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Confesso che ho odiato

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Un rumore intollerabile. Un’emissione soverchiante, che la stupisse riducendola al silenzio. Vedere i suoi occhi in quel momento. Dopo i primi attimi di stupore, sulla paura prevarrebbe l’orgoglio ferito: qualcuno o qualcosa è stato in grado di superare le sue urla, i suoi decibel, annullarli e imporre i propri. Sarebbe bello se fosse come un boato, però acuto, penetrante, un trillo, un sibilo grave e sciamante di vibrazioni: potente e definito insieme, una nota, un diapason al tritolo che deflagra in mille schegge di suono. Che sete di rivalsa. Vendetta. La soddisfazione di applicarle un supplizio auditivo maggiore di quello che lei impone ogni giorno a questa piccola strada. Non un semplice sfogo, ma il montare di una furia più alta: se lei mi ottunde un orecchio, io voglio renderla sorda per tutta la vita. Stravincere, annichilirla. Il piacere che di certo prova nell’ascoltarsi dominare incontrastata su ogni altra sonorità del quartiere: mi crogiolo nella voluttà di negarglielo per sempre.

L’alternativa sarebbe chiamare i vigili urbani, i servizi sociali, segnalare la cosa a qualcuno: qui c’è una bambina stordita da urla continue, tutto il giorno tutti i giorni, una madre che sevizia la prole e il vicinato mediante il proprio apparato fonico. Una famiglia intera, composta da nonna, nonno e bambina, ostaggio di una baccante, incapace, o resa incapace da chissà quali contingenze, di adottare un tono di voce normale. La bambina dà già segni di evidente squilibrio, intervenite presto, intervenite subito, la bambina urla a sua volta, emette suoni strazianti perché straziata.

Oggi le canta tanti auguri a te, celebra due o tre anni di vita, e la piccola reagisce urlando: non c’è gioia, è solo una contromossa. La baccante stabilisce col prossimo una relazione basata sull’escalation: urla affinché nessuno possa negarle udienza. Per proteggersi si potrebbe solo urlare più forte di lei. Ma la figlia è ancora piccola, non è in grado.

A volte vorrei tanto ci riuscisse: preferirei ascoltare i suoi pianti, preferirei che coprissero le urla insensate della madre, preferirei strepiti infantili, vagiti, versi di bestiola offesa. Invece mi toccano parole modulate con accenti caduti a pioggia, a seconda di dove le si spezzi il fiato: “o” che si allungano, aprendosi estese dove erano corte e chiuse, “a” che si stringono come a infilare un imbuto, sdrucciole che bisdrucciolano, singole vocali che si dittongano per impattare l’aria con più forza. Non importa cosa dica, la sua è una forma di intimidazione, desiderio di affermarsi:  priva di ogni autorità, la reclama a gran voce. Chi parla non è, chi grida vuole essere.

Tentai controffensive alzando il volume di telegiornali e talk show: per lei fu solletico. Pompai generi musicali aggressivi: non vi fece caso alcuno, intenta com’era ai suoi borborigmi. L’arte con cui trionfa su tutto è la costanza. Mi  acquattai al riparo del muro del mio terrazzino e tentai di sorprenderla con un suca cavernoso, uscito fuori dall’anima. Le parve vocìo generico, non le sfiorò fosse rivolto al suo indirizzo.

Talvolta è il nonno a prorompere: grida frasi come “così mi portate al manicomio”. Ma questo è già il manicomio, nonno, e siete voi ad avercelo portato a domicilio.

Che pensano i miei vicini? Perché non li sento protestare? Cosa li inibisce? La giustificano in quanto madre? Paventano l’affidamento ad assistenti sociali, il disgregarsi coatto del legame materno? E perché io non mostro pietà alcuna? Sono un essere abietto? Penso solo a me stesso? Non mi curerei di interrompere un vincolo che fu ombelicale, se mi fosse di vantaggio?

Il vicinato, rione popolare, persone che potrebbero dirsi primitive, un’umanità in canottiera perennemente affacciata al balcone, un consorzio di individui che la vulgata vuole facili all’innesco della violenza, delle percosse, sangue caldo in costante escandescenza, dinnanzi a ciò che mi lede i nervi ostenta questa calma olimpica di sigarette fumate coi gomiti sulla ringhiera.

Ho studiato a scuola con loro o con i loro figli, e a ogni mio otto corrispondeva un loro tre, a ogni mia promozione una loro bocciatura. Dove e quando appresero questa filosofia zen? È solidarietà di classe la loro? Si proteggono? Da chi? Da chi come me non può soffrirli? Li odio. Fanno sì che io debba odiarmi a causa dell’odio che nutro per loro. Mi prevaricano in nome del rispetto che gli porto. Non ho scelto io di vivere qui: questo è il mio quartiere, abito la magione avita. Non posso andarmene, proprio come non potete voi.

È lei l’arma con cui vorreste darmi lo sfratto? Dovreste lasciarvi guidare: queste urla non hanno nulla di civile, siete voi che dovreste muovervi in avanti, non io a dovervi rincorrere indietro. Tutto il resto è ipocrisia paternalista, pauperismo, perdonismo. Lei, la folle,  non deve urlare tutto il giorno, e voi non dovete tollerare le sue urla come normali. Quando strilla alla sua bambina, quando recita litanie di parole insensate, mere onomatopee camuffate da termini dialettali: è lì che dovreste recuperare l’atavico codice e uccidere. Io saprò essere omertoso, fornirvi alibi, pagare i vostri avvocati. Regredirò volentieri alla tribalità che condanno. Se solo mi promettete che per una volta questa servirà al bene comune, e non solo al vostro.

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  1. la santanchè dovrebbe cambiare casa

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  2. Pensa al cosciotto flambé su musica di guerre stellari. E l’odio, forse, passa. A me la cosa aiuta!

    Rispondi
  3. Sissì, conosco questa cosa.
    La rabbia gridata del vicino perennemente rabbioso, il capriccio stridulo del moccioso viziato, la voce di strega della megera dallo strillo facile, la famiglia preda di irredimibile sceneggiata cronica..
    Mi sembrava di vivere in una comune, a volte, che i fatti altrui, i problemi, le rabbie estemporanee mi si appiccicassero addosso fino a soffocarmi, di impedirmi di vivere la mia, di vita..
    Voglia di uccidere..
    Ora basta! O tu o io!
    Poi non lo so che cosa è successo, qualche casa l’ho cambiata (poche), qualcuna ne cambierò (spero) e ora mi trovo a pensare, io, quella che non gridava mai, io, quella a cui dicevano – scusa, potresti parlare più forte?
    ora, appunto, in certe giornatine nervose, quelle in cui non mi ricordo chi ero, chi sono e chi voglio diventare, quelle magari ormonali in cui il contenimento si fa lasso, mi chiedo
    – ma i miei vicini, a volte, quelli che incontro per le scale e mi scuso e loro dicono ‘no, no, non sento niente’ col sorriso, ma loro, in realtà, vorrebbero uccidermi? Me, o ciascuno degli abitanti di questa mia casa da operetta?
    Eh caro MF, anche se in alcuni tratti di vita non sembra, tutto è reversibile, tutto.. o quasi..

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  4. Dove abito adesso ( ho traslocato, che ve l’ho detto?) c’è un gran silenzio, sembra di stare in campagna. Quando faccio colazione sul balcone, immersa nel verde, al massimo sento un cinguettare di uccelli.
    Che meraviglia, ho pensato, prima mi passava il tram proprio sotto casa.
    Mi piaceva quel tram, ora fatico ad addormentarmi.
    Però la domenica mattina, presto, c’è una madre che chiama il figlio con urla disumane, e qualcuno, forse suo marito, che esce di casa sbattendo la porta come se la volesse abbattere per sempre, la porta, non la moglie, almeno credo.
    Mi sono tranquillizzata. Sono ancora a Roma, tutto sotto controllo!
    P.S. Quindi caro M.F. ( io preferivo tenutario ) non ti lamentare: ti mancherebbe Ortigia, dammi retta!
    P.S.2 @fuoridalmondo: niente è reversibile, almeno non del tutto. Non so se purtroppo o per fortuna. Grande il tuo filmato.

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    • Aspetta, aspetta, niente principi della termodinamica!
      Solo Pippo, prima pedone Quattropassi poi automolbilista Millemiglia, dottor Jeckill e mister Hyde, tutto qui.
      Ecco, mettiamo che al TENUTARIO (ecco, l’ho scritto.. tu mi hai provocato e io l’ho scritto..) nasca un bel piccino, per esempio, no, meglio una coppia di gemelli urlanti – di quelli che si svegliano l’uno con l’altro nelle culle gemelle e nei passeggini gemelli – e nessuno nel vicinato dorma più, neanche lui e la sua zita a quel punto dormirebbero più, addio liriche ardite sul di lei calcagno (indimenticabile..).. magari volerebbe qualche piatto.. a quel punto lui, reso timido dal caos interno alla sua stessa dolce casa che cosa proverebbe e/o direbbe incontrando i vicini per le scale?
      Ma basta! È un incubo 🙂
      Per reversibilità intendevo più la scoperta di altri lati, in se’ e negli altri.
      Tutto si evolve e cambia (Todo cambia), non è così che ci salviamo dalla noia?
      P.S. i miei vicini di sotto, dopo anni di sorrisi per le scale, stanno cambiando casa.. che sia un segnale?

      Rispondi
      • Proprio perché tutto si evolve e cambia, e così ci salva dalla noia (?), il termine reversibilità non mi torna, e non per i principi della termodinamica, che francamente me ne infischio.
        ‘Todo cambia’, sfondi una porta aperta (ma sarà grave questa mia fissazione con le porte?) e mi colpisci dritto al cuore.
        P.S. Io comunque ce lo vedrei bene il nostro tenutario con due pargoletti urlanti, mentre con le cuffie ascolta musica e sorride beato… ai vicini, alla mamma e alla zita.
        P.S.2 A proposito di reversibilità, si può per piacere tornare alla versione grafica precedente? Credo sia possibile, come fatto puramente tecnico e, sempre francamente, augurabile 🙂

  5. … Quanti ricordi…

    Allora, a proposito di porte, qui nella casa da operetta, quando lo gnomo dei boschi dice “mi metti la canzone delle porte?”, lui intende vedere questo video qui:

    che poi racconta a suo modo una reversibilità, di certo impossibile, ma quanto turpiloquia bene in francese! Oh quando lei canta ‘c’est con!’ con quel sorriso e quello sguardo ostinato.. io e lo gnomo ne restiamo rapiti.

    Io davvero non mi annoio mai, però la noia la temo, così, nel pensiero, anche se non la pratico, ma a volte amo la ripetitività ossessiva (se la trovo originale, e in alcuni casi lo è) e le varianti al tema.
    Così, fra un ritorno e l’altro, direi che il tenutario potrebbe ascoltare questa cosa qui in cuffia, mentre cerca di placare le due creature urlanti, sembra triste ma non lo è, magari un po’ malinconica..

    P.S. Un’occhiata a Brezsny della settimana quelli che stanno per compiere gli anni a decine dovrebbero darla.. ‘La cosa più importante è scoprire qual è la cosa più importante’

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    • ‘C’est con!’, vraiment.
      Sapere ascoltare, considerando soprattutto le piccole cose semplici, senza sovrastrutture, orgogli e corazze. Più facile dirlo che farlo ( in qualunque lingua, grande comunque il francese!). Va be’, l’importante nella vita è capire davvero che cos’è importante… mica solo per i Bilancia, eh!
      P.S. Ma che ti prendi per essere così ispirata e creativa alle due di notte? Una vagonata d caffè, se ricordo bene.

      Rispondi
      • A dimostrazione di quanto te, caffè e fondente di Modica poco possano contro lo stordimento notturno, ieri ho scritto tutto un commento di cui nulla ricordo e mentre lo inviavo l’ho cancellato di slancio con un sol gesto, e senza volerlo, ovvio..
        Ricordo, ma è come un sogno, di aver parlato dello strano caso del caffè, forse di certi sentieri tortuosi per cui avevo smesso e ripreso.. cose lette, le solite fortuite coincidenze, ma niente, mi sono addormentata di colpo..
        P.S. Visto che io – pure bilancia – non ho mica scoperto ancora qual è la cosa più importante.. chissà se faccio in tempo prima del prossimo bollettino di Brezsny?
        (invio prima del crollo, spero)

  6. Buongiorno,
    Vi contatto tramite commento perché non ho trovato nessun altro modo per farlo.
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    Silvia

    silvia [at] paperblog.com
    Responsabile Comunicazione Paperblog Italia
    http://it.paperblog.com

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