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Archivi del mese: settembre 2013

Coriolis, mon amour (ri-masterizzato)

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Quella mattina capitò uno di quegli eventi cui l’umanità assiste assai di rado ma tuttavia a cadenza regolare, come la cometa di Halley. Il tappo del bidet si era bloccato in quella posizione di non ritorno da cui è impossibile stupparlo. Puoi chiamare i pompieri col flex, i ghostbuster con l’idraulico liquido, niente: un incastro che tanto più è odioso e tanto più risulta indissolubile, tipo il matrimonio. Per poter ripristinare lo scarico, il bidet andava praticamente divelto: minimo ci voleva una carica di tritolo.

Per tutta la giornata non fu capace di concentrazione. La testa se ne andava là, a escogitare stratagemmi per lo stuppaggio. Lavorava in ufficio ma si distraeva subito, immaginando una chewing gum collosissima, così collosa da poter aderire alla superficie del tappo come fosse attak. Un bastoncino per tirarlo su, e via. Che alzata d’ingegno. «Peccato che le chewing gum in acqua non attaccano, bestia», gli disse un collega.

Ai colleghi di tutti i lavori gli si cronicizza il sadismo, quando possono svilire le idee altrui e farle apparire demenziali ci godono un sacco. Effettivamente spesso hanno pure ragione. Però non succede mai che gli dispiaccia di avere ragione e svegliarti dal tuo sogno a occhi aperti. Anzi, gli piace accorgersi che tu pensi, va bene, ma che pensi? Pensi minchiate. Che poi loro non sanno pensare manco quelle, ma appena ne sentono una, non vedono l’ora di smascherarla.

Lui comunque aveva il tappo del bidet incastrato, e stava facendo brainstorming. Che ne sapeva quello stronzo di un collega del brainstorming? E poi belle le critiche, sì, ma non stuppano niente. Allora una super ventosa, di quelle grandi, che creano vuoti d’aria e risucchi potenti: avrebbe aspirato via il tappo come un ciclone.

Scese in strada a cercare un ferramenta. Il primo non vendeva ventose. Il secondo gli chiese cos’era una ventosa. Il terzo gli disse che si chiamano “stuppalavandino”. Lui obiettò che si trattava di un bidet, ma quello rispose che è uguale, si chiamano lo stesso stuppalavandino per una questione di decenza. Comunque non ce l’aveva. Al quarto si attenne al consiglio sulla decenza e chiese uno stuppalavandino. Ma siccome temeva che quell’eufemismo potesse causare imprecisione e risolversi nell’acquisto di un oggetto inadeguato allo scopo, all’ultimo secondo se ne pentì, chiamò il commesso, e con gli occhi bassi confessò: «aspetti, le ho mentito. Non devo stuppare un lavandino». E poi – in preda a profondo senso di vergogna – aggiunse: «devo stuppare un bidet». Il commesso neanche si girò. Gli rispose da dietro le spalle: «non ha importanza, si chiamano così per decenza, ma stuppano qualunque sanitario». Tornò con una ventosa che era l’ombra di quella che lui aveva immaginato. Un oggetto minuscolo, dal diametro infinitesimale. Colpa dell’ansia, si disse. La sua immaginazione doveva avere ingigantito il bidet fino a farne un lago in cui ci sguazzavano i draghi.

«Non ne avete di più grandi?»

«No, sono universali, taglia unica, vedrà che andrà bene».

Se lo diceva il commesso. Uscì dal negozio sentendosi comunque ridicolo. Guardò un’ultima volta la ventosa prima di infilarla dentro la busta e pensò: qua mi tocca fare la campagna di Russia con le scarpe di cartone. Ritornò in ufficio, si sedette alla scrivania e provò a lavorare. Dopo neanche un minuto alzò gli occhi dalla circolare e tolse di nuovo dalla busta la ventosa appena acquistata. La posò sulla scrivania. Allontanò la sedia e la guardò con attenzione, da una distanza meno ravvicinata. Ora che si trovava inserita in un contesto, le proporzioni erano inequivocabili: pareva una sorpresa dell’ovetto kinder per quanto era piccola. Fu una dolorosa epifania. Si precipitò dal collega con la ventosa in mano e gli chiese a bruciapelo: «dimmi un po’, tu, come si chiama quest’affare?» Quello la prese e la studiò sotto diverse angolazioni: era arancione. Il manico era tozzo e zigrinato, per favorire l’impugnatura. La plastica della ventosa vera e propria, invece, era nera. L’oggetto aveva gli stessi colori degli attrezzi adoperati dagli operai dell’Anas in autostrada. Solo che le dimensioni erano quelle dei Playmobil.

«È uno stuppalavandino, non c’è dubbio».

«Bravo».

«T’hanno amprusato».

«Come m’hanno amprusato? Perché?»

«Non dovevi stuppare un bidet, tu?»

«Li chiamano  stuppalavandini, ma stuppano la qualunque»

«Sì, certo, come no, per una questione di decenza, vero?»

«Esatto. La taglia è unica.»

«Lo dicono quando hanno finito quelli grandi, altrimenti questi piccoli non li compra nessuno»

«Quindi m’hanno amprusato?»

«È un giocattolo, non lo vedi? Con questo gli fai il solletico».

Quale comandamento aveva trasgredito? Per cosa veniva punito quel giorno? Perché il tappo del bidet aveva voluto incastrarsi? Perché i ferramenta cospiravano per non vendergli l’attrezzo risolutivo? Chi era in realtà quel collega? Un infiltrato? Una spia? Era dalla sua parte o da quella del bidet? Di chi poteva fidarsi?

Tornò alla scrivania e scrisse di getto un’invettiva:

«Contro la pruderie dei ferramenta».

Le parole devono essere esatte, cominciò. Non bisogna avere paura di risultare tecnici o pedanti, non bisogna temere neanche la volgarità, se è il caso. Specie se si fanno mestieri di precisione, come voi, ferramenta. Un lavandino non è un bidet. Gli eufemismi possono nuocerci. Le metafore nasconderci la vera natura del problema. Non fate che il popolo perda la stima per voi, o ferramenta. E poi spiegatemi cosa c’è di indecente nella parola bidet. È un francesismo. Il francese è la lingua dei salotti. E noi addirittura la usiamo in bagno. Lo vedete quanto siamo decenti? Forse pure troppo. Che i francesi alla fine il bidet manco ce l’hanno. E poi, se il punto è la decenza, allora perché chiamate una ventosa stuppa? Non è contraddittorio ritenere il francese indecente e il dialetto decente? Bisogna essere precisi. La ventosa è una ventosa. Stuppare è un verbo. La ventosa stuppa. La ventosa è l’agente, lo stuppare è l’azione. Perché semplificate? Perché li fate coincidere? E perché ci associate anche l’oggetto: lavandino? Una ventosa è un agente che può agire su più oggetti: non stuppa solo lavandini. Se invece voi schiacciate la funzione sull’oggetto poi diventa impossibile districarli. E infatti il tappo del mio bidet resta incastrato. Capite quante cose dipendono dal vostro eloquio? Orsù, ferramenta: cessate ogni equivoco. Uscite allo scoperto. Non temiate le parole.

Magnifica. Era solo questione di dove pubblicarla. ResetMicromega? I ferramenta  leggeranno riviste di teoria politica? Una lettera aperta su un quotidiano? Quale? Vabbè, si disse, chiamiamo l’emmezeta, il castorama, il punto brico, e vediamo se la mettono sul retro di un volantino. Prima però la sottopose al collega.

«Ma che è ‘sta cosa?»

«Un’invettiva. È per richiamare tutti all’uso di parole calzanti»

«Le invettive sono retoriche. Solleticano l’indignazione, giocano con le emozioni. Tu vuoi combattere il male con il virus»

«Stai dicendo che sono stato impreciso?»

«E certo, hai usato un linguaggio metaforico, ti sei richiamato a princìpi, a ideali. Meglio i ferramenta allora, che privilegiano la funzione e non la forma: sono pragmatici. Tu sei un romantico»

Fu quello l’istante in cui concepì il suo piano. Si sarebbe introdotto nottetempo nell’abitazione del collega. A tentoni, nel buio, avrebbe indovinato la sala da bagno. E poi, con abbondanti quantitativi di bostik, avrebbe saldato il tappo del suo bidet al foro. L’indomani, in ufficio, l’avrebbe ascoltato lamentarsi dei vani tentativi per venirne fuori e li avrebbe denigrati, traendone appagamento, pace interiore, senso di ristabilita giustizia.

«Sai che m’è capitata la stessa cosa?»

«Cosa?»

«Niente, mi s’è incastrato il tappo del bidet»

«No, ma dai. Pure a te?»

«Eh.»

«E che hai fatto?»

«Ho chiamato l’idraulico. C’avrà messo due minuti».

Confesso che ho odiato

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Un rumore intollerabile. Un’emissione soverchiante, che la stupisse riducendola al silenzio. Vedere i suoi occhi in quel momento. Dopo i primi attimi di stupore, sulla paura prevarrebbe l’orgoglio ferito: qualcuno o qualcosa è stato in grado di superare le sue urla, i suoi decibel, annullarli e imporre i propri. Sarebbe bello se fosse come un boato, però acuto, penetrante, un trillo, un sibilo grave e sciamante di vibrazioni: potente e definito insieme, una nota, un diapason al tritolo che deflagra in mille schegge di suono. Che sete di rivalsa. Vendetta. La soddisfazione di applicarle un supplizio auditivo maggiore di quello che lei impone ogni giorno a questa piccola strada. Non un semplice sfogo, ma il montare di una furia più alta: se lei mi ottunde un orecchio, io voglio renderla sorda per tutta la vita. Stravincere, annichilirla. Il piacere che di certo prova nell’ascoltarsi dominare incontrastata su ogni altra sonorità del quartiere: mi crogiolo nella voluttà di negarglielo per sempre.

L’alternativa sarebbe chiamare i vigili urbani, i servizi sociali, segnalare la cosa a qualcuno: qui c’è una bambina stordita da urla continue, tutto il giorno tutti i giorni, una madre che sevizia la prole e il vicinato mediante il proprio apparato fonico. Una famiglia intera, composta da nonna, nonno e bambina, ostaggio di una baccante, incapace, o resa incapace da chissà quali contingenze, di adottare un tono di voce normale. La bambina dà già segni di evidente squilibrio, intervenite presto, intervenite subito, la bambina urla a sua volta, emette suoni strazianti perché straziata.

Oggi le canta tanti auguri a te, celebra due o tre anni di vita, e la piccola reagisce urlando: non c’è gioia, è solo una contromossa. La baccante stabilisce col prossimo una relazione basata sull’escalation: urla affinché nessuno possa negarle udienza. Per proteggersi si potrebbe solo urlare più forte di lei. Ma la figlia è ancora piccola, non è in grado.

A volte vorrei tanto ci riuscisse: preferirei ascoltare i suoi pianti, preferirei che coprissero le urla insensate della madre, preferirei strepiti infantili, vagiti, versi di bestiola offesa. Invece mi toccano parole modulate con accenti caduti a pioggia, a seconda di dove le si spezzi il fiato: “o” che si allungano, aprendosi estese dove erano corte e chiuse, “a” che si stringono come a infilare un imbuto, sdrucciole che bisdrucciolano, singole vocali che si dittongano per impattare l’aria con più forza. Non importa cosa dica, la sua è una forma di intimidazione, desiderio di affermarsi:  priva di ogni autorità, la reclama a gran voce. Chi parla non è, chi grida vuole essere.

Tentai controffensive alzando il volume di telegiornali e talk show: per lei fu solletico. Pompai generi musicali aggressivi: non vi fece caso alcuno, intenta com’era ai suoi borborigmi. L’arte con cui trionfa su tutto è la costanza. Mi  acquattai al riparo del muro del mio terrazzino e tentai di sorprenderla con un suca cavernoso, uscito fuori dall’anima. Le parve vocìo generico, non le sfiorò fosse rivolto al suo indirizzo.

Talvolta è il nonno a prorompere: grida frasi come “così mi portate al manicomio”. Ma questo è già il manicomio, nonno, e siete voi ad avercelo portato a domicilio.

Che pensano i miei vicini? Perché non li sento protestare? Cosa li inibisce? La giustificano in quanto madre? Paventano l’affidamento ad assistenti sociali, il disgregarsi coatto del legame materno? E perché io non mostro pietà alcuna? Sono un essere abietto? Penso solo a me stesso? Non mi curerei di interrompere un vincolo che fu ombelicale, se mi fosse di vantaggio?

Il vicinato, rione popolare, persone che potrebbero dirsi primitive, un’umanità in canottiera perennemente affacciata al balcone, un consorzio di individui che la vulgata vuole facili all’innesco della violenza, delle percosse, sangue caldo in costante escandescenza, dinnanzi a ciò che mi lede i nervi ostenta questa calma olimpica di sigarette fumate coi gomiti sulla ringhiera.

Ho studiato a scuola con loro o con i loro figli, e a ogni mio otto corrispondeva un loro tre, a ogni mia promozione una loro bocciatura. Dove e quando appresero questa filosofia zen? È solidarietà di classe la loro? Si proteggono? Da chi? Da chi come me non può soffrirli? Li odio. Fanno sì che io debba odiarmi a causa dell’odio che nutro per loro. Mi prevaricano in nome del rispetto che gli porto. Non ho scelto io di vivere qui: questo è il mio quartiere, abito la magione avita. Non posso andarmene, proprio come non potete voi.

È lei l’arma con cui vorreste darmi lo sfratto? Dovreste lasciarvi guidare: queste urla non hanno nulla di civile, siete voi che dovreste muovervi in avanti, non io a dovervi rincorrere indietro. Tutto il resto è ipocrisia paternalista, pauperismo, perdonismo. Lei, la folle,  non deve urlare tutto il giorno, e voi non dovete tollerare le sue urla come normali. Quando strilla alla sua bambina, quando recita litanie di parole insensate, mere onomatopee camuffate da termini dialettali: è lì che dovreste recuperare l’atavico codice e uccidere. Io saprò essere omertoso, fornirvi alibi, pagare i vostri avvocati. Regredirò volentieri alla tribalità che condanno. Se solo mi promettete che per una volta questa servirà al bene comune, e non solo al vostro.

L’egoismo umile dello scarso: Jovanotti spiegato a chi non gli piace

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Ieri, complice il concerto su rai uno, s’è parlato assai di Jovanotti.

Ci si divide parecchio, su Jovanotti. Ci sono quelli che ammirano il suo percorso in avanti e quelli che ritengono quel percorso in avanti un bluff: scemo era e scemo è rimasto.

Poi ci sono anche quelli con la sindrome del membro interno: si è vero, ha fatto un bel percorso in avanti, ma io ora perché gli devo mettere un bel voto? Esattamente come il professore di scuola tua, che ti conosce da cinque anni, ti ha visto partire male in quarta ginnasio, arrancare fino al secondo liceo, e poi, all’ultimo anno fare un bellissimo esame di maturità: ok, bravo, però il sessanta no, manco se muori sui libri.

Sul Jovanotti musicista non è che abbia molto senso schierarsi. Lui ha chiaramente scelto la cifra dell’intrattenimento, e siccome lo fa bene e con cura, là le cose sono solo due: o ti piace o non ti piace. O sbadigli o ti diverti. Gusti.

Però Jovanotti col tempo è diventato una figura pubblica, di quelle condivise anche da chi non lo ascolta: è entrato nell’immaginario, e in serate come quelle di ieri è un argomento di conversazione. Ha cioè qualcosa che fa da richiamo, che attira le discussioni, per tutti. E forse è questo suo inesauribile vitalismo: puoi anche considerarlo posticcio, una maschera per vendere dischi e biglietti dei concerti, ma ci devi fare i conti, perché in pratica ti costringe a dirne qualcosa, specie se anche tu sei sui quaranta e lo vedi là, che ancora salta come a sedici.

Ecco, quindi, senza stare a voler dire niente su di lui, ma solo qualcosa su di me in rapporto a lui,  io mi ci ritrovo un sacco in Jovanotti.

Mi piace un sacco che abbia saputo mantenere quello spirito di: non so fare niente, e scusatemi in anticipo perché proverò comunque a fare qualcosa.

È superficialità? No, peggio: è egoismo. Perché se fosse superficialità trasmetterebbe antipatia, e invece lui è empatico come tutti gli egoisti (cioè quelli talmente concentrati su qualcosa da dimenticarsi del resto).

Jovanotti partì ed è rimasto così: non mi interessa niente se il mio miglioramento avverrà a spese vostre, perdonerete se rido come un cretino e se all’inizio canto stonato fino a farvi strillare pietà, mi dispiace, ma a me interessa solo imparare a cantare. E allora la prima canzone è uno schifo, e vi tocca sorbirvela, ma vedrete che l’ultima sarà buona.

Questo provare a migliorarsi per puro entusiasmo di emulazione, cioè per egoismo, non è una benedizione?

Salve, ti dice lui quando sale sul palco in perfetta forma psico-fisica, mi chiamo Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, che è un nome da scimunito, per questo poi c’ho aggiunto il nome vero, perché volevo farvi capire che l’ho capito anch’io che era un nome da scimunito (ce ne ho messo, ma l’ho capito), però non l’ho rinnegato: l’ho solo superato. All’inizio volevo fa’ l’americano, imitare, perché quando ti entusiasmi per qualcosa (e io m’ero entusiasmato per il rap) ti viene di imitare, è una questione di ammirazione, e io (nel senso di io Jovanotti) volevo fare il rapper Dj di Pasadena: m’è uscita fuori una cacata maccheronica, gimme five, alright, però era così piena di entusiasmo che ancora ve la ricordate tutti, perché un conto è partorire una canzone d’esordio scarsa, e un conto è partorirne una talmente scarsa da risultare memorabile per la sua scarsezza.

Ci vuole l’umiltà dell’egoismo per mantenere vivo questo processo di apprendimento in trent’anni di carriera. L’egoismo, penso di avere già spiegato perché: una questione di entusiasmo. L’umiltà invece è quella di riconoscersi come slow learner ed elevare questa lentezza a regola per un avanzamento costante: fare questa cosa, trovando anche il coraggio di farsi ridere dietro, e restituendo fuori solo positività mica è buonismo. È applicazione. Cioè energia. E la sua è energia col segno +. Che può fare antipatia proprio perché ha il segno +, certo.

Il segno + è più difficile del segno -. Perché se anche una, una sola volta nella vita hai provato a scrivere una canzone, una frase, una lettera alla fidanzata, lo sai, lo sai per forza che è facile colpire nel segno con una cattiveria, con una frase caustica, con un colpo di coda a sonagli, e lo sai, te ne sei accorto subito che invece maneggiare tenerezza e bontà è complicatissimo, non riesce quasi mai, e si rischia costantemente di sembrare Paolo Coelho.

E allora ci vuole coraggio per essere Jovanotti, che mille volte rischia con la positività, e quindi, sì, gli capita mille volte di fulminarsi e sembrare Coelho. Però lo fa lo stesso. Perché sta sempre cercando che gli capiti di sembrare se stesso, fare dichiarazioni d’amore potentissime, così potenti che se le facesse uno che non è lui sarebbero debolissime, e invece sono sincere, spontanee, sue, con le immagini semplici per dire le cose complicate.

Quando gli riesce ti investe in pieno. E se davanti a uno che ti investe in pieno riesci a non ballare, significa che veramente sei morto: hai voglia di cortocircuitare il segno + col segno  -, Frankestein non lo risvegli.

Jovanotti è così, incrocia i fili di alto e basso, intelligenza e scemenza: parte la scarica, tu balli elettrizzato, e lui migliora. Da venticinque anni, a ogni disco.

Ed effettivamente sì, uno che migliora sempre può anche irritare: era una bestia e ha cominciato a leggere, era un’ingenuo e si è smaliziato, era buonista e se leggi l’ultima intervista che ha rilasciato a Gramellini, vedi che ora non lo è più (là è Gramellini a non farci una gran figura, con tutto quel suo ammiccare e suggerire che questo Jovanotti qui è ancora un po’ lo scemo di prima, e che sotto, sotto, poi, non è mica di sinistra come dice di essere).

Come avrà fatto Jovanotti a migliorare? No, veramente, se pensi a com’era ai tempi, ti dici che non è possibile, non è lui, dev’essere uno che gli somiglia, perché lui, quello di Sei come la mia moto, era un caso disperato: si fosse chiamato Eliza, Higgins non avrebbe mai accettato la scommessa di fargli pronunciare bene la “s”. E lui invece ce l’ha fatta (non è vero, con la “s” non ce la farà mai).

Forse perché per migliorare ti devi per forza vedere sempre un poco scarso. Però non stupido. Ti devi vedere scarso, con dei margini.

La forza dello scarso sono i margini di miglioramento. È un’impresa, una fatica fisica, tenere questo margine sempre largo, e spostarlo sempre avanti: è una fatica rimanere scarsi per potersi migliorare.

Detto questo, Jovanotti può anche non piacervi. Chi se ne frega di voi? Io voglio migliorare a spese vostre, come lui.

https://www.youtube.com/watch?v=F63w4j0huPw