli mal pagati (tutti, indistintamente, qualificati o meno che fossero) e anche a quelli mai pagati (molti).

Questo era il posto dove avevo scelto di vivere, e, in questo posto, queste erano le usanze, questa era la vita: questa è l’acqua, diceva lo scrittore, nel senso che un pesce non lo sa cos’è l’acqua, ed è così che secondo me si vive quando si vive con naturalezza dentro qualcosa, perché la naturalezza, se è vera naturalezza, ti ingloba e non devi dartene spiegazione.

Non provavo depressione, sentimento cui spesso ci si riferisce citando quel titolo di Foster Wallace, e credo non fosse neanche rassegnazione, ma non ne sono sicuro, perché ho sempre fatto molta fatica a distinguere la rassegnazione dalla consapevolezza, e mi viene difficile anche adesso, quindi non lo so cos’è che provavo di preciso: di sicuro sapere che questa è l’acqua non mi ha mai fatto desiderare di vivere sulla terraferma.

Questa assenza di smania, questo avere smesso di desiderare altro, me lo dico adesso che sto per affrontare un secondo bivio  (adesso che so un po’ meglio chi ero e un po’ peggio chi sarò) penso mi sia servito a evitarla, la rassegnazione: forse è stato un antidoto che avevo in dotazione solo io, forse era solo con me che poteva funzionare, fatto sta che finché doveva funzionare ha funzionato, ed è stata tutt’uno con la naturalezza, con l’acqua,  oppure, se vogliamo ancora una volta accogliere la suggestione della cultura fatalista tipica del meridione, era proprio da là che veniva, dall’acqua.

Mi rendo conto di avere appena fatto la caricatura di un monaco zen o di un mistico, o forse meglio ancora di un atarassico, cosa che non è, che non è stata, che non poteva essere.

Non sono stati affatto anni sereni, più che a un anacoreta somigliavo all’anziano pastore raccontato da Ernesto De Martino ne La fine del mondo, quello che mentre gli davano un passaggio in macchina, man mano che il campanile di Marcellinara scompariva dal finestrino, gli veniva un attacco di panico e dovevano tornare subito indietro per rassicurarlo.

La serenità c’entra, però poco. Tutto è stato sempre in discussione, la scelta stessa, quella originaria, quella presa con disinvoltura di fronte a quel bivio, è tornata, mi sono rivisto più volte fermo a quell’incrocio, in sogno o in pieno giorno, in un giorno difficile, di quelli in cui ti penti,  o in uno felice, di quelli in cui le possibilità cui si è rinunciato, le potenze irrealizzate si affacciavano, balenando di nuovo come per dire che forse quello era il momento giusto, quello in cui finalmente sarebbero diventate atto.

Eppure ogni volta che questo pensiero è comparso, ogni volta che la tentazione di un meglio, di un di più, della terraferma, è venuto a visitarmi sott’acqua io mi sono confermato nella mia scelta, ho sentito con distinzione di essere nient’altro che un pesce, e che non solo quest’era l’acqua, ma anche che sulla terraferma, nel giro di niente, sarei finito di nuovo a panza all’aria, a dibattermi tra il me di e il me di qua, e quindi no, grazie, sono lusingato ma rimango dove sono.

Invece è arrivato questo agosto del 2015, e io che tutta la vita ho cercato modi per rimanere, lavoretti per rimanere, pezze di appoggio, aggrappi anche minuscoli per non allontanarmi dallo scoglio, da un momento all’altro potrei vedermi offerta una cattedra, un posto fisso, la conclusione felice di anni di attesa, il lieto fine, il tutto e subito: da zero a di ruolo in un secondo solo. A patto di andarmene da qua.

Mi infastidisce la parola deportazione, ho provato a scrivere di me stesso senza usare esagerazioni di questo tipo, e mi piacerebbe che si sforzassero di farlo un po’ tutti quelli che intendono riferire le proprie condizioni di vita, perché io di vite tragiche non ne ho mai viste, se non a teatro, e secondo me le vite, quando sono vere, più vogliono sembrare tragiche e più finisce che sembrano ridicole.

Però ho letto su un quotidiano nazionale di un marito e una moglie, tutti e due insegnanti e con due figli. Ho letto che dovranno spostarsi, probabilmente il marito in una regione e la moglie in un’altra, e pagarsi due case, e due affitti, e decidere con chi andranno a stare i figli, magari dividendoseli uno per ciascuno, e stabilire chi dei due si terrà la macchina e chi invece il motorino, chi il cassettone del soggiorno e chi invece la camera da letto, proprio come se stessero divorziando. Doloroso, molto. Forse non è materiale da tragedia, però è anche vero che nella sorte c’è tanta ironia, e questa ironia può essere potente, fare ridere come fare piangere.

Per questo ora mi sembra pura cattiveria ricordare la costituzione. La costituzione è un po’ cattiva di suo, solo che non ce ne accorgiamo: la usiamo sempre quando c’è da rivendicare un diritto, però difficilmente ce ne ricordiamo quando fa da ammonimento ai doveri. E invece ecco l’articolo 98, infame, a dire che I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della nazione. Dice così: della nazione. In pratica dice che l’insegnante di una scuola pubblica è come un bersagliere, va dove c’è bisogno di lui, è al servizio dell’Italia intera e non della regione o della provincia dove è residente, è soggetto alla stessa logica di un militare, s’è scelto un mestiere che prevede spostamenti, dislocazioni più che deportazioni, cioè spostamenti dettati da esigenze logistiche, a volte anche pressanti, come quelle che fecero sentire a Danilo Dolci l’urgenza di lasciare il nord Italia e venire a fare l’educatore a Partinico, spontaneamente, perché era là che c’era più bisogno di lui e delle sue pratiche.

Dovesse capitare a me, e potrebbe capitarmi presto, dovessi scegliere di accettare il ruolo (solo quegli italiani che hanno provato a fare l’insegnante possono comprendere appieno il significato di cui si carica la parola ruolo quando la scrivi o quando la pronunci), non credo riuscirei a viverla come una deportazione. Non credo che dover abbandonare il luogo che mi è più caro al mondo e che più ho cercato di tenermi stretto mi farà piangere. Non lo credo perché non so farlo: l’ironia della sorte a me di solito fa ridere e basta, ridere come si ride di un amico nei guai, ridere di empatia, ridere di tenerezza verso me stesso e verso tutti quelli che vivendo vicende simili, saranno miei compagni.

Così è.  Lotti una vita per restare in un posto, pensi di avere ormai trovato il tuo anfratto di scoglio, il luogo in cui restare tappato a ogni mareggiata, poi arriva un’onda così forte che nessun bollettino poteva prevederla, e ti scaglia lontano. Chissà dov’è che ti ha catapultato, non ti raccapezzi più: allora ti fai uscire le bollicine dalla bocca, tanto per renderti conto di qual è il sopra qual è il sotto, poi fai i primi giri di esplorazione, nuoti, nuoti e nuoti, e dopo un po’ capisci che niente: questa è l’acqua.

* Se non dovessi tornare,

sappiate che non sono mai 

partito.

Il mio viaggiare

è stato tutto un restare 

qua, dove non fui mai.

(Giorgio Caproni)

What Would They Say with What Would I Say?

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C’è in giro un’applicazione divertente che piglia i tuoi status Facebook, li sminuzza e poi li frulla insieme a casaccio, creando uno status nuovo da quelli vecchi. Si chiama What Would I Say e per chi si ritrova a leggere i pasticci che ne vengono fuori, l’effetto è comico (anche se annoia presto). Per chi invece si vede scomporre e poi ricomporre le sue frasi da una macchina, a un certo punto la cosa diventa più dolorosa che umoristica. Spuntano fuori, isolate e quindi anche sincere, le ossessioni, le ripetizioni, i vezzi di scrittura e quelli logici, lo spirito di patata e tutto ciò che con ogni probabilità ti rende odioso agli altri senza che tu te ne accorga.

Inizialmente ti metti  a cliccare “Genera status” come un pazzo e ti autocompiaci: ahahaha, com’è spiritoso il mio bot. Ma se insisti, la risata si fa amara, si delinea un autoritratto impietoso: messo di fronte a una specie di specchio rotto che ti frammenta nei vari dettagli, ti accorgi che pezzo per pezzo fai proprio schifo, e che solo lo sforzo di assemblaggio operato dal tuo sguardo (l’hai addestrato per anni e anni a recapitarti un’immagine tollerabile di te stesso) riesce a renderti sopportabile l’idea che a un essere tanto abietto quale tu sei, sia concesso di girare a piede libero per il web. Insomma è come una seduta psicanalitica gratis: quantomeno non devi pagare nessuno per farti diagnosticare una personalità vomitevole, fatta di pensieri scadenti.

A questo punto però, visto che ti sei riempito di mazzate da solo e sei tutto dolorante, cerchi disperatamente qualcosa che ti impedisca di procedere oltre nell’autodafé, e allora ti metti a gironzolare per le bacheche altrui alla ricerca di qualcuno messo peggio. Bene. Ti sfreghi le mani e cominci il tour. L’applicazione impazza ovunque, e nel giro di cinque minuti hai un repertorio di casi clinici che Freud starebbe già salivando. Lo spirito ti si risolleva. Troppo: adesso sei in preda a complessi di superiorità e comincia a farsi strada un pensiero irriverente.

Questi status generati da What Would I Say, alla fine cosa sono? Insalate di parole. Chi le faceva le insalate di parole? I futuristi.

Il futurismo viene classificato dai manuali di letteratura come avanguardia storica. Le avanguardie si considerano storiche quando si esauriscono: un esperimento che per un certo periodo innova, smuove le acque, ma che da un dato momento in poi si conclude, vicolo cieco, si scopre che questa strada non andava in nessun posto. Nessuno più, quindi, nel 2013 dovrebbe comporre testi secondo la tecnica dell’insalata di parole, o del flusso di coscienza modernista alla Joyce, o del nonsense dadaista.

Ma siamo sicuri che sia così? Il pensiero irriverente di cui sopra si fa sempre più bastardo. Facciamo finta che certi libri siano bacheche Facebook. Questo per esempio è Giuseppe Genna, da Fine impero, un libro uscito per Minimum Fax quest’anno, con gran favore di critica e con un discreto successo di pubblico (anche secondo me è un gran bel libro), pagina a caso:

«Rifare al contrario il percorso, da Milano centro verso il Corvetto, aderendo al cemento fino al Camposanto a Chiaravalle, fino alla firma automatica su fogli inutili, in cui si confondono i caratteri stampati, fino ad andare fuori fuoco, i fogli bianchi, quindi, fosforescenti, firmati»

Questo invece è il me stesso generato da What Would I Say su facebook:

«Stamattina un ulteriore effetto: facciamo cadere il sapore dei capelli a costoro, mentre attendono in piedi il bruciore causato dalle visite»

I due periodi, presi così, somigliano entrambi pericolosamente a un verso di Bondi. Ma è chiaro che le parole di Genna hanno un significato deducibile dal contesto (cioè il capitolo, e più ancora il libro, da cui io le ho estratte a forza), e che le mie invece non ne troverebbero uno neanche imbastendogli attorno un’intera cosmogonia: uno è mash up insensato punto e basta, e l’altro è invece uno stile voluto e coerente, lo stile che fa di Fine impero un libro molto originale.

La domanda allora è: perché proprio questo tipo di stile?

Perché serve a spiegare meglio a chi legge ciò che uno ha in testa di dire? Oppure perché serve a puntare il cuore di chi legge, bypassando il cervello, evitando di farlo ragionare su cosa stia davvero accadendo al personaggio, accelerando tutto e facendogli saltare le dinamiche di comprensione, così da catapultarlo dentro un flusso di pensiero e togliersi l’impiccio di descrivere e spiegare?

Mettiamo che sia vera la seconda. In tal caso la domanda sarebbe: ancora? Non era roba da anni ’20 del secolo scorso? Non era storica, quell’avanguardia? A quanto pare no. Quindi vabbè, ci siamo sbagliati, quell’avanguardia non era storica, anzi è così feconda che c’è ancora chi scrive così e ne siamo ancora molto affascinati. Resta il fatto che se le cose stanno in questi termini, allora questa scrittura non è più una novità da un bel pezzo. Al limite è nuova in quanto revival, rifacimento: la si considerava desueta, ma poi è venuto fuori qualcuno che l’ha recuperata. Qualcuno. Cioè uno. Due. Tre. Pochi, insomma. Perché se fossero in molti, sparirebbe pure questo senso di novità, e non saremmo di fronte a un modo di scrivere poi così originale o imprevisto.

E allora piglio un altro libro, abbastanza recente, Veronica Tomassini, Sangue di cane, uscito nel 2011 da Laurana editore e salutato come l’esordio più promettente di quell’anno: Giulio Mozzi lo sponsorizzava molto, candidandolo al premio Strega.

Anche qua stiamo parlando di un’ottima scrittrice, e io non voglio mancare di rispetto a nessuno, solo farmi delle domande oziose.

Bene, pagina 55:

«Ti do ragione, avremmo trovato comunque e in futuro un rosario di nie, non, né, tentennamenti, esitazioni, paraventi fiacchi dietro cui consumare le nostre arringhe, le tue così scarne, simili a un necrologio veramente».

Che ne pensa il mio What Would I Say?

«Qualunque cosa essi dicano è come segare tronchi a petto nudo, con la matita disegnerò sempre le unghie delle percussioni: trascorreranno ere geologiche, e io ancora qui a scriverti».

Diciamo che se mi lasciassi andare, forse riuscirei a essere abbastanza evocativo anch’io.

Mi serve aiuto, sto delirando di superbia. Vediamo se il mio scrittore preferito mi viene in soccorso.

Antonio Pascale (sempre sia lodato) è fissato con la La cura di Franco Battiato: canzone che ci ha ammaliati tutti, facendoci fluttuare privi di peso tra lo spazio e il tempo, ricca di strofe ispirate, che rapiscono e allo stesso tempo spiegano cos’è il vero amore e in cosa differisce da un effimero invaghimento. Questo per esempio è il verso che Pascale cita sempre:

«Tesserò i tuoi capelli come le trame di un canto»

In un bellissimo libro del 2006 (S’è fatta ora, Minimum Fax) il Pascale-personaggio ascoltava questo verso insieme a una comitiva di donne amiche sue, rese languide dalle parole di Battiato. Tale languore innescava nel Pascale-personaggio un ragionamento, un po’ nevrotico e un po’ lucido, che lo portava a elaborare una teoria estetica della manutenzione che personalmente mi sento di sottoscrivere: senti, io non lo so bene come si tessono le trame di un canto, non te lo posso promettere che mi prenderò cura di te in questo modo, però ti posso dire aspetta, hai una cosa in mezzo ai capelli, stai ferma un secondo che te la tolgo.

Forse non è altrettanto poetico, però è senz’altro più comprensibile.

Traggo un ultimo esempio da un altro libro (ribadisco che considero quelli che ho citato tutti bei libri, e i loro autori ottimi scrittori, con una poetica interna che ne giustifica lo stile: libri che è stato piacevole e utile leggere, e che consiglio di leggere a chi non li ha letti).

Viola Di Grado, Settanta acrilico, trenta lana, uscito per e/o, sempre nel 2011, ebbe recensioni entusiaste e autorevoli sostenitori (anche qui ci fu chi disse che se non avesse vinto lo Strega, si sarebbe finalmente potuto dire con certezza che lo Strega è un premio truccato). Ecco una pagina a caso, proprio come farebbe What Would I Say:

«Quella lì che è già notte, ed è già fine, anche se tu volevi una storia in cui tutto è del suono giusto e del colore giusto, e le farfalle volano, e le persone parlano e amano e parlano e amano».

E questo invece sono io WhatWouldISayizzato:

«Le sei si protraggono fino a notte fonda, quando puntualmente nell’ultima partita si raggrumano le banderillas».

Una frase che, in mezzo a un libro di Di Grado, forse non insospettirebbe più di tanto.

Perché se li considero tutti bei libri ho scritto un post sfottente come questo? Aspe’, questa qua la so, me la sono preparata bene: perché scrivendo questo post mi sono comportato un po’ come What Would I Say. Nel senso che non sapevo cosa volevo dire, però l’ho detto lo stesso. E questo ha un po’ di attinenza anche con le frasi degli autori che ho citato.

Ho preso per scherzo qualche brano di bravi autori, cioè di persone che per mestiere o per arte si interrogano sulle parole e sulla loro sintassi, e m’è venuto il sospetto che certi accostamenti di termini (che chi legge finisce per trovare evocativi) possano essere in realtà molto “economici” dal punto di vista compositivo: mi abbandono alle figurazioni che mi si aprono in mente e lascio che trasmettano, più che un pensiero, uno stato d’animo.

Mi sono cioè domandato: non è che costa poco, in termini di fatica, questo modo di comunicare? Senza nulla volere togliere alla riuscita estetica dell’operazione, non è che dietro una frase così c’è poco progetto e tanto abbandono? Se davvero a qualcuno preme comunicare un suo pensiero, davvero può affidarlo in sicurezza a costrutti così passibili di interpretazioni arbitrarie? Non è allora che più che un pensiero, ciò che frasi di quel tipo tentano di far passare sono in realtà le esperienze di vita di qualcuno, rese tramite le tonalità emotive di chi le ha attraversate? E se è così: questi libri sono utili, oltre a essere belli? Oppure è già il semplice fatto di essere belli a renderli utili?

Che poi io ne ho scelti tre (con Battiato sarebbero quattro, ma lui scrive canzoni, e che canzoni, e in una canzone secondo me il discorso si fa ancora più complicato), però veramente potevo aprire la pagina di un autore qualunque (per esempio ho evitato di sparare sulla croce rossa e prendere uno degli ultimi Erri De Luca), anche dei miei preferiti (sì, pure di Pascale o Piccolo), perché la tentazione della bella frase un po’ folle ce l’hanno tutti, e prima o poi una gli scappa anche a chi ha una vescica di ferro: l’autocontrollo totale, specie in un romanzo, non è umano, ed è bene che sia così, perché certi squarci di lirismo aiutano, fanno stare meglio chi li scrive e chi li legge, sublimano certi sentimenti e li rendono immediatamente conoscibili.

Sempre rifacendomi ad Antonio Pascale, però, voglio finire in bellezza, e citare uno che What Would I Say potrebbe smandrappare quanto vuole, senza riuscire a intaccargli la logica di una virgola: Platone.

All’inizio del Gorgia (Gorgia abitava delle mie parti, Sicilia orientale, Lentini, tra Siracusa e Catania, come Battiato, Di Grado e Tomassini: si vede che qua ce l’abbiamo un po’ a vizio), Socrate cerca un accordo preliminare col suo interlocutore: sì, Gorgia, adesso io e te ci facciamo una bella chiacchierata, però per favore tu non fare al solito tuo, asciuga un poco, perché altrimenti io mi confondo e non ci capisco più niente:

«Allora, Gorgia, vorresti continuare a discorrere mediante domanda e risposta, così come facciamo ora e rimandare i tuoi lunghi discorsi ad altra volta? Guarda però di non venire meno a ciò che hai promesso, e cerca di rispondere brevemente a ciò che ti viene domandato[…]»

Gorgia dice di sì, promette come un boy scout, ma Socrate è tosto e non si fida, insiste:

«Dammi dunque prova di questa tua abilità nel rispondere in poche parole: della tua abilità nel fare lunghi discorsi, poi, mi darai prova un’altra volta».

Ecco, a me, come a Gorgia, piacciono i lunghi discorsi (in fondo per descrivere a pieno questo blog basta un solo aggettivo: prolisso), e mi piacciono anche i periodi complessi, gli accostamenti d’immagine e gli aggettivi fantasiosi.

Però mi piacerebbe anche che a un certo punto del suo libro, lo scrittore, qualunque sia il suo stile, si facesse prendere dalla stessa cortesia che Gorgia vuole usare a Socrate, e in una pagina a piacere, dove gli sembra più opportuno, alternasse per qualche pagina il registro e usasse per il suo lettore frasi brevi, esposizione essenziale, lingua media, dandogli modo di ricapitolare un poco i fatti. Altrimenti io, che già non sono certo Socrate, mi confondo. E poi quando chiudo il libro mi chiedo se davvero era utile, oltre che bella, l’arte che ho ammirato.

E stuiativi u MUOS (il mio primo e ultimo post di servizio)

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Il MUOS (Mobile User Objective System) è un sistema di comunicazione satellitare ideato dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America, e attualmente in fase di completamento.

Serve a localizzare obiettivi militari e a trasmettere dati di ogni tipo, dalla voce fino ai contenuti multimediali, raggiungendo navi, aerei, sottomarini e truppe di terra dislocate ovunque sul pianeta.

(qui la pagina Wikipedia)

È composto da quattro satelliti e quattro stazioni terrestri. Una di queste è in costruzione in Italia, nel comune siciliano di Niscemi (CL).

La stazione si trova all’interno di un SIC (sito di interesse comunitario, con vincolo di inedificabilità assoluta dal 1997): la riserva naturale orientata «Sughereta», un querceto su cui già insiste un impianto di comunicazione satellitare di precedente generazione (UFO, installato prima dell’istituzione della riserva).

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La nuova stazione MUOS di Niscemi dovrebbe costituire lo snodo delle comunicazioni militari americane per il Medio Oriente e il Mediterraneo.

A stipulare un protocollo d’intesa con il dipartimento della difesa americana per la costruzione dell’impianto furono, il primo giugno del 2011, l’allora governatore della Regione Siciliana Raffaele Lombardo e l’allora ministro della difesa Ignazio La Russa.

Il sindaco e il comune di Niscemi, dopo aver inizialmente concesso l’autorizzazione preliminare, già nel 2009 si opposero alla costruzione delle quattro antenne, ma la loro decisione venne scavalcata gerarchicamente da quella favorevole espressa nel 2011 dalla Regione Siciliana.

Gli abitanti della zona, preoccupati principalmente dai probabili effetti nocivi delle onde elettromagnetiche (insorgere di diverse patologie tumorali), si costituirono già allora in un comitato (NO MUOS), al fine di chiedere la revoca della concessione.

Altro motivo di opposizione al MUOS è che in quella stessa area è prevista a breve l’inaugurazione di un nuovo aeroporto civile, quello di Comiso (RG), sorto proprio sul nucleo originario di una ex base missilistica americana. Le onde emesse dalle quattro antenne del MUOS recherebbero danni alle strumentazioni necessarie alla sicurezza dei voli, rendendo di fatto impossibile l’impiego dell’aerostazione.

A testimonianza della pericolosità per le strumentazioni di bordo e di terra, viene spesso il citato il cambio di sito operato dalla difesa americana.

Inizialmente la stazione MUOS avrebbe dovuto essere installata presso la base militare di Sigonella (nei pressi di Catania), un importante aeroporto dell’aviazione americana. Lo spostamento su Niscemi fu deciso a causa delle interferenze che quel tipo di onde avrebbe causato sugli impianti già presenti in quella base aerea, rilevate da alcuni test preliminari.

Il 6 ottobre del 2012, in concomitanza di una grande manifestazione di protesta organizzata dai comitati NO MUOS, la procura di Caltagirone pone sotto sequestro il cantiere per «violazione delle prescrizioni fissate dal decreto istitutivo dell’area protetta».

Il provvedimento resta in vigore per soli venti giorni, fino cioè  al 26 ottobre (data delle elezioni regionali in Sicilia), giorno in cui il Tribunale della Libertà di Catania dissequestra l’opera, dando il via libera alla prosecuzione dei lavori.

Il procuratore della Repubblica di Caltagirone, in attesa delle motivazioni della sentenza, afferma di voler ricorrere in Cassazione.

Tra il novembre del 2012 e l’inizio del 2013 le manifestazioni NO MUOS si fanno più combattive, reclamando l’attenzione del neo governatore Rosario Crocetta e della giunta appena insediatasi.

A fine gennaio, la commissione Ambiente e Territorio dell’ARS (Assemblea Regionale Siciliana), presieduta dal consigliere del Movimento Cinque Stelle Giampiero Trizzino, si riunisce simbolicamente a Niscemi, a conferma della volontà del nuovo parlamento regionale di procedere a una chiusura del cantiere MUOS.

Il governatore Crocetta chiede uno studio all’Istituto Superiore di Sanità, e infine invia alla base americana un invito formale a interrompere momentaneamente ogni operazione.

L’invito viene disatteso, e il 25 gennaio le forze dell’ordine italiane notificano ai manifestanti che stazionavano nei pressi della base americana il foglio di via.

Si accende anche una polemica tra il ministro dell’interno Cancellieri (sostenitrice della prosecuzione dei lavori) e l’assemblea regionale siciliana.

Vi prende parte anche il governatore Crocetta, che in diverse interviste rivendica la propria competenza territoriale, richiamandosi anche al suo personale credo politico autonomista.

Nei giorni precedenti, si era assistito a uno scontro tra un certo numero di poliziotti in tenuta antisommossa (300 stando ai NO MUOS, 70 stando al prefetto) e i manifestanti che tentano di impedire l’ingresso al cantiere ad alcuni camion carichi di materiale.

La commissione territorio e ambiente presieduta da Giampiero Trizzino (M5S), con l’assessore Mariella Lo Bello (PD) e il presidente della commissione sanità Pippo Di Giacomo (PD), fissa una nuova seduta a Palermo per il 5 febbraio di quest’anno, invitando a partecipare  i rappresentanti dell’ambasciata americana, che declinano l’invito.

Anche il governatore Crocetta diserta la riunione di Palermo, e convoca la sua giunta per quello stesso giorno a Catania, in onore di Sant’Agata, patrona della città (festa molto partecipata e sentita).

La riunione della commisione territorio e ambiente di Palermo mette in luce una discordanza di pareri tra i tecnici che stilarono la prima relazione (quella con cui si autorizzarono i lavori nel 2011) Patrizia Livreri e Luigi Zanforlin e quelli chiamati a esprimersi dall’attuale assemblea regionale, cioè Massimo Coreddu e Massimo Zucchetti, consulenti del comune di Niscemi e docenti del Politecnico di Torino.

I due tecnici che redassero la prima relazione affermano di aver proceduto sulla base dei dati forniti allora dall’ARPA, che forse perché lacunosi o incompleti, non evidenziavano rischi di sorta per la salute e per il territorio.

Il governatore viene raggiunto telefonicamente, e comunica all’assemblea la decisione di procedere a una delibera per la revoca della concessione.

Nella serata del 7 febbraio, si giunge alla compilazione dei documenti per la revoca.

Nella mattinata dell’8 febbraio, l’assessore per il territorio e l’ambiente Mariella Lo Bello prende parte alla riunione del consiglio comunale di Niscemi, per annunciare di persona il provvedimento.

I documenti per la revoca  saranno inviati martedì 12 febbraio sia a Sigonella che a Napoli (sede del comando militare navale USA).

Gli americani avranno da allora trenta giorni di tempo per ottemperare agli obblighi. In caso di controversia legale, dichiara l’assessore Lo Bello, a rispondere sarà il governo italiano.

La responsabilità del governo nazionale, più che di quello siciliano, in una eventuale azione legale dipende da un punto che forse è bene ricordare: la Sicilia è una regione a statuto  speciale, e come tale, nelle questioni che la riguardano (quali ad esempio l’installazione di un impianto MUOS sul proprio territorio) il governatore siede nel consiglio dei ministri del governo italiano con carica pari a quella di ogni altro di  ministro, sebbene con voto unicamente consultivo.

La questione del MUOS viene molto dibattuta sui blog e i siti internet di informazione locale, mentre ottiene meno risalto sulla stampa e gli altri media, specie nazionali. Eppure possiede tutte le caratteristiche per risultare avvincente quanto un spy-story.

Ad esempio tra i celebri documenti segreti diffusi qualche tempo fa dal sito wikileaks di Julian Assange, pare vi fossero alcuni cablo che testimoniavano di un incontro tra il ministro La Russa e il suo omologo americano, in cui il primo sembrava adoperarsi molto per convincere il governo USA a piazzare la quarta stazione terrestre in Sicilia. La cosa sembrava lasciare perplessa perfino la difesa americana, poiché le restanti tre antenne – per precauzione- erano state tutte posizionate in aree prevalentemente desertiche (Australia, Isole Hawaii, una zona remota della Virginia).

Le radiazioni emesse da questo tipo di antenna raggiungono il massimo della pericolosità nel raggio di sessanta chilometri dal punto di emissione (che risulta paradossalmente più sicuro a causa del noto effetto “ombrello”). Tracciando un raggio di sessanta chilometri dall’area della sughereta di Niscemi, si raggiungono centri abitati molto popolosi, quali Caltanissetta, Ragusa, Caltagirone e l’hinterland catanese, che contano diverse centinaia di migliaia di abitanti.

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Altra questione appassionante è quella dei documenti ARPA e della relazione tecnica che ne conseguì.

In prima battuta (tra il 2008 e il 2009), ai tecnici dell’ARPA Sicilia inviati alla base per raccogliere dati relativi al progetto e all’impatto sul territorio, fu impedito l’accesso e opposto il segreto militare.

In un secondo momento, furono autorizzati alcuni rilievi, parziali e -a detta della stessa ARPA-  insufficienti a dare un parere sulle possibili conseguenze per flora e fauna.

Su questi si basò però la relazione (una sola pagina) dei due esperti dell’università di Palermo, Patrizia Livreri (già consulente per Finmeccanica, e candidata alle precedenti regionali nelle liste dell’UdC, al governo con l’allora presidente Lombardo) e Luigi Zanforlin, utilizzata dalla Regione Siciliana nel 2011 per dichiarare che il sistema MUOS «non comporta condizioni di rischio per la salute dell’uomo».

La relazione dei due docenti di Palermo fu commissionata all’epoca da una società milanese, la Urs, che si occupa appunto di progettazione per interventi ambientali, ed è controllata da una multinazionale, con sede a San Francisco, la Urs corporation, cioè la società a cui i militari americani affidarono lo studio d’impatto ambientale.

Al di là delle illazioni, la relazione su cui si basò il via libera, sembra aver disatteso il principio di precauzione in materia di sanità.

Esiste una classificazione degli elementi, su cui si sono accordati a livello internazionale gli istituti di sanità di molti paesi- tra cui l’Italia- in cinque tipologie:

1) Cancerogeno

2) Probabilmente cancerogeno

3) Possibilmente cancerogeno

4) Incerto

5) Non cancerogeno

Le onde elettromagnetiche rientrano nella terza categoria: sono possibilmente cancerogene. E in questo caso si applica il principio di precauzione. Ovvero, ci si dovrebbe astenere.

Interessante è anche il conflitto di competenze e di poteri che si è messo in moto: una decisione presa dal governo nazionale – difesa a più riprese dall’attuale ministro dell’interno Cancellieri- viene opposta a una seconda decisione presa dall’esecutivo di una regione autonoma a statuto speciale, che la contraddice. È probabile che su questa questione sarà presto chiamata a pronunciarsi la Corte Costituzionale.

Le espressioni che più ricorrono nei commenti e negli articoli on line si richiamano al pirandellismo: gioco delle parti, recita a soggetto, maschere nude, per mettere in evidenza come sia difficile orientarsi nella vicenda e attribuire un valore univoco agli atteggiamenti di ogni singola parte in causa. Questo tono ammanta di un gattopardismo un po’ grossolano e folcloristico molti resoconti, viziandoli in partenza.

Il governatore Crocetta viene spesso accusato di aver temporeggiato, dichiarando solidarietà ai movimenti NO MUOS per poi ritardare i provvedimenti, oppure prenderne di blandi e poco efficaci.

La procura di Caltagione è invece vista come pedina di uno schema giudiziario colluso con la politica regionale, nazionale e internazionale, in cui si prende un provvedimento apparentemente ostile alle antenne MUOS per favorirne in realtà l’installazione.

Man mano che ci si allontana da giornali e siti più istituzionali (Il Manifesto, il Corriere del Mezzogiorno e Lettera43) le tesi che circolano sui blog diventano sempre più suggestive e si avvitano spesso su se stesse (linksicilia se ne è occupato con costanza, ma con un’unico punto di vista, piuttosto militante), a riprova di quanto intricati siano gli eventi, e di come richiederebbero l’attenzione di un giornalismo professionale, autorevole e attento.

Il perché questo latiti, è a sua volta motivo di fascinazione per la vicenda.

One Man’s Meat

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– Cosa c’è dentro?

– Ricotta, sono buonissimi.

– Ricotta?

– Ci sono anche al cioccolato, se preferisce.

– Ricotta? Cioè il formaggio?

– Esatto, ricotta.

– Io pensavo fossero dolci.

– Infatti: questi qua sono cannoli, queste altre invece sono cassate.

– Ma c’è il formaggio.

– Sì, ma sono dolci.

– A me non piace il formaggio.

– Li prenda al cioccolato allora, sono buoni anche quelli.

– Ci sarà mica del formaggio anche lì dentro?

– Niente formaggio, se le dico che è cioccolato, è cioccolato.

– Vuol dire crema al cioccolato?

– Allo stesso modo in cui quella non è ricotta ma è crema di ricotta.

– Allora non è formaggio: è un dolce.

– La base è la ricotta, che sarebbe un formaggio, ma è lavorata con lo zucchero, il che la rende una crema dolce, solo che è al sapore di ricotta.

– Poteva dirmelo, a me il formaggio non piace, ma i dolci sì.

– Lo davo per scontato: siamo al reparto dolci, quello in cui di solito si vendono i dolci.

– Allora dovreste scriverci “crema di ricotta”, non “ricotta” .

– Se ci scrivessimo “crema di ricotta” la gente penserebbe che non si tratta di ricotta vera, ma di un surrogato fatto con solo una piccola percentuale di ricotta. Sa, noi ci teniamo alle materie prime, non ci va che ci prendano per pasticceri che usano surrogati di ricotta.

– Quindi quella è ricotta ricotta, non crema di ricotta.

– La ricotta che usiamo per fare la crema di ricotta è ricotta ricotta. Ricotta purissima, fresca, di pecora.

– Io vorrei solo capire se mangerò del formaggio o mangerò un dolce.

– Esistono dolci al formaggio, capisce? Questo è uno di quelli. Si chiamano dolci di ricotta.

– Ah, come la cheesecake?

– Direi di sì, solo che qui si sa anche che tipo di formaggio è.

– E che formaggio è?

– È ricotta.

– Ci aggiungete lo zucchero e ne fate una crema?

– Zucchero, cannella, poi si lavora un po’, si corregge, si addensa, e alla fine viene fuori questa delizia qui.

– Quindi c’è solo una percentuale di ricotta.

– Una percentuale molto consistente.

– Quanta ricotta c’è in percentuale? Sa, non gradendo molto il formaggio, per me, meno ce ne fosse, meglio sarebbe.

– C’è tutta la ricotta necessaria affinché questo dolce sappia di ricotta.

– Ma su per giù? Per farsi un’idea.

– Direi che siamo sul sessantacinque per cento.

– C’è un trentacinque per cento di altri ingredienti, allora.

– Mi pare una stima accettabile.

– Quindi, nonostante le sue politiche di marketing, questa qui più che ricotta è crema di ricotta.

–  Tecnicamente sì. Comunque lei dovrebbe gradirla più di quanto gradirebbe la ricotta pura, vista la sua avversione per i formaggi.

– Il fatto è che lei qui c’ha scritto “ricotta”, quando invece avrebbe dovuto scriverci “crema alla ricotta”.

– Posso chiederle da dove viene?

– Sud Tirolo.

– Se non sbaglio lì fate dei dolci alla panna che sono squisiti.

– È la nostra specialità.

– Purtroppo a me la panna non piace.

– Quindi non li assaggerebbe neanche?

– Dipende.

– Se non li assaggia si perde davvero qualcosa.

– Ci credo. A me il latte piace molto.

– Quindi le piacerà anche la panna.

– Ma la panna è dolce, no?

– Vorrei ben vedere.

– Non mi piacciono i dolci. Però sono ghiotto di latte.

– La panna è a base di latte, sono sicuro che le piacerebbe molto.

– Che vuol dire “a base di latte”?

– Che l’ingrediente principale è il latte, ma ne usiamo solo la parte grassa. Poi c’è lo zucchero, volendo anche un po’ di  vaniglia…

– In che percentuale si attesta il latte presente nella panna?

– Direi che più o meno siamo al sessantacinque per cento.

– Vuol dire che c’è un residuo trentacinque per cento di altri ingredienti?

– Su per giù, ma non so farle una stima precisa.

– Allora dovreste scriverci crema di latte.

– Se ci scrivessimo crema di latte la gente penserebbe di stare mangiando un surrogato del latte. Noi invece ci teniamo molto alle materie prime: usiamo solo latte fresco, appena munto.

– Capisco. Ma se ci trovassi scritto crema di latte la mangerei di certo, per via del fatto che mi piace il latte. Mentre se leggo panna, penso ai dolci, che non mi piacciono, e non mi viene neanche in mente di assaggiarla.

– Lei la fa tanto lunga, ma la panna piace a tutti, si mette su tutti i dolci.

– Anche su quelli alla ricotta?

– Io questo non lo so. Da noi non si fanno dolci al formaggio.

– E non vorrebbe assaggiarne uno, magari con un po’ di panna sopra?

– Panna sul formaggio?

– Le ho spiegato che ciò che lei si ostina a chiamare formaggio è in realtà una crema dolce.

– Al sapore di formaggio, no?

– Al sapore di dolce, come la panna, che sa di latte, ma anche di dolce.

– Dice che ho troppi pregiudizi?

– Io le chiamerei fisime.

– Non sono ancora convinto. Cosa c’è lì dentro, invece?

– Sangue di maiale. Lo cuociamo per farlo raggrumare e poi ci spruzziamo sopra un po’ di zucchero e cacao. Si chiamano “sanguinacci”.

– Fantastico, me ne faccia un chilo.

Il mio ombelico vs via D’Amelio

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Il diciannove luglio del millenovecentonovantadue è una giornata che tecnicamente fa parte del secolo scorso. Sul finire del secolo scorso, uno storico abbastanza atipico definì quello stesso secolo scorso come Il secolo breve. Una formula che fece epoca.

Il diciannove luglio del millenovecentonovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso, era vent’anni fa esatti.

Il diciannove luglio del millenovecentonovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, un giovane siciliano abbastanza tipico (“abbastanza tipico” è un modo più indulgente di dire “mediocre”) viveva la sua ultima estate da liceale. Per entrare nell’atmosfera dei suoi futuri studi, quel giorno leggeva Il secolo breve di Hobsbawm. Senza capirci niente, ovvio. (In realtà non è affatto vero: cioè, sì, che non ci capiva niente è vero, ma il libro uscì in Italia soltanto nel millenovecentonovantacinque. Però ci stava bene, quindi facciamo finta che nel novantadue fosse già uscito. Tanto questo post è tutto una frottola, e questo blog è tutto fuorchè credibile, per cui che senso avrebbe rispettare la cronologia?)

Il diciannove luglio del millenocentonovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e precisamente vent’anni fa, un giudice, tipico palermitano coi baffi, fu trucidato diciamo in maniera atipica,  un po’ dalla mafia e un po’ da una combinazione strana di tutta una serie di eventi, persone e personaggi che ancora non s’è capito bene chi fossero e come interagissero.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, mentre il giudice, tipico palermitano coi baffi, veniva atipicamente trucidato un po’ dalla mafia e un po’ dalla strana combinazione di eventi, persone e personaggi, il giovane e tipico siciliano, lettore precoce (quasi veggente) di Hobsbawm, stava rientrando verso casa a bordo della sua vespa pk 50 xl colore blu notte (riverniciata) dopo aver trascorso parte della giornata sull’arenile di Fontane Bianche, a fingersi interessato alle dinamiche storiche del proprio secolo (il secolo breve) nella segreta speranza di suscitare  a propria volta l’interesse di tutti quei giovani culi e quelle giovani minne distese al sole a pochi metri da lui, che costituivano, questi sì, l’autentico oggetto del suo interesse, oltre che il vero motivo dell’avventuroso viaggio fino alla località balneare (avventuroso perché la vespa 50 pk xl colore blu notte era stata sì riverniciata, ma era priva della frizione, orba del faro anteriore e monca della manopola dell’acceleratore. Cosa, quest’ultima, che costringeva il futuro studente in filosofia ad accelerare tirando un filo arrotolato sul proprio dito indice a mo’ di rocchetto, e a procedere dunque con l’andatura di un ciclista circense in equilibrio su una corda sottile e sospesa nel vuoto. Sarebbe per tanto stato senz’altro più agevole e meno rischioso leggere Hobsbawm a casa. Ma a casa non c’erano né culi, né minne: l’internet porno era ancora di là da venire, e per scaricare le foto di Pamela Anderson nuda ci voleva un quarto d’ora di modem a trentasei k. Quindi sarà anche stato il secolo breve, ma ci stava mettendo un sacco di tempo ad andarsene).

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e precisamente vent’anni fa, durante il suddetto avventuroso rientro dal mare, il giovane e tipico siciliano lettore precoce (e posticcio) di Hobsbawm, all’altezza del bivio per Ognina, fu punto da un lapone. Un lapone è come una lapa, però molto più grossa (se non sapete cos’è una lapa significa che siete continentali, e non è colpa mia se siete finiti su questo blog). Questo aveva le dimensioni di un velivolo a motore e il suo pungiglione quelle della cicia di Fassbender (se non sapete cos’è una cicia, ma sapete chi è Fassbender, cos’è una cicia l’avete capito da soli). Il lapone si insinuò sotto la sua maglietta e lo perforò sul ventre, all’altezza dell’ombelico. Per le doti da circense di cui sopra, riuscì a non cadere, a spogliarsi della maglietta, a rimuovere quasi del tutto il pungiglione a mani nude, e a riprendere il viaggio. Ma, a causa del persistere del dolore,  non completò il percorso di ritorno.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, il giovane e tipico siciliano, lettore precoce (e posticcio) di Hobsbawm, nonché muzzicato dalla carabbubbola e dunque bisognoso di cure urgenti, raggiunse una villetta, sita in contrada Asparano, residenza estiva del suo fraterno amico S., di un anno più grande e già regolarmente iscritto al primo anno di medicina presso l’ateneo di Firenze.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, il giovane e tipico siciliano, lettore precoce (e in malafede) di Hobsbawm, nonché muzzicato dalla carabbubbola e dunque bisognoso di cure urgenti, piombò, senza annunciarsi al citofono e senza avere ricevuto alcun invito, nel soggiorno della residenza estiva di S. e dei suoi familiari, urlando frammentarie bestemmie assortite, rivolte alle api, agli apicultori, al miele, ai consumatori di miele, alla natura matrigna, agli insetti suoi figli, agli umani che non avevano saputo sterminarli, al pianeta terra e al roteare delle stelle nell’universo. In preda a convulsioni e spasmi di dolore, si posizionò al centro geometrico della stanza, implorando aiuto, carità, mercede, sollievo dalle sofferenze o, in alternativa, una morte rapida.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, cessate le sue urla scomposte, il soggiorno di S. divenne il luogo più tetro e silenzioso che il futuro studente universitario avesse mai visitato durante il breve arco di secolo breve da lui vissuto fino a quel momento.

S. lo condusse fuori, sulla veranda. Aveva bisogno di più luce, e raggiunsero un angolo lontano dalla casa, un punto dove l’incannicciato che copriva la veranda era assente e il sole picchiava forte. S. aveva in mano un coltello, e raschiò via dalla sua pelle il residuo di pungiglione. Si concentrò al massimo sull’operazione e quando ebbe finito, prima di alzare lo sguardo e chiedere all’amico se adesso andasse meglio, disse con una voce ferma e precisa almeno quanto lo era stata la sua mano: hanno ammazzato il giudice Borsellino.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, S. disse questa frase come un’incidentale in mezzo a due virgole, una specie di parentesi tonda tra la pancia del futuro studente e il pungiglione dell’ape. O forse fu solo che il futuro studente ero troppo preso dal suo dolore per riuscire a respirare quello che c’era dentro la frase di S. , e gli ci vollero minuti interi prima di liberarla dalla punteggiatura e farla diventare la proposizione principale di quella giornata. Passati quei minuti il futuro studente ed S. rientrarono in soggiorno per sentire che diceva la tv.

Oggi, diciannove luglio duemiladodici, tecnicamente fuori dal secolo scorso e trascorsi ormai vent’anni esatti, so – con la nitida certezza del ricordo – che S. rimase così concentrato sul mio pungiglione per tutti quei secondi in più dopo averlo rimosso per poter dire quella frase come se fosse stata una notizia qualunque, cioè per dirla senza piangere.

Oggi, diciannove luglio duemiladodici, tecnicamente fuori dal secolo scorso e trascorsi ormai vent’anni esatti, lo so perché so che il soggiorno di casa sua era muto. Muto come il soggiorno delle case in cui steso in camera da letto c’è un parente morto e qualcuno che lo veglia.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, dentro al soggiorno di casa di S., muto nonostante la televisione a volume piuttosto alto e tutta la sua famiglia intorno, mi sedetti su una sedia di bambù intrecciato e mi ricordai di una cosa che mi aveva detto mio padre in un altro giorno d’estate, un giorno che poi, finito il secolo breve, seppi essere stato il tredici giugno del millenovecentottantaquattro.

Il tredici giugno del millenovecentottantaquattro, un giorno in cui io ero solo un bambino di dieci anni, in un altro soggiorno (quello di casa dei miei nonni) e sempre davanti a una televisione accesa, mio padre mi chiese di sedermi accanto a lui per qualche minuto, e per tutto il tempo che rimasi seduto mi carezzò la testa con la mano.  Vieni qua, mi disse, guarda quanta gente che c’è a Piazza San Giovanni. Così quando sarai grande te lo ricorderai, quanta gente c’era a Piazza San Giovanni per questo funerale.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e precisamente vent’anni fa, dentro al soggiorno di casa di S., muto nonostante la tv a volume piuttosto alto e tutta la sua famiglia intorno così muta che faceva un silenzio assordante, pensai che mio padre aveva avuto ragione, quell’altro giorno lì, perché in quel momento me lo stavo ricordando, quanta gente c’era stata a quel funerale di Piazza San Giovanni. Pensai anche che adesso ce ne sarebbe stato un altro, di funerale, e chissà quanta gente ci sarebbe stata. Ricordo che prima mi venne una voglia immensa di andarci anch’io, a quel funerale che tra poco sarebbe stato celebrato, e dopo invece mi passò, in favore di un’altra voglia, quella di avere di nuovo dieci anni, con mio padre ancora seduto lì accanto a me, nel soggiorno di casa di S., ad accarezzarmi la testa.

Poi, a casa, da mio padre, invece, mi ci accompagnò S. con la macchina. Perché quella vespa era un trabiccolo mortale.

Il ventiquattro luglio del millenovecentovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, ai funerali di Paolo Borsellino c’erano diecimila persone, e io e mio padre eravamo di nuovo nel soggiorno dei nonni, davanti alla televisione. Però stavolta mio padre non mi chiese di guardare i funerali seduto accanto a lui. Non era dolce come quell’altro giorno, e non mi accarezzò la testa con la mano. Anzi, era quasi arrabbiato  (anche se non capivo bene con chi, e forse non lo era con nessuno in particolare, ma ce l’aveva un po’ con tutti)  quando mi disse: Tu qua non ci resti. Te ne vai a studiare fuori, lontano, a Pisa.

Il ventiquattro luglio del millenovecentovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, finito di guardare i funerali e i telegiornali, io tornai con la vespa, ormai riparata, nella veranda di S. all’Asparano. Gli dissi: Vado a studiare a Pisa. Pisa e Firenze sono vicine, no?. S. mi disse che sì, erano molto vicine. Ma poi mi guardò come mi aveva guardato quando aveva in mano il coltello: io però mi trasferisco a Roma. Durante quella settimana, S. aveva deciso di iscriversi a un’altra facoltà. Voleva fare giurisprudenza e diventare un magistrato. Io pensai che a togliermi il pungiglione era stato bravo, quindi che poteva fare bene bene il medico era quasi sicuro, invece il magistrato boh, come facevo a saperlo? Ma non glielo dissi. Gli dissi: suca! Che era una cosa che ci dicevamo sempre. A volte era un saluto, a volte un commiato e a volte significava proprio suca. Lui mi disse: forte! che allora era la risposta obbligata. Io guardai S. e mi sembrò Gulliver, per quanto era diventato più grande di me in quella settimana. Mi sentivo così ammirato che volevo dimostrarmi intellettualmente degno della sua amicizia.  E allora sbruffoneggiai:

– Ma tu lo sai che questo è il secolo breve?, gli dissi.

Lui rimase colpito. Poi mi rispose:

– No, non lo sapevo. Tu invece lo sai che…

– Cosa?

– Suca.

– Forte.

Il ventiquattro luglio del millenovecentovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, accesi la vespa per lasciare casa di S.

Quando fui sul cancello, sicuro che non potesse più replicare, mi girai verso di lui e gli dissi: “Ah, S., mi sono dimenticato una cosa”. Lui mi chiese cosa. E io gli dissi: “Sucaaaaaaaaa”,  accelerando fortissimo (grazie alla manopola nuova) e sparendo senza dargli il tempo di dire “Forte”.

Quella volta “suca” significava: “Sono con te”.

PS: retrodatare l’uscita del volume di Hobsbawm è forse la cialtronata meno eclatante di queste memorie farlocche, quindi, su questa almeno, dirò la verità. Il libro che lessi quell’estate in realtà era Il tramonto dell’occidente, di Spengler. Naturalmente non ci capii niente lo stesso. E meno che mai mi fu utile a toccare  un solo culo.

Giubileo Vespasiano

Inserito il
Giubileo Vespasiano

nebrodi a bordo del possente giugno 2010 041

Il proprietario, nonché usufruttuario e pilota ufficiale, del mezzo di trasporto più elegante e portentoso mai transitato sul Regno delle due, tre, quattro Sicilie

BANDISCE

i solenni festeggiamenti in onore dell’Eccellente Vespa Piaggio Modello PX 150, nota all’anagrafe della Motorizzazione Civile con la matricola AW 00834, assegnatale in data 8 Luglio 2000 presso la Sezione di Siracusa.
Il comitato per le celebrazioni intende magnificare la carriera quindicennale di cotanto motociclo conferendogli il titolo nobiliare, irrevocabile e sempituro di Regal POSSENTE, mediante alta cerimonia officiativa che avrà luogo l’8 luglio p.v. alle ore 21 e 30 presso la Sala degli Specchi, degli Spacchi, degli Ori, dei Deflori e degli Orifizi del Palazzo Reale.

Alla cittadinanza tutta è fatto obbligo di partecipare e divieto di mancare.

nebrodi a bordo del possente giugno 2010 084

Si ricorda inoltre ai sudditi e ai Pari del Regno che, d’ora innanzi, chiunque avesse necessità di implorare i servigi del festeggiando motociclo dovrà rivolgersi ad esso ricorrendo all’appellattivo ufficiale de “IL POSSENTE“, che d’ora in poi sostituirà la matricola AW 0034 financo  negli eventuali verbali dei Vigili Urbani.
Si informano i residenti in Sicilia che il VIAGGIO CELEBRATIVO DEL QUINDICENNALE prenderà avvio da Ortigia, Siracusa, venerdì 12 Giugno c.a. e terminerà quando cazzo mi pare, toccando i tre vertici della Trinacria
Gli abitanti di ameni borghi campestri, ridenti cittadine di montagna, assolati paesi di riviera e operose città di pianura sono invitati a spargere petali di rosa e srotolare lingue e tappeti rossi all’approssimarsi de “IL REGAL POSSENTE” nel loro territorio. Chi mostrasse ignavia, scarsa lena o aperta mancanza di entusiasmo verrà arrotato (se donna: scippata) seduta stante, senza possibilità di grazia.
Si predispongano inoltre altari votivi di confacente ricchezza e solennità

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su cui gli estimatori de “IL POSSENTE” potranno riversare i propri voti, tenendo conto della seguente simbologia:

1. Ex voto “filo di frizione” = ammirazione sconfinata per l’indistruttibilità delle parti meccaniche,
2. Ex voto “bottiglia intonsa di olio per miscelazione separata motore a due tempi (rigorosamente sintetico, che quello minerale puzza)” = venerazione per la costanza nel rendimento e nelle prestazioni.
3. Ex voto “banconota da 5 euro” = rispetto per il mantenimento dei bassi consumi.
4. Ex voto “tuta da meccanico appartenuta ad Antonio Rinaldo” = stupore per la capacità di sopravvivenza sotto le grinfie di efferati criminali.
5. Ex voto “pergamena di laurea conseguita nel 2000” = gratitudine per chi, a seguito di un successo accademico, fece dono all’umanità de “IL POSSENTE”, (oggi REGAL possente).
Il comitato per i festeggiamenti tollererà e favorirà la libertà di adagiare alle ruote de “IL POSSENTE” ex voto di propria iniziativa simbolica, purché nel rispetto dell’autorità cui ci si rivolge.

IL REGAL POSSENTE rinnoverà la promessa di mantenere fede al proprio appellativo per molti altri decenni ancora a venire, e saluterà la popolazione facendo sfoggio della livrea color Verde Enigma strigliata e lucidata per un intero anno a partire da oggi.

L’editto è promulgato, in alto i caschi.

Breakfast in Sicily

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Siracusa ha un sacco di difetti però ci puoi fare colazione. In quasi tutte le altre città, le colazioni non sanno neanche cosa siano (ve lo dice uno che ha firriato, fidatevi). So che è difficile crederci, però esistono popolazioni molto primitive, che la mattina si nutrono con gli stessi dolci che noi mangiamo dopo pranzo o dopo cena, tipo i pasticcini e le torte: un’usanza barbara, diffusa soprattutto nella mitteleuropa, che non voglio neanche commentare. Ci sono pure stirpi vichinghe che la mattina mangiano sasizza cotta nella sugna e la accompagnano con un bel bicchiere di sanguinaccio, non pastorizzato e corretto alla vodka: non lo fanno perché gli piace (a nessuno può piacere), ma per minacciarti. Se sei in hotel con uno di loro, te ne accorgi. Vogliono solo  ribadire la loro superiorità fisica, comunicarti che se vogliono, ti calpestano, e per chiarirtelo fanno questa dimostrazione di forza: ingurgitano carne di porco con contorno di uova fritte, così tu li guardi e pensi, oddio che energumeno, e quanto è rozzo, guarda cosa è capace di sopportare il suo organismo già di primo mattino. Considerazioni che tu, aristocratico e delicato, svolgi mentre pilucchi un croissant e centellini schiume vellutate, risultando ai loro occhi irrecuperabilmente frocio.

Nelle grandi città italiane, invece, trovi solo cose surgelate, le stesse in tutti i bar, con una specie di zucchero liquefatto sopra che ti appiccica le dita per tre mesi e poi per togliertelo ci vuole comunque l’acqua ragia. Sanno di autogrill o di merendina confezionata, e le mangi per disperazione. Due secondi dopo hai una sete oceanica, ci bevi sopra l’acqua frizzante, il cappuccino ti ritorna nell’esofago sotto forma di yogurt al caffè, loro se ne accorgono e prontamente te lo aggiungono al conto: chi mala junnata.

Qua per fortuna no. Qua ci sono le raviole al forno e quelle fritte. Gli iris, i cornetti, i fagottini, gli involtini, le trecce al pistacchio, le bombe, le graffe e le romane. E poi c’è la regina del bar, che si distingue per la sobrietà e per il fatto che la porti sia d’estate (nella granita o nel gelato) che d’inverno (pucciabilissima in qualunque liquido): la brioscia, con le sue due declinazioni, lunga e tonda col piripicchio. Queste cose, noi popolo avanzato e dai modi urbani, le mangiamo e colazione e basta. Sono dolci che hanno una vita effimera, di poche ore: passato il mezzogiorno sono già sfioriti per sempre, ma se li cogli al momento giusto non esiste niente di altrettanto buono.

In alcuni bar, però, i cornetti e gli altri pezzi dolci li riempiono, e io non lo sopporto. Il riempimento consiste nel prendere la cosiddetta siringa e iniettare dall’esterno la crema di cioccolato o la marmellata dentro al corpo concavo del dolce. È una pratica odiosa, lesiva della dignità dei prodotti da forno, che per la sua violenza ricorda quel tipo di sodomia che viene praticata nelle carceri, e che oltretutto sottrae bontà al dolce. Tutto il buono si concentra infatti in un unico punto, e cioè al centro, lasciando prive di  farcitura le zone periferiche: una specie di governo MPA -Lombardo degli zuccheri, insomma. In più, man mano che ti avvicini al centro, il ripieno tende a schizzare fuori dallo stesso foro per il quale vi è stato introdotto (e mi sto proibendo con grandi sforzi di insistere sulle metafore sessuali per esemplificare l’immagine), rendendo impossibile piantarvi i denti senza farsi stare uno schifo, tipo picciriddo di sei mesi con l’omogeneizzato.

Mi limiterò per tanto a rilevare che nei posti seri, i cornetti e le raviole non vengono mai riempiti a cottura ultimata, ma sempre farciti prima che siano infornati. È una politica di giusta distribuzione delle risorse, che produce maggiore uniformità del godimento, e che  non ti dà mai la sensazione di stare pagando una specie di ingiusta tassa alimentare da un euro e venti per un pezzo di pane con un poco di cioccolata al centro (metà della quale, oltretutto, ti finirà tra il naso e gli occhi, quando non a terra: uno spreco tipico delle oligarchie dolciarie, rette da una casta arroccata sui suoi privilegi, che vessa i propri cittadini tenendo tutta per sé la ricchiezza).

Il bar Cristina di piazza Pancali è una democrazia matura. La clientela che lo frequenta è una società di liberi e di uguali, composta essenzialmente da muratori, operatori ecologici, fruttivendoli e turisti stranieri. L’illuminata gestione dei proprietari persegue da sempre una politica monetaria solida, che ha stabilizzato il rapporto qualità/quantità/prezzo grazie a una finanziaria equa, basata sull’esatta corrispondenza tra centesimi e grammi. Insomma, con un euro ti danno una raviola di un chilo: l’equivalenza è tonda, la fregatura non esiste. Sempre per non creare disparità di classe o di razza, i gestori si rivolgono a distinti signori di Dusseldorf in sandali e calzini bianchi con lo stesso dialetto stretto che usano per rispondere a un piastrellista di Pachino. Se tutti si capiscono perfettamente senza interprete è perché si parlano col linguaggio corporeo del terrore. Se li guardi negli occhi, ti accorgi subito della tensione che aleggia nella sala e tra i tavolini. Non lo so perché (credo sia perché temiamo sempre il diverso da noi) però là dentro c’è una certa aggressività. Tutti hanno paura di tutti. Gli stranieri dei muratori, i muratori degli stranieri, gli stranieri e i muratori dei gestori, i gestori degli stranieri e dei muratori, e tutti, indistintamente, hanno paura di quelle bestie carnivore e voraci travestite da piccioni, rese feroci da un’alimentazione d’accatto a base di resti di ragù di arancino.

È un bar in cui bisogna entrare in punta di piedi: buongiorno, buonasera, ti prendi il cornetto e te lo vai a mangiare fuori. Vi si respira guapparia, e la guapparia incute soggezione, ma la roba è troppo buona per tenersene alla larga. Il salato non è dei migliori, ma sui dolci, specie quelli da colazione, non ce n’è per nessuno. La romana è praticamente un lenzuolo matrimoniale piegato a triangolo. La raviola alla ricotta è un mastodonte ormai estinto in quasi tutti gli altri bar. Il pezzo forte però è l’involtino (o si chiama fagottino? non l’ho mai saputo. Nel dubbio, per non irritare il gestore, lo indico col dito e dico: quello là). È molto pesante, ma di dimensioni ridotte, il che lo rende portatile. E oggigiorno la portatilità è tutto.

Di fronte al bar c’è l’edicola del signor Latina, e se uno si sente così temerario da sfidare i piccioni, c’è anche un tavolino (che guarda caso è sempre libero). Parlo dell’edicola perché il secondo grande punto di forza del fagottino-involtino è che contiene pochissimo zucchero a velo. Se ce ne fosse di più, finirebbe sul giornale, e per qualche strano caso del destino, lo zucchero a velo che precipita giù dai dolci atterra sempre nel bel mezzo della frase più importante dell’articolo, censurandotela. Tu sei là, che pendi dalla bocca dell’editorialista, e parte uno sbuffo di neve che seppellisce mezzo paragrafo. E poi ti tocca spalare come Alemanno. Pare una minchiata, ma la colazione ti fa veleno.

Lo zucchero a velo in eccesso è  da evitarsi. Specie al bar Cristina, che è molto vicino al mercato e dunque molto frequentato dai pensionati. I pensionati vengono spediti al mercato dalle mogli, che siccome non li vogliono in mezzo alle ovaie mentre guardano mattino cinque, gli affidano l’incombenza della spesa. Al bieco scopo di appioppargli una mansione tanto noiosa, li blandiscono con falsi complimenti su quanto sono bravi a riconoscere il pesce fresco e la lattuga senza bruchi. Quello si sente un genio e si fa sette chilometri a piedi con cento chili di buste in mano, alzando le probabilità di schiattare di infarto per lo sforzo (che poi sarebbe il vero motivo per cui la moglie lo manda a fare la spesa).

Dopo che hanno finito, si siedono in un tavolino accanto al tuo e ti guardano con curiosità. Pensano subito che devi essere scemo, e vogliono vedere fino a che punto. Ne sono certi perché hai fatto una cosa che loro non farebbero mai: ti sei seduto e stai consumando qualcosa, tipo il caffè o la brioscia, e questo, secondo la loro mentalità, significa che ti sei fatto fottere i soldi. Perché mai ordinare qualcosa quando è notorio che in quel bar ti puoi sedere senza spendere manco un centesimo? Visto che i gestori lo consentono, per quale strano motivo, si chiedono guardandoti, tu stai consumando? L’unica spiegazione è che sei un pollo, un allocco, un ammuccalapuna.

Che poi loro un caffé se lo berrebbero pure. Ma non là. E non perché là non sia buono (è ottimo), ma solo perché là  ci si può sedere senza pagare, ed è una possibilità che va sfruttata fino in fondo. Il caffè infatti vanno a berselo in un altro bar, in piedi, al bancone: in un posto, cioè, dove non è previsto nulla di gratuito. Altrimenti si sentono scemi. Tu, che mangi il fagottinvoltino seduto al tavolo, o sei cretino o sei straniero.

Per appurarlo, ti osservano. E aspettano. Aspettano. Ti puntano gli occhi addosso e aspettano. Aspettano una sola cosa: che lo zucchero a velo ti finisca sul giubotto. Poi si alzano con una lentezza studiata. Si avvicinano con un passo minaciosso e carico di disprezzo. Si piazzano davanti a te, seduto, e ti proiettano addosso il loro cono d’ombra. E poi ti rimproverano molto aspramente: t’ha alluddiatu tuttu, sì chinu i zuccuro, te ccà, pulizzìati. E ti porgono un tovagliolino di carta come se fosse un guanto di sfida. A te tremano le gambe. Inizi a pulirti come se fossi stato contaminato dall’uranio impoverito e continui a ripetergli mi scusi, non lo faccio più, glielo prometto. L’anziano ti ha già dato le spalle ed è tornato al  tavolino, dai suoi amici scrocconi, che con l’ondeggiare delle loro teste in segno di approvazione, gli stanno facendo quella specie di applauso muto che sanno fare solo gli ultrasettantenni siracusani. Quando si risiede, ti guarda, come per dire: attento perché ti tengo d’occhio. Tu gli fai vedere che la giacca è di nuovo pulita, adesso. E lui ti fa segno che va bene, ora puoi andare. E infatti tu ti alzi e, anche se ancora hai mangiato solo metà dolce, decidi che il resto è meglio se lo butti. Chiudi il giornale e te ne vai. Non prima di essere passato accanto al tavolino degli anziani, averli salutati con rispetto ed avere anche ringraziato il tuo salvatore per averti fatto notare di essere sporco di zucchero.

È solo mentre cammini che ti fai l’unica domanda che avresti dovuto farti subito: ma perché dopo i settant’anni non riescono più a farsi i cazzi loro?