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Essere cornuti a Siracusa

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Qua dire a uno che è un cornuto può risultare pure un gran complimento. Spesso lo diciamo a un nostro caro amico, come per premiarlo di un comportamento spavaldo: a sì ‘n cunnutu, sì. E quello sorride contento. A volte ce lo diciamo da soli, come per darci una pacca sulla spalla: a sugnu ‘n cunnutu, sugnu. A volte lo indirizziamo addirittura ai nostri figli più piccoli, o ai nipotini, a mo’ di vezzeggiativo: è ‘n cunnutellu. Praticamente è sinonimo di essere sperto, cioè furbo, scaltro. In traduzione che significa sperto? Direi che più o meno sta a indicare uno che all’occorrenza è capace di comportamenti riprovevoli, volti di solito a tutelare o promuovere il proprio interesse. Identifichiamo in questo una qualità, che speriamo di riscontrare nella nostra prole sin dalla più tenera infanzia. È auspicabile che il bambino dimostri il prima possibile la propensione a saltare certi passaggi, a cavare il meglio dalla situazione, e soprattutto a farlo subito, alla svelta, intuendo prima degli altri quod facendum est. Molto meglio un figlio sperto che un figlio babbo, non c’è dubbio. Chi lo vorrebbe un bambino che si attiene scrupolosamente alle regole che cerchiamo di impartirgli con l’educazione? Preferiamo di gran lunga averne uno che sappia stupirci per la sua capacità di aggirarle con un’idea di brillante. Una dote da premiare col plauso, ma da mascherare di riprovazione mediante il mistificatorio utilizzo della parola cunnutello. L’ossequio verso la regola è sinonimo di scarsa elasticità mentale. La capacità di procurarsi un vantaggio lo è di intelligenza brillante. Lo stesso vale per te stesso, quando ti autodefinisci un cornuto. In pratica stai anticipando il giudizio altrui su ciò che hai appena fatto (cioè un’azione che non avresti dovuto compiere) e che dunque provocherà in chi vi ha assistito il desiderio di darti del cornuto. E te ne compiaci. Perché conosci (o pensi di conoscere) anche la psicologia di chi ti insulta. Sei cioè convinto che nel  cornuto che ti arriva da chi ti ha visto parcheggiare in tripla fila, ci sia anche una malcelata ammirazione. Avrebbe voluto farlo lui, ma tu sei stato più svelto e l’hai fregato: sei stato più cornuto di lui. E questo l’ha indispettito. L’insulto riusciamo a interpretarlo come una specie di arma spuntata, utilizzata solo da chi ha la sfortuna di non potere fare quello che facciamo noi. Di non poter essere come noi. Non una vera offesa, dunque, quanto piuttosto il marchio dell’invidia più autentica, che bolla come nostro inferiore chi ce la rivolge.

Non so in quante altre città esista questa abitudine di volgere in positivo l’ingiuria, ma qua di sicuro siamo dei virtuosi. In pratica ci sentiamo così in alto, così perfetti, da poterci permettere ogni bassezza senza che questa intacchi il nostro status di privilegiati. Semidei, le cui azioni sono sempre al di là del bene e del male. L’autoironia non c’entra nulla. L’autoindulgenza sì. Ci trattiamo coi guanti gialli. Ci diamo carta bianca su tutto. Ci consideriamo eccezioni alla regola viventi. Noi possiamo quello che gli altri non possono. E se deroghiamo dalla norma, per noi, al massimo c’è un affettuoso buffetto sulla guancia. Lo stesso che diamo a nostro figlio quando ci fa pavoneggiare per una delle sue marachelle da cunnutello. Un rimprovero appena simulato, alla cui radice c’è invece una forte approvazione per quanto si è appena compiuto.

Utilizzare un insulto per esprimere ammirazione è una tecnica molto sofisticata. Rientra in quella prassi linguistica che qua si definisce trasi e nesci.

Dire qualcosa c’o trasi e nesci significa essere capaci di utilizzare un linguaggio ambivalente: qualcosa che possa essere interpretata in un modo, ma all’occorrenza – cioè se la situazione dovesse ribaltarsi – anche nel suo opposto. Definire tuo figlio ‘n cunnutello ti consente di  rimarcare negativamente, in pubblico, la sua spittizza, ma contemporaneamente di autoassolverti come genitore: non è colpa tua se ha fregato la merendina del compagno di asilo, anzi, tu non approvi per niente, gli dai pure del cunnutello. Ci provi a insegnargli l’educazione, ma u picciriddu è troppu spettu. Nel crescere i nostri bambini, siamo mossi da un doppio intento pedagogico, che poi è la vera eziologia del nostro essere socialmente e politicamente schizofrenici. Gli inculchiamo le regole di casa e quelle della buona educazione, e nello stesso tempo gli suggeriamo che trasgredirle nel modo giusto è una gran qualità. Per farlo, li svezziamo con una pappa lessicale speziatissima, a base di trasi e nesci. Ed ecco che senza neanche accorgercene lo catapultiamo nel mondo ambiguo che dovrà abitare. Di fatto costruendolo, questo mondo ambiguo

Traslare tutto questo a un livello più alto è quasi automatico. Chi vorrebbe essere rappresentato o governato da un figlio babbo? Nessuno. Preferiamo tutti che a farlo sia uno sperto. Poi, quando ci raccontano delle sue spittizze, gli diamo del cornuto. Ma giusto davanti alla maestra, per salvare le apparenze. Una volta tornati a casa, ce lo spupazziamo ammirati. E per premio gli regaliamo il nostro voto.