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Archivi del mese: aprile 2013

Le petit grand tour di un orientale in occidente: notazioni sparse

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#Alberghi, B&b e ospitalità in genere.

Qui in occidente, le stanze non si lasciano a mezzogiorno, ma alle dieci. Le colazioni non vengono servite dalle 7 alle 10:30, ma dalle 8:30 alle 9:30. Diminuisce il tempo a disposizione per le abluzioni e, soprattutto, le evacuazioni. Si viaggia più di fretta. E più pesanti.

# Vizzini

Durante il percorso di avvicinamento apprendo che fuori dall’abitato il toponimo Vizzini viene pronunciato con la B (Bizzini). Per estensione, gli abitanti sono detti bizzinisi. Me li figuro bizzosi. A Bizzini c’è una scalinata tipo quella di Caltagirone, però nessuno parla mai della scalinata di Bizzini, mentre tutti i tedeschi con le quasette bianche non fanno che dire ja, sgalinatta di Kalataghirone wunderbar, zuper! Forse è questo a rendere bizzosi i bizzinisi. A Bizzini, osservo con compiacimento tutto turistico, portano il cappello. Cioè non il tasco, ma il cappello proprio, quello a falde larghe. E non gli anziani (anche), ma i giovani. I giovanissimi no, non m’è sembrato, ma quelli di mezza età avevano il cappello. Non tutti, qualcuno. Va bene: in più d’uno portavano il cappello. Diciamo che un gruppetto di resistenti fa sopravvivere l’abitudine di portare il cappello a Bizzini. Sono sedotto da questa cosa e per conseguenza dall’idea di comprare un cappello. Mi pare la cosa più verghiana da fare in paese. Chiedo lumi al barbiere di un comune limitrofo, il quale conferma: i bizzinisi portano il cappello per malandrineria. A Bizzini sono briganti. Una stirpe di briganti bizzosi. Cappello. Briganti. Bizzini. Questo paese mi piace. Voglio pure un bastone da passeggio, intarsiato nel manico. Esigo ci si rivolga a me con il vossignoria.

#Caltagirone

È il paese dei cantri e della scalinata. Dei cantri tacerò poiché argomento triviale. La scalinata è una cosa che ti acciunca le gambe. Il gradino è profondissimo: per passare a quello successivo ci vogliono due passi. Questo comporta che procedi come se avessi una gamba di legno e te la stessi trascinando: se il primo l’hai fatto con la destra, continui a usare sempre la destra. Siccome la scala è infinita, a un certo punto ti viene per forza di cambiare gamba. Vista da sotto, tutta questa gente che si arrampica su un piede solo fa l’effetto dei bambini in un cortile che giocano alla trinca (in Italia si chiama campana?), però in verticale. Dalla base della scala, Caltagirone è un giardino d’infanzia. Un’ora di ricreazione verso l’alto, con tutti, abitanti e turisti, che di colpo ringiovaniscono come in quella pubblicità dell’acqua minerale e tornano a essere una classe di seienni col cestino e il grembiule. Tirano un sasso e poi saltellano, senza stancarsi mai. Anche se hanno ottant’anni e si sono fatti trenta ore di pullman per venire a fare i turisti dalla Germania. O per tornare a casa dopo averci lavorato, in Germania.

#Piazza Armerina, mosaici.

Il morbo di Lapalisse affligge gli archeologi quando curano le didascalie per ciò che hanno rinvenuto. Alla villa romana del casale le leggo tutte, con scrupolo. L’accostamento più immediato è con i sottotitoli della pagina 777: l’archeologo, presupponendo la cecità del turista, gli illustra l’ovvio. In presenza di un mosaico enorme, rappresentante figure umane alle prese con lance, frecce, cervi, fagiani e pernici, la didascalia spiega che quella è una scena di caccia. E io che pensavo stessero mettendo i piatti in lavastoviglie. A ulteriore chiarificazione si specifica trattarsi della piccola caccia, perché quella che ammirerò tra pochi passi, con le stesse figure umane che si accingono alla cattura di tigri, leoni ed elefanti sarà la grande caccia. Al di là del fatto che io avrei usato caccia grossa e non grande caccia, il perturbante risiede nella didascalia successiva, quella apposta alla grande caccia. Senza tema di pleonasmi si ribadisce che questa che sto ammirando adesso è la scena della grande caccia. E una riga sotto si specifica, più con autismo che con pignoleria, che va distinta da quella della piccola caccia, ammirata pochi passi prima.

# Agrigento, valle dei templi.

A visitarla, ci sono le gite scolastiche e le gite di adulti. Più qualche gruppuscolo autonomo. Durante il percorso non si riesce a evitare l’omologazione dello spirito: ciascun uomo è uno studente. Non nel senso delle nozioni possedute, che sarebbe già una conquista, ma in quello dell’insofferenza. L’eternità maestosa da cui si è circondati induce un senso di fastidio per lo scorrere troppo lento del tempo. Se non sei più giovane non è una sensazione spiacevole: poiché in questo ritenere il tempo “lento” risiede forse l’essenza dell’essere giovani, sembra quasi di riconquistare un’età più verde. Ma dopo il primo tempio, nel mio caso Giunone, questo sentimento predomina su tutto, e la visita diviene solo uno struggente protrarsi dell’ultima ora del sabato nell’attesa della campanella. Gli scolari delle elementari e delle medie, innocenti, ostentano noia a sbadigli spalancati, senza pudore. I liceali reagiscono nell’unico modo in cui l’adolescenza sa reagire: rallentando ogni movimento fino al fermo immagine. L’incedere dei quindicenni lungo il viale della concordia esaspera gli insegnanti, che si sgolano e menano fendenti d’ombrello nell’aria come fanno i pastori con le mandrie che si attardano. E loro ancora di più trascinano i piedi, smembrandosi e ricomponendosi, dinoccolati, a ciascuno dei loro passi bradipi. Gli adulti assumono un contegno compensativo: avvertono che nell’eterno si annida il tedio dell’esistere, e dissimulano il panico ricorrendo all’ostensione del sentimento opposto, l’interesse. Di più: temendo l’accusa di superficialità, si impongono la lettura di guide e pannelli illustrativi fino all’ultima riga. Provano cioè a espiare con lo zelo dei maturi l’ignoranza che anch’essi, al tempo in cui presero parte alla gita scolastica, provarono ed esibirono con sprezzo. È per questo che al parcheggio riconosci in tutti un’espressione futurista come di sollievo, di motore a scoppio come sola igiene del mondo: le antichità appena visitate erano stupende, sì, però per fortuna sono finite. Altre due pietre di tufo e saremmo rimasti prigionieri del tempo.

# Realmonte/scala dei turchi.

Nel bianco siamo indistinti e indistinguibili. Qualcosa deve aver agito su noi tutti come il mare ha agito su questa marna abbacinante: compattandola con l’argilla e facendone un blocco unico, pettinato da scanalature. Su un paesaggio che è tale e quale la luna fatta di formaggio del cartone animato Wallace & Gromit, siculi, sicani, veneti e tedeschi vedono annullata ogni loro specificità etnico antropologica, riducendosi a zaini e sneakers che si inerpicano al ritmo di una foto a ogni passo. Ci si scusa se si ostruisce con la propria presenza l’obiettivo dell’altro, ma se qualcuno ti pianta un gomito nello stomaco non gli senti dire neanche un sorry. Siamo la nostra proiezione, e se non proeittiamo non ci siamo. Eccoci qua, allora, ad ammirare il lato più spaventoso della natura da dietro un display che ci rimanda indietro il non luogo su cui presto torneremo a fluttuare: una via lattea petrosa che aspira a diluirsi nell’acqua. Per adesso, contentiamoci di essere pixel a torso nudo. Entità che procedono a scatti verso il pianeta delle scimmie, e sostano su questa colata di escrementi bianchi: la deiezione di un gigante dall’intestino purissimo, con noi sopra tutti felici ad arrampicarci e farci le foto. Per tutto il tempo in cui sono stato qui ho pensato solo una cosa: e se adesso viene un terremoto?

#Eraclea Minoa

È la balena delle spiagge. Può inghiottire. Le due montagne che la cingono non si chiudono per poco: l’anello del portachiavi, che lascia giusto una fessura per consentire inserimenti e rimozioni. Quella fessura è il fulcro, finisce che guardi sempre là in mezzo. Alle spalle c’è una pineta: se il mare si agita (e qui lo fa spesso) ti senti preso in una morsa e non sai dove scappare, di che morte morire, se di stenti nel bosco o di annegamento in acqua. Spazi troppo grandi spaurano. Ma a questa spiaggia dopo qualche minuto ci si abitua. Ingloba nell’ecosistema e rende accettabile il corso degli eventi. E poi a rassicurare c’è un bar edicola pizzeria ristorante aperto tutto l’anno e tutti i giorni dalle otto a mezzanotte. Gente, altri Jona come te, che pescano lanciando lenze fuori dalla bocca del cetaceo (nel caso in cui il bar dovesse chiudere o non riaprire più?). Tutto intorno è un tappeto di meduse naufragate sulla sabbia, a morire di quella morte lenta che devono avergli augurato i bambini punti l’estate scorsa. Tutto, qua intorno, cospira alla giustizia.

#Marsala, le saline, l’isola di Mozia

Il sale produce un tanfo tale da farmi chiedere se sia per questo che si parla di esalazioni. Sembra impossibile che il panorama generato da una palude che imputridisce di minuto in minuto risulti tanto vivido. Acqua stagna da filtrare per cavarne il bianco, il non colore per eccellenza: resta da capire come possano venirne fuori sfumature iridescenti. Le avvolgono miasmi di una dolcezza nauseabonda: evidentemente il sale marcisce nel suo opposto, visivo e olfattivo. Marsala, anche lei spiazzante, non ha nulla del paesino. È una città di quelle eleganti. Le panchine di marmo più sobrie e raffinate d’Italia. Una piazza che la sera luccica e ti impone l’abito scuro. Ma per salire sul monte bisogna aspettare che sia mattina, dicono qui.

#Erice

Se fosse solo disumana, ci si potrebbe venire a patti e percorrerla a bordo di un mezzo meccanico. Ma anche i motori si arrendono a questa salita. Cerchi marce più basse della prima, vorresti scavare il cambio, ma non ce n’è. Il frastuono del fuorigiri contagia il fiatone al tuo corpo. Nel delirio della fatica credi di ansimare all’unisono con la montagna, ma è solo il vento: si infila dentro alle antenne e copre tutti i rumori, compreso quello del pistone che picchia in testa. Una funivia pencola sul baratro: impietrita da minacce ululate, non trova il coraggio di muoversi. Erice, fortificata da questo muro d’aria che turbina, atterrisce col suono e atterra con i nodi. Ti curvi in avanti e ti incula da dietro. Proteggi il fianco e ti smaciulla il grugno. Calci, pugni, schiaffi, spintoni, poi scappa. Il tempo di rialzarti, pensare che è passata, e torna all’improvviso. Ti spossa ma non ti finisce, sei il suo giocattolo. Venere voleva starsene qui sopra a fare l’amore, invece a Porta Trapani si consuma uno stupro, opera di deportati in bus al soldo di tour operator: penetrazione coatta di un luogo impenetrabile. Costante, inestinguibile, l’urlo della padrona di casa sbatte fuori tutti. E allora se vogliamo affacciarci dal castello bisognerà stare uniti, farsi legione e marciare compatti verso la cima: dice di non volere visite, ma vedrete che le piacerà. E se non vorrà offrirci nulla, la saccheggeremo. Vanagloria. Erice non te la puoi prendere: averla è vederla. E la vedi solo così, mentre lei strepita di vento e ti assicuta a colpi di scopa in testa. Tra gli stranieri imperversa la diatriba: più o meno bella di Taormina? State paragonando la dolce vita al mestiere delle armi. L’organza all’usbergo. Fatevene una ragione: non vi vuole. Tornatevene da quell’altra.

# Scopello, Castellammare del golfo

Vengo da lontano. Nelle terre dove ho vissuto e vivo l’acqua ti si fa incontro come un cane quando manchi da casa per troppo tempo: ti lambisce i piedi, arriva correndo a leccarti la faccia, ha un fregola che non può attendere etichetta. Forse è proprio che da me le strade sono invadenti, non chiedono permesso prima di entrare, s’infilano fin dentro l’acqua, nessuna che bussi mai, tu giri una traversa come fosse una chiave e ti ritrovi dentro stanze salate. Qui invece l’ospite è diffidente, ti guarda da dietro l’occhiolino e valuta se sei vestito bene. Sei a un passo dalla spiaggia, ce l’hai là sulla destra, potresti fare a occhio, che ci vuole? ma siccome non vedi l’ora di bagnarti e non vuoi rischiare errori di percorso, segui rigorosamente i cartelli. Svolti a un bivio che dice Tonnara e non capisci perché mai porti in montagna. La torre è là, si vede, ma le strade guardiane non transigono, ti portano in alto, ti fanno fare un giro punitivo. Solo quando ormai disperi, sarà consentito ridiscendere. Rituale iniziatico, verifica delle motivazioni: sei pronto per venirmi a trovare? Davvero ti interesso? Non mi fido, ti metterò alla prova, dimostralo, arrampicati fin lassù, e quando sarai in cima chiediti se era davvero me che volevi. Oppure è crudele vanità di femmina buttana: le insenature di Scopello e Castellamare sono appena uscite dal parrucchiere e non tollerano vecchi mariti incapaci di accorgersi della nuova acconciatura. Le si ammiri così, a figura intera. Dall’alto di un balcone. Da dietro una persiana. Ci si attenga al cerimoniale della seduzione. Mai si concederebbero senza prima aver suscitato desiderio con la distanza. Guarda come mi sta attillata quest’acqua. Come mi donano il blu, il verde, l’azzurro. Ho indossato orecchini lunghi come faraglioni che tintinnassero a farti da richiamo. Quando l’intensità è al massimo, la discesa sarà un precipizio. L’ingresso sembrerà chiuso, maledirai le voglie: la voluttà, mischiandosi al rancore, toccherà nuovi picchi, nutrendosi di rabbia delusa, prima di accorgerti che la porta l’ha lasciata a spaccazzedda. Poi tutto sarà languore.

In effetti, io non ne ho potuto più e il trenta di Aprile ho fatto un tuffo che mi ha gelato le ossa. Mai più prima di luglio. Il corteggiamento ha i suoi tempi.