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Non pagare paga

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Polemizzare è odioso, lo so, però quant’è bello. Ieri ho letto un articolo di Roberto Alajmo che come al solito era godibile, sensato, lieve e profondo insieme, e con quel tocco di narrativo che lui ci sa mettere sempre, così, con naturalezza, come io ci metto il parmigiano sulla pasta con la salsa.

Era una cosa sul malcostume di commisionare a scrittori e giornalisti pezzi per la propria rivista chiedendoli come favore personale, e dunque non retribuendoli:  avanti dai, me lo dai un tuo racconto aggratis, che lo metto sul mio giornale, così vendo più copie? Tanto a te che ti costa?
Tutto quello che ha scritto Alajmo in proposito rimane sacrosanto, però a me sono partite lo stesso una serie di fantasticherie su una società ideale, magari di stampo vetero comunista utopico, e sono arrivato all’insostenibile conclusione che nessuno dovrebbe mai essere pagato per scrivere. Lo so che è un concetto orrendo anche solo a pensarlo, quindi figuriamoci a difenderlo. Però io il blog ce l’ho apposta per questi esercizi oziosi.
Facciamo per un attimo astrazione dal mercimonio di tutto e di tutti in cui siamo immersi (cioè la realtà delle cose, che poi è quello di cui parla Alajmo: se un editore lucra sui suoi scritti, è più che legittimo che lui partecipi del guadagno), e proviamo a considerare come professione, o meglio come lavoro, solo ciò che realmente dovrebbe essere considerato come lavoro.
Ecco, stando all’etimo (soprattutto a quello siciliano, che poi è identico a quello francese: travagghiu, cioè travaglio), il lavoro non è nient’altro che una combinazione di fatica e dolore, con il piacere totalmente escluso dalle sfumature semantiche del termine. Quindi, stringi stringi, chi ti paga un lavoro, ti sta offrendo un corrispettivo in denaro per gli sforzi e la fatica da te profusi nello svolgere quel lavoro. Poi, ovviamente, (ma un po’ in seconda battuta, almeno stando all’etimologia), ti sta pagando anche per la tua perizia nello svolgerlo.

Fare del proprio lavoro, cioè delle proprie fatiche e delle proprie sofferenze, motivo di gioia e appagamento (svolgere dunque una professione che si considera piacevole svolgere) è uno dei miti della modernità: il cosiddetto uomo fortunato, che fa un lavoro che gli piace fare. Costui, stando alla logica di cui sopra, dovrebbe istantaneamente vedersi decurtato il corrispettivo della paga fino allo zero, poiché la paga è, come si è detto, ricompensa della fatica e della sofferenza profusi nello svolgere il lavoro, e venendo meno il dolore, viene meno anche la sua retribuzione.

Pretendere infatti che del proprio lavoro debba essere pagata soltanto la competenza che si è acquisita è, a livello etico, un atto di pura meschineria. Sarebbe come chiedere soldi perché si conosce, si è sapienti, si sa. Ciò contraddirebbe la natura stessa del sapere, che è di essere trasmesso a vantaggio di chi non sa, di modo che chi non sa finalmente sappia, e, sapendo, si migliori, e migliorandosi, migliori gli altri (si fa così sin dai tempi degli uomini delle caverne: pensate che ne sarebbe stato di noi se l’australopiteco che scoprì il fuoco avesse cominciato a chiedere duemila euro per spiegare agli altri ominidi come si faceva). Dunque farsi pagare perché si scrive di ciò che si sa è abbastanza antidemocratico, molto antiprogressista, e parecchio odioso. (Aggiungerei anche che, sempre nel mercimonio di tutto e tutti in cui siamo immersi, il giornalista – peggio ancora lo scrittore- è spesso pagato per scrivere di ciò che non sa, anzi di ciò che palesemente ignora, e ancora più spesso è pagato per qualcosa di peggio: dare la sua opinione. L’opinione è di per sé una cosa priva di alcun valore, perché è una cosa che non costa niente a chi la formula, tutti ne abbiamo una, quindi proprio non si vede perché una cosa che non costa niente debba essere pagata come se avesse un valore. Ma coi giornali succede di peggio: l’opinione viene diffusa, recepita, e anche condivisa, non solo contraddicendo così il principio della gratuità del sapere, ma arrecando anche danno alla comunità, tratta in inganno da false nozioni e da commenti su fatti che sono o inesistenti o travisati dall’ignoranza).
Bisogna quindi concludere che se scrivere di qualcosa con competenza è considerato da chi la compie un’attività piacevole (o comunque appagante):

1)Non c’è ragione che questi chieda di essere compensato per le proprie fatiche e il proprio dolore (in quanto non ne prova)

e

2)Che non sarebbe morale venisse pagato solo per le proprie competenze (o peggio ancora incompetenze).

Ci sarebbe però un ulteriore motivo per pagare chi scrive: il talento.
L’abilità nell’esprimersi, tramite scrittura, pittura, scultura o qualsiasi altra forma, è un talento naturale. Ma se così è, pagare chi possiede un talento naturale semplicemente perché lo possiede, sarebbe anche questa una pratica immorale, almeno quanto lo è la prostituzione. La prostituta utilizza ciò che le è stato fornito senza sforzo dalla natura (il proprio corpo) e chiede di essere pagata per il semplice esserne in possesso (sulla perizia nell’utilizzare il proprio corpo da parte della prostituta si dirà poco più avanti, e varrà quanto argomentato per il centometrista). Si obietterà che sapere ben scrivere (o dipingere, o scolpire, o fotografare, o fare pompini) è sì un talento naturale, ma per poterlo ben sfruttare va allenato con molta serietà e scrupolo: un po’ come uno che nasce veloce di gambe e di piedi, ma se non si allena con rigore non riuscirà mai a correre i cento metri in nove secondi e mezzo. Obiezione senz’altro valida. Si potrebbe quindi stabilire una quota di retribuzione che prevedesse il pagamento degli sforzi impiegati per affinare il proprio talento, stabilendo cioè quale sia la quota di sofferenza da compensare al netto del talento innato, di modo che tanto più ci si “alleni”, tanto più si percepisca come compenso. Ma questo sarebbe paradossale, perché finiremmo per pagare uno privo di talento molto più di uno che invece ne sia ben provvisto:  il primo, infatti, essendo meno adatto alla professione, sarebbe costretto ad allenarsi molto di più, e ciò potrebbe fare sì che l’attività di scrittore (o di centometrista, o di buttana) venisse svolta da chi ha meno talento per essa, e non da chi ne ha più, proprio perché dovendo allenarsi molto, guadagnerebbe parecchio, e ciò gli farebbe apparire allettante una professione per la quale non è tagliato. Cosa, quest’ultima, ben poco conveniente anche per i suoi lettori, che finirebbero per leggere articoli brutti, o nella migliore delle ipotesi mediocri. Perché mai, dunque, allenare sui cento metri un individuo nato lento, che non potrà mai fare un tempo decente, e stipendiarlo come un nababbo per arrivare ultimo? Uno spreco, che condurrebbe a risultati scadenti.

Chi scrive, quindi, e scrive con piacere (come è giusto che faccia chi scrive) non dovrebbe essere pagato per scrivere, ma per fare altro.

Cosa?

Lavorare.

Nella mia società ideale, scrivere è, come dicono gli inglesi, una liberal art, che sempre stando all’etimo vorrebbe dire arte liberale: liberale, cioè gratuita, fatta per il piacere di farla. E liberal anche nel senso di un’arte che può essere esercitata solo da chi è libero, cioè non è schiavo. Chi lavora invece è schiavo (nel senso che dipende dal suo lavoro). E non si può essere schiavi di un’arte liberale.

Può sembrare una posizione retriva, però non va intesa come il lasciare che ad occuparsi di scrittura, giornalismo e letteratura sia soltanto chi abbia i mezzi economici per potersi permettere di non lavorare e dedicarsi alle proprie passioni. Io la intendo in un altro modo. Una società giusta, che tenesse in alta considerazione tanto i suoi scrittori quanto i suoi raccoglitori di patate, non dovrebbe pagare lo scrittore per scrivere: dovrebbe pagarlo per non stancarsi troppo a raccogliere patate. Un raccoglitore di patate semplice andrebbe pagato il giusto (attualmente viene pagato molto ingiustamente), mentre un raccoglitore di patate che scrive andrebbe pagato il doppio. Il doppio dei soldi per raccogliere le stesse patate di quell’altro. Perché così avrebbe un po’ più di tempo a disposizione per scrivere (gratis) e renderci tutti migliori (gratis). Il professionismo della scrittura e dell’arte, io, non ci credo che fa tutte queste buone cose. Gadda era un ingegnere. Bufalino insegnava in un liceo. Carver scaricava gabbiette di frutta al mercato. T.S. Eliot era un bancario. Primo Levi faceva il chimico in un’industria. Lo scrittore professionista è spesso autoreferenziale: non so neanche fare esempi troppo circostanziati, ma ci sono milioni di libri scritti da scrittori professionisti che, guarda caso, hanno per protagonisti scrittori professionisti intenti a scrivere libri.
L’idea che esista un lavoro piacevole, un lavoro che ci piace, e che ciascuno di noi abbia il diritto di trovarlo e il dovere di cercarlo, è sana, da una parte, ma è deleteria dall’altra. Intanto perché ha generato milioni di individui convinti di poter vivere del proprio talento, anzi di doverlo proprio assecondare questo loro talento, e ci ha privato invece di quegli individui che non considerano raccogliere patate uno spreco del proprio talento. E poi, soprattutto, perché ha creato un ideale che è quasi sempre irraggiungibile, o comunque è irraggiungibile dai più. E invece gli ideali sono belli quando sono possibili, quando sono traguardi che tutti prima o poi potranno raggiungere (e questa per me è l’essenza dell’essere di sinistra, e quindi del progressismo). Perché a un traguardo si può tendere, si può lavorare per avvicinarcisi sempre di più, mentre un sogno o una chimera sono come le lotterie: che ci giocano in milioni ma le vince uno solo, e servono solo a tenere in piedi un sistema che è una truffa. Per questo mi piacerebbe una società che dicesse onestamente a ciascuno dei suoi componenti: senti qua, amico mio, il lavoro che ti piace non te lo posso dare. Però ti posso dare un lavoro di merda. Te lo pago bene. E ti do anche tutte le tutele giuste. Così quando non lavori puoi trovare il tempo e la possibilità di fare quello che ti piace fare, che sia scrivere o che sia giocare a bocce, che me ne fotte a me? Io sono la società, una mera astrazione, per me puoi fare quello che ti pare.  La gente sarebbe più felice ed equilibrata (e anche più solidale) semplicemente lavorando un po’ meno e venendo pagata un po’ di più. E lo sarebbe anche facendo un lavoro brutto e infame come ci si aspetta che sia un lavoro degno di questo nome. Certo, ne conseguirebbe una regressione verso il dilettantismo. Ma non bisogna temerlo troppo, il dilettantismo. Il dilettantismo mica  è sempre sinonimo di approssimazione o di sciatteria. Alle prime olimpiadi, i cento metri li correvano dei dilettanti, gente che nella vita di tutti i giorni poi faceva il panettiere. Magari erano più lenti di questi fulmini di oggi, pagati apposta per fare i fulmini. Però in ogni loro passo c’era la stessa dignità che c’era nelle loro pagnotte.

»

  1. Peró!
    Un’analisi estetica/etica del plusvalore di marxiana memoria.

    Invero, non ci sono più i comunisti di una volta…

    Rispondi
  2. Non vorrai mica andare a raccogliere le patate?
    In ogni caso, da vetero comunista fino in fondo, ritengo che lo stesso lavoro (soprattutto se di fatica fisica) andrebbe pagato il giusto ma nello stesso modo, indipendentemente dal fatto che serva poi a sfamare 10 figli piuttosto che scrivere romanzi o articoli più o meno importanti.
    Chi scrive lo fa essenzialmente per sé, poi se è bravo arricchisce anche gli altri. Certo svincolati da collusioni e compromessi sarebbe meglio. Raro, ma possibile, almeno in una società ideale.
    Talento e non talento, dilettantismo e superficialità, discorso difficile, dipende a volte anche dalle opportunità di partenza. Ci rifletto sopra.
    p.s. come è andata poi con le meduse? Io rimetto l’onore a Ponza.

    Rispondi

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