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Mon semblable, mon frère!

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Poi un giorno arriva maggio. E con quel tepore, se a mezzogiorno pranzi col primo e col secondo finisce che ti addormenti.

Francesco Piccolo infatti si era addormentato in veranda, sulla sdraio. Così, con un’occhio aperto e l’altro chiuso. La tv, da dentro la soglia del balcone a cantilenare di fughe, montagne e maglie rosa. Quando il telefono era squillato, c’aveva messo un po’ a scendere  dalla bici, uscire dal sogno ed entrare in casa per rispondere.

– Pronto?
– Dormiva?
– No.
– Mi scusi, allora.
– E di che? Non dormivo affatto. Dica pure.
– Stava dormendo, lo so.
– Chi? Io?
– Lei, lei.
– No, no, assolutamente. Mi dica.
– Lei stava dormendo, me ne sono accorta da come ha detto pronto.
– Ma no, le dico, è solo che sono un po’ raffreddato.
– È Francesco Piccolo, lei?
– Sì che sono io. Ma con chi parlo?
– La verità.
– Gliel’ho appena detta la verità, non stavo dormendo.
– No, non ha capito. Lei mi ha chiesto chi parla.
– Appunto.
– E io gliel’ho appena detto: la verità.
– Ah. Mi scusi. Così, al telefono, non l’avevo riconosciuta.
– Lo so, al telefono non c’ho il timbro cristallino che uno si aspetta. Però un po’ è anche colpa di questi cellulari.
– E sì, gracchiano.
– Gracchiano, gracchiano.
– Quindi lei è la verità che gracchia?
– Per servirla.
– E mi sta chiamando al telefono?
– Gracchiando.
– E come mai?
– Tanto per svegliarla nel bel mezzo di una tappa del giro d’Italia.
– Mi sento confuso.
– Sì, lo so. All’inizio faccio questo effetto. Però  tra poco vedrà una forte luce bianca e  tutto le sarà più chiaro che mai, stia tranquillo.
– Vuol dire che sto parlando  proprio con la verità in persona?
– Glielo posso giurare. E se glielo giuro io.
– E che tipo di Verità è Lei?
– No, no, non stia a disturbarsi a scrivermi con la maiuscola. Non sono niente di matematico, autoevidente, fondativo, o rivelato. Giusto una verità ordinaria, quasi tautologica, nessun grado di nobiltà. Forse una vaga parentela con l’aleteia, ma alla lontana.
– Onorato di fare la sua conoscenza, allora.
– Il piacere è tutto mio. Comunque, presentazioni di rito a parte, io e lei è un bel po’ che ci conosciamo, sa?
– È uno scherzo, vero?
– Ma magari.
– In che senso?
– Il fatto è che se sei la verità, anche una verità ordinaria come sono io, non puoi scherzare.
– E perché?
– Perché c’è ‘ sta palla che devi dire per forza dire la verità, capisce?
– Quindi ho fatto un gaffe?
– Un po’.
– Mi lasci rimediare con una domanda, allora. Questa dello scherzo è una cosa genetica?
– Esatto. Però, vede, io l’istinto di scherzare ce l’ho. A volere sottilizzare, io sono la verità, e secondo me potrei pure scherzare. Direi che anzi rientra a pieno titolo tra le mie prerogative. Mica sono la sincerità, che deve  per forza dire pane al pane, no?
– Per me non fa una piega.
– Lo so. Lei infatti è uno che scrive la verità e ci scherza pure molto sopra. Per questo la sto chiamando io e non Arisa.
– Vabbe’, a me continua a sembrare uno scherzo. Diceva che ci conosciamo?
– Ma guardi, più che altro è lei che in qualche modo mi conosce.
– Io?
– E sù, non sia timido, che sono anni che mi fa la corte.
– Veramente è lei che mi sta telefonando. A proposito, come lo ha avuto il mio numero?
– Me l’ha dato un nostro amico comune.
– E chi sarebbe?
– Il Disincanto.
– Chi?
– Guardi, Francesco, le spiace se la chiamo Francesco?
– No, faccia pure, ma io come la posso chiamare?
– Mi chiami Vera, se preferisce.
– D’accordo, Vera. Chi sarebbe questo Disincanto?
– Ecco, le stavo dicendo, non è che la Verità alle due e venti di un pomeriggio di maggio alza il telefono e chiama il primo scrittore che capita.
– No?
– E no. Si consideri un privilegiato.
– Sono uno dei pochi?
– Lei, John Fante e Charles Bukowski.
– E basta?
– È il club della verità.
– E siamo solo in tre?
– Mah, non lo so. Magari siete pure di più, io non sono una verità che legga poi tutti questi libri. Di scrittori che dicono la verità conosco solo voi. E vi ho tesserato.
– C’è anche una tessera?
– La chiamavo appunto per questo.
– Be’, il club è ben frequentato, non c’è che dire.
– Pensi che quando chiudo con lei mi resta da chiamare solo Foster Wallace.
– Quel Foster Wallace lì?
– E sì, quello che lei ha tradotto.
– Ma è morto, come fa a chiamarlo?
– È nel mondo della verità, Francesco.
– Come gli altri due, del resto.
– Già. Con loro non devo neanche fare il prefisso.
– E a me allora come mi ha chiamato?
– Con la teleselezione. Possiamo parlare di cose serie, adesso, o vuole stare con la mano sinistra sulle palle per tutto il resto della conversazione?
– Mi scusi, vada pure avanti.
– Vede, noi prima di telefonare prendiamo informazioni.
– Col Disincanto?
– Anche. Diciamo che nel suo caso le abbiamo prese col Disincanto.
– Come mai?
– Io ora dovrei spiegarle cosa c’entra lei con la verità, la Sincerità e il Disincanto. Se la sente?
– Sì. Cosa c’entro?
– Con la Sincerità, secondo, me niente. Non mi sta tanto simpatica, la sincerità. Lei invece mi sta molto simpatico.
– Ma non è una virtù, la Sincerità?
– È una virtù stronza. Non so, forse è pure una di noi: una verità. Però una verità non sempre necessaria. Anzi, a volte, un po’ fuori luogo.
– In che senso?
– Nel senso che a volte non è richiesta, ma certa gente la usa lo stesso. E allora mi sembra che la si usi apposta per fare male, ecco. Ma lasciamo perdere, tra colleghe ci si denigra sempre.
– E il Disincanto?
– Ecco, del Disincanto spesso si dice male. Lo si accoppia al cinismo. Invece, secondo me, apparteniamo alla stessa famiglia.
– Lei e il Disincanto?
– E certo, infatti per me è un gran informatore.
– È un suo cugino?
– Ma sì, diciamo di sì. Cioè, non tutti i disicanti mi sono parenti, però quel tipo di disincanto che si esercita verso se stessi, sì. Quello è più che un cugino. Direi che è proprio un mio fratello.
– E io?
– E lei ce l’ha. La postfazione a Storie di primogeniti e figli unici è la summa di cosa sia, o cosa dovrebbe essere, il Disincanto verso se stessi.
– E cos’è?
– È la vera Sincerità. Ecco cos’è.
– Io non ho capito se lei mi sta facendo i complimenti o mi sta denigrando. E in ogni caso non ho capito se li sta facendo a me o alla mia scrittura.
– Sa che non lo so neanche io? E un po’ è colpa sua.
– Mia?
– Lei ha una specie di alter ego letterario. E va bene che io sono la verità, ma non è che sono sempre in grado di distinguere tra voi due.
– Comincio a sospettare che non siano complimenti.
– Io invece penso che lo siano, eccome. Il Disincanto verso se stessi è la prova provata che ci si conosce, o almeno che si fa di tutto per conoscersi, e che si ha con la propria persona una confidenza tale che ci si può prendere in giro da soli. Un po’ come si fa con i vecchi amici. È difficile trattare se stessi come un vecchio amico, non trova? Prendersi per il culo come uno farebbe con un altro. È quasi un esercizio spirituale. Ed è una cosa che avvicina agli altri, all’umanità. Mi segue?
– Non lo so. Io pensavo di essere soltanto autoironico.
– E ha detto niente. C’è dolcezza nell’autoironia. Tenerezza, a volte. Sono sentimenti difficilissimi da maneggiare in letteratura.
– Ecco, ora mi sembrano complimenti.
– E meno male. Io sono la verità. Non è che la posso adulare. Posso solo dirle le cose come stanno. Non mi costringa a forzare la mia natura scadendo nelle blandizie.
– Per carità, faccia come le viene più comodo.
– Ecco, mi lasci dire allora. Ci sono storie bellissime di vario tipo in letteratura. Mi segue?
– Fino a qua siamo d’accordo.
– Ci sono bellissime storie inventate. E sono bellissime perché chi se le è inventate, nell’inventarsele è andato molto vicino alla verità.
– Uhm, io c’ho di nuovo l’abbiocco.
– E poi ci sono storie dove uno invece si sforza di dire la verità. Anche quelle minime, come fa lei.
– Dice?
– E sì. Storie in cui vengono a galla quelle cose che tutti pensavamo senza sapere di pensare.
– Le mie?
– Sì, le sue. E lei lo sa, avanti, non faccia il vago.
– Cos’è che so?
– I suoi lettori a ogni riga pensano: questa cosa qua la pensavo anch’io. Però l’ha detta lui. E sono contento che lui abbia saputo dirla così bene.
– Be’, sì, in parte è la mia cifra.
– In parte, sì. Le sue storie, e i pensieri che ci sono dentro, sono fatte di quel tipo di verità che emerge quando uno prova invidia.
– Invidia, ora?
– Sì, ma bonaria. Quell’invidia che uno dice: che bravo che è stato, lui, a farci caso.
– Ed è una cosa buona?
– È una cosa vera, questo glielo posso assicurare.
– Mi pare vada già bene.
– A voglia. Lei ha uno sguardo disincantato su se stesso, è come se si vedesse attraverso, e così a un certo punto noi lettori diventiamo lei. E siccome lei è trasparente, vediamo dentro noi stessi.
– Quindi lei mi legge?
– Dalla prima all’ultima riga. Sono io che metto il visto si stampi.
– Quindi che facciamo con quella tessera?
– Le mando tutta la documentazione a casa. Un paio di firmette ed è dei nostri. Sempre che le interessi.
– Di interessarmi, mi interessa. Solo mi chiedevo se…
– Se?
– Non è che potrei pensarci un altro po’?
– Cos’ha da essere titubante, Francesco? Lei ha scritto un sacco di libri veri. Uno la verità se la immagina sempre come una cosa brusca. I suoi invece sono morbidi. Fanno il male dolce che dovrei fare io, cioè la verità. E sono sempre allegri. Se vuole il mio parere, sarei impaziente di tesserarla. L’anno prossimo ci aspetta un campionato difficile, ci serve uno che giochi nel suo ruolo.
– Campionato?
– Mah, forse campionato è una parola grossa. Chiamiamolo torneo.
– E che torneo è?
– Ma niente, più che altro un triangolare.
– Tipo il trofeo birra Moretti?
– Più o meno.
– E chi partecipa?
– Noi (la verità) e poi il Fantasy e la historical fiction. Se si fa tesserare, quest’anno vinciamo noi.
– Ma siamo solo in quattro.
– Sempre che Wallace accetti.
– Appunto.
– Però quattro fuoriclasse. Vuole mettere con quegli scarpari?
A quel punto Francesco Piccolo gli occhi li aveva aperti tutti e due e s’era svegliato per davvero. Si ricordava un sogno in cui era al telefono. Ma adesso il telefono stava squillando veramente. Si era alzato malvolentieri dalla sdraio, e un po’ cercava di arrivarci troppo tardi, alla cornetta, perché voleva sapere chi aveva vinto la tappa. Però gli squilli erano insistenti. E alla fine a rispondere c’era arrivato.
– Pronto?
– Ciao, sei Francesco?
– Sì, chi parla?
– Sono Gregor Samsa.
– Chi?
– Uffa, mai che mi riconoscano quando dico così. Sono Franz Kafka.
– Ma allora sto ancora dormendo?
– No, sei sveglissimo. Ho saputo che prima ti ha chiamato la verità.
– Ma no. Era un sogno.
– Vabbe’, comunque non ci credere.
– A cosa?
– Alla storia del club e del trofeo birra Moretti.
– No?
– Figurati che aveva chiamato anche me. Tutta una serie di complimenti. Ma ti rendi conto? Me? La verità!
– Be’, io non so che dirti.
– Uno che scrive di un uomo che diventa scarafaggio? Nella squadra della verità? Ma sei serio?
– Senti, non lo so, io stavo guardando il giro d’Italia e ora… però ti ammiro tanto, eh. Te e anche le tue storie surreali.
– Ecco, vedi che l’hai appena detto?
– Cosa?
– Surreali.
– E allora?
– E allora surreale e verità. Come facevo a giocare con loro?
– Quindi hai rifiutato?
– No.
– Allora sei dei nostri?
– Io mi sento uno scrittore che parla di verità. E tu?
– Io c’ho solo sonno. E mi si sono scaricate le pile del telecomando una settimana fa.

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  1. Aciribipicchia, signor Aciribiceci! Due sono le cose: o ci fa o ci è. E non dica di no: io li conosco i siciliani, ne sono circondata per tutta la giornata lavorativa, tanto che quando torno a casa mio figlio più piccolo cerca in tutti i modi di leccarmi, si attacca perfino ai piedi, tanto sono impregnata dell’odore di cannolo alla ricotta. Non lo può dire, no, che non è uno scrittore. Che io conosco i siciliani, lo era la seconda moglie di mio padre e a casa di siciliani sono stata a cena giusto ieri sera. La libreria del mio giovane ospite conteneva tutto, dico tutto Pavese (dice anche di non averne tralasciato quasi nessuno, lo dice a me, che finita La casa in Collina per due settimane non sono riuscita a leggere altro, tanto densa è la prosa di Pavese nei suoi paragrafi brevi e le sue frasi asciutte) e lui stesso, che è però ingegnere (poveretto), un giorno, a freddo, m’ha recitato i nomi propri delle generazioni di Buendía letti illo tempore in Cent’anni di solitudine, schiacciandomi nettamente contro il muro della mia stessa ignoranza, quando gli ho confessato che non ero riuscita ad arrivare neanche a metà libro: non ci capivo più niente. I siciliani sono colti. E a volte sono anche falsi modesti. Lei lo sa che ho letto un saggio, si intitola Kafka Umorista. Lo sa, sì, che potrebbe averlo scritto uno come lei, da quello che scrive, da come lo scrive nel suo post precedente? Senta: io glielo devo dire, a me m’è apparso in sogno Antonio Pascale, giusto una settimana fa. Mi ha detto pressappoco: “Basta prove di narrativa, io non ci credo più. Riparti dalla reltà che ti circonda: apriti un blog, tipo Aciribiceci e provaci”. Io gliel’ho detto. Veda un po’ lei.

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    • Se Antonio Pascale fa il mio nome, anzi il mio pseudonimo, anche se in sogno, il mio miserando, insignificante, vacuo, e soprattutto indegno nome, allora significa che la Grazia è possibile per tutti, che nel mondo v’è speme, per gli irredenti e anche per gli irredimibili, che gli ultimi, pur restando sempre gli ultimi, conosceranno la salvezza e la gloria che da essa emana.

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  2. Verità, disincanto, autoironia.
    C’è dolcezza e tenerezza, nell’autoironia.
    Vero, anche se credo che l’ironia, e soprattutto l’autoironia, siano a volte un modo per difendersi dal mondo, quindi dalla verità delle cose, un modo per affrontare la vita con disincanto. C’è forse una forma di rinuncia dietro al disincanto. E parlo per esperienza personale.
    Parole ameba, parole che ritornano, parole che abbiamo o (non ) abbiamo.
    “Disincanto”, potrebbe essere una buona parola da analizzare nella nuova trasmissione di Fazio e Saviano ( Piccolo è tra gli autori ). Gliela vogliamo mandare?

    p.s. che sei colto e che sai scrivere bene, è fuori discussione. Se ci fai o ci sei e sulla tua eventuale falsa modestia, non so e non voglio dire. Non ho però capito bene il sogno di ICalamari e la relativa frase di Pascale. Il blog tu già ce l’hai e lui ha smesso di scrivere sul suo.

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  3. Questo post devo proprio adoperarmi a diffonderlo in giro.

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  4. Rileggendo il commento di ICalamari, dopo un altro paio di caffè, forse ho capito il senso della frase del sogno: Pascale ti porta come esempio da emulare, per una nuova forma di prova narrativa. Però, mica male, se fosse vero vorrebbe dire che ti legge e ti stima. Sogno premonitore?

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