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La superbia ribaltata di Castelmola

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421LEGO1

Castelmola è 4 km sopra Taormina, e farà tipo mille abitanti. Fanno un pane squisito, che però a quanto pare piace solo a me, perché ogni volta che lo porto a casa poi mi dicono che è ghiummuso e pare gigomma (dopo che per comprarlo devo fare uno sterrato strettissimo a strapiombo su una scarpata senza guardrail ed entrare quasi dentro casa di questa famiglia di fornai pazzi, che appena varchi il cancello sciolgono i cani e te li aizzano contro, e dopo però sono tutti gentili: ah, sì, prego, dica pure, quanto pane vuole?).

Nella stradina che porta alla pensione dove vado di solito, sotto il nome della via che non mi ricordo qual è, c’è la targa in marmo di un poeta che non mi ricordo chi sia, che recita una cacata di poesia, una cosa tipo “Castelmola è un canto d’amore elevato alle stelle”. Solo che ogni volta leggo quel verso banale e penso: mih, però è vero.

Infatti Castelmola è inserita tra i borghi più belli d’Italia, quindi non sono il solo a pensare che sia molto bella, e poi è bella anche perché c’è un bar, il bar Turrisi, dove tutto, dalle maniglie delle porte, alle porte, alle sedie, alle scale, ai tavoli, ai tavolini, ai passamano, alle ringhiere, ai cucchiaini da caffè, è a forma di minchia.

Io ho sempre trovato che la minchia abbia una forma elegante, e pur non essendo puppo, i puppi li capisco benissimo, e sono sicuro che di una bella minchia dev’essere facile innamorarsi.

La minchia c’ha questo carattere estroverso, è tutta protesa verso l’esterno, le carezze, l’affetto, se li chiama proprio, mentre invece il pacchio – che io amo molto nonostante la sua natura guardinga e diffidente – è all’opposto un carattere introverso, per vedere bene com’è fatto dentro dovresti fare tutta una serie di manovre con lo specchietto, è scontroso, ritratto, ripiegato su se stesso, e la sua forma stessa non è bella in sè, come invece è bella la minchia, che tutti quanti, quando la mattina ci alziamo e pisciamo, tra noi e noi la prima cosa che pensiamo vedendola è: ma quant’è bella la minchia mia, e ci sentiamo i fortunati possessori di un oggetto esclusivo.

Comunque il bar Turrisi è strano, ma non per le coppole di minchie, che sono una cosa naturale (e dunque piuttosto normale), ma perché se lo vedi, per dov’è messo e per quanto è alto (che poi non è altissimo), sembra una di quelle palazzine abusive degli anni ’60, quelle che due o tre fratelli muratori si costruivano per andarci a stare insieme con le rispettive famiglie ai tempi del boom edilizio. E manco questo è strano, perché la Sicilia è piena di palazzine abusive (o che sembrano abusive) degli anni ’60. La cosa strana è che la palazzina del bar Turrisi sembra bella.

Ora, io non sono uno storico di Castelmola, però ho una teoria su questo fatto che le case brutte anni ’60 a Castelmola sembrano belle.

Dal 1970 e qualcosa, a Castelmola non è più possibile costruire nuove case. E secondo me per questo motivo a Castelmola sono riusciti nel miracolo di rendere belle le case costruite tra il ’50 e il’ 70: non potendone fare di nuove, hanno rifatto più belle quelle che già c’erano.

Per questo i condomìni che a Siracusa fanno orrore, a Castelmola sono belli come il bar Turrisi o come uno dei tanti hotel di charme, che se per caso una volta ti ci pigli una stanza, ti accorgi che sono veramente di charme, nel senso che lo charme viene dal leggere questa sottotrama di moplen e modanature in rovere laccato che un sacco di edifici, anche negli interni, si portano sotto la pelle, come il microchip per il riconoscimento dei cani bastardi (notoriamente i più belli di tutti, e pure i più intelligenti).

Anche per questo suo non negare l’anima mezza abusiva con cui è nata, o con cui a un certo punto deve essersi sviluppata, e per questo suo averlo capito in tempo e avere corretto la direzione (oggi, per dire, a Castelmola, fanno una cosa tipo rifiuti zero, hanno le mini compostiere a casa, e fanno un porta a porta totale, e tutto è pulito che brilla) Castelmola è, penso, il posto più mio nel pianeta terra dopo Siracusa. Perché forse Castelmola è un poco come me. Nel senso che Castelmola di base è scarsa. Però prova a migliorare.

Non è che voglio offendere i castelmolici (o castelmolesi? a me viene da dire castelmolisani, ma perchè Castelmola è piccola tipo il Molise) dicendo che Castelmola è scarsa in assoluto, anzi. Non esistono paesi scarsi in assoluto, io stesso forse non sono scarso in assoluto (anzi proprio io forse sì). Dico che Castelmola è scarsa nel senso che Castelmola non è Taormina: è solo Castelmola. E però lo stesso guarda Taormina dall’alto in basso.

Castelmola c’ha questa specie di superbia ribaltata. Nel senso che lei proprio si compiace di non essere il luogo chic. È vicinissima a Taormina, le somiglia pure, e però è tutta fiera di essere solo il paesino vicino a Taormina. Sfrutta la fama del comune limitrofo, ci fa un poco di soldi, e però guai a chi turba il suo pacifico tran tran.

Quindi diciamo che Castelmola è quella ragazza del liceo che tu ci esci perché sua cugina è bona. Però, quando poi realizzi che non c’ha il complesso della cugina bona, di colpo cominci a perderci la testa: ma com’è che questa qua si sente meglio di sua cugina? Che poi forse non è manco vero che si sente meglio, mischina, però ormai te l’ha fatto credere, la curiosità è scattata, e insomma Castelmola t’ha fottuto. A te e pure a sua cugina.

A Castelmola ci sono tutta una serie di affacci, piccoli, medi e grandi: alcuni li incontri mentre sali (se sali a piedi, o dalla vecchia scala saracena ne incontri uno ogni tre passi). E incontri pure una chiesetta rupestre minuscola, che è chiusa a chiave (ma la chiave è nella toppa, quindi la puoi girare e ci puoi entrare: tanto è una stanza vuota). E pure un arco fortificato dove un tempo forse si esigevano gabelle o dazi e ora però sembra solo un forno a legna per le pizze margherite (ma è suggestivo lo stesso, perché mentre sali gli scaloni un poco stravolto dalla fatica pensi: ma che spacchio ci fa un forno in pietra in mezzo alle scale?).

Molti altri affacci invece li incontri in vari punti del paese. Io, visto che vado spesso a Castelmola, ora potrei fare lo sperto e raccomandare questo o quell’angolino che conosco solo io, da dove si vede lo jonio o la madonna della rocca o tutt’e due. Ma il fatto è che a me piacciono quelli dove vanno tutti.

Che in pratica sono due: uno è la microscopica piazza del Duomo, e l’altro è punta San Giorgio, quella con la poesia del canto d’amore alle stelle.

Delle due mi sa che preferisco questa, perché è un posto che se ci vai d’inverno, con la giornata nitida, vedi la Calabria.

È molto bello vedere la Calabria da Castelmola, perché significa che da qua puoi vedere il continente, il che dà l’idea di una certa contiguità tra la Sicilia e l’Italia, e io a quest’idea della repubblica che è una e indivisibile mi commuovo sempre: mi fa sentire americano (che gli americani c’hanno questa cosa del sentirsi ex pluribus unum).

Ogni volta che mi sporgo dal parapetto di piazza San Giorgio per vedere la Calabria mi chiedo se dalla Calabria ci sia un punto da cui si vede Castelmola.

Ritengo di no.

In questo ci leggo una smentita di quella teoria secondo cui il grande contiene il piccolo e il piccolo contiene il grande: no. Il continente Castelmola non la vede: Castelmola è piccola. Castelmola invece il continente lo vede: il continente è grande. Le dimensioni contano.

Anche questo, secondo me, fa parte di quelle considerazioni sulla superbia al rovescio di Castelmola: Castelmola è capace dello stesso incantesimo degli intellettuali. 

Io per intellettuale devo dire che intendo una persona che è piacevole stare a sentire, però in una maniera istruttiva, cioè che in qualche modo genera apprendimento.

Un intellettuale ti dice cose a cui non avevi mai pensato, oppure ti dice meglio cose che pensavi già, o ancora ti sa spiegare perché o come mai pensavi quelle cose senza manco sapere di pensarle.

Se sei seduto a un tavolino dove c’è un intellettuale, ti accorgi che gli intellettuali hanno un potere supremo: la cosa che dicono loro è spacchiosa, quella che dicono gli altri è una gran minchiata.

Me ne sono accorto un giorno che c’era questo tizio che stimo moltissimo, che spiegava che lui lo sci nautico non lo sapeva fare ad altri tre che erano molto bravi a fare lo sci nautico. Improvvisamente quei tre si sentivano dei poveretti perché sapevano sciare, e lui sembrava un dio perché non sapeva sciare.

Penso dipendesse da come spiegava questo fatto di non sapere sciare, che normalmente se non sai sciare ti pigliano per il culo, e invece lui sembrava pure contento di questa sua inchiappataggine, e insomma alla fine non sapere sciare era molto più interessante di sapere sciare.

Ecco, Castelmola, rispetto al continente c’ha questo: che sicuramente il continente è molto meglio dell’isola, perché, essendo il continente, è grande e contiene anche l’isola. Però, se sei affacciato dal parapetto di piazza San Giorgio, pure se vieni dal grande continente, pensi che la cosa spacchiosa è la piccola Castelmola, che poi non è manco Taormina: è solo Castelmola. E questo indipendentemente da quanto tu sia bravo a fare lo sci nautico.

PS: A Castelmola si consumò il tradimento più letterario del secolo, cioè quello di Lady Chatterley, nel senso che la moglie di D.H. Lawrence cornificò il marito con un vigoroso campagnolo autoctono, ispirandogli il romanzo che da poco meno di un secolo continua a essere il primo libro che gli adolescenti di ogni generazione chiedono in prestito alla biblioteca per imparare a leggere con una mano sola.

Quindi non è per qualche cosa, ma con un episodio del genere accaduto proprio qua, la poesia su quella targa in marmo suona ancora più scarsa. Potevano metterci una citazione a effetto da L’amante di Chatterley, che so, per esempio:

«Oh Dio! Oh mio Dio!».

Oppure almeno questa, da L’uomo che amava le isole:

«C’era un uomo che amava le isole. Era nato su un’isola, ma non gli si addiceva perché c’era troppa gente oltre a lui. Voleva un’isola per conto proprio: non necessariamente per starci da solo, ma per farne un mondo tutto per sé. Un’isola, se comincia a essere grandicella, non è meglio di un continente. Per la verità deve essere piuttosto piccola, per assumere sembianze di isola; e questa storia mostrerà quanto minuscola debba essere, prima che tu possa ritenerla pronta a riempirla con la tua personalità».

 

»

  1. Antonella Bassi

    A proposito di questioni intellettuali, ma allora pacchiano deriva da pacchio? È com’è che c’è questa inversione del genere grammaticale rispetto a quello naturale? Insomma, devi perdonarmi, qui è l’una di notte, ed evidentemente la deformazione professionale mi perseguita anche in vacanza 😦
    La prossima volta che vado a Taormina proseguo per Castelmola, e senz’altro mi fermo al bar Turrisi non foss’altro che per controllare le maniglie ecc. Ma il caffè com’è, è buono?

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  2. Pensavo scherzassi, invece il bar Turrisi esiste davvero, eccome. E di enorme non ha solo i toast…
    ‘La’ minchia e ‘il’ pacchio: ha ragione Antonella, interessante questo scambio di generi nel dialetto siciliano, sarebbe da approfondire.
    Ma frasi come “è una vera pacchia” o “la pacchia è finita” c’entreranno qualcosa?

    P.S. Bella e arroccata Castelmola, per niente scarsa ( bar a parte ). Ci sarà mica qualche sottotesto?
    P.S.2 Sei anche tu un intellettuale, rassegnati, che riesce a far digerire ( quasi ) un discorso sulla bellezza della minchia ad una ex sessantottina come me, lasciandolo un attimo prima che una s’incazzi per passare alla poesia del piccolo e del grande, dell’isola e del continente, o all’ironia della ragazza con la cugina bona o alle citazioni di Lawrence ( e della moglie ).

    Rispondi
  3. Che articolo! Pensare che son siciliana e non ho mai degnato di attenzione una cittadina del genere…recupereró presto.
    Grazie!

    Rispondi
  4. Vero, nè un’esagerazione, nè una forzatura, il luogo, il bar, è infestato da citazioni per niente timide, niente sottotesto, che vuoi lasciare all’immaginazione?
    Ma a proposito di concidenze, giusto da pochi giorni ho insegnato ai miei piccoli – piuttosto esuberanti nell’esprimersi sul tema in parole, opere e con rare omissioni – la parola ‘natura’.
    L’ispirazione mi veniva proprio da Lawrence, l’aspirazione tendeva a togliermi d’impaccio in occasione delle loro frequenti esibizioni, meglio se pubbliche – e chi vuoi che frequenti la terminologia ottocentesca di DH*? Infatti nessuno capisce niente, e poi va bene al maschile e al femminile..
    * Chi la frequenta? ma Federico Zampaglione, ovvio! Nella ormai assidua frequentazione della parola, mi è tornata in mente una sua canzone, stasera l’ho cercata, è stato facile

    “Non dirmi no certe zone della tua mente
    che ora non so si dischiudono lentamente
    e se non ti fa paura potrai guardare la mia natura
    nell’alba di domani…”

    .. ma che avrà voluto dire?

    P.S. davvero fuori tema, ma fantastico, il video di Mastrandrea e la Cortellesi che fanno il verso a Raimondo Vianello e Sandra Mondaini in una sigla TV dei ’70 che farei finta di non ricordare, e invece sì che me la ricordo..

    (non ho potuto resistere, Mastrandrea/Tarzan è davvero imperdibile, che faccia..)

    Rispondi
    • A chi lo dici, io adoro quest’uomo, con tutte le sue incertezze e timidezze, con la sua spontaneità e con il suo impegno politico/sociale ( che non guasta ).
      Dice che certe volte si chiede perché fa questo lavoro e che forse con le sue interviste abbassa gli indici d’ascolto. E dai, un altro inconsapevole che magari si sente scarso?

      Rispondi
      • Anche a me piace, molto. Non sembra uno che si prende troppo sul serio.. parla sempre con quell’ombra di sorriso (malinconico) nella voce e negli occhi, prendo appunti (anche il per niente scarso O’Reilly prenda una matita, please! :-))
        P.S. Ma il film di cui parla, cambiato il titolo provvisorio, è sempre quello con la Golino galeotta?

    • The original:

      P. S. giunta a questo punto, mi sfugge il nesso fra questo dettaglio e gli scritti del (rispettosamente) tenutario..
      Potrei ancora vaneggiare che l’eterea fanciulla ricordi Lady Chatterly e l’uomo selvaggio evochi l’aitante guardiaboschi che le intreccia fiori fra i capelli (capelli.. ritornando alla natura..).
      Scena indimenticabile. È per questo che non mai potuto rileggere questo libro.
      In sostanza, il solito fuori tema.

      Rispondi
  5. mi ricorda tanto il bravissimo Davide Enia il tuo modo di scrivere. Lo conosci, vero?

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  6. @fuoridalmondo: direi proprio di sì, la storia è quella e il regista anche. Grazie per l’osservazione, io non c’avevo fatto caso. ‘Il premio’ contro ‘Giulia non esce la sera’: non c’è confronto, a dimostrazione che nel fare un film, oltre ad avere qualcosa da dire, è importante anche la scelta del titolo.

    Rispondi
    • Sì, infatti il film era quello, singolare (o forse normale) come la storia del singolo Mastrandrea/scrittore che concorre al premio. strada facendo perda la centraltà della vicenda per diventare una delle storie, proprio mentre il titolo devia la traiettoria dello sguardo da lui.
      Il premio, alla fine, non è che un dettaglio fra tanti. Tutto questo senza che lui e le sue domande su se stesso e sulla sua scrittura e su tutto il resto smettano di essere i protagonisti.
      Non lo so se sto parlando ancora di Giulia non esce la sera. Mi sa che sono scivolata anche altrove..

      Rispondi
      • Sì, singolare. La storia ha influenzato la scelta del titolo o il titolo il taglio da dare alla storia stessa?
        Tante volte una parola o un dettaglio possono essere importanti, credo.
        in ogni caso mi colpisce che tra tanti video su Mastandrea, io abbia scelto proprio questo, con quella canzone dei Baustelle ( Piangi Roma ) che è per me quasi un tormentone.

      • Già, è così anche per me.
        Direi che trattasi dell’imponderabile, della dimensione inconsapevole, del perturbante, delle cose che girano e tornano senza un motivo apparente..
        🙂

  7. A proposito di imponderabile, oggi pomeriggio ho finito di sistemare ( si fa per dire ) l’ultimo scatolone.
    E’ rimasto fuori solo un calendario di Hopper, bellissimo, che mi sono trascinata negli anni. Enorme, non riuscivo proprio a metterlo da nessuna parte. Stava per finire nella sacca delle cose da eliminare. E dai, mi sono detta, in fondo è del 1991.
    Poi l’ho provato sulla parete dell’ingresso, in una spazio dove niente stava veramente bene. Perfetto. L’ho aperto al mese di luglio: le date e i giorni della settimana coincidono con quelli di quest’anno, il 20 luglio è di sabato.
    Ho scoperto che le date si ripetono ogni 11 anni ( qualche volta ogni 17, mah! ).
    Vabbe’, diciamo che c’entra la matematica, ma rimane il fatto che il quadro di luglio è il mio preferito, ‘Rooms by the sea’.

    Rispondi
  8. Bello, il trionfo dell’imponderabile..
    Quel quadro mi rimanda il sapore di certi miei sogni in cui da una finestra all’improvviso e del tutto imprevisto si intravvede il mare – non dovrebbe esserci, eppure c’è – e come qui e come in quell’altro che sempre racconta di una finestra sul mare – Wind from the sea, Andrew Wyeth – c’è un grande silenzio, solo il rumore del vento del mare.
    Qui più di una finestra, uno squarcio sull’abisso. Dà l’idea della vertigine.

    Rispondi
    • Hanno molto in comune, in effetti, non a caso sono entrambi definiti pittori del silenzio.
      Ma il vento che entra dal mare, non sarà mica un vento del nord?
      Comunque, per sorriderci un po’ sopra e buttarla, come dire, in ‘caciara’:

      Rispondi
      • Aiuto! Ma il vento del nord è pericolosissimo! Basteranno i cartoni di Nanni Moretti alle finestre?
        😉
        L’altra notte ho sentito uno strano rumore.. le tapparelle.. Qualcuno che lancia sassi alla finestra chiusa (che canzone era?), mi sono chiesta.. oppure il vento del nord?
        No, niente, era solo (!) il terremoto..

  9. Ma che sei a Numana o giù di lì?
    Io c’ho passato per 10 anni le mie vacanze, da ragazza, tutte le estati per due mesi.
    E’ nel mio cuore, soprattutto adesso.
    Se è così, altro che feeling, va a finire che magari ci conosciamo.

    Rispondi
    • A Numana andava (va) la mia compagna di liceo, magari è lei che conosci, non me.. se poi ci conosciamo è per altre vie, non questa.
      Il terremoto l’ho incontrato sul mio divano di Roma, pisolavo lì..

      Rispondi
  10. Grazie del post da parte di un discendente delle gentili stirpi molesi (in zona li si chiama anche – ironicamente – mulotici). Mi meraviglia che gli orrori edilizi del dopoguerra (tra cui, ahimè, anche la mia casa di famiglia) risultino piacevoli ad occhi altrui. Ma c’è chi ama Milano più di Venezia, e chi ritiene che le rovine dei bombardamenti del ’45 in centro a Palermo siano meravigliosi, quindi… Poi hai citato uno dei miei luoghi preferiti (la chiesa di San Biagio)! Curiosità: oltre al pane, hai mai girato le campagne? nascondono tesori straordinari…
    P.s. Una precisazione da pignolo: la piazza da cui si vede la Calabria a cui ti riferisci non è San Giorgio (che è quella di fronte alla chiesa quattrocentesca – ti sei probabilmente confuso con il belvedere di punta S. Giorgio, che è alla fine della strada della tua pensione, Villa Regina), ma Piazza S. Antonino, comunemente detta “La porta”.

    Rispondi
    • Onoratissimo che un molese abbia letto. Confermo tutto, errore su punta san giorgio, pensione villa regina e tutto il resto. Il pane di Castelmola si trova anche in una putia di Taormina, da Managò, può essere più comodo. Le campagne le conosco pochissimo,ogni tanto mi sono avventurato di corsa sul monte, ma pure là, a una certa curva dopo il cimitero, ci sono dei cani arraggiatissimi che spesso mi impediscono di proseguire. Grazie mille, davvero, Andea, grazie di essere venuto qui.

      Rispondi
      • Onoratissimo O’Reilly, sono io ad essere onoratissimo! Ho fatto girare il tuo testo tra i molesi, sta avendo grande successo!
        Tornerò spesso qui, si sta abbastanza bene 😉

  11. Solo perché non l’ha detto nessuno ancora, credo, ti segnalo, magari ti fa piacere, il bellissimo racconto di Brancati, Sebastiana, che parla di una ragazza di Castelmola e di come, bizzarramente, le capitò di venir via da quel bellissimo, isolatissimo paese.

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  12. Ho portato mia madre al bar turrisi. Lei si è guardata attorno, si è seduta e ha ordinato una granita. Tra parentesi, qualità scarsa ma menù da oscar. Io ho fatto per abbracciare il mega marruggio in legno. Niente. Continuava a parlare. Inizio a sventolarmi col menù. Niente. Lei era in un bar qualunque a mangiare granita alla fragola. Cazzo, dico, ma possibile mai? Arrivo a castelmola per portarla al bar turrisi e lei manco si sconza? Arrivo a castelmola per il bar turrisi, minchia. Però. Certo che alla bellezza dei luoghi, ai panorami mozzafiato, alle piazze-bomboniere, noi siciliani, siamo così abituati che ci sembra normale la bellezza del luogo, il panorama mozzafiato, la piazza-bomboniera. È così, una di quelle cose che stanno tra “per fortuna” e “purtroppo”.

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