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Il fascino persistente dei buoni inizi

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C’è un palazzo all’inizio di viale Montedoro che mi piace un sacco. Se stai uscendo da Ortigia, ti ritrovi la sua facciata più stretta esattamente di fronte, forse giusto un pelo sulla sinistra, appena superi la curva dei calafatari. È verde pastello (ma io coi colori non ci prendo moltissimo, tra verde, azzurro e un certo tipo di blu faccio confusione e alla fine dico verde solo perché mi butto. A casa chiedo sempre dov’è finita la mia camicia verde? E puntualmente mi si risponde che non possiedo camicie verdi, mica sono leghista, quindi forse voglio sapere dov’è la mia camicia azzurra, solo che io, pur sapendo di non avere mai comprato camicie verdi in vita mia, d’istinto, appena ne smarrisco una in quella catena di lavaggio, asciugatura, stiratura e armadiatura che nelle famiglie a volte si protrae per settimane, le penso tutte verdi, ognuna di un verde diverso, però comunque verdi), ha un sacco di finestre e non ha i balconi. Non ho mai capito cos’è, ma secondo me non ci abita nessuno e credo che in qualche modo c’entri la Telecom, o l’Enel, non lo so e non lo voglio sapere (tra un rigo lo spiego). Attira la mia curiosità da sempre, penso da quando ero bambino, solo che non sapevo perché, e forse solo oggi, che ho deciso di scriverne, lo capisco un po’ meglio (anche con la curiosità intrattengo un rapporto un po’ morboso: se di una cosa, di un argomento o di o una persona sono curioso, cerco di saperne il meno possibile e il più a lungo possibile, perché la sensazione di volere sapere mi eccita tantissimo e vorrei che quello stato di eccitazione riguardo quella cosa, quell’argomento o quella persona durasse in eterno).

Comunque il palazzo verdino del viale Montedoro è sul trascurato, di una modernità classica e di una imponenza forse un po’ fuori contesto per il luogo in cui si trova.

In realtà è tutto il primo tratto di viale Montedoro a sembrare un pezzo di grande città impiantato dentro a un paesello. E a me questa cosa mi commuove.

Viale Montedoro è la prima strada fuori dal centro storico che ti ritrovi a percorrere dopo il ponte nuovo. Non lo so a che anni risale, immagino che sia l’inizio dei cinquanta, però io identifico la parte iniziale di quest’arteria e l’architettura dei suoi edifici (forse ci metto pure l’alveare, che dev’essere arrivato un po’ dopo, ma non ne sono sicuro) con l’unico breve periodo di fiducia nel domani che questa città deve avere conosciuto. Se riesci ad autoformattarti per qualche secondo, a fare finta che dopo viale Montedoro e prima di viale Montedoro non ci sia niente, anzi a fare finta che proprio non sai dove ti trovi, sei stranger in a strangeland, ti sei perso e sei finito in quella strada, con il circolo del ribellino e i marinaretti a destra, e questo palazzo della telecom o dell’enel a sinistra, potresti benissimo credere di essere in una strada qualunque di un quartiere romano o torinese, di quelli a linee rette e a geometrie razionali. Sui marciapiedi ci sono perfino alberi. Cioè alberi di quelli grandi (non so che alberi, però non il solito oleandro tisico, ma alti e con le foglie larghe e a punta, tipo quelle dell’acero. Gabriele dice che sono platani, e lui queste cose le sa). Ed è questo a commuovermi. Cioè, non i platani (anche): la bontà dell’inizio.

Nel dopoguerra dev’esserci stato un momento in cui a fare le cose bene ci avevamo provato. Quel palazzo, messo giusto lì, era come un messaggio esplicito: qua siete in viale Montedoro, siete appena usciti dalla città vecchia e state entrando nella nuova, e come potete ben vedere, sulla vostra destra ci sono ancora i maestri d’ascia dei calafatari, mestiere antico, tradizionale, caratteristico delle città di mare come la nostra, ma adesso avete varcato il confine, vi siete lasciati l’isola e il passato alle spalle e avete messo piede sulla terraferma, e questa è la Siracusa nuova, quella che facciamo nascere adesso, quella che ricomincia da qua e vuole ricominciare bene, fare le cose per come vanno fatte, costruendosi strade e palazzi per i tempi che verranno, con le automobili, gli appartamenti e le centrali telefoniche, tutto riparte da qui, da zero, con le ambizioni che meritano la città e i suoi abitanti.

Ci avete fatto caso a come è improvvisamente larga questa strada? Vi siete accorti di come è stretta, in confronto, la curva dei calafatari, che sembra la chicane di un circuito? Non la provate una sensazione di sollievo, come di sbucare fuori dall’angustia? Non la sentite una voglia pazza di accelerare, ora che questo Viale Montedoro vi si para davanti, vasto e dritto come se pretendesse di essere percorso a tutta velocità?  E vi sembra un caso tutto questo?

Il viale Montedoro era l’inizio, e il tempo in cui lo si è costruito deve per forza essere stato un tempo di fiducia e di ottimismo, un tempo precedente alle disillusioni, al disfattismo, alla rassegnazione. Sì, c’è un po’ di scimmiottamento, quelle facciate senza balconi sono copiate dal norditalia (io ho studiato a nord, e mi sembravano scimuniti a non avere balconi – a Pisa ce ne sono pochissimi-, non tanto perché nelle case è molto utile avere uno spazio esterno – magari per stenderci ad asciugare le camicie verdi che poi uno non trova – quanto piuttosto perché poi quando piove e sei per strada me lo dici sotto cosa ti ripari?) e testimoniano una forma di emulazione maldestra. Però si vede anche la tensione verso qualcosa di migliore, un desiderio potente di diventare diversi da come eravamo, cambiare, uscire da quello stato di minorità che era da imputare a noi stessi. Voglio spingermi oltre e dire un’enormità. Se uno che non è mai stato a Siracusa nella sua visita si  limitasse a Ortigia e poi ne uscisse da viale Montedoro, senza vedere niente di tutto quanto il resto, potrebbe perfino ripartirne convinto che la città abbia avuto un suo piano regolatore.

Quando ancora non avevo questa odiosa pubalgia e potevo correre, per lo stretching finale mi fermavo al Talete. È per questo, e non perché sono un guardone, che so che di quel palazzo a essere illuminate sono sempre e solo le finestre dell’ultimo piano. Al primo e al secondo le tapparelle sono addirittura abbassate. All’ultimo invece dev’esserci andato ad abitare il genius loci. Forse vive lì, rinchiuso dentro degli anni cinquanta e non si è accorto di niente, ancora tutto preso come un bambino da gesti come telefonare in teleselezione da un apparecchio fisso che continuano a sembrargli ultramoderni e futuribili. Forse gli verrà voglia di uscire solo quando Siracusa vivrà un secondo periodo di ottimismo. Un periodo in cui oltre alla passione per conservare l’antico, sentiremo di nuovo entusiasmo per il futuro.

*Quanto esposto qui sopra è pura suggestione. Non mi sono documentato sull’anno di costruzione del palazzo e del viale Montedoro. Forse avrei dovuto, ma non l’ho fatto perché comunque, da qualche altra parte, ci sarà a Siracusa un punto, una strada, un incrocio, per cui valgono queste considerazioni. Se ho preso una grandissima cantonata, come è probabile, trasferite il tutto nella porzione giusta della città, e vedrete che il ragionamento filerà liscio. Se a qualcuno invece andasse di commentare con notizie filologicamente e storicamente corrette su quella zona, è tutto grasso che cola: questo blog ama che si colmino le sue lacune. Non chiede di meglio.

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  1. E’ bello ed eccitante sapere poco di una persona, prolungare il più a lungo possibile il mistero e fantasticarci sopra, magari prendendo cantonate. Ma anche no …

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  2. Dal mio balcone(balcone!) vedo abeti, pini e un pezzetto di colli Euganei, oggi però vedo viale Montedoro, e l’aria dei marinaretti agita gli ignari abeti. Non riesco a visualizzare il palazzo di cui parli, ci sono passato davanti milioni di volte eppure….Mi piace il tuo ragionamento, penso che tu abbia ragione, può essere applicato ad altro senza perdere la sua logica. Una coincidenza curiosa: sono daltonico al verde, o meglio, a certi toni del verde. Ciao.

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  3. Invece io ho spesso fantasticato su quella casa quasi di fronte al palazzetto verde, che sembra una villa monofamiliare, tranne avere poi un torrione attaccato alla costruzione centrale, e forse ci sono anche le merlature, come nei castelli medievali, o le sto immaginando io…
    Comunque mi sono sempre chiesta che stanze ci fossero in quella torre, chi ci abitasse, cosa ci facesse una casa con una torre tra i palazzi di Siracusa…
    E così si scopre che via Montedoro è luogo fecondo per l’immaginazione.

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    • E così scopro che di viale montedoro non mi ricordo quasi nulla! Milletrecento chilometri mi separano dalla immaginifica strada…magari una foto, anche col cellulare potrebbe giovare…

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  4. Devo pensare che sia la foto del palazzo in questione? Indicazioni per renderla gestibile con google map? Non vedo quasi niente.
    Visto che ormai sono innamorata di Siracusa, qualche altra foto, del mare, per esempio?
    E di dove fanno la mitica focaccia?

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  5. E’ il palazzo dei telefoni! Ora è solo una centrale telefonica, Ma da quando esiste il telefono a Siracusa in quel palazzo era concentrata tutta l’archeologia telefonica del tempo. Li c’erano le signorine della SIP, anzi della SET, che quando alzavi il telefono ti dicevano “SET desidera?” e che ti mettevano in comunicazione con chi volevi mediante lo spinotto che inserivano. Ai telefoni si lavorava di giorno e di notte, domeniche e festivi compresi. In quel palazzo c’erano anche gli uffici e quindi gli impiegati. al piano terra si poteva pagare la bolletta.C’erano gli operai, i guardafili, che per spostare il materiale da installare, cavi e telefoni usavano un carretto grigio con due sponde che si richiudevano sulla parte alta.
    Da Via Palermo, perchè l’ingresso è li, ogni giorno decine di operai si muovevano per cablare la rete telefonica di tutta la provincia, stendevano i fili e costruivano la rete della comunicazione.
    Via Palermo racchiude un pezzo di storia per la telefonia a Siracusa.

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  6. …Sì, purtroppo sono platani! E in quei platani sofferenti c’è una traccia evidente del più tipico provincialismo.
    I platani sono gli alberi dei viali di Parigi, di Londra, di Vienna, di Madrid, di Roma e di molte altre grandi città europee. Ma in Sicilia, dio santo, in Sicilia… vicino al mare…
    In Sicilia si possono piantare le meglio piante subtropicali, che a Parigi se le sognano. Si possono piantare palme che neanche a Miami. Si possono piantare gli olivi centenari scippati dalle campagne per venderli al nord…
    …E invece NO! nei viali piccolo-borghesi delle città siciliane, viale Montedoro, via della Libertà, via Etnea (pochi, in realtà, solo all’incrocio con via Caronda, ma poi… quale tripudio in Corso Italia!), ci devono essere i platani.
    Chissà: forse, affacciandosi alla finestra, l’abitante delle strade-bene ama respirare l’afflato mitteleuropeo dell’inconfondibile pruvulazzo di platano e si prìa nel sentirsi intennazionale. Solo che i platani delle strade siciliane sono rachitici e derelitti; i loro rami scheletrici in novembre perdono le foglie controvoglia, così, per abitudine, non perché veramente costretti dal freddo, e sembra sempre che stiano lanciando un disperato grido di aiuto ai loro monumentali congiunti mitteleuropei.
    La cosa bella è che in Sicilia, i platani, stanno solo lì. Altrove, le scelte degli urbanisti si orientano su ben altre essenze, spesso importate in Europa dagli Inglesi tra il 18° e il 19° secolo ed acclimatate proprio a Palermo, nell’orto botanico e nei giardini delle ville citate financo da Goethe, di cui ora non restano che pallide reminiscenze.

    Io, la Sicilia, la vorrei far amministrare agli inglesi, o al massimo ai trentini. Invoco un neocolonialismo inflessibile e feroce, per salvare il salvabile, prima che sia troppo tardi.

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