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Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, che abbiamo noi prima di andare a Ragusa

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Dal 24 al 26 Maggio torna “A tutto volume” a Ragusa. Aciribiceci Vintage, incentrato sulla scorsa edizione, così, tanto per fare l’aperitivo.

Siracusa e Ragusa, cittadine sul medesimo versante orientale dell’isola, sono lontane solo una sillaba e un’ottantina di chilometri. Eppure perché la prima raggiunga la seconda ci vorranno anni luce e qualche eone di buona volontà.

Un gap, questo, che volendo partire da molto lontano  e dare la stura a tutte le biliose invidie campanilistiche, si potrebbe far partire da qui: dal 1949. Pare sia l’anno in cui Moratti si mette d’accordo con una serie di amici nostri e in un colpo solo fa due azioni opposte: accende la Rasiom e spegne l’iniziativa dei siracusani (se mai era esistita). Ne fa anche una terza, quasi invisibile all’epoca, accecante oggi: indispettire, per sempre e irrimediabilmente, i ragusani. Nel decennio a venire, infatti, gli iblei la prendono male. L’affare del petrolchimico, che li aveva sfiorati per un attimo e poi li aveva lasciati con un pugno di mosche in mano, sfuma e li lascia a pascolare le capre e a fare le provolette. Sul momento si dannano, si strappano i capelli a uno a uno dalla testa e rimpiangono il posto fisso e il tumore garantito per contratto. Poi, però, siccome non è che si può stare ad aspettare che dal cielo piovano manna e polveri sottili, si mettono a lavorare. Si fanno venire delle idee. Si fanno il cosiddetto culo a cappello di parrino. E si fanno i soldi. I soldi veri. Quelli che vengono da  cose che si toccano e si vedono: campagne, case, caseifici, alberi, paesaggi. E aprono le banche. E chi amministra, lentamente, comincia ad amministrare meglio, perché è costretto a fare i conti con una comunità attiva, che le cose le fa, le vuole fare e vuole che gliele si facciano fare.

Il risultato, sessant’anni dopo, è che Ragusa si è imbellita e Siracusa si è solo imbellettata.

E così, ma solo per esigenze di brevità, facciamo che siamo arrivati allo scorso fine settimana, di venerdì pomeriggio. E che a Ragusa c’è una manifestazione, un quasi festival, che si chiama “A tutto volume”, i cui eventi sono incontri con autori e presentazioni di libri. Detto così, potrebbe sembrare che dalle provolette ai libri il passo sia stato un po’ troppo lungo. Invece la parte più bella del festival sono stati i ragusani e l’organizzazione che hanno dimostrato. È difficile identificare uno a uno tutti gli anelli di questa catena che ha funzionato, però è facile capire come devono essere andate grosso modo le cose. C’è stato qualcuno che ha intercettato dei finanziamenti nazionali (quelli del “Maggio dei libri”, che qui a quanto pare non verranno mai utilizzati, salvo sorprese dell’ultim’ora), locali e di sponsor privati, e ha deciso di fare qualcosa. E l’ha fatta. Non è molto importante discutere se abbia fatto le scelte giuste o quelle sbagliate: l’importante è che le scelte le abbia fatte. Chi ha scelto, per prima cosa ha scelto chi si dovesse occupare della cosa, e ha scelto Roberto Ippolito (quindi un non ragusano, tanto per cominciare, e uno del mestiere, tanto per finire. Cosa che noi umani non potremmo neanche immaginare.) il quale a sua volta ha fatto una serie di scelte intelligenti. Per esempio ha collocato i primi due giorni di eventi a Ragusa Superiore, che così per una volta non ha fatto la figura della sorellina povera di Ibla. L’ultimo giorno, invece, l’ha ospitato il salotto buono della città, quello della Domenica, appunto, e così di cenerentole non ce ne sono state. Poi ha invitato giornalisti e scrittori che avessero un richiamo POPOLARE nel senso buono, cioè nomi e personaggi che fossero INTERESSANTI da sentire pur essendo MOLTO NOTI (binomio sempre più raro), che non impegnassero il cervello come una puntata di  Fahreneit di Radio3 ma neanche lo mandassero in vacanza come un episodio di Porta a Porta su Rai1, e che si prestassero all’evento con PROFESSIONALITà, e non come una gentile concessione.  Nomi e cognomi? In ordine di come mi vengono in mente: Aldo Cazzullo, Giovanni Minoli, Mario Giordano, Marco Presta, Simonetta Agnello Hornby, Roberto Vacca, Marco Malvaldi, Vito Mancuso, Lucrezia Lerro, Nicola Gratteri, Roger Abravel & Luca D’Agnese, Achille Bonito Oliva etc. etc. etc. E infatti la gente è VENUTA. E infatti la gente C’ERA.  Da siculo-orientali rotti a qualunque tipo di fallimento, a vedere che 4 presentazioni in 3 ore facevano 100 persone l’una, senza più posti neanche all’impiedi, c’era da stropicciarsi gli occhi e rimanere amminchioluti come di fronte al quadro della Madonuzza che piange (forse unico evento della storia siracusana ad avere ottenuto partecipazione di pubblico). Ma il bello non era tanto questo. Il bello era vedere che gli incontri cominciavano puntuali. Che prima di OGNI incontro non ha mai parlato NESSUN politico. Che il pubblico non trasformava l’intervento nel proprio comizio. Che se qualcuno, Dio ne scansi, accennava al delirio, il mediatore/conduttore lo BLOCCAVA all’istante, gli tappava la bocca e tagliava corto. Così si riusciva ad arrivare puntuali anche all’incontro dopo, e il circolo virtuoso si perpetuava. E ancora, forse la cosa più importante: Ragusa ha messo in mostra gente in grado di fare da moderatore a incontri come questi, di reggere benissimo la scena insieme agli ospiti. Capace di introdurre l’autore, imbeccarlo quando non ha ancora carburato, punzecchiarlo in modo che venga fuori dalla tana, e soprattutto capace di stare al proprio posto, senza cercare mai di rubare la scena, di assolvere al ruolo come il ruolo richiede, insomma. E non uno in particolare, ma tutti. E chi lo sapeva? Roba da diventare verdi in faccia. Non pareva manco di essere in Sicilia. Ci si  sentiva così smarriti che veniva voglia di comprarsi una Lonely Planet.  Gli autori avevano la stessa faccia che hanno quando fanno le presentazioni a Milano o al Salone di Torino. Uguale. Non quella che riservano a noi, quella che tengono nell’armadio apposta per quando vengono qui, come le scarpette per camminare sugli scogli. Di più: non non c’è stato un incontro, uno solo, che sia terminato con le pizzette, le arancine e il rinfresco.  Nell’aria, nessun odore di fritto e nessun rutto aromatizzato al prosecco: solo il lindo odore della civiltà. No, dico, ma dove siamo? Ma che è Sicilia, questa?

E ora veniamo ai ma.

I bei palazzi (la chiacchierata con la Hornby, poi, si è svolta in una specie di teatro bonsai che veniva voglia di smontarlo pezzo per pezzo e poi ricostruirselo nel salotto di casa tipo Lego, per quanto era BELLO) che Ragusa ha riempito con le sue persone, con la sua gente, questo trionfo del localismo, è stato anche il limite dell’iniziativa. Bisognava sconfinare. Certo, tutto e subito non si può fare, però doveva venire mezza Sicilia, se non tutta. Puntare a diventare evento nazionale. D’altronde i nomi c’erano tutti. Doveva essere una cosa che, proprio per  il suo ambiente mini, doveva richiamare un interesse maxi.

Per il resto, non è che alla fine ci sia molto da raccontarli, gli eventi. Le presentazioni, le interviste, le colazioni con l’autore, sono una formula, un tipo di spot commerciale: non sono una novità, nel mondo. Ma lo sono per noi. Lo sono qui, specie se fatte in questo modo e specie se mettono alla prova tutta una serie di abilità e talenti che questa prova la superano alla grande, come è successo a Ragusa.

Fatta la tara dell’invidia, rimane un’atmosfera di ammirazione, di positività, e, a volere essere presuntuosi, di giustizia: qualcuno ha lavorato e gliene va reso merito e onore, perché lavorando in QUESTO modo ha lavorato anche per tutti quelli che  da queste parti (è proprio una di quelle volte in cui si può dire) orgogliosamente ci vivono.

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  1. bellissimo questo post, merita di essere letto con attenzione
    un bacio
    Sara

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  2. Tu diventerai famoso più degli scrittori che hai citato: sei intelligente, bravo e ironico.Ti adoro!

    Rispondi

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