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Archivi del mese: ottobre 2012

Zampironi

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Se volessi scrivere un libro dovrei prima liberarmi di tutte le americanate che ho letto.

Se volessi scrivere un libro dovrei chiedermi se sia possibile liberarmene, perché le americanate che ho letto sono tante.

Se volessi scrivere un libro dovrei anche resistere alla tentazione di fare il simpatico, come succede in tutti blog di tutti i blogger più bravi, quelli che mi piacciono perché sono simpatici.

Se volessi scrivere un libro dovrei estirpare il male della simpatia fino a starmi sul culo da solo.

Se volessi scrivere un libro dovrei imparare a memoria Ferito a morte di Raffaele La Capria, e chiedermi se davvero ci siano libri da scrivere per un meridionale dopo Ferito a morte di Raffaele La Capria.

Se volessi scrivere un libro, a quel punto, sarebbe molto difficile trovare un motivo per scrivere un libro.

Se volessi scrivere un libro, constatata la penuria di motivi per scrivere un libro, mi metterei a scrivere liste di periodi ipotetici su cosa dovrei fare se volessi scrivere un libro.

Se volessi scrivere un libro dovrei superare la paura di scrivere tutti questi periodi ipotetici senza sbagliare manco un congiuntivo e un condizionale.

Se volessi scrivere un libro dovrei pormi la questione dell’argomento.

Se volessi scrivere un libro dovrei rassegnarmi al fatto che gli argomenti se li sono presi già tutti.

Se volessi scrivere un libro, accantonata la questione dell’argomento, dovrei concentrarmi sullo stile.

Se volessi scrivere un libro, penserei che volendo lo stile potrebbe diventare esso stesso l’argomento.

Se volessi scrivere un libro in cui lo stile faccia da argomento, dovrei supporre che questo stile sia funzionale a qualcos’altro.

Se volessi scrivere un libro scoprirei che questo qualcos’altro alla fine sarebbe l’argomento.

Se volessi scrivere un libro dovrei annoverarmi tra i siciliani che vorrebbero scrivere un libro.

Se volessi scrivere un libro, avendo un po’ in antipatia i siciliani che vorrebbero scrivere un libro, dovrei vedere se c’è un modo non siciliano per scrivere un libro come un siciliano che vorrebbe scrivere un libro.

Se volessi scrivere un libro, poi, ci sarebbe la questione della lingua.

Se volessi scrivere un libro, dovrei scegliere una lingua come se fosse un menu di mc donald’s: bassa, media o alta?

Se volessi scrivere un libro, non essendo capace delle altre due, potrei scriverlo solo in quella bassa.

Se volessi scrivere un libro, però mi piacerebbe scriverlo con una lingua bassa per le cose alte e alta per le cose basse.

Se volessi scrivere un libro, sbatterei contro l’evidenza che questa cosa l’hanno già fatta in tantissimi, e quasi tutti di una bravura inarrivabile.

Se volessi scrivere un libro, potrei soprassedere sull’argomento, lo stile e la lingua e puntare tutto sulla spontaneità.

Se volessi scrivere un libro, essendo spontaneo per natura, potrei limitarmi a scrivere ciò che spontaneamente mi viene da scrivere.

Se volessi scrivere un libro, mi chiederei se per scrivere ciò che spontaneamente mi viene da scrivere sia davvero necessario scrivere un libro.

Se volessi scrivere un libro, mi ricorderei che per scrivere ciò che spontaneamente mi viene da scrivere ho un blog.

Se volessi scrivere un libro, al posto di scrivere un libro scriverei un post su cosa farei se volessi scrivere un libro.

Non hai l’anima nera, per non averla stretta

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Il momento in cui mi sembra più bella in assoluto è quando guida il vespone. Non succede spesso, perché lei non ha un vespone: ha uno scooter. Però questo scooter è vecchio e un poco malandato (qui tacerò quanto adoro il contrasto di lei, elegante, linda e raffinata, che utilizza uno scooter vecchio e un poco malandato) e ogni tanto la lascia a piedi. E allora le presto il vespone.

Non sono geloso delle mie cose, neanche dei libri e di tutti quegli oggetti a cui tengo molto. Anzi a volte riesco a essere proprio felice di prestarli, o anche di perderli per sempre, a patto che quel qualcuno che li riceve sia molto interessato ad averli e che quindi darglieli lo faccia davvero contento, facendo di riflesso contento me che glieli do. Però con il vespone no. Minchiate sono. Non lo presto manco morto.

Ma non per gelosia o senso di possesso. Più che altro è che se gli succede qualcosa io poi sto male. Dovesse rompersi o fare un incidente, mi toccherebbe portarlo dal meccanico e lasciarlo lì, e quindi starne lontano per giorni, forse addirittura per una intera settimana, e ciò farebbe crollare la certezza che ho di poterci contare sempre.

Una delle poche cose che placa la mia perenne ansia e i miei infondati di timori di catastrofi imminenti, una, forse l’unica, che riesce ad acquietare la mia ipocondria da allerta codice rosso, da pericolo incombente in cui trascorro l’esistenza, è sapere che sotto casa mia se ne sta issata su un cavalletto centrale questa possente, abissale creatura color verde lago di Lochness, di una forza mostruosa.

Quando la parcheggio in cortile, quale che sia la stagione, io me la figuro come un ferale Leviatano, avvolto dalle brume di una nebbiolina inglese che ne cela lo spaventevole sembiante e ne avvolge la dinamica prestanza. Questa sua primigenia possenza, il fato e un concessionario Piaggio mi hanno incaricato di addomesticare, con la missione improba di convogliarla verso il fine umanitario del trasporto persone: piegarla cioè a scopi utili e non distruttivi. Solo a me, dunque, e a chi altro? spetta- quale lauta ricompensa per l’immane responsabilità che ho generosamente assunto – di sfruttarla per i miei personali spostamenti urbani ed extraurbani. Ed è proprio questo rapporto di mutua dipendenza belva-domatore, ne sono convinto, a legarci, asservendo il vespone a me e imponendogli il patto di non tradirmi mai, di avviarsi sempre al primo colpo, di essere solida biga per il suo auriga. Perché se anche è capitato che perdesse nero e catramoso plasma dal blocco motore, che fumasse nubi sulfuree dallo scappamento a significare la propria stizzita malavoglia nel farsi da me destare a ore antelucane, e che talvolta per ripicca si ingolfasse a metà percorso, raschiando bilioso e perdendo bave di molosso dal carburatore, Esso mai mi ha abbandonato, mai ha consentito che fallassi un appuntamento, un giorno di lavoro, una gita al mare, una partita di calcetto. Mai, per quanto sia in onestà accaduto che lo abbia colpevolmente negletto, questa sua iniziale recalcitranza si è concretizzata in un diniego, mai la nostra centaura unione ha vacillato, mai Esso si è provato a disarcionare la mia cavalcatura. È così divenuto per me una garanzia, La Garanzia su cui conto da oltre dodici anni: periodo umano, terreno, su cui è ingannevole parametrare l’affidabilità del Regal Possente, poiché farlo equivarrebbe a parcellizare l’eterno: tentativo inutile, essendo questo suo carattere sempituro fondazione di se stesso e, per tanto, generatore di inestinguibile fiducia. Mi si paragoni pure a un fedele invasato e fondamentalista, ma io nel Regal Possente ci credo. Credo nell’esoterismo dei suoi servigi a due tempi, nella sua alchemica miscelazione separata, nell’infallibilità del suo avviamento a pedivella. E non direi per dogma. Ché un dogma non lo puoi testare: e io questo dogma qui invece lo testo ogni volta che ci salgo sopra e scalcagno sulla leva, con l’euforica certezza che Esso – motore solo provvisoriamente immobile – partirà e darà avvio alla cosmogonia del mio peregrinare. Ecco perché il vespone è per me un tranquillante così potente. Ed ecco anche perché mi è così difficile separarmene.

Eppure a lei lo presto. Sull’ansia prevale il desiderio. Mentre le consegno le chiavi, comincio a sperare che magari domani la incontrerò per caso, su una strada qualunque di questa piccola città. E se la incontrerò, la potrò guardare mentre lo guida, provando quella gioia della contemplazione che per fortuna sfiora solo per un attimo la felicità pura. Per fortuna perché secondo me è molto più bello quando la purezza un po’ si sporca, che a me la purezza piace intravederla appena, sotto uno strato di qualcosa, e quando capita che per caso incontro lei mentre  sta guidando il mio vespone, la sua bellezza, la bellezza limpida di questa ragazza – cui una inspiegabile botta di culo mi consente di rivolgermi chiamandola la mia zita – si contamina con la sozzura della mia libido, e allora sento che anche su una immagine di una semplicità immacolata come quella di lei che guida il mio vespone si può posare il desiderio, e questo rende la bellezza raggiungibile, e quindi umana, e quindi viva, e quindi più bella, se davvero è possibile dire che una cosa già tanto bella diventi più bella.

Se la incontro mentre guida il suo scooter, non succede. E non perché lei in tali occasioni sia meno bella (non lo è) o perché il suo scooter sia più brutto del mio vespone (lo è). Ma perché alla posizione che assume guidando lo scooter manca un dettaglio, il dettaglio dei dettagli, quello che m’innesca il precipizio emotivo verso la commozione prima e l’eccitazione dopo: il suo piede, calzato in una ballerina o in un’altra delle sue eteree scarpe basse, tenuto come sospeso sul pedale del freno posteriore. Nello scooter, è noto, entrambi i freni si comandano con le mani. Nel vespone no. Il freno davanti, per quanto nel mio modello sia addirittura a disco, non va neanche preso in considerazione (pena il trasformare la frenata in una prova da stunt-man) e l’intera manovra d’arresto o rallentamento va demandata a quello posteriore, sito sulla pedana, aggettante in forma di rilievo per la misura di buoni cinque centimetri, su cui il pilota, se ben versato (come ella è), sa di dover tenere sempre il proprio piede appena discosto, oppure solo leggermente poggiato, sì da poter in ogni istante accrescere la pressione esercitata e procedere così alla frenata vera e propria. Questa mirabile e provocante posizione del suo piede, le inclina il già languido ginocchio fino a formare un conturbante angolo retto con il suolo, in una perfetta perpendicolarità tra il fulcro del suo arco plantare destro (punto in cui, come ho vergato nel mio testamento, anelo a essere seppellito) e il centro esatto del pedale, scoprendole appena la caviglia e accordando il piede a un armonico parallelismo, prima col pedale, poi con la pedana, e infine, in un crescendo di panica simbiosi col tutto, con l’asfalto, il terreno, il sottosuolo, il centro del  pianeta e l’universo. A vederla procedere in mezzo al traffico con quella sua aria sicura eppure mai spavalda, salda eppure dolce, coraggiosa senza mai essere spericolata, provo una iniziale fitta di orgoglio, perché quella è pur sempre la mia zita che guida il mio vespone. Ma subito questo sentire mi si muta in struggimento per la beltà di ciò che vo’ rimirando: una geometria di linee perfette, che connubiano la macchina e l’umano, rapendo tutto il mio essere verso le sfere più alte dell’estasi sensoriale. È lì che, se solo sposto gli occhi sul dettaglio del piede sul freno, tutta questa ascesi trascolora rapida in desiderio di unione carnale, di accoppiamento, di riproduzione. E se non mi sforzassi di imbrigliare questi moti ancestrali, essi sarebbero così intensi da degenerare in brama dissoluta e feticista, spingendomi verso chissà quali podaliche nefandezze. La malmostosa commistione di tante differenti sensazioni mi fa moribondo, e la inseguo correndo, se sono a piedi, oppure azzardando una manovra nel traffico, se sono in macchina. Ben sapendo che tutto è vano. Perché ella è di leggiadra sveltezza, e la sua grazia ha reso docile e insieme guizzante l’esuberanza del Regal Possente, e subito sono corsi via insieme, allontanandosi da me e dal mio desiderio, che proprio per lo sfuggire del suo oggetto si rinfocola, imponendomi di telefonarle, chiederle dove sta andando, implorarla di fermarsi, lasciarsi raggiungere da questo me goffo, lento, prigioniero, volgare. Ma di un prudente e insonorizzante elmetto è cinto il di lei capo, e vieppiù che la possente creatura romba, il traffico uggiola. Non ode il mio trillar sensuale. Potrà avvedersene solo giunta a meta, quando smontando di sella controllerà il display e mi richiamerà per sapere cosa volevo. “Niente”, le dirò allora. “Così, tanto per sentirti”.