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Breakfast in Sicily

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Siracusa ha un sacco di difetti però ci puoi fare colazione. In quasi tutte le altre città, le colazioni non sanno neanche cosa siano (ve lo dice uno che ha firriato, fidatevi). So che è difficile crederci, però esistono popolazioni molto primitive, che la mattina si nutrono con gli stessi dolci che noi mangiamo dopo pranzo o dopo cena, tipo i pasticcini e le torte: un’usanza barbara, diffusa soprattutto nella mitteleuropa, che non voglio neanche commentare. Ci sono pure stirpi vichinghe che la mattina mangiano sasizza cotta nella sugna e la accompagnano con un bel bicchiere di sanguinaccio, non pastorizzato e corretto alla vodka: non lo fanno perché gli piace (a nessuno può piacere), ma per minacciarti. Se sei in hotel con uno di loro, te ne accorgi. Vogliono solo  ribadire la loro superiorità fisica, comunicarti che se vogliono, ti calpestano, e per chiarirtelo fanno questa dimostrazione di forza: ingurgitano carne di porco con contorno di uova fritte, così tu li guardi e pensi, oddio che energumeno, e quanto è rozzo, guarda cosa è capace di sopportare il suo organismo già di primo mattino. Considerazioni che tu, aristocratico e delicato, svolgi mentre pilucchi un croissant e centellini schiume vellutate, risultando ai loro occhi irrecuperabilmente frocio.

Nelle grandi città italiane, invece, trovi solo cose surgelate, le stesse in tutti i bar, con una specie di zucchero liquefatto sopra che ti appiccica le dita per tre mesi e poi per togliertelo ci vuole comunque l’acqua ragia. Sanno di autogrill o di merendina confezionata, e le mangi per disperazione. Due secondi dopo hai una sete oceanica, ci bevi sopra l’acqua frizzante, il cappuccino ti ritorna nell’esofago sotto forma di yogurt al caffè, loro se ne accorgono e prontamente te lo aggiungono al conto: chi mala junnata.

Qua per fortuna no. Qua ci sono le raviole al forno e quelle fritte. Gli iris, i cornetti, i fagottini, gli involtini, le trecce al pistacchio, le bombe, le graffe e le romane. E poi c’è la regina del bar, che si distingue per la sobrietà e per il fatto che la porti sia d’estate (nella granita o nel gelato) che d’inverno (pucciabilissima in qualunque liquido): la brioscia, con le sue due declinazioni, lunga e tonda col piripicchio. Queste cose, noi popolo avanzato e dai modi urbani, le mangiamo e colazione e basta. Sono dolci che hanno una vita effimera, di poche ore: passato il mezzogiorno sono già sfioriti per sempre, ma se li cogli al momento giusto non esiste niente di altrettanto buono.

In alcuni bar, però, i cornetti e gli altri pezzi dolci li riempiono, e io non lo sopporto. Il riempimento consiste nel prendere la cosiddetta siringa e iniettare dall’esterno la crema di cioccolato o la marmellata dentro al corpo concavo del dolce. È una pratica odiosa, lesiva della dignità dei prodotti da forno, che per la sua violenza ricorda quel tipo di sodomia che viene praticata nelle carceri, e che oltretutto sottrae bontà al dolce. Tutto il buono si concentra infatti in un unico punto, e cioè al centro, lasciando prive di  farcitura le zone periferiche: una specie di governo MPA -Lombardo degli zuccheri, insomma. In più, man mano che ti avvicini al centro, il ripieno tende a schizzare fuori dallo stesso foro per il quale vi è stato introdotto (e mi sto proibendo con grandi sforzi di insistere sulle metafore sessuali per esemplificare l’immagine), rendendo impossibile piantarvi i denti senza farsi stare uno schifo, tipo picciriddo di sei mesi con l’omogeneizzato.

Mi limiterò per tanto a rilevare che nei posti seri, i cornetti e le raviole non vengono mai riempiti a cottura ultimata, ma sempre farciti prima che siano infornati. È una politica di giusta distribuzione delle risorse, che produce maggiore uniformità del godimento, e che  non ti dà mai la sensazione di stare pagando una specie di ingiusta tassa alimentare da un euro e venti per un pezzo di pane con un poco di cioccolata al centro (metà della quale, oltretutto, ti finirà tra il naso e gli occhi, quando non a terra: uno spreco tipico delle oligarchie dolciarie, rette da una casta arroccata sui suoi privilegi, che vessa i propri cittadini tenendo tutta per sé la ricchiezza).

Il bar Cristina di piazza Pancali è una democrazia matura. La clientela che lo frequenta è una società di liberi e di uguali, composta essenzialmente da muratori, operatori ecologici, fruttivendoli e turisti stranieri. L’illuminata gestione dei proprietari persegue da sempre una politica monetaria solida, che ha stabilizzato il rapporto qualità/quantità/prezzo grazie a una finanziaria equa, basata sull’esatta corrispondenza tra centesimi e grammi. Insomma, con un euro ti danno una raviola di un chilo: l’equivalenza è tonda, la fregatura non esiste. Sempre per non creare disparità di classe o di razza, i gestori si rivolgono a distinti signori di Dusseldorf in sandali e calzini bianchi con lo stesso dialetto stretto che usano per rispondere a un piastrellista di Pachino. Se tutti si capiscono perfettamente senza interprete è perché si parlano col linguaggio corporeo del terrore. Se li guardi negli occhi, ti accorgi subito della tensione che aleggia nella sala e tra i tavolini. Non lo so perché (credo sia perché temiamo sempre il diverso da noi) però là dentro c’è una certa aggressività. Tutti hanno paura di tutti. Gli stranieri dei muratori, i muratori degli stranieri, gli stranieri e i muratori dei gestori, i gestori degli stranieri e dei muratori, e tutti, indistintamente, hanno paura di quelle bestie carnivore e voraci travestite da piccioni, rese feroci da un’alimentazione d’accatto a base di resti di ragù di arancino.

È un bar in cui bisogna entrare in punta di piedi: buongiorno, buonasera, ti prendi il cornetto e te lo vai a mangiare fuori. Vi si respira guapparia, e la guapparia incute soggezione, ma la roba è troppo buona per tenersene alla larga. Il salato non è dei migliori, ma sui dolci, specie quelli da colazione, non ce n’è per nessuno. La romana è praticamente un lenzuolo matrimoniale piegato a triangolo. La raviola alla ricotta è un mastodonte ormai estinto in quasi tutti gli altri bar. Il pezzo forte però è l’involtino (o si chiama fagottino? non l’ho mai saputo. Nel dubbio, per non irritare il gestore, lo indico col dito e dico: quello là). È molto pesante, ma di dimensioni ridotte, il che lo rende portatile. E oggigiorno la portatilità è tutto.

Di fronte al bar c’è l’edicola del signor Latina, e se uno si sente così temerario da sfidare i piccioni, c’è anche un tavolino (che guarda caso è sempre libero). Parlo dell’edicola perché il secondo grande punto di forza del fagottino-involtino è che contiene pochissimo zucchero a velo. Se ce ne fosse di più, finirebbe sul giornale, e per qualche strano caso del destino, lo zucchero a velo che precipita giù dai dolci atterra sempre nel bel mezzo della frase più importante dell’articolo, censurandotela. Tu sei là, che pendi dalla bocca dell’editorialista, e parte uno sbuffo di neve che seppellisce mezzo paragrafo. E poi ti tocca spalare come Alemanno. Pare una minchiata, ma la colazione ti fa veleno.

Lo zucchero a velo in eccesso è  da evitarsi. Specie al bar Cristina, che è molto vicino al mercato e dunque molto frequentato dai pensionati. I pensionati vengono spediti al mercato dalle mogli, che siccome non li vogliono in mezzo alle ovaie mentre guardano mattino cinque, gli affidano l’incombenza della spesa. Al bieco scopo di appioppargli una mansione tanto noiosa, li blandiscono con falsi complimenti su quanto sono bravi a riconoscere il pesce fresco e la lattuga senza bruchi. Quello si sente un genio e si fa sette chilometri a piedi con cento chili di buste in mano, alzando le probabilità di schiattare di infarto per lo sforzo (che poi sarebbe il vero motivo per cui la moglie lo manda a fare la spesa).

Dopo che hanno finito, si siedono in un tavolino accanto al tuo e ti guardano con curiosità. Pensano subito che devi essere scemo, e vogliono vedere fino a che punto. Ne sono certi perché hai fatto una cosa che loro non farebbero mai: ti sei seduto e stai consumando qualcosa, tipo il caffè o la brioscia, e questo, secondo la loro mentalità, significa che ti sei fatto fottere i soldi. Perché mai ordinare qualcosa quando è notorio che in quel bar ti puoi sedere senza spendere manco un centesimo? Visto che i gestori lo consentono, per quale strano motivo, si chiedono guardandoti, tu stai consumando? L’unica spiegazione è che sei un pollo, un allocco, un ammuccalapuna.

Che poi loro un caffé se lo berrebbero pure. Ma non là. E non perché là non sia buono (è ottimo), ma solo perché là  ci si può sedere senza pagare, ed è una possibilità che va sfruttata fino in fondo. Il caffè infatti vanno a berselo in un altro bar, in piedi, al bancone: in un posto, cioè, dove non è previsto nulla di gratuito. Altrimenti si sentono scemi. Tu, che mangi il fagottinvoltino seduto al tavolo, o sei cretino o sei straniero.

Per appurarlo, ti osservano. E aspettano. Aspettano. Ti puntano gli occhi addosso e aspettano. Aspettano una sola cosa: che lo zucchero a velo ti finisca sul giubotto. Poi si alzano con una lentezza studiata. Si avvicinano con un passo minaciosso e carico di disprezzo. Si piazzano davanti a te, seduto, e ti proiettano addosso il loro cono d’ombra. E poi ti rimproverano molto aspramente: t’ha alluddiatu tuttu, sì chinu i zuccuro, te ccà, pulizzìati. E ti porgono un tovagliolino di carta come se fosse un guanto di sfida. A te tremano le gambe. Inizi a pulirti come se fossi stato contaminato dall’uranio impoverito e continui a ripetergli mi scusi, non lo faccio più, glielo prometto. L’anziano ti ha già dato le spalle ed è tornato al  tavolino, dai suoi amici scrocconi, che con l’ondeggiare delle loro teste in segno di approvazione, gli stanno facendo quella specie di applauso muto che sanno fare solo gli ultrasettantenni siracusani. Quando si risiede, ti guarda, come per dire: attento perché ti tengo d’occhio. Tu gli fai vedere che la giacca è di nuovo pulita, adesso. E lui ti fa segno che va bene, ora puoi andare. E infatti tu ti alzi e, anche se ancora hai mangiato solo metà dolce, decidi che il resto è meglio se lo butti. Chiudi il giornale e te ne vai. Non prima di essere passato accanto al tavolino degli anziani, averli salutati con rispetto ed avere anche ringraziato il tuo salvatore per averti fatto notare di essere sporco di zucchero.

È solo mentre cammini che ti fai l’unica domanda che avresti dovuto farti subito: ma perché dopo i settant’anni non riescono più a farsi i cazzi loro?

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  1. Mi fai schiattare! Sei troppo bravo! Ho una richiesta e forse non è consueto ma non potresti scrivere un post riguardo i porci che tradiscono le loro donne?
    Grazie per le risate che mi fai sempre fare!

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  2. Mi sono ammazzata di risate mentre mangiavo tre biscotti e bevevo il mio caffè. Conosco bene le colazioni siciliane, per anni sono andata a Palermo. Conosco anche quell’aggressività mista ad eccessiva gentilezza che ti invade e qualche volta ti spaventa. Esilarante la descrizione della colazione dei tedeschi, mentre la leggevo sentivo quasi il tono della loro voce, che ti fa venire in mente inesorabilmente cani lupo, campi di concentramento e SS.

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  3. Bello, per carità…
    Ma lanciare nel web un post del genere alle 9 e mezza di mattina quando c’è gente che magari tra le mani ha un biscottino integrale Misura 10% fibre, e anche un caffè liofilizzato, ti pare cosa?

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  4. ah! questo è uno di quei pezzi densissimi nei quali ogni riga è imperdibile. meraviglioso!

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  5. cercando il bellissimo inizio di Colazione da Tiffany, ho trovato questo:

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  6. conosco bene la zona e gli avventori…che usualmente apostrofano il luogo come bar Chestina :o) !

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  7. sei fantastico! fabiana

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  8. mi sento appiccicare le dita e ho controllato di non essere sporca di zucchero! e ringrazio pubblicamente angelo-piero (amico-tuo e collega di maritammé, mentre io sono collegatté) di avermiti segnalato!

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  9. Bah, che dire più ormai, mi sento cretina a commentare… ma tu perché ancora non sei sul comodino della gente, in formato tascabile cartaceo? Cioè non tu, il blog.

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  10. La Romana del Bar Cristina patrimonio dell’Umanità…

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  11. Non capisco perchè mi faccio del male leggendo i tuoi stramaledetti blog, Siracusa non mi è mai mancata tanto. E anche la brioscia, e anche quella in formato maritozzo della mia (lontana) infanzia. Parla d’altro pi ccarità.

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    • Giù, se posso chiederti: via Roma il panificio di fronte via Minerva. Al mattino odore di maritozzi (con e senza uva passa). Poi intorno mezzogiorno panini all’olio. Che profumi indimenticabili. Se sei dalle parti di Monselice o Battaglia salutami i Colli Euganei e tutto il resto.

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      • Chiedo venia a ACIRIBICECI per l’uso personale. Giuseppe mi fa tenerezza. Anche io ho vissuto per un po al nord.

      • Indovinato, vivo proprio da quelle parti, ti saluto i Colli, Monselice, Battaglia, Abano, Este e così elencando, belle città…ma… i maritozzi, le brioscie col piripicchio, le impanate( a me piacciono proprio quelle di Bianca)… continuiamo così, facciamoci del male. Alla prossima, ciao. Il “nostro” è sempre più bravo, che invidia! Mi sembra d’essere proprio nel mio amato “scogghiu”.

      • Il nostro, se legge queste amenità, “si sthrica ‘nterra re risati”. Io per quasi sei anni ho lavorato da quelle parti. A volte passavo due volte al giorno…..Per farmi perdonare se mi trovo a venir su ti porto su qualcosa.
        p.s. Ti saluto “u scogghiu”

      • Mi dispiace dirti che il panificio Bianca di via Roma non esiste più. Al suo posto, comunque, c’è un piacevole, benchè moderno, locale dove è possibile mangiare, prendere un buon the o una cioccolata, o una torta, sedendosi comodamente in plotrona, dopo aver scelto una rivista dalla vasta selezione. All’ingresso c’è comunque il banco del panificio, per ricordare il vecchio e storico esercizio.

      • Ho visto! Se non erro il bancone storico era collocato nella parete di sinistra entrando. Per capirci la parete di fronte rispetto alla collocazione dell’attuale….

  12. …I così giusti, và! Anche se io vagheggio i cornetti di Palazzolo, che per un certo periodo venivano spacciati pure alle Antiche Siracuse di Piazza Acchimede. La raviola, puttroppo, non gecchiffare: si ietta pesante.

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  13. … E più leggo della sicilia, più mi manca la tavola calda… tutta, indistintamente! E sono al nord da un mese… 😦

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  14. Antonella Bassi

    che dire, ancora un po’ piangevo, cmq mi sono portata appresso la tazzina del bar, e me la guardo (tutti i giorni) appena apro la porta dell’ufficio, là, in bella mostra, fra i tanti “ricordi” di un periodo indimenticabile e totalmente irripetibile. Ale’ tiremm innannz ~

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