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Archivi del mese: marzo 2013

Altro che onorevole o cittadino

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A Radio Tre hanno quest’usanza che non riscontro da nessuna altra parte. Per me è così caratterizzante che quando muovo il sintonizzatore per cercare la frequenza so di avere finalmente trovato radio tre proprio da questo. Chiamano gli ospiti per nome e cognome.

A Fahrenheit è un’abitudine su cui si insiste ancora di più che negli altri programmi, però anche a radio tre mondo, a radio tre scienza, a tutta la città ne parla, a piazza Verdi, a radio tre suite non c’è conduttore che contravvenga a questa etichetta. Mi piace un sacco. Immagino che debba essere nato come un espediente tecnico: in tv quando qualcuno prende la parola parte subito il suo nome e cognome in sovrimpressione, e spesso c’è anche scritto chi è, che carica ricopre, per cosa va celebre. Alla radio l’unica possibilità è che il conduttore si rivolga all’ospite chiamandolo per nome e cognome, così chi si è appena sintonizzato ne apprende l’identità e chi è già in ascolto non se la dimentica.

Oltre a essere una cosa utile (metti che il libro che stanno presentando è bello, o che le idee di quella persona ti abbiano colpito: puoi aspettare che il conduttore ripeta il nome e te lo puoi appuntare su un pizzino) è anche un tocco di classe. Va bene, sì, forse c’è anche un po’ di affettazione in questa pratica, però in fondo, anche se fosse, è uno di quei vezzi così sobri che se non ci stai attento neanche te ne accorgi.

Certe volte sembra proprio che usino il vocativo delle declinazioni latine, una preghiera a tutti gli effetti, e nel caso degli autori o degli ospiti che io adoro fino a venerare, ci sta che è una meraviglia, e anzi io premetterei anche un bell’O tipo così: ci racconti un po’ la genesi dei questo suo ultimo libro, O Antonio Pascale.

Certe altre invece il tono è più da interrogazione scolastica, ma a scuola di solito i professori ti chiamano solo per cognome, e a radio tre invece prima del cognome dicono sempre anche il nome, quindi la tensione è mitigata, quasi sparisce, resta quest’effetto ossimorico di una vicinanza lontana tra conduttore e ospite, che subito si riverbera tra te che ascolti e loro che parlano.

La vicinanza lontana è una cosa che teorizzo da sempre, perché io ancora non l’ho capito se la gente mi piace o non mi piace, nel senso che stare in mezzo alle persone mi diverte e mi rassicura, ed effettivamente mi fa anche avvertire quel calore umano della presenza fisica che tanto ci è dolce e necessario. Però anche mi turba. E allora penso che sì, va bene, stiamo vicini, è bello, mi piace, ma non mi toccare per nessun motivo al mondo perché se lo fai tiro fuori il mio machete e ti sgozzo sul posto. E allora solo il nome sarebbe troppo e solo il cognome sarebbe troppo poco: nome e cognome è perfetto.

Che poi io mi immagino sempre che quelli di radio tre e i loro invitati si conoscano benissimo da un sacco di tempo: è facile che tra intellettuali e cervelloni si frequentino già da una vita, sempre gli stessi. Ci sta che la sera guardino la partita insieme sul divano: forse mangiano addirittura le patatine dallo stesso sacchetto, e magari qualcuno mette i piedi sopra al tavolino e l’altro gli dice ohu, maiale, almeno levati le scarpe prima, e a quell’altro gli scappa un rutto e la moglie gli dà uno scapaccione. Poi però, com’è giusto, in trasmissione, in presenza di me che li ascolto, si danno il lei e parlano come non si fossero mai visti, con quest’aggiunta del nome prima del cognome che è il marchio di radio tre.

Mi spiazza un po’ che sia sempre e solo il conduttore a rivolgersi così all’ospite. Mai nessun ospite ha completato una risposta con un Marino Sinibaldi, un Loredana Lipperini o un Maya Giudici a fine frase. E allora penso: ma non sarà una cosa un po’ da maleducati? Quello ricorda a tutti chi sei e tu invece fai finta che non esiste? Chi ti credi di essere? Invece mi sa proprio di no, e anzi dev’essere specie di gentlemen’s agreement: il padrone di casa di radio tre è sempre un tipo discreto, meno si mostra e meglio si sente, ci tiene proprio ad annullarsi per fare emergere il suo ospite, si capisce anche dal tipo di intervista che fa: non prova mai a fare bella figura con una domanda più appariscente della risposta, come fanno alle presentazioni dei libri in libreria, ma accenna qualcosa giusto per dargli l’abbrivio. E allora questo meccanismo per cui l’ospite risalta col nome e cognome e il conduttore invece non ha quasi identità è funzionale a tutto uno stile, lo stile di radio tre, che magari è un po’ snob o retrò come stile, però è uno stile, è diverso da tutti gli altri, si riconosce, risalta, e non per appariscenza o pacchianeria, ma per sobrietà e understatement.

Chissà che effetto fa agli scrittori o agli scienziati o agli invitati di quei programmi. Chi altro, nella vita, li chiama per nome e cognome?

In generale, per tutti, quanto sono poche le occasioni in cui ci è dato ascoltare il nostro nome seguito dal cognome? Alla visita militare, forse. Per chi ha fatto sport a livello agonistico, prima di qualche gara. All’appello che si faceva a scuola. E anche in queste ricorrenze, di solito l’ordine era sempre inverso: prima il cognome e poi il nome. Alle medie mi ricordo che l’appello era solo per cognome e che per conseguenza pure tra compagni di classe ci chiamavamo solo per cognome: Bandiera, Vivirito, Attardo, Rizza, Scibilia, Giudice. Soltanto quando c’erano due con lo stesso cognome sul registro si aggiungeva il nome di battesimo. In classe mia c’erano due Calvo, e allora se capitava di nominarne uno bisognava specificare quale dei due: Calvo Luigi o Calvo Marianna? Il nome veniva ridotto a una specie di segno distintivo, un espediente sul genere di quelli che attuano i genitori per far distinguere i loro figli gemelli alle maestre dell’asilo: che so, mettere un fiocchetto tra i capelli di una delle due bimbe, o posizionarla sempre sul passeggino di destra. Infatti gli unici due nomi delle medie che ricordo sono Marianna e Luigi. Gli altri li ho dimenticati oppure non li ho mai saputi.

E comunque resta il fatto che di solito se qualcuno si rivolge a noi con entrambi i componenti è in quell’ordine del tutto innaturale del cognome prima del nome. Quest’inversione non dà solo un senso di eccessiva formalità, quasi militaresca, ma trasmette anche l’idea di avere a che fare con un interlocutore un po’ ottuso: sentirsi chiamare per cognome e nome ammanta tutto di un burocratismo fine a se stesso, anzi di quel tipo di burocrazia temibile e temuta, specie quando si hanno solo le scuole basse e si rimane sempre un po’ impacciati di fronte all’ufficialità.

Infatti annunciarsi col cognome prima del nome spesso qualifica chi lo fa come poco istruito, mentre chi si presenta con l’ordine giusto appare subito disinvolto. C’è addirittura chi si firma col cognome prima del nome, e questo la dice lunga su di lui o di lei, o almeno la dice lunga a chi invece si firma prima col nome e poi col cognome. Però resta il fatto che anche se accordiamo il crisma della correttezza alla successione nome-cognome, e non viceversa, è proprio difficile che qualcuno si rivolga a noi così, per esteso e in quest’ordine.

Non voglio rifarmi alla teoria di Warhol secondo cui un quarto d’ora di celebrità prima o poi tocca a tutti, perché non è in quel senso che me lo auguro, però sarebbe bello se ciascuno di noi  potesse essere almeno una volta ospite di una qualunque trasmissione di radio tre. Così, giusto per sentire che suono abbiamo.

Prepararsi per assistere al declino

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imagesTra un po’ a Siracusa si vota per le comunali. I partiti risultano non pervenuti, con l’unica eccezione del PD: i candidati sindaco sono tutti appoggiati da liste civiche. Vediamole.

Cambia Città/SOS siracusa.

Quello che segue è un post di Carlo Gradenigo, giovane candidato al consiglio comunale, sulla pagina facebook che lo sostiene (il gruppo si chiama “Con Carlo Gradenigo”). È il candidato di una lista civica, “Cambia città”, che dal nome mi fa pensare a gente  che spinga per un cambio di mentalità e per l’ingresso in politica della “società civile”. Ecco allora chi è la società civile a Siracusa:

Eravamo al bar, tra una chiaccherata (sic) e l’altra. All’uscita al momento di riprende (sic) le nostre macchine parcheggiate l’amara sorpresa: 41 euro di multa! E'(sic) il prezzo che alcune decine di ragazzi hanno dovuto pagare per aver lasciato l’auto davanti all’unico locale notturno presente in Via (sic) Tisia. Non un fischio da parte dei vigili, nessun avviso a chi in quel momento era seduto a pochi passi in compagnia dei propri amici. E allora potrebbe nascere il dubbio che il fine non sia la corretta pulizia delle strade ma soltanto un modo per fare cassa ai danni del cittadino.

Si trattasse solo di un’esternazione a caldo su un profilo facebook, pace: a tutti girano un po’ le scatole quando ti prendono la multa. Invece lui ci sta basando proprio la campagna elettorale. Tant’è che dopo qualche ora trovo quest’articolo: e scopro che a Siracusa c’è anche il giornalismo di denuncia. Solo che denuncia lo scandalo di vigili urbani che fanno contravvenzioni a chi è in divieto di sosta. Due domande in chat a qualche amico comune e si scopre che “l’unico locale notturno presente in via Tisia” è dello stesso Carlo Gradenigo. Quindi è una battaglia affinché i suoi clienti possano parcheggiare a un metro senza essere multati. Cetto La Qualunque non è nessuno.

La cosa fa il paio con una richiesta molto insistita, inoltrata ben più di una volta all’amministrazione comunale dal presidente del mio consiglio di quartiere (Ortigia, il centro storico e turistico della città) Maria Letizia Giglia, che su istanza dei commercianti e della “società civile” dei residenti, si batte per dismettere l’unica area pedonale che resta in vigore tutti i giorni: un tratto di via Roma lungo circa duecento metri.

La società civile della mia città vuole parcheggiare in divieto di sosta e smantellare l’unica (mezza) via pedonale di Siracusa. Mi chiedo se non sia il caso di promuovere una lista SOS  che ci salvi dalla società civile.

Siracusa 734

Poi c’è un’altra lista civica, che si chiama Siracusa 734, dove 734 sta per l’anno di fondazione della città. Uno pensa lista civica + fondazione e si immagina chissà quale ripartenza da zero. E invece il candidato sindaco è Michele Mangiafico, già consigliere comunale, dal 2008 in consiglio provinciale nelle fila dell’UdC, attualmente presidente del consiglio provinciale. Però siccome è sotto i quaranta,  forse a Siracusa  “civica” sta per “giovane” (oltre che per  uno che vuole parcheggiare senza essere multato). Comunque, la lista pare sia sostenuta anche da Fabio Granata, ex vicesindaco, ex assessore alla regione siciliana, ex onorevole a Montecitorio, attualmente condannato dalla corte dei conti a risarcire circa 600 mila euro per assunzioni clientelari. Sul rifondare quindi avrei dei dubbi. Sul fatto che si torni indietro, magari anche fino al 734 a.c., no.

Questo, poi, è il video promozionale della candidatura a sindaco di Mangiafico. Ne volevo parlare perché raggiunge picchi di approssimazione e confusione mirabolanti.

Non è la prima volta. Ricordo che avrò avuto sì e no sedici anni, e su tele uno tris andava in onda lo spot elettorale di Fabio Granata – all’epoca credo MSI- che aveva per colonna sonora In Between Days dei Cure. Ora, negli anni ottanta, se eri dark e ti piacevano i Cure eri di sinistra ed eri in netta contrapposizione ai paninari con le Timberland, che ascoltavano i Duran Duran. Io ero confusissimo: quello era di destra, ma mandava in giro un video coi Cure. Cosa mi voleva dire? Era volutamente ambiguo? Puntava a convincermi che era uno dei miei? Non credo proprio. Granata a me fa simpatia: è uno tutto d’un pezzo, e poi gli riconosco di essersi speso molto, abbandonando anche certe ideologie, quando fu di Emanuele Scieri: quel che poteva, lo fece. E allora? Magari era un po’ prepotente, quella canzone gli piaceva, e la voleva anche se era dei Cure? Poi ho capito che era tutto più facile: chi gli aveva fatto il video, non ne sapeva niente di chi erano i Cure.

Anche questo spot di Siracusa 734 funziona più o meno così. È una sequenza di “santini” di Mangiafico, con qualche inserto di Granata, che scorrono su Talkin’ ‘bout a Revolution di Tracy Chapman.

Mangiafico è un ex UdC, Granata uno di FLI. Il testo di quella canzone (che io amo moltissimo e paragono a Bella Ciao per come fa arrizzare la carni) riprende suggestioni alla “Furore” di John Steinbeck, anzi mi pare che in certi punti proprio ne citi qualche parola. In America quel libro e questa canzone sono considerate una specie di inno al socialismo, cioè la cosa più a sinistra che si possa immaginare. Il ritornello dice cose forti, minacciose anche, come  I poveri stanno per ribellarsi/e prendersi ciò che gli spetta/I poveri stanno per ribellarsi/e prendersi ciò che è loro/ Secondo me è meglio se cominci a scappare:/scappa, scappa, ti dico, scappa. E tutto questo in mezzo a scene di gente in coda per prendere il sussidio sociale, che mormora all’ufficio collocamento, e attende un pasto caldo nei locali dell’esercito della salvezza. Cosa ci fa questa canzone in quel video patinato – stile matrimonio o prima comunione – pieno di gente in cravatta, seduta a una convention dove mancano solo i pasticcini? Per il tipo di video che è, ci stava bene un pezzo neomelodico. Io continuo a pensare che non sanno cosa fanno: è dilettantismo, non malafede. Ignoranza mista a sufficienza: bella canzone, nel titolo parla di rivoluzione, noi non vogliamo rinnovare? prendiamola. Quindi Mangiafico è giovane, però anche se è giovane non conosce l’inglese. Pazienza, la cosa non mi irrita affatto. Non sa nemmeno chi è Tracy Chapman, e vabbe’, niente ci fa, neanche questo mi irrita. Mi irrita che non gli sia interessato saperlo prima di mettere una sua canzone dentro a quello spot. Perché quello spot presenta lui e i suoi sodali a tutti gli altri, tra cui me, che quella canzone la amo. Volete rifondare? Rifondate con le pietre vostre. Per forza con quelle degli altri dovete rifondare?

Riprendiamoci Siracusa 

E vabbe’, vediamo chi c’è a sinistra, magari di là va meglio, che oltretutto il PD sta facendo le primarie di coalizione. Qui c’è un’altra associazione dal nome inquietante: “Riprendiamoci Siracusa”. Uno legge un nome così e comincia a temere che i vari tiranni Gelone, Ierone I, Dionisio il grande siano tornati per sottometterci e riprendere possesso della città. Invece purtroppo pare di no. È una lista che vuole uscire dalle logiche di partito e affidare la politica a chi non l’ha mai fatta. Candidato sindaco? Tanino Firenze (uno che fa politica più o meno da quando è nato e che l’ha fatta con tutta una serie di partiti diversi). E allora per sottrarre la politica dalle grinfie dei politici (essendo un politico, probabilmente prima se la vuole togliere  e poi se la vuole restituire da solo) e ridarla alla società civile, Firenze si candida – con una lista civica- alle primarie dell’unico partito politico rimasto in piedi in città: il Partito Democratico. Qualcuno ci ha capito qualcosa?

Movimento 5 stelle

Non c’è ancora un candidato sindaco, e comunque, tecnicamente, anche questo non è un partito, ma un movimento. Che nessuno  si sia ancora mosso, corrisponde alla strategia da Porcellum seguita fino a ora da Grillo, ma rischia di essere un  errore per le amministrative cittadine. Sarà difficile nascondere il volto del sindaco dietro quello del leader, quindi, nonostante la spinta che viene dalle ultime elezioni, cominciare a presentare il candidato e farlo conoscere in giro non sarebbe male. Se il vento continua a tirare dalla stessa parte (alle politiche i cinque stelle hanno raccolto in città il 37% dei voti), chiunque egli sia, dovrebbe facilmente finire al ballottaggio. Il problema risiede nella frase: chiunque egli sia.

Il megafono

Qua le cose si complicano, perché il Megafono ha tutta l’aria di essere un partito sotto mentite spoglie (un po’ come il movimento di Grillo), cioè il partito di Rosario Crocetta, che alle ultime regionali era in coalizione con il PD. Per le comunali, invece, pare che corra da solo, e comunque non partecipa alle primarie di coalizione. Da qualche mese, nell’intervallo tra elezioni regionali ed elezioni politiche, il Megafono è partito con una campagna acquisti serrata, andando a pescare per lo più tra i movimenti autonomisti in via di dissoluzione (Grade Sud, MpA, etc), credo con l’intento di convogliare verso sinistra i voti di questi elettori. Seguendo questa logica si spiegherebbero i tentennamenti: in prima battuta il candidato sindaco del Megafono sembrava essere Mariarita Sgarlata (un po’ la Boldrini di Siracusa), ma ora pare non sia più così sicuro. Si vocifera di un Titti Bufardeci (ex Forza Italia, ex PdL, ex Grande Sud, ex sindaco, ex deputato regionale) passato al Megafono e di una sua possibile ricandidatura a primo cittadino. Oppure il Megafono potrebbe addirittura appoggiare un candidato di destra, alla Vinciullo. Di sicuro c’è solo che un’area del PD (la direzione provinciale) voleva far posto al Megafono alle primarie e che per questo motivo queste siano slittate di una settimana. E poi invece è venuto fuori che il Megafono le primarie non le fa. Questo lascia aperta la possibilità che finisca come a Catania, dove le primarie sono di fatto state annullate (gli altri candidati si sono ritirati per far posto alla candidatura di Bianco). Qui il candidato unico di Megafono, PD e UdC potrebbe essere Edy Bandiera (UdC), già presidente del consiglio comunale: un candidato di sinistra, non c’è che dire.

PD

Il PD è l’unico partito che presenterà un candidato sindaco (che però rischia di non vincere le primarie, o di non farle affatto in favore di Bandiera): al momento ne ha in ballo due. Sono due ragazzi sui trentacinque anni. Uno si chiama Alessio Lo Giudice, e pare sia sostenuto da Tati Sgarlata e da mezzo partito. L’altro è Giancarlo Garozzo e pare sia il Renzi cittadino. La scelta di puntare su giovani è coraggiosa, così coraggiosa che non mi interessa manco sapere chi sono e cosa fanno o cosa hanno fatto: se le cose rimangono così, voterò il candidato del PD, chiunque dei due sia, giusto per dare un segnale: tanto sento di nuovo odore di sconfitta, che me ne frega? Da come tira l’aria, il prossimo sindaco di Siracusa si chiama Ezechia Paolo Reale, con la sua lista

Progetto Siracusa

sostenuta un po’ da tutti (secondo me pure dal PD). Credo che la candidatura di Reale sia la soluzione compromissoria accettata con malanimo da quasi tutto il centro destra siracusano: sapendo di essere  “impresentabili” (come direbbe l’Annunziata), a questo tornata hanno preferito non presentarsi (ma non escludo che in un sussulto di orgoglio – o di spudoratezza- il PdL se ne esca fuori con un Enzo Vinciullo – che però è in rotta col PdL e potrebbe proporre l’ennesima lista civica – o una Mariella Muti), e dunque c’è stato spazio per una candidatura “civile”: Reale si è occupato del piano regolatore (se ne è occupato, da assessore, per qualcosa come otto anni), e può raccogliere i voti degli elettori smarriti di PdL, Udc etc, senza nuocere fino in fondo alla vecchia nomenclatura.

Poi ci sono questi di

Siracusa Risvegliati

che presentano la candidatura a sindaco di Gianni Briante, già assessore provinciale ai Lavori pubblici e già coordinatore cittadino di Grande Sud.

e altre due liste civiche  una è

Volta pagina che candida Pucci La Torre, e l’altra, quella col nome lungo

Pronti al cambiamento, siamo la gente di Siracusa che candida Santi Pane.

Ah, e poi c’è il mio preferito:

Drugo Lebowski che si candida coi Verdi:

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Se tutto va come sembra, ci sarà un ballottaggio tra Ezechia Paolo Reale e un cinque stelle. L’unica cosa che mi preoccupa è il grado di sofisticazione che stanno raggiungendo i travestimenti: tutti puntano a camuffarsi e a far perdere le tracce dietro liste civiche, associazioni neonate, e quella delle candidature giovani sembra la scusa perfetta per mandare avanti seconde o terze linee linee, rampolli, delfini. Insomma, capire chi stai votando diventa sempre più difficile, bisogna studiare e anche studiando è dura. E comunque la figura (e la fine) che stanno consumando i partiti durante queste amministrative è avvilente e priva di dignità: essendo in difficoltà elettorale, i notabili locali che militavano nei vari UdC, PdL, FLI, etc. si sono defilati, e i loro partiti non hanno trovato nessuno con cui sostituire le loro candidature. Che partito è quello in cui caduto in disgrazia un leader non sa esprimerne nessun altro e corre a nascondersi dietro una lista civica?

Io non credo che soffrirò molto per queste elezioni. Il declino me lo voglio godere. Tifo per il tramonto, le tenebre, il nichilismo. E mi sto attrezzando con la poltrona, la frittatona di cipolle, la familiare di Peroni gelata, la vestaglia e il rutto libero.

Maledetto Bianconi

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A me con Bianconi viene la sindrome di Stendhal. Certo, se avessi un gusto musicale più educato mi verrebbe con Wagner, però ognuno ha i rapimenti estatici che si merita. Una cosa che ammiro moltissimo di lui è questo coraggio di indugiare per interi album in certi stati d’animo su cui non sarebbe sano indugiare per più di un ritornello: apre il rubinetto della vasca da bagno, la riempie di acqua così sulfurea che i vapori sembrano quelli dello Stige e poi ci si infila dentro un piede alla volta, col calore che ustiona la pelle e la stacca dal corpo, la carne che si spappola e comincia a bollire, e lui che serafico come un santo al martirio continua piano piano a calare il corpo dentro a quel fuoco liquido. Fino a quando la testa è tutta sott’acqua, e allo strazio delle ustioni si aggiunge quello dell’apnea.

Bianconi per me è la catarsi del lasciarsi uccidere da tutto ciò in cui hai sempre evitato di cadere. E lui, secondo me, lo sa: ha questo piano lucido e pernicioso per spingerti a saltare giù dal dirupo e precipitarti dentro l’abisso ribollente. Una tecnica che ormai ha consolidato.

All’inizio ti rassicura: le sue canzoni più riuscite sono melodie che in qualche modo ti sembra di conoscere da sempre. Vengono dagli anni sessanta, dai motivetti che tua mamma cantava in macchina mentre ti accompagnava a scuola, dai primi giri armonici che hai imparato a strimpellare con la chitarra: ti spinge indietro verso un’età dell’innocenza musicale, quella del piacere puro dell’orecchiabile, della strofa che ti rimane impressa senza sforzo.

Al primo, al secondo, al terzo ascolto lui continua a blandirti con certe parole del ritornello, che sono ancora quelle degli anni verdi dei tuoi genitori: gli occhi tuoi, mio folle amore, stringimi la manoi nostri baci, ti sembra tutto innocuo, lo segui, ti fai portare dove vuole lui. Perché è vero che ci sono tanti accordi in minore, però tutto sommato siamo ancora all’aria aperta, c’è luce, senti che un po’ ti stai illanguidendo, e pure se le ginocchia un po’ ti fanno giacomo giacomo, è così piacevole che alzi pure il volume.

Poi rimandi indietro la traccia e cominci a fare caso al suo tono di voce basso e a sentirci dentro quella cupezza cantautoriale alla De Andrè. Ti viene come l’ombra di un sospetto. Ma lo scacci, non vedi motivo di non fidarti: cantautori, canzoni di marinella, luttuose, sì, magari anche una corona di fiori del male, col testo forse ti sta rimandando a qualcosa di ottocentesco e di macabro, la ginestra, Leopardi e anche Poe, ma con gli arrangiamenti siamo sempre dalle parti degli anni sessanta: e poi a chi può fare paura Poe, oggidì? Com’è deliziosa invece questa progressione armonica: ti sciogli, cominci a lasciarti andare, pensi che non ci fa niente se un poco ti godi quello struggimento, che vuoi che sia, non bisogna avere paura delle emozioni, uno si perde un sacco di cose se rimane rigido. Dai rimettila, che la sentiamo un’altra volta.

E hai fatto la minchiata.

Adesso è troppo tardi. La faccia lunga di Bianconi ti compare davanti in tutto il suo pallore, barbuto ed esangue, e le frequenze cavernose del suo cantato ti trascinano in profondità che non desideravi affatto esplorare. Non eri attrezzato, non eri pronto: lui ti ha fatto superare il punto di non ritorno a tradimento, e ora ti sta dicendo che si fa sul serio, che nessuno uscirà vivo da qui, sta per immergere pure te dentro la vasca. Piglia aria, senti a me, che è meglio.

Sott’acqua alla infinita tristezza nostalgica delle parole devi farci caso per forza, perché luce non ce n’è e loro sono le uniche cose che brillano. Lassù, in superficie, sembravano flebili, banali, ordinarie, quassotto invece sono candele, e lui le ha accese solo perché tu possa accorgerti che il fondo non c’è, non si vede: credimi morire non è niente/ se l’angoscia se ne va.

Morire? Ma come morire? No, che morire, Bianconi, meglio l’angoscia, lascia perdere, ora torniamo su, per favore, Bianconi, buttana della miseria, dove cazzo mi hai portato? Sei spacciato, ti dice il suo sorriso mesto. Eppure non sei dentro a un film del terrore, non ti senti soffocare: c’è del gioco in quello che state facendo, sembra una passeggiata nell’Ade, o in un limbo in cui non siete vivi ma neppure morti, la chitarra a un certo punto torna di nuovo allegra, ha un suono che ricorda le colonne sonore di Tarantino, o di un vecchio western, arrivano scampoli di ironia, niente va mai preso sul serio fino in fondo, ti dice lui, nemmeno questa immersione. E infatti Bianconi  spruzza sempre un poco di autopresa per il culo nelle sue canzoni, spesso inserendo clichè o frasi fatte in contesti alti. Qui ad esempio, al minuto 1:10, dice un si fa per dire, che stempera tutto, anche se solo per sessanta secondi, giusto il tempo di darti l’illusione che ci sia una via di salvezza. Così quando al minuto 2:12 la campana suona a morto ci resti ancora peggio. Che c’entra il funerale, Bianconi? Non si chiamava La morte (non esiste più) questa canzone? Dov’era la fregatura? Nella parentesi?

Più diventi consapevole del trucco e più ti piace che lui sia stato tanto bravo a fartelo: le immagini salvifiche si alternano a quelle angoscianti, lo sconforto cede il passo al trionfalismo e viceversa, come si addice a ogni vera mania depressiva. A volte questa oscillazione è esaltata da un verso tronco ed evocativo, lasciato in sospeso: lui lotta come mosca nel bicchiere, eppure Dio. (Eppure Dio, buttato là, in mezzo a una canzonetta, è un verso stupendo pure per chi non crede). E infatti mica lo capisci se per lui è un peccato o una fortuna che la morte non esista più, che il tempo non imbianchi le parole e non si secchino a lasciarle stese al sole. È un bene, Ciccio Bianconi? È un male? Secondo me non gliene frega niente di stabilirlo. Perché la canzone, come tutto l’album, è imperniata su un sentimento ancora più basilare: la nostalgia. Non importa se morire fosse un bene o un male: importa solo che non è più così, che non si muore più, né d’amore né di nulla, è cambiato tutto, niente è più come prima, e questa è una cosa triste in sé, perché fa provare nostalgia, e la nostalgia si può provare per tutto, anche per le cose brutte, anche per la morte. È quel più, la chiave di tutto.

Nel frattempo siamo al climax della canzone, cioè la fine, dove la sezione degli archi ha preso il sopravvento, e ora è fuori controllo: sta montando, si sta gonfiando come un’onda dentro la vasca, ha deciso di fare strame di te e della tua anima, dilaniarla e darla in pasto alla tua stessa malinconia. Che se la mangi, allora, che la inglobi e poi la sputi, tanto che te ne fai di un’anima, se serve a fartela togliere da canzoni come questa? Solo che quando sei sul punto di cedere senza più fare resistenza, Bianconi c’ha questo gusto sadico di rianimarti: mentre i violini puntano dritto al dramma finale, il violoncello accenna le prime note del tema di 007. Ma che è scemo, questo? Ma come, Bianconi, io sono qua che aspetto che tu mi finisci, che mi dai il colpo di grazia: ti pare il momento di scherzare? E  il tema si perde in un accordo minore, i bassi delle viole seguono gli acuti dei violini e partono insieme verso un punto di fuga, una specie di orizzonte sonoro dove cominci a sperare che il calore di quello che stai sentendo diventerà così intenso da liquefarsi fino a svanire in essenza. Siamo al minuto 3:53, lui ha appena cantato l’ultimo verso, che ti restituisce alla luce, all’aria della superficie: parlami d’amore/nonostante la stagione/pioverà (e anche qua c’è quel gioco di accennare a una citazione per poi portare altrove il discorso: Parlami d’amore, e uno s’aspetta: Mariù. E già un po’ viene da ridere. E invece no). Ecco, magari se piovesse, l’acqua della vasca si raffredderebbe, la tua pressione sanguigna tornerebbe a valori da vivo. Piovi, dai. Bianconi, apri il rubinetto dell’acqua fredda, per favore. Preghi che la canzone ti ascolti come tu hai ascoltato lei, e forse è così, perché ora c’è solo l’orchestra. E il tema sta sfumando insieme al vapore. Vedrai che la guerra passerà. Respira. Niente muore, baby.

Easy

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Ieri mattina al monumento era una festa. Non un party di quelli chic, forse più che altro uno di quei compleanni che si celebrano in ludoteca per evitare di allurdiare la casa. Però una festa.

La cosa che sembrava impossibile pensare ieri mattina, con tutta quella gente, coi passeggini, le biciclette con le rotelle, i picciottazzi seduti a incidere con la chiave del motorino Cetty sei un pacchione su quei muretti di tufo che sembrano fatti di schiumone al caffè, gli occhiali da sole, le lingue dei cani che penzolavano fuori, i gelati, gli scalini pieni di anziani che si appoggiavano ai nipoti per risalire sulla piazza dei cappuccini, la macchine fotografiche, le famiglie, i forestieri, i turisti, insomma, sembrava impossibile pensare che quel posto è rimasto chiuso per trent’anni.

C’era una palizzata di ferro e legno, una rete che per scavalcarla ci voleva la motivazione di un tossico desideroso di intapparsi in santa pace.

Mi sono ricordato che in quegli anni nessuno ci faceva caso. Era tutto normale. Ci passavamo accanto, e questa terrazza che piglia la luce da tutti i punti cardinali e dove se non stai attento il vento ti ammutta a mare come fanno gli amici stronzi quando sei in punta allo scoglio, per noi era una curva e basta, un pezzo di strada per arrivare ai Cappuccini, in viale Tunisi o arrampicarsi al Vasquez, un gomito stretto dove anziché passeggiare si mandavano jastime al traffico.

Di quel posto c’era bisogno, solo che noi non lo sapevamo: soltanto adesso che c’è, ci siamo accorti che ci serviva, che non si poteva stare senza.

E allora mi sono visto là in mezzo alla folla e mi sono guardato insieme a tutti gli altri, e mi sono sentito una cellula dentro a un corpo sano, con la mia città che ubbidiva a una fisiologia, anziché a una patologia: c’è un sole che non accupa, usciamo, facciamo una cosa normale, portiamo il bambino o il nonno al monumento, facciamoci un giro, lasciamo la macchina e camminiamo sulla ciclabile, affacciamoci dalla terrazza, pigliamoci lo iodio che sale dalla grotta e sediamoci su una panchina.

Le panchine ieri mattina mi hanno commosso più di tutto il resto. Vedere me e voi seduti su una panchina, una panchina che c’era, che qualcuno l’aveva messa là e nessuno l’aveva stoccata nel mezzo, o scippata da terra per buttarla a mare, una panchina che ieri mattina io e voi ci siamo divisi senza conoscerci, io a un pizzo, voi all’altro e qualcun altro nel mezzo, i nostri culi sconosciuti assettati vicini, così vicini che io avrei dovuto temere i vostri piriti e voi i miei, i vostri giubbotti (ma non vi squaravano le ascelle ieri, con quel giubbotto addosso?) che sfregavano la mia maglietta. Io e voi, in questa città, seduti su una panchina nostra, ospiti di nessuno e proprietari di tutto, affacciati su una terrazza vista mare che non è la terrazza vista mare della villetta a fontane bianche dell’amico tuo o del parente mio, una villetta senza cancello, senza recinto, di tutti.

E allora pure se i vostri picciriddi si stavano portando la testa, pure se piuliavano a mille decibel e impennavano con la bici come tanti piccoli sabbaggi ed erano cosa di buttarli dai due frati e affogarli lassotto a mare, pure se i vostri cani cacavano come manco le vacche al pascolo, pure se siete rumorosi, torpi e avete le hogan e le giacche lucide, pure se posteggiate lo scooter nell’unico punto in cui uno può entrare con la bici e intuppate la ciclabile, pure se mangiate sempre porcherie e fumate e avete gli occhiali da sole a mascherina, pure se le biciclette con la pedalata assistita ancora non le avete imparate a guidare, pure se non siamo bravi a dividerci gli spazi tra di noi e inciampiamo tra i palloni, tra i guinzagli, tra i trolley, pure se a stare insieme come siamo stati insieme ieri dobbiamo ancora imparare, perché per trent’anni un posto così non l’abbiamo avuto mai, pure se ancora è troppo presto per essere civili come dovremmo essere, io ieri vi ho guardato e mi sono guardato in mezzo a voi e ho pensato che a modo nostro eravamo pure belli e sereni, e che quindi forse si può fare. Piano piano, però si può fare. A forza di farlo e di rifarlo ci alleniamo e diventiamo bravi. Sempre un poco meglio. E i nostri picciriddi piangeranno un poco di meno o un poco più silenziosamente. I nostri cani avranno il guinzaglio e voi raccoglierete le cacate del mio e, va bene, io quelle del vostro. Ci urteremo di meno quando passeggeremo, e quando succederà sarà solo per sbaglio e non per strafottenza. Ci scosteremo per lasciare passare le bici e sorrideremo senza sbuffare a quelli che correndo ci spezzano la passeggiata. Diremo scusi, grazie, prego, ma le pare, le do una mano? si vuole appoggiare? l’aiuto io, signora, signore, oggi si sta bene, vero? ha visto l’aria com’è pulita, si vede l’Etna, sembra che è qua davanti, la sta vedendo la neve? pare che si scioglie e cola quassotto fino a che diventa mare, sì, no signora mia, di qua, taliasse dove ci dico io, che c’è l’isola, il faro, ma lei perché si sta voltando dall’altra parte? che facciamo, ci andiamo ad arrivare alla tonnara? ma come? a piedi? due passi sono, c’è il sentiero, ma è lontano, andateci voi, no, sì, avanti, venite con noi, facciamo strada assieme?

Sì, per favore, io è da ieri mattina che ve lo volevo chiedere a tutti quelli che eravate là: amunì. Facciamo strada assieme.

Questa foto della Magna Suconia è cortesia di Emanuele Siracusa

Questa foto della Magna Suconia è cortesia di Emanuele Siracusa