Feed RSS

Archivi del mese: febbraio 2012

Trasuti e sciuti (fenomenologia della pioggia a Siracusa)

Inserito il

Il siracusano della pioggia non se ne capacita. Una delle domande che più di frequente ci rivolgiamo tra noi durante una giornata di pioggia è: ma com’è possibile? Prevale questo misto di incredulità e di panico, una specie di cocktail tra paura e stupore. Lo stupore predomina nella fase iniziale, la paura subentra in un secondo momento. Non appena cadono le prime gocce la reazione istintiva non è prendere l’ombrello, ma domandarsi come sia potuto succedere (Ma che fa, piove? Cose da pazzi. Talé ri acqua ca sta carennu. Ma lo stai vedendo che cosa c’è fuori? Sì, lo sto vedendo che cosa c’è fuori: è un fenomeno naturale piuttosto comune all’interno della troposfera, si chiama precipitazione, è dovuto alle nubi, ed è frequente nella stagione autunnale, in quella invernale e anche in certe porzioni di quella estiva. L’esposizione al fenomeno può risultare fastidiosa – ci si bagna -, tuttavia non è letale – non si muore. Grazie alle precipitazioni, inoltre, si scongiurano cataclismi quali la siccità, il prosciugarsi dei fiumi, la diminuzione delle maree e la morte per freddo dell’universo. Un tempo si temevano i tuoni e si attribuivano i fulmini alle ire di un Dio pagano vendicativo, oggi si rivolgono improperi all’indirizzo del colonnello Giuliacci. La cosa potrà anche sorprendere, eppure non v’è ragione di ritenere che quella odierna sia la prima precipitazione cui la nostra cittadina assiste nell’arco della sua storia millenaria. Fonti storiche attendibili confermano che pioveva già prima del martirio di Santa Lucia, pioveva ai tempi dei greci e dei romani, e pioveva anche durante il paleozoico – lo si evince da graffitti rinvenuti nella rutta ei ciauli, che ritraggono due siracusani intenti a ripararsi con una pala di figurinie – e che dovevano essere siracusani lo si presume dalle espressioni basite. Nulla, inoltre, lascia prevedere che queste siano le ultime piogge cui assistiamo, e con buona probabilità continuerà a piovere anche tra qualche eone, quando il teatro comunale verrà riaperto e la Catania – Gela sarà completata). Subito dopo scatta la paura. Che ha come conseguenza paradossale l’esodo di massa. Per i siracusani, infatti, durante un temporale il luogo più sicuro non è affatto la casa. È la macchina. Interpretiamo la pioggia come una specie di terremoto: se piove, bisogna scappare. Cadono due gocce e noi saltiamo tutti a bordo (e non so perché, ma tutti in direzione di via Costanza Bruno) e corriamo a intasare il traffico. Se piove usciamo tutti, anche quelli che non ne avrebbero motivo. La paura ci catapulta fuori. Forse sarà che a casa ci sentiremmo soli e indifesi, e di affrontare uno contro uno il nostro terrore non ce la sentiamo. Così ci scegliamo un semaforo incasinato e ce ne stiamo tutti là, vicini vicini, dentro i nostri abitacoli, a farci una bella coda inutile di un’ora e un quarto, e a scambiarci con gli occhi sguardi di preoccupata solidarietà. A noi la pioggia fa questo effetto: ci trasforma in sfollati. A istigare questi atteggiamenti idrofobici ci sono i tg locali e la pubblica amministrazione. Perché ormai se le previsioni danno pioggia il mantra che viene diffuso è allerta meteo. Questa cosa dell’allerta meteo è una di quelle novità troppo furbe per non essere destinate a restare. Nei testi di geografia cui fanno appello gli amministratori della città e della provincia, infatti, la Sicilia viene raffigurata come un’isola triangolare protetta da un enorme telone di plastica di Accarpio (tipo quello che si usa per riparare il bucato o la macchina) e le piogge sono dunque una cosa che non ci sfiora nemmeno, che riguarda solo lo sventurato e glaciale nord della nazione, quello dove la vegetazione dominante è la tundra, la nebbia acceca ogni abitante, l’inverno dura dodici mesi e la maglia di lana ci vuole pure ad Agosto. Qua, invece, che c’è il sole, il caldo, l’estate perenne, che bisogno c’è di praticare manutenzione ai tombini, sturare gli scoli, pulire gli argini dei torrenti, contenere le colline a rischio frana? La pioggia non arriva, non sappiamo manco che cos’è. A Siracusa notoriamente non piove mai. Quindi, se proprio dovesse succedere, sapete che si fa? Proclamiamo una bella allerta meteo e chiudiamo le scuole. Così se per caso ti succede una disgrazia è colpa tua: unni vai cu tutta ‘st’acqua, nunn’u viri ca sta chiuvennu? Mia nonna ha otto figli e quindici nipoti, e se in città comincia a piovere lei telefona a tutti noi per sincerarsi che siamo al sicuro. Per lei la pioggia non è fatta di acqua, ma è acida e radioattiva, basta una sola una goccia e ti disintegri, quindi se piove non ti devi muovere. Non devi andare a lavorare, non devi andare a scuola, e se per caso hai un rifugio antiatomico ti ci devi andare a infilare subito dentro. Se le obietti una cosa tipo io però se non vado in ufficio mi licenziano, lei ti guarda come per dire: vabbe’, ma allora se te la vai a cercare che vuoi? Ecco, la pubblica amministrazione di questa città, di questa provincia, di questa regione è come mia nonna. Il problema lo risolve immobilizzandoci. Ogni volta che piove, fa finta che sia una novità, una situazione imprevista e imprevedibile, e anziché prendere provvedimenti ed evitare che la città si tramuti in una vasca da bagno col tappo otturato, ti dice che c’è l’allerta meteo ed è meglio se ti trovi una palafitta e ti ci arrampichi sopra fino a quando non scampa. Per il Villaggio Miano il comune ha trovato una soluzione a costo zero. In caso di pioggia, i residenti si devono mettere a pregare (o a bestemmiare) tutti insieme fino a quando non scendono prima Noè e poi Gesù Cristo in persona. A quel punto, l’assessorato li assume come docenti e gli affida un corso di formazione. I villaggesi imparano a camminare sulle acque, fabbricare arche, dividere le maree e la vita riprende serena come quando c’è il sole. Del resto il quartiere è già a vocazione didattica: ci si possono accompagnare le scolaresche in viaggio d’istruzione e fargli vedere dal vivo come funziona un sistema fluviale di emissari e di affluenti, sempre a patto che si trovi un autista abbastanza esperto da riuscire a superare le rapide e portarle a destinazione.

La città è in piccolo lo specchio del paese. Ecco, appunto, in piccolo. Quindi se a Roma si è insediato un governo tecnico, a palazzo Vermexio basterebbe un consiglio comunale artigiano. Un’amministrazione locale di idraulici, stagnini e manutentori. Se proprio non riusciamo a ottenerla, scateniamo una rivoluzione dal basso: mettiamoci un impermeabile e comportiamoci come se la pioggia fosse la cosa normale che è.

Sarò breve. Forse, un giorno.

Inserito il

'Take this report and reduce it to an acronym.'

Se ti piace Twitter, e Facebook un poco lo schifì, in questo momento sei considerato intelligente.

Secondo Jovanotti sei anche virile, perché sostiene che twitter è per i maschi e facebook per le femmine (qui minuto 34 e seguenti), che è una cosa tipo quella che la  classe A è per le femmine e la Golf è per i maschi.

Un tweet, l’unità di misura del twittare, corrisponde a centoquaranta caratteri  (quaranta in meno dell’obsoleto sms),  link e indirizzi compresi.

Nelle interviste alle celebrità ormai c’è sempre la domanda sull’uso che si fa della rete, e di solito è una scusa per parlare della loro presenza sui social network.

Parlare del rapporto che una celebrità ha con la rete è una cosa bizzarra, eppure nessuno di noi, lettori e spettatori di interviste alle celebrità, la percepisce come tale. Se qualcuno chiedesse alla Bellucci o a Favino “Che rapporto hai con la lavatrice?”, probabilmente si sentirebbe rispondere che ci lava le robbe, e noi attaccheremmo subito a sbadigliare.

Però se gli chiedono che uso fai di internet drizziamo le orecchie e alziamo il volume.

La Bignardi, quando fa questa domanda (e nel suo programma la fa sempre, qui al minuto 24:55), in pratica vuole sapere se l’intervistato guarda i porno. E, anche qua, la domanda è strano che ci appassioni, perché su internet il porno lo guardano tutti. È come se alla domanda sulla lavatrice di prima, ne seguisse subito un’altra, più maliziosa: Dicci la verità però, dai: tu nella lavatrice ci lavi anche le mutande, vero?

La Bignardi in realtà, quando fa la domanda successiva, che è quella sul social network, lancia una specie di sottotesto:  istituisce una specie di equivalenza tra siti porno e siti di social network. E forse c’ha ragione, perché il social network una sua componente voyeuristica ce l’ha per forza .

Twitter ce l’ha un po’ meno di Facebook, e magari è per questo che le celebrità dalla faccia pulita, tipo Jovanotti, si affannano subito a dire che tra i due preferiscono il primo.

Quando però gli viene chiesto perché, la risposta è sempre: sono molto affascinato da questa sfida della brevità. I centoquaranta caratteri, insomma.

Che se ci pensi è è vero: dire qualcosa in centoquaranta caratteri (che sono una frase compresa tra le venticinque e le trenta parole) può essere tanto difficile quanto esaltante. Quando riesci a condensare un pensiero in quel formato, praticamente hai creato o una battuta o un aforisma. Una di quelle frasi che finiscono su Spinoza, e che poi verranno citate fra gli ipse dixit, o messe come esergo di un libro, o forse anche tatuate sull’avambraccio di un calciatore innamorato.

Quindi, se riesci nell’operazione, la tua frase concisa rimbalzerà ovunque sotto forma di citazione, che è il senso e lo scopo per cui su twitter esiste il tasto “re-tweet”. Ok. Ma l’operazione riesce? Raramente. E soprattutto: alle celebrità riesce? Quasi mai.

Quei centoquaranta caratteri sono spesso infarciti di abbreviazioni, parole tronche, acronimi e sigle: in pratica sono duecentottanta caratteri zippati in centoquaranta. E ancora più spesso sono pensieri interrotti, descrizioni abbozzate. Sono dei moncherini. Talvolta, la loro menomazione è fonte di fascino, e quel moncherino è molto evocativo, si avvicina pure un po’ alla poesia. Di norma però è soltanto un handicap, uno spezzatino, una strada senza sbocco. E non è che sia colpa loro. Non è che le celebrità siano particolarmente incapaci di rispettare il formato. Anzi, è gente molto dotata: i cantanti, i giornalisti, gli scrittori sono talentuosi nell’arte della sintesi e ci sono pure abituati, è il mestiere che fanno che li allena così bene. È proprio il mito della brevità, della concisione, che è un abbaglio. Perché? Perché ci sono discorsi destinati a risolversi in ventuno caratteri, tipo:

– Hai comprato il pane?

– Sì

e altri che pretendono un trattato in tre tomi di duemila pagine l’uno e ancora non si esauriscono:

– È possibile generare la vita a partire da un’accelerazione di particelle sub atomiche?

– […]

Esistendo questi due (almeno due) ordini di grandezza dei discorsi, pensare che esista un formato che possa andare bene per tutti è un po’ una scemenza. Allora twitter andrà bene per dire certe cose, e malissimo per dirne altre.

L’obiezione a questo ragionamento è: i grandi scrittori sono sempre capaci di essere brevi e allo stesso tempo dire tutto. E qua di solito il primo che si cita è Raymond Carver (Jovanotti, in questa intervista dalla Bignardi, a proposito della brevità cita subito Ungaretti, che però oltre a essere breve era anche ermetico, quindi forse sarebbe meglio lasciarlo fuori). Ammesso che sia così (e non lo è affatto, a meno che non si ritenga che Carver, scrittore di racconti da venti pagine sia un grande scrittore, e Tolstoj, scrittore di romanzi da mille e più sia uno scribacchino), siamo proprio sicuri che Jovanotti o Fiorello siano grandi scrittori? Può anche darsi, però insomma, attribuirsi da soli in un’intervista questo enorme talento narrativo (Sono affascinato dalla sfida della brevità…) non è presuntuoso?

Twitter, ammantato dal fascino della brevità, viene presentato e si autopresenta come il social network delle persone intelligenti. Ma l’equazione breve = intelligente è un falso mito. Ciò che c’è da sconfiggere nell’essere “lunghi” è la ripetizione. Un concetto, o un’immagine, è sufficiente esporli una volta, bene, in modo che colpiscano, ma soltanto una, e non tanto per ragioni estetiche, ma perché  restano molto più impressi che se li si ripetesse duemila volte in ogni paragrafo. Gli scrittori capaci di grandi condensazioni, che spesso vengono citati dai fanatici dei centoquaranta caratteri, sono quelli aforismatici: Oscar Wilde, Nietzsche. Ecco, quella è una brevità del tutto falsa, apparente. Nietzsche ha scritto libri interi sotto forma di aforisma. Ma appunto ha scritto libri di aforismi, mica ha scritto un aforisma e basta. Prendeva un argomento e lo esponeva in forma di frasi brevi. Non una frase breve, ma molte frasi brevi concatenate che alla fine formavano un trattato.

La brevità autentica esiste, certo che esiste. È quella rara capacità di sapersi scegliere un singolo pensiero e riuscire a dipanarlo in poche frasi efficaci. Roberto Alajmo ha un blog magnifico, in cui dice cose molto precise, lucide, a volte commoventi o divertenti, brillanti sempre, in poche righe al massimo. Ma quella brevità non dipende affatto dal numero di caratteri che impiega. Quella è una brevità che dipende da un’ arte (o artigianato – per me è uguale) che è metà talento e metà sapienza e che consiste nel recintare il proprio pensiero costruendogli attorno una staccionata che ne impedisca il dilagare, il perdersi, lo smarrirsi. Alajmo prende un gessetto e traccia dei confini molto precisi. Si ritaglia una stanzetta di pochi metri quadrati e poi la pulisce fino a quando non brilla: dice solo quello che di questa cosa, di questa vicenda, di questo film, di questa persona, si può dire, senza divagare nemmeno di una virgola, andando da qua a là per la strada più breve, e senza mai saltare lo steccato che ha alzato prima di mettersi a scrivere quell’articolo.

 La brevità di Twitter è falsa perché è ricavata da un modello unico. In pratica, se uno volesse concedersi una sottigliezza, non è brevità: è solo velocità. Sui centoquaranta caratteri ci si sfreccia, ma ci si uniforma. È quel tipo di velocità che hanno i mobili Ikea: li monti in un attimo (minchiate, ma vabbe’, facciamo finta), si adattano a tutte le case, solo che poi tutte le case sono uguali. Twitter possiede una brevità apparente, basata su un modello di brevità, i centoquaranta caratteri, che in realtà è molto più prossimo alla ripetizione di quanto non lo sia la lunghezza. La ripetizione è dietro l’angolo perché i centoquaranta caratteri lasciano spesso alle celebrità una specie di fame residua, un languorino. Twittano qualcosa e un’ora dopo ne twittano un’altra. Dopo dieci minuti arriva un nuovo tweet. In un giorno, ne sparano tantissimi. Il tweet è breve “per legge”, e di conseguenza – fatta la legge trovato l’inganno – è molto seriale. È la stessa brevità che può avere Beautiful. Quanto dura una puntata di Beautiful? Venti minuti, sigla compresa. Però c’è una puntata ogni giorno da trent’anni. E Beautiful si ripete, a voglia se si ripete.

Twitter infatti è lo strumento perfetto per le celebrità che si manifestano ai propri follower, come se fossero eternamente sul palco, anche quando sono a casa sul divano (follower, appunto: una volta si diceva fan, cioè “fanatico” ora si dice follower, cioè “seguace”, che da un lato è meno patologico di fan, ma dall’altro ha un che di settario che forse è pure peggio) proprio perché è seriale: è come un reality show. Un romanzo lungo, che spesso racconta una vita intera, quando è buono, è molto più sintetico di un reality show. Il romanzo lungo, per riuscire, deve tagliare tutto ciò che c’è di superfluo nelle vite dei personaggi che racconta: tagliare e dire solo ciò che è saliente, funzionale alla storia. Il reality si prende venti minuti al giorno per raccontare tutto di quelle vite, dettagli inutili compresi, anzi in particolar modo il superfluo, tutto ciò che in un buon romanzo verrebbe scartato, limato via, asciugato perché irrilevante. I tweet dei famosi dei famosi sono quasi uguali a un reality.

Come mai tante righe su questo argomento? Ovviamente per difendere i post lunghissimi di questo blog inutilmente prolisso, frutto dell’incapacità di sintesi del loro autore, che in effetti non sa usare twitter, preferisce facebook, e potendosi permettere una macchina, comprerebbe una Classe A.