Feed RSS

Archivi del mese: agosto 2013

Piove sui giusti e sulle guaine bitumate

Inserito il

33235085-Bladder-Control-Cartoon

Quando piove, piove su queste guaine bitumate.

Una guaina bitumata è una cosa nera che spalmi su un tetto perché così quando piove eviti le infiltrazioni d’acqua.

Una specie di soluzione temporanea in attesa di rifare il tetto. Oppure di rifare tutta la casa, infissi, pavimenti, bagni, impianto elettrico.

Allora quando arriva il primo temporale, da dietro il vetro di una finestra un po’ fuori squadro, la badante est europea guarda questo tetto nero che, di primo temporale in primo temporale, stinge verso il grigio da chissà ormai quanti primi temporali, eppure in qualche modo ancora resta nero.

Finché è nero, significa che la guaina sta reggendo bene. La soluzione doveva essere provvisoria: qualche mese, un paio di stagioni al massimo, poi qui rimettiamo tutto a posto, capito papà? Per ora rimandiamo, se ne parla l’anno nuovo.

In molte case col tetto nero ci vivono le badanti dell’est europa, oppure dell’ex unione sovietica (che forse non si può considerare tutta est europa).

Sembra che ci abitino da sole, perché si sente la loro voce e basta.

Una che abita da sola, in teoria, non dovrebbe parlare. A meno che non parli al telefono, oppure con sé stessa.

Di parlare con sé stessi capita a tutti, anche alle badanti italiane, però, quando una badante viene dall’est europa o dall’ex unione sovietica, ti aspetti che tra sé e sé parli nella sua lingua.

Invece quando piove, sopra al rumore della pioggia, che è debole perché cade sopra queste guaine fatte apposta per fare scivolare le gocce, senti frasi come: se non fai il bravo, stasera niente banana, dette a voce molto alta. Quindi forse sta parlando al telefono con un italiano.

Se non fai il bravo, stasera niente banana è una frase strana da dire a un italiano o a un’italiana al telefono o anche di presenza: un italiano o un’italiana di fronte a stasera niente banana pensano all’astinenza sessuale, o a cose offensive, a doppi sensi spinti, e insomma, ci vuole confidenza per dire a un italiano o a un’italiana che stasera non gli dai la banana.

Comunque quando piove, gli occhi delle badanti est europee – affacciate a guardare la pioggia da dietro i vetri delle finestre fuori squadro – scivolano sopra questo tappeto nero di pioggia senza scroscio.

Pure i loro vicini di casa guardano la pioggia, perché in paese quando piove non c’è molto altro da fare, e nel frattempo continuano a chiedersi chi è che si deve comportare bene per avere la banana stasera.

Allora tendono un poco l’orecchio, ma niente, voci non ce ne sono più, è tornato il silenzio, ha pure smesso di piovere.

Quando non piove, rumori zero. Di nessun tipo.

Non è tanto normale, dovresti sentirne parecchi, perché le case sono appiccicate una sopra all’altra, dove finisce il muro tuo comincia il terrazzino bitumato del vicino, che poggia sopra il tetto di un altro vicino, che ha il soggiorno sotto la tua cucina. Ed è così su tutti i lati di questi poligoni irregolari che sono le case del paese: una specie di partita a tetris lasciata a metà, con le stradine strette (che poi un sacco di volte più che strade sono scalinate) che sembrano le fessure lasciate vuote dalla pioggia.

Perché pure nel tetris piove: piovono figure geometriche che si appiccicano subito per terra. Com’è che si appiccicano così bene? Forse si sono dimenticati di stenderci sopra la guaina bitumata?

La verità è che  siamo in montagna: la ragione delle strade tortuose è questa.

Quando finisce di piovere, i vicini di casa delle badanti est europee tornano ad affacciarsi sul balcone o, per quelli che ce l’hanno, sul terrazzino.

La guaina funziona, perché l’acqua è già scivolata tutta via, e ora è nero-lucida come quelle tutine spandex che si mette catwoman nei film di batman.

Ogni tanto ci sono le colombe che fanno il loro verso ovattato, ma sono poche, perché forse essendoci poche persone ci saranno anche poche tovaglie scotolate, poche briciole, al massimo qualche buccia di banana, sempre se l’interlocutore muto della badante est europea s’è comportato bene.

La gente, con le sue briciole e le sue tovaglie, s’è trasferita giù, all’ingresso del paese, lungo la circonvallazione. Da là è un attimo che pigli la macchina e sei già sulla superstrada verso la città. Sempre se non ti ci sei già trasferito, in città.

Il centro, quello in alto, quello della partita a tetris abbandonata, è quasi vuoto.

Si forma qualche pozzanghera. Le badanti est europee si siedono sullo scalino davanti alla porta e fumano. Tanto qua macchine non ne passano, e poi la stradina è in pendenza: l’acqua piovana scende verso la circonvallazione, dove le ruote la sollevano e se non stai attento te la spruzzano addosso.

Verso le otto meno un quarto, il forno in pietra sul corso fa il pane serale.

Sono ancora le quattro, ma se lo vuoi, lo devi prenotare.

Perché qua il pane è così: personalizzato.

Lo puoi avere come ti piace: ben cotto? Morbido? A pasta dura? Però glielo devi dire.

Poi, dopo due o tre ore ci torni e lo trovi dentro una busta con il tuo nome scritto sopra.

Il pane qua è una raccomandata che vai a ritirare alla posta.

Solo che lo vogliono tutti alla stessa ora, cioè qualche minuto prima di cena e qualche minuto prima di pranzo.

Quindi il vicino di casa della badante est europea va al forno, vede questa scena di distribuzione dei sacchetti-missiva che sembra un cinegiornale dell’istituto luce, e si fruga le tasche perché pensa che, mannaggia, forse s’è scordato a casa la tessera annonaria.

Al forno le badanti est europee non ce le trova mai.

La spesa, tutta la spesa, quella settimanale e anche quella piccolissima, la fa il figlio del badato.

Il figlio del badato ha paura che la badante poi, al posto delle cose buone, compra quelle del discount, per risparmiare e guadagnarci una bottiglia di vodka per sé.

Il figlio del badato pensa che probabilmente le banane negate a voce alta devono avere qualcosa a che fare con la vodka.

Allora è meglio se la badante est europea resta sul gradino a fumare. A prendere il pane ci va proprio il papà,  il badato, l’interlocutore muto.

Ci mette mezzora a fare trecento metri, ma con la scusa finalmente si fa una passeggiata.

Parte da casa vestito con la giacca, il cappello, e il bastone. E con sotto la giacca quel maglioncino in fresco di lana col colletto a polo e i tre bottoni, lo stesso maglioncino che c’ha Primo Levi nell’intervista di Rai 1 in cui lo seguono con le telecamere mentre torna ad Auschwitz in pullman, insieme a tanti altri ex deportati.

Il maglioncino ci vuole per forza, perché qua fa fresco anche d’estate. E poi ha appena piovuto.

La guaina, sì, ancora funziona bene, ma un po’ di umidità sale lo stesso, dagli infissi entra qualche spiffero, ci vorrebbe una registrata. Però non adesso, papà, l’anno venturo.

Perché tanto l’estate prossima qua rifacciamo tutto. Togliamo la guaina e rimettiamo le tegole. Anzi pavimentiamo il terrazzino con le mattonelle di Caltagirone. Mettiamo una citronella per le zanzare e due vasi di bouganville agli angoli del balcone. E nell’aiuola davanti alla porta ci seminiamo un piede di fico. Poi torniamo ad abitare qua pure noi, non fa niente che ci stiamo dieci minuti in più a pigliare la superstrada. Alla fine si sta molto meglio, il pane è sempre caldo e lo possiamo avere come piace a noi, ben cotto e a pasta dura.

La badante est europea, finito il temporale di agosto, si sposta un poco sul gradino per lasciare entrare in casa il figlio del badato.

È venuto a trovare il padre e gli sta facendo questo discorso sulla futura ristrutturazione.

La badante dell’est europa un poco prova tenerezza e un poco pensa che stasera li lascia senza banane tutti e due.

Ma più di tutto pensa che se veramente qua tolgono la guaina e rifanno il terrazzo, poi in paese tornano pure le macchine. E a lei sedersi fuori sul gradino davanti alla pozzanghera piace.

Io, Bianconi e i picciriddi

Inserito il

Bacall-Aaron-Cartoon

Bianconi ha l’età mia, cioè o ne fa o ne ha già fatti quaranta.

L’età c’entra col fatto che più che per il concerto (i Baustelle, dopo che a registrare le canzoni ci mettono la cura che ci mettono, tendono a rifarti live le canzoni per come sono) ero là per vedere che gente c’era.

Anzi, veramente ero preoccupato di sapere già che gente ci sarebbe stata, perché mi aspettavo di trovarci tanti adolescenti.

Avere vicino degli adolescenti è una tortura: non direi le punture delle zanzare, e manco il fastidio delle mosche, ma la mistura di raccapriccio e di terrore che incutono i pappapani con le ali quando ti planano scomposti a un millimetro dalla faccia.

E infatti di adolescenti ce n’erano a stormi, a voglia quanti ce n’erano, così tanti che a un certo punto uno per forza si doveva domandare: ma che ci fanno qua, questi?

Perché se uno ci pensa, i Baustelle chi sono?

Sono una band di quarantenni, che si rifà al mondo musicale melodico dei ’60/’70 italiani e rifinisce le canzoni con arrangiamenti orchestrali, code, temi che si inseguono per tutto l’album a mo’ di sinfonia, infittiti da una serie di rimandi, citazioni, riferimenti a musica e musicisti di epoche più o meno lontane.

Bianconi, poi, è una saldatura umana, l’anello di congiunzione tra Fabrizio De André e Giovanni Lindo Ferretti: la sintesi hegeliana che la mia generazione attendeva da decenni, il messia che i nati nei ’70 – in bilico tra due nulla di densità differenti – attendevano per ritrovare una collocazione nel cosmo. O in alternativa, almeno, farsi un sano pianto liberatorio.

E invece chi sono gli adolescenti?

Creature inumane, al massimo qualche punto di contatto col mondo animale. Insetti, roba da entomologi: carapaci ripieni di quello stesso liquido purulento – della consistenza a metà tra la crema chantilly e la pasta dentifricia- che a ogni maldestra spremitura davanti allo specchio dell’ascensore cola giù eruttato dai loro brufoli: di questa materia semiliquida e semisolida sono fatti gli adolescenti, dentro.

Perché mai frotte di siffatte bestiole, ti chiedi al concerto mentre sei circondato dal loro insensato movimento, in questo istante non si trovano in uno di quei recinti costruiti apposta per il loro dimenarsi, magari ai ritmi ossessivi che tanto sembrano prediligere, e ristagnano invece qui, nel loro volo immondo, accanto a me, ometto di mezza età, ceto medio riflessivo, incline all’odio generazionale e allo struggimento per quelle nostalgie che Bianconi sa prima far emergere contro la tua volontà, e poi sublimare fino al rapimento estatico? Lo puoi capire solo al concerto.

Il motivo per cui Bianconi piace agli adolescenti è che Bianconi ha pietà di loro.

Nei suoi i testi non è raro imbattersi in espressioni che in apparenza suonino come esplicito disgusto o riprovazione nei confronti degli adolescenti. Eppure sono proprio queste ad euforizzare i pappapani durante il concerto, e con quale intensità.

Prendiamo due canzoni simbolo dei Baustelle, che – appunto- hanno per protagonista un adolescente: la ragazzina suicida de La guerra è finita e il quindicenne passivo/aggressivo di Charlie fa surf.

Della prima Bianconi ci dice già nel primo verso che era una stronza, e – attribuendo la valutazione a un suo insegnante – la definisce poi emotivamente instabile/viziata ed insensibile (e quanto gli piacciono ai fan in età puberale questi versi, e come li cantano a squarciagola, riconoscendosi in pieno della definizione).

A Charlie, invece, prototipo del bimbominchia impasticcomane, iperattivo e nichilista, Bianconi augura che qualcuno (un educatore all’altezza della propria funzione?) faccia opera caritatevole, sfigurandogli il volto con una mazza da golf, sì da correggerne la scalmanata condotta.

Strano che gli adolescenti adorino chi li canti in questi termini? No. Perché gli adolescenti, essendo ancora incapaci di pensiero, sentono molto più distintamente di noi. E sentono che con quei versi Bianconi sta distribuendo loro il perdono.

La descrizione (magnifica e molto profonda) che fa di certi loro tipici (forse anche stereotipici) atteggiamenti trasuda empatia, un’empatia causata dal fatto che oltre all’assenza di un giudizio (e quindi di una condanna), è presente il riconoscimento.

Mon semblable, mon frere diceva Baudelaire (che Bianconi cita ed evoca di continuo) rivolgendosi al suo lettore ipocrita (che finge di ignorare la noia e lo spleen esistenziale che il poeta invoca) più o meno così come Bianconi si rivolge al suo pubblico ipocrita (io, che fingo di aver rimosso ciò che fui e in parte ancora sono). Quindi è come se davanti allo specchio del tempo Bianconi vedesse non se stesso com’è oggi, ma la destrutturazione degli stadi attraversati dal sè che è stato fino ad oggi.

Bianconi parla sempre e solo di passato, di quel che siamo stati e non saremo più, e in questo vedersi come accumulo di scorie e ipotesi scartate l’adolescenza è un mattoncino di lego bello grosso, e di un colore sgargiante, su cui a Bianconi, che possiede questa meravigliosa, misticheggiante e pànica malinconia, risulta obbligatorio fermare con insistenza lo sguardo.

Una delle canzoni più struggenti dell’ultimo album, Il futuro, è la candida confessione dell’incapacità di dimenticare sé stessi, il terrore di calcificarsi nello stallo:

Il futuro cementifica

la vita possibile

dice un verso, e l’età della vita possibile è per antonomasia l’adolescenza, passata la quale comincia la desertificazione dell’ipotetico: solo ciò che è ancora in nuce può aspirare alla vita, raggiunta la quale resta solo la nostalgia, che è il sentimento predominante di questo album, tutto dedicato al tempo.

La salvezza, in Bianconi, viene solo dalla possibilità di non dimenticare, di ricordare, di ricordarsi da vivi:

il passato adesso è piccolo

ma so ricordarmelo:

io, Gianluca, Rocco e Nicholas

felici nel traffico

di un marciapiede del Pigneto vite fa.

Del resto il tempo è anche il tema di altri capolavori precedenti, come Le Rane, mentre tutto il primo album Sussidiario illustrato della giovinezza è solo una prova, un magnifico fallimento, perché è tutto un tentativo di rendere e rivivere l’adolescenza, anziché di comprenderla e perdonarla, come avviene nei successivi.

Insomma, i piccoli pappapani adorano sentirsi tirare le orecchie da Bianconi perché lui fingendo di rimproverarli (cioè fingendosi uno di quegli adulti che li rimproverano, e dunque schernendo gli adulti che li rimproverano) li descrive senza in realtà rimproverarli affatto: non siete colpevoli delle vostre azioni, a essere colpevole è solo la vostra età.

Bianconi è una specie di Gesù, ha questo dono salvifico per tutti: non giudica te, giudica l’umano di cui sei chiamato tuo malgrado a partecipare. E nulla di ciò è umano gli è estraneo, adolescenza compresa. E allora sì, era una stronza, ma aveva sedici anni appena. E per avere pietà di Charlie è necessario non avere alcuna pietà:

una mazza da baseball

quanto bene gli fa.

Un altro motivo per cui Bianconi raccoglie il gradimento di una età tanto difficile suppongo sia la cernita che sa fare del materiale scolastico. È una deduzione effettuata sulla base dell’applausometro, e nell’unico suo concerto cui abbia assistito (Taormina, 30 luglio 2013): quando l’adolescente rintraccia la citazione, ne gode.

Perché Bianconi alla fine cita le cose che dovremmo sapere tutti, i poeti e gli scrittori che si studiano a scuola, e proprio in quell’età lì: Dante, Foscolo, Montale. A me sembra una cosa meravigliosa, un atto di coraggio luminoso. L’adolescente sente che la scuola non esiste invano, apprezza il fatto di poter tramite essa apprezzare meglio qualcosa che apprezza già (le canzoni dei Baustelle). E se li guardi in faccia, a un concerto, te ne accorgi subito: c’è gioia nel condividere un sapere.

Gioia che appartiene a tutti, e che veramente unifica passato e futuro nel presente: Monumentale ti uccide di bellezza per vari motivi, irriassumibili.

C’è il folle ardire di scrivere oggi, nel 2013, un ode cimiteriale: anacronismo, pretesa di assoluto, ambizione smodata all’eterno, che però si coniuga con un crepuscolarismo dimesso, un richiamo all’attualità quasi giornalistico, che non te lo aspetti e ti stende (è un duetto, e nei duetti credo di avere capito come si dividono i compiti quei due: Bianconi ti sfinisce, ma poi è Rachele che ti finisce, tipo qui, al minuto 0: 55, quando dice e piangi, che veramente ti viene da piangere).

E poi c’è il carico di ricordi da liceo che si tira dietro il rievocare I sepolcri (con una classe infinita, che il Venditti di Notte prima degli esami già se la sognava):

tra le tombe del monumentale,

trovi Dio,

trovi Montale, ed un’opaca infinità.

Quindi lascia perdere i salotti

coi talenti e le baldracche,

vieni all’ombra dei cipressi

dona amore, al pomeriggio

a chi sospende la sua vita

tra le urne amiche del monumentale,

di realtà

e d’irreale, vieni a fartene un’idea.

Chi sta esortando Bianconi a farsene un’idea? Per me non c’è dubbio: sta parlando con un adolescente. Che magari poi c’ha quarant’anni e somiglia a un pappapane con le ali. Ma questo è il vero dramma, quello di cui non mi va di parlare.

Urania era molto meglio del camioncino

Inserito il

kids n reading

Non è per dire, però c’è uno (un siciliano) che in agosto girerà la Sicilia con un furgoncino (la book car) per portarci i libri.

Lui si chiama Filippo Nicosia e dice che:

«Da Roma in giù, si sa, i promotori neanche ci vanno. I dati di vendita dei libri al Sud sono sconfortanti».

Ecco, al di là del sostegno che sento di dover dare all’iniziativa, mi sono cominciato a chiedere delle cose e alla fine sono arrivato alla conclusione che io, per fare leggere la gente, forse assumerei l’atteggiamento opposto a quello del camioncino. Nel senso:

ma se uno non vuole leggere, ma perché gli devono scassare la minchia?

Lo so che sembra una scemenza, però oggi ne parla Elena Stancanelli su Repubblica e l’altro ieri ne hanno parlato a Fahreneit (un sacco di gente che voleva mandare libri a Lampedusa perché “le isole hanno bisogno di libri”), e a me pare che quando se ne parla ti parlano come al bambino che non vuole mangiare gli spinaci, ti dicono che leggere fa bene, ti conviene, ti serve a questo e quello, quindi ora per favore apri bene la mente e inghiotti senza sputare.

E va bene, ho capito, ma pure fare sport fa bene, conviene, migliora la vita, la salute, però io un quacchero che gira col camioncino attrezzato per convincerti a fare un’ora di corsa o di nuoto ancora non l’ho visto.

Quindi forse ci dobbiamo solo mettere d’accordo su questa cosa: leggere cos’è? È un piacere o un dovere? Perché i piaceri è inutile predicarli, io non l’ho mai visto un imbonitore o un predicatore di piaceri, quelli che predicano di solito si flagellano con il cilicio, per i piaceri non c’è bisogno di prediche, i piaceri si predicano da soli, non è che ai piaceri uno ci si deve convertire. Sono i doveri che vanno predicati.

In Italia pare che leggere sia un dovere: bisogna leggere, è importante. E infatti nell’articolo di Stancanelli ci sono frasi che un po’ fanno venire in mente una medicina e un po’ fanno pure  paura:

«Se la gente non va dai libri, saranno i libri ad andare dalla gente”. [Io però se un libro si presenta a casa mia manco gli apro. Metti che poi mi vuole vendere un enciclopedia].

«Da Therese [una libreria di Torino, racconta Ferraris, il proprietario] le persone entrano e parlano, chiedono e ricevono consigli. Li aspettiamo, ma ogni tanto li andiamo anche a cercare con la nostra book car». [Cioè questi qua si sono organizzati con una specie di ronda per il rastrellamento: se non ti consegni spontaneamente, ti vengono a prendere fino a casa] .

Che poi secondo me è sempre in base a questo atteggiamento del “mangia che ti fa bene” – che quanto più lo si nega (prospettando le iniziative sulla lettura come “divertenti”, “curiose”, “originali” ) tanto più lo si rafforza (solo le cose noiose hanno bisogno di camuffarsi da cose accattivanti) – che gli scrittori poi si convincono di essere in missione per conto del bene e si arroccano su posizioni di una supponenza antipaticissima, tipo quella che hanno preso in coro sul talent show sullo scrivere previsto dalla Rai per il prossimo novembre.

Lo scrittore – che è il corrispettivo speculare del lettore, perché è noto che chi legge molto prima o poi a scrivere ci prova- pensa sempre che oltre a scrivere deve “fare pensare”, “dire qualcosa”, impegnare ed essere impegnato: pensa insomma che scrivere sia sempre e comunque più “arte” di qualsiasi altra arte, perché, per dire, pure il canto è un arte, ma nessun cantante si indigna se fanno un talent show sui cantanti (o sì?).

E infatti che succede? Che non legge nessuno. Perché è una tristezza.

Lo scrittore italiano o fa le ” belle lettere” , oppure cerca il risvolto sociale, la critica al vivere contemporaneo, insomma fa “l’anima bella” che si contrappone al vivere orrendo dei suoi tempi: lui su una rupe, a difendere se stesso e i suoi lettori dalla barbarie, e gli altri, in preda ai roghi e ai saccheggi dell’ignoranza.

E così scompare l’intrattenimento puro, la letteratura di genere e quella d’evasione, che è l’unica che potrebbe portare la gente (forse addirittura perfino i siciliani) a leggere senza  bisogno del camioncino.

Invece se parli con un  qualsiasi “lettore forte” (che di solito è sempre lì lì per diventare uno scrittore),  quello si dice disgustato da chiunque venda libri e abbia un minimo di successo. Camilleri? Puah, scrive gialli, orrore. Lucarelli? Oh schifo, vende copie a migliaia. Fabio Volo? Piace alle casalinghe, sei pazzo. Faletti? Ma è un comico, che dici.

E allora, scusate, ma la gente non solo deve leggere, deve pure leggere quello che dite voi? Stando a Filippo Nicosia, il libraio itinerante, parrebbe di sì:

«Ho chiesto alle piccole case editrici, minimum fax, marcos y marcos [che ormai, poi, chiamale piccole…] la Nuova Frontiera, Nutrimenti, Due Punti, l’Orecchio Acerbo, Voland e tutte le altre che sto dimenticando…- di poter scegliere. Così quando mi fermerò nelle piazze, venderò solo libri che mi piacciono [cioè io mi devo comprare non un libro che piace a me,  ma un libro che piace a te?] e saprò raccontarli meglio».

Non è che possegga dati particolareggiati in merito, ma pare che in parecchi paesi europei (Germania e Inghilterra su tutti) si legga molto più che in Italia.

E infatti basta farsi un giro sulla metropolitana di Londra per accorgersi che quasi tutti hanno un libro in mano.

Ora, a parte il fatto che abitando in un punto molto a sud ho potuto constatare come, man mano che si sale, la lettura diventa sempre più uno schermo (a Roma, per dire, nella metro la gente parla, pure abbastanza ad alta voce, a Milano già si parla molto meno e fanno la comparsa i giornali, mentre da Parigi in su si “legge”, nel senso di certi tomi enormi: come a dire, cerco di non guardare nessuno, di farmi più che posso i fatti miei, mi metto le cuffie e apro l’e-reader. Infatti chi altro legge un sacco? Le coppie che hanno appena litigato. E non può essere un caso. Gli ziti, i mariti con le mogli,  dopo che se ne sono dette un sacco, allo scopo di non cacarsi per un poco di tempo, leggono: si aprono un giornale o un libro a testa perché così riescono a restare nello stesso posto senza parlarsi. Quello dell’isolarsi è uno dei tanti aspetti della lettura, che può essere buono come cattivo, eh, perché d’altra parte anche chi sta in rete tutto il giorno praticamente legge tutto il tempo, e non mi pare un campione di umanità da prendere a modello).

Comunque se uno sbircia anche solo le copertine si capisce benissimo cosa leggono a Londra e a Berlino: libri fatti per essere venduti e letti, come quelli di Fabio Volo o di Moccia da noi. Solo che là nessuno si indigna se Bridget Jones fa sei milioni di copie e Julian Barnes no: sono due campionati diversi, ognuno gioca il suo, come è normale che sia.

Così a me viene il dubbio che in Italia si legga meno che altrove perché altrove sono più bravi di noi a farsi leggere anche da chi non è un “lettore forte”.

Qua appena sconfini (Saviano, per dirne uno, è ormai bersaglio di continui sarcasmi e di una diminutio a oltranza: ha superato abbondantemente e da subito la cerchia dei lettori forti e si è fatto leggere e comprare da molte più persone, e questo immediatamente lo ha squalificato presso quella comunità “impegnata” dalla quale in origine proveniva) sei bollato: perché sotto sotto l’intrattenimento è sempre un po’ malvisto, è sinonimo di scimunitaggine.

E così arriviamo allo sdegno per il talent.

Cos’è un  talent? Un talent è uno spettacolo. Non c’entrano Dostoevkj o Proust: c’entra che chi scrive può anche non essere diverso da chi canta o da chi suona, e magari lo fa per puro diletto. Non è che  scrivendo per forza uno vuole fare l’arte o la letteratura. Non è che può scrivere solo chi pensa di stare dando al mondo qualcosa che lo migliorerà. Magari c’è pure qualcuno che vuole solo intrattenere se stesso  e magari riuscire anche a intrattenere qualcuno. Come chi canta una canzone o balla dalla De Filippi. Cos’è quest’aura di sacralità dello scrittore, questa presunta superiorità  rispetto a tutto il resto, che fa indignare sul talent come se fosse vilipendio alla più nobile delle arti? Vilipendio a che? Al cliché dello scrittore che si chiude in una soffitta e la notte ispirato dalle muse compone con la penna d’oca? Ma non è una minchiata? E non c’è una presunzione enorme nel vedersi così, scrittori e lettori, membri del club dei colti e degli artisti?

Scrivere o leggere non significa essere tutti parenti di Shakespeare. Scrivere è anche come cantare una canzone. Le canzoni sono tante, per tanti gusti: puoi cantare Gershwin all’opera e puoi cantare pure Gianni Celeste sotto la doccia, dipende dai contesti e da cosa ti va o ti riesce di fare.

Se magari ci si scrolla di dosso quest’idea orribilmente paludata dello scrittore artista, magari arriveremo prima o poi ad accettare l’idea dello scrittore intrattenitore. E secondo me a quel punto la gente sì che comincia a leggere, altro che camioncino.