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Archivi del mese: dicembre 2013

Il bluff di Pif

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Dando per scontato che se devi fare un film minchionesco, allora devi fare un sano film minchionesco e non ci devi infilare dentro cose che secondo te lo nobilitano (tipo la storia della mafia in Sicilia) perché altrimenti sei condannato a fare la tipica minchiata dal risvolto social-pensoso, cioè quella attualmente imperante in Italia, cioè quella per cui noi spettatori per non morire si va in America, cioè quella per cui improvvisamente ci siamo accorti tutti che Checco Zalone e i cinepanettoni con Boldi e De Sica alla fine non sono poi tanto male, volevo dire che:

il film di Pif è scarso.

Nel senso che è scarso anche giudicandolo coi parametri del film minchionesco-ambizioso di cui sopra. Perché pure quello lo devi sapere fare con un criterio. E, per dire, Il comandante e la cicogna, può irritare per tutto quell’afflato civico-patriottico, per la paternale sulla decadenza dei costumi e i vari ma in che mondo viviamo però narrativamente è un bel congegno, i personaggi ci sono tutti, non c’è che dire, e la storia d’Italia sullo sfondo è padroneggiata con la sicurezza dell’intellettuale.

Ecco Pif non è Soldini, e infatti ha sceneggiato (male) una puntata de Il testimone (troppo) lunga.

Peccato, perché con Il testimone, Pif s’è inventato questa specie di Socrate pigro, uno che se lo senti parlare con quella voce indolente da ragazzino viziato ti chiedi come abbia fatto a trovare la forza per alzarsi dal divano e arrivare in India, in America, tra i raeliani o sul set di un film porno italo-slovacco. Ha saputo cioè trasformare se stesso in un personaggio secondo me atavicamente siculo, nella migliore tradizione: un Giufà che pone con candore domande spesso scontate, quelle che chiunque di noi vorrebbe tanto che i giornalisti seri facessero, e che i giornalisti seri invece si vergognano a fare perché gli sembrano ovvie.

Fatte da lui, con quella faccia e quella voce, diventano domande maieutiche: con addosso la maschera di quello che veramente non ne sa nulla (senza cioè il sentito dire che inquina alla radice l’approccio alla conoscenza), la pigrizia, la dabbenaggine, lo stralunamento, gli occhi a pampinedda, il disarmo con cui si consegna agli interlocutori diventano strumenti efficaci nel guadagnargli risposte spontanee.

Il film La mafia uccide solo d’estate è il ribaltamento di questo atteggiamento.

Pif ha deciso che lui sa cos’è la mafia perché è nato a Palermo e adesso ce la spiega con un apologo:  Il testimone  va da un se stesso prima bambino e poi giovane uomo a farsi spiegare cosa significa vivere nella città simbolo della criminalità organizzata.

Infatti c’è pure la voce narrante fuori campo, come nel programma tv, solo che il meccanismo si sfascia completamente.

Se pigro e indolente può essere l’intervistatore, non può esserlo anche l’intervistato: non c’è frizione, non c’è dialogo vero. Quale dei due Pif è quello che non sa niente della mafia? E quale invece quello che ci vive dentro?

Confusione, stallo totale: se l’intervistatore sa già tutto, l’intervistato non può dare risposte.

Il film non decolla mai. Più passano i minuti e più la sceneggiatura si riempie di buchi: il bambino (un alter ego di Pif, protagonista del film) si fissa con Andreotti la sera in cui, ansioso di consigli paterni per fare la dichiarazione alla compagnetta di scuola, ascolta il presidente del consiglio raccontare in tv la storia di come riuscì a conquistare la moglie.

Un’idea debole: Andreotti come guida sentimentale. Passi.

Ma qual è la saldatura mentale per cui essere fissati con Andreotti (oltretutto in veste di Signorina Cuorinfranti) coincide con l’essere fissati con la mafia? Qual è il legame tra le due cose? Il pensiero mi è venuto al cinema e mi ha ghiacciato il sangue, perché presuppone un atteggiamento molto, troppo, eccessivamente fattoquotidianista: il legame è Andreotti stesso, nel senso che Pif ritiene così scontato che Andreotti sia un boss mafioso da ritenerlo altrettanto scontato per chi guarderà il film. Il bambino ossessionato da Andreotti è dunque ossessionato ipso facto dalla mafia, poiché Andreotti ne è addirittura la personificazione.

Dalle reazioni che ho osservato in sala mi sono reso conto che effettivamente è così: vedere comparire Andreotti sullo schermo per molti equivale a vedere comparire Totò Riina (nel film compare anche lui, ma in forma di macchietta – non l’unica- da Bagaglino: è così stupido che non sa fare funzionare il telecomando del condizionatore).

Diamola per buona, quindi, facciamo pace col fatto che Padellaro ha vinto sul Sorrentino de Il divo e che Pif è il fidanzato della Innocenzi: rimane comunque che l’atteggiamento scettico de Il testimone se n’è bello che andato.

Se Pif sa già tutto (Andreotti è il vertice della mafia, che ci vuole?) e me lo dice pure nei primi minuti del film, dove mi vuole portare col resto della storia? Facile: in nessun posto. L’ultima parte del film è infatti una specie di agiografia (per carità, niente di male: avere eroi civici è un bene), ma molto raffazzonata e anche un po’ noiosa (i filmati di archivio di una qualunque puntata di Giovanni Minoli sovrastano le mini cartoline di questo film).

Presto arriva l’altro passaggio oscuro, il più importante.

Il Pif-bambino è ossessionato da Andreotti in positivo: appende il suo poster in camera, si veste da Andreotti per carnevale (e qui la memoria corre così sparata all’Oreste Lionello del Bagaglino che davvero non ci capisci più niente: non è strano che uno che vuole fare un film di questo tipo citi tanto esplicitamente il Bagaglino? Gli è scappato? Si è tradito? E ora come fa con la fidanzata?). Però è anche ossessionato dalla mafia in negativo: ne ha paura, teme che possa uccidere lui e la sua famiglia, chiede rassicurazioni al padre (Siamo in inverno adesso? La mafia uccide solo in estate).

Com’è ‘sto fatto? Se la figura del mafioso e quella del politico coincidono,  come fa il piccolo Pif a essere fan di Andreotti (mafioso, no?) e contemporaneamente a temere e schifare la mafia?

Allora per tutto il film ti aspetti che a un certo punto scoppi lo psicodramma: Pif bambino scoprirà che il suo idolo è in realtà il capo dei suoi nemici. Invece non succede.

Di colpo, il Pif giovane uomo sembra animato da spirito critico, ha velleità da giornalista alla Peppino Impastato, vorrebbe occuparsi di politica e malaffare, e invece finisce a fare una specie di Franco Bracardi in un simil Costanzo Show condotto da tale Jean Pierre (altra macchietta inutile) su una tv locale.

Ecco: quando è successo che il bambino è rimasto deluso da Andreotti e ne ha preso le distanze al punto da maturare una coscienza civile così spiccata? E perché noi non ci siamo accorti di questa conversione, di questo ripudio degli idoli che dovrebbe essere la chiave di tutto il film? Se è questo il nucleo narrativo perché viene affrontato solo per accenni criptici?

Il giudice che salta per aria, il commissario di polizia che una volta gli aveva fatto scoprire le iris con la ricotta (comunque solo a Palermo si dice “le” iris, sul resto dell’isola sono “gli” iris, e non si fanno al forno, se le fai al forno non sono più iris: una rosa è una rosa è una rosa fino a un certo punto) che viene assassinato proprio in quel bar, il delitto Dalla Chiesa e poi le stragi di Capaci e via D’Amelio: la parte interessante, la parte da “testimoniare”, poteva essere questo trauma per cui il piccolo fan di Andreotti si trasforma nel cane da guardia del potere (la DC di Salvo Lima e Vito Ciancimino). Invece di questo non c’è traccia.

Anzi peggio: la compagnetta di scuola torna a Palermo e i due si rincontrano. Lei lavora come ufficio stampa e sta organizzando la campagna elettorale per le europee di Salvo Lima. E qua il Pif- giornalista d’assalto pronuncia una confessione che in una sceneggiatura che avesse un senso sarebbe inconcepibile:

A me della politica, della mafia, di Lima, degli attentati non me ne è mai fregato niente. Ho accettato di fare questo lavoro solo per poterti stare vicino.

Boh. Ma come non gliene è mai fregato niente? A un bambino che come prima parola non pronuncia mamma ma mafia? A uno che ha intervistato Dalla Chiesa quando aveva otto anni? A uno che ha ritagliato giornali per tutta la vita? A uno che ha sognato di diventare giornalista d’inchiesta come il suo vicino di casa? A uno così, che per tutto il film ci ha fatto la storia della mafia a Palermo fritta, in pastella e pure con le patate, non gliene è mai fregato niente?

Forse sì, perché dopo questa battuta mi sono convinto che l’unico momento sincero di tutta la pellicola è stato proprio questo: a Pif non gliene fregava niente di fare un film. Voleva solo girare una scena in cui bacia la Capotondi.

Birdwatching vs AndrewBirdlistening

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Disclaimer

Questo scritto ha per oggetto un elogio della musica contenuta nel nuovo EP di Andrew Bird, uscito qualche settimana fa, in particolare di una canzone, la traccia numero quattro, Pulaski at Night. Per tanto se ne sconsiglia la lettura a chiunque non apprezzi Andrew Bird.

Ancor più si dissuade dal proseguire chi disapprovi il turpiloquio, perché all’autore succede con la bella musica ciò che ad alcuni succede con le belle donne: quando si eccita, gli dice le porcherie.

Continuando a leggere potreste per tanto incorrere in uno dei suoi di raptus coprolalici e leggere volgarità di ogni sorta.

Parental advisory

Mamma, hai capito?

Giustificazione estetica

Le volgarità con cui intendo commentare la canzone citata non saranno gratuite, ma frutto di una ponderata scelta stilistica.

Io (è un’opinione come un’altra) ritengo che non si possa parlare di bellezza usando belle parole, perché se la cosa di cui si intende parlare è davvero bella, allora descriverla con termini che scimmiottino la qualità di cui essa è composta (la bellezza, appunto) sarebbe oltraggioso nei suoi confronti. Anzi sarebbe oltraggioso nei confronti della Bellezza stessa: sarebbe da arroganti, da irriverenti, equivarrebbe a auto-issarsi sullo stesso piano di ciò che si vuole lodare. Sarebbe in pratica un atto di superbia, e la superbia: puah, oh schifo, passatemi un cilicio e ordinatemi una cena a pane e acqua.

Stando alla mia teoria, accolta da nessun altro tranne che da me, se una cosa è veramente bella, non bisogna dirne niente se non cose sceme: perché se una cosa è veramente bella ti fa provare solo cose veramente sceme.

E siccome 99 persone su 100 non dispongono di strumenti di analisi estetica così raffinati da poter spiegare la non-scemenza delle cose sceme provate di fronte alle cose belle, allora è meglio dichiarare subito la propria inadeguatezza. Come? Col linguaggio, qualunque forma esso possa assumere.

Per esempio quando gli antichi contadini pagani volevano lodare gli dei per un buon raccolto non componevano versi che gareggiassero in bellezza col sole alto sopra le spighe di grano o con la dolcezza della pioggia leggera sui vitigni riarsi: pigliavano un porco e lo scannavano. E dopo imbrattavano tutto di sugna.

Facevano cioè quello che potevano, stavano nel loro: parlavano tramite un gesto consono alla condizione che vivevano, evitavano ogni presunzione.

Ecco, essendo io un essere grufolante, per parlare di una cosa veramente bella mi ci vogliono le porcherie.

Perché le porcherie, oltre a essere sceme, sono un’ammissione di umiltà: non sono capace di dire nulla di adeguato, e allora per plauderti mi lascerò andare, mi esprimerò assecondando la fuoriuscita di ciò che spontaneamente mi monta dentro, e forse userò toni grevi, ma non per oltraggiarti, solo affinché tu possa cogliere la sincerità dell’intento, la purezza di cuore con cui mi rivolgo a te.

Parole umili ti chiariranno da subito la mia consapevolezza di trovarmi su un piano molto inferiore, mi dichiareranno per il rozzo individuo che sono, indegno di sedere con te a mangiare quella stessa carnazza di porco che  ti sto recando in dono: non perché sia adatta al tuo fine palato, ma solo perché è quanto di meglio io abbia da offrire.

 Andrew chi?

Andrew Bird è uno che si scrive, si orchestra e si produce le composizioni da solo. E spesso nei suoi concerti dal vivo suona da solo pure tutte le partiture: ha una serie di congegni tipo loop machine, ci pesta sopra col piede (io l’ho visto a Roma un paio d’anni fa, e metteva anche un po’ di angoscia: sembra sempre che stavolta non arriva a schiacciare il pedale e fa brutta figura davanti a tutti) e registra live delle basi di canzone su cui poi canta e sviolina. Sì, perché (penso per ragioni di comodità, oltre che per scelta) lui col violino ci fa tutto: ci prende gli accordi come su una chitarra, lo pizzica, ci slappa come su un basso, picchietta con la mano sulla cassa armonica a mo’ di percussione, a volte lo distorce e ci fa un assolo, e poi, naturalmente, lo imbraccia e lo suona con l’archetto.

Da quanto ho appena descritto, dovrebbe risultare abbastanza chiaro che Andrew Bird è un pazzo. O quantomeno uno per cui la musica è un’ossessione.

Breve excursus discografico

Infatti la sua discografia è abbastanza ossessiva: dopo una prima fase più smaccatamente pop (un pop soave) si è via via andato fissando con una forma-canzone ancestrale. Ha fatto una scelta alla Giovanni Lindo Ferretti, ed è andato ad abitare in una fattoria, ci ha installato dentro uno studio di registrazione e s’è fissato con questa storia dell’imitazione dei suoni della natura. Si è dato cioè un’ideale di ruralità, un modello di composizione da inseguire come un entomologo insegue le farfalle col retino, e a dimostrazione di tutto ciò,  ha distillato un ultimo EP  quasi tutto strumentale, nel tentativo di riprodurre con ogni nota un frullo e con ogni accordo uno stormir di fronda.

Sì, ma canta?

Non sposo questa sua recente scelta (anche se la ammiro e la rispetto) perché la voce di Andrew Bird è forse la cosa che più movimenta e rende varie le sue composizioni maniacali: in certi pezzi canta come David Byrne, in altri prende un tono nasale alla James Taylor, due secondi dopo si impenna con la potenza di Kevin Rowland, oppure prima comprime il timbro e poi lo libera, un po’ come fa Sting, e magari dopo sussurra come una specie di Tom Waits senza raucedine, e dopo gorgheggia, vibra, svisa, insomma non sai mai quante volte cambierà modo di cantare dentro lo stesso pezzo.

E poi fischia. Fischia in un modo che si sciolgono i ghiacciai e arriva la primavera. Fischia che gli uccelli gli svolazzano attorno come a San Francesco e tentano pure di ingropparselo, nella speranza di dare una degna discendenza a questa razza di Bird fischiatori sublimi.

Nella traccia in questione purtroppo non fischia. Però almeno canta: è l’unica di quest’ultimo album in cui lo fa.

Vabbe’, però adesso taglia, accorcia, stringi.

Tutta questa (molto lacunosa) premessa su Andrew Bird in generale, serve per dire che questa canzone è un suo pezzo abbastanza tipico: ho visto su youtube un suo live newyorkese in cui la esegue tutta da solo (ok, c’è un tizio sul palco che ogni tanto suona qualche nota di contrabbasso) e altrettanto tipicamente comincia con lui che registra con la loop machine una base, su cui poi mano a mano innesta ritmi e melodie.

Sempre tipicamente, gli innesti di Andrew Bird sono semplici quanto la base (qui sono quattro note di violino, con un piccolo raccordo di basso tra strofa e ritornello), quindi non è che tiri fuori chissà quale dodecafonia, anzi: prende una serie di possibilità melodiche semplici, nel senso di già prevedibili dall’orecchio di chi sta ascoltando, e le combina tra loro in modo imprevisto. Fa cioè quella cosa che riesce solo ai più bravi: non inventa niente, ma usa tutto quello che già esiste talmente bene da spostarlo in avanti e farne una novità.

 Prolegomeni per una filologia birdiana

I testi di solito sono una follia (ne dico dopo) ma questo fa un po’ eccezione già a partire dal titolo: Pulaski at Night (che quantomeno cita in nuce il titolo, più esteso, dell’intero EP: I Want to See Pulaski at Night).

Se non sapete cos’è, o chi è, o dov’è Pulaski, fate come me: fottetevene. Una delle cose più belle di Andrew Bird è che ti puoi fare trascinare dalle sue parole assurde. Una delle mie preferite (Oh, no! contenuta in Noble Beast) è piena di termini poco frequenti nelle canzoni pop, cose tipo Salsified, Calcium mines, Sociopaths, che si combinano tra loro in accostamenti che manco Sgalambro dopo un’indigestione di beccafico.

In Danse Caribe (contenuta in Break It Yourself, album di circa un anno e mezzo fa), per fare un altro esempio, si parlava di esiliare i propri consigliori e di farla finita coi pasifizers (mai capito chi o cosa fossero).

Il testo di di Pulaski at Night ha invece una sua immediatezza: è evocativo, ma si appiglia a delle immagini che quantomeno sono tutte coerenti con un tema.

Forse essendo l’unico che ha scritto per questo disco, ci ha messo più cura del solito, e il risultato è una di quelle poesie paradossali, in cui, se anche tutto si rovescia nel suo opposto, la cosa, anziché inquietare ,rasserena.

Un po’ come succede nei versi di Giorgio Caproni che io amo di più:

Bird (“Pulaski at Night”)

[…] Half empty, half full
Cup runneth over
Horns aplenty
Coffers full
We’re starting over

freccia_obliqua

Caproni (“Ritorno”)

[…] ammezzato

ho ritrovato il bicchiere

mai riempito. Tutto 

ancora è rimasto quale

mai l’avevo lasciato.

E infatti anche qua, come in molte poesie di Caproni, in un certo senso si parla tra le righe di viaggio: un po’ sotto forma di qualcuno che è partito e un po’ sotto forma di qualcuno che si vuole ritorni.

Comunque, la cosa che consiglio di fare io è di leggerselo dopo, il testo, molto dopo, un sacco di tempo dopo.

Per i primi centocinquanta- duecentocinquanta ascolti è più suggestivo afferrare qualche frasetta di quelle che uno riesce a cogliere da solo e ricamarci sopra tutti i castelli in aria che verrà naturale costruire (io l’ho fatto in questo post, di cui mi vergogno molto, ma che bene o male illustra il processo di libere associazioni messo in moto da un testo di Bird).

Qui basti sapere che si parla di Pulaski, di scrivere storie, di dipingere quadri, di ricominciare, di bicchieri mezzi pieni e mezzi vuoti, di illuminare le ombre e ombreggiare le luci, e soprattutto di cartoline: Greetings from Chicago, city of light.

Visto che ho appena dato inizio alle volgarità scrivendo Chicago, direi che è arrivato il momento di scatenarmi.

Tutta Pulaski at Night minuto per minuto

Minuto 00:00 – minuto 00:20

Si comincia con un pizzicato a due voci: di violino (un’ottava sopra) e di contrabbasso (un’ottava sotto), che fanno insieme due giri per introdurre il tema. Il ritmo è lento ma con un che di brioso mistero, tipo uscita di un fauno dall’ombra del bosco. Là per là ne sei un po’ scosso: chi è ‘sto fauno? Che vuole? I fauni si inculavano chiunque, ti sembra di ricordare dai tempi del liceo, maschi, femmine, non andavano per il sottile. Vibri insieme alle corde. Sussulti. Ti senti come se i musicisti ti avessero accordato i peli del culo col diapason e adesso te li stessero suonando con il plettro: non sei sicuro che ti piaccia. Anzi no, non ti piace per niente. Resti in attesa del peggio, ti mal disponi verso la composizione, quasi quasi passi alla traccia successiva.

Minuto 00:20- 00:40

Sopra queste poche note di basso e violino, arriva la voce di Andrew Bird, che canta la prima strofa. Ti tranquillizzi. È una voce morbida, chissà, forse ti dice bene e magari ‘sto fauno si rivelerà essere una fauna femmina. E comunque, quali che siano i tuoi orientamenti sessuali, se continua a cantare così suadente finisce che ti ecciti e gli salti addosso tu:  Andrew ti si è appena consegnato, e non è un fauno, è una specie di Aminta che forse ha smarrito il gregge da qualche parte sui monti dell’Arcadia e adesso sta cercando di fargli da richiamo con la musica. Vengo in pace, ti sta dicendo, godiamoci questo posto, lasciami cantare, tu sdraiati e ascoltami. Nei tre secondi tra 00:37 e 00:40 però la voce cambia un po’ modulazione, si fa più profonda, c’è un vibrato, viene pronunciato un oooover molto lungo. Tu ti sei già sdraiato, ma contemporaneamente hai la sensazione che quell’over non sia la fine di niente, quanto piuttosto l’annuncio di qualcosa.

 Minuto 00:40 – minuto 01:00

E infatti parte il violino. L’atmosfera cambia del tutto: di colpo subentra una gioia bucolica, compaiono ninfette svestite e danzanti, culi, minne, veli che la brezza solleva all’altezza dei fianchi. Tu sei sempre sdraiato, e il primo giro di violino è così bello che ti stai chiedendo se non sia il caso di minartela. Poi al minuto 00:50 arriva il secondo giro, uguale al primo, solo che tu stavolta ci senti dentro qualcosa di ancora più porco, di arabo, di orientale: ti accorgi che le ninfette hanno gli occhi a mandorla, sono geishe, o forse sono odalische, fanno una danza del ventre lentissima, e ti dici che basta, se per caso dovesse partire un terzo giro di violino, stavolta te la mini.

Minuto 01:00 – minuto 01:18

Non ti sbottonare, non è il caso. Andrew ha ricominciato a cantare, e dalla sensualità siamo passati a una specie di ebbrezza. Qualcuno deve aver mesciuto il vino nelle coppe, Bird  sta prendendo gli accordi sul violino tipo chitarra, avverti una gioia leggiadra, che però si spande solo lungo l’arco dei due accordi in maggiore del giro. Non appena arriva quello in minore, Andrew rifà lo stesso scherzetto di prima: dice quell’over calcando forte sulla o e tutto si immalinconisce di botto. Stessa cosa per il giro successivo: buono ‘sto vinello, pensi mentre ti arriva in testa la bottarella dell’alcol, quella che di solito ti incupisce.

Minuto 01:18 – minuto 01:38

Siamo all’inciso. Il vento si calma, la danza si arresta, si ritorna a prima dell’avvento del violino. Ci sono solo le note di basso, quelle dell’inizio, e la voce, che adesso però è più spigliata: lascia intuire che è solo una piccola pausa per riprendere fiato, un intermezzo per lasciare alle ninfette il tempo di cambiarsi d’abito e magari poi uscire sulla scena ancora più festose e succinte. Tu sei sempre là, sdraiato e ancora un po’ sbarzotto, che approfitti della pausa per rinfocolarti nei tuoi propositi onanistici. Anzi no, di più: stavolta oserai alzarti in piedi e tentare di ghermirne una.

Minuto 01:38 – minuto 02: 00

E infatti il giro ricomincia, ed eccoli di nuovo tutti là, il pastore pazzo e la sua comitiva di debosciate agresti, a saltellarti intorno. È tutto uguale a prima (vedi minuto 01:00 – 01:18), ma stavolta il giro si chiude con un accordo in settima, fatto apposta per lasciare qualcosa in sospeso: la musica si arresta del tutto, c’è un lungo attimo di silenzio, dopo di che Andrew Bird dice Come back to Chicago in un modo che:

 – Se sei un eterosessuale convinto come me, lo riascolti almeno cento volte di seguito nella speranza di imparare a dirlo nello stesso modo, sicuro che se riuscirai a imitarlo avrai ai piedi stuoli di ninfette che anziché sfuggirti, ti imploreranno di poterti praticare sesso orale.

– Se invece sei puppo (o se ogni tanto non disdegni) praticamente ti metti a pecora con un cartello “Abusare a piacimento” poggiato sulla schiena.

Minuto 02:00 -minuto 02:40

Riparte il violino, ricompaiono le odalische, il vinello t’ha rincoglionito: ti alzi e balli qualche passo country-western, solo che ti viene una fuori una tarantella tacco-punta più imbarazzante dell’erezione che avevi prima. Che comunque, tra il minuto 02:23 e il minuto 02:40, è destinata a sparire del tutto: l’accompagnamento si attenua e il violino si fa più dolce, accennando un nuovo tema, e l’effetto sul tuo pene è quello che subisce il serpente quando il pifferaio suona per farlo rientrare dentro alla cesta di vimini. Andrew Bird canta in falsetto sopra alle note del violino uuuuh starting over, con un tono da ninna nanna: dormi bimbo bello, addormentati che tra un attimo si ricomincia.

Minuto 02:40 – 03:00

I violini diventano due, fanno una specie di dissonanza sul tema, note lunghe, stirate, struggenti: ti vuole addormentare, sì, ma prima vuole darti la misura di quanto tu sia sfinito. Io non ne capisco niente, quindi ho chiesto un po’ in giro, e pare che effettivamente questo sia il punto della canzone in cui meglio si capisce che Bird è uno che il violino l’ha studiato per davvero e lo sa suonare come un orchestrale. Tu sei cotto, stai per sprofondare, il resto della canzone sarà sogno. E sognerai ciò che hai appena sognato a occhi aperti nei minuti precedenti.

Minuto 03:00- 03:48

Cioè le ninfette, le geishe, le odalische, il fauno, le danze, il violino: stesso giro di prima, ma adesso il clima è veramente più onirico, da circo Felliniano. Bird canta le stesse strofe ma con un entusiasmo da banditore, venghino siori venghino, c’è enfasi e c’è blandizia nel suo tono, ti vuole proprio convincere a ritornare a Chicago, nella città della luce. Quel greetings e quel come back sembrano urlati da sopra un piroscafo che s’allontana tra sventolii di fazzoletto. Di nuovo si chiude sull’accordo in settima. E su quell’ultimo Come back to Chicago che è l’apriti sesamo di qualunque vagina.

Minuto 03:48 – minuto 04: 48

Resta un breve minuto di violino: tutto il circo sale danzando sopra al piroscafo e se ne va. Ti lasciano là, addormentato, e tu non fai neanche in tempo a chiedergli di mandarti una cartolina. Una in cui ci sia scritto Saluti da Chicago, e in cui si veda Pulaski Street illuminata, di notte.

Credits

Questo post deve le poche cose giuste che contiene alla competenza e all’erudizione musicale di Natale Calafiore e Dante Rapisarda, la cui generosità ha consentito all’autore di sparare meno minchiate del solito.