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La bibbia, uno che si chiama Andrew Bird e il perché dei perché

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PROGRAMMA

A. Requisiti minimi di sistema:
Scarsa – anche minima, infinitesimale o totalmente desunta da spot pubblicitari e titoli di film – conoscenza della lingua inglese.

B. Bibliografia essenziale:
1) Andrew Bird, «Andrew Bird and the Mysterious Production of Eggs», segnatamente alla canzone
“The Naming of Things”.
2) AA.VV., «La sacra bibbia», qualunque edizione in commercio o non più in commercio, segnatamente al capitolo:
«Genesi»

C. Bibliografia per chi proprio se la dovesse sentire (ma non c’entrano una mazza):
1) Felice Cimatti, «La mente silenziosa. Come pensano gli animali non umani».
2) Jean- Pierre Changeaux, «L’uomo neuronale», (però è uno scassamento di minchia pazzesco).
3) Freeman, «Come funziona la mente»
4) Gregory Bateson, «Verso un’ecologia della mente»
5) Joseph LeDuoux, «Il cervello emotivo»
E poi perché no?
6) Antonio Damasio, «L’errore di Cartesio».

AVVERTENZE

1) Attenzione: questa nota tratterà il testo di una canzone scritta in lingua inglese. E siccome non siamo negli anni ’70, non ne esiste una versione italiana fatta dai Dik Dik o dall’Equipe ’84.

2) NON è necessario conoscere né l’inglese né questa canzone per leggere questo post (e non aiuta).

3) NON è necessario essere pazzi per leggere questo post (però aiuta).

4)  È  consigliato l’ascolto della canzone in oggetto congiuntamente alla lettura  del testo qui di seguito riportato.

Andrew Bird
The Naming of Things

you remind me of you
the way you shot right through and how
you broke my window glass, fast
it happened so fast
I have to confess that I
that I was impressed that I
despite all the mess and the broken glass
I was impressed

here’s where I disappeared
where I fell off the pier
and to be rescued I did wait
I watched waterbugs skate
as they draw figure eights as they draw
from the bottom of the lake as they draw
I watched waterbugs skate as they draw
from the bottom of the lake I watched the waterbugs skate

memories like mohair sweaters
stretched and pilled faux distressed letters
moose’s horns and figure eights
white plastic bags in search of mates
what suffocates the land
in the memory of garbage can
memory of garbage can

you can’t be found when the bell rings
you weren’t there that day for the naming of things
the naming of things
where the homeroom bell rings
the homeroom bell rings

hey, just look at the mess you made today
didn’t really think it would get this bad
hey, feel like you’re living in a Russian play
where it seems like you made everybody mad

you remind me of you
when you shot through
and broke my window glass
it happened so fast
I have to confess
I was impressed, I was impressed
despite all the mess and the broken glass
I was impressed

Si può ora procedere alla lettura di:

LA BIBBIA, UNO CHE SI CHIAMA ANDREW BIRD E IL PERCHÈ   DEI PERCHÈ.

PARTE PRIMA.
1. Introduzione.
2. Considerazioni di carattere generale sull’analisi dei testi delle canzoni in lingua straniera.
3. Informazioni sull’autore.
4. Ringraziamenti e Dedica.

1.INTRODUZIONE
Ascoltare le canzoni facendo caso alle parole è attività largamente praticata. Non all’ordine del giorno (altrimenti Tiziano Ferro sarebbe in galera), ma tuttavia abbastanza diffusa.
É un’attività cui, normalmente, si perviene dopo una serie di ripetuti ascolti superficiali. Più di rado, vi si perviene già al primo o secondo ascolto quando alcune (non importa che siano tutte, ne bastano alcune) parole colpiscono la mente e i sensi per un certo qual potere evocativo. Essere colpiti da una immagine, concetto o idea evocati da una canzone è più frequente quando si ascolta un brano composto in una lingua straniera. Vediamo perché.

2. CONSIDERAZIONI DI CARATTERE GENERALE SULL’ANALISI DEI TESTI DELLE CANZONI IN LINGUA STRANIERA.
Si viene colpiti dal testo di una canzone quando una frase in essa contenuta non si fa comprendere nell’immediato. Spinge cioé a chiedersi cosa mai possa significare. Tale spinta all’approfondimento viene in realtà promossa dalla sensazione che qualcosa di detta frase, in una forma non intellettuale ma emotiva, è già stata compresa. Niente di strano. In realtà è una cosa che vale per praticamente tutte le domande che l’essere umano si pone: quando puoi fare la domanda, vuol dire che c’è già la risposta. Questa spinta al domandare si fa più frequente quando il senso della frase (o addirittura della singola parola) si fa più sfuggente perché espresso in una lingua che non è la propria. Ascoltare una frase, ripetutamente, pronunciata in una lingua straniera conferisce all’espressione un fascino tutto particolare, come più o meno accade quando un pezzo di pacchio ti risulta ancora più pezzo di pacchio se parla in italiano con un accento straniero o se parla direttamente in una qualunque lingua straniera (che non sia il tedesco). Essendo cioè incerti già in partenza sul fatto di avere colto o meno il significato di quanto si sta ascoltando, ci si sente più liberi di svolgere quell’oziosa attività di interpretare a proprio piacimento il testo della canzone. Si fruisce in tal modo della possibilità di sparare minchiate assolute, come appunto qui si intende fare, trincerandosi poi eventualmente dietro la bieca giustificazione: “vabbe’, ma io non è che sono nato a Oxford…”. La canzone di cui qui si tratta è di matrice anglosassone. Non so se inglese o americana, perché, venendo alle

3. INFORMAZIONI SULL’AUTORE,
mi trovo subito costretto a rivelare che io, di chi sia costui, dove sia nato, quanti anni abbia e cosa abbia prodotto, non ne so una beata. Potrei benissimo quindi stare correndo il rischio di parlare di un mostro sacro, autore riverito da critica e pubblico, trattandolo come un signor nessuno. Ecco alcune cause del possibile errore:

1) Non sono Tano Lo Magro
2) Non vado alle feste Indie Rock di Paolo Mei
3) Non leggo “Il mucchio selvaggio” (anzi non leggo manco Tv, Sorrisi e Canzoni).

Si impone, dunque, una breve digressione che meglio illustrerà la serie stocastica di avvenimenti che mi fecero entrare in possesso del brano oggetto di questo inutile post.

Ormai circa quattro estati fa, mi pare, una studentessa americana mi fece un cd masterizzato. É abbastanza normale che gli studenti mi facciano delle compilation di musica che dovrei assolutamente conoscere. In molti casi, dentro siffatte playlist ci trovi:

– Eamon
– Shakira
– Laura Pausini che canta in spagnolo
– Gli Oasis (che per gli americani, a quanto pare, sono esotici in quanto britannici)
– Una serie di brani gangsta che ti fanno venire voglia di aderire a una qualche associazione femminista e scendere in piazza a urlare slogan tipo: maschio bastardo ti strapperemo i testicoli e li useremo come cubetti di ghiaccio per il Baileys.

Visti i contenuti del materiale che mi viene spesso recapitato, io ormai, considerate le dimensioni davvero ridotte del mio hard disk, applico delle selezioni che potremmo definire Lombrosiane:

1. Se il cd è stato masterizzato da una pacchiona (per la legge della compensazione quasi di sicuro lobolesa), lo cestino automaticamente.
2. Se è stato masterizzato da un ragazzo (dunque proveniente da una creatura ragionevole) ci parlo e gli chiedo prima di che si tratta.
3. Se è stato masterizzato da un cesso (per la legge della compensazione quasi di sicuro intelligente), gli do una chance e lo importo su iTunes.

Il brano in questione rientrava in una compilation che potremmo benissimo ascrivere all’ultimo gruppo. Dopo avere ascoltato distrattamente l’album, però, l’ho subito catalogato in quel filone musicale che io definisco alternativ/adolescenziale, e il cui spirito mi piace sintetizzare in questa frase: “Questo autore/gruppo è veramente valido perché lo conosciamo solo io, Tano Lo Magro e quattro amici miei”. Inutile aggiungere che tutto ciò mi rendeva massimamente invisi tanto la musica, quanto la ragazza che me la aveva masterizzata. Motivo per cui mi ripromisi di cancellare tutto. Ma non lo feci. E siccome su iTunes c’è quella funzione shuffle, che riporta spesso in vita cadaveri sepolti da secoli, le canzoni di questo Andrew Bird, a intervalli piuttosto irregolari, uscivano fuori comunque.

4. RINGRAZIAMENTI E DEDICA.
Ora, io sono notoriamente un presuntuoso, e quindi prima di ammettere a me stesso che le parole di questa canzone (e la canzone tutta) mi sembravano bellissime, ci sono voluti circa quattro anni. Questo post, dunque, oltre a essere un modo per ammorbare oltremodo chiunque lo legga, è anche un mea culpa, e lo dedico a Daniela Schiano di Cola di William & Mary College, Virginia, USA, anche se spero che non lo leggerà mai perché tre righe sopra ho detto che è un cesso.

PARTE SECONDA.
1. Cosa vuol dire “The Naming of Things”, e perché è possibile che questo titolo contenga un rimando alla BIbbia.
2. Una canzone d’amore?
3. Le frasi Matrjoska.
4. La profondità e il gioco degli specchi.

1. COSA VUOL DIRE THE NAMING OF THINGS.

La canzone si chiama così: The Naming of Things. Se avessi saputo tradurne il testo (un tempo sarei stato in grado di farlo), avrei evitato di parlarne, evitando così di imbruttirla e godendo più semplicemente della possibilità di poterla condividere e apprezzare con chiunque volesse. Ormai, mi viene troppo difficile, dunque ne parlo. In italiano il titolo suonerebbe più o meno così: Dare un nome alle cose con il verbo all’infinito, che però, nell’inglese è preceduto dall’ articolo determinativo THE (il che sta ad indicare che, più che un’azione, questa forma verbale vuole descrivere un evento, e dunque in italiano andrebbe resa con una sostantivazione, tipo La nominazione delle cose, che però mi fa proprio cacare). Più nel dettaglio, il titolo è costituito da uno stralcio di frase estratto appunto dal testo della canzone, che recita in inglese:

You weren’t there that day for the naming of things.

Proviamo a renderla in italiano, anche se viene maluccio:

Tu, il giorno in cui è stato dato un nome alle cose, non c’eri.

Questo “Tu” cui Andrew Bird si rivolge è, con buona probabilità (lo si capisce dal tono generale della canzone) una ragazza (un ragazzo, nel caso in cui Andrew Bird sia omosessuale o magari biadesivo). Il “giorno in cui è stato dato un nome alle cose”, invece, è quello di cui volevo parlare. Qual è questo giorno? Ecco, vediamo dunque

2. PERCHé È POSSIBILE CHE QUESTO TITOLO CONTENGA UN RIMANDO ALLA BIBBIA

Nella Bibbia, mi pare nella Genesi, succede questa magia: le cose vengono nominate – cioè viene loro assegnato un nome – ed esse prendono a esistere. Il miracolo della creazione avviene per mezzo della parola. Dio dice all’uomo (o alla buttana di Eva? non mi ricordo): dai un nome alle cose, e vedrai che cominceranno a esserci, a esistere. Il giorno di cui parla Andrew Bird, potrebbe essere questo: il giorno in cui è stato dato un nome alle cose. Ma Lei (cioè il Tu cui Andrew Bird si rivolge nella canzone) “non c’era”. Lei quel giorno lì non c’era. La frase immediatamente precedente a quella riportata recita infatti:

You, you can’t be found when the bell ring
You weren’t there that day for the naming of things
The naming of things,
The naming of things

3. UNA CANZONE D’AMORE?

Lui, Andrew, a quanto pare è innamorato di questa lei che “quel giorno lì” non c’era. Nella canzone, succede una cosa un po’ strana (o meglio un evento cui Andrew accenna senza raccontarcelo, ed è forse per questo che la canzone assume un tono così evocativo da fartici scrivere sopra tutte queste parole): lei gli ha rotto il vetro della finestra. Come? Probabilmente a sassate.  Perché? Non ci è dato saperlo. Ci è dato sapere, invece, che questa cosa lo ha molto impressionato e che da quel momento in poi, tutto è successo molto fretta.

[…] and how you broke my
window glass
fast, it happened so fast, […]
and I was impressed that I
that I was impressed that I
that I was impressed that I […]

4. LE FRASI MATRJOSKA

L’ultima frase citata (I was impressed that I was impressed…) è una di quelle frasi che io chiamereri matrjoska: dentro una frase c’è un’altra frase uguale alla prima con dentro un’altra frase uguale alla seconda e così via. È un espediente piuttosto diffuso in letteratura (Gertrude Stein, per dirne una famosa: A rose is a rose is a rose is a rose), e in psicanalisi (Sogno di sognare me, che sogno di sognare me, che sogno di sognare me). Solo che spesso non serve a niente, se non a stupire. Qui invece serve. Andrew Bird è rimasto impressionato (I was impressed). Ma da che cosa?  È rimasto impressionato dal suo stesso essere rimasto impressionato. Proviamo a malamente tradurre:

Sono rimasto molto impressionato dal fatto di essere rimasto molto impressionato dal fatto di essere rimasto molto impressionato

Lui è innamorato di questa. Ma non è lei ad averlo impressionato. E non è nemmeno il fatto che lei gli abbia preso a colpi di cuticchiune il vetro della finestra ad averlo impressionato.
Lui è rimasto impressionato dal fatto di essere rimasto impressionato. Perché? Perché lei non ha un nome. Lei, il giorno che è stato dato un nome alle cose, non c’era. Non si sa dov’era. Ma non l’ha ricevuto. Lei è quindi una creatura paradossale. È una creatura, perché esiste, ed è reale (reale al punto che può spaccargli il vetro della finestra) ma è una creatura che è stata creata al di fuori di quel miracolo della creazione, che come abbiamo visto prevede che una cosa venga “chiamata con un nome” perché possa esistere.  Lei è una cosa unica. E lui, Andrew Bird, non ha pietre angolari, metri di paragone, concetti, idee o immagini cui accostarla. E una cosa che non ha nome è un pensiero che, in pratica, non posso pensare. Per pensare a questa cosa mi serve che lei faccia parte del linguaggio. Mancando il linguaggio, addio pensiero. Addio o quasi. Sulla questione “È possibile pensare senza linguaggio?” ci si arrovella (in pratica lo fa anche questa canzone) da millenni. E pare che proprio, per il momento almeno, non se ne esca. Per pensare ci vuole “qualcosa”: parole, numeri, forme geometriche, note musicali. Ci vuole un linguaggio. Come può, allora, Andrew Bird parlare di questa creatura (in verità piuttosto bislacca e alquanto dannosa, che se ne va in giro a spaccare finestre e provocare sobbalzi emotivi in chi vi si imbatte) se lei non ha un nome, e dunque non “È” una cosa? Lo può fare solo parlando di sé stesso. Ed ecco cosa significa quella frase matrjoska: l’unico modo per parlare di una cosa che, non solo non conosco, ma per la quale non ho neanche paragoni possibili è parlare dell’effetto che quella cosa ha su di me. Parlare cioè delle modifiche che questa cosa può in me procurare. Mi accorgo che questa cosa (ragazza) incomprensibile c’è, esiste, perché MI FA qualcosa. Quindi Andrew Bird resta molto impressionato.  Ma da cosa? Non può dirlo.  Può solo dire di essere rimasto impressionato dal fatto di essere rimasto impressionato. Tutto questo si fa ancora più evidente nella prima frase,  nella frase – ben strana – che apre la canzone, che dice appunto:

You remind me of you

Sarebbe a dire:

Tu mi fai venire in mente te

Andrew non sa trovare metafore. Non può fare paragoni, allegorie, giochi di rimandi. E quindi tutta la poesia che l’essere innamorato di questa spaccavetri scatena si risolve in una magnifica tautologia:
Tu mi fai venire in mente te.
Non mi fai venire in mente tramonti, oceani limpidi, farfalle nello stomaco. Mi fai venire in mente te.  Il che diventa una magnifica metafora poetica, quando si è compreso il giro che queste poche parole devono fare per consegnare il proprio significato tautologico. Tu mi fai venire in mente te perché quel giorno in cui è stato assegnato un nome alle cose tu non c’eri, dovevi esserti persa e non ti si trovava da nessuna parte.

3. LA PROFONDITA’ E IL GIOCO DEGLI SPECCHI
La frase matrjoska di cui si è già parlato non è l’unica della canzone.
Ce n’è un’altra, altrettanto significativa:

I watched waterbugs skate
as they draw figure eights as they draw
from the bottom of the lake as they draw
I watched waterbugs skate as they draw
from the bottom of the lake I watched the waterbugs skate

Togliamoci subito dai cabasisi l’inglese:  qua si parla del fondo di un lago (the bottom of the lake). Andrew Bird si trova sul fondo di un lago (dice di esserci caduto, ma probabilmente ce l’ha spinto dentro lei, visto quant’è stronza e dannosa). E dal fondo di questo lago, placido e tranquillo, osserva dei moscerini (waterbugs) che pattinano (sì, pattinano: skate) disegnando degli 8 (as they draw figure eights). Ora, per il discorso di prima (quello secondo cui è possibile parlare di ciò che non si conosce solo parlando delle modifiche che questo qualcosa di sconosciuto produce in noi stessi), ad Andrew Bird si offriva la possibilità di risolvere il problema con una metafora (che per quanto bislacca possiede una sua certa grazia):

Tu sei qualcosa di simile alla sensazione che proverei standomene sul fondo di un lago a guardare dei moscerini che pattinano disegnando degli 8.

C’è dunque il rimando a una profonda introspezione: guardati nel fondo, e qualcosa di simile a ciò che non ha nome troverai. Ma Andrew Bird è chiaramente un radicale, e vuole costringerci a pensare i limiti. Allora che fa? Incasina tutto con la frase matrjoska: sì, è vero, io guardo nel profondo di me stesso e vedo questi moscerini che pattinano. Ma quando li guardo, mi accorgo che ANCHE LORO sono sul fondo del lago e sotto ci SONO IO che guardo loro che disegnano gli 8, che guardano me che guardo loro. Insomma, questo lago ha più di un fondo, e se trovo un possibile rimando, una possibile metafora per una cosa che non ha nome, mi ritrovo di fronte uno specchio che non fa altro che rimandarmi indietro la mia immagine di me che cerco di trovare dei paragoni.

PARTE TERZA
1. Conclusioni
2. Prossimamente

1.CONCLUSIONI

Non ci sono conclusioni da trarre. O almeno io non ce le ho. Mi viene solo da commentare che alla fine è una canzone d’amore, perché suggerisce che ciò che non posso dire comunque lo sento, e che forse questo “sentire” è in se stesso un linguaggio, anche se è un linguaggio che ancora non sappiamo parlare. Che in pratica è ciò che LeDoux, Damasio e tutti questi neuroscienziati stringi stringi sembrano dire : i sentimenti sono un processo cognitivo razionale, anzi, sono proprio una faccenda  deterministica, regolamentata da processi bio-chimichi piuttosto complessi, che prima o poi sapremo svelarvi nel dettaglio. E che questa forma di conoscenza, in realtà utilizzatissima da tutti noi ogni giorno, che spesso ci fa sentire in colpa per avere preso una decisione con la “pancia” piuttosto che con il “cervello”, ribadisce una volta di più quanto sia totalmente superata la visione di un cervello separato dalla pancia.  Zarathustra, per esempio, già a fine Ottocento diceva questa cosa magnifica:
C’è più saggezza nel tuo corpo che nella tua migliore saggezza.
E chissà per quale scopo al tuo corpo SERVE la tua migliore saggezza.

Quindi, insomma, diciamo che possedere un corpo serve più che altro a registrare le modifiche prodotte dagli eventi esterni e a elaborarle in informazioni. Non siamo consapevoli di tutte, ma solo di quelle per cui abbiamo le parole. Quelle per cui abbiamo le parole le trasformiamo in lingua (italiano, inglese, matematica, fisica, musica) e il fatto che siano razionali e logiche appare subito evidente. Le altre però esistono lo stesso, e ci fanno pensare lo stesso. In un altro modo. Magari in un modo che è simile a quello arbitrario con cui interpretiamo le canzoni scritte in un inglese che non si lascia capire subito. Senti qualcosa, e non sai cos’è. Però c’è.

2. Prossimamente

Comunque ascoltare troppo Andrew Bird fa male. Io mi ci ero fissato, e dopo un po’ sono andato a sentirlo in concerto all’Auditorium della Conciliazione, a Roma. Ma questa è un’altra storia. E purtroppo per chi dovesse aver letto questo post fino in fondo, intendo raccontarla.

»

  1. Certo che se davvero questo Andrew Bird ha pensato tutto quello che tu hai scritto, questo CD dovrebbe stare in uno degli scaffali della biblioteca della Normale di Pisa. Grazie, Ignatius, per cotanta scentia!

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  2. Secondo me, ‘u mischinazzu, quando volò giù dal molo, ci lasciò la ghirba. Il vetro che si è rotto è quello attraverso cui guardiamo il mondo finché siamo prigionieri di noi stessi e degli schemi della vita.
    Poi sopraggiunge la morte, improvvisa come una sassata, creando un gran casino, come nelle deprimenti pieces tratrali di Hannah Moscovitch, ché figuriamoci se Andrea Uccello, ‘mericanu, conosce i racconti russi per esperienza diretta!
    Le memorie, i loop cerebrali, i sotterfugi mentali che non riusciamo ad abbandonare finché siamo prigionieri del nostro corpo restano come borse di plastica a soffocare la vita terrena degli uomini. Questa incapacità umana di staccarsi da sé stessi è suggerita efficacemente da Andrea Uccello mediante l’iterazione. Cito da wikipedia: “l’iterazione, chiamata anche ciclo o con il termine inglese loop, è una struttura di controllo che ordina all’elaboratore di eseguire una sequenza di istruzioni ripetutamente, solitamente fino al verificarsi di particolari condizioni”.
    Quando sopraggiunge la morte a porre fine alle iterazioni della vita umana, succede solitamente un casino. Soprattutto se la morte sopraggiunge improvvisa su un molo, anziché preannunciasi educatamente suonando il campanello dello spazio domestico. Indi per cui l’Uccello, che dev’essere un depressone di prima, vagheggia il ritorno al giorno della creazione, quando l’uomo dava il nome alle cose e non conosceva ancora la morte.

    Alla fine, caro Mario, quello che conta è che tu sei un romanticone. E intravedi canzoni d’amore anche nei messaggi metafisici…Meglio il conosciuto che il non conosciuto, vero?
    😉

    Rispondi
  3. Secondo me, ‘u mischinazzu, quando volò giù dal molo, ci lasciò la ghirba. Il vetro che si è rotto è quello attraverso cui guardiamo il mondo finché siamo prigionieri di noi stessi e degli schemi della vita.
    Poi sopraggiunge la morte, improvvisa come una sassata, creando un gran casino, come nelle deprimenti pieces tratrali di Hannah Moscovitch, ché figuriamoci se Andrea Uccello, ‘mericanu, conosce i racconti russi per esperienza diretta!
    Le memorie, i loop cerebrali, i sotterfugi mentali che non riusciamo ad abbandonare finché siamo prigionieri del nostro corpo, restano come borse di plastica a soffocare la vita terrena degli uomini che ci sopravvivono. Questa incapacità umana di staccarsi da sé stessi è suggerita efficacemente da Andrea Uccello mediante l’iterazione. Cito da wikipedia: “l’iterazione, chiamata anche ciclo o con il termine inglese loop, è una struttura di controllo che ordina all’elaboratore di eseguire una sequenza di istruzioni ripetutamente, solitamente fino al verificarsi di particolari condizioni”.
    Quando sopraggiunge la morte a porre fine alle iterazioni della vita umana, solitamente un casino succede. Soprattutto se la morte arriva improvvisa ed inattesa su un molo, anziché preannunciasi educatamente suonando il campanello dello spazio domestico. Indi per cui l’Uccello, che dev’essere un depressone di prima, vagheggia il ritorno al giorno della creazione, quando l’uomo dava il nome alle cose e non conosceva ancora la morte.

    Alla fine, caro Mario, quello che conta è che tu sei un romanticone. E intravedi canzoni d’amore anche nei messaggi metafisici.

    …Meglio il conosciuto che il non conosciuto, vero? 😉

    Rispondi
    • Piero: Ignatius ringrazia, ma Andrew Bird si è un poco affinnutu. Comunque, dopo avere scritto tutto sto cacosissimo papello, lessi un interviste in cui Adrew Bird in persona affermava una cosa tipo: “scrivo le canzoni a cazzo: inseguo un suono e ce ne appicico un altro”. Volevo cancellare questo post e sostituirlo con un altro che dicesse solo: bafanculo.

      Erregì, tu sei un metafisico col fisico, e non ho armi intellettuali per ribattere alcunché alla tua eccellente ed esaustiva esegesi dell’Uccello, della Ghirba, dei Russi e dei Miricani, e del molo. Provo solo invidia per il tuo intuito e la tua sapienza.

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  4. Pingback: Andrew Bird and the mysterious productions of Rome (Mai sentito tanto fischiare a un concerto) « Aciribiceci

  5. https://plus.google.com/117836031257111732376/posts

    te la sei cercata, eh, che google non abbia pietá di te.

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  6. Pingback: Birdwatching vs AndrewBirdlistening | Aciribiceci

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