Feed RSS

Archivi del mese: luglio 2012

Il mio ombelico vs via D’Amelio

Inserito il

Il diciannove luglio del millenovecentonovantadue è una giornata che tecnicamente fa parte del secolo scorso. Sul finire del secolo scorso, uno storico abbastanza atipico definì quello stesso secolo scorso come Il secolo breve. Una formula che fece epoca.

Il diciannove luglio del millenovecentonovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso, era vent’anni fa esatti.

Il diciannove luglio del millenovecentonovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, un giovane siciliano abbastanza tipico (“abbastanza tipico” è un modo più indulgente di dire “mediocre”) viveva la sua ultima estate da liceale. Per entrare nell’atmosfera dei suoi futuri studi, quel giorno leggeva Il secolo breve di Hobsbawm. Senza capirci niente, ovvio. (In realtà non è affatto vero: cioè, sì, che non ci capiva niente è vero, ma il libro uscì in Italia soltanto nel millenovecentonovantacinque. Però ci stava bene, quindi facciamo finta che nel novantadue fosse già uscito. Tanto questo post è tutto una frottola, e questo blog è tutto fuorchè credibile, per cui che senso avrebbe rispettare la cronologia?)

Il diciannove luglio del millenocentonovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e precisamente vent’anni fa, un giudice, tipico palermitano coi baffi, fu trucidato diciamo in maniera atipica,  un po’ dalla mafia e un po’ da una combinazione strana di tutta una serie di eventi, persone e personaggi che ancora non s’è capito bene chi fossero e come interagissero.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, mentre il giudice, tipico palermitano coi baffi, veniva atipicamente trucidato un po’ dalla mafia e un po’ dalla strana combinazione di eventi, persone e personaggi, il giovane e tipico siciliano, lettore precoce (quasi veggente) di Hobsbawm, stava rientrando verso casa a bordo della sua vespa pk 50 xl colore blu notte (riverniciata) dopo aver trascorso parte della giornata sull’arenile di Fontane Bianche, a fingersi interessato alle dinamiche storiche del proprio secolo (il secolo breve) nella segreta speranza di suscitare  a propria volta l’interesse di tutti quei giovani culi e quelle giovani minne distese al sole a pochi metri da lui, che costituivano, questi sì, l’autentico oggetto del suo interesse, oltre che il vero motivo dell’avventuroso viaggio fino alla località balneare (avventuroso perché la vespa 50 pk xl colore blu notte era stata sì riverniciata, ma era priva della frizione, orba del faro anteriore e monca della manopola dell’acceleratore. Cosa, quest’ultima, che costringeva il futuro studente in filosofia ad accelerare tirando un filo arrotolato sul proprio dito indice a mo’ di rocchetto, e a procedere dunque con l’andatura di un ciclista circense in equilibrio su una corda sottile e sospesa nel vuoto. Sarebbe per tanto stato senz’altro più agevole e meno rischioso leggere Hobsbawm a casa. Ma a casa non c’erano né culi, né minne: l’internet porno era ancora di là da venire, e per scaricare le foto di Pamela Anderson nuda ci voleva un quarto d’ora di modem a trentasei k. Quindi sarà anche stato il secolo breve, ma ci stava mettendo un sacco di tempo ad andarsene).

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e precisamente vent’anni fa, durante il suddetto avventuroso rientro dal mare, il giovane e tipico siciliano lettore precoce (e posticcio) di Hobsbawm, all’altezza del bivio per Ognina, fu punto da un lapone. Un lapone è come una lapa, però molto più grossa (se non sapete cos’è una lapa significa che siete continentali, e non è colpa mia se siete finiti su questo blog). Questo aveva le dimensioni di un velivolo a motore e il suo pungiglione quelle della cicia di Fassbender (se non sapete cos’è una cicia, ma sapete chi è Fassbender, cos’è una cicia l’avete capito da soli). Il lapone si insinuò sotto la sua maglietta e lo perforò sul ventre, all’altezza dell’ombelico. Per le doti da circense di cui sopra, riuscì a non cadere, a spogliarsi della maglietta, a rimuovere quasi del tutto il pungiglione a mani nude, e a riprendere il viaggio. Ma, a causa del persistere del dolore,  non completò il percorso di ritorno.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, il giovane e tipico siciliano, lettore precoce (e posticcio) di Hobsbawm, nonché muzzicato dalla carabbubbola e dunque bisognoso di cure urgenti, raggiunse una villetta, sita in contrada Asparano, residenza estiva del suo fraterno amico S., di un anno più grande e già regolarmente iscritto al primo anno di medicina presso l’ateneo di Firenze.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, il giovane e tipico siciliano, lettore precoce (e in malafede) di Hobsbawm, nonché muzzicato dalla carabbubbola e dunque bisognoso di cure urgenti, piombò, senza annunciarsi al citofono e senza avere ricevuto alcun invito, nel soggiorno della residenza estiva di S. e dei suoi familiari, urlando frammentarie bestemmie assortite, rivolte alle api, agli apicultori, al miele, ai consumatori di miele, alla natura matrigna, agli insetti suoi figli, agli umani che non avevano saputo sterminarli, al pianeta terra e al roteare delle stelle nell’universo. In preda a convulsioni e spasmi di dolore, si posizionò al centro geometrico della stanza, implorando aiuto, carità, mercede, sollievo dalle sofferenze o, in alternativa, una morte rapida.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, cessate le sue urla scomposte, il soggiorno di S. divenne il luogo più tetro e silenzioso che il futuro studente universitario avesse mai visitato durante il breve arco di secolo breve da lui vissuto fino a quel momento.

S. lo condusse fuori, sulla veranda. Aveva bisogno di più luce, e raggiunsero un angolo lontano dalla casa, un punto dove l’incannicciato che copriva la veranda era assente e il sole picchiava forte. S. aveva in mano un coltello, e raschiò via dalla sua pelle il residuo di pungiglione. Si concentrò al massimo sull’operazione e quando ebbe finito, prima di alzare lo sguardo e chiedere all’amico se adesso andasse meglio, disse con una voce ferma e precisa almeno quanto lo era stata la sua mano: hanno ammazzato il giudice Borsellino.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, S. disse questa frase come un’incidentale in mezzo a due virgole, una specie di parentesi tonda tra la pancia del futuro studente e il pungiglione dell’ape. O forse fu solo che il futuro studente ero troppo preso dal suo dolore per riuscire a respirare quello che c’era dentro la frase di S. , e gli ci vollero minuti interi prima di liberarla dalla punteggiatura e farla diventare la proposizione principale di quella giornata. Passati quei minuti il futuro studente ed S. rientrarono in soggiorno per sentire che diceva la tv.

Oggi, diciannove luglio duemiladodici, tecnicamente fuori dal secolo scorso e trascorsi ormai vent’anni esatti, so – con la nitida certezza del ricordo – che S. rimase così concentrato sul mio pungiglione per tutti quei secondi in più dopo averlo rimosso per poter dire quella frase come se fosse stata una notizia qualunque, cioè per dirla senza piangere.

Oggi, diciannove luglio duemiladodici, tecnicamente fuori dal secolo scorso e trascorsi ormai vent’anni esatti, lo so perché so che il soggiorno di casa sua era muto. Muto come il soggiorno delle case in cui steso in camera da letto c’è un parente morto e qualcuno che lo veglia.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, dentro al soggiorno di casa di S., muto nonostante la televisione a volume piuttosto alto e tutta la sua famiglia intorno, mi sedetti su una sedia di bambù intrecciato e mi ricordai di una cosa che mi aveva detto mio padre in un altro giorno d’estate, un giorno che poi, finito il secolo breve, seppi essere stato il tredici giugno del millenovecentottantaquattro.

Il tredici giugno del millenovecentottantaquattro, un giorno in cui io ero solo un bambino di dieci anni, in un altro soggiorno (quello di casa dei miei nonni) e sempre davanti a una televisione accesa, mio padre mi chiese di sedermi accanto a lui per qualche minuto, e per tutto il tempo che rimasi seduto mi carezzò la testa con la mano.  Vieni qua, mi disse, guarda quanta gente che c’è a Piazza San Giovanni. Così quando sarai grande te lo ricorderai, quanta gente c’era a Piazza San Giovanni per questo funerale.

Il diciannove luglio del millenovecentonavantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e precisamente vent’anni fa, dentro al soggiorno di casa di S., muto nonostante la tv a volume piuttosto alto e tutta la sua famiglia intorno così muta che faceva un silenzio assordante, pensai che mio padre aveva avuto ragione, quell’altro giorno lì, perché in quel momento me lo stavo ricordando, quanta gente c’era stata a quel funerale di Piazza San Giovanni. Pensai anche che adesso ce ne sarebbe stato un altro, di funerale, e chissà quanta gente ci sarebbe stata. Ricordo che prima mi venne una voglia immensa di andarci anch’io, a quel funerale che tra poco sarebbe stato celebrato, e dopo invece mi passò, in favore di un’altra voglia, quella di avere di nuovo dieci anni, con mio padre ancora seduto lì accanto a me, nel soggiorno di casa di S., ad accarezzarmi la testa.

Poi, a casa, da mio padre, invece, mi ci accompagnò S. con la macchina. Perché quella vespa era un trabiccolo mortale.

Il ventiquattro luglio del millenovecentovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, ai funerali di Paolo Borsellino c’erano diecimila persone, e io e mio padre eravamo di nuovo nel soggiorno dei nonni, davanti alla televisione. Però stavolta mio padre non mi chiese di guardare i funerali seduto accanto a lui. Non era dolce come quell’altro giorno, e non mi accarezzò la testa con la mano. Anzi, era quasi arrabbiato  (anche se non capivo bene con chi, e forse non lo era con nessuno in particolare, ma ce l’aveva un po’ con tutti)  quando mi disse: Tu qua non ci resti. Te ne vai a studiare fuori, lontano, a Pisa.

Il ventiquattro luglio del millenovecentovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, finito di guardare i funerali e i telegiornali, io tornai con la vespa, ormai riparata, nella veranda di S. all’Asparano. Gli dissi: Vado a studiare a Pisa. Pisa e Firenze sono vicine, no?. S. mi disse che sì, erano molto vicine. Ma poi mi guardò come mi aveva guardato quando aveva in mano il coltello: io però mi trasferisco a Roma. Durante quella settimana, S. aveva deciso di iscriversi a un’altra facoltà. Voleva fare giurisprudenza e diventare un magistrato. Io pensai che a togliermi il pungiglione era stato bravo, quindi che poteva fare bene bene il medico era quasi sicuro, invece il magistrato boh, come facevo a saperlo? Ma non glielo dissi. Gli dissi: suca! Che era una cosa che ci dicevamo sempre. A volte era un saluto, a volte un commiato e a volte significava proprio suca. Lui mi disse: forte! che allora era la risposta obbligata. Io guardai S. e mi sembrò Gulliver, per quanto era diventato più grande di me in quella settimana. Mi sentivo così ammirato che volevo dimostrarmi intellettualmente degno della sua amicizia.  E allora sbruffoneggiai:

– Ma tu lo sai che questo è il secolo breve?, gli dissi.

Lui rimase colpito. Poi mi rispose:

– No, non lo sapevo. Tu invece lo sai che…

– Cosa?

– Suca.

– Forte.

Il ventiquattro luglio del millenovecentovantadue, tecnicamente parte del secolo scorso e vent’anni fa esatti, accesi la vespa per lasciare casa di S.

Quando fui sul cancello, sicuro che non potesse più replicare, mi girai verso di lui e gli dissi: “Ah, S., mi sono dimenticato una cosa”. Lui mi chiese cosa. E io gli dissi: “Sucaaaaaaaaa”,  accelerando fortissimo (grazie alla manopola nuova) e sparendo senza dargli il tempo di dire “Forte”.

Quella volta “suca” significava: “Sono con te”.

PS: retrodatare l’uscita del volume di Hobsbawm è forse la cialtronata meno eclatante di queste memorie farlocche, quindi, su questa almeno, dirò la verità. Il libro che lessi quell’estate in realtà era Il tramonto dell’occidente, di Spengler. Naturalmente non ci capii niente lo stesso. E meno che mai mi fu utile a toccare  un solo culo.