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Io, Ciccio e le rane.

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Io ho un amico che si chiama Francesco. Ogni tanto, per farlo scattiare, lo chiamo Ciccio (che lui lo detesta), però con l’accento milanese, tipo quando Giovanni e Giacomo dicono Ciccio ad Aldo, cioè più o meno nello stesso senso in cui a Roma ci si rivolge con a coso a qualcuno di cui si ignora (o si finge di ignorare) il nome. Francesco è di qua. Ma sta a Milano da tanto tempo. Io, a parte la parentesi degli anni universitari e di quelli immediatamente post (i più pericolosi, quelli delle ambizioni stile da grande farò l’astronauta. Anzi no: farò la ballerina. Anzi nemmeno: farò l’astronauta però col tutù) sono sempre rimasto qua, a Siracusa.

Ora però devo fare un salto. Bianconi, quello dei Baustelle è un genio. È vero che si spara le pose da poeta maledetto, ma vabbe’: a uno che scrive canzoni così, i vezzi glieli perdoni anche, alla fine è una star, le carnevalate fanno parte del mestiere.

Sembrano tutti pezzi facili, quelli di Bianconi. La musica spesso ricorda gli anni sessanta, è quasi sempre tutto molto canticchiabile, ti entra in testa dopo due minuti. Poi ti accorgi che l’arrangiamento è molto sofisticato (e te ne accorgi perché mi sa che Bianconi ci tiene a che tu te ne accorga, visto che in quasi ogni canzone – o nel finale o nel preludio- ti fa vedere lo scheletro di quello che stai ascoltando. In tutti i dischi  – i dischi? ma quanti anni ho? – c’è un punto in cui separa i canali del mixer a uno a uno: prima solo batteria, poi batteria + basso, poi batteria+ basso+ tastiere, batteria+ basso+ tastiere+ effetti elettronici, alla fine ci aggiunge la chitarra, i violini, e gli avanzi della sera prima, però ricucinati meglio, insomma ti accorgi di quanti strati diversi – tutti molto curati – è fatta la canzone che stai ascoltando). Ma la magia vera sono le parole.

A Bianconi riesce di fare quella cosa che tutti i siciliani bravi provano sempre a fare senza mai riuscirci, tipo Battiato e Carmen Consoli. Appiccicare parole “alte” su una melodia semplice. Battiato parte per la tangente e procede lungo la deriva del delirio filosofico. Dice cose che (quando le capisci e se le capisci) pensi: ma che c’entra, Franco, non era una canzonetta questa? Io lo reggo solo a mezze porzioni, mi butta pesante. Carmen Consoli ha il complesso linguistico dei siciliani. Non so, sarà perché non fanno che dirci che parliamo male l’italiano, che siamo sempre ibridati dal dialetto, e allora lei per fare vedere che ha fatto le scuole alte ipercorregge tutti i testi e li scrive con una lingua molto ricercata. Troppo ricercata. È costantemente a caccia del termine desueto o di quello inconsueto, della frase barocca, alla Bufalino, con duecento sinonimi (ultimamente meno, è vero, però non smette, non ce la fa). Poi, per pareggiare i conti, quando la intervistano parla in catanese stretto (lo fa almeno una volta a intervista), così sembra una che non ci crede, che non si prende sul serio (ma che non ci credi, Carmen, lo devi fare vedere nelle canzoni. Dopo, nelle interviste, non vale più).

Bianconi invece è un toscano miracoloso. Il miracolo è che usa per le canzoni una lingua media (del resto il toscano è da sempre la nostra lingua media). E siccome riesce a usarla per evocare immagini potenti e riflessioni profonde, ti ritrovi col gomito fuori dal finestrino, a canticchiare la verità assoluta come se fosse il jingle delle palline zigulì. Per esempio questa canzone, che da quando è uscita, ho deciso che è la canzone mia e di Ciccio. Nella canzone, Ciccio è il narratore (Bianconi) e io sono quell’altro. In mezzo a noi ci sono Milano e Siracusa, la città e la provincia, gli anni ottanta e gli anni zero, l’ambizione e la frustrazione, chi siamo e chi vogliamo essere, Alice e di là dallo specchio, la materia e il buco nero,  lo ying e lo yang, e tutto in quattro minuti,  in una storia normale, di quelle che ne senti sei milioni in un giorno e neanche ti giri ad ascoltarle. Bianconi, invece, c’ha queste lenti speciali, che quando vede due tizi dentro a un bar di Montepulciano, si rende conto di cosa c’è dietro e te lo racconta così, con la leggerezza di quella lingua, che è la lingua giusta sia per i romanzi che per le canzoni. Perché poi questa canzone è già un romanzo. Un romanzo dove non ci sono giudizi di valore, se non quelli che gli vuoi dare tu. E se non è un miracolo questo, allora non lo so.

Perché un altro dono di Bianconi è che ti lascia sempre un secondo in sospeso. Arriva puntuale in ogni canzone un momento di pausa del testo, in cui lui ti abbandona a te stesso e ti dice adesso sbrigatela da solo. Frazioni di secondo in cui ti costringe a inserire in quel micro silenzio il tuo, di contenuto, e in quel momento la sua canzone diventa la tua canzone. È doloroso, ma è l’unico modo che ha per farti questo regalo. Uno dei pezzi in cui è più evidente è L’aeroplano (lo metto qua sotto). Non la canta Bianconi. Nell’aeroplano, canta quell’altra dei Baustelle (Rachele?). Insomma, a un certo punto (minuto 1:11, ma è nel ritornello, quindi si ripete qua e là) succede questa cosa meravigliosa, cioè che lei, con la voce, ti porta in alto, altissimo, ti fa proprio volare: sfreccia in cielo l’aeroplano (com’è semplice questa frase, sembra quella di un bambino che sta giocando con un aquilone) Io ti amo (e qua tu sei completamente cotto, andato, lei, chiunque sia la tua lei, ti si sta dichiarando mentre siete in alta quota: un’estasi fra le nuvole) e dopo mezzo secondo, invece, ti schianta a terra senza paracadute, spiaccicandoti tipo frittata, come non ti aspettavi potesse mai accadere: e non ti penso mai. Ho capito bene? Mi ami e non mi pensi mai? Ma come? Ma che sei pazza?

Che poi, dopo, lei te lo spiega perché non ti pensa mai. Ma ormai è troppo tardi, perché la sorpresa ti ha costretto a pensarci, a farti la domanda. È innamorata di te, ma ti ha fatto lo scherzetto e t’ha sabotato il paracadute. Spiazzandoti, ti ha conquistato. E senza neanche un parolone.

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  1. icittadiniprimaditutto
  2. Però dai, la Consoli porta anche in giro le canzoni di Rosa Balistreri, da lì fino a qui e oltre fino a su. Pareggia i conti assai più delle interviste, non trovi?
    Su Battiato, no, non me la sento di concordare. Per il resto, la musica contemporanea mi butta giù.

    Chi dice che i siciliani parlano male l’italiano e sono ibridati dal dialetto?? Andiamo ad accopparli subito!

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  3. dire che hai ragione è poco, ma anche torto, anzi no, dire non si dice, nel caso scrivo, ma mi ha fatto piacere conoscerti.

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  4. La magia delle parole e il miracolo di saperle usare. Quando parli di poesia sei spiazzante pure tu. Grazie per le canzoni, non conoscevo.

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  5. Dopo aver ascoltato per l’ennesima volta L’aeroplano, ho cliccato su Roma piangi. Mi sono commossa. Grande anche la Golino ( non era male neanche il film ).

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  6. ma la canzone che ti ricorda me?

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  7. Saper usare le parole per scrivere ad un amico ciò che si prova, che si è provato, negli anni, nella distanza. C’è un pò di Te e un pò di lui. Bel pensiero. Emoziona.

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  8. Pingback: Scindiamo l’atomo, se vuoi « Aciribiceci

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