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Archivi del mese: marzo 2012

Loop

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L’altro giorno mi sono imbattuto per caso nel verbo concionare. Una parola che non conoscevo, o forse che conoscevo e poi avevo dimenticato (gli studenti a scuola mi dicono spesso  così  quando sono impreparati – la sapevo, ma l’ho dimenticato–  e se vale per loro, vale pure per me). Comunque è una parola bellissima, di quelle che se la dici al momento giusto e col tono spiritoso la gente si gira e pensa che tu sia uno di quei pozzi di scienza che hanno pure il senso dell’umorismo, che sanno usare le parole alte nei contesti bassi e viceversa, e ci fai la tua porca figura (l’unica cosa che devi fare da quel momento in poi è rimanere in assoluto silenzio per tutto il resto della serata, non aprire più  bocca neanche sotto tortura, fare la faccia più serafica che riesci a fare e simulare di stare tacendo perché sei molto saggio, una di quelle persone che, più che parlare, ascolta, in modo da lasciare a tutti un’impressione di te tanto brillante quanto fasulla).

Di sicuro gli aciribiciosi conoscono benissimo il significato del verbo concionare, ma in caso contrario, sappiate che per me potete accupare.

Insomma io è da ieri che mi ripeto questo termine in mente, e stavo cercando il modo di scrivere una qualunque cosa in cui a un certo punto avessi potuto utilizzarlo, facendo finta di averlo piazzato lì per caso, come una parola tra tante. Nel frattempo mi sono esercitato a dire concionare a voce alta e con varie intonazioni: di diaframma, di sterno, di gola.

Questo stato catatonico in cui a volte piombo a causa di una parola o di una espressione che mi ha particolarmente colpito è ben noto a chi mi sta vicino, nella vita e nel lavoro, ed è uno dei motivi per cui mi fanno solo contratti precari, ho pochissimi amici e le zite a un certo punto mi lasciano.

Per esempio, un giorno che a scuola avevamo appeso il tricolore fuori dal balcone per festeggiare il centocinquantesimo, io ho fatto notare a chi aveva eseguito l’operazione che l’asta basculava: attenzione, perché così bascula. Appena mi sono sentito pronunciare quel termine ho provato un enorme compiacimento verso me stesso: che colpo da maestro. Come avevo fatto a trovare così, su due piedi, il verbo esatto per descrivere al meglio il movimento dell’asta lungo la guida in cui era stata inserita? Quale enorme talento avevo appena sfoggiato, rinvenendo tra le voci della mia enciclopedia mentale un termine tecnico come quello, che uno – a meno che non monti le zineffe per professione – mica lo usa tutti i giorni? Che precisione lessicale. Che destrezza semantica. Che parola calzante. Che eloquio forbito. Dirlo era stato piacevolissimo, e adesso mi sentivo molto orgoglioso di me. Più ripensavo alla parola basculare, più il mio ego si gonfiava. Tanto che a un certo punto dirlo a mente non mi è bastato più: rischiavo di implodere. Quindi l’ho ripetuto una seconda volta: attenzione perché così bascula. Stavolta ho calcato fortissimamente l’accento sul bascula finale, ci tenevo a che tutti si accorgessero che oltre a conoscere il verbo sapevo anche coniugarlo all’indicativo presente. Sul balcone eravamo in quattro, e gli tre altri alzabandiera mi hanno guardato con una faccia tipo: abbiamo capito, non è che siamo sordi, ora la aggiustiamo. Ma io ero già fuori di me. Siccome ero troppo impaziente di dirlo ancora, ho accorciato la frase per arrivare al dunque il prima possibile e ho detto direttamente: bascula! come se si trattasse di un pericolo imminente, da scongiurare prima che fosse troppo tardi. Sul balcone è calato un silenzio carico di tensione, si sentiva solo l’ondeggiare del drappo al vento. Pur in preda al rapimento estatico della lallazione, ho realizzato di essere in pericolo e stare rischiando il linciaggio da parte dei miei due colleghi e del direttore, per cui ho indietreggiato di un paio di passi, superando la soglia del balcone e  rientrando in aula. Da lì mi sentivo abbastanza al sicuro da potermi sfogare impunemente una terza volta e allora ho anche alzato il tono della voce: bascula! I due colleghi e il direttore mi guardavano preoccupati (uno di loro si è anche lasciato scappare un ma che ha?). Io però non ero più io, non lo so manco io chi ero, forse ero Meister Eckhart. Di sicuro ero uscito dal mio corpo ed ero entrato nella mistica, qualcosa si era impossessato della mia voce, e da dentro l’aula mi sono abbandonato a urla scomposte e senza più alcun ritegno: bascula! Più loro mi guardavano basiti, più io sparavo raffiche tonanti di bascula! non lo vedete come bascula! un’asta non dovrebbe mai basculare! fate qualcosa affinché non basculi! bascula ancora! guardate come bascula! bascula, vi dico! arrestate il suo basculare!  L’espressione dei tre si era fatta molto seria, ma io ero troppo ebbro di piacere per accorgermi di avere addosso quegli sguardi interdetti. Anzi, guidato dal puro istinto, con un movimento rapidissimo li ho colti di sorpresa e li ho chiusi fuori sul balcone. Loro erano là, che bussavano sul vetro per rientrare, e io ero come paralizzato da quella parola e non riuscivo neanche a capire cosa volessero. A ogni apri, dai, io rispondevo con un bascula. Egli bascula, che essi basculino, che basculiate un po’ pure voi, ordunque. A un certo punto, devo avere raggiunto un picco di endorfine insostenibile per l’organismo, e ho pronunciato per un’ultima volta un più sommesso bascula, accompagnato da un tremito lungo tutto il corpo. Solo allora il piacere ha finalmente cominciato a scemare. Appena ho recuperato una lucidità sufficiente, ho riaperto il balcone. Mi sentivo anche affaticato, come se fossi tornato in me stesso dopo un lungo viaggio a piedi, e mentre loro mi sfilavano davanti  per rientrare gli chiedevo con quella voce bassa tipica del post coitum: non è una parola stupenda?

Ieri con concionare mi sono trattenuto con grande forza, meravigliandomi di me stesso (forse è che a questa zita ci tengo proprio tantissimo) e l’ho detto soltanto quando ero in bagno, da solo, davanti allo specchio. Però trattenere non è l’espressione giusta. Mi sono proprio represso. E stamattina mi sentivo esplodere.

Eppure non credo che dipenda solo da me. La compulsione che ho a ripetere qualcosa fino a quando la parola perde senso – e io invece perdo i sensi –  è una cosa di cui Mike Oldfield è responsabile almeno quanto lo sono i mie geni.

Ero ancora piccolo, però in radio girava un sacco questa canzoncina ipnotica (si chiamava Foreign Affair e l’ho postata qua sotto), al punto che quando una stazione finiva di trasmetterla, ti bastava cambiare canale per risentirla da capo, ed entrare in una spirale lisergica in cui era facile che il tuo io – per altro non ancora formato – si dissolvesse, perdendosi nel cosmo indistinto. Siccome internet e google non c’erano ancora, per capire di chi fosse e acquistare il quarantacinque giri – sì da potermi stordire ogni qual volta mi andasse di farlo – mi feci accompagnare da Moscuzza e, di fronte a un incredulo commesso, cantai la canzone. Quello, pur visibilmente turbato, fece appello alla propria professionalità, andò allo scaffale e tornò col disco.

La fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta furono un periodo in cui la ripetizione conobbe un vero e proprio florilegio, raggiungendo vertici assoluti: Ti amo, di Umberto Tozzi, e qualche tempo dopo, il capolavoro stesso di Oldfield, Moonlight Shadow, una canzone di una circolarità perfetta, mai più raggiunta e mai più raggiungibile, che oltretutto ogni volta che la ascolti ti immagini subito a cavalcare al galoppo (un effetto che nemmeno Wagner era riuscito a evocare così bene).

Quest’ultimo è proprio un pezzo sottovalutato. Le parole sono fiabesche, la melodia sembra banale ma non lo è, l’andamento è solo illusoriamente lento, e nel complesso possiede una carica esplosiva con perfino qualcosa di violento. Al minuto 2:18 c’è uno degli assoli di chitarra più ingiustamente trascurati dagli intenditori. Nella prima parte, chi ha mai imbracciato una fender modello stratocaster, riconosce benissimo quale sia il pick up utilizzato da Oldfield, cioè la posizione due dello switch, partendo dal basso. Fa un suono ovattato che ha un che di ridicolo, ed è difficile utilizzarlo in maniera dignitosa. In quella canzone accade anche questo. A un certo punto, poi, (minuto 2:46) arriva la parte distorta, e Oldfield esegue delle scale mostruose con una nitidezza melodica degna di Gilmour, Knopfler e altri  guitar hero assai più osannati di lui. La cantante urla qualcosa che non ho mai capito (the night was[…]but the day was alive) e anche se non sono in grado di dire cosa significhi, ha tutta l’aria di essere una specie di urlo di trionfo. Forse perché finalmente la canzone è finita, l’audio sfuma, e noi siamo liberi dal suo loop.

PS: la bandiera è sempre là. E, nonostante l’insistenza reiterata del mio monito, bascula ancora nell’indifferenza generale.

  

Breakfast in Sicily

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Siracusa ha un sacco di difetti però ci puoi fare colazione. In quasi tutte le altre città, le colazioni non sanno neanche cosa siano (ve lo dice uno che ha firriato, fidatevi). So che è difficile crederci, però esistono popolazioni molto primitive, che la mattina si nutrono con gli stessi dolci che noi mangiamo dopo pranzo o dopo cena, tipo i pasticcini e le torte: un’usanza barbara, diffusa soprattutto nella mitteleuropa, che non voglio neanche commentare. Ci sono pure stirpi vichinghe che la mattina mangiano sasizza cotta nella sugna e la accompagnano con un bel bicchiere di sanguinaccio, non pastorizzato e corretto alla vodka: non lo fanno perché gli piace (a nessuno può piacere), ma per minacciarti. Se sei in hotel con uno di loro, te ne accorgi. Vogliono solo  ribadire la loro superiorità fisica, comunicarti che se vogliono, ti calpestano, e per chiarirtelo fanno questa dimostrazione di forza: ingurgitano carne di porco con contorno di uova fritte, così tu li guardi e pensi, oddio che energumeno, e quanto è rozzo, guarda cosa è capace di sopportare il suo organismo già di primo mattino. Considerazioni che tu, aristocratico e delicato, svolgi mentre pilucchi un croissant e centellini schiume vellutate, risultando ai loro occhi irrecuperabilmente frocio.

Nelle grandi città italiane, invece, trovi solo cose surgelate, le stesse in tutti i bar, con una specie di zucchero liquefatto sopra che ti appiccica le dita per tre mesi e poi per togliertelo ci vuole comunque l’acqua ragia. Sanno di autogrill o di merendina confezionata, e le mangi per disperazione. Due secondi dopo hai una sete oceanica, ci bevi sopra l’acqua frizzante, il cappuccino ti ritorna nell’esofago sotto forma di yogurt al caffè, loro se ne accorgono e prontamente te lo aggiungono al conto: chi mala junnata.

Qua per fortuna no. Qua ci sono le raviole al forno e quelle fritte. Gli iris, i cornetti, i fagottini, gli involtini, le trecce al pistacchio, le bombe, le graffe e le romane. E poi c’è la regina del bar, che si distingue per la sobrietà e per il fatto che la porti sia d’estate (nella granita o nel gelato) che d’inverno (pucciabilissima in qualunque liquido): la brioscia, con le sue due declinazioni, lunga e tonda col piripicchio. Queste cose, noi popolo avanzato e dai modi urbani, le mangiamo e colazione e basta. Sono dolci che hanno una vita effimera, di poche ore: passato il mezzogiorno sono già sfioriti per sempre, ma se li cogli al momento giusto non esiste niente di altrettanto buono.

In alcuni bar, però, i cornetti e gli altri pezzi dolci li riempiono, e io non lo sopporto. Il riempimento consiste nel prendere la cosiddetta siringa e iniettare dall’esterno la crema di cioccolato o la marmellata dentro al corpo concavo del dolce. È una pratica odiosa, lesiva della dignità dei prodotti da forno, che per la sua violenza ricorda quel tipo di sodomia che viene praticata nelle carceri, e che oltretutto sottrae bontà al dolce. Tutto il buono si concentra infatti in un unico punto, e cioè al centro, lasciando prive di  farcitura le zone periferiche: una specie di governo MPA -Lombardo degli zuccheri, insomma. In più, man mano che ti avvicini al centro, il ripieno tende a schizzare fuori dallo stesso foro per il quale vi è stato introdotto (e mi sto proibendo con grandi sforzi di insistere sulle metafore sessuali per esemplificare l’immagine), rendendo impossibile piantarvi i denti senza farsi stare uno schifo, tipo picciriddo di sei mesi con l’omogeneizzato.

Mi limiterò per tanto a rilevare che nei posti seri, i cornetti e le raviole non vengono mai riempiti a cottura ultimata, ma sempre farciti prima che siano infornati. È una politica di giusta distribuzione delle risorse, che produce maggiore uniformità del godimento, e che  non ti dà mai la sensazione di stare pagando una specie di ingiusta tassa alimentare da un euro e venti per un pezzo di pane con un poco di cioccolata al centro (metà della quale, oltretutto, ti finirà tra il naso e gli occhi, quando non a terra: uno spreco tipico delle oligarchie dolciarie, rette da una casta arroccata sui suoi privilegi, che vessa i propri cittadini tenendo tutta per sé la ricchiezza).

Il bar Cristina di piazza Pancali è una democrazia matura. La clientela che lo frequenta è una società di liberi e di uguali, composta essenzialmente da muratori, operatori ecologici, fruttivendoli e turisti stranieri. L’illuminata gestione dei proprietari persegue da sempre una politica monetaria solida, che ha stabilizzato il rapporto qualità/quantità/prezzo grazie a una finanziaria equa, basata sull’esatta corrispondenza tra centesimi e grammi. Insomma, con un euro ti danno una raviola di un chilo: l’equivalenza è tonda, la fregatura non esiste. Sempre per non creare disparità di classe o di razza, i gestori si rivolgono a distinti signori di Dusseldorf in sandali e calzini bianchi con lo stesso dialetto stretto che usano per rispondere a un piastrellista di Pachino. Se tutti si capiscono perfettamente senza interprete è perché si parlano col linguaggio corporeo del terrore. Se li guardi negli occhi, ti accorgi subito della tensione che aleggia nella sala e tra i tavolini. Non lo so perché (credo sia perché temiamo sempre il diverso da noi) però là dentro c’è una certa aggressività. Tutti hanno paura di tutti. Gli stranieri dei muratori, i muratori degli stranieri, gli stranieri e i muratori dei gestori, i gestori degli stranieri e dei muratori, e tutti, indistintamente, hanno paura di quelle bestie carnivore e voraci travestite da piccioni, rese feroci da un’alimentazione d’accatto a base di resti di ragù di arancino.

È un bar in cui bisogna entrare in punta di piedi: buongiorno, buonasera, ti prendi il cornetto e te lo vai a mangiare fuori. Vi si respira guapparia, e la guapparia incute soggezione, ma la roba è troppo buona per tenersene alla larga. Il salato non è dei migliori, ma sui dolci, specie quelli da colazione, non ce n’è per nessuno. La romana è praticamente un lenzuolo matrimoniale piegato a triangolo. La raviola alla ricotta è un mastodonte ormai estinto in quasi tutti gli altri bar. Il pezzo forte però è l’involtino (o si chiama fagottino? non l’ho mai saputo. Nel dubbio, per non irritare il gestore, lo indico col dito e dico: quello là). È molto pesante, ma di dimensioni ridotte, il che lo rende portatile. E oggigiorno la portatilità è tutto.

Di fronte al bar c’è l’edicola del signor Latina, e se uno si sente così temerario da sfidare i piccioni, c’è anche un tavolino (che guarda caso è sempre libero). Parlo dell’edicola perché il secondo grande punto di forza del fagottino-involtino è che contiene pochissimo zucchero a velo. Se ce ne fosse di più, finirebbe sul giornale, e per qualche strano caso del destino, lo zucchero a velo che precipita giù dai dolci atterra sempre nel bel mezzo della frase più importante dell’articolo, censurandotela. Tu sei là, che pendi dalla bocca dell’editorialista, e parte uno sbuffo di neve che seppellisce mezzo paragrafo. E poi ti tocca spalare come Alemanno. Pare una minchiata, ma la colazione ti fa veleno.

Lo zucchero a velo in eccesso è  da evitarsi. Specie al bar Cristina, che è molto vicino al mercato e dunque molto frequentato dai pensionati. I pensionati vengono spediti al mercato dalle mogli, che siccome non li vogliono in mezzo alle ovaie mentre guardano mattino cinque, gli affidano l’incombenza della spesa. Al bieco scopo di appioppargli una mansione tanto noiosa, li blandiscono con falsi complimenti su quanto sono bravi a riconoscere il pesce fresco e la lattuga senza bruchi. Quello si sente un genio e si fa sette chilometri a piedi con cento chili di buste in mano, alzando le probabilità di schiattare di infarto per lo sforzo (che poi sarebbe il vero motivo per cui la moglie lo manda a fare la spesa).

Dopo che hanno finito, si siedono in un tavolino accanto al tuo e ti guardano con curiosità. Pensano subito che devi essere scemo, e vogliono vedere fino a che punto. Ne sono certi perché hai fatto una cosa che loro non farebbero mai: ti sei seduto e stai consumando qualcosa, tipo il caffè o la brioscia, e questo, secondo la loro mentalità, significa che ti sei fatto fottere i soldi. Perché mai ordinare qualcosa quando è notorio che in quel bar ti puoi sedere senza spendere manco un centesimo? Visto che i gestori lo consentono, per quale strano motivo, si chiedono guardandoti, tu stai consumando? L’unica spiegazione è che sei un pollo, un allocco, un ammuccalapuna.

Che poi loro un caffé se lo berrebbero pure. Ma non là. E non perché là non sia buono (è ottimo), ma solo perché là  ci si può sedere senza pagare, ed è una possibilità che va sfruttata fino in fondo. Il caffè infatti vanno a berselo in un altro bar, in piedi, al bancone: in un posto, cioè, dove non è previsto nulla di gratuito. Altrimenti si sentono scemi. Tu, che mangi il fagottinvoltino seduto al tavolo, o sei cretino o sei straniero.

Per appurarlo, ti osservano. E aspettano. Aspettano. Ti puntano gli occhi addosso e aspettano. Aspettano una sola cosa: che lo zucchero a velo ti finisca sul giubotto. Poi si alzano con una lentezza studiata. Si avvicinano con un passo minaciosso e carico di disprezzo. Si piazzano davanti a te, seduto, e ti proiettano addosso il loro cono d’ombra. E poi ti rimproverano molto aspramente: t’ha alluddiatu tuttu, sì chinu i zuccuro, te ccà, pulizzìati. E ti porgono un tovagliolino di carta come se fosse un guanto di sfida. A te tremano le gambe. Inizi a pulirti come se fossi stato contaminato dall’uranio impoverito e continui a ripetergli mi scusi, non lo faccio più, glielo prometto. L’anziano ti ha già dato le spalle ed è tornato al  tavolino, dai suoi amici scrocconi, che con l’ondeggiare delle loro teste in segno di approvazione, gli stanno facendo quella specie di applauso muto che sanno fare solo gli ultrasettantenni siracusani. Quando si risiede, ti guarda, come per dire: attento perché ti tengo d’occhio. Tu gli fai vedere che la giacca è di nuovo pulita, adesso. E lui ti fa segno che va bene, ora puoi andare. E infatti tu ti alzi e, anche se ancora hai mangiato solo metà dolce, decidi che il resto è meglio se lo butti. Chiudi il giornale e te ne vai. Non prima di essere passato accanto al tavolino degli anziani, averli salutati con rispetto ed avere anche ringraziato il tuo salvatore per averti fatto notare di essere sporco di zucchero.

È solo mentre cammini che ti fai l’unica domanda che avresti dovuto farti subito: ma perché dopo i settant’anni non riescono più a farsi i cazzi loro?

Esclusivo: Aciribiceci intervista Diego De Silva, stasera alle 19 al biblios cafè di Siracusa.

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Siccome stasera a fargli le domande avrei preso troppo tempo e tutti si sarebbero annoiati, stamattina l’ho intervistato in anteprima. Ecco qua.

– Senta, De Silva, ma com’è che venite tutti da lì, quelli bravi?

– Tutti chi? E da dove?

– Tutti voi: lei, Piccolo, Pascale, Starnone, tutti da Napoli.

– Piccolo e Pascale sono di Caserta. Caserta non è Napoli.

– Eh, vabbe’, diciamo campani.

– Ecco diciamo Campani.

– E com’è che avete tutti quanti un alter ego con nome e cognome, voi campani? Anche John Fante e Bukowski scrivevano romanzi e racconti con degli alter ego. È per questo che è così piacevole leggervi?

– Non lo so, posso parlare per me.

– Sì parli per sé, tanto lei questa intervista non me l’ha mai rilasciata, sono io che rispondo al suo posto, quindi le faccio dire quello che mi pare.

– Ah. E le sembra professionale?

– No, ma chi se ne fotte? Io mica sono un professionista.

– Benissimo, faccia pure allora, si rovini con le sue mani.

– Allora: voi campani c’avete un alter ego perché è l’unico personaggio plausibile. E siccome il sud Italia sulla storia dei personaggi e degli autori da Pirandello in poi è sempre stato avanti, i vostri alter ego sono i primi personaggi veramente moderni del millennio.

– Boh. Vuole che dica qualcosa anch’io o va avanti da solo?

– Faccio io, avvocato, non si stia a disturbare. Insomma, l’alter ego funziona soprattutto quando è seriale. E infatti voi, a parte Starnone – ma forse pure lui -,  scrivete serie di libri che hanno per protagonista un Vincenzo Malinconico, un Postiglione o un Francesco Piccolo libresco.

– Io vado al bar a prendermi un caffè, quando ha finito mi chiami.

– Vada, vada,  faccia pure con comodo.

– Arrivederci.

– Arrivederci, De Silva. Dicevo: il primo libro di Malinconico è funzionale agli altri due. Perché lì viene tratteggiato il personaggio, almeno per quel minimo che serve a conoscerlo nei suoi tratti caratteristici, ed è solo per questo che negli altri due libri finalmente può progressivamente sparire, come si addice a un personaggio moderno, che per essere veramente moderno non ci deve quasi essere.

– Guardi che le sue minchiate si sentono anche dal bar.

– Si distragga, De Silva, che io tra due minuti ho finito l’intervista. Dicevo che negli altri due libri con Malinconico protagonista, le divagazioni hanno la meglio sul personaggio e sulla storia. In Non avevo capito niente, c’è molta più storia e molto più personaggio. Nei sequel, invece, in primo piano ci sono le riflessioni del personaggio. E grazie a questo espediente va in scena la modernità. La modernità è ciò che ci accade, anzi sono gli accadimenti che stimolano e mettono in moto le nostre facoltà percettive e meditative moderne. Insomma, la modernità sono i pretesti, i contenuti che questa società di input ci chiede di analizzare. Questo siamo noi. E questo devono essere i  personaggi dei romanzi di quest’epoca. Il resto è museo della letteratura.

– Lo dovevo chiedere lungo questo caffè. Non ha ancora finito?

– Sì, direi che ho quasi finito.

– Quasi?

– Sì, perché adesso tocca a lei.

– A me?

– Sì, ho previsto che adesso toccasse al mio personaggio di parlare.

– E chi sarebbe questo suo personaggio?

– Si svegli, De Silva, il mio personaggio è lei. Mica può sempre comandare, ogni tanto le tocca di subire.

– E che dovrei fare?

– Niente, in pratica l’ha già fatto. Concluda, forza.

– Ok, ma sappia che le sto permettendo di darmi ordini giusto perché io non sono De Silva, sono sempre lei, solo un rigo a capo.

– Certo che voi avvocati ce l’avete a vizio questa storia di cavillare. Si spicci.

– Ecco, più o meno è quello che ha fatto lei con questa intervista. Ha usato un personaggio con dei suoi connotati, che sarei io – uno scrittore che scrive romanzi che hanno per protagonista un alter ego- per mettere in moto le considerazioni che la lettura di romanzi moderni come i miei le suggerisce. Io faccio un po’ la stessa cosa. Anche Pascale fa un po’ la stessa cosa. E pure Francesco Piccolo e Domenico Starnone. Creano persone immaginarie che somigliano moltissimo al loro creatore e le calano nel nostro tempo allo scopo di mostrarci come il nostro tempo influenzi i nostri pensieri e stimoli le nostre riflessioni. E siccome il nostro è il tempo dell’informazione, leggere romanzi di questo tipo significa leggere delle specie di piccoli saggi, molto leggeri, sulle informazioni che circolano nella società. La trama è niente, è l’input che conta. Un ruolo nuovo per lo scrittore, che prima faceva altro.

– E Pirandello c’entra qualcosa?

– No, Pirandello non se la poteva neanche immaginare questa cosa. Quello di Pirandello era un esperimento tutto mentale. Qua si tratta di mettere le mani in pasta dentro la cronaca e tirarne fuori idee generali. Ma l’universalità, la condizione umana e tutte quelle altre cose lì non c’entrano più niente. Non possono entrarci più niente. L’universalità della condizione umana moderna come la pensava Pirandello è morta. Qua si tratta di dire qualcosa che possa valere per un po’ e poi basta, un’analisi che sia plastica e possa cambiare direzione ogni volta che serve, liquida, come i nostri personaggi. Per questo la scrittura è così ibrida tra narrativa e saggio.

– Ottimo, De Silva, Sono un suo grande ammiratore, lo sa?

– Ma se mi ha tolto di mezzo e ha fatto tutto da solo.

– Ma l’ho fatto per rendere giustizia al suo spirito innovatore. Non faccia l’offeso, lo sa anche lei.

– Quindi intervistandomi per finta e intervistando in realtà se stesso mi ha fatto un complimento?

– Sì. O almeno queste erano le mie intenzioni.

Il fascino persistente dei buoni inizi

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C’è un palazzo all’inizio di viale Montedoro che mi piace un sacco. Se stai uscendo da Ortigia, ti ritrovi la sua facciata più stretta esattamente di fronte, forse giusto un pelo sulla sinistra, appena superi la curva dei calafatari. È verde pastello (ma io coi colori non ci prendo moltissimo, tra verde, azzurro e un certo tipo di blu faccio confusione e alla fine dico verde solo perché mi butto. A casa chiedo sempre dov’è finita la mia camicia verde? E puntualmente mi si risponde che non possiedo camicie verdi, mica sono leghista, quindi forse voglio sapere dov’è la mia camicia azzurra, solo che io, pur sapendo di non avere mai comprato camicie verdi in vita mia, d’istinto, appena ne smarrisco una in quella catena di lavaggio, asciugatura, stiratura e armadiatura che nelle famiglie a volte si protrae per settimane, le penso tutte verdi, ognuna di un verde diverso, però comunque verdi), ha un sacco di finestre e non ha i balconi. Non ho mai capito cos’è, ma secondo me non ci abita nessuno e credo che in qualche modo c’entri la Telecom, o l’Enel, non lo so e non lo voglio sapere (tra un rigo lo spiego). Attira la mia curiosità da sempre, penso da quando ero bambino, solo che non sapevo perché, e forse solo oggi, che ho deciso di scriverne, lo capisco un po’ meglio (anche con la curiosità intrattengo un rapporto un po’ morboso: se di una cosa, di un argomento o di o una persona sono curioso, cerco di saperne il meno possibile e il più a lungo possibile, perché la sensazione di volere sapere mi eccita tantissimo e vorrei che quello stato di eccitazione riguardo quella cosa, quell’argomento o quella persona durasse in eterno).

Comunque il palazzo verdino del viale Montedoro è sul trascurato, di una modernità classica e di una imponenza forse un po’ fuori contesto per il luogo in cui si trova.

In realtà è tutto il primo tratto di viale Montedoro a sembrare un pezzo di grande città impiantato dentro a un paesello. E a me questa cosa mi commuove.

Viale Montedoro è la prima strada fuori dal centro storico che ti ritrovi a percorrere dopo il ponte nuovo. Non lo so a che anni risale, immagino che sia l’inizio dei cinquanta, però io identifico la parte iniziale di quest’arteria e l’architettura dei suoi edifici (forse ci metto pure l’alveare, che dev’essere arrivato un po’ dopo, ma non ne sono sicuro) con l’unico breve periodo di fiducia nel domani che questa città deve avere conosciuto. Se riesci ad autoformattarti per qualche secondo, a fare finta che dopo viale Montedoro e prima di viale Montedoro non ci sia niente, anzi a fare finta che proprio non sai dove ti trovi, sei stranger in a strangeland, ti sei perso e sei finito in quella strada, con il circolo del ribellino e i marinaretti a destra, e questo palazzo della telecom o dell’enel a sinistra, potresti benissimo credere di essere in una strada qualunque di un quartiere romano o torinese, di quelli a linee rette e a geometrie razionali. Sui marciapiedi ci sono perfino alberi. Cioè alberi di quelli grandi (non so che alberi, però non il solito oleandro tisico, ma alti e con le foglie larghe e a punta, tipo quelle dell’acero. Gabriele dice che sono platani, e lui queste cose le sa). Ed è questo a commuovermi. Cioè, non i platani (anche): la bontà dell’inizio.

Nel dopoguerra dev’esserci stato un momento in cui a fare le cose bene ci avevamo provato. Quel palazzo, messo giusto lì, era come un messaggio esplicito: qua siete in viale Montedoro, siete appena usciti dalla città vecchia e state entrando nella nuova, e come potete ben vedere, sulla vostra destra ci sono ancora i maestri d’ascia dei calafatari, mestiere antico, tradizionale, caratteristico delle città di mare come la nostra, ma adesso avete varcato il confine, vi siete lasciati l’isola e il passato alle spalle e avete messo piede sulla terraferma, e questa è la Siracusa nuova, quella che facciamo nascere adesso, quella che ricomincia da qua e vuole ricominciare bene, fare le cose per come vanno fatte, costruendosi strade e palazzi per i tempi che verranno, con le automobili, gli appartamenti e le centrali telefoniche, tutto riparte da qui, da zero, con le ambizioni che meritano la città e i suoi abitanti.

Ci avete fatto caso a come è improvvisamente larga questa strada? Vi siete accorti di come è stretta, in confronto, la curva dei calafatari, che sembra la chicane di un circuito? Non la provate una sensazione di sollievo, come di sbucare fuori dall’angustia? Non la sentite una voglia pazza di accelerare, ora che questo Viale Montedoro vi si para davanti, vasto e dritto come se pretendesse di essere percorso a tutta velocità?  E vi sembra un caso tutto questo?

Il viale Montedoro era l’inizio, e il tempo in cui lo si è costruito deve per forza essere stato un tempo di fiducia e di ottimismo, un tempo precedente alle disillusioni, al disfattismo, alla rassegnazione. Sì, c’è un po’ di scimmiottamento, quelle facciate senza balconi sono copiate dal norditalia (io ho studiato a nord, e mi sembravano scimuniti a non avere balconi – a Pisa ce ne sono pochissimi-, non tanto perché nelle case è molto utile avere uno spazio esterno – magari per stenderci ad asciugare le camicie verdi che poi uno non trova – quanto piuttosto perché poi quando piove e sei per strada me lo dici sotto cosa ti ripari?) e testimoniano una forma di emulazione maldestra. Però si vede anche la tensione verso qualcosa di migliore, un desiderio potente di diventare diversi da come eravamo, cambiare, uscire da quello stato di minorità che era da imputare a noi stessi. Voglio spingermi oltre e dire un’enormità. Se uno che non è mai stato a Siracusa nella sua visita si  limitasse a Ortigia e poi ne uscisse da viale Montedoro, senza vedere niente di tutto quanto il resto, potrebbe perfino ripartirne convinto che la città abbia avuto un suo piano regolatore.

Quando ancora non avevo questa odiosa pubalgia e potevo correre, per lo stretching finale mi fermavo al Talete. È per questo, e non perché sono un guardone, che so che di quel palazzo a essere illuminate sono sempre e solo le finestre dell’ultimo piano. Al primo e al secondo le tapparelle sono addirittura abbassate. All’ultimo invece dev’esserci andato ad abitare il genius loci. Forse vive lì, rinchiuso dentro degli anni cinquanta e non si è accorto di niente, ancora tutto preso come un bambino da gesti come telefonare in teleselezione da un apparecchio fisso che continuano a sembrargli ultramoderni e futuribili. Forse gli verrà voglia di uscire solo quando Siracusa vivrà un secondo periodo di ottimismo. Un periodo in cui oltre alla passione per conservare l’antico, sentiremo di nuovo entusiasmo per il futuro.

*Quanto esposto qui sopra è pura suggestione. Non mi sono documentato sull’anno di costruzione del palazzo e del viale Montedoro. Forse avrei dovuto, ma non l’ho fatto perché comunque, da qualche altra parte, ci sarà a Siracusa un punto, una strada, un incrocio, per cui valgono queste considerazioni. Se ho preso una grandissima cantonata, come è probabile, trasferite il tutto nella porzione giusta della città, e vedrete che il ragionamento filerà liscio. Se a qualcuno invece andasse di commentare con notizie filologicamente e storicamente corrette su quella zona, è tutto grasso che cola: questo blog ama che si colmino le sue lacune. Non chiede di meglio.

Io, Ciccio e le rane.

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Io ho un amico che si chiama Francesco. Ogni tanto, per farlo scattiare, lo chiamo Ciccio (che lui lo detesta), però con l’accento milanese, tipo quando Giovanni e Giacomo dicono Ciccio ad Aldo, cioè più o meno nello stesso senso in cui a Roma ci si rivolge con a coso a qualcuno di cui si ignora (o si finge di ignorare) il nome. Francesco è di qua. Ma sta a Milano da tanto tempo. Io, a parte la parentesi degli anni universitari e di quelli immediatamente post (i più pericolosi, quelli delle ambizioni stile da grande farò l’astronauta. Anzi no: farò la ballerina. Anzi nemmeno: farò l’astronauta però col tutù) sono sempre rimasto qua, a Siracusa.

Ora però devo fare un salto. Bianconi, quello dei Baustelle è un genio. È vero che si spara le pose da poeta maledetto, ma vabbe’: a uno che scrive canzoni così, i vezzi glieli perdoni anche, alla fine è una star, le carnevalate fanno parte del mestiere.

Sembrano tutti pezzi facili, quelli di Bianconi. La musica spesso ricorda gli anni sessanta, è quasi sempre tutto molto canticchiabile, ti entra in testa dopo due minuti. Poi ti accorgi che l’arrangiamento è molto sofisticato (e te ne accorgi perché mi sa che Bianconi ci tiene a che tu te ne accorga, visto che in quasi ogni canzone – o nel finale o nel preludio- ti fa vedere lo scheletro di quello che stai ascoltando. In tutti i dischi  – i dischi? ma quanti anni ho? – c’è un punto in cui separa i canali del mixer a uno a uno: prima solo batteria, poi batteria + basso, poi batteria+ basso+ tastiere, batteria+ basso+ tastiere+ effetti elettronici, alla fine ci aggiunge la chitarra, i violini, e gli avanzi della sera prima, però ricucinati meglio, insomma ti accorgi di quanti strati diversi – tutti molto curati – è fatta la canzone che stai ascoltando). Ma la magia vera sono le parole.

A Bianconi riesce di fare quella cosa che tutti i siciliani bravi provano sempre a fare senza mai riuscirci, tipo Battiato e Carmen Consoli. Appiccicare parole “alte” su una melodia semplice. Battiato parte per la tangente e procede lungo la deriva del delirio filosofico. Dice cose che (quando le capisci e se le capisci) pensi: ma che c’entra, Franco, non era una canzonetta questa? Io lo reggo solo a mezze porzioni, mi butta pesante. Carmen Consoli ha il complesso linguistico dei siciliani. Non so, sarà perché non fanno che dirci che parliamo male l’italiano, che siamo sempre ibridati dal dialetto, e allora lei per fare vedere che ha fatto le scuole alte ipercorregge tutti i testi e li scrive con una lingua molto ricercata. Troppo ricercata. È costantemente a caccia del termine desueto o di quello inconsueto, della frase barocca, alla Bufalino, con duecento sinonimi (ultimamente meno, è vero, però non smette, non ce la fa). Poi, per pareggiare i conti, quando la intervistano parla in catanese stretto (lo fa almeno una volta a intervista), così sembra una che non ci crede, che non si prende sul serio (ma che non ci credi, Carmen, lo devi fare vedere nelle canzoni. Dopo, nelle interviste, non vale più).

Bianconi invece è un toscano miracoloso. Il miracolo è che usa per le canzoni una lingua media (del resto il toscano è da sempre la nostra lingua media). E siccome riesce a usarla per evocare immagini potenti e riflessioni profonde, ti ritrovi col gomito fuori dal finestrino, a canticchiare la verità assoluta come se fosse il jingle delle palline zigulì. Per esempio questa canzone, che da quando è uscita, ho deciso che è la canzone mia e di Ciccio. Nella canzone, Ciccio è il narratore (Bianconi) e io sono quell’altro. In mezzo a noi ci sono Milano e Siracusa, la città e la provincia, gli anni ottanta e gli anni zero, l’ambizione e la frustrazione, chi siamo e chi vogliamo essere, Alice e di là dallo specchio, la materia e il buco nero,  lo ying e lo yang, e tutto in quattro minuti,  in una storia normale, di quelle che ne senti sei milioni in un giorno e neanche ti giri ad ascoltarle. Bianconi, invece, c’ha queste lenti speciali, che quando vede due tizi dentro a un bar di Montepulciano, si rende conto di cosa c’è dietro e te lo racconta così, con la leggerezza di quella lingua, che è la lingua giusta sia per i romanzi che per le canzoni. Perché poi questa canzone è già un romanzo. Un romanzo dove non ci sono giudizi di valore, se non quelli che gli vuoi dare tu. E se non è un miracolo questo, allora non lo so.

Perché un altro dono di Bianconi è che ti lascia sempre un secondo in sospeso. Arriva puntuale in ogni canzone un momento di pausa del testo, in cui lui ti abbandona a te stesso e ti dice adesso sbrigatela da solo. Frazioni di secondo in cui ti costringe a inserire in quel micro silenzio il tuo, di contenuto, e in quel momento la sua canzone diventa la tua canzone. È doloroso, ma è l’unico modo che ha per farti questo regalo. Uno dei pezzi in cui è più evidente è L’aeroplano (lo metto qua sotto). Non la canta Bianconi. Nell’aeroplano, canta quell’altra dei Baustelle (Rachele?). Insomma, a un certo punto (minuto 1:11, ma è nel ritornello, quindi si ripete qua e là) succede questa cosa meravigliosa, cioè che lei, con la voce, ti porta in alto, altissimo, ti fa proprio volare: sfreccia in cielo l’aeroplano (com’è semplice questa frase, sembra quella di un bambino che sta giocando con un aquilone) Io ti amo (e qua tu sei completamente cotto, andato, lei, chiunque sia la tua lei, ti si sta dichiarando mentre siete in alta quota: un’estasi fra le nuvole) e dopo mezzo secondo, invece, ti schianta a terra senza paracadute, spiaccicandoti tipo frittata, come non ti aspettavi potesse mai accadere: e non ti penso mai. Ho capito bene? Mi ami e non mi pensi mai? Ma come? Ma che sei pazza?

Che poi, dopo, lei te lo spiega perché non ti pensa mai. Ma ormai è troppo tardi, perché la sorpresa ti ha costretto a pensarci, a farti la domanda. È innamorata di te, ma ti ha fatto lo scherzetto e t’ha sabotato il paracadute. Spiazzandoti, ti ha conquistato. E senza neanche un parolone.

Essere cornuti a Siracusa

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Qua dire a uno che è un cornuto può risultare pure un gran complimento. Spesso lo diciamo a un nostro caro amico, come per premiarlo di un comportamento spavaldo: a sì ‘n cunnutu, sì. E quello sorride contento. A volte ce lo diciamo da soli, come per darci una pacca sulla spalla: a sugnu ‘n cunnutu, sugnu. A volte lo indirizziamo addirittura ai nostri figli più piccoli, o ai nipotini, a mo’ di vezzeggiativo: è ‘n cunnutellu. Praticamente è sinonimo di essere sperto, cioè furbo, scaltro. In traduzione che significa sperto? Direi che più o meno sta a indicare uno che all’occorrenza è capace di comportamenti riprovevoli, volti di solito a tutelare o promuovere il proprio interesse. Identifichiamo in questo una qualità, che speriamo di riscontrare nella nostra prole sin dalla più tenera infanzia. È auspicabile che il bambino dimostri il prima possibile la propensione a saltare certi passaggi, a cavare il meglio dalla situazione, e soprattutto a farlo subito, alla svelta, intuendo prima degli altri quod facendum est. Molto meglio un figlio sperto che un figlio babbo, non c’è dubbio. Chi lo vorrebbe un bambino che si attiene scrupolosamente alle regole che cerchiamo di impartirgli con l’educazione? Preferiamo di gran lunga averne uno che sappia stupirci per la sua capacità di aggirarle con un’idea di brillante. Una dote da premiare col plauso, ma da mascherare di riprovazione mediante il mistificatorio utilizzo della parola cunnutello. L’ossequio verso la regola è sinonimo di scarsa elasticità mentale. La capacità di procurarsi un vantaggio lo è di intelligenza brillante. Lo stesso vale per te stesso, quando ti autodefinisci un cornuto. In pratica stai anticipando il giudizio altrui su ciò che hai appena fatto (cioè un’azione che non avresti dovuto compiere) e che dunque provocherà in chi vi ha assistito il desiderio di darti del cornuto. E te ne compiaci. Perché conosci (o pensi di conoscere) anche la psicologia di chi ti insulta. Sei cioè convinto che nel  cornuto che ti arriva da chi ti ha visto parcheggiare in tripla fila, ci sia anche una malcelata ammirazione. Avrebbe voluto farlo lui, ma tu sei stato più svelto e l’hai fregato: sei stato più cornuto di lui. E questo l’ha indispettito. L’insulto riusciamo a interpretarlo come una specie di arma spuntata, utilizzata solo da chi ha la sfortuna di non potere fare quello che facciamo noi. Di non poter essere come noi. Non una vera offesa, dunque, quanto piuttosto il marchio dell’invidia più autentica, che bolla come nostro inferiore chi ce la rivolge.

Non so in quante altre città esista questa abitudine di volgere in positivo l’ingiuria, ma qua di sicuro siamo dei virtuosi. In pratica ci sentiamo così in alto, così perfetti, da poterci permettere ogni bassezza senza che questa intacchi il nostro status di privilegiati. Semidei, le cui azioni sono sempre al di là del bene e del male. L’autoironia non c’entra nulla. L’autoindulgenza sì. Ci trattiamo coi guanti gialli. Ci diamo carta bianca su tutto. Ci consideriamo eccezioni alla regola viventi. Noi possiamo quello che gli altri non possono. E se deroghiamo dalla norma, per noi, al massimo c’è un affettuoso buffetto sulla guancia. Lo stesso che diamo a nostro figlio quando ci fa pavoneggiare per una delle sue marachelle da cunnutello. Un rimprovero appena simulato, alla cui radice c’è invece una forte approvazione per quanto si è appena compiuto.

Utilizzare un insulto per esprimere ammirazione è una tecnica molto sofisticata. Rientra in quella prassi linguistica che qua si definisce trasi e nesci.

Dire qualcosa c’o trasi e nesci significa essere capaci di utilizzare un linguaggio ambivalente: qualcosa che possa essere interpretata in un modo, ma all’occorrenza – cioè se la situazione dovesse ribaltarsi – anche nel suo opposto. Definire tuo figlio ‘n cunnutello ti consente di  rimarcare negativamente, in pubblico, la sua spittizza, ma contemporaneamente di autoassolverti come genitore: non è colpa tua se ha fregato la merendina del compagno di asilo, anzi, tu non approvi per niente, gli dai pure del cunnutello. Ci provi a insegnargli l’educazione, ma u picciriddu è troppu spettu. Nel crescere i nostri bambini, siamo mossi da un doppio intento pedagogico, che poi è la vera eziologia del nostro essere socialmente e politicamente schizofrenici. Gli inculchiamo le regole di casa e quelle della buona educazione, e nello stesso tempo gli suggeriamo che trasgredirle nel modo giusto è una gran qualità. Per farlo, li svezziamo con una pappa lessicale speziatissima, a base di trasi e nesci. Ed ecco che senza neanche accorgercene lo catapultiamo nel mondo ambiguo che dovrà abitare. Di fatto costruendolo, questo mondo ambiguo

Traslare tutto questo a un livello più alto è quasi automatico. Chi vorrebbe essere rappresentato o governato da un figlio babbo? Nessuno. Preferiamo tutti che a farlo sia uno sperto. Poi, quando ci raccontano delle sue spittizze, gli diamo del cornuto. Ma giusto davanti alla maestra, per salvare le apparenze. Una volta tornati a casa, ce lo spupazziamo ammirati. E per premio gli regaliamo il nostro voto.