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Archivi del mese: agosto 2012

One Man’s Meat

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– Cosa c’è dentro?

– Ricotta, sono buonissimi.

– Ricotta?

– Ci sono anche al cioccolato, se preferisce.

– Ricotta? Cioè il formaggio?

– Esatto, ricotta.

– Io pensavo fossero dolci.

– Infatti: questi qua sono cannoli, queste altre invece sono cassate.

– Ma c’è il formaggio.

– Sì, ma sono dolci.

– A me non piace il formaggio.

– Li prenda al cioccolato allora, sono buoni anche quelli.

– Ci sarà mica del formaggio anche lì dentro?

– Niente formaggio, se le dico che è cioccolato, è cioccolato.

– Vuol dire crema al cioccolato?

– Allo stesso modo in cui quella non è ricotta ma è crema di ricotta.

– Allora non è formaggio: è un dolce.

– La base è la ricotta, che sarebbe un formaggio, ma è lavorata con lo zucchero, il che la rende una crema dolce, solo che è al sapore di ricotta.

– Poteva dirmelo, a me il formaggio non piace, ma i dolci sì.

– Lo davo per scontato: siamo al reparto dolci, quello in cui di solito si vendono i dolci.

– Allora dovreste scriverci “crema di ricotta”, non “ricotta” .

– Se ci scrivessimo “crema di ricotta” la gente penserebbe che non si tratta di ricotta vera, ma di un surrogato fatto con solo una piccola percentuale di ricotta. Sa, noi ci teniamo alle materie prime, non ci va che ci prendano per pasticceri che usano surrogati di ricotta.

– Quindi quella è ricotta ricotta, non crema di ricotta.

– La ricotta che usiamo per fare la crema di ricotta è ricotta ricotta. Ricotta purissima, fresca, di pecora.

– Io vorrei solo capire se mangerò del formaggio o mangerò un dolce.

– Esistono dolci al formaggio, capisce? Questo è uno di quelli. Si chiamano dolci di ricotta.

– Ah, come la cheesecake?

– Direi di sì, solo che qui si sa anche che tipo di formaggio è.

– E che formaggio è?

– È ricotta.

– Ci aggiungete lo zucchero e ne fate una crema?

– Zucchero, cannella, poi si lavora un po’, si corregge, si addensa, e alla fine viene fuori questa delizia qui.

– Quindi c’è solo una percentuale di ricotta.

– Una percentuale molto consistente.

– Quanta ricotta c’è in percentuale? Sa, non gradendo molto il formaggio, per me, meno ce ne fosse, meglio sarebbe.

– C’è tutta la ricotta necessaria affinché questo dolce sappia di ricotta.

– Ma su per giù? Per farsi un’idea.

– Direi che siamo sul sessantacinque per cento.

– C’è un trentacinque per cento di altri ingredienti, allora.

– Mi pare una stima accettabile.

– Quindi, nonostante le sue politiche di marketing, questa qui più che ricotta è crema di ricotta.

–  Tecnicamente sì. Comunque lei dovrebbe gradirla più di quanto gradirebbe la ricotta pura, vista la sua avversione per i formaggi.

– Il fatto è che lei qui c’ha scritto “ricotta”, quando invece avrebbe dovuto scriverci “crema alla ricotta”.

– Posso chiederle da dove viene?

– Sud Tirolo.

– Se non sbaglio lì fate dei dolci alla panna che sono squisiti.

– È la nostra specialità.

– Purtroppo a me la panna non piace.

– Quindi non li assaggerebbe neanche?

– Dipende.

– Se non li assaggia si perde davvero qualcosa.

– Ci credo. A me il latte piace molto.

– Quindi le piacerà anche la panna.

– Ma la panna è dolce, no?

– Vorrei ben vedere.

– Non mi piacciono i dolci. Però sono ghiotto di latte.

– La panna è a base di latte, sono sicuro che le piacerebbe molto.

– Che vuol dire “a base di latte”?

– Che l’ingrediente principale è il latte, ma ne usiamo solo la parte grassa. Poi c’è lo zucchero, volendo anche un po’ di  vaniglia…

– In che percentuale si attesta il latte presente nella panna?

– Direi che più o meno siamo al sessantacinque per cento.

– Vuol dire che c’è un residuo trentacinque per cento di altri ingredienti?

– Su per giù, ma non so farle una stima precisa.

– Allora dovreste scriverci crema di latte.

– Se ci scrivessimo crema di latte la gente penserebbe di stare mangiando un surrogato del latte. Noi invece ci teniamo molto alle materie prime: usiamo solo latte fresco, appena munto.

– Capisco. Ma se ci trovassi scritto crema di latte la mangerei di certo, per via del fatto che mi piace il latte. Mentre se leggo panna, penso ai dolci, che non mi piacciono, e non mi viene neanche in mente di assaggiarla.

– Lei la fa tanto lunga, ma la panna piace a tutti, si mette su tutti i dolci.

– Anche su quelli alla ricotta?

– Io questo non lo so. Da noi non si fanno dolci al formaggio.

– E non vorrebbe assaggiarne uno, magari con un po’ di panna sopra?

– Panna sul formaggio?

– Le ho spiegato che ciò che lei si ostina a chiamare formaggio è in realtà una crema dolce.

– Al sapore di formaggio, no?

– Al sapore di dolce, come la panna, che sa di latte, ma anche di dolce.

– Dice che ho troppi pregiudizi?

– Io le chiamerei fisime.

– Non sono ancora convinto. Cosa c’è lì dentro, invece?

– Sangue di maiale. Lo cuociamo per farlo raggrumare e poi ci spruzziamo sopra un po’ di zucchero e cacao. Si chiamano “sanguinacci”.

– Fantastico, me ne faccia un chilo.

Affittasi villetta settimanalmente

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Oggi pomeriggio ero stato incaricato dai miei familiari di scrivere un annuncio per un portale di affitti. Io per scriverlo l’ho scritto, solo che mi è venuto troppo grottesco per poterlo pubblicare su un qualunque sito che non sia questo blog. Quindi meno male che c’ho un posto dove buttare la munnizza.

La nostra villetta di famiglia affacciata sul mare del Plemmirio, a dieci minuti d’auto da Siracusa

Come potete vedere,

è circondata da un grande giardino di macchia mediterranea, su un terreno roccioso, che la rende diversa da tutte le altre villette, e si estende fin quasi a toccare il Faro di Murro di Porco (non lasciatevi ingannare dal nome: non sentirete grugnire nessuno, a meno che vostro marito non russi).

 C’è una grande cucina esterna, con un forno in pietra che a cuocerci le pizze prenderete almeno un paio di chili a testa

 e due grandi e assolate verande proprio davanti al mare, così assolate che è meglio se vi portate la protezione cinquanta.

Comunque, gli spazi esterni sono tutti attrezzati con tettoie in legno. E poi abbiamo sparso dei grandi ombrelloni ovunque, perché tanto lo sappiamo che  la protezione alla fine ve la scordate sempre.

Fare il bagno è facilissimo: siamo in piena Area Marina Protetta del Plemmirio, e a meno di cinquanta metri (all’andata è tutta in discesa. E al ritorno? Al ritorno cosa, pigroni, che sono solo cinquanta metri) c’è un piccolo golfo incantato, con una conca naturale che pare una piscina d’acqua smeralda. Ci sono scogli per fare tuffi da tutte le altezze, per grandi e per piccini:i più piccini da quelli più alti, i papà da quelli più bassi, mi raccomando, che poi vi viene il mal di schiena.

Il più temibile di questi trampolini naturali ha anche un nome: si chiama Geronimo, dall’urlo emesso da chi vi si tuffa, e se optate per la posizione “a chiodo” non mettete i boxer perché si rompono all’impatto con l’acqua. A me è successo, e m’è toccato rimanere a mollo fino a quando non se ne sono andati tutti.

Gli accessi al mare sono molti, moltissimi, quindi è inutile che prenotiate solo una settimana, perché non ce la fareste a vederli tutti: allungate a quindici giorni, che vi facciamo un buon prezzo. Sono raggiungibili per lo più a piedi, ma ce ne sono molti altri ancora, e di bellissimi, a meno di cinque minuti d’auto, e pure questi vale la pena che li vediate: facciamo tre settimane e non se ne parla più.

La villetta è la nostra casa di famiglia: aspettatevi quindi una casa vissuta, abitata, accogliente, ma di sicuro non perfetta. Per esempio, eccovi due grossi difetti:

1) La fogna. Spesso si attappa – per cui evitate di buttare nel water la carta igienica, grazie .

2)Le zanzare. Appartengono a una specie mutante: sono dotate di canini molto sporgenti, vestono con dei mantelli neri e hanno tutte un castello in Transilvania.

In compenso la casa è curata, proprio come voi curate la vostra (perché voi la curate la vostra, vero brutti sporcaccioni?)

 Noi ci abbiamo passato e ci passiamo tutti insieme la vacanze estive da che siamo nati

ma la crisi ci impone di cederla a voi, forestieri barbari in vena di razzie e di saccheggi, nella speranza che quantomeno rinunciate a stuprare le nostre donne e uccidere i nostri figli.

A circa trecento metri c’è un alimentari-bar- pizzeria- pizzicheria-gelateria-caffetteria-ferramenta-coiffeur-benzinaio-maniscalco-carpentiere-liutaio-tabacchi che in estate è sempre aperto e in inverno chiude intorno alle cinque del pomeriggio. Dopo le cinque sono stanchi, però potete citofonare: vi aprono lo stesso, solo che vanno di fretta, quindi è meglio se vi portate gli spiccioli per pagare senza fargli perdere troppo tempo a darvi il resto, altrimenti vi chiudono dentro al negozio fino a nuova apertura.

A circa tre chilometri c’è un altro emporio, tipo quelli del midwest americano, dove si trova tutto, ma proprio tutto. In particolar modo quello che non vi serve.

Siracusa, con i suoi pretenziosi centri commerciali all’americana, i suoi esosi ristoranti di pesce congelato, i suoi locali sottoposti a derattizzazione e i suoi supermarket aperti con i soldi riciclati è a soli dieci minuti di macchina, tredici chilometri di strada statale.

Purtroppo nella zona balneare in cui è situata la villa non è semplice spostarsi con i mezzi pubblici (vi state chiedendo se “non semplice” è un eufemismo? Sì, è un eufemismo) e la villa è raccomandata solo ed esclusivamente a chi viene in automobile.

Esiste un servizio di autobus ma è davvero scadente: il numero 23 passa più o meno con la stessa frequenza della cometa di Halley, e a volte tocca pure spingerlo fino alla prima discesa perché non parte (ma tanto voi dovete smaltire la pizza, no?).

Comunque, senza macchina vi perdereste la possibilità di esplorare i dintorni, mangiare la torta Brasilia al bar Finocchiaro di Avola e aggiungere altri due chili a quelli presi con la pizza.

Se sperate di tornare in linea camminando a piedi o in bici lungo la statale, sappiate che è fortemente sconsigliato, a meno che non siate preda di manie depressive con tendenze suicide: in tal caso una passeggiata sulla 114 è una vera mano santa.

Se invece siete dei runner incalliti e vi piace soffrire, sì, ma solo per tenervi in forma, allora potrete esplorare certi sentieri stupendi, che corrono da un faro all’altro lungo la costa: sei chilometri di silenzio e strade sterrate che vi faranno venire voglia di prepararvi una maratona olimpica da atleti professionisti.

Fate presto, però, perché questa è un’area marina protetta, e l’ex Ministro dell’Ambiente ha appena comprato i terreni in questione per impiantarci un mega gigantesco villaggio turistico a nove stelle: sennò che le facciamo a fare ‘ste aree marine protette? Per farci nuotare i pesci?

E comunque, per non scontentare i soliti incontentabili, il villaggio sarà sormontato da un oleodotto che fungerà anche da scivolo aquapark, attraversato da un pontile per la raffinazione del greggio (da cui sarà possibile fare benzina alla moto d’acqua), e illuminato a giorno da una centrale nucleare a kryptonite, con relativa discarica abusiva per le scorie radioattive, in modo da rendere iridescenti le vostre foto vacanza senza dover ricorrere a quei vetusti flash che producono tanto inquinamento luminoso. Ah, sarà anche attiguo a un inceneritore a carbone di prima generazione, che fa tanto ritorno alle buone cose semplici degli anni Sessanta.

La villetta è silenziosa e tranquilla, sempre a patto che il canto degli uccelli e il frinire dei grilli non vi disturbino: in tal caso consideratela pure come la discoteca a cielo aperto più grande della Sicilia orientale.

Si presta bene a una vacanza di famiglia, ma va bene anche per le giovani coppie che intendono avere rapporti sessuali non protetti (e crearsela in casa mia, una famiglia); o per le piccole comitive di amici che sperano di diventare coppie e avere dunque rapporti sessuali (protetti o non protetti sono affari vostri: a me schifa solo che avvengano in casa mia).

A proposito, se foste così educati da non volermi sporcare le lenzuola, le coppiette di solito si appartano qua.E vagli a dare torto.

A due passi, c’è tutta la Sicilia orientale più bella: Noto, Marzamemi, Modica, Ragusa Ibla, e naturalmente Ortigia e la Neapolis di Siracusa, col teatro greco, l’orecchio di Dionisio e un sacco di monumenti e strade intitolate ad antichi dittatori sanguinari e scienziati pazzi che non si farebbero scrupolo a incendiarvi lo yacht con uno specchio.

E poi ci siamo noi, indolenti e immeritevoli eredi di quella stirpe un tempo nota per il sangue levantino, e adesso incapaci perfino di pubblicizzare  le nostre strutture ricettive. Le granite di mandorla, però, le sappiamo ancora fare per come si deve. Questa della foto, per esempio, la fanno alla raffineria Erg di Priolo, anche se la maggior parte dei bar la spaccia per produzione propria.

 Se andate a comprarla direttamente in fabbrica, risparmiate un bel po’: costa meno di una guaina bitumata in eternit.

PS: se interessati all’affitto, il sito da cui partire sarebbe questo: http://www.siracusacasevacanza.com/index.html

Non pagare paga

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Polemizzare è odioso, lo so, però quant’è bello. Ieri ho letto un articolo di Roberto Alajmo che come al solito era godibile, sensato, lieve e profondo insieme, e con quel tocco di narrativo che lui ci sa mettere sempre, così, con naturalezza, come io ci metto il parmigiano sulla pasta con la salsa.

Era una cosa sul malcostume di commisionare a scrittori e giornalisti pezzi per la propria rivista chiedendoli come favore personale, e dunque non retribuendoli:  avanti dai, me lo dai un tuo racconto aggratis, che lo metto sul mio giornale, così vendo più copie? Tanto a te che ti costa?
Tutto quello che ha scritto Alajmo in proposito rimane sacrosanto, però a me sono partite lo stesso una serie di fantasticherie su una società ideale, magari di stampo vetero comunista utopico, e sono arrivato all’insostenibile conclusione che nessuno dovrebbe mai essere pagato per scrivere. Lo so che è un concetto orrendo anche solo a pensarlo, quindi figuriamoci a difenderlo. Però io il blog ce l’ho apposta per questi esercizi oziosi.
Facciamo per un attimo astrazione dal mercimonio di tutto e di tutti in cui siamo immersi (cioè la realtà delle cose, che poi è quello di cui parla Alajmo: se un editore lucra sui suoi scritti, è più che legittimo che lui partecipi del guadagno), e proviamo a considerare come professione, o meglio come lavoro, solo ciò che realmente dovrebbe essere considerato come lavoro.
Ecco, stando all’etimo (soprattutto a quello siciliano, che poi è identico a quello francese: travagghiu, cioè travaglio), il lavoro non è nient’altro che una combinazione di fatica e dolore, con il piacere totalmente escluso dalle sfumature semantiche del termine. Quindi, stringi stringi, chi ti paga un lavoro, ti sta offrendo un corrispettivo in denaro per gli sforzi e la fatica da te profusi nello svolgere quel lavoro. Poi, ovviamente, (ma un po’ in seconda battuta, almeno stando all’etimologia), ti sta pagando anche per la tua perizia nello svolgerlo.

Fare del proprio lavoro, cioè delle proprie fatiche e delle proprie sofferenze, motivo di gioia e appagamento (svolgere dunque una professione che si considera piacevole svolgere) è uno dei miti della modernità: il cosiddetto uomo fortunato, che fa un lavoro che gli piace fare. Costui, stando alla logica di cui sopra, dovrebbe istantaneamente vedersi decurtato il corrispettivo della paga fino allo zero, poiché la paga è, come si è detto, ricompensa della fatica e della sofferenza profusi nello svolgere il lavoro, e venendo meno il dolore, viene meno anche la sua retribuzione.

Pretendere infatti che del proprio lavoro debba essere pagata soltanto la competenza che si è acquisita è, a livello etico, un atto di pura meschineria. Sarebbe come chiedere soldi perché si conosce, si è sapienti, si sa. Ciò contraddirebbe la natura stessa del sapere, che è di essere trasmesso a vantaggio di chi non sa, di modo che chi non sa finalmente sappia, e, sapendo, si migliori, e migliorandosi, migliori gli altri (si fa così sin dai tempi degli uomini delle caverne: pensate che ne sarebbe stato di noi se l’australopiteco che scoprì il fuoco avesse cominciato a chiedere duemila euro per spiegare agli altri ominidi come si faceva). Dunque farsi pagare perché si scrive di ciò che si sa è abbastanza antidemocratico, molto antiprogressista, e parecchio odioso. (Aggiungerei anche che, sempre nel mercimonio di tutto e tutti in cui siamo immersi, il giornalista – peggio ancora lo scrittore- è spesso pagato per scrivere di ciò che non sa, anzi di ciò che palesemente ignora, e ancora più spesso è pagato per qualcosa di peggio: dare la sua opinione. L’opinione è di per sé una cosa priva di alcun valore, perché è una cosa che non costa niente a chi la formula, tutti ne abbiamo una, quindi proprio non si vede perché una cosa che non costa niente debba essere pagata come se avesse un valore. Ma coi giornali succede di peggio: l’opinione viene diffusa, recepita, e anche condivisa, non solo contraddicendo così il principio della gratuità del sapere, ma arrecando anche danno alla comunità, tratta in inganno da false nozioni e da commenti su fatti che sono o inesistenti o travisati dall’ignoranza).
Bisogna quindi concludere che se scrivere di qualcosa con competenza è considerato da chi la compie un’attività piacevole (o comunque appagante):

1)Non c’è ragione che questi chieda di essere compensato per le proprie fatiche e il proprio dolore (in quanto non ne prova)

e

2)Che non sarebbe morale venisse pagato solo per le proprie competenze (o peggio ancora incompetenze).

Ci sarebbe però un ulteriore motivo per pagare chi scrive: il talento.
L’abilità nell’esprimersi, tramite scrittura, pittura, scultura o qualsiasi altra forma, è un talento naturale. Ma se così è, pagare chi possiede un talento naturale semplicemente perché lo possiede, sarebbe anche questa una pratica immorale, almeno quanto lo è la prostituzione. La prostituta utilizza ciò che le è stato fornito senza sforzo dalla natura (il proprio corpo) e chiede di essere pagata per il semplice esserne in possesso (sulla perizia nell’utilizzare il proprio corpo da parte della prostituta si dirà poco più avanti, e varrà quanto argomentato per il centometrista). Si obietterà che sapere ben scrivere (o dipingere, o scolpire, o fotografare, o fare pompini) è sì un talento naturale, ma per poterlo ben sfruttare va allenato con molta serietà e scrupolo: un po’ come uno che nasce veloce di gambe e di piedi, ma se non si allena con rigore non riuscirà mai a correre i cento metri in nove secondi e mezzo. Obiezione senz’altro valida. Si potrebbe quindi stabilire una quota di retribuzione che prevedesse il pagamento degli sforzi impiegati per affinare il proprio talento, stabilendo cioè quale sia la quota di sofferenza da compensare al netto del talento innato, di modo che tanto più ci si “alleni”, tanto più si percepisca come compenso. Ma questo sarebbe paradossale, perché finiremmo per pagare uno privo di talento molto più di uno che invece ne sia ben provvisto:  il primo, infatti, essendo meno adatto alla professione, sarebbe costretto ad allenarsi molto di più, e ciò potrebbe fare sì che l’attività di scrittore (o di centometrista, o di buttana) venisse svolta da chi ha meno talento per essa, e non da chi ne ha più, proprio perché dovendo allenarsi molto, guadagnerebbe parecchio, e ciò gli farebbe apparire allettante una professione per la quale non è tagliato. Cosa, quest’ultima, ben poco conveniente anche per i suoi lettori, che finirebbero per leggere articoli brutti, o nella migliore delle ipotesi mediocri. Perché mai, dunque, allenare sui cento metri un individuo nato lento, che non potrà mai fare un tempo decente, e stipendiarlo come un nababbo per arrivare ultimo? Uno spreco, che condurrebbe a risultati scadenti.

Chi scrive, quindi, e scrive con piacere (come è giusto che faccia chi scrive) non dovrebbe essere pagato per scrivere, ma per fare altro.

Cosa?

Lavorare.

Nella mia società ideale, scrivere è, come dicono gli inglesi, una liberal art, che sempre stando all’etimo vorrebbe dire arte liberale: liberale, cioè gratuita, fatta per il piacere di farla. E liberal anche nel senso di un’arte che può essere esercitata solo da chi è libero, cioè non è schiavo. Chi lavora invece è schiavo (nel senso che dipende dal suo lavoro). E non si può essere schiavi di un’arte liberale.

Può sembrare una posizione retriva, però non va intesa come il lasciare che ad occuparsi di scrittura, giornalismo e letteratura sia soltanto chi abbia i mezzi economici per potersi permettere di non lavorare e dedicarsi alle proprie passioni. Io la intendo in un altro modo. Una società giusta, che tenesse in alta considerazione tanto i suoi scrittori quanto i suoi raccoglitori di patate, non dovrebbe pagare lo scrittore per scrivere: dovrebbe pagarlo per non stancarsi troppo a raccogliere patate. Un raccoglitore di patate semplice andrebbe pagato il giusto (attualmente viene pagato molto ingiustamente), mentre un raccoglitore di patate che scrive andrebbe pagato il doppio. Il doppio dei soldi per raccogliere le stesse patate di quell’altro. Perché così avrebbe un po’ più di tempo a disposizione per scrivere (gratis) e renderci tutti migliori (gratis). Il professionismo della scrittura e dell’arte, io, non ci credo che fa tutte queste buone cose. Gadda era un ingegnere. Bufalino insegnava in un liceo. Carver scaricava gabbiette di frutta al mercato. T.S. Eliot era un bancario. Primo Levi faceva il chimico in un’industria. Lo scrittore professionista è spesso autoreferenziale: non so neanche fare esempi troppo circostanziati, ma ci sono milioni di libri scritti da scrittori professionisti che, guarda caso, hanno per protagonisti scrittori professionisti intenti a scrivere libri.
L’idea che esista un lavoro piacevole, un lavoro che ci piace, e che ciascuno di noi abbia il diritto di trovarlo e il dovere di cercarlo, è sana, da una parte, ma è deleteria dall’altra. Intanto perché ha generato milioni di individui convinti di poter vivere del proprio talento, anzi di doverlo proprio assecondare questo loro talento, e ci ha privato invece di quegli individui che non considerano raccogliere patate uno spreco del proprio talento. E poi, soprattutto, perché ha creato un ideale che è quasi sempre irraggiungibile, o comunque è irraggiungibile dai più. E invece gli ideali sono belli quando sono possibili, quando sono traguardi che tutti prima o poi potranno raggiungere (e questa per me è l’essenza dell’essere di sinistra, e quindi del progressismo). Perché a un traguardo si può tendere, si può lavorare per avvicinarcisi sempre di più, mentre un sogno o una chimera sono come le lotterie: che ci giocano in milioni ma le vince uno solo, e servono solo a tenere in piedi un sistema che è una truffa. Per questo mi piacerebbe una società che dicesse onestamente a ciascuno dei suoi componenti: senti qua, amico mio, il lavoro che ti piace non te lo posso dare. Però ti posso dare un lavoro di merda. Te lo pago bene. E ti do anche tutte le tutele giuste. Così quando non lavori puoi trovare il tempo e la possibilità di fare quello che ti piace fare, che sia scrivere o che sia giocare a bocce, che me ne fotte a me? Io sono la società, una mera astrazione, per me puoi fare quello che ti pare.  La gente sarebbe più felice ed equilibrata (e anche più solidale) semplicemente lavorando un po’ meno e venendo pagata un po’ di più. E lo sarebbe anche facendo un lavoro brutto e infame come ci si aspetta che sia un lavoro degno di questo nome. Certo, ne conseguirebbe una regressione verso il dilettantismo. Ma non bisogna temerlo troppo, il dilettantismo. Il dilettantismo mica  è sempre sinonimo di approssimazione o di sciatteria. Alle prime olimpiadi, i cento metri li correvano dei dilettanti, gente che nella vita di tutti i giorni poi faceva il panettiere. Magari erano più lenti di questi fulmini di oggi, pagati apposta per fare i fulmini. Però in ogni loro passo c’era la stessa dignità che c’era nelle loro pagnotte. Leggi il resto di questa voce