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Archivi del mese: settembre 2012

Regionali 2012: una guida sragionata.

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Il paradosso è una cosa che ricercano tutti, sia i lettori che i giornalisti. È una specie di tartufo: appena ne trovano uno esultano e se ne tornano a casa a farci il risotto. Tanto ne basta pochissimo. Con un paradosso solo, anche piccolo, ci mandi avanti un ristorante per mesi: articoli, editoriali, saggi, sceneggiature, saghe, epopee.

Il sapore è forte, ma non stufa mai, perché oltre a condire anche le frasi più scipite, regala una specie di ebbrezza mentale che crea dipendenza: ci si sente intelligenti e creativi, capaci di abbracciare un concetto insieme al suo esatto opposto. Il tutto e il nulla ricondotti all’unicum primigenio che li avvolgeva entrambi, il cotto al crudo, il dolce al salato, l’universo alla sua esplosione, la tesi all’antitesi: l’alfa e l’omega fanno questo giro lungo come l’intero l’alfabeto, sembrano contraddirsi e dirsene di tutti i colori, ma alla fine (sempre hai una mente abbastanza ampia da contenere i paradossi) si ricongiungono e si fanno le feste coi baci e gli abbracci, lasciandoti appagato, felice, atarassico, sereno, imperturbabile. come dopo una sanissima minata. Se i narcos potessero lucrarci sopra coltivandoli in Colombia, e gli ‘ndranghetisti rincararli al triplo del prezzo e poi spacciarli in Calabria, i paradossi soppianterebbero gli oppiacei sul mercato degli stupefacenti. Oppure sarebbero tra i record più ricercati su youporn.

Prova a sniffare un paio di paradossi boemi a casa e poi a lasciarteli uscire di bocca mentre discuti al bar con gli amici sulla formazione della Roma: li vedrai ammutolire di colpo e prostrarsi ai tuoi piedi chiamandoti mister. Scrivine tre o quattro  -di matrice sudamericana – su un file word, mandali a un qualsiasi editore capace di copertine cartonate, e poi goditi la sensazione di tenere tra le mani il tuo esordio letterario, rilegato in brossura e con la prefazione di Paulo Coelho che ti definisce il suo erede naturale.

Il paradosso, chi lo legge se lo gusta e chi lo scrive si deve limitare a girarlo e rigirarlo, giusto per evitare che si attacchi al fondo della pentola (che poi ormai c’è il Bimby e non si fa nemmeno fatica): una ricetta semplice, ma che quando la servi in tavola ci fai sempre la figura dello chef a cinque stelle (tanto, anche se poi gli dici che ha fatto tutto il Bimby, non ci crede nessuno e continuano a farti i complimenti).

Solo che i tartufi sono rari e preziosi, e trovare un paradosso autentico è difficile: la maggior parte delle volte, i ristoranti ti rifilano un fungo mezzo andato a male e te lo grattano sopra al risotto spacciandotelo per bianco d’Alba. Si stancano anche a rigirarlo di continuo, questo risotto, e finisce che si attacca sul fondo pure se la padella è in teflon.

Così il tartufo acquista un sapore dozzinale, da trattoria a prezzo fisso. Allora ne isoli un pezzetto con la forchetta, te lo avvicini agli occhi, lo esamini con un minimo di attenzione e ci rimani male, perché quello che stai pagando per paradosso in realtà è un luogo comune mezzo bruciacchiato.

Il giochino gli riesce perché paradosso suona come una parola molto colta. È per questo che bisogna diffidarne, perché succede con tutte le parole greche, che tu le dici e sembrano molto più di quello che sono: per esempio, chessò, leggi una targhetta placcata oro con la scritta podologo e ti convinci che stai entrando nello studio di un luminare specializzato in medicina plantare. Poi invece varchi la soglia e ti ritrovi davanti a uno con un grembiule da macellaio che ti toglie i calli dai piedi con una raspa.

Paradosso non è nient’altro che la versione forbita di un detto popolare: le apparenze ingannano. Solo che se usi il termine paradosso, e magari lo bofonchi da dietro una lunga e folta barba brizzolata, puoi anche ambire a fare il sindaco di Venezia, il maître à penser del partito democratico e l’amante segreto di Veronica Lario. Mentre se lo dici così, sotto forma di proverbio, magari da dietro una montatura rossa e vestito con una camicia dai colori improbabili, al massimo puoi fare la rassegna stampa di uno mattina e fratturare una caviglia a Mara Venier nel tentativo di prenderla in braccio.

La verità è che le apparenze non ingannano quasi mai. Se vedi uno che ruba gioielli, novantanove su cento è un ladro. Il restante un per cento dichiara di chiamarsi Robin Hood. E tuttavia marcisce lo stesso in una galera di Nottingham come ogni altro delinquente comune.

Robin Hood invece è un paradosso autentico: il tartufo che è veramente un tartufo, quello in grado di squarciare il velo e mostrare la realtà, impreziosendoti il risotto. Sembra un ladro e invece è un benefattore: chi l’avrebbe mai detto? Uno che se ne va in giro con quella ridicola calzamaglia verde.

Di Robin Hood, come dei paradossi, nessuno sa se esistano per davvero o siano solo immaginari, il paradosso non serve sperimentarlo nella realtà: non è che qualcuno ha mai visto una tartaruga tagliare il nastro prima di piè veloce Achille.

Il paradosso esiste in linea teorica, giusto per ricordarci che le eccezioni sono possibili e vanno presi in considerazione anche quei ladri che al processo per furto si difendono sostenendo di indossare una calzamaglia verde (“Perché arrestate me invece di quel Diabolik lì, che la calzamaglia ce l’ha nerissima? Questo è un paradosso!”).

Questo è appunto il ruolo che i greci assegnavano ai paradossi: una cosa che serve ad andare oltre la superficie delle cose, a pensare meglio, più a fondo, a tenere la guardia alta e fare i giusti distinguo logici.

Quindi diciamo che ogni novantanove funghi si trova un tartufo, e quel tartufo stesso, prima di capire se è veramente un tartufo, magari ci vorranno secoli di analisi organolettiche, e poi si scoprirà che era un fungo come gli altri. Ma sarà stato utile lo stesso, perché avrà spinto in avanti la conoscenza, e ci avrà fatto scoprire che esistono altri tipi di funghi, che sembrano tartufi ma non lo sono: sono dei paradossi.

Invece, non appena si comincia a dire che prossimamente in Sicilia si vota, i boschi dell’Etna, dei Nebrodi, dei Peloritani e delle Madonie, si riempiono di giornalisti e commentatori che vanno per paradossi, convinti che qua basta farsi una passeggiata per inciamparci sopra e riempire il cestino col necessario per gli editoriali da qua al giorno delle elezioni regionali. Dopo un paio di giorni che vagano senza trovarne manco uno, acchiappano lo stesso vecchio funghetto di sempre, lo grattugiano e ricominciano a soffriggerlo.

Le prime volte che venne utilizzato sembrò un ingrediente originale, capace di svelare arcani millenari, fornire chiavi di lettura fino ad allora sconosciute, aprire nuove prospettive su problemi atavici.

Il primo chef fu forse Tomasi Di Lampedusa, che se ne uscì con questa frase a specchio biconvesso, quella famosa, quella del perché niente cambi, bisogna che tutto cambi. E ci rovinò per sempre. Nella vulgata giornalistica del secolo successivo, a ogni tornata elettorale, sarebbe rispuntata fuori la storia di una Sicilia solo apparentemente moderna, ma in realtà arcaica.

Ultimamente, siccome questo paradosso cominciava ad attaccarsi alla padella, si preferisce rigirarlo e usare la variazione opposta: la Sicilia è solo in apparenza arcaica, in realtà è il laboratorio della modernità, il luogo in cui si testano e si sperimentano i futuri scenari politici dell’intera nazione italiana.

Al paradosso, insomma, se bisogna parlare di Sicilia, non intende rinunciarci nessuno: al massimo lo si rigira sottosopra, perché così anche il più banale dei risotti, anche il pezzo di cronaca politica più ordinario, diventa pensoso e filosofico. Quindi i commentatori di tutto il mondo hanno stabilito questa convenzione internazionale per cui in Sicilia le apparenze ingannano per definizione. La situazione sembra statica? E invece bisogna dire che si evolve. La situazione sembra evolversi? E invece bisogna dire che rimane statica. Sembra ma non è. È ma non sembra.

Un po’ è colpa della Sicilia, che un poco buttana c’è, bisogna dirlo, e si presta bene a questi sofismi. Però appunto è lo stesso tipo di colpa di quando violentano una e poi dicono: vabbe’, ma c’aveva la minigonna…

Astenersi dal violentare la Sicilia con un paradosso, per uno scrittore o un giornalista, diventa una rinuncia estrema, quasi ascetica: un po’ come per un portiere di serie A non truccare una partita di campionato.

È per questo che, in quanto luogo evocativo, la Sicilia non può essere banalmente descritta o analizzata: sarebbe uno spreco di talento. Va interpretata. Va sognata. Va resa per contrasto. Per paradosso, appunto.

Letterariamente questa cosa c’ha tutta una sua nobile tradizione. Gli stupendi crampi mentali che sa procurarci Sgalambro, o i pirotecnicismi giornalistici di Buttafuoco e Merlo: chi vorrebbe e potrebbe più farne a meno? Sarebbe una privazione. A leggerli, ci arricriamo:sono salaci, gustosi, immaginifici, profetici.

Finito di arricriarci, però, al momento di andare a votare non ce ne facciamo niente. Perché una cosa è la Sicilia come topos narrativo, e una cosa sono le elezioni. E forse è arrivato il momento di separare le due cose, anziché giocare a confonderle sempre.

La Sicilia, per queste prossime elezioni più che mai, avrebbe serio bisogno di qualcuno che la osservasse col metodo, e non con l’ispirazione. Uno scienziato di quelli noiosi, uno che guarda le cose e gli sembrano aggregati di atomi, uno che quando si bagna non è acqua ma H2O, uno che trova un tartufo e dice: toh, ecco un tubero dal carpoforo globoso il cui corpo ipogeo potrebbe rivelarsi edibile. Uno che dietro a un’assemblea regionale trasformista non ci vede nient’altro che un’assemblea regionale trasformista.

Le formule sapienziali, i tartufi, le frasi a effetto, i paradossi ci danneggiano. Ammantano di carisma e sintomatico mistero una condizione di meschina banalità. Qua non c’è più niente da ricamarci sopra. C’è prima da capire e poi da tirarsi fuori da una melma soffocante. Ci servono le formule chimiche, non la poesia. Le analisi statistiche e non i paradossi letterari.

La Sicilia non è, né è mai stata, il laboratorio di niente. Non anticipa le tendenze, e nemmeno le frena. La Sicilia non è arcaica, una parola che si porta dietro un sapore di eterno, di regole naturali inderogabili: la Sicilia è indietro e basta. E non a causa del presunto morbo, tutto letterario, dell’indolenza e della rassegnazione da cui sarebbero affetti i suoi mitologici abitanti, ma per un sostrato di banale arretratezza storica, che rende impossibile l’attecchire dell’innovazione.

Per restare alla politica, il nostro è uno statuto speciale modernissimo, giuridicamente all’avanguardia, pensato apposta per precorrere i tempi, una vera punta di diamante. Ma è stato calato dall’alto su una società semianalfabeta, politicamente immatura e democraticamente preistorica: uno smartphone dato in mano a uno che cinque minuti prima brandiva una clava. La costituzione siciliana (o meglio quella italiana che prevedeva ve ne fosse una siciliana) è una delle più avanzate al mondo. Solo che poi il governatore lo fa uno che va in televisione con la coppola in testa a offrire i cannoli e a dire baciamo le mani.

È così per tutto: ponti avveniristici che dovrebbero innestarsi su linee ferroviarie a un binario solo, energie rinnovabili che lasciano tutti al buio a primo temporale, depuratori di ultima generazione in città ancora prive di reti fognarie e che sversano tutto in mare.

Se uno vuole veramente capirci qualcosa, basta farsi un giro a Gibellina nuova: un paesino progettato da architetti visionari manco fosse una futuribile metropoli e abitato da contadini ultraottantenni che non osano uscire di casa perché non hanno ancora capito dov’è la piazza e dove sono le panchine per la briscola. Quello sì che è un paradosso vero.

La Sicilia non è una regione irrecuperabile. Non è irredimibile. È solo che per uscire dalle sabbie mobili della notte dei tempi bisogna prendere coscienza che sotto la melma non si nasconde nessuna eccezionalità, nessun poetico paradosso: sotto la melma c’è la melma. La Sicilia non è la metafora di niente. E detto da uno che ha parlato di funghi e di tartufi per parlare di elezioni, c’è da fidarsi.