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Archivi del mese: novembre 2013

What Would They Say with What Would I Say?

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C’è in giro un’applicazione divertente che piglia i tuoi status Facebook, li sminuzza e poi li frulla insieme a casaccio, creando uno status nuovo da quelli vecchi. Si chiama What Would I Say e per chi si ritrova a leggere i pasticci che ne vengono fuori, l’effetto è comico (anche se annoia presto). Per chi invece si vede scomporre e poi ricomporre le sue frasi da una macchina, a un certo punto la cosa diventa più dolorosa che umoristica. Spuntano fuori, isolate e quindi anche sincere, le ossessioni, le ripetizioni, i vezzi di scrittura e quelli logici, lo spirito di patata e tutto ciò che con ogni probabilità ti rende odioso agli altri senza che tu te ne accorga.

Inizialmente ti metti  a cliccare “Genera status” come un pazzo e ti autocompiaci: ahahaha, com’è spiritoso il mio bot. Ma se insisti, la risata si fa amara, si delinea un autoritratto impietoso: messo di fronte a una specie di specchio rotto che ti frammenta nei vari dettagli, ti accorgi che pezzo per pezzo fai proprio schifo, e che solo lo sforzo di assemblaggio operato dal tuo sguardo (l’hai addestrato per anni e anni a recapitarti un’immagine tollerabile di te stesso) riesce a renderti sopportabile l’idea che a un essere tanto abietto quale tu sei, sia concesso di girare a piede libero per il web. Insomma è come una seduta psicanalitica gratis: quantomeno non devi pagare nessuno per farti diagnosticare una personalità vomitevole, fatta di pensieri scadenti.

A questo punto però, visto che ti sei riempito di mazzate da solo e sei tutto dolorante, cerchi disperatamente qualcosa che ti impedisca di procedere oltre nell’autodafé, e allora ti metti a gironzolare per le bacheche altrui alla ricerca di qualcuno messo peggio. Bene. Ti sfreghi le mani e cominci il tour. L’applicazione impazza ovunque, e nel giro di cinque minuti hai un repertorio di casi clinici che Freud starebbe già salivando. Lo spirito ti si risolleva. Troppo: adesso sei in preda a complessi di superiorità e comincia a farsi strada un pensiero irriverente.

Questi status generati da What Would I Say, alla fine cosa sono? Insalate di parole. Chi le faceva le insalate di parole? I futuristi.

Il futurismo viene classificato dai manuali di letteratura come avanguardia storica. Le avanguardie si considerano storiche quando si esauriscono: un esperimento che per un certo periodo innova, smuove le acque, ma che da un dato momento in poi si conclude, vicolo cieco, si scopre che questa strada non andava in nessun posto. Nessuno più, quindi, nel 2013 dovrebbe comporre testi secondo la tecnica dell’insalata di parole, o del flusso di coscienza modernista alla Joyce, o del nonsense dadaista.

Ma siamo sicuri che sia così? Il pensiero irriverente di cui sopra si fa sempre più bastardo. Facciamo finta che certi libri siano bacheche Facebook. Questo per esempio è Giuseppe Genna, da Fine impero, un libro uscito per Minimum Fax quest’anno, con gran favore di critica e con un discreto successo di pubblico (anche secondo me è un gran bel libro), pagina a caso:

«Rifare al contrario il percorso, da Milano centro verso il Corvetto, aderendo al cemento fino al Camposanto a Chiaravalle, fino alla firma automatica su fogli inutili, in cui si confondono i caratteri stampati, fino ad andare fuori fuoco, i fogli bianchi, quindi, fosforescenti, firmati»

Questo invece è il me stesso generato da What Would I Say su facebook:

«Stamattina un ulteriore effetto: facciamo cadere il sapore dei capelli a costoro, mentre attendono in piedi il bruciore causato dalle visite»

I due periodi, presi così, somigliano entrambi pericolosamente a un verso di Bondi. Ma è chiaro che le parole di Genna hanno un significato deducibile dal contesto (cioè il capitolo, e più ancora il libro, da cui io le ho estratte a forza), e che le mie invece non ne troverebbero uno neanche imbastendogli attorno un’intera cosmogonia: uno è mash up insensato punto e basta, e l’altro è invece uno stile voluto e coerente, lo stile che fa di Fine impero un libro molto originale.

La domanda allora è: perché proprio questo tipo di stile?

Perché serve a spiegare meglio a chi legge ciò che uno ha in testa di dire? Oppure perché serve a puntare il cuore di chi legge, bypassando il cervello, evitando di farlo ragionare su cosa stia davvero accadendo al personaggio, accelerando tutto e facendogli saltare le dinamiche di comprensione, così da catapultarlo dentro un flusso di pensiero e togliersi l’impiccio di descrivere e spiegare?

Mettiamo che sia vera la seconda. In tal caso la domanda sarebbe: ancora? Non era roba da anni ’20 del secolo scorso? Non era storica, quell’avanguardia? A quanto pare no. Quindi vabbè, ci siamo sbagliati, quell’avanguardia non era storica, anzi è così feconda che c’è ancora chi scrive così e ne siamo ancora molto affascinati. Resta il fatto che se le cose stanno in questi termini, allora questa scrittura non è più una novità da un bel pezzo. Al limite è nuova in quanto revival, rifacimento: la si considerava desueta, ma poi è venuto fuori qualcuno che l’ha recuperata. Qualcuno. Cioè uno. Due. Tre. Pochi, insomma. Perché se fossero in molti, sparirebbe pure questo senso di novità, e non saremmo di fronte a un modo di scrivere poi così originale o imprevisto.

E allora piglio un altro libro, abbastanza recente, Veronica Tomassini, Sangue di cane, uscito nel 2011 da Laurana editore e salutato come l’esordio più promettente di quell’anno: Giulio Mozzi lo sponsorizzava molto, candidandolo al premio Strega.

Anche qua stiamo parlando di un’ottima scrittrice, e io non voglio mancare di rispetto a nessuno, solo farmi delle domande oziose.

Bene, pagina 55:

«Ti do ragione, avremmo trovato comunque e in futuro un rosario di nie, non, né, tentennamenti, esitazioni, paraventi fiacchi dietro cui consumare le nostre arringhe, le tue così scarne, simili a un necrologio veramente».

Che ne pensa il mio What Would I Say?

«Qualunque cosa essi dicano è come segare tronchi a petto nudo, con la matita disegnerò sempre le unghie delle percussioni: trascorreranno ere geologiche, e io ancora qui a scriverti».

Diciamo che se mi lasciassi andare, forse riuscirei a essere abbastanza evocativo anch’io.

Mi serve aiuto, sto delirando di superbia. Vediamo se il mio scrittore preferito mi viene in soccorso.

Antonio Pascale (sempre sia lodato) è fissato con la La cura di Franco Battiato: canzone che ci ha ammaliati tutti, facendoci fluttuare privi di peso tra lo spazio e il tempo, ricca di strofe ispirate, che rapiscono e allo stesso tempo spiegano cos’è il vero amore e in cosa differisce da un effimero invaghimento. Questo per esempio è il verso che Pascale cita sempre:

«Tesserò i tuoi capelli come le trame di un canto»

In un bellissimo libro del 2006 (S’è fatta ora, Minimum Fax) il Pascale-personaggio ascoltava questo verso insieme a una comitiva di donne amiche sue, rese languide dalle parole di Battiato. Tale languore innescava nel Pascale-personaggio un ragionamento, un po’ nevrotico e un po’ lucido, che lo portava a elaborare una teoria estetica della manutenzione che personalmente mi sento di sottoscrivere: senti, io non lo so bene come si tessono le trame di un canto, non te lo posso promettere che mi prenderò cura di te in questo modo, però ti posso dire aspetta, hai una cosa in mezzo ai capelli, stai ferma un secondo che te la tolgo.

Forse non è altrettanto poetico, però è senz’altro più comprensibile.

Traggo un ultimo esempio da un altro libro (ribadisco che considero quelli che ho citato tutti bei libri, e i loro autori ottimi scrittori, con una poetica interna che ne giustifica lo stile: libri che è stato piacevole e utile leggere, e che consiglio di leggere a chi non li ha letti).

Viola Di Grado, Settanta acrilico, trenta lana, uscito per e/o, sempre nel 2011, ebbe recensioni entusiaste e autorevoli sostenitori (anche qui ci fu chi disse che se non avesse vinto lo Strega, si sarebbe finalmente potuto dire con certezza che lo Strega è un premio truccato). Ecco una pagina a caso, proprio come farebbe What Would I Say:

«Quella lì che è già notte, ed è già fine, anche se tu volevi una storia in cui tutto è del suono giusto e del colore giusto, e le farfalle volano, e le persone parlano e amano e parlano e amano».

E questo invece sono io WhatWouldISayizzato:

«Le sei si protraggono fino a notte fonda, quando puntualmente nell’ultima partita si raggrumano le banderillas».

Una frase che, in mezzo a un libro di Di Grado, forse non insospettirebbe più di tanto.

Perché se li considero tutti bei libri ho scritto un post sfottente come questo? Aspe’, questa qua la so, me la sono preparata bene: perché scrivendo questo post mi sono comportato un po’ come What Would I Say. Nel senso che non sapevo cosa volevo dire, però l’ho detto lo stesso. E questo ha un po’ di attinenza anche con le frasi degli autori che ho citato.

Ho preso per scherzo qualche brano di bravi autori, cioè di persone che per mestiere o per arte si interrogano sulle parole e sulla loro sintassi, e m’è venuto il sospetto che certi accostamenti di termini (che chi legge finisce per trovare evocativi) possano essere in realtà molto “economici” dal punto di vista compositivo: mi abbandono alle figurazioni che mi si aprono in mente e lascio che trasmettano, più che un pensiero, uno stato d’animo.

Mi sono cioè domandato: non è che costa poco, in termini di fatica, questo modo di comunicare? Senza nulla volere togliere alla riuscita estetica dell’operazione, non è che dietro una frase così c’è poco progetto e tanto abbandono? Se davvero a qualcuno preme comunicare un suo pensiero, davvero può affidarlo in sicurezza a costrutti così passibili di interpretazioni arbitrarie? Non è allora che più che un pensiero, ciò che frasi di quel tipo tentano di far passare sono in realtà le esperienze di vita di qualcuno, rese tramite le tonalità emotive di chi le ha attraversate? E se è così: questi libri sono utili, oltre a essere belli? Oppure è già il semplice fatto di essere belli a renderli utili?

Che poi io ne ho scelti tre (con Battiato sarebbero quattro, ma lui scrive canzoni, e che canzoni, e in una canzone secondo me il discorso si fa ancora più complicato), però veramente potevo aprire la pagina di un autore qualunque (per esempio ho evitato di sparare sulla croce rossa e prendere uno degli ultimi Erri De Luca), anche dei miei preferiti (sì, pure di Pascale o Piccolo), perché la tentazione della bella frase un po’ folle ce l’hanno tutti, e prima o poi una gli scappa anche a chi ha una vescica di ferro: l’autocontrollo totale, specie in un romanzo, non è umano, ed è bene che sia così, perché certi squarci di lirismo aiutano, fanno stare meglio chi li scrive e chi li legge, sublimano certi sentimenti e li rendono immediatamente conoscibili.

Sempre rifacendomi ad Antonio Pascale, però, voglio finire in bellezza, e citare uno che What Would I Say potrebbe smandrappare quanto vuole, senza riuscire a intaccargli la logica di una virgola: Platone.

All’inizio del Gorgia (Gorgia abitava delle mie parti, Sicilia orientale, Lentini, tra Siracusa e Catania, come Battiato, Di Grado e Tomassini: si vede che qua ce l’abbiamo un po’ a vizio), Socrate cerca un accordo preliminare col suo interlocutore: sì, Gorgia, adesso io e te ci facciamo una bella chiacchierata, però per favore tu non fare al solito tuo, asciuga un poco, perché altrimenti io mi confondo e non ci capisco più niente:

«Allora, Gorgia, vorresti continuare a discorrere mediante domanda e risposta, così come facciamo ora e rimandare i tuoi lunghi discorsi ad altra volta? Guarda però di non venire meno a ciò che hai promesso, e cerca di rispondere brevemente a ciò che ti viene domandato[…]»

Gorgia dice di sì, promette come un boy scout, ma Socrate è tosto e non si fida, insiste:

«Dammi dunque prova di questa tua abilità nel rispondere in poche parole: della tua abilità nel fare lunghi discorsi, poi, mi darai prova un’altra volta».

Ecco, a me, come a Gorgia, piacciono i lunghi discorsi (in fondo per descrivere a pieno questo blog basta un solo aggettivo: prolisso), e mi piacciono anche i periodi complessi, gli accostamenti d’immagine e gli aggettivi fantasiosi.

Però mi piacerebbe anche che a un certo punto del suo libro, lo scrittore, qualunque sia il suo stile, si facesse prendere dalla stessa cortesia che Gorgia vuole usare a Socrate, e in una pagina a piacere, dove gli sembra più opportuno, alternasse per qualche pagina il registro e usasse per il suo lettore frasi brevi, esposizione essenziale, lingua media, dandogli modo di ricapitolare un poco i fatti. Altrimenti io, che già non sono certo Socrate, mi confondo. E poi quando chiudo il libro mi chiedo se davvero era utile, oltre che bella, l’arte che ho ammirato.

Il tedioso argomento

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Jake_G_cartoon

Facciamo che purtroppo ti è venuto in testa di scrivere una cosa, non importa cosa sia, ma solo che sia:

– la cosa che tu vuoi scrivere

– scritta come la vorresti scrivere

Quale scegli? La cosa da scrivere o il come scriverla?

Facciamo che la cosa da scrivere è importante solo se hai un’informazione veramente utile da condividere, cioè merce molto rara. Ce l’hai?

Sì?

Allora è un finto dilemma, non devi scegliere niente: hai cosa scrivere, preoccupati di come scriverlo.

I modi sono in pratica due:

1. Estetica: la scriverai nel modo più bello. Questo comporta rischi altissimi di soggettivismo: cos’è il bello, secondo te?

1.1 Mettiamo che per te bello significhi tanti aggettivi, periodi molto ampi, decorazioni, stucchi, marmi: sei in pericolo. Cioè, non tu: la cosa importante che volevi comunicare. Più la decori, meno facile sarà tirarla fuori dagli addobbi. Non ti conviene. Questa idea di bello è meglio riservarla a quel tipo di cose da dire che non è poi tanto importante dire.

1.2. Mettiamo che invece per te bello significhi minimalismo, asciuttezza, rigore, ordine, pulizia, in una parola: sottrazione fino all’essenziale. Corri altri rischi: togli, togli e togli, puntando a una specie di “peso forma” ideale del tuo testo. Possono succederti due danni:

1.2.1 – Condensi tutto troppo e diventi ermetico: la cosa importante che avevi da dire diventa una verità esoterica.

1.2.2 – Nel furore di potare rami, disboschi così tanto il contesto che l’informazione da importante diventa insignificante: a cosa si riferisce? A chi? Quale ambiente, quale persona (o personaggio)? È come se mi metti in mano l’ultima tessera di un puzzle, che s’incastra su tutti e quattro i lati: è perfetta per quanto è necessaria, però non ho dove inserirla.

Nemmeno questa idea di bello è conveniente, quindi. Lasciamo perdere la modalità estetica: per le cose importanti da dire, non fa al caso nostro.

2. Efficacia. Possiamo disinteressarci del bello e concentrarci sulla funzionalità: l’importante è farsi capire. Ottimo: la cosa importante che hai da dire parlerà da sé. Peccato che è impossibile, mica è ventriloqua.

2.1 Il destinatario

L’efficacia di un testo è senza dubbio un’ideale meno romantico della bellezza, ma su cosa si fonda? L’unico tentativo di darle una misura è il destinatario: a chi devi comunicare questa cosa molto importante? Solo se sai chi riceverà l’informazione, potrai tarare in maniera efficace le tue espressioni. Va bene, cioè magari bene no, ma un po’ meglio di sicuro.  Resta un problema: che ne sai tu del tuo destinatario? Lo conosci davvero? In certi casi sì, in certi casi no.

2.1 I casi sì

Funzionano in questo modo: man mano che si procede nella numerazione progressiva, diminuisce il grado di conoscenza che hai del destinatario, fino a quando a un certo punto (lo decidi tu, volta a volta, e come pare a te) diventano casi no.

Caso sì I: il destinatario sei tu stesso.

Caso sì II: il destinatario è uno che ti somiglia moltissimo, tuo fratello gemello, tuo fratello maggiore o minore, tuo cugino, tuo padre, tua madre ecc.

Caso sì III: il destinatario è un tuo amico intimo

Caso sì IV: il destinatario è un tuo amico un po’ alla lontana

Caso sì V: il destinatario è uno del tuo quartiere

Caso sì VI: il destinatario abita nella tua città

Caso sì VII: il destinatario abita nella tua regione

Caso sì VIII: il destinatario abita nella tua nazione

Caso sì IX: il destinatario abita nel tuo continente

Caso sì X il destinatario appartiene alla fauna terrestre

Se prendiamo per buona questa scaletta, possiamo fissare a nostro arbitrio, su uno qualunque dei suoi pioli, il punto in cui i casi sì smettono di essere casi sì e diventano casi no.

2.2. La lontananza, sai, è come il vento

A partire da quel piolo, l’efficacia del tuo testo perde di potenza, lo strumento si stara, le interferenze diventano troppe, e, da preciso che era, il tuo contenuto inizia a diventare vago, oppure semplicemente a perdere di interesse.

Quindi diciamo che il testo più efficace è una lettera a te stesso (diario) o a una persona che ti è vicinissima, e che mano a mano che ti allontani da questo ideale, la forza di quello che hai scritto diminuisce.

2.3 Espandersi è un po’ disperdersi

Più o meno, quindi: se hai un’informazione importante da comunicare, all’aumentare del pubblico, diminuirà l’efficacia della tua comunicazione.

In parte è fisiologico: non esistono informazioni che siano importanti per tutti, ognuno assegna un suo grado di importanza a quello che legge, e anche chi ritiene molto interessante quell’informazione, effettua su di essa una scrematura tra una parte più e una parte meno interessante.

Esiste cioè una parte di informazione trasmessa che scivola via: per quanto l’imbuto sia della dimensione giusta, c’è sempre qualche goccia che si perde durante il travaso.

2.4 Lo stile è in funzione del destinatario?

L’efficacia allora è ridurre questo spreco al minimo, e per farlo è necessario curare lo stile, che però come abbiamo appena visto è in funzione del destinatario: più lo conosci, più scriverai in modo efficace.

Se hai una cosa importante da dire, allora, scrivila come se tu fossi il tuo stesso destinatario, e dilla nel modo che suoni a te più chiaro e comprensibile.

2.5 Ci risiamo

Pare facile, ma in realtà è frustrante, perché appena fai così, torni al punto di massima inefficacia: vuoi che ti suoni bene, nel senso cioè che almeno a te che la scrivi deve piacere? Ecco, ti sei fregato da solo: punto e a capo, sei tornato al problema del bello. Soggetivismo, barocco e minimalismo ecc. Vai in prigione senza passare dal via.

Ma allora visto che per dire una cosa interessante finisci per porti il problema della bellezza, tanto vale fregarsene delle cose interessanti (alla fine, sono pochissime, se ne trovi una telefonami, che poi un modo lo troviamo, non ti preoccupare) e puntare direttamente a:

3. Un modo interessante per dire cose inutili.

Il tema te lo scegli a piacere, e questa sembra una cosa effimera e invece no, perché alla fine trovare un pensiero che sia interessante per te, senza che debba esserlo per qualcuno altro, aiuta a mettere in moto il meccanismo, che altrimenti rimarrebbe paralizzato. E dal momento in cui hai identificato un pensiero interessante per te, l’unica cosa su cui ti devi concentrare è trovare un modo per renderlo interessante agli altri (poverini).

3.1 Fiction.

Così si chiama. Una carnevalata: volevo dirvi una cosa noiosa, di cui fregava solo a me, e quindi c’ho imbastito tutta una manfrina attorno. Che manfrina? La trama e i personaggi. A questo servono: sono un conforto per chi legge, perché tanto sono sempre gli stessi. Issa, esso e o’ malamente. Da millenni. Che ci vuole? Ci sono un sacco di template, come per i blog:

romanzo di formazione?

intreccio romantico?

bufala o fiordilatte?

fantastico?

surreale?

realismo?

realismo magico?

ci vuoi i funghetti?

commedia?

tragedia?

Facciamo un bel giro pizza: metto un piatto grande al centro con un poco di tutto, così ognuno si leva lo sfizio che vuole e non se ne parla più.

Ora diciamo che più o meno funziona come per le cose interessanti di prima: scegli il genere più adatto al tuo destinatario. Sì, ma quanti destinatari?

A quanti più vuoi arrivare, tanto più devi semplificare.

3.1 Semplificare: perché?

Sempre per lo stesso discorso dei casi sì: chi ti conosce già (perché è tuo fratello gemello o perché è stato il tuo compagno di banco alle medie) fatica meno a far ruotare i pensieri che esprimi attorno a un fulcro (che sei tu), chi non ti conosce, fatica molto di più e lo devi aiutare, gli devi disegnare un punto e gli devi dire: ecco, tieni, questo è il centro, tu ora misura i raggi.

E poi perché alle cose semplici ci arriviamo tutti: sia quelli bravi che quelli scarsi. Alle cose difficili invece solo quelli bravi, che sono sempre (per forza di cose) meno di quelli scarsi. Scegli. Vuoi il pubblico d’elite? Evita le facilonerie, sperimenta. Vuoi il pubblico largo? Semplifica, vai all’essenziale, cioè alla storia. Oppure fai una cosa col doppio livello di lettura: per chi sa (che si gode i rimandi che ci sono sotto) e per chi non sa (che si gode la superficie): Umberto Eco, tanto tempo fa, la chiamava Enciclopedia del lettore.

3.1.1 Trama

La storia (la trama) funziona sempre perché siamo tutti bambini, e la cosa che ai bambini piace delle favole non è tanto la storia, ma il fatto che la storia è sempre la stessa: più che sentirla (la prima volta che racconti una favola a un bambino è sempre la più faticosa: deve fare lo sforzo di seguirti) vogliono ri-sentirla. Quindi se hai una trama, sei più o meno a posto: arriverai ai tanti che vogliono sentire di nuovo la storia (e fa sempre piacere risentirla, a tutti, pure a quelli intelligenti, solo che si vergognano e non lo dicono).

3.1.2 Niente trama

Se invece vuoi fare il difficile, allora è ovvio che la prima cosa che devi fare saltare via è proprio la trama: niente storia, mi dispiace. La sala si svuota, restano in due o tre, e sono anche un poco perplessi.

3.1.3 Venditi per difficile

Ti devi salvare, inventati qualcosa. È il momento della strategia di marketing: se non c’è la trama, bisogna che lo sappiano tutti. Un testo senza trama si segnala subito come un testo intelligente, cioè per quelli intelligenti (che tra loro si conoscono, perché sono pochini, o comunque sono meno degli scemi): oh, c’è uno che ha scritto un testo senza trama, andiamo a vedere com’è. Poi se lo passano, ne parlano, e insomma ti sei fatto il tuo piccolo pubblico, che comunque è un pubblico.

3.1.4 Incontentabile

Potresti startene là, bello tranquillo, e coccolarti gli amici tuoi, fare anche un po’ la gara a chi è più colto, a chi è più intelligente, a chi capisce di più, a chi ha più gusto. È piacevole, specie se la compagnia è quella giusta, cioè non è arrogante e non è troppo competitiva, solo giocherellona (ce ne sono stati di circoli così, e ce ne saranno sempre, te ne dico uno? L’OuLiPo, e non erano nemmeno snob, anzi erano pure simpatici).

Oppure puoi rischiare il salto nel vuoto: sai che c’è? M’annoio, voglio allargare il giro.

4. Autofiction

Intanto, è meglio se non lo dici a nessuno, perché subito quelli intelligenti si scocciano: oh, e che facciamo ora, ammettiamo nuovi soci? E poi? Chi garantisce per loro? Tu? Che referenze hanno questi qua?

Effettivamente è difficile: è più facile che diventi scemo tu, che non che diventino intelligenti quelli che vuoi invitare. Vabbe’, tu sei coraggioso, e non c’è motivo di frenarti l’entusiasmo: provaci, che provarci è sempre meglio che non provarci, bravo (pacca sulla spalla), in bocca al lupo, vai avanti, procedi pure.

4.1 Suggerimento

A questo punto hai il compito ingrato di  trovare un espediente per rendere interessante a tanti un pensiero che lo è per pochi. Pensaci bene. Cos’è una cosa che interessa sempre tutti, tutti ma proprio tutti, gli intelligenti e gli scimuniti, i colti e gli ignoranti, i pochi e i tanti? Non ci sei arrivato? Te lo devo dire io? Allora forse non eri uno di quelli intelligenti.

Esatto. Bravissimo, visto che ci sei arrivato solo?

4.1.1 I fatti tuoi

I fatti tuoi sono la quintessenza dell’interessante, la molecola pura dell’avvincente. Appena ti accorgi che quello che scrive ti sta raccontando i fatti suoi, subito si attivano i neuroni spia della curiosità e la lettura si fa avida, impaziente, smaniosa, le pagine scorrono e tutto quello che scrivi di colpo diventa interessante. Perché? Perché ora ha un senso. Cioè ha un centro: tu.

4.2 Esistenza

Il personaggio, il protagonista, adesso sei tu, e siccome esisti veramente, sei interessante. Cioè no, non è vero, non è che sia proprio così, anche chi non esiste è interessante: Todorov scrisse un saggio sulla letteratura fantastica, non me lo ricordo tutto, però diciamo che alla fine le cose che non esistono ci interessano in quanto sono misura di quelle che esistono, altrimenti non ce ne fregherebbe proprio niente. Ma va bene, semplifichiamo, questo è un post confuso su un blog scemo, andiamo al sodo: se esisti sei più interessante, se non esisti mi dispiace per te.

4.2.1 Non vale per tutte le epoche, però per la nostra forse sì

Un personaggio che non esiste non ci coinvolge più come prima: il trucco è vecchio, e noi abbocchiamo meno. Chi è questa Emma Bovary? Chi l’ha vista mai? Dove abita? Ce l’ha un profilo facebook? Posso vedere le foto? Ha la webcam? La chiamo su skype? Cosa? Era un profilo fake? In realtà sei tu, Flaubert? Brutto troll che non sei altro, ti segnalo a Zuckenberg, ti banno, ti cancello dalle amicizie, m’hai fatto perdere un sacco di tempo, sei pure un uomo, altro che Emma.

4.2.1 Il puparo e la pupa

Lo scrittore che s’inventa i personaggi si ostina in trucchi sempre più privi di efficacia. E alla fine, per spuntarla in qualche modo, è costretto comunque a riempirli con dosi massicce di se stesso. E il punto, quello vero, è che ormai lo sappiamo cosa fanno gli scrittori (la colpa è dei manuali che gli scrittori stessi hanno scritto): usano parti di sé e parti di quelli che conoscono per animare personaggi. E allora, se lo sappiamo tutti che dentro Anna Karenina c’è Tolstoj non sappiamo più che farcene di Anna Karenina e vogliamo direttamente Tolstoj: era meglio se non ci dicevate niente, ora sono fatti vostri.

4.3 Il proiettore, la sala macchine

L’autofiction è l’unica fiction credibile ai giorni nostri. È bene? È male? Boh. Comporta una dose di morbosità nel lettore e una di esibizionismo nell’autore, senza dubbio. Oppure la comportavano anche i personaggi inventati, da sempre, e ora è solo venuta meno un po’ di ipocrisia? Io non lo so, chiedetelo a Emma/Gustav.

4.3.1 Ancora?

Ma la società dello spettacolo due punto zero, quella in cui tutti ci esibiamo e tutti siamo pubblico di noi stessi, la reggerebbe l’ipocrisia di prima? Veramente potrebbe ancora trovare credibili i “personaggi”? Chi è un personaggio? Cos’è, se non una proiezione? E il proiettore? Fammelo vedere, dai, portami in sala macchine, che mi interessa di più come proietti che quello che proietti (questa cosa è successa già un bel po’ di tempo fa, solo che tutti fanno finta di no: si chiamava post-modernismo, e per esempio ci fu quel libro La donna del tenente francese, che sarebbe stata autofiction, se all’epoca non fossero andati più di moda termini accademici, tipo quelli col prefisso meta).

4.4 Le eccezioni

Davvero posso ancora fare finta, leggendo, che il proiettore non c’è, tu che racconti non ci sei, che il personaggio si stia scrivendo da sé, che il libro lo scriva un onnisciente? Sì, forse sì, a certi livelli di abilità eccelsa, sì.

4.5 Troppa consapevolezza

Per molti altri no: il pubblico è troppo consapevole, il lettore è troppo smaliziato: ne sa (ne sa anche se non vuole saperne) il procedimento è diventato parte del risultato. In tv ci sono Melluzzi e Picozzi che ti dicono chi è l’assassino e ti ricostruiscono a uno a uno i profili psicologici dell’intera cittadina di Mesagne. Come facciamo, adesso che sappiamo tutto di noi stessi, a trovare credibile un personaggio tragico, per esempio? Chi è ormai che riesce a non ridere di fronte a una che sviene di passione mentre la locomotiva sputa spavore? Quando uno diventa consapevole di cos’è, gli conviene l’autoironia, altrimenti, se non si ridicolizza lui, lo faranno gli altri. So di essere scemo e ci gioco un po’, so di essere triste e ci rido sopra, so di essere timido, imbranato, ignorante e mi piglio in giro da solo, oppure so di essere troppo colto, troppo cerebrale, troppo sentimentale e allora rendo comici questi aspetti del mio carattere. In pratica chi scrive in questi nostri anni è un po’ fregato: gli hanno tolto l’inconsapevolezza del suo personaggio (poteva anche essere lui stesso), che era una gran comodità: il personaggio pre-Melluzzi poteva agire, parlare, pensare senza che sapesse niente del perché agiva, parlava, pensava. Adesso lo scrittore deve per forza cambiare strategia: sfruttare la consapevolezza del lettore e pure del personaggio, come nel judo. Cioè? Non ha molte carte da giocarsi: quando scrive, può solo stuzzicarci con un po’ di pettegolezzo (o confessioni?) in più. Su di chi? Sullo scrittore stesso. Ma come? Più di quanto ce ne sia già in tv, sui rotocalchi e sui social network? Sì, in un certo senso, sì. Perché comunque è un pettegolezzo diverso: è pettegolezzo su se stesso (quindi lo manovra lui) ed è più immaginativo (è comunque affidato al racconto).

4.6. Stuzzicarci.

L’autofiction è un espediente per tenere desto l’interesse in un periodo storico in cui abbiamo perso interesse per tutto, tutto è già stato scritto e tutto e già stato detto, e l’unica cosa di cui godiamo sono le piccole differenze che ancora esistono tra le persone: cose più o meno intime, pensieri e inclinazioni venuti fuori da quell’uomo o quella donna di cui sappiamo già qualcosa perché l’abbiamo ascoltata in carne e ossa durante la presentazione di un libro, o su youtube, o di cui abbiamo letto i tweet. Una persona (vera e viva) di cui saremo noi, tramite gli scampoli di sé che ci concede in un libro e quelli che percolano dagli altri media, a ricostruire la dimensione di personaggio letterario: il testo è un ipertesto, lo scrittore è il suo fulcro, noi siamo lì a rimontare le tessere cercando di capire qualcosa di lui (o di lei).

4. 7 Bon ton

A questo punto se fai l’autofiction il buon gusto non è importante: è tutto. Perché se sai farla bene la usi, se la fai male ne vieni usato. L’ambizione può subito cappottarsi in fallimento: volevi evitare di scrivere un testo con una trama e un personaggio ed è successo che tu sei diventato un personaggio e la tua vita una trama: benvenuto nel Truman Show dei tuoi incubi, è inutile che pigli a calci lo sfondo.

5. Conclusione (sconclusionata)

Ce ne vuole di attenzione e di bravura per fare l’autofiction come si deve. Però cos’altro si può fare, cos’altro si è mai fatto di diverso, con le parole e con l’onestà?