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Buttatemi giù dalla torre di babele (ovvero: del sottotitolo)

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Django Unchained (con le battute di Schultz, ennesimo capolavoro misconosciuto degli adattatori italiani cui, anziché beatificarli subito, si dà addosso per fare la figura dei cosmopoliti), Lincoln (col suo sforzo immane di restituire il sapido inglese old fashioned del Presidente anche alla maggioranza di noi, che non avrebbe i mezzi per coglierlo) unitamente alL’articolo comparso ieri su La Repubblica, hanno rinfocolato lo zelo dei crociati che si battono per i film in lingua originale.

Forti di questa lusinghiera notizia secondo cui il loro numero è in costante aumento, sentono imminente la vittoria, e sui blog e i social network si scatena la caccia grossa a quei pochi panda che ancora osano affermare di preferire il film doppiato.

Scrivo queste righe con un bracconiere alle calcagna, mentre sgranocchio germogli di bambù sul ramo più alto dell’albero.

Quella secondo cui i film è meglio guardarli doppiati in italiano che in lingua originale è da sempre una delle tesi più indifendibili presso la casta hipster,  imperante sia in rete che nei tavolini da bar.

Se te ne esci con questa frase, laddove un secondo prima ci si scialava in risate e pacche sulla spalla con citazioni in inglese da The Big Lebowski o Frankestein Jr cala un silenzio spettrale.

Ti guarderanno tutti storto e per un momento valuteranno se non sia il caso di revocarti quella nomina a pari del regno che ti ha consentito di essere lì, in quel momento, al cospetto di quella stessa setta poliglotta che te l’ha concessa.

Poi qualcuno sbloccherà la situazione con una risata, convinto al cento per cento che stai scherzando, perché una minchiata del genere la puoi dire solo per scherzo, e la tua ammissione a corte sarà salva.

Se però i dogmi della fighetteria non fanno per te, e questa cosa che i film vanno visti doppiati la pensi veramente, ti renderai presto conto che anche solo spiegare la tua posizione è ritenuto intollerabile. Di fatto, ti si impedirà perfino di parlare.

Se insisti, perché di sicuro un po’ invasato ci sei, gli amici più fidati cercheranno subito di sconsigliarti: attento, che fai, lascia perdere, dai, ma sei pazzo? Quindi rinuncerai. Ma poi ti ricorderai che c’hai un blog e correrai a rovinarti con le tue stesse mani.

Premesso allora che qua lo sappiamo tutti che con l’inglese, col francese e al limite col tedesco o lo spagnolo siamo tutti bravi a fare gli smargiassi, e che la vanteria è un peccato mortale, proviamo a parlarne con cognizione di causa. E cominciamo con l’individuare quale sia la questione da dirimere.

A grandi linee (che adesso si procederà a sgrossare) sembra essere più o meno questa:

1. È meglio guardare i film in lingua originale o nella versione doppiata in italiano?

A cascata, discendono almeno altri due interrogativi diretti, ciascuno con le sue sotto-domande:

1.1 Se è meglio guardare i film in lingua originale, è meglio guardarli:

1.1.1 Con i sottotitoli

1.1.2 Senza i sottotitoli

1.2 Se è meglio guardarli con i sottotitoli, è meglio guardarli:

1.2.1 Con i sottotitoli in italiano

1.2.2 Con i sottotitoli nella lingua originale del film

Per giungere a una qualsivoglia risposta, è necessario definire preliminarmente il termine chiave intorno a cui vengono formulate le domande di cui sopra.

Si tratta dell’avverbio di modo meglio, comparativo di bene.

Se utilizzo il termine meglio sto istituendo un paragone tra due diverse entità, siano esse concetti, astrazioni, persone o cose.

Definire una entità come migliore di un’altra comporta un giudizio basato su dei parametri, che naturalmente muteranno in base alle entità che si stanno valutando.

Che tipo di entità stiamo dunque valutando?

A prima vista sembra proprio che stiamo paragonando due entità di tipo particolare, cioè due azioni.

Guardare (verbo all’infinito=azione) un film in lingua originale

Vs

Guardare un film in versione italiana.

Ciò è vero solo in forma assai parziale, essendo in realtà l’azione sempre la medesima (guardare).

A mutare non è dunque l’azione, bensì l’oggetto di tale azione, cioè il film.

Anche questa è una approssimazione poco soddisfacente, poiché l’oggetto non solo è sempre un film, ma è addirittura lo stesso film.

A mutare  è in verità solo uno degli accidenti (nel senso di proprietà accidentali) dell’oggetto della nostra azione, e cioè la lingua.

A chiederci se sia meglio guardare un film in originale o guardarlo in versione italiana a cosa stiamo dunque attribuendo l’avverbio meglio?

Può venire in mente (e di sicuro a qualcuno sarà venuto in mente) che stiamo paragonando tra loro le lingue, e dunque staremmo scegliendo tra due diversi idiomi quale sia il migliore: l’italiano o quello in cui originariamente è stato concepito il film?

Questo sarebbe un interrogativo folle e insensato, e noi ci picchiamo di essere persone savie e sensate, dunque dobbiamo escludere nella maniera più categorica che l’oggetto del nostro paragone sia questo.

Viene allora da pensare che stiamo sì discutendo su quale sia la lingua migliore, ma non in assoluto, bensì solo riguardo quel film, oggetto della nostra visione.

E finalmente ci siamo arrivati.

Abbiamo adesso bisogno di un criterio (o magari più di uno) per stabilire se quel film sia migliore in lingua originale o in lingua italiana.

Credo di interpretare il parere di molti sostenitori della lingua originale affermando che il criterio principe in base al quale formulare questo giudizio sia più o meno questo:

Giammai bisogna modificare la lingua in cui il film è stato prima concepito e poi girato, poiché questo comporta una totale infedeltà all’opera.

Soffermiamoci a notare che, assecondando questo principio, ci si rifà a categorie eminentemente artistico-letterarie quali appunto

1)La fedeltà, e

2) L’opera (che qui si sottintende essere d’arte)

e non certo a categorie strumentali (quali ad esempio l’utilità). Teniamone conto perché ciò avrà una sua rilevanza più avanti.

Rifacendoci dunque al criterio della fedeltà all’opera e dandolo per buono (anzi per ottimo), sorge subito una difficoltà:

E se io quella lingua non la capisco?

Vediamo allora una serie di possibili risposte all’obiezione (pertinente):

Eh, cazzi tuoi: ti scegli un film di cui capisci la lingua

Metti i sottotitoli in italiano, stronzo

Fatto salvo che la prima risposta non elimina il problema, ma semplicemente lo ignora, resta la seconda. Che ci obbliga a parlare di cosa sia il sottotitolo.

Il sottotitolo è una stringa di testo che sintetizza il contenuto di quel dialogo, o di quella voce fuori campo, recitato/a in quella scena da una voce attoriale.

Per una serie di circostanze storico-economiche, il nostro pianeta viene dominato da una sparuta minoranza anglofona (se ragionassimo per quantità dovremmo tutti parlare cinese, o al massimo spagnolo). Ciò, allo stato presente delle cose, determina che qualunque filmin qualunque lingua sia esso stato originariamente concepito, venga sottotitolato in Italia (e in gran parte del resto del mondo) a partire dal sottotitolo inglese. Cosa significa? Questo: chi sottotitola l’edizione italiana di un film iraniano o swahili traduce in italiano il sottotitolo inglese, e non quello iraniano o swahili.

Tradurre un sottotitolo non è una cosa semplice, e ciò costringe a un’ulteriore digressione, fastidiosa ma utile.

Ultimamente gli utenti di internet creano in quello che si potrebbe definire tempo reale la versione sottotitolata dell’opera originale. Esce l’ultima puntata di Grey’s Staminchia e un’ora dopo la trovi già sottotitolata in italiano. Ecco. Da chi? Da un cane. No, non solo da un cane. Da una muta di cani. Che si dividono il lavoro. O peggio lo eseguono tramite i traduttori automatici (se qualcuno sostiene che un traduttore automatico possa degnamente tradurre qualcosa è dispensato dal proseguire nella lettura di questo post).

Dicevamo appunto che tradurre un sottotitolo è una cosa complessa, se appunto, non lo si fa da cani.

Per non farlo da cani si segue un metodo: si parte dal sottotitolo inglese, si utilizza una macchina (ormai più spesso un software) che calcola i tempi di lettura del sottotitolo “originale” (le virgolette servono a ricordare che se non si tratta di un film originariamente in inglese, il sottotitolo non sarà nient’affatto originale, ma inglese) e quello di arrivo, conta il numero di parole e la lunghezza di ciascuna di queste, e infine delibera una specie di Ok il sottotitolo è giusto.

Se sono ben riuscito a spiegare il processo, sarà stato semplice rendersi conto che non si tratta di una semplice traduzione, ma di un adattamento e, spesso, di un sunto delle battute pronunciate dagli attori.

In primis, si parte già da un falso: il sottotitolo inglese è, nel caso di un film non originariamente in inglese, una traduzione, un sunto e infine un adattamento, di un dialogo o di una frase espressa in un’altra lingua;

In secundis, anche nel caso di un film originariamente in inglese, si tratterà comunque un sunto e un adattamento (è la natura stessa del sottotitolo a esigere che lo sia).

Il derivante sottotitolo italiano è quindi in ogni caso il sunto e l’adattamento di un sunto e di un adattamento.

Se dunque il criterio in base al quale i sostenitori della lingua originale del film considerano il sottotitolo come il male minore, da preferirsi al doppiaggio, è quello della fedeltà all’originale, sappiano allora che la fedeltà del sottotitolo è quantomeno dubbia.

Tenterò tra poco di spiegare che è anche più dubbia della fedeltà del doppiaggio, e che questo, in termini di fedeltà all’originale, è da preferirsi.

Ma per ora soffermiamoci su questa acquisizione e chiariamola con un esempio.

La fedeltà che il sottotitolo ha nei confronti dell’originale è molto simile a quella che avevano nell’ottocento i romanzi tradotti dal russo.

Come in molti sapranno, nell’ottocento (ma anche nel novecento) la grande letteratura russa ci perveniva in forma mediata. I russi spesso studiavano in Francia. I francesi e i russi riuscivano per tanto a mediare tra le loro lingue. I romanzi russi arrivavano in italiano tradotti dal francese, non dal russo: ci arrivava la traduzione della traduzione francese dal russo. Il francese, del resto, era l’inglese dell’epoca: la lingua più diffusa al mondo come seconda lingua. Oggi, i sottotitoli italiani dei film ci arrivano mediati dall’inglese. Direi che come fedeltà siamo più o meno allo stesso livello, cioè più o meno quello di una Marina Ripa di Meana.

Mettiamo ora il caso indicato al punto 1.2.2, cioè quello in cui si conosca un po’ la lingua originale del film, quale che essa sia, e lo si visioni con i sottotitoli in lingua originale.

1. Se la conosco solo un po’: perché devo soffrire e sforzarmi tutto il tempo? (se avete risposto perché così imparo la lingua, scendete all’apposito paragrafo qui sotto).

2. Se invece la conosco bene: perché non togliere i sottotitoli ed evitare così di distrarsi, costringendosi a eseguire contemporaneamente la doppia operazione di leggere il testo e osservare la scena?

Vediamo ora in base a quale insensato delirio ho osato affermare che, in quanto a fedeltà, il doppiaggio è da preferirsi al sottotitolo.

1. Negli studi di doppiaggio, innanzitutto, si parte dall’originale: quale che sia la lingua di partenza, non è l’inglese a mediare. Se il film è danese si traduce dal danese.

2. Cosa ancora più importante è che a trascrivere il dialogo originale c’è una figura, il cosiddetto dialoghista adattatore. Questi è molto più di un traduttore: oltre che di tradurre, dovrà preoccuparsi di far coincidere la lunghezza delle battute, e dunque i tempi di pronuncia. Ma non solo: dovrà preoccuparsi, sotto la supervisione del direttore del doppiaggio, di rispettare l’intonazione della frase che viene pronunciata, valutando perfino quante palatali e quante labiali siano presenti nella frase originale e quante invece in quella italiana d’arrivo, e sforzandosi poi di farle coincidere, nel tentativo di non perdere nulla. Naturalmente è una chimera, poiché anche qui si tratta di un adattamento, ed è dunque inevitabile che qualcosa vada perso. Questa perdita è spesso però compensata poco dopo, o poco prima, nella scena precedente o in quella successiva, dove sovente si riesce a recuperare quanto si è smarrito: un espediente che vale anche per la traduzione dei libri. Ma non per quella dei sottotitoli, che essendo testi slegati – ognuno a se stante – mancano dell’organicità necessaria per poter giocare sul recupero.

Nel doppiaggio c’è dunque cura e attenzione per la dimensione uditiva del film, che costituisce l’unico sinestesismo ricercato in partenza da chi l’ha concepito e diretto. Cura e attenzione totalmente assenti nel sottotitolo, in cui la dimensione sinestetica viene ignorata, spingendo anzi lo spettatore a obliare quanto va ascoltando in sala e costringendolo piuttosto a raddoppiare la sua quota di attenzione visiva (essendo proiettati contemporaneamente sullo schermo tanto le immagini quanto le battute).

Eviterò di parlare di recitazione, perché non ne capisco niente. Mi limiterò a sfiorare l’argomento rilevando, da semplice spettatore, che in Italia a doppiare buoni attori ci sono di norma buoni attori (Giancarlo Giannini non lo definirei esattamente un cane).

Abbiamo quindi appena stabilito che la fedeltà all’originale non può essere criterio per preferire il sottotitolo e ci deve anzi far preferire il doppiaggio.

Veniamo al secondo, classico cavallo di battaglia dei fautori dell’originale:

a guardare i film in lingua originale si imparano le lingue.

Verità inoppugnabile, di cui però nulla ce ne può fottere in questa sede. Vediamo perché.

In base ad essa, staremmo infatti attribuendo un diverso significato al nostro avverbio meglio, stabilendo che la qualità che rende migliore guardare un film in originale è la sua capacità potenziale di insegnarci le lingue. Ciò, pur essendo un criterio valido, risponde a un uso utilitaristico della pellicola, per nulla aderente allo scopo artistico-ricreativo per cui viene di norma concepito un film (ve l’avevo detto di stare attenti sopra).

Il cinema non fu inventato da Rosetta Stone, bensì dai fratelli francesi August e Louis Lumiere, passati alla storia per aver donato al mondo la settima arte, non il settimo metodo De Agostini.

A riprova, è forse bene ricordare che il cinema era muto, e la questione della lingua originale non si poneva (e non si pose per moltissimo tempo). Con l’avvento del sonoro, osteggiato da molti, e che rivoluzionò totalmente l’arte, l’aspetto visuale continuò tuttavia a essere prevalente su quello uditivo, tanto che la direzione della pellicola viene ancora oggi affidata al regista, cioè a colui che stabilisce le inquadrature, mentre non si ha notizia di film diretti da ordinari di filologia moderna.

Dire che con i film in originale si imparano le lingue è una tremenda ovvietà che nulla a che vedere con la fruizione del cinema. Il cinema viene fatto per essere visto, mica per imparare l’inglese. Io stesso, che insegno italiano agli americani, considero il film uno strumento didattico eccezionale. Ma è un uso strumentale del film. Non l’uso per cui il film è concepito. Sostenere il contrario sarebbe come dire che la macchina serve per stendere i sedili recrinabili e fare sesso, e non per spostarsi da un posto all’altro. Allora se uno guarda un film per imparare la lingua fa benissimo a farlo, ma sono solo fatti suoi (e secondo me è anche bene che non lo dica al regista, che ci rimane male). Del resto un film lo si può pure usare come sottofondo per stirare le camice, o metterlo sotto alla gamba di un tavolo che traballa. Se invece si guarda il film per godersi il film, ed esistono strumenti che ne rendono possibile la fruizione senza inciampi e distrazioni (si noti, en passant, che parecchia psicologia considera la lettura come l’esatto opposto dell’osservare una immagine, e che dunque col sottotitolo si innesta una frizione cognitiva che sarebbe difficile non considerare un disturbo alla fruizione) perché non sfruttarli?

Spesso dall’osservazione che tramite i film in originale si imparano meglio le lingue, si fa discendere il seguente, pericoloso corollario:

infatti in Italia sono in pochi a parlare le lingue, e uno dei motivi, se non il principale, è che qui i film arrivano doppiati. 

La consequenzialità è logica solo in apparenza, ed è per questo particolarmente odiosa. Subdolamente, si prova a far valere un supposto criterio antropologico, ammantato di pseudo-scientificità, secondo cui i popoli che ricorrono al doppiaggio lo fanno perché spinti da alcuni lombrosiani difetti endemici: gli italiani sono pigri, i francesi sciovinisti, etc. Mentre i popoli che ricorrono al sottotitolaggio sarebbero attivi ed esteroflessi. Una minchiata col botto.

Inglesi e americani, che sottotitolano a più non posso, sono abbastanza pigri con le seconde lingue (e pigri è un eufemismo, se si guardano le percentuali di abilità degli studenti universitari), e per quanto siano le società più melting pot in assoluto, la percentuale di pellicole straniere che giunge in quei luoghi sarebbe stata imbarazzante perfino per il regime fascista in piena propaganda autarchica. Sarebbe inoltre assai agevole sostenere che, essendo il doppiaggio uno sforzo culturale notevole, la pigrizia dei popoli sottotitolanti consisterebbe proprio nel non doppiare. Quindi per favore. Spostare la questione al livello infimo di una sociologia alla c’erano un italiano, un inglese e un tedesco è meschino e avvilente. Specie per gli italiani, che nel doppiaggio eccellono, e per una volta non meritano di fare la figura dei peracottari.

Il piano su cui si può accettare il discorso è unicamente estetico.

Su questo piano, un film è fatto per essere visto e ascoltato, non letto. Non ci piove neanche una goccia.

Sul fatto che sia doppiando, sia sottotitolando si perda comunque qualcosa, e che decidere cosa perdere, preferendo l’uno o l’altro, sia questione arbitraria, è quanto si illustra nel seguente paragrafo.

Torniamo alla fedeltà. Parecchi scelgono di guardare un film in originale solo quando sono in grado di comprendere la lingua originale del film (e qui c’è già una pecca di coerenza. Ma è ovvio che ci sia visto che nessuno parla tutte le lingue, e dunque nessuno può sostenere che sia meglio in generale guardare i film in originale). Esempio:

parlo bene l’inglese, i film in inglese li guardo in originale.

Ottimo. È una scelta sottoscrivibile. Con alcuni emendamenti, perché sennò è da nazisti.

1. Esiste gente che non parla le lingue, quindi per favore, la versione doppiata facciamola comunque. Oppure chiudiamo tutti quelli che non hanno potuto permettersi un soggiorno all’estero, o avere la tata madrelingua, o studiare con un personal tutor per anni, in un cinema-lager dove promettiamo fraudolentamente di proiettare un film doppiato e poi invece apriamo le docce a gas.

2. Se non si è perfettamente bilingue, anche chi parla alla perfezione la lingua originale del film che visiona si perde qualcosa. Garantito al cento per cento. È impossibile che non vi perdiate niente. Qualcosa che vi sfuggirà, nel film, c’è comunque. E non come accade anche in italiano (“Aspe’, che ha detto, che non ho sentito?”), ma proprio in termini di comprensione linguistico-culturale: in ogni idioma c’è una quota di cripticità che rimane impenetrabile (lo sa ogni docente di lingua due) meno piccola di quanto presuntuosamente un buon parlante è di solito convinto che sia. Allora perché rinunciare al lavoro fatto da esperti, che hanno studiato la pellicola apposta affinché si possa non perdere nulla di quel film, neanche una virgola, neanche una parola?

Se pensate che a questa domanda sia sottesa la stessa pigrizia, tipicamente italica, per cui è sempre meglio se le mutande me le lava la mamma, non avete molto equilibrio. Si tratta infatti di due pigrizie totalmente diverse: lavare le mutande è operazione che si apprende a compiere in cinque minuti. Imparare lo slang americano dei neri o dei creoli di uno dei tanti sobborghi di New Orleans richiederebbe una serie di studi preliminari in loco, a metà tra l’antropologia e la filologia, che non sempre uno può permettersi prima di comprare il biglietto del cinema (che già costa caro di suo).

A questo punto i due argomenti-dogma con cui abitualmente si ha a che fare quando scoppiano le polemiche su questo tema, sono stati, anche se sommariamente, affrontati. Naturalmente, ognuno rimarrà della sua opinione. Ma, visto che ci siamo, tengo a compromettere definitivamente la mia già scarsa reputazione e dire, spostandomi un po’ di settore, altre due cose impopolari. Lo faccio con un duplice intento: quello di lavarmi lo stomaco, e quello, più importante, di confermare a chiunque avesse avuto la bontà di leggermi fino in fondo, che quelle esposte sopra sono nient’altro che opinioni personali, argomentate, ma pur sempre arbitrarie tanto quanto lo sono le vostre, e che l’unico scopo dello scritto era quello di rivendicare pieno diritto di cittadinanza nel consorzio degli esseri senzienti anche per coloro che, come me, sono a favore del doppiaggio.

Ho tradotto libri dall’inglese, e ancora lo faccio. Non sono malaccio. Ho conosciuto, nel settore, mostri di bravura, che ho invidiato fino a tingermi in viso di un verde Stabilo Boss. Posso affermare con fondate ragioni di essere a conoscenza di casi in cui la traduzione italiana è un capolavoro almeno tanto quanto lo è il testo originale. La versione di Barney, per dirne uno eclatante (tradotto in italiano da un eccezionale Matteo Codignola) ha perfino qualcosa in più rispetto all’originale di Richler. Una brillantezza diversa, a cui per buona parte si deve la fortuna particolare che il libro ha avuto in Italia.

La seconda cosa impopolare e fuori tema è questa: le serie tv americane fanno cacare. Quasi tutte. Sentire e leggere che le serie tv  americane sono ormai la vera unica forma d’arte cinematografica fa veniri i chianciri. È un altro dogma hipster a cui fa spacchioso aderire, e non lo confuto solo perché sono stanco. Californication è una cacata pazzesca tanto quanto lo fu per Ugo Fantozzi la Corazzata Potemkin. E ora, che  il gran lup man mi licenzi pure dalla sticchiuseria.

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  1. Ciao Aciribiceci. Innanzitutto ti faccio i miei complimenti. Da poco ho cominciato a leggere il tuo blog e mi sto seriamente appassionando 🙂 Penso che il post sulle scoregge di coppia rimarrà per sempre nel mio cuore.
    In questo post affronti un argomento che effettivamente viene spesso tirato in ballo.
    Sono fermamente convinta che molti si sentano intellettualmente troppo avanti quando guardano un film in lingua, anche se poi probabilmente non ci capiscono una mazza. Però si sentono dei gran fighi a sostenere quanto i film doppiati facciano cagare e quanto sia meglio guardare film in lingua originale. MEGLIO. Mi piace che tu ti sia soffermato proprio sulla concezione di MEGLIO e non tanto su quanto sia giusto guardare un film in lingua o meno.
    Personalmente mi piace, di alcuni film, vederne sia la versione doppiata (sicuramente più accessibile e comprensibile) sia la versione in lingua originale, che ti permette di cogliere degli aspetti e dei dettagli che spesso sfuggono; apprezzare, per dirne una, l’espressività di un attore, spesso associata automaticamente a quella del doppiatore. Ciò richiede esercizio e sforzo, è vero, ma spesso viene ripagato.
    Però una cosa vorrei aggiungere al quadro che hai tanto chiaramente espresso, e con uno stile personale che apprezzo molto 🙂
    Mi riferisco al fatto che spesso in Italia, purtroppo e per motivi abbastanza ovvi (chiamiamolo, per praticità, bigottismo), nella traduzione avviene una sorta di censura più o meno velata che intacca inevitabilmente il senso originale che il regista di turno voleva comunicare. Anche nelle cose più banali, anche una semplice omissione di una parolaccia, lo vedo come un insulto alla nostra intelligenza e all’integrità del film.
    Perciò concludo: guardare un film in lingua non sarà certo la soluzione a tutti i nostri problemi, ma penso che possa entrare a far parte dell’esperienza di fruizione individuale, non certo per spacchiarcela con la platea di amici e conoscenti, quanto per aggiungere più tasselli possibilialla comprensione del film 🙂

    Un saluto e ancora complimenti,
    Manu Di Nazareth

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  2. Il tuo articolo è spassoso e ben scritto, ma ci sono un paio di MA. In primo luogo i dialoghi in fase di doppiaggio sono spesso totalmente stravolti, soprattutto perché far coincidere la lunghezza delle battute e i tempi di pronuncia rende necessario un vero e proprio lavoro di “taglia e cuci” che non si trova nei sottotitoli (per quanto malfatti e frutto di traduzioni rimasticate). Inoltre in Italia è tuttora invalsa la pessima abitudine di riscrivere intere battute per adattarle al diverso contesto socio-culturale: il caso più eclatante è quello del film “Monty Python e il sacro Graal” che nella versione doppiata è letteralmente un ALTRO FILM, pieno zeppo di battute sceme non presenti nel film originale (), ma veri e propri disastri sono stati combinati anche in tempi recenti, ad esempio in “The Big Bang Theory” (). Inoltre non c’è quasi mai alcuna aderenza tra la voce del doppiatore e quella dell’attore: basta prendere una serie tv o un film qualsiasi per rendersi conto delle differenze abissali di timbro, tono e via discorrendo. Sembra quasi fatto apposta: laddove un attore ha la voce sottile e melliflua, nove volte su dieci la versione doppiata sarà baritonale e monocorde. È poi vero che i doppiatori italiani sono mediamente molto bravi, ma nessuno considera mai che sono sempre i soliti quattro gatti: Gandalf ha la stessa voce di Albus Silente, Frodo la stessa di Mark Zuckerberg in “The Social Network” ecc. ecc. Bisogna poi dire che leggere i sottotitoli non comporta chissà quali difficoltà (non è vero che leggere il testo rende farraginosa la fruizione del film, a meno che uno non abbia appena imparato a leggere) e che sentire uno parlare in slang, anche non riuscendo a capire tutto quel che dice, è sicuramente meglio che sentirlo parlare in un italiano teatrale o, ancor peggio, in qualche dialetto italiano buttato lì a caso (pensa agli amici di Homer Simpson che nella versione doppiata parlano in veneto o in siciliano… che senso ha?). E niente, come dici tu alla fine “ognuno rimarrà della sua opinione”, ma ci tenevo a rompere un po’ i cabbasisi. ;P

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  3. icittadiniprimaditutto
  4. Un’altro post interessante…ormai sono ammalato di aciribicecite cronica.

    Riguardo ai sottotitoli ho sempre nutrito una certa avversione. Ma per non aspettare tempi infiniti, o rischiare di non vedere mai tradotta la prossima stagione della serie che seguo (vedi il fantastico “My name is Earl”: la 4a stagione è stata doppiata dopo 2 anni!) mi sono adattato.
    Quindi, normalmente guardo al versione italiana, ma spesso sono tentato di vedere la puntata due ore dopo gli americani, e mi assuppo il sottotitolo.
    Ma a volte, per altri prodotti, i sottotitoli sono assolutamente indispensabili, anzi diventano l’unico modo possibile di fruire della trama, come ad esempio per gli anime giapponesi.
    Finchè son trasmessi da MTV o reti satellitari, la fedeltà è alta, e quindi nessuna obiezione al doppiaggio.
    Ma se c’è di mezzo Italia1, tanto vale mettere muto ed inventarsi le battute a piacere, secondo me riusciremmo a creare trame più cunchiurute di quelle inventate dallo staff Mediaset.
    Tanto per dire:
    “Slayers” (Assassini) lo traducono “Un incantesimo dischiuso tra i petali del tempo per Rina”. Intanto vorrei capire il senso italiano del titolo, da quando il tempo ha i petali, e quindi è un fiore?
    Oppure “One Piece” dove il protagonista si chiamerebbe “Monkey D. Rufy” ma è stato cambiato in “Rubber”. Qualcuno mi spieghi che senso ha cambiare un nome inglese in un altro nome inglese, almeno lo avessero chiamato “Fabio” avrei pensato che lo facevano per renderlo più familiare ai bambini. Inoltre la “D.” del nome è una parte chiave dell’intera trama, quindi adesso l’allegro staff Mediaset, dovrà sacrificare qualche dialogo originale per introdurre questo argomento…
    Infine “Yu-Gi-Oh!” che si è portato la minchia per tanto tempo all’ora di pranzo, con il suo ossessivo e fantasioso concetto di “cuore delle carte”, che se ci credi ti fa vincere, nella versione originale non esiste niente del genere, è un parte della trama inserita dal nulla, così tanto per sparare un pò di minchiate all’oscuro.

    Saluti
    bateau

    Rispondi
  5. “Giammai bisogna modificare la lingua in cui il film è stato prima concepito, e poi recitato, poiché questo comporta una totale INFEDELTà all’opera. Rifacciamoci dunque a questo criterio e diamolo per buono, anzi per ottimo”. Sei d’accordo anche a tu: la fedeltà all’opera è un valore da difendere. Ma all’obiezione “non capisco la lingua” parte la slavina: Metto i sottotitoli? Sono falsi come giuda, meglio il doppiaggio, che è falso, ma è un falso fatto meglio.
    Permettimi di notare che la fedeltà di cui parli tu sembra piuttosto indirizzata all’esperienza di spettatore o di fruitore di cinema.
    Secondo me, se si parla di fedeltà all’opera, doppiaggio e sottotitolo non sono neanche concorrenti, giocano in due leghe diverse, il primo in quella dei falsari e il secondo in quella, boh, dei sottotitoli.

    Partirò da un esempio: tra gli ultimi film che ho visto c’è “Frost contro Nixon”. David Frost parla con un accento marcatamente diverso da tutti gli altri personaggi del film, chi ha un minimo di familiarità con la lingua inglese riconoscerà in Frost l’accento britannico mentre gli altri parlano con l’accento americano. Quest’aspetto dà a Frost un’aria diversa, gli consegna charme ed eleganza e lo rende frivolo e affettato agli occhi degli americanozzi. E infatti gli squali dell’entourage di Nixon lo prendono per un intervistatore debole. Ma si sbagliano, Frost si rivela un osso duro e al quarto round manda al tappeto l’avversario, a dispetto delle sue scarpe italiane, e dell’accento. Sì, l’accento. Che in italiano non c’è.
    Quale doppiaggio renderà mai fedeltà a questa sfumatura? Dei buoni sottotitoli – astenersi mute di cani – e una conoscenza sufficiente della lingua originale (che nel 80% dei casi è l’inglese…) vanno benissimo per fruire di cinema e vedere un film che ha il piccolo pregio di essere ancora il film concepito dagli scrittori, girato dal regista e recitato dagli attori.

    La tesi su cui ti prego di riflettere è che la lingua non è solo il veicolo dei contenuti dell’opera. La lingua è l’opera tanto quanto lo sono la fotografia, la sceneggiatura e gli attori del film.
    E se questo può non valere per alcuni film in cui la lingua e gli accenti sono “neutralizzati” – non c’è motivo per cui Ben Hur, il gladiatore o la regina Elisabetta debbano avere l’accento americano – in altri film l’aspetto linguistico ha una certa rilevanza.
    Inglorious Bastards, per dirne uno, è un film per cui non è necessario appartenere alla sticchiuseria per dire che è assolutamente senza senso da vedere doppiato. E chi l’ha fatto avrà sicuramente fruito di cinema, ma non ha visto Inglorious Bastards, ha visto un’altra cosa, chessò, Inglorious Bastards asterisco, o Inglorious Bastards scritto in caratteri gotici.

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    • Corippo, le tue, e anche quelle di altri che hanno commentato, sono considerazioni giustissime. In generale, mi avete convinto che, per quanto riguarda l’inglese – e solo l’inglese – la mia posizione è anacronistica. Insomma, il doppiaggio ha assolto, ottimamente, nel passato una funzione che forse comincia a non avere più motivo di essere. Più o meno con l’inglese se la cavano quasi tutti, per cui i tempi sono maturi per tentare un altra strada. Continuo a credere però che quando incappi in un difensore della lingua originale, quello fa il figo con la lingua che conosce (nel 90% dei casi, l’inglese) e si atteggia come se questa regola valesse sempre e comunque. No, perché io davvero vorrei sapere chi è che ha voglia di vedersi Kiarostami sottotitolato in farsi. Quindi, più o meno come sostenevo già nel post, fatto salvo che se si conosce la lingua originale del film è cosa buona e giusta guardarselo in originale, la possibilità di vederlo doppiato è qualcosa in più, non in meno, e tutta a vantaggio di chi la lingua, poverino, non la conosce. E questo vale per il persiano come per l’inglese. La questione dell’usare i dialetti meridionali o settentrionali mi lascia del tutto indifferente: uno scozzese o un redneck del missouri parlano l’equivalente inglese di un dialetto diverso, trasporre la differenza in italiano coi vernacoli locali mi pare una scelta che si può dire banale, ma non sbagliata (e io col commissario winchester napoletano o col bidello sardo dei Simpson, mi ci sono scialato). È come se in italiano dovessimo dire che piovono cani e gatti (it’s raining cats and dogs) anziché che piove a catinelle perché altrimenti perdiamo in fedeltà. Ovvio che l’operazione si può fare bene o si può fare male, riuscire o non riuscire (qualcuno parlava dei Monthy Python, tu parli di Frost contro Nixon, etc.)e andrebbe valutata caso per caso. A tradurre qualcosa si perde sempre. Ma il discorso del re è stato un gran film pure in italiano. E se non parlassi l’inglese sarei ben contento di poterlo vedere nella mia lingua, senza dover leggere. Che leggere, anche se ho imparato a leggere da tanto, al cinema, no, non mi piace, lo faccio se è necessario. Altrimenti guardo il film.

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  6. Pingback: Le malelingue in lingua originale « Aciribiceci

  7. Mi è stato fatto notare ora questo post, e visto che non è poi passato così tanto tempo vorrei aggiungere una cosa.

    I sottotitoli danneggiano l’aspetto visivo. Questo è un qualcosa che viene purtroppo sempre ignorato in queste discussioni, ma è un aspetto fondamentale. Il sottotitolo va a infilare un elemento estraneo, non presente in originale, all’aspetto visivo.

    La nostra attenzione è attirata dal sottotitolo, e lo è per forza, altrimenti non potremmo leggerlo. Anche se magari siamo ad un buon cinema con schermo enorme che ci permette di avere una visione di insieme il nostro occhio andrà SEMPRE a “battere” sul sottotitolo.

    Ora questo presenta diversi problemi: il primo è l’aspetto puramente dell’impatto. Se sto mostrando un romantico tramonto e la parte bassa dello schermo è occupata da dei bianchissimi caratteri non ho più un romantico tramonto, ho un romantico tramonto e dei bianchissimi caratteri. L’aspetto visivo è stato nettamente alterato, e questo è indubbio.
    Un bosco verdeggiante non è più poi così tanto verdeggiante se ci compare del bianco. Questo è un aspetto fondamentale, e lo è specialmente nei film di pretese più artistiche.

    Il secondo punto è che può essere tradita l’intenzione dell’autore. Tornando al nostro tramonto, se l’autore voleva fare in modo che gli spettatori si godessero lo spettacolo del tramonto mentre un personaggio dice qualcosa di sottofondo, tutto questo è andato a farsi friggere. Gli spettatori non si stanno più godendo il tramonto, sono impegnati a leggere. E no non venite a dire che a leggere non ci vuole nulla: innanzitutto è comunque uno sforzo, per quanto minimo (e a volte non è nemmeno minimo se viene scelto un pessimo font o se il testo sta poco a schermo), che NON era previsto dall’autore originale. L’autore originale voleva l’abbandono alle immagini e ai suoni, voleva la passività pura. Il sottotitolo inserisce un elemento di azione da parte dello spettatore. Questo cambia radicalmente il tutto.

    Il terzo punto è che il sottotitolo può tranquillamente essere un elemento di distrazione: immaginiamo una scena concitata, in cui l’autore si è impegnato a mettere molti dettagli e in cui succedono un sacco di cose; e immaginiamo che mentre nella parte alta e centrale dello schermo succeda tutta questa roba io debba buttare un occhio in basso per leggere i sottotitoli. Mi distraggo, specialmente se i personaggi parlano velocemente e quindi ho poco tempo per leggere. Perché non tutti leggiamo alla stessa velocità, e no, non nel senso di avere problemi di dislessia o di apprendimento.
    Così posso facilmente perdere dei passaggi, a scelta dell’azione o del testo. E non parliamo dei dettagli minuti.

    Ieri ho visto The Artist al cinema (sempre siano lodati i cinema d’essay), chi lo ha visto saprà che nei “cartelloni” le parole sono scritte con un font particolare e con un effetto slavato particolare che sono parte integrante dell’aspetto visivo anni 30. Eppure io ero distratto dai sottotitoli (nonostante io parli molto bene l’inglese per motivi di studio), prestando pochissima attenzione se non direttamente nessuna a quello che è a tutti gli effetti parte integrante dell’atmosfera del film.

    E’ questo che voleva l’autore, far perdere dei dettagli?

    Punto quarto: a volte i sottotitoli danno semplicemente troppe informazioni. Escludendo i casi estremi di cattivo adattamento in cui frasi bisbigliate e non udite vengono trascritte solo perché presenti nel copione, casi in cui una frase biascicata o detta da lontano viene capita perfettamente da chi legge i sottotitoli ma viene capita con difficoltà da chi ascolta capitano. E voi direte: non trascriverla o trascriverla a pezzi. Eh, peccato che spesso e volentieri le frase devono essere capite dal pubblico, però con difficoltà. Magari sono frasi in sottofondo, importanti per qualche elemento secondario o semplicemente come “chicca”, magari per un riferimento a qualcosa.

    Quinto punto: a volte alcune cose lette semplicemente non rendono. C’è poco da fare, una battuta funziona anche per il tempo con cui viene detta. Se leggo il tempo va a farsi friggere. E anche l’intonazione è importante, e no, non tutto è in inglese. Capire l’intonazione particolare su una parola di, non so, tedesco, è difficoltoso a meno che non sia una cosa palese. A volte capita anche che una frase abbia una “sorpresa” alla fine, ma se la leggo mi tolgo subito la sorpresa, perché il mio colpo d’occhio è totale, anche se inizio a leggere da sinistra verso destra un occhio alle ultime parole ci finisce. E non è sempre possibile spezzettare la frase in modo da far compare il “twist” in un’altra riga. Anzi direi che SPESSO non è possibile farlo, per motivi di tempo, perché un altro personaggio risponderà subito dopo. E’ un problema grosso questo, non dimentichiamo che l’autore ha pensato il tutto per essere ascoltato, non letto.

    Tutto questo aggiunto a quello che ha già detto o’reilly.

    Questo che vuol dire, che i sottotitoli sono peggio del doppiaggio? No, vuol dire che se una scelta tra i due deve essere fatta, deve essere fatta tenendo conto che nessuna dei due è esente dal tradire PESANTEMENTE l’espressività originale.

    Non tradire l’espressività sonora ti porta a tradire quella visiva e viceversa. Vie di mezzo purtroppo non ne esistono, bisogna fare i conti con questo.

    Il cinema è principalmente un’arte visuale, se non facciamo caso alla sua resa visiva a cosa dovremmo fare caso?

    Aggiungendo una piccola nota, so di autori di fumetti orientali che si rifiutano di dare i diritti per l’estero delle proprie opere senza avere la garanzia scritta che i loro disegni non verranno toccati in alcun modo per tradurre le onomatopee, che nella cultura fumettistica orientale sono parte integrante del disegno. Vogliono che le tavole rimangono esattamente come le hanno pensate loro, perché le hanno pensate in un ottica di quilibrio tra una certa dimensione, tra certi spazi vuoti, tra certi neri, tra certe sfumature, di cui l’onomatopea è parte integrante (specialmente vista l’imponenza media di un carattere orientale). Cambiarla con un “buuum” renderebbe semplicemente diverso quell’equilibrio.

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  8. Ah, già ho dimenticato una cosa: l’idea che si possa imparare una lingua guardando le opere in lingua originale è una sciocchezza.

    Fare ciò aiuta, anche sostanzialmente, ma se alla base c’è una presenza solida di conoscenza grammaticale e della sintassi di quella lingua. Ciò che fa l’opera originale è fornirti esempi e farti allenare con l’accento straniero. Altro non può fare, anzi rischia di metterti in testa slang e forme poco eleganti. Le lingue purtroppo si imparano partendo con una base teorica e con tanto, ma tanto esercizio di colloquio. Saltare l’esercizio del colloquio vuol dire presentarsi ad un discorso e non capire nulla perché l’interlocutore usa un accento diverso e peggio ancora non sapere dire altro che frasi semplicissime perché non si è mai sperimentato cosa vuol dire dover creare una frase corretta nell’arco di un secondo invece che negli svariati secondi di un colloquio “scolastico”.

    Molte persone dicono di essere in grado di parlare un buon inglese quando si fanno i discorsi in testa, e di arrancare terribilmente quando si tratta di parlarlo per davvero. E io ci credo benissimo, perché la differenza tra essere calmi ed avere tutto il tempo che si vuole per formare una frase, ed avere di fronte una persona estranea e dover fare una frase immediatamente, right now, sull’unghia, è ABISSALE.

    Ora prometto di aver finito l’impeto logorroico.

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  9. Sono un sostenitore dei sottotitoli per mera utilità. Al contrario di O’ Reilly a me le serie americane piacciono e non avendo il tempo né le competenze tecniche per tradurre e adattare i sottotitoli in inglese mi avvalgo del prodotto uscito dalle mute di cani di cui sopra. Che sarebbe come mettere il ketchup sulla pizza, va bene, però non mi va di aspettare anni (sempre che la cosa accada) prima che quella serie arrivi in Italia, e così mi adatto. Anzi, mi sottotitolo. C’è da dire che in alcuni casi, nonostante comincino ad apparire anche le puntate di quella determinata serie in italiano continuo a guardarla in lingua originale (con i sottotitoli in italiano ovviamente) perché ormai sono affezionato alla voce reale degli attori. I Simpson invece in lingua originale non li reggo, anche perché il nostro Tonino Accolla mi sembra superiore anche al doppiatore americano.

    Per i film è un altro discorso. Sono per il doppiaggio: al limite, ma proprio al limite se non esiste il corrispettivo doppiato, con i sottotitoli in italiano. Con l’inglese me la cavicchio (nel senso che capisco un anglofono se non parla troppo veloce e gli so rispondere con le stesse virtù locutorie di un bambino di sette anni) ma proprio non capisco perché dovrei farmi venire il mal di testa con un film in lingua originale capendo il 35% della storia.

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  10. Sono molto felice di poter leggere questa analisi, che condivido e apprezzo. Resta il fatto che il mattino non ha l’oro in bocca, ma All work and no play makes Jack a dull Boy. Come la mettiamo? Capita spesso che cose del genere – anche estreme come in questo caso – nel cinema capitino comunque. Lasciamo perdere Kubrick che sottoscriveva in pieno quanto sopra accaduto, ma Kubrick non è Dio. Si avvicina molto, ma possiamo anche non essere d’accordo. La questione ha altri aspetti che sono nati molto di recente (tv on demand, nella lingua che vuoi, con i sottotitoli che vuoi, quando vuoi e come vuoi etc) che potrebbero rimandare al mercato come possibile sintesi della questione. La mia esperienza di responsabile per i sottotitoli di un film vero, la conoscenza di tre lingue sopra la media, il rispetto per la mia intelligenza mi portano a schierarmi nettamente per i film sottotitolati a partire dalla versione originale. Li ho visti per sei anni di fila e vi assicuro che è solo una questione di abitudine e di non sovrapporre il sottotitolo all’immagine. Ho paura che in Italia, come in Spagna o Francia etc. la nostra pigrizia e inerzia verso l’imparare l’altra lingua sia un freno molto più inconsciamente potente di quanto possiamo immaginare, ci porta a dare risposte complesse e intelligenti, tutte scientificamente spiegabili nella magica soluzione del doppiaggio e di quanto siamo bravi. Non vorrei fosse così, ma sono intimamente convinto di si. La questione è certo complessa, ma penso che sia “migliore” perdersi qualcosa di un film (che puoi rivedere) che sentire menzogne a condimento del piatto che passa il convento. Ho visto troppe cazzate, troppi errori, troppe offese al biglietto che ho pagato (soprattutto colte dal labiale degli attori) per poter pensare che il doppiaggio sia la cosa “migliore”.

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  11. con questo post rischi di provocare qualche esagitato integralista.
    ammiro il tuo coraggio! 🙂

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