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Archivi del mese: aprile 2012

Giubileo Vespasiano

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Giubileo Vespasiano

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Il proprietario, nonché usufruttuario e pilota ufficiale, del mezzo di trasporto più elegante e portentoso mai transitato sul Regno delle due, tre, quattro Sicilie

BANDISCE

i solenni festeggiamenti in onore dell’Eccellente Vespa Piaggio Modello PX 150, nota all’anagrafe della Motorizzazione Civile con la matricola AW 00834, assegnatale in data 8 Luglio 2000 presso la Sezione di Siracusa.
Il comitato per le celebrazioni intende magnificare la carriera quindicennale di cotanto motociclo conferendogli il titolo nobiliare, irrevocabile e sempituro di Regal POSSENTE, mediante alta cerimonia officiativa che avrà luogo l’8 luglio p.v. alle ore 21 e 30 presso la Sala degli Specchi, degli Spacchi, degli Ori, dei Deflori e degli Orifizi del Palazzo Reale.

Alla cittadinanza tutta è fatto obbligo di partecipare e divieto di mancare.

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Si ricorda inoltre ai sudditi e ai Pari del Regno che, d’ora innanzi, chiunque avesse necessità di implorare i servigi del festeggiando motociclo dovrà rivolgersi ad esso ricorrendo all’appellattivo ufficiale de “IL POSSENTE“, che d’ora in poi sostituirà la matricola AW 0034 financo  negli eventuali verbali dei Vigili Urbani.
Si informano i residenti in Sicilia che il VIAGGIO CELEBRATIVO DEL QUINDICENNALE prenderà avvio da Ortigia, Siracusa, venerdì 12 Giugno c.a. e terminerà quando cazzo mi pare, toccando i tre vertici della Trinacria
Gli abitanti di ameni borghi campestri, ridenti cittadine di montagna, assolati paesi di riviera e operose città di pianura sono invitati a spargere petali di rosa e srotolare lingue e tappeti rossi all’approssimarsi de “IL REGAL POSSENTE” nel loro territorio. Chi mostrasse ignavia, scarsa lena o aperta mancanza di entusiasmo verrà arrotato (se donna: scippata) seduta stante, senza possibilità di grazia.
Si predispongano inoltre altari votivi di confacente ricchezza e solennità

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su cui gli estimatori de “IL POSSENTE” potranno riversare i propri voti, tenendo conto della seguente simbologia:

1. Ex voto “filo di frizione” = ammirazione sconfinata per l’indistruttibilità delle parti meccaniche,
2. Ex voto “bottiglia intonsa di olio per miscelazione separata motore a due tempi (rigorosamente sintetico, che quello minerale puzza)” = venerazione per la costanza nel rendimento e nelle prestazioni.
3. Ex voto “banconota da 5 euro” = rispetto per il mantenimento dei bassi consumi.
4. Ex voto “tuta da meccanico appartenuta ad Antonio Rinaldo” = stupore per la capacità di sopravvivenza sotto le grinfie di efferati criminali.
5. Ex voto “pergamena di laurea conseguita nel 2000” = gratitudine per chi, a seguito di un successo accademico, fece dono all’umanità de “IL POSSENTE”, (oggi REGAL possente).
Il comitato per i festeggiamenti tollererà e favorirà la libertà di adagiare alle ruote de “IL POSSENTE” ex voto di propria iniziativa simbolica, purché nel rispetto dell’autorità cui ci si rivolge.

IL REGAL POSSENTE rinnoverà la promessa di mantenere fede al proprio appellativo per molti altri decenni ancora a venire, e saluterà la popolazione facendo sfoggio della livrea color Verde Enigma strigliata e lucidata per un intero anno a partire da oggi.

L’editto è promulgato, in alto i caschi.

Coriolis, mon amour

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Quella mattina capitò uno di quegli eventi cui l’umanità assiste assai di rado ma tuttavia a cadenza regolare, come la cometa di Haley. Il tappo del bidet si era bloccato in quella posizione di non ritorno da cui è impossibile stupparlo. Puoi chiamare i pompieri col flex, i ghostbuster con l’idraulico liquido, niente: un incastro che tanto più è odioso e tanto più risulta indissolubile, tipo il matrimonio. Per poter ripristinare lo scarico, il bidet va praticamente divelto: minimo ci vuole una carica di tritolo.

Per tutta la giornata non fu capace di concentrazione. La testa se ne andava là, a escogitare stratagemmi per lo stuppaggio. Lavorava in ufficio ma si distraeva subito, immaginando una chewing gum collosissima, così collosa da poter aderire alla superficie del tappo come fosse attak. Un bastoncino per tirarlo su, e via. Che alzata d’ingegno. Peccato che le chewing gum in acqua non attaccano, bestia, gli disse un collega.

Ai colleghi di tutti i lavori gli si cronicizza il sadismo, quando possono svilire le idee altrui e farle apparire demenziali ci godono un sacco. Effettivamente spesso hanno pure ragione. Però non succede mai che gli dispiaccia di avere ragione e svegliarti dal tuo sogno a occhi aperti, no. Anzi gli piace accorgersi che tu pensi, sì, ma che pensi? Pensi minchiate. Che poi loro non pensano manco quelle, ma appena ne sentono una, non vedono l’ora di smascherarla.

Lui comunque aveva il tappo del bidet incastrato, e stava facendo brainstorming. Che ne sapeva quello stronzo di un collega del brainstorming? E poi belle le critiche, sì, ma non stuppano niente. Allora una super ventosa, di quelle grandi, che creano vuoti d’aria e risucchi potenti: avrebbe aspirato via il tappo come un ciclone.

Scese in strada a cercare un ferramenta. Il primo non vendeva ventose. Il secondo gli chiese cos’era una ventosa. Il terzo gli disse che si chiamano stuppalavandino. Lui obiettò che si trattava di un bidet, ma quello rispose che è uguale, si chiamano lo stesso stuppalavandino per una questione di decenza. Comunque non ce l’aveva. Al quarto si ripropose di attenersi al consiglio sulla decenza e chiese uno stuppalavandino. Ma siccome temeva che quell’eufemismo potesse causare imprecisione e risolversi nell’acquisto di un oggetto inadeguato allo scopo, all’ultimo secondo se ne pentì, chiamò il commesso, e con gli occhi bassi confessò: aspetti, le ho mentito. Non devo stuppare un lavandino. E poi – in preda a profondo senso di vergogna aggiunse: devo stuppare un bidet. Il commesso neanche si girò. Gli rispose da dietro le spalle: non ha importanza, si chiamano così per decenza, ma stuppano qualunque sanitario. Tornò con una ventosa che era l’ombra di quella che lui aveva immaginato. Un oggetto minuscolo, dal diametro infinitesimale. Colpa dell’ansia, si disse. La sua immaginazione doveva avere ingigantito il bidet fino a farne un lago in cui ci sguazzavano i draghi.

– Non ne avete di più grandi?

– No, sono universali, taglia unica, vedrà che andrà bene.

Se lo diceva il commesso. Uscì dal negozio sentendosi comunque ridicolo. Guardò un’ultima volta la ventosa prima di infilarla dentro la busta e pensò: qua mi tocca fare la campagna di Russia con le scarpe di cartone. Ritornò in ufficio, si sedette alla scrivania e provò a lavorare. Dopo neanche un minuto alzò gli occhi dalla circolare e tolse di nuovo dalla busta la ventosa appena acquistata. La posò sulla scrivania. Allontanò la sedia e la guardò con attenzione, da una distanza meno ravvicinata. Ora che si trovava inserita in un contesto, le proporzioni erano inequivocabili: pareva una sorpresa dell’ovetto kinder per quanto era piccola. Fu una dolorosa epifania. Si precipitò dal collega con la ventosa in mano e gli chiese a bruciapelo: dimmi un po’, tu, come si chiama quest’affare? Quello la prese e la studiò sotto diverse angolazioni: era arancione. Il manico era tozzo e zigrinato, per favorire l’impugnatura. La plastica della ventosa vera e propria, invece, era nera. L’oggetto aveva gli stessi colori degli attrezzi adoperati dagli operai dell’Anas in autostrada. Solo che le dimensioni erano quelle dei Playmobil.

– È uno stuppalavandino, non c’è dubbio.

– Bravo.

– T’hanno amprusato.

 – Come m’hanno amprusato? Perché?

– Non dovevi stuppare un bidet, tu?

– Li chiamano  stuppalavandini, ma stuppano la qualunque.

– Sì, certo, come no, e li chiamano così per una questione di decenza, vero?

– Esatto. La taglia è unica.

–  Dicono sempre così quando hanno finito quelli grandi, altrimenti questi piccoli non li compra nessuno.

–  Quindi m’hanno amprusato?

– È troppo piccolo, non lo vedi? Con questo gli fai il solletico.

Quale comandamento aveva trasgredito? Per cosa veniva punito quel giorno? Perché il tappo del bidet aveva voluto incastrarsi? Perché i ferramenta cospiravano per non vendergli l’attrezzo risolutivo? Chi era in realtà quel collega? Un infiltrato? Una spia? Era dalla sua parte o da quella del bidet? Di chi poteva fidarsi?

Tornò alla scrivania e scrisse di getto un’invettiva:

Contro la pruderie dei ferramenta.

Le parole devono essere esatte, cominciò. Non bisogna avere paura di risultare tecnici o pedanti, non bisogna temere neanche la volgarità, se è il caso. Specie se si fanno mestieri di precisione, come voi, ferramenta. Un lavandino non è un bidet. Gli eufemismi possono nuocerci. Le metafore nasconderci la vera natura del problema. Non fate che il popolo perda la stima per voi, o ferramenta. E poi spiegatemi cosa c’è di indecente nella parola bidet. È un francesismo. Il francese è la lingua dei salotti. E noi addirittura la usiamo in bagno. Lo vedete quanto siamo decenti? Forse pure troppo. Che i francesi alla fine il bidet manco ce l’hanno. E poi, se il punto è la decenza, allora perché chiamate una ventosa stuppa? Non è contraddittorio ritenere il francese indecente e il dialetto decente? Bisogna essere precisi. La ventosa è una ventosa. Stuppare è un verbo. La ventosa stuppa. La ventosa è l’agente, lo stuppare è l’azione. Perché semplificate? Perché li fate coincidere? E perché ci associate anche l’oggetto: lavandino? Una ventosa è un agente che può agire su più oggetti: non stuppa solo lavandini. Se invece voi schiacciate la funzione sull’oggetto poi diventa impossibile districarli. E infatti il tappo del mio bidet resta incastrato. Capite quante cose dipendono dal vostro eloquio? Orsù, ferramenta: cessate ogni equivoco. Uscite allo scoperto. Non temiate le parole.

Magnifica. Era solo questione di dove pubblicarla. Reset? Micromega? No, i ferramenta non le leggono, le riviste di teoria politica. Una lettera aperta su un quotidiano nazionale? Quale? Vabbe’, si disse, chiamiamo l’emmezeta, il castorama, quello che è, e vediamo se la mettono sul retro di un volantino. Prima però la sottopose al collega.

– Ma che è ‘sta cosa?

– Un’invettiva. È per richiamare tutti all’uso di parole calzanti.

– Le invettive sono retoriche. Solleticano l’indignazione, giocano con le emozioni. Tu vuoi combattere il male con il virus.

– Stai dicendo che sono stato impreciso?

– E certo, hai usato un linguaggio metaforico, ti sei richiamato a prìncipi, a ideali. Meglio i ferramenta allora, che privilegiano la funzione e non la forma: sono pragmatici. Tu sei un romantico.

Fu quello l’istante in cui concepì il suo piano. Si sarebbe introdotto nottetempo nell’abitazione del collega. A tentoni, nel buio, avrebbe indovinato la sala da bagno. E poi, con abbondanti quantitativi di bostik, avrebbe saldato il tappo del suo bidet al foro. L’indomani, in ufficio, l’avrebbe ascoltato raccontare dei suoi vani tentativi per venirne fuori e li avrebbe denigrati, traendone appagamento, pace interiore, senso di ristabilita giustizia.

– Sai che m’è capitata la stessa cosa?

– Cosa?

– Niente, mi s’è incastrato il tappo del bidet.

– No, ma dai. Pure a te?

– Eh.

– E che hai fatto?

– Ho chiamato l’idraulico. C’avrà messo due minuti.

Kalos kai Agatos? Prrrrrrr! (S. Williams b D. Safina 6-0; 6-3)

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Motivi di forza maggiore, mi impongono ancora una volta di postare un aciribiceci vintage. Questo risale al primo febbraio del duemilanove, e commentava la finale femminile degli australian open. Un tempo avevo un abbonamento sky sport, ora non ce l’ho più, e il mondo è al riparo dai miei euforici commenti sportivi.

L’Australia è da sempre il continente capovolto. Ma da oggi è anche il continente capovolgente. Se ne avete abbastanza della vita com’è, andate a Melbourne, dove la vita la servono come dovrebbe essere. A Melbourne c’è un cemento tirato così a lucido da sembrare uno specchio: basta attraversarlo e di colpo ci si ritrova a Wonderland. Guai però a usarlo per vanità: restituirebbe indietro l’immagine di meravigliose ragazze russe dalle gambe chilometriche prese a calci in culo da un animale nero appena uscito dalla gabbia. Un animale con due cosce che farebbero venire l’acquolina in bocca a Obelix e un culo a forma di arancino che farebbe la felicità di Montalbano. Ma un animale così imponente e magnifico, che qui, Down Under, sembra perfino bello. Negli altri tre angoli di mondo potranno anche vincere le snelle. Ma qui siamo di là dallo specchio. E vince la cellulite. Nera. Che fa BUM, BUM, BUM, sorda come un tamburo bene accordato e secca come un colpo di mortaio caricato a tritolo. Del resto, nel Continente Capovolto e Capovolgente, l’uomo e la Natura lottano da sempre: i ragni pesano un chilo e mezzo, le piante carnivore entrano in casa dal tubo del lavandino, il caldo uccide e l’oceano è pieno di pescecani. È solo qui che può succedere. È solo qui che un’atleta nata grassa, tettona, riccia, scura, cattiva, povera e con una sorella maggiore così bella e vincente da farle rodere all’infinito quel grosso culone che si ritrova, può e deve trionfare. Contro la natura prima e contro le avversarie dopo.
Sulla passerella in cemento di Melbourne hanno sfilato tutte le aspiranti al titolo di Miss Numero Uno al Mondo. Poi la passerella ha cominciato a tremare. A ogni passo un tonfo. E, tra il fuggi fuggi terrorizzato delle Barbie Tenniste, davanti ai flash dei paparazzi si è stagliata, sola, enorme, mastodontica e sorridente, Godzilla Serena Williams. La sede russa della Mattel, almeno per questo torneo, rimane chiusa. E stavolta, date retta, la crisi non c’entra niente.