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Andrew Bird and the mysterious productions of Rome (Mai sentito tanto fischiare a un concerto)

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Attenzione:

Questo post, che a causa di qualche randomico e mal riuscito incucchiamento di sinapsi parla di America e Italia quando in realtà avrebbe dovuto parlare di un concerto tenutosi a Roma, risale all’ottobre del 2010, ed è da considerarsi come puntuale adempimento alla minaccia scagliata in questo primo post su Andrew Bird. Ha un doppio titolo (ho scritto questa avvertenza apposta perché si notasse che ha un doppio titolo, quindi è necessario notare che ha un doppio titolo, perché ci ho studiato sopra una serie di notti per questa trovata del doppio titolo, e non potevo tollerare che questa finezza del doppio titolo passasse inosservata) uno inglese e uno italiano. Il doppio titolo vorrebbe ricalcare la dicotomia di cui parla al suo interno. In più, siccome uno dei prossimi post parlerà di sottotitoli, lingua originale e doppiaggio, il doppio titolo mi serviva per inserire una nuova minaccia sotto forma di prossimamente. Ora che il terrore è sparso, il post di oggi, quello dal doppio titolo, può cominciare con il suo doppio titolo:

Andrew Bird and the mysterious productions of Rome (Mai sentito tanto fischiare a un concerto)

A Roma c’è questo posto dove ti siedi come al cinema e ascolti la musica come se avessi un impianto Bose da sei milioni di euro impiantato direttamente nella tromba di eustachio. Quello sul palco respira e tu lo senti così vicino che riusciresti a distinguergli nell’alito le sfumature di mentos da quelle di tic tac. In più  questo posto è un posto bello, dentro e fuori. Cioè è bello, di sicuro è molto bello, con l’unico difetto che ti sembra di essere in America, o in un posto tipo America: con il bar open space, la libreria open space, lo spazio esterno che essendo esterno è pure lui open space, e fa l’effetto un anfiteatro romano impiantato sopra un’astronave di star treck tutta vetro, alluminio e legno chiaro,  in fase di decollo. E in Italia anche se di open space ce ne sono pure troppi, di luoghi concepiti così bene, e apposta per la musica, ce ne sono pochissimi, almeno credo. A girare per Roma, comunque, di posti che sembrano usciti dai film americani ce ne sono una peste. Con posti voglio dire “interni”, cose tipo bar, ristoranti, caffè, etc. etc. Insomma, al di là dell’Auditorium, che è spettacolare sia come architettura sia come luogo di ascolto di eccellenza, a farsi una passeggiata in città  pare che il modello imperante per gli interni sia la caffetteria dei campus universitari americani. É pure bello, per carità. Però perché “La pizza di Ciro” ha i tavoli minimal, tutti dentro un’unica sala,  accostati a vetrate trasparenti che guardano fuori (e attraverso le quali vieni guardato da fuori mentre il pomodoro ti scola agli angoli della bocca )? Perché “I fratelli la bufala” hanno le lampade da industria che illuminano i tavoli in acero dall’alto? Perché tutti i caffè somigliano in un modo o nell’altro al Central Perk di friends? Io era da un po’ che non giravo per una metropoli italiana (ma anche straniera), e mi è sembrato che tutti i locali fossero uno spazio aperto arredato o all’americana o alla pub inglese. Nei posti che vendono l’italianità come marchio, (cioè le trattorie)  c’è al massimo una sorta di restauro plastificato della Trastevere pittoresca, e questo  pare già più normale. Non so per quale ragione (probabilmente perché invecchio) ma constatare che esiste una “moda” in campo di interni mi ha dato fastidio.

Comunque all’Auditorium c’era Andrew Bird. Da solo. Io c’ero già stato all’Auditorium, anni fa, e avevo sentito Pj Harvey. Da sola. Questo fatto che, a quanto pare, spesso all’Auditorium gli artisti si esibiscono da soli è curioso. I posti dove di solito vedi spettacoli di one man band sono due:

– Nei corridoi della metro (quindi tra rumori di fondo, frastuoni, clacson, chiacchericcio)

Oppure

– In sale dall’acustica preziosa (tipo l’auditorium o un teatro raccolto, dove il silenzio è totale)

Andrew Bird ha fatto una esibizione da tunnel della metro in una sala per musica da camera. Con l’uso pressoché esclusivo di uno strumento piuttosto classico : il violino. Bello. Bello tutto. L’acustica, la musica, l’esibizione, i suoi calzini bianchi di spugna, la recitazione (perché certe canzoni, tipo “why”, mi pare, erano proprio recitate), il violino. Tutto. Andrew Bird è una cosa sicca e lonca, allampanato, arruffato, con la barba lunga, l’eloquio distratto, la “mirada perdida”, quando non anche l’occhio chiuso, rapito nell’estasi della musica. A vederlo da circa dieci metri di distanza, come l’ho visto io, con il comfort di una poltrona comodissima e nessuna testa oscillante davanti a impedirti retrive analisi lombrosiane, si capisce chiaramente che è pazzo. Ha tutta l’aria di quello che fa l’arte per l’arte, che insegue le note che gli ronzano in testa come l’entomologo insegue le farfalle col retino. E infatti racconta che si è perso a Roma, a villa Pamphilj (mi pare si scriva così), e se non era per un romano de roma che lo riaccompagnava in albergo, rimaneva là e addio concerto. E poi solo un pazzo incide dischi con milioni di strumenti e poi si presenta al tour da solo. Quando è salito sul palco e si è capito che era solo io ho pensato e ora chi se lo assuppa a questo?. Invece s’è tolto le scarpe, è rimasto con le calze di spugna, ha trafficato con una pedaliera. E, nel silenzio del pubblico silenzioso che più silenzioso non si può, ha fatto una serie di rumori con la bocca. Li ha loopati con un sequencer a pedale. Poi ha fischiato come non ho mai sentito fischiare nessuno (in pratica è la Maria la Callas del fischio), e ha loopato una serie di fischiettamenti con un altro sequencer. Poi ha imbracciato il violino, ci ha suonato degli accordi tipo chitarra e ha loopato pure questi con un terzo sequencer. Poi ha pizzicato il violino usandolo a mo’ di mandolino, e ha ri-loopato con il quarto sequencer. Poi ha preso l’archetto e praticamente ci siamo resi conto di stare ascoltando una partitura per orchestra suonata da uno solo. Alla fine il suono era pienissimo: c’erano almeno tre archi, quattro strumenti a corda, una percussione, due doppie voci, un violino solista e una voce solista. Ogni tanto ci suonava sù delle parti di chitarra. Sottraeva, aggiungeva, sospendeva, creava vuoti di silenzio che, se è possibile, erano ancora più musicali della musica che suonava. E cantava. Accompagnandosi con il violino come normalmente ci si accompagna con la chitarra. E fischiava. Fischiava in un modo talmente sublime che secondo me a fine spettacolo, al posto delle groupie, ad aspettarlo dentro al suo camerino avrà trovato tutti i soci della LIPU. Cosa ha suonato, cantato e fischiato Andrew Bird? Non lo so. È un genere pieno di melodie (con le melodie che lui mette in una sola canzone, un altro compositore ci farebbe tre cd) però è anche molto sperimentale. In certi punti sembra Sakamoto che fa una cover dei Doobie Brothers, in certi altri è musica classica contemporanea minimalista, di quelle che ai concerti appena ti siedi ti viene subito la tosse e tutti ti fanno shhh. Poi lui però ci canta sopra una melodia folk. O un pezzo blues. O una ninna nanna. È bestiale. Nel senso letterale del termine: quando canta sembra una creatura da laboratorio, una di quelle cose che fanno i selezionatori di razze canine quando incrociano di tutto pur di ottenere un esemplare che sappia portargli insieme le pantofole, il giornale e pure il caffè. Ha la morbidezza un po’ nasale di James Taylor, ma la potenza di, boh, Kevin Rowland, e fa dei vibrati e degli acuti che pare preciso Jeff Buckley e fa arrizzare le carni. Il concerto, comunque, ha  tre pecche:

– Se durasse anche solo 5 minuti di più ti scasserebbe la minchia.

– Vedergli pestare in continuazione tutti quei pedali, saltellare con un piede in direzione di uno o dell’altro, costretto a rincorrere i tempi per arrivare puntuale alla strofa, all’inciso, al bridge, insomma vedergli fare tutte queste cose da solo, contemporaneamente, come un pazzo, ti mette addosso un’ansia da videogioco, perché lui ci arriva sempre all’ultimo momento, e tu pensi sempre che stavolta non farà a tempo a schiacciare il pedale giusto e, siccome tifi per lui, non vuoi che faccia una gran malafiura e insomma il concerto ti fa veleno.

– Il meccanismo del crearsi la base da sè, con i loop e i sequencer, uniforma le composizioni, che invece sul disco risultano molto diverse l’una dall’altra, quindi alla fine a suonare così un po’ ci perde.

All’uscita del concerto ero intruppato con circa il 70% degli spettatori, che a quanto pare erano ragazzini americani (si vedeva dalle infradito in pieno, e freddo, autunno) alla fermata del bus. Dove di bus ce n’erano tanti. Che partivano puntuali. E portavano in dieci minuti alla metro. Dove nessuno ha eseguito furti con destrezza. E che ci ha portati tutti a casa. E in questo caso somigliare all’America è stato molto, molto piacevole.

Una risposta »

  1. icittadiniprimaditutto

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