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Archivi del mese: maggio 2012

È un fatto

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Sui social network, ma anche al bar, al lavoro, al supermercato, sull’autobus, io mi sento circondato da lettori de «Il fatto quotidiano». Che poi magari non è vero che sono lettori del Fatto, anzi, forse comprano pure «La repubblica» o «Il corriere della sera» o addirittura anche «L’unità» , però ormai parlano lo stesso come se fossero lettori del Fatto. Se ora dico che io il lettore del Fatto proprio non lo sopporto, dico un’enormità, perché il lettore del Fatto partecipa del consorzio umano come tutti gli altri, ed è ingiusto, oltre che insensato, prendersela con l’umanità. Però purtroppo dietro al lettore del Fatto c’è Il fatto.

Il fatto è un giornale con una linea editoriale simile a quella della De Filippi. Padellaro, come la De Filippi, siccome ha capito che in tutti noi ci sono delle tendenze orride pronte a scattare in piedi appena le si stuzzica, tutti i giorni si mette là con una piuma d’oca e gli fa il solletico alle piante dei piedi.

La De Filippi lo sa, che a tutti, sotto sotto, piace giudicare persone e situazioni facendosi i fatti degli altri, e su questa cosa ce campaIl fatto fa la stessa cosa con l’astio e il malanimo. Ci sono, ce li abbiamo tutti, e – specie di questi tempi- sono pronti a esplodere col minimo pretesto.

La trovata geniale di Padellaro e soci è stata cambiare il nome al livore e chiamarlo indignazione. Mutata l’etichetta, un sentimento che era da rifuggire e tenere a freno, è divenuto motivo di vanto: riscuote vasta approvazione, e a ostentarlo si guadagna consenso presso tutti i bar e tutti i social network d’Italia.

Il lettore del Fatto è come quel condomino sempre incazzato che incontri per le scale. Ieri il cane ha abbaiato dopo le nove di sera, oppure ha pisciato sulla ruota di una macchina (magari neanche la sua), oppure i bambini hanno fatto rumore col pallone prima delle cinque, o qualcuno non ha ancora pagato la quota per la facciata della palazzina F, e allora lui cova questo risentimento verso gli abitanti del complesso, incivili, maleducati, sporcaccioni, e se lo becchi in ascensore, attacca a prendersela con l’amministratore: un delinquente, un farabutto, uno che chiama ditte amiche sue con cui poi fa fifty-fifty, che metà dei soldi destinati a questo o a quello se li intasca lui o li fa intascare a un suo compare, e via coi quando lo capiremo che dobbiamo sostituirlo con una persona onesta, quand’è che all’assemblea finalmente voteremo un amministratore degno e patapim e patapam. Esci dall’ascensore che già hai fatto il pieno di odio per tutta al giornata. A quello che c’hai già di tuo, e che cerchi con fatica di tenere a bada, lui c’ha aggiunto il suo, e ha cercato la tua complicità. E tu gliel’hai data. Gliela dai sempre, la tua complicità, al condomino incazzato in ascensore, così come la dai al tassista quando vorrebbe sterminare col napalm qualsiasi conducente di veicolo si frapponga tra voi e la destinazione, e sputa fuori tutti quei rabbiosi improperi che tu ascolti dal sedile di dietro tra l’impietrito e il compiaciuto. E infatti il condomino incazzato quando è sceso al piano era già più contento, sollevato quasi, perché sentiva di averti contagiato, di avere dato la stura anche al tuo malanimo, alle tue recriminazioni, al tuo sordo rancore.

Il problema è che quelli sono sentimenti che se li stuzzichi di continuo diventano iperallenati, e prendono il sopravvento su tutti gli altri. L’indignazione livorosa finisce per essere la modalità stessa con cui leggi il giornale, e la minima minchiata ti fa venire l’ittero. E siccome l’unica soluzione è sfogarlo in ascensore, te la prendi con qualcuno e con qualcosa. Questo qualcosa e questo qualcuno, per Il fatto sono i politici e gli sprechi. C’è la crisi economica? Tagliamo lo stipendio all’amministratore. C’è il terremoto in Emilia? Aboliamo la parata del due giugno, con quei porci che mangiano e bevono coi soldi delle nostre quote condominiali. Nel comò ci sono solo calzini spaiati? Riduciamo il numero dei parlamentari. Mia sorella non trova lavoro? Annulliamo l’acquisto degli F- 35.

Ecco, io a sentire le polemiche che rimbalzano ovunque sulla scorta della Finocchiaro all’Ikea o sull’annullamento della parata del due giugno per coprire i costi del terremoto, mi sento intrappolato dentro l’ascensore con tutti i condomini livorosi del palazzo. La mosca al naso salta a tutti di continuo, e per scacciarla arrotoliamo Il fatto e meniamo dei gran fendenti in aria. Che non serve a niente, e di sicuro non a capire dove sta il problema, però almeno ti sfoghi.

Le cose serie non si distinguono più dalle sciocchezze, perché sono tutti lì a cavalcarle e farne bandiera. La rabbia generata dalle famose (e comprovate, e reiterate) disonestà sta scatenando semplicemente un desiderio spasmodico di spiare i comportamenti: con la scusa di sorvegliare per evitare gli sprechi e i soprusi, siamo tutti lì a farci i fatti degli altri, e a trovare pretesti per sfogare il nostro livore. Praticamente siamo sempre a Maria De Filippi.

Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, che abbiamo noi prima di andare a Ragusa

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Dal 24 al 26 Maggio torna “A tutto volume” a Ragusa. Aciribiceci Vintage, incentrato sulla scorsa edizione, così, tanto per fare l’aperitivo.

Siracusa e Ragusa, cittadine sul medesimo versante orientale dell’isola, sono lontane solo una sillaba e un’ottantina di chilometri. Eppure perché la prima raggiunga la seconda ci vorranno anni luce e qualche eone di buona volontà.

Un gap, questo, che volendo partire da molto lontano  e dare la stura a tutte le biliose invidie campanilistiche, si potrebbe far partire da qui: dal 1949. Pare sia l’anno in cui Moratti si mette d’accordo con una serie di amici nostri e in un colpo solo fa due azioni opposte: accende la Rasiom e spegne l’iniziativa dei siracusani (se mai era esistita). Ne fa anche una terza, quasi invisibile all’epoca, accecante oggi: indispettire, per sempre e irrimediabilmente, i ragusani. Nel decennio a venire, infatti, gli iblei la prendono male. L’affare del petrolchimico, che li aveva sfiorati per un attimo e poi li aveva lasciati con un pugno di mosche in mano, sfuma e li lascia a pascolare le capre e a fare le provolette. Sul momento si dannano, si strappano i capelli a uno a uno dalla testa e rimpiangono il posto fisso e il tumore garantito per contratto. Poi, però, siccome non è che si può stare ad aspettare che dal cielo piovano manna e polveri sottili, si mettono a lavorare. Si fanno venire delle idee. Si fanno il cosiddetto culo a cappello di parrino. E si fanno i soldi. I soldi veri. Quelli che vengono da  cose che si toccano e si vedono: campagne, case, caseifici, alberi, paesaggi. E aprono le banche. E chi amministra, lentamente, comincia ad amministrare meglio, perché è costretto a fare i conti con una comunità attiva, che le cose le fa, le vuole fare e vuole che gliele si facciano fare.

Il risultato, sessant’anni dopo, è che Ragusa si è imbellita e Siracusa si è solo imbellettata.

E così, ma solo per esigenze di brevità, facciamo che siamo arrivati allo scorso fine settimana, di venerdì pomeriggio. E che a Ragusa c’è una manifestazione, un quasi festival, che si chiama “A tutto volume”, i cui eventi sono incontri con autori e presentazioni di libri. Detto così, potrebbe sembrare che dalle provolette ai libri il passo sia stato un po’ troppo lungo. Invece la parte più bella del festival sono stati i ragusani e l’organizzazione che hanno dimostrato. È difficile identificare uno a uno tutti gli anelli di questa catena che ha funzionato, però è facile capire come devono essere andate grosso modo le cose. C’è stato qualcuno che ha intercettato dei finanziamenti nazionali (quelli del “Maggio dei libri”, che qui a quanto pare non verranno mai utilizzati, salvo sorprese dell’ultim’ora), locali e di sponsor privati, e ha deciso di fare qualcosa. E l’ha fatta. Non è molto importante discutere se abbia fatto le scelte giuste o quelle sbagliate: l’importante è che le scelte le abbia fatte. Chi ha scelto, per prima cosa ha scelto chi si dovesse occupare della cosa, e ha scelto Roberto Ippolito (quindi un non ragusano, tanto per cominciare, e uno del mestiere, tanto per finire. Cosa che noi umani non potremmo neanche immaginare.) il quale a sua volta ha fatto una serie di scelte intelligenti. Per esempio ha collocato i primi due giorni di eventi a Ragusa Superiore, che così per una volta non ha fatto la figura della sorellina povera di Ibla. L’ultimo giorno, invece, l’ha ospitato il salotto buono della città, quello della Domenica, appunto, e così di cenerentole non ce ne sono state. Poi ha invitato giornalisti e scrittori che avessero un richiamo POPOLARE nel senso buono, cioè nomi e personaggi che fossero INTERESSANTI da sentire pur essendo MOLTO NOTI (binomio sempre più raro), che non impegnassero il cervello come una puntata di  Fahreneit di Radio3 ma neanche lo mandassero in vacanza come un episodio di Porta a Porta su Rai1, e che si prestassero all’evento con PROFESSIONALITà, e non come una gentile concessione.  Nomi e cognomi? In ordine di come mi vengono in mente: Aldo Cazzullo, Giovanni Minoli, Mario Giordano, Marco Presta, Simonetta Agnello Hornby, Roberto Vacca, Marco Malvaldi, Vito Mancuso, Lucrezia Lerro, Nicola Gratteri, Roger Abravel & Luca D’Agnese, Achille Bonito Oliva etc. etc. etc. E infatti la gente è VENUTA. E infatti la gente C’ERA.  Da siculo-orientali rotti a qualunque tipo di fallimento, a vedere che 4 presentazioni in 3 ore facevano 100 persone l’una, senza più posti neanche all’impiedi, c’era da stropicciarsi gli occhi e rimanere amminchioluti come di fronte al quadro della Madonuzza che piange (forse unico evento della storia siracusana ad avere ottenuto partecipazione di pubblico). Ma il bello non era tanto questo. Il bello era vedere che gli incontri cominciavano puntuali. Che prima di OGNI incontro non ha mai parlato NESSUN politico. Che il pubblico non trasformava l’intervento nel proprio comizio. Che se qualcuno, Dio ne scansi, accennava al delirio, il mediatore/conduttore lo BLOCCAVA all’istante, gli tappava la bocca e tagliava corto. Così si riusciva ad arrivare puntuali anche all’incontro dopo, e il circolo virtuoso si perpetuava. E ancora, forse la cosa più importante: Ragusa ha messo in mostra gente in grado di fare da moderatore a incontri come questi, di reggere benissimo la scena insieme agli ospiti. Capace di introdurre l’autore, imbeccarlo quando non ha ancora carburato, punzecchiarlo in modo che venga fuori dalla tana, e soprattutto capace di stare al proprio posto, senza cercare mai di rubare la scena, di assolvere al ruolo come il ruolo richiede, insomma. E non uno in particolare, ma tutti. E chi lo sapeva? Roba da diventare verdi in faccia. Non pareva manco di essere in Sicilia. Ci si  sentiva così smarriti che veniva voglia di comprarsi una Lonely Planet.  Gli autori avevano la stessa faccia che hanno quando fanno le presentazioni a Milano o al Salone di Torino. Uguale. Non quella che riservano a noi, quella che tengono nell’armadio apposta per quando vengono qui, come le scarpette per camminare sugli scogli. Di più: non non c’è stato un incontro, uno solo, che sia terminato con le pizzette, le arancine e il rinfresco.  Nell’aria, nessun odore di fritto e nessun rutto aromatizzato al prosecco: solo il lindo odore della civiltà. No, dico, ma dove siamo? Ma che è Sicilia, questa?

E ora veniamo ai ma.

I bei palazzi (la chiacchierata con la Hornby, poi, si è svolta in una specie di teatro bonsai che veniva voglia di smontarlo pezzo per pezzo e poi ricostruirselo nel salotto di casa tipo Lego, per quanto era BELLO) che Ragusa ha riempito con le sue persone, con la sua gente, questo trionfo del localismo, è stato anche il limite dell’iniziativa. Bisognava sconfinare. Certo, tutto e subito non si può fare, però doveva venire mezza Sicilia, se non tutta. Puntare a diventare evento nazionale. D’altronde i nomi c’erano tutti. Doveva essere una cosa che, proprio per  il suo ambiente mini, doveva richiamare un interesse maxi.

Per il resto, non è che alla fine ci sia molto da raccontarli, gli eventi. Le presentazioni, le interviste, le colazioni con l’autore, sono una formula, un tipo di spot commerciale: non sono una novità, nel mondo. Ma lo sono per noi. Lo sono qui, specie se fatte in questo modo e specie se mettono alla prova tutta una serie di abilità e talenti che questa prova la superano alla grande, come è successo a Ragusa.

Fatta la tara dell’invidia, rimane un’atmosfera di ammirazione, di positività, e, a volere essere presuntuosi, di giustizia: qualcuno ha lavorato e gliene va reso merito e onore, perché lavorando in QUESTO modo ha lavorato anche per tutti quelli che  da queste parti (è proprio una di quelle volte in cui si può dire) orgogliosamente ci vivono.

Mon semblable, mon frère!

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Poi un giorno arriva maggio. E con quel tepore, se a mezzogiorno pranzi col primo e col secondo finisce che ti addormenti.

Francesco Piccolo infatti si era addormentato in veranda, sulla sdraio. Così, con un’occhio aperto e l’altro chiuso. La tv, da dentro la soglia del balcone a cantilenare di fughe, montagne e maglie rosa. Quando il telefono era squillato, c’aveva messo un po’ a scendere  dalla bici, uscire dal sogno ed entrare in casa per rispondere.

– Pronto?
– Dormiva?
– No.
– Mi scusi, allora.
– E di che? Non dormivo affatto. Dica pure.
– Stava dormendo, lo so.
– Chi? Io?
– Lei, lei.
– No, no, assolutamente. Mi dica.
– Lei stava dormendo, me ne sono accorta da come ha detto pronto.
– Ma no, le dico, è solo che sono un po’ raffreddato.
– È Francesco Piccolo, lei?
– Sì che sono io. Ma con chi parlo?
– La verità.
– Gliel’ho appena detta la verità, non stavo dormendo.
– No, non ha capito. Lei mi ha chiesto chi parla.
– Appunto.
– E io gliel’ho appena detto: la verità.
– Ah. Mi scusi. Così, al telefono, non l’avevo riconosciuta.
– Lo so, al telefono non c’ho il timbro cristallino che uno si aspetta. Però un po’ è anche colpa di questi cellulari.
– E sì, gracchiano.
– Gracchiano, gracchiano.
– Quindi lei è la verità che gracchia?
– Per servirla.
– E mi sta chiamando al telefono?
– Gracchiando.
– E come mai?
– Tanto per svegliarla nel bel mezzo di una tappa del giro d’Italia.
– Mi sento confuso.
– Sì, lo so. All’inizio faccio questo effetto. Però  tra poco vedrà una forte luce bianca e  tutto le sarà più chiaro che mai, stia tranquillo.
– Vuol dire che sto parlando  proprio con la verità in persona?
– Glielo posso giurare. E se glielo giuro io.
– E che tipo di Verità è Lei?
– No, no, non stia a disturbarsi a scrivermi con la maiuscola. Non sono niente di matematico, autoevidente, fondativo, o rivelato. Giusto una verità ordinaria, quasi tautologica, nessun grado di nobiltà. Forse una vaga parentela con l’aleteia, ma alla lontana.
– Onorato di fare la sua conoscenza, allora.
– Il piacere è tutto mio. Comunque, presentazioni di rito a parte, io e lei è un bel po’ che ci conosciamo, sa?
– È uno scherzo, vero?
– Ma magari.
– In che senso?
– Il fatto è che se sei la verità, anche una verità ordinaria come sono io, non puoi scherzare.
– E perché?
– Perché c’è ‘ sta palla che devi dire per forza dire la verità, capisce?
– Quindi ho fatto un gaffe?
– Un po’.
– Mi lasci rimediare con una domanda, allora. Questa dello scherzo è una cosa genetica?
– Esatto. Però, vede, io l’istinto di scherzare ce l’ho. A volere sottilizzare, io sono la verità, e secondo me potrei pure scherzare. Direi che anzi rientra a pieno titolo tra le mie prerogative. Mica sono la sincerità, che deve  per forza dire pane al pane, no?
– Per me non fa una piega.
– Lo so. Lei infatti è uno che scrive la verità e ci scherza pure molto sopra. Per questo la sto chiamando io e non Arisa.
– Vabbe’, a me continua a sembrare uno scherzo. Diceva che ci conosciamo?
– Ma guardi, più che altro è lei che in qualche modo mi conosce.
– Io?
– E sù, non sia timido, che sono anni che mi fa la corte.
– Veramente è lei che mi sta telefonando. A proposito, come lo ha avuto il mio numero?
– Me l’ha dato un nostro amico comune.
– E chi sarebbe?
– Il Disincanto.
– Chi?
– Guardi, Francesco, le spiace se la chiamo Francesco?
– No, faccia pure, ma io come la posso chiamare?
– Mi chiami Vera, se preferisce.
– D’accordo, Vera. Chi sarebbe questo Disincanto?
– Ecco, le stavo dicendo, non è che la Verità alle due e venti di un pomeriggio di maggio alza il telefono e chiama il primo scrittore che capita.
– No?
– E no. Si consideri un privilegiato.
– Sono uno dei pochi?
– Lei, John Fante e Charles Bukowski.
– E basta?
– È il club della verità.
– E siamo solo in tre?
– Mah, non lo so. Magari siete pure di più, io non sono una verità che legga poi tutti questi libri. Di scrittori che dicono la verità conosco solo voi. E vi ho tesserato.
– C’è anche una tessera?
– La chiamavo appunto per questo.
– Be’, il club è ben frequentato, non c’è che dire.
– Pensi che quando chiudo con lei mi resta da chiamare solo Foster Wallace.
– Quel Foster Wallace lì?
– E sì, quello che lei ha tradotto.
– Ma è morto, come fa a chiamarlo?
– È nel mondo della verità, Francesco.
– Come gli altri due, del resto.
– Già. Con loro non devo neanche fare il prefisso.
– E a me allora come mi ha chiamato?
– Con la teleselezione. Possiamo parlare di cose serie, adesso, o vuole stare con la mano sinistra sulle palle per tutto il resto della conversazione?
– Mi scusi, vada pure avanti.
– Vede, noi prima di telefonare prendiamo informazioni.
– Col Disincanto?
– Anche. Diciamo che nel suo caso le abbiamo prese col Disincanto.
– Come mai?
– Io ora dovrei spiegarle cosa c’entra lei con la verità, la Sincerità e il Disincanto. Se la sente?
– Sì. Cosa c’entro?
– Con la Sincerità, secondo, me niente. Non mi sta tanto simpatica, la sincerità. Lei invece mi sta molto simpatico.
– Ma non è una virtù, la Sincerità?
– È una virtù stronza. Non so, forse è pure una di noi: una verità. Però una verità non sempre necessaria. Anzi, a volte, un po’ fuori luogo.
– In che senso?
– Nel senso che a volte non è richiesta, ma certa gente la usa lo stesso. E allora mi sembra che la si usi apposta per fare male, ecco. Ma lasciamo perdere, tra colleghe ci si denigra sempre.
– E il Disincanto?
– Ecco, del Disincanto spesso si dice male. Lo si accoppia al cinismo. Invece, secondo me, apparteniamo alla stessa famiglia.
– Lei e il Disincanto?
– E certo, infatti per me è un gran informatore.
– È un suo cugino?
– Ma sì, diciamo di sì. Cioè, non tutti i disicanti mi sono parenti, però quel tipo di disincanto che si esercita verso se stessi, sì. Quello è più che un cugino. Direi che è proprio un mio fratello.
– E io?
– E lei ce l’ha. La postfazione a Storie di primogeniti e figli unici è la summa di cosa sia, o cosa dovrebbe essere, il Disincanto verso se stessi.
– E cos’è?
– È la vera Sincerità. Ecco cos’è.
– Io non ho capito se lei mi sta facendo i complimenti o mi sta denigrando. E in ogni caso non ho capito se li sta facendo a me o alla mia scrittura.
– Sa che non lo so neanche io? E un po’ è colpa sua.
– Mia?
– Lei ha una specie di alter ego letterario. E va bene che io sono la verità, ma non è che sono sempre in grado di distinguere tra voi due.
– Comincio a sospettare che non siano complimenti.
– Io invece penso che lo siano, eccome. Il Disincanto verso se stessi è la prova provata che ci si conosce, o almeno che si fa di tutto per conoscersi, e che si ha con la propria persona una confidenza tale che ci si può prendere in giro da soli. Un po’ come si fa con i vecchi amici. È difficile trattare se stessi come un vecchio amico, non trova? Prendersi per il culo come uno farebbe con un altro. È quasi un esercizio spirituale. Ed è una cosa che avvicina agli altri, all’umanità. Mi segue?
– Non lo so. Io pensavo di essere soltanto autoironico.
– E ha detto niente. C’è dolcezza nell’autoironia. Tenerezza, a volte. Sono sentimenti difficilissimi da maneggiare in letteratura.
– Ecco, ora mi sembrano complimenti.
– E meno male. Io sono la verità. Non è che la posso adulare. Posso solo dirle le cose come stanno. Non mi costringa a forzare la mia natura scadendo nelle blandizie.
– Per carità, faccia come le viene più comodo.
– Ecco, mi lasci dire allora. Ci sono storie bellissime di vario tipo in letteratura. Mi segue?
– Fino a qua siamo d’accordo.
– Ci sono bellissime storie inventate. E sono bellissime perché chi se le è inventate, nell’inventarsele è andato molto vicino alla verità.
– Uhm, io c’ho di nuovo l’abbiocco.
– E poi ci sono storie dove uno invece si sforza di dire la verità. Anche quelle minime, come fa lei.
– Dice?
– E sì. Storie in cui vengono a galla quelle cose che tutti pensavamo senza sapere di pensare.
– Le mie?
– Sì, le sue. E lei lo sa, avanti, non faccia il vago.
– Cos’è che so?
– I suoi lettori a ogni riga pensano: questa cosa qua la pensavo anch’io. Però l’ha detta lui. E sono contento che lui abbia saputo dirla così bene.
– Be’, sì, in parte è la mia cifra.
– In parte, sì. Le sue storie, e i pensieri che ci sono dentro, sono fatte di quel tipo di verità che emerge quando uno prova invidia.
– Invidia, ora?
– Sì, ma bonaria. Quell’invidia che uno dice: che bravo che è stato, lui, a farci caso.
– Ed è una cosa buona?
– È una cosa vera, questo glielo posso assicurare.
– Mi pare vada già bene.
– A voglia. Lei ha uno sguardo disincantato su se stesso, è come se si vedesse attraverso, e così a un certo punto noi lettori diventiamo lei. E siccome lei è trasparente, vediamo dentro noi stessi.
– Quindi lei mi legge?
– Dalla prima all’ultima riga. Sono io che metto il visto si stampi.
– Quindi che facciamo con quella tessera?
– Le mando tutta la documentazione a casa. Un paio di firmette ed è dei nostri. Sempre che le interessi.
– Di interessarmi, mi interessa. Solo mi chiedevo se…
– Se?
– Non è che potrei pensarci un altro po’?
– Cos’ha da essere titubante, Francesco? Lei ha scritto un sacco di libri veri. Uno la verità se la immagina sempre come una cosa brusca. I suoi invece sono morbidi. Fanno il male dolce che dovrei fare io, cioè la verità. E sono sempre allegri. Se vuole il mio parere, sarei impaziente di tesserarla. L’anno prossimo ci aspetta un campionato difficile, ci serve uno che giochi nel suo ruolo.
– Campionato?
– Mah, forse campionato è una parola grossa. Chiamiamolo torneo.
– E che torneo è?
– Ma niente, più che altro un triangolare.
– Tipo il trofeo birra Moretti?
– Più o meno.
– E chi partecipa?
– Noi (la verità) e poi il Fantasy e la historical fiction. Se si fa tesserare, quest’anno vinciamo noi.
– Ma siamo solo in quattro.
– Sempre che Wallace accetti.
– Appunto.
– Però quattro fuoriclasse. Vuole mettere con quegli scarpari?
A quel punto Francesco Piccolo gli occhi li aveva aperti tutti e due e s’era svegliato per davvero. Si ricordava un sogno in cui era al telefono. Ma adesso il telefono stava squillando veramente. Si era alzato malvolentieri dalla sdraio, e un po’ cercava di arrivarci troppo tardi, alla cornetta, perché voleva sapere chi aveva vinto la tappa. Però gli squilli erano insistenti. E alla fine a rispondere c’era arrivato.
– Pronto?
– Ciao, sei Francesco?
– Sì, chi parla?
– Sono Gregor Samsa.
– Chi?
– Uffa, mai che mi riconoscano quando dico così. Sono Franz Kafka.
– Ma allora sto ancora dormendo?
– No, sei sveglissimo. Ho saputo che prima ti ha chiamato la verità.
– Ma no. Era un sogno.
– Vabbe’, comunque non ci credere.
– A cosa?
– Alla storia del club e del trofeo birra Moretti.
– No?
– Figurati che aveva chiamato anche me. Tutta una serie di complimenti. Ma ti rendi conto? Me? La verità!
– Be’, io non so che dirti.
– Uno che scrive di un uomo che diventa scarafaggio? Nella squadra della verità? Ma sei serio?
– Senti, non lo so, io stavo guardando il giro d’Italia e ora… però ti ammiro tanto, eh. Te e anche le tue storie surreali.
– Ecco, vedi che l’hai appena detto?
– Cosa?
– Surreali.
– E allora?
– E allora surreale e verità. Come facevo a giocare con loro?
– Quindi hai rifiutato?
– No.
– Allora sei dei nostri?
– Io mi sento uno scrittore che parla di verità. E tu?
– Io c’ho solo sonno. E mi si sono scaricate le pile del telecomando una settimana fa.