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L’altro giorno mi sono imbattuto per caso nel verbo concionare. Una parola che non conoscevo, o forse che conoscevo e poi avevo dimenticato (gli studenti a scuola mi dicono spesso  così  quando sono impreparati – la sapevo, ma l’ho dimenticato–  e se vale per loro, vale pure per me). Comunque è una parola bellissima, di quelle che se la dici al momento giusto e col tono spiritoso la gente si gira e pensa che tu sia uno di quei pozzi di scienza che hanno pure il senso dell’umorismo, che sanno usare le parole alte nei contesti bassi e viceversa, e ci fai la tua porca figura (l’unica cosa che devi fare da quel momento in poi è rimanere in assoluto silenzio per tutto il resto della serata, non aprire più  bocca neanche sotto tortura, fare la faccia più serafica che riesci a fare e simulare di stare tacendo perché sei molto saggio, una di quelle persone che, più che parlare, ascolta, in modo da lasciare a tutti un’impressione di te tanto brillante quanto fasulla).

Di sicuro gli aciribiciosi conoscono benissimo il significato del verbo concionare, ma in caso contrario, sappiate che per me potete accupare.

Insomma io è da ieri che mi ripeto questo termine in mente, e stavo cercando il modo di scrivere una qualunque cosa in cui a un certo punto avessi potuto utilizzarlo, facendo finta di averlo piazzato lì per caso, come una parola tra tante. Nel frattempo mi sono esercitato a dire concionare a voce alta e con varie intonazioni: di diaframma, di sterno, di gola.

Questo stato catatonico in cui a volte piombo a causa di una parola o di una espressione che mi ha particolarmente colpito è ben noto a chi mi sta vicino, nella vita e nel lavoro, ed è uno dei motivi per cui mi fanno solo contratti precari, ho pochissimi amici e le zite a un certo punto mi lasciano.

Per esempio, un giorno che a scuola avevamo appeso il tricolore fuori dal balcone per festeggiare il centocinquantesimo, io ho fatto notare a chi aveva eseguito l’operazione che l’asta basculava: attenzione, perché così bascula. Appena mi sono sentito pronunciare quel termine ho provato un enorme compiacimento verso me stesso: che colpo da maestro. Come avevo fatto a trovare così, su due piedi, il verbo esatto per descrivere al meglio il movimento dell’asta lungo la guida in cui era stata inserita? Quale enorme talento avevo appena sfoggiato, rinvenendo tra le voci della mia enciclopedia mentale un termine tecnico come quello, che uno – a meno che non monti le zineffe per professione – mica lo usa tutti i giorni? Che precisione lessicale. Che destrezza semantica. Che parola calzante. Che eloquio forbito. Dirlo era stato piacevolissimo, e adesso mi sentivo molto orgoglioso di me. Più ripensavo alla parola basculare, più il mio ego si gonfiava. Tanto che a un certo punto dirlo a mente non mi è bastato più: rischiavo di implodere. Quindi l’ho ripetuto una seconda volta: attenzione perché così bascula. Stavolta ho calcato fortissimamente l’accento sul bascula finale, ci tenevo a che tutti si accorgessero che oltre a conoscere il verbo sapevo anche coniugarlo all’indicativo presente. Sul balcone eravamo in quattro, e gli tre altri alzabandiera mi hanno guardato con una faccia tipo: abbiamo capito, non è che siamo sordi, ora la aggiustiamo. Ma io ero già fuori di me. Siccome ero troppo impaziente di dirlo ancora, ho accorciato la frase per arrivare al dunque il prima possibile e ho detto direttamente: bascula! come se si trattasse di un pericolo imminente, da scongiurare prima che fosse troppo tardi. Sul balcone è calato un silenzio carico di tensione, si sentiva solo l’ondeggiare del drappo al vento. Pur in preda al rapimento estatico della lallazione, ho realizzato di essere in pericolo e stare rischiando il linciaggio da parte dei miei due colleghi e del direttore, per cui ho indietreggiato di un paio di passi, superando la soglia del balcone e  rientrando in aula. Da lì mi sentivo abbastanza al sicuro da potermi sfogare impunemente una terza volta e allora ho anche alzato il tono della voce: bascula! I due colleghi e il direttore mi guardavano preoccupati (uno di loro si è anche lasciato scappare un ma che ha?). Io però non ero più io, non lo so manco io chi ero, forse ero Meister Eckhart. Di sicuro ero uscito dal mio corpo ed ero entrato nella mistica, qualcosa si era impossessato della mia voce, e da dentro l’aula mi sono abbandonato a urla scomposte e senza più alcun ritegno: bascula! Più loro mi guardavano basiti, più io sparavo raffiche tonanti di bascula! non lo vedete come bascula! un’asta non dovrebbe mai basculare! fate qualcosa affinché non basculi! bascula ancora! guardate come bascula! bascula, vi dico! arrestate il suo basculare!  L’espressione dei tre si era fatta molto seria, ma io ero troppo ebbro di piacere per accorgermi di avere addosso quegli sguardi interdetti. Anzi, guidato dal puro istinto, con un movimento rapidissimo li ho colti di sorpresa e li ho chiusi fuori sul balcone. Loro erano là, che bussavano sul vetro per rientrare, e io ero come paralizzato da quella parola e non riuscivo neanche a capire cosa volessero. A ogni apri, dai, io rispondevo con un bascula. Egli bascula, che essi basculino, che basculiate un po’ pure voi, ordunque. A un certo punto, devo avere raggiunto un picco di endorfine insostenibile per l’organismo, e ho pronunciato per un’ultima volta un più sommesso bascula, accompagnato da un tremito lungo tutto il corpo. Solo allora il piacere ha finalmente cominciato a scemare. Appena ho recuperato una lucidità sufficiente, ho riaperto il balcone. Mi sentivo anche affaticato, come se fossi tornato in me stesso dopo un lungo viaggio a piedi, e mentre loro mi sfilavano davanti  per rientrare gli chiedevo con quella voce bassa tipica del post coitum: non è una parola stupenda?

Ieri con concionare mi sono trattenuto con grande forza, meravigliandomi di me stesso (forse è che a questa zita ci tengo proprio tantissimo) e l’ho detto soltanto quando ero in bagno, da solo, davanti allo specchio. Però trattenere non è l’espressione giusta. Mi sono proprio represso. E stamattina mi sentivo esplodere.

Eppure non credo che dipenda solo da me. La compulsione che ho a ripetere qualcosa fino a quando la parola perde senso – e io invece perdo i sensi –  è una cosa di cui Mike Oldfield è responsabile almeno quanto lo sono i mie geni.

Ero ancora piccolo, però in radio girava un sacco questa canzoncina ipnotica (si chiamava Foreign Affair e l’ho postata qua sotto), al punto che quando una stazione finiva di trasmetterla, ti bastava cambiare canale per risentirla da capo, ed entrare in una spirale lisergica in cui era facile che il tuo io – per altro non ancora formato – si dissolvesse, perdendosi nel cosmo indistinto. Siccome internet e google non c’erano ancora, per capire di chi fosse e acquistare il quarantacinque giri – sì da potermi stordire ogni qual volta mi andasse di farlo – mi feci accompagnare da Moscuzza e, di fronte a un incredulo commesso, cantai la canzone. Quello, pur visibilmente turbato, fece appello alla propria professionalità, andò allo scaffale e tornò col disco.

La fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta furono un periodo in cui la ripetizione conobbe un vero e proprio florilegio, raggiungendo vertici assoluti: Ti amo, di Umberto Tozzi, e qualche tempo dopo, il capolavoro stesso di Oldfield, Moonlight Shadow, una canzone di una circolarità perfetta, mai più raggiunta e mai più raggiungibile, che oltretutto ogni volta che la ascolti ti immagini subito a cavalcare al galoppo (un effetto che nemmeno Wagner era riuscito a evocare così bene).

Quest’ultimo è proprio un pezzo sottovalutato. Le parole sono fiabesche, la melodia sembra banale ma non lo è, l’andamento è solo illusoriamente lento, e nel complesso possiede una carica esplosiva con perfino qualcosa di violento. Al minuto 2:18 c’è uno degli assoli di chitarra più ingiustamente trascurati dagli intenditori. Nella prima parte, chi ha mai imbracciato una fender modello stratocaster, riconosce benissimo quale sia il pick up utilizzato da Oldfield, cioè la posizione due dello switch, partendo dal basso. Fa un suono ovattato che ha un che di ridicolo, ed è difficile utilizzarlo in maniera dignitosa. In quella canzone accade anche questo. A un certo punto, poi, (minuto 2:46) arriva la parte distorta, e Oldfield esegue delle scale mostruose con una nitidezza melodica degna di Gilmour, Knopfler e altri  guitar hero assai più osannati di lui. La cantante urla qualcosa che non ho mai capito (the night was[…]but the day was alive) e anche se non sono in grado di dire cosa significhi, ha tutta l’aria di essere una specie di urlo di trionfo. Forse perché finalmente la canzone è finita, l’audio sfuma, e noi siamo liberi dal suo loop.

PS: la bandiera è sempre là. E, nonostante l’insistenza reiterata del mio monito, bascula ancora nell’indifferenza generale.

  

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  1. Sono riuscita a fatica ad uscire dal loop di Foreign Affair, ipnotizzata da isole tropicali, da pozioni magiche e da sogni.
    Mi ha richiamata alla realtà Tozzi con la donna che stira cantando. Ma queste donne da abbracciare non potrebbero, che ne so, leggere un libro, o magari scrivere un articolo, invece di stirare o lavare l’insalata?
    Inutile concione, fuori luogo e passatista?
    p.s. La notte era pesante ma l’aria del mattino era viva… credo che si dica qualcosa del genere in Moonlight Shadow. Ma il traduttore sei tu. Grazie dell’incanto.

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  2. icittadiniprimaditutto
  3. Pingback: Scindiamo l’atomo, se vuoi. « Aciribiceci

  4. Pingback: Honolulu Baby « Aciribiceci

  5. Come nell’isola di monnezza del Pacifico (http://curiosity2013.altervista.org/nelloceano-pacifico-un-isola-di-monnezza/), nella testa dei siculotti di una certa età si vanno ad incagliare tutte le vecchie porcherie dell’entertainment internazional-popolare che nessuno vuole più.

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