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Archivi del mese: dicembre 2011

Di nuove formule d’auguri (che sono nuove perché sono antiche)

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Uno dei motivi per cui vale la pena vivere nell’epoca dei cellulari sono gli auguri di fine anno.

La telefonia mobile consente di fare in pubblico anche quelle chiamate che un tempo si sarebbero fatte in privato, tipo la cosiddetta telefonata di cortesia.

Prima ci si piazzava con calma olimpica accanto all’apparecchio, si assumeva la posa del discobolo col bacino in torsione, e si cercava di imprimere al dito una potenza sufficiente a comporre il numero sulla ghiera di bachelite.

Già stremati dalla teleselezione come pugili all’ottava ripresa, ci si accasciava sull’apposita sedia che i secondi ti piazzavano all’angolo un istante dopo il suono del gong.

La serie di insulsi convenevoli che partiva subito dopo il pronto rimaneva tra stalker e stalkato, e al massimo arrivava in soggiorno o in cucina, dove c’era sempre un familiare cui, prima di cominciare la telefonata, venivano impartite le istruzioni per il salvataggio: se la cosa si fa lunga, vieni di là e dì a voce alta che ti serve subito il telefono.

Oggi invece la chiamata di cortesia la fai anche mentre sei in coda dal salumiere per il ripieno del falsomagro , tu hai il numero 87 e la sala è così piena che stanno servendo il 14.

Dall’avvento della telefonia mobile in poi, per le comunicazioni ufficiali, o peggio ancora intime e riservate, è stata decretata una specie di Glasnost che nessuno aveva mai lottato per ottenere, e basta salire sull’autobus per ascoltare cosa tutti dicono a tutti come manco in quel film sulle vite degli altri.

Per fortuna la sovraesposizione al fenomeno genera indifferenza, e a certe telefonate si impara presto a non farci più caso (non è che puoi drizzare le orecchie a ogni butta la pasta).

Ma alcune, tipo quelle fatte sotto le feste per chiamare la zia Pippina che sta al Pozzallo o per ringraziare il cavaliere Micciché che a Natale ha mandato una cassetta di liquori, esercitano ancora un magnetismo irresistibile, capace di sconvolgere in pochi secondi tutto il tuo convinto garantismo in materia di privacy.

Ed effettivamente, della possibilità di poter ascoltare questo tipo di telefonate, c’è da gioire fino a illuminarsi dall’interno e brillare come un addobbo umano.

Nessuno ti può rimproverare di stare origliando, perché al limite ti ci puoi pure incazzare di sopra e impiantargli una questione di principio tipo guardi che questo è suolo pubblico, se non vuole essere ascoltato vada a telefonare a casa sua, quando in realtà, se solo potessi, gli piazzeresti una cimice nel cappotto e lo staresti ad ascoltare per più ore di quante i pm di Milano abbiano ascoltato la Minetti.

E tutto per nobili scopi scientifici.

Perché la telefonata di auguri è il laboratorio linguistico più hi-tech della città, quello dove si sperimentano gli innesti, le talee e gli ibridi di ultima generazione, e da cui alla fine esce puntuale il nuovo conio.

La nuova moneta sta girando parecchio, e si vede subito che possiede un tintinnio musicale di impianto classico, una certa levità, e perfino un grado di piacevolezza tattile che rende possibile spenderla anche più e più volte all’interno della stessa conversazione, in una sommatoria che ne aumenta il valore fino a tramutarla in banconota.

Se però si vuole che la filigrana risalti con la nettezza che merita, c’è da scriverla andando a capo, per leggerla in controluce:

TI VOGLIO BENE A TE E FAMIGLIA

Nella sua apparente semplicità, somiglia a un tablet. Lo guardi e pensi che sia un oggetto banale, una specie vassoietto per il caffè retroilluminato. Poi invece ci clicchi sopra e ti accorgi che contiene milioni di app che ti cambiano la vita.

Intanto, è una frase che metti su tutto: va bene per il parente lontano come per l’amico stretto, per il collega di ufficio come per quello che ci giochi a calcetto tutte le settimane ma quando gli devi strillare passa! non ti ricordi mai come si chiama.

E poi la puoi usare sia come esordio che come congedo: è molto d’effetto che una telefonata di auguri cominci con un ciao Pippo, ti voglio bene a te e famiglia, ed è commovente che si concluda con un ciao Pippo, ti voglio bene a te e famiglia.

I gourmet la consigliano comunque come dessert, perché si colora di un pathos intenso e pure un po’ tragico, ed è un commiato di quelli che quando cala il sipario partono sia le lacrime che gli applausi.

C’è il pronome indiretto declinato sia in forma tonica che in forma atona, due volte, che è il segnale dell’opulenza tipica delle tavolate di questo periodo, e c’è anche quell’estendere il sentimento alla famiglia, che testimonia la voglia di inclusione, cioè il vero spirito del Natale e di ogni solidarietà umana.

E poi c’è l’innesto di antico su moderno, che è il suo vero tratto distintivo.

Perché TI VOGLIO BENE A TE E FAMIGLIA è una frase composta da due frasi separate, che si agganciano praticamente senza giunture e senza cardini, come i vagoni di quei futuribili treni giapponesi tenuti insieme da un campo magnetico.

Il primo vagone è TI VOGLIO BENE, ed è la parte moderna. È quello che in linguistica si definisce un calco, viene cioè pari pari dai film o dalle serie tv americane.

Noi, ti voglio bene, non lo dicevamo spesso, meno che mai al telefono. Era una cosa che scrivevamo solo alla scuola elementare e solo per i lavoretti della festa della mamma o del papà. Ma nei film o nei telefilm, gli americani se lo dicono in continuazione: non solo la mamma alla figlia e il fratello alla sorella, ma pure il vampiro all’aglio e Superman a Lex Luthor (se non sono al telefono, dopo si abbracciano e piangono insieme, se sono al telefono, chiudono e piangono ognuno per conto suo).

Questa cosa ci è piaciuta tanto e vorremmo farla anche noi, perché, in generale, anche noi vorremmo vivere dentro a un telefilm americano dove tutti si vogliono bene e soprattutto se lo dicono in continuazione.

Però, se ancora a dircelo in privato facciamo un po’ fatica, per qualche misteriosa ragione (forse legata all’avvento della tv satellitare) dirlo al telefono al semisconosciuto cavaliere Micciché mentre siamo seduti in pizzeria, al centro della sala e con tutti gli avventori girati verso di noi con le orecchie a doberman, viene quasi naturale.

Perché in pratica la parte del telefilm americano che ci piace di più è che quando l’attore dice ti voglio bene ha un pubblico che lo guarda: un pubblico che siamo noi, che vorremmo essere lui. Quindi appena intravediamo la possibilità di avere un’audience, la afferriamo al volo e ci esibiamo in un monologo telefonico, sperando che il nostro talento venga finalmente notato da uno scout a caccia di personaggi da reality.

Il secondo vagone è A TE E FAMIGLIA, che arriva da  un tempo  lontano, ed è la parte formale, classica, un po’ rigida, un po’ da telegramma o da biglietto prestampato del nuovo ibrido. Pronunciate insieme, come se fossero una sola, creano una specie di schizofrenia verbale: quando te la senti dire, è come se a farti gli auguri fosse un coacervo tra un librettista di melodrammi che verga rime e un appuntato dei carabinieri che stende un verbale.

E siccome è pure abbastanza nuova, ti prende alla sprovvista: non è che hai subito la controfrase pronta.

Per capire cosa devi rispondere, ci devi pensare. Vai alla ricerca di un botta e risposta di quelli collaudati. Quelli per cui a un grazie si risponde sempre con un prego e a un buon appetito si risponde sempre con un altrettanto. Ma niente, non ti viene in mente nulla.

È solo quando il silenzio si sta protraendo oltre il normale e tu stai pensando che ormai l’unica cosa da fare sia simulare una caduta della linea, che ti viene l’illuminazione.

Perché alla fine alla soluzione ci arriviamo tutti, basta solo qualche secondo in più. La risposta a ti voglio bene a te e famiglia può essere una e una soltanto:

ANCH’IO A TE E FAMIGLIA

Il fatto che nessuno debba insegnarti cosa rispondere, come se lo sapessi da sempre e lo avessi solo dimenticato, è la certezza che quella appena imparata è una formula di rito. È nuova, ma è ancestrale. È appena nata, ma il suo dna era già stato decodificato molto prima che nascesse. Anzi non è nemmeno nata: c’era già, c’è sempre stata. Espressioni come questa sono come la materia: non si creano e non si distruggono, ma si trasformano. Oggi ha questa forma, domani forse ne avrà un’altra. Invecchiando, quando ce la troveremo davanti saremo costretti a metterci gli occhiali da presbite. Ma dopo qualche attimo di smarrimento, la sapremo riconoscere.

Prontuario illogico di allocuzioni siracusane in traduzione italiana (work in progress).

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Chiu megghiu ci nn’ama munuzzato ei papere = Ne abbiamo scartate di migliori.

Scrivilu no muru e u scancelli ch’ei spaddi= rivolgersi a recupero crediti

Scrivitillu no ghiacciu= non intendo onorare il debito

U signuruzzu t’u paia = la tua prestazione merita ben altra ricompensa, dunque non te ne offrirò alcuna

Spara a cu visti e ‘nzetta a cu nun visti = eterogenesi dei fini/serendipità

Comu a chiddu ca c’ha visti a sa soru= iniziale entusiasmo cui segue immediata delusione

Tu si ca sì n’ominu, no ta soru= in un mondo falso, tu sei vero.

Nun c’abbabbiare c’a paesanella= reverenziale timore fallocratico.

Le cose giuste= dare a Cesare quel che è di Cesare.

Fattilla ‘nfilare ri ‘n monacu (talvolta: ‘n niurusuddu, ca quannu tu rici “ahi!”, iddu capisci “dai!”= possano le tue suppliche rimanere inascoltate.

A chiacchiera è bella, però a patruna ‘ra casa (talvolta: a putiarauole i soddi= a voler scendere nel concreto/bando alle ciance

Va bene c’ha chiovere, ma no c’ha sdilluviare= gli eccessi sono da combattere

Sita! (Ca è megghiu ‘ra lana) = povero illuso

Ma tu u sai cu sù i chistiani?= non è questo il modo di rivolgersi/lei non sa chi sono io!

Calacausi= lassativo

Sucanchiostro= impiegato di concetto

Strazzacatte= burocrate

‘ncrasciato= si imbottiscono panini alla piastra

Cu ci sputa u ‘rrifrisca= fisicamente poco prestante/indigente (di pecunia)/talvolta: igiene personale carente

Pari a signa ill’opera= fenomeno da baraccone

Pari a scimmia ‘i Tazzan= spiacevoli fattezze

‘O viri cu t’a sbrinzìa= aspergere al fine di meglio conservare (Sessuale,metaforico: ti urge copulare, al fine di recuperare la lucidità di cui al momento le tue affermazioni lasciano dubitare)

Nun cinn’è patatine= ciò che chiedi è inottenibile/bando al superfluo

Ju vivu e tu t’ampriachi= alterazione del nesso causa-effetto

Cane ca nun canusci patruni= indipendenza confinante con ingratitudine

Iaiu i peri comu u pisci l’ovu= gonfiore alle estremità inferiori

Iaiu a ucca comu u lippu= arsura da maldigesto

Chiuri ‘ssa potta ca trasi ‘n velenu= meglio non esporre il corpo alle intemperie

Ma chistu friddu!= temperatura rigida

Menza parola= comunicazione telepatica

Parra picca= tienilo per te

Nun mi fari parrare assai= cessa ogni provocazione nei miei confronti

Nun mi fari sbagghiari a parrare= aiutami a praticare la temperanza verbale

Mancu tu mi sta parennu= torna in te, ti prego

Co’ culu ill’autri semu tutti aricchiuni= si fa presto a parlare

Catta ca passa e gghiucaturi ca s’a fissìa= difetta di prontezza/manca di decisionismo

Ma figghiu  iè ‘n cunnutellu= ho generato una prole vivace

Sape bella! (talvolta: Bella sape!) = di gusto squisito

Scunchiurutu= aporetico

T’anzignu a ‘rucazione =sappiti comportare

Quannu siti raccussì, v’ata stari ei casi= se non amate divertirvi, non è la vostra serata.

Nun siti cosa ri iri iennu= mancate dell’attitudine al viaggio

Fai zoccu vuoi= rietiniti libero

Ma t’ha vistutu o ‘scuru? = capo di dubbio gusto

Pari ‘na riula= capo variopinto

Sauta a jatta= l’imprevisto è dietro l’angolo

Iancu è u sale=  come ampiamente preventivato

Finemula cu tuttu ‘stu buddellu= disturbo della quiete pubblica

Manciari a badìa e futtere o cunventu= opportunista, trae vantaggio da ogni situazione

Viri ddocu= fai attenzione

Viri zoccu ha fari= sappiti regolare

Fozza ddocu: coraggio ed entusiasmo nell’intrapresa

A rumpiri= senza alcuna precauzione

Tiramu ‘na fotografea: ritratto/dagherrotipo

Annachiti a cura= sii più solerte

Aiutiti= datti una mossa

Fa trasiri u sceccu pa’ cura= abile sofista

A mancanza ‘ro chiffari= dispone di tempo libero/pratica un hobby

Travagghiu nun ni manci mancu a broru= Per estensione o antonomasia: impiegato pubblico. In ditta o azienda impresa privata: gergo per operaio/ sottoposto.

E comu fu ‘na risgrazia…= contrattempo ascrivibile  a pura fatalità.

E comu fu, ie comu nun fu…=  per farla breve

Risgraziato/Disgraziato/’sgraziato= poco di buoo/screanzato

Sdisonesto= contrario alla pubblica morale

Chiu scuru i menzannotte nun po’ fari: niente da perdere

Pani ruru e cuteddu ca nun tagghia: coppia male assortita/l’uno vanifica lo sforzo dell’altro

Nun cinn’erunu scecchi a’ fera?= hai volutamente inteso precluderti migliori opportunità

Ti pari ca vegnu i mietere?=  meno ingenuo di quanto si ritenga

Ti pari ca munnu nespole? = ho il mio bel da fare

E uora n’a minamu= notizia irrilevante

E uora n’a tagghiamu= notizia ininfluente

E tanti coppa i trumma= notizia superflua

Finiu u scaccia e mancia= non è più tempo di vacche grasse

Nunn’ave abbentu= irrequieto/argento vivo addosso

Zanno/a= di etnia rom/gitano

Sù bbene a motti mancu u trova= trascorre poco tempo in casa

A casa ci fete/vi fetunu i casi= predilige l’aria aperta

Nunn’aviti letta ca vi chiamunu?= insonni/amano fare le ore piccole

U fattu nunn’è chissu: si è usciti  fuori tema/ la causa è differente

U pilu, u piliddu e u mastru c’o chiantò= perdersi in dettagli

Niente ci fa= inezia che non influisce sulla situazione pre-esistente

Che ci fa?= novità che non influisce sulla situazione pre-esistente

Cu iè? = pronto, chi parla?

Rapemu ssu puttune! = sono passato a trovarti

Ma unni vai c’o sciccareddu? = non disponi di mezzi adeguati all’impresa

Sceccu potta e sceccu mancia= ma non è di giovamento ad altri che a se stesso

Manch’i ponti passi= non andrai lontano

U pacchiu è duci, a minchia ietta uci/U pacchiu è bellu, a minchia fa buddellu= se la compagnia è quella giusta, il divertimento è assicurato.

La qualunque= ogni varietà presente in commercio

La qualsiasi= ogni varietà presente in natura

Tutte cose= letterale: la totalità degli oggetti/Spesso: la totalità degli oggetti, della flora, della fauna e dell’umanità/Frequente: la totalità dei fatti.

C’ha diri c’o trasi e nesci=  la diplomazia potrebbe esserti di molto vantaggio

Ama arrivatu unn’è c’aumu gghiri= si è raggiunto il limite/toccato il fondo

Pare male= non sta bene/non è contegno educato

Mutu a cu sape u jocu= guai a svelare il trucco

Custa quantu a Gimmania= costo insostenibile

Caravigghiaru: esoso

Hai a lupa= appettito pantagruelico/destinato all’obesità

Andrew Bird and the mysterious productions of Rome (Mai sentito tanto fischiare a un concerto)

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Attenzione:

Questo post, che a causa di qualche randomico e mal riuscito incucchiamento di sinapsi parla di America e Italia quando in realtà avrebbe dovuto parlare di un concerto tenutosi a Roma, risale all’ottobre del 2010, ed è da considerarsi come puntuale adempimento alla minaccia scagliata in questo primo post su Andrew Bird. Ha un doppio titolo (ho scritto questa avvertenza apposta perché si notasse che ha un doppio titolo, quindi è necessario notare che ha un doppio titolo, perché ci ho studiato sopra una serie di notti per questa trovata del doppio titolo, e non potevo tollerare che questa finezza del doppio titolo passasse inosservata) uno inglese e uno italiano. Il doppio titolo vorrebbe ricalcare la dicotomia di cui parla al suo interno. In più, siccome uno dei prossimi post parlerà di sottotitoli, lingua originale e doppiaggio, il doppio titolo mi serviva per inserire una nuova minaccia sotto forma di prossimamente. Ora che il terrore è sparso, il post di oggi, quello dal doppio titolo, può cominciare con il suo doppio titolo:

Andrew Bird and the mysterious productions of Rome (Mai sentito tanto fischiare a un concerto)

A Roma c’è questo posto dove ti siedi come al cinema e ascolti la musica come se avessi un impianto Bose da sei milioni di euro impiantato direttamente nella tromba di eustachio. Quello sul palco respira e tu lo senti così vicino che riusciresti a distinguergli nell’alito le sfumature di mentos da quelle di tic tac. In più  questo posto è un posto bello, dentro e fuori. Cioè è bello, di sicuro è molto bello, con l’unico difetto che ti sembra di essere in America, o in un posto tipo America: con il bar open space, la libreria open space, lo spazio esterno che essendo esterno è pure lui open space, e fa l’effetto un anfiteatro romano impiantato sopra un’astronave di star treck tutta vetro, alluminio e legno chiaro,  in fase di decollo. E in Italia anche se di open space ce ne sono pure troppi, di luoghi concepiti così bene, e apposta per la musica, ce ne sono pochissimi, almeno credo. A girare per Roma, comunque, di posti che sembrano usciti dai film americani ce ne sono una peste. Con posti voglio dire “interni”, cose tipo bar, ristoranti, caffè, etc. etc. Insomma, al di là dell’Auditorium, che è spettacolare sia come architettura sia come luogo di ascolto di eccellenza, a farsi una passeggiata in città  pare che il modello imperante per gli interni sia la caffetteria dei campus universitari americani. É pure bello, per carità. Però perché “La pizza di Ciro” ha i tavoli minimal, tutti dentro un’unica sala,  accostati a vetrate trasparenti che guardano fuori (e attraverso le quali vieni guardato da fuori mentre il pomodoro ti scola agli angoli della bocca )? Perché “I fratelli la bufala” hanno le lampade da industria che illuminano i tavoli in acero dall’alto? Perché tutti i caffè somigliano in un modo o nell’altro al Central Perk di friends? Io era da un po’ che non giravo per una metropoli italiana (ma anche straniera), e mi è sembrato che tutti i locali fossero uno spazio aperto arredato o all’americana o alla pub inglese. Nei posti che vendono l’italianità come marchio, (cioè le trattorie)  c’è al massimo una sorta di restauro plastificato della Trastevere pittoresca, e questo  pare già più normale. Non so per quale ragione (probabilmente perché invecchio) ma constatare che esiste una “moda” in campo di interni mi ha dato fastidio.

Comunque all’Auditorium c’era Andrew Bird. Da solo. Io c’ero già stato all’Auditorium, anni fa, e avevo sentito Pj Harvey. Da sola. Questo fatto che, a quanto pare, spesso all’Auditorium gli artisti si esibiscono da soli è curioso. I posti dove di solito vedi spettacoli di one man band sono due:

– Nei corridoi della metro (quindi tra rumori di fondo, frastuoni, clacson, chiacchericcio)

Oppure

– In sale dall’acustica preziosa (tipo l’auditorium o un teatro raccolto, dove il silenzio è totale)

Andrew Bird ha fatto una esibizione da tunnel della metro in una sala per musica da camera. Con l’uso pressoché esclusivo di uno strumento piuttosto classico : il violino. Bello. Bello tutto. L’acustica, la musica, l’esibizione, i suoi calzini bianchi di spugna, la recitazione (perché certe canzoni, tipo “why”, mi pare, erano proprio recitate), il violino. Tutto. Andrew Bird è una cosa sicca e lonca, allampanato, arruffato, con la barba lunga, l’eloquio distratto, la “mirada perdida”, quando non anche l’occhio chiuso, rapito nell’estasi della musica. A vederlo da circa dieci metri di distanza, come l’ho visto io, con il comfort di una poltrona comodissima e nessuna testa oscillante davanti a impedirti retrive analisi lombrosiane, si capisce chiaramente che è pazzo. Ha tutta l’aria di quello che fa l’arte per l’arte, che insegue le note che gli ronzano in testa come l’entomologo insegue le farfalle col retino. E infatti racconta che si è perso a Roma, a villa Pamphilj (mi pare si scriva così), e se non era per un romano de roma che lo riaccompagnava in albergo, rimaneva là e addio concerto. E poi solo un pazzo incide dischi con milioni di strumenti e poi si presenta al tour da solo. Quando è salito sul palco e si è capito che era solo io ho pensato e ora chi se lo assuppa a questo?. Invece s’è tolto le scarpe, è rimasto con le calze di spugna, ha trafficato con una pedaliera. E, nel silenzio del pubblico silenzioso che più silenzioso non si può, ha fatto una serie di rumori con la bocca. Li ha loopati con un sequencer a pedale. Poi ha fischiato come non ho mai sentito fischiare nessuno (in pratica è la Maria la Callas del fischio), e ha loopato una serie di fischiettamenti con un altro sequencer. Poi ha imbracciato il violino, ci ha suonato degli accordi tipo chitarra e ha loopato pure questi con un terzo sequencer. Poi ha pizzicato il violino usandolo a mo’ di mandolino, e ha ri-loopato con il quarto sequencer. Poi ha preso l’archetto e praticamente ci siamo resi conto di stare ascoltando una partitura per orchestra suonata da uno solo. Alla fine il suono era pienissimo: c’erano almeno tre archi, quattro strumenti a corda, una percussione, due doppie voci, un violino solista e una voce solista. Ogni tanto ci suonava sù delle parti di chitarra. Sottraeva, aggiungeva, sospendeva, creava vuoti di silenzio che, se è possibile, erano ancora più musicali della musica che suonava. E cantava. Accompagnandosi con il violino come normalmente ci si accompagna con la chitarra. E fischiava. Fischiava in un modo talmente sublime che secondo me a fine spettacolo, al posto delle groupie, ad aspettarlo dentro al suo camerino avrà trovato tutti i soci della LIPU. Cosa ha suonato, cantato e fischiato Andrew Bird? Non lo so. È un genere pieno di melodie (con le melodie che lui mette in una sola canzone, un altro compositore ci farebbe tre cd) però è anche molto sperimentale. In certi punti sembra Sakamoto che fa una cover dei Doobie Brothers, in certi altri è musica classica contemporanea minimalista, di quelle che ai concerti appena ti siedi ti viene subito la tosse e tutti ti fanno shhh. Poi lui però ci canta sopra una melodia folk. O un pezzo blues. O una ninna nanna. È bestiale. Nel senso letterale del termine: quando canta sembra una creatura da laboratorio, una di quelle cose che fanno i selezionatori di razze canine quando incrociano di tutto pur di ottenere un esemplare che sappia portargli insieme le pantofole, il giornale e pure il caffè. Ha la morbidezza un po’ nasale di James Taylor, ma la potenza di, boh, Kevin Rowland, e fa dei vibrati e degli acuti che pare preciso Jeff Buckley e fa arrizzare le carni. Il concerto, comunque, ha  tre pecche:

– Se durasse anche solo 5 minuti di più ti scasserebbe la minchia.

– Vedergli pestare in continuazione tutti quei pedali, saltellare con un piede in direzione di uno o dell’altro, costretto a rincorrere i tempi per arrivare puntuale alla strofa, all’inciso, al bridge, insomma vedergli fare tutte queste cose da solo, contemporaneamente, come un pazzo, ti mette addosso un’ansia da videogioco, perché lui ci arriva sempre all’ultimo momento, e tu pensi sempre che stavolta non farà a tempo a schiacciare il pedale giusto e, siccome tifi per lui, non vuoi che faccia una gran malafiura e insomma il concerto ti fa veleno.

– Il meccanismo del crearsi la base da sè, con i loop e i sequencer, uniforma le composizioni, che invece sul disco risultano molto diverse l’una dall’altra, quindi alla fine a suonare così un po’ ci perde.

All’uscita del concerto ero intruppato con circa il 70% degli spettatori, che a quanto pare erano ragazzini americani (si vedeva dalle infradito in pieno, e freddo, autunno) alla fermata del bus. Dove di bus ce n’erano tanti. Che partivano puntuali. E portavano in dieci minuti alla metro. Dove nessuno ha eseguito furti con destrezza. E che ci ha portati tutti a casa. E in questo caso somigliare all’America è stato molto, molto piacevole.

Cosa fai a Siracusa quando piove?

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1.Piove con una intensità tra il debole e il medio, tu:

A) Telefoni immediatamente a tutti i tuoi cari per sapere se sono al sicuro

B) Prendi la macchina ed esci senza motivo: così, tanto per incasinare la città

C) Vai al supermercato e fai incetta di generi di prima necessità nel timore di un imminente nubifragio

D) Tiri fuori dall’armadio la tuta che ti regalò Messner di ritorno dalla spedizione in Antartica e ti chiedi se sia questa l’occasione giusta per indossarla (propendendo più per il sì che per il no)

E) Chiami l’Enel e protesti preventivamente (tanto lo sai che da lì a qualche minuto toglieranno la luce)

F) Entri (da notarsi l’uso transitivo del verbo) le robbe stinnute

2. Piove con una intensità da medio a forte, tu:

A) In preda al terrore, corri al cinema, ma entri in sala solo a film iniziato, in modo da poter godere del conforto della presenza di sconosciuti senza dover mostrare loro la tua paura.

B) A chiunque ti chieda di uscire, notifichi con una certa perentorietà che non intendi avventurarti all’esterno per almeno tre giorni a partire da quando scampa (da notarsi che in siracusano la voce verbale per indicare il cessare della pioggia coincide con quella italiana per lo scampato pericolo).

C) Con la tipica esaltazione da burrasca sul volto, esclami Talé cchi mmala sirata, e gongoli al pensiero di poter guardare la ghigliottina in tv senza per questo doverti sentire un nanno.

D) Ponderi vantaggi e svantaggi di un simile acquazzone per il giardino della tua villetta di Fontane Bianche, anche se del giardino non te ne è fottuto mai un cazzo e ormai da decenni le ortiche hanno preso il sopravvento.

E) Tremi al pensiero di quando tua moglie scoprirà che non sei andato da Accarpio o da Floresta a comprare il telo di plastica trasparente per coprire le robbe stinnute di cui alla domanda precedente

F) Chiami anche tu i pompieri, come migliaia di altri concittadini, non per reale necessità, ma per il semplice gusto di intasargli il centralino chiedendo cose come: “Ma vi sta chiamando tanta gente? E che cosa è successo?”

3. Pioviggina per circa tre minuti e poi smette. Il cielo è tuttavia ancora grigio. Tu:

A) Ammazzi a tumpulate tuo figlio perché è uscito con lo scooter ed è caduto, nonostante tu gli avessi raccomandato di non farlo perché con questa pioggia le strade diventano saponetto

B) Fai leva e metti col K-way (meglio noto in città come cappa uei) da 3 euro del Decathlon fino a quando la lampo non si inceppa (del resto lo hai comprato 3 euro al Decathlon) e rimani a squarare come una scimmia avvolto nella plastica

C) Esci immediatamente a cogghiere crastuna

D) Bestemmi tra te e te perché volevi uscire a fare spacchio con la moto BMW (di cui riesci a pagare le rate solo grazie alla pensione con accompagnatore di tua zia che – sebbene morta nel lontano ’76 –  continua ad abitare con te sotto forma di salma impagliata).

E ) Attribuisci all’introduzione dell’euro la causa del cattivo tempo (come del resto fai con qualsiasi altra cosa scateni il tuo malcontento)

F) Telefoni a tua madre e le chiedi se stasera ti fa trovare pronto il macco o altra minestra a base di legumi, perchè ‘cu ‘stu friddu sape cchiù bella

4. Piove a fortissima intensità, ma solo per dieci minuti. Alla prima schiarita, tu:

A) Esci con addosso tutto il guardaroba invernale acquistato da Papini già a metà luglio.

B) Prendi lo scooter e percorri a 160km/h la via Elorina e/o il viale Ermocrate sperando di cadere a causa di una buca e poter essere risarcito dal comune.

C) Convogli l’acqua piovana della grondaia in un apposito bottiglione, al fine di utilizzarla per il ferro da stiro (ed evitare così le incrostazioni calcaree derivanti dall’acqua di rubinetto, oltre che risparmiare sull’acquisto di flaconi di acqua distillata)

D) Ti rechi con i bambini all’incrocio tra via Arsenale e Viale Regina Margherita, all’altezza del Corbino, per ammirare la potenza del torrente in piena e insegnare ai pargoli l’arte della pesca al muletto di fogna.

E) Ti godi la quiete dopo la tempesta, del tutto conscio che dopo il breve acquazzone si ietta ancora cchiu cauru i prima

F) Ti ritieni molto fortunato a vivere nella tua soleggiata cittadina, e compatisci i settentrionali (o più estesamente i continentali) perché assai più esposti di te alle intemperie e alla natura matrigna.

Risultati

Maggioranza di risposte A : Siracusano Base 
Possiedi alcuni dei requisiti necessari ma la tua formazione è ancora incompleta. Forse sei ancora molto giovane, oppure ti sei trasferito qui dalla provincia. Comunque sei sulla buona strada.  Sintomo: non esci MAI senza prendere la macchina
Maggioranza di risposte B : Siracusano Tipo
Sei  già oltre i comportamenti base del Siracusano e stai per diventare la mina vagante (nella pioggia) che renderà la vita impossibile ai suoi concittadini. Sintomo:parcheggi solo a distanze  di metri 1 dalla destinazione.
Maggioranza di risposte C: Siracusano Medio
Sei un modello decisamente superiore ai precedenti, e molto, molto accessoriato. Sintomo: gli amici telefonano a te per sapere se in quel locale c’è gente conosciuta.
Maggioranza di risposte D: Siracusano sotto la media 
La tua è una distorsione peggiorativa del profilo C: sei come lui, però un po’ più scarso a piccioli e senza firme addosso. Sintomo: vai al campo tutte le domeniche.
Maggioranza di risposte E: Siracusano nel midollo
Le uniche speranze che hai sono riposte in un trapianto e in un donatore che venga da fuori. Vivi contornato di amici che non distingui perché avvolti in un manto confuso di giacche belstaff bianche e scarpe hogan. Sintomo: sei iscritto al circolo unione.
Maggioranza di risposte F: Siracusano Olimpico
Appartieni al Gotha di questa città. Ti riunisci in segreto con pochi eletti per decidere quale locale deve essere affollato, quale invece deve andare deserto, e dove si va a ballare questo capodanno. Sintomo: saluti tutta la città con due baci al sivo sulla guancia.
Maggioranza di risposte G (anche se non c’erano domande G): Siracusano di riflesso
Non sei nato a Siracusa. Sei qui perché la tua zita o tuo marito è di Siracusa. Ci stai provando, a vivere qui, ma, come dire, ti mancano le basi. Sintomo: NON suoni il clacson prima che scatti il verde.
Maggioranza di risposte H (anche se non c’erano risposte H): Siracusano Smarrito
Vieni dalla Germania o dall’Olanda, hai affittato una macchina senza navigatore satellitare e ti sei ritrovato per sbaglio a Corso Gelone mentre cercavi di andare a Modica. Sintomo: ti affidi senza esitazione alle indicazioni deliranti dei cartelli stradali siracusani.
Maggioranza di risposte I (anche se non c’erano risposte I): Siracusano immemore
Sei andato via da Siracusa quando ti sei iscritto all’università, e da allora ritorni solo per le feste comandate. La tua Siracusa è un idillio reso dolcissimo dai ricordi del liceo. Sintomo: nel segreto della cabina elettorale, voti lega.
Maggioranza di risposte L (anche se non c’erano risposte L): Siracusano livoroso
Vivi a Siracusa, ma la odi. Volevi andare a vivere lontano, ma alla legione straniera ti hanno scartato perché avevi 9/10 di vista e ora fai il pendolare con Rosolini. Sintomo: se prendi una scaffa con la macchina, bestemmi solo ed esclusivamente Santa Lucia.
Maggioranza di risposte M (anche se non c’erano risposte M): Siracusano Pittoresco
Hai tra i 70 e gli 80 anni, ti sei trasferito a Siracusa dalla Svizzera perché ti è sembrata una città bellissima per viverci da pensionato. I siracusani ti deliziano come gli insetti deliziano un entomologo.Sintomo:non riesci a pronunciare correttamente il pronome personale iddu

La bibbia, uno che si chiama Andrew Bird e il perché dei perché

Inserito il

 

PROGRAMMA

A. Requisiti minimi di sistema:
Scarsa – anche minima, infinitesimale o totalmente desunta da spot pubblicitari e titoli di film – conoscenza della lingua inglese.

B. Bibliografia essenziale:
1) Andrew Bird, «Andrew Bird and the Mysterious Production of Eggs», segnatamente alla canzone
“The Naming of Things”.
2) AA.VV., «La sacra bibbia», qualunque edizione in commercio o non più in commercio, segnatamente al capitolo:
«Genesi»

C. Bibliografia per chi proprio se la dovesse sentire (ma non c’entrano una mazza):
1) Felice Cimatti, «La mente silenziosa. Come pensano gli animali non umani».
2) Jean- Pierre Changeaux, «L’uomo neuronale», (però è uno scassamento di minchia pazzesco).
3) Freeman, «Come funziona la mente»
4) Gregory Bateson, «Verso un’ecologia della mente»
5) Joseph LeDuoux, «Il cervello emotivo»
E poi perché no?
6) Antonio Damasio, «L’errore di Cartesio».

AVVERTENZE

1) Attenzione: questa nota tratterà il testo di una canzone scritta in lingua inglese. E siccome non siamo negli anni ’70, non ne esiste una versione italiana fatta dai Dik Dik o dall’Equipe ’84.

2) NON è necessario conoscere né l’inglese né questa canzone per leggere questo post (e non aiuta).

3) NON è necessario essere pazzi per leggere questo post (però aiuta).

4)  È  consigliato l’ascolto della canzone in oggetto congiuntamente alla lettura  del testo qui di seguito riportato.

Andrew Bird
The Naming of Things

you remind me of you
the way you shot right through and how
you broke my window glass, fast
it happened so fast
I have to confess that I
that I was impressed that I
despite all the mess and the broken glass
I was impressed

here’s where I disappeared
where I fell off the pier
and to be rescued I did wait
I watched waterbugs skate
as they draw figure eights as they draw
from the bottom of the lake as they draw
I watched waterbugs skate as they draw
from the bottom of the lake I watched the waterbugs skate

memories like mohair sweaters
stretched and pilled faux distressed letters
moose’s horns and figure eights
white plastic bags in search of mates
what suffocates the land
in the memory of garbage can
memory of garbage can

you can’t be found when the bell rings
you weren’t there that day for the naming of things
the naming of things
where the homeroom bell rings
the homeroom bell rings

hey, just look at the mess you made today
didn’t really think it would get this bad
hey, feel like you’re living in a Russian play
where it seems like you made everybody mad

you remind me of you
when you shot through
and broke my window glass
it happened so fast
I have to confess
I was impressed, I was impressed
despite all the mess and the broken glass
I was impressed

Si può ora procedere alla lettura di:

LA BIBBIA, UNO CHE SI CHIAMA ANDREW BIRD E IL PERCHÈ   DEI PERCHÈ.

PARTE PRIMA.
1. Introduzione.
2. Considerazioni di carattere generale sull’analisi dei testi delle canzoni in lingua straniera.
3. Informazioni sull’autore.
4. Ringraziamenti e Dedica.

1.INTRODUZIONE
Ascoltare le canzoni facendo caso alle parole è attività largamente praticata. Non all’ordine del giorno (altrimenti Tiziano Ferro sarebbe in galera), ma tuttavia abbastanza diffusa.
É un’attività cui, normalmente, si perviene dopo una serie di ripetuti ascolti superficiali. Più di rado, vi si perviene già al primo o secondo ascolto quando alcune (non importa che siano tutte, ne bastano alcune) parole colpiscono la mente e i sensi per un certo qual potere evocativo. Essere colpiti da una immagine, concetto o idea evocati da una canzone è più frequente quando si ascolta un brano composto in una lingua straniera. Vediamo perché.

2. CONSIDERAZIONI DI CARATTERE GENERALE SULL’ANALISI DEI TESTI DELLE CANZONI IN LINGUA STRANIERA.
Si viene colpiti dal testo di una canzone quando una frase in essa contenuta non si fa comprendere nell’immediato. Spinge cioé a chiedersi cosa mai possa significare. Tale spinta all’approfondimento viene in realtà promossa dalla sensazione che qualcosa di detta frase, in una forma non intellettuale ma emotiva, è già stata compresa. Niente di strano. In realtà è una cosa che vale per praticamente tutte le domande che l’essere umano si pone: quando puoi fare la domanda, vuol dire che c’è già la risposta. Questa spinta al domandare si fa più frequente quando il senso della frase (o addirittura della singola parola) si fa più sfuggente perché espresso in una lingua che non è la propria. Ascoltare una frase, ripetutamente, pronunciata in una lingua straniera conferisce all’espressione un fascino tutto particolare, come più o meno accade quando un pezzo di pacchio ti risulta ancora più pezzo di pacchio se parla in italiano con un accento straniero o se parla direttamente in una qualunque lingua straniera (che non sia il tedesco). Essendo cioè incerti già in partenza sul fatto di avere colto o meno il significato di quanto si sta ascoltando, ci si sente più liberi di svolgere quell’oziosa attività di interpretare a proprio piacimento il testo della canzone. Si fruisce in tal modo della possibilità di sparare minchiate assolute, come appunto qui si intende fare, trincerandosi poi eventualmente dietro la bieca giustificazione: “vabbe’, ma io non è che sono nato a Oxford…”. La canzone di cui qui si tratta è di matrice anglosassone. Non so se inglese o americana, perché, venendo alle

3. INFORMAZIONI SULL’AUTORE,
mi trovo subito costretto a rivelare che io, di chi sia costui, dove sia nato, quanti anni abbia e cosa abbia prodotto, non ne so una beata. Potrei benissimo quindi stare correndo il rischio di parlare di un mostro sacro, autore riverito da critica e pubblico, trattandolo come un signor nessuno. Ecco alcune cause del possibile errore:

1) Non sono Tano Lo Magro
2) Non vado alle feste Indie Rock di Paolo Mei
3) Non leggo “Il mucchio selvaggio” (anzi non leggo manco Tv, Sorrisi e Canzoni).

Si impone, dunque, una breve digressione che meglio illustrerà la serie stocastica di avvenimenti che mi fecero entrare in possesso del brano oggetto di questo inutile post.

Ormai circa quattro estati fa, mi pare, una studentessa americana mi fece un cd masterizzato. É abbastanza normale che gli studenti mi facciano delle compilation di musica che dovrei assolutamente conoscere. In molti casi, dentro siffatte playlist ci trovi:

– Eamon
– Shakira
– Laura Pausini che canta in spagnolo
– Gli Oasis (che per gli americani, a quanto pare, sono esotici in quanto britannici)
– Una serie di brani gangsta che ti fanno venire voglia di aderire a una qualche associazione femminista e scendere in piazza a urlare slogan tipo: maschio bastardo ti strapperemo i testicoli e li useremo come cubetti di ghiaccio per il Baileys.

Visti i contenuti del materiale che mi viene spesso recapitato, io ormai, considerate le dimensioni davvero ridotte del mio hard disk, applico delle selezioni che potremmo definire Lombrosiane:

1. Se il cd è stato masterizzato da una pacchiona (per la legge della compensazione quasi di sicuro lobolesa), lo cestino automaticamente.
2. Se è stato masterizzato da un ragazzo (dunque proveniente da una creatura ragionevole) ci parlo e gli chiedo prima di che si tratta.
3. Se è stato masterizzato da un cesso (per la legge della compensazione quasi di sicuro intelligente), gli do una chance e lo importo su iTunes.

Il brano in questione rientrava in una compilation che potremmo benissimo ascrivere all’ultimo gruppo. Dopo avere ascoltato distrattamente l’album, però, l’ho subito catalogato in quel filone musicale che io definisco alternativ/adolescenziale, e il cui spirito mi piace sintetizzare in questa frase: “Questo autore/gruppo è veramente valido perché lo conosciamo solo io, Tano Lo Magro e quattro amici miei”. Inutile aggiungere che tutto ciò mi rendeva massimamente invisi tanto la musica, quanto la ragazza che me la aveva masterizzata. Motivo per cui mi ripromisi di cancellare tutto. Ma non lo feci. E siccome su iTunes c’è quella funzione shuffle, che riporta spesso in vita cadaveri sepolti da secoli, le canzoni di questo Andrew Bird, a intervalli piuttosto irregolari, uscivano fuori comunque.

4. RINGRAZIAMENTI E DEDICA.
Ora, io sono notoriamente un presuntuoso, e quindi prima di ammettere a me stesso che le parole di questa canzone (e la canzone tutta) mi sembravano bellissime, ci sono voluti circa quattro anni. Questo post, dunque, oltre a essere un modo per ammorbare oltremodo chiunque lo legga, è anche un mea culpa, e lo dedico a Daniela Schiano di Cola di William & Mary College, Virginia, USA, anche se spero che non lo leggerà mai perché tre righe sopra ho detto che è un cesso.

PARTE SECONDA.
1. Cosa vuol dire “The Naming of Things”, e perché è possibile che questo titolo contenga un rimando alla BIbbia.
2. Una canzone d’amore?
3. Le frasi Matrjoska.
4. La profondità e il gioco degli specchi.

1. COSA VUOL DIRE THE NAMING OF THINGS.

La canzone si chiama così: The Naming of Things. Se avessi saputo tradurne il testo (un tempo sarei stato in grado di farlo), avrei evitato di parlarne, evitando così di imbruttirla e godendo più semplicemente della possibilità di poterla condividere e apprezzare con chiunque volesse. Ormai, mi viene troppo difficile, dunque ne parlo. In italiano il titolo suonerebbe più o meno così: Dare un nome alle cose con il verbo all’infinito, che però, nell’inglese è preceduto dall’ articolo determinativo THE (il che sta ad indicare che, più che un’azione, questa forma verbale vuole descrivere un evento, e dunque in italiano andrebbe resa con una sostantivazione, tipo La nominazione delle cose, che però mi fa proprio cacare). Più nel dettaglio, il titolo è costituito da uno stralcio di frase estratto appunto dal testo della canzone, che recita in inglese:

You weren’t there that day for the naming of things.

Proviamo a renderla in italiano, anche se viene maluccio:

Tu, il giorno in cui è stato dato un nome alle cose, non c’eri.

Questo “Tu” cui Andrew Bird si rivolge è, con buona probabilità (lo si capisce dal tono generale della canzone) una ragazza (un ragazzo, nel caso in cui Andrew Bird sia omosessuale o magari biadesivo). Il “giorno in cui è stato dato un nome alle cose”, invece, è quello di cui volevo parlare. Qual è questo giorno? Ecco, vediamo dunque

2. PERCHé È POSSIBILE CHE QUESTO TITOLO CONTENGA UN RIMANDO ALLA BIBBIA

Nella Bibbia, mi pare nella Genesi, succede questa magia: le cose vengono nominate – cioè viene loro assegnato un nome – ed esse prendono a esistere. Il miracolo della creazione avviene per mezzo della parola. Dio dice all’uomo (o alla buttana di Eva? non mi ricordo): dai un nome alle cose, e vedrai che cominceranno a esserci, a esistere. Il giorno di cui parla Andrew Bird, potrebbe essere questo: il giorno in cui è stato dato un nome alle cose. Ma Lei (cioè il Tu cui Andrew Bird si rivolge nella canzone) “non c’era”. Lei quel giorno lì non c’era. La frase immediatamente precedente a quella riportata recita infatti:

You, you can’t be found when the bell ring
You weren’t there that day for the naming of things
The naming of things,
The naming of things

3. UNA CANZONE D’AMORE?

Lui, Andrew, a quanto pare è innamorato di questa lei che “quel giorno lì” non c’era. Nella canzone, succede una cosa un po’ strana (o meglio un evento cui Andrew accenna senza raccontarcelo, ed è forse per questo che la canzone assume un tono così evocativo da fartici scrivere sopra tutte queste parole): lei gli ha rotto il vetro della finestra. Come? Probabilmente a sassate.  Perché? Non ci è dato saperlo. Ci è dato sapere, invece, che questa cosa lo ha molto impressionato e che da quel momento in poi, tutto è successo molto fretta.

[…] and how you broke my
window glass
fast, it happened so fast, […]
and I was impressed that I
that I was impressed that I
that I was impressed that I […]

4. LE FRASI MATRJOSKA

L’ultima frase citata (I was impressed that I was impressed…) è una di quelle frasi che io chiamereri matrjoska: dentro una frase c’è un’altra frase uguale alla prima con dentro un’altra frase uguale alla seconda e così via. È un espediente piuttosto diffuso in letteratura (Gertrude Stein, per dirne una famosa: A rose is a rose is a rose is a rose), e in psicanalisi (Sogno di sognare me, che sogno di sognare me, che sogno di sognare me). Solo che spesso non serve a niente, se non a stupire. Qui invece serve. Andrew Bird è rimasto impressionato (I was impressed). Ma da che cosa?  È rimasto impressionato dal suo stesso essere rimasto impressionato. Proviamo a malamente tradurre:

Sono rimasto molto impressionato dal fatto di essere rimasto molto impressionato dal fatto di essere rimasto molto impressionato

Lui è innamorato di questa. Ma non è lei ad averlo impressionato. E non è nemmeno il fatto che lei gli abbia preso a colpi di cuticchiune il vetro della finestra ad averlo impressionato.
Lui è rimasto impressionato dal fatto di essere rimasto impressionato. Perché? Perché lei non ha un nome. Lei, il giorno che è stato dato un nome alle cose, non c’era. Non si sa dov’era. Ma non l’ha ricevuto. Lei è quindi una creatura paradossale. È una creatura, perché esiste, ed è reale (reale al punto che può spaccargli il vetro della finestra) ma è una creatura che è stata creata al di fuori di quel miracolo della creazione, che come abbiamo visto prevede che una cosa venga “chiamata con un nome” perché possa esistere.  Lei è una cosa unica. E lui, Andrew Bird, non ha pietre angolari, metri di paragone, concetti, idee o immagini cui accostarla. E una cosa che non ha nome è un pensiero che, in pratica, non posso pensare. Per pensare a questa cosa mi serve che lei faccia parte del linguaggio. Mancando il linguaggio, addio pensiero. Addio o quasi. Sulla questione “È possibile pensare senza linguaggio?” ci si arrovella (in pratica lo fa anche questa canzone) da millenni. E pare che proprio, per il momento almeno, non se ne esca. Per pensare ci vuole “qualcosa”: parole, numeri, forme geometriche, note musicali. Ci vuole un linguaggio. Come può, allora, Andrew Bird parlare di questa creatura (in verità piuttosto bislacca e alquanto dannosa, che se ne va in giro a spaccare finestre e provocare sobbalzi emotivi in chi vi si imbatte) se lei non ha un nome, e dunque non “È” una cosa? Lo può fare solo parlando di sé stesso. Ed ecco cosa significa quella frase matrjoska: l’unico modo per parlare di una cosa che, non solo non conosco, ma per la quale non ho neanche paragoni possibili è parlare dell’effetto che quella cosa ha su di me. Parlare cioè delle modifiche che questa cosa può in me procurare. Mi accorgo che questa cosa (ragazza) incomprensibile c’è, esiste, perché MI FA qualcosa. Quindi Andrew Bird resta molto impressionato.  Ma da cosa? Non può dirlo.  Può solo dire di essere rimasto impressionato dal fatto di essere rimasto impressionato. Tutto questo si fa ancora più evidente nella prima frase,  nella frase – ben strana – che apre la canzone, che dice appunto:

You remind me of you

Sarebbe a dire:

Tu mi fai venire in mente te

Andrew non sa trovare metafore. Non può fare paragoni, allegorie, giochi di rimandi. E quindi tutta la poesia che l’essere innamorato di questa spaccavetri scatena si risolve in una magnifica tautologia:
Tu mi fai venire in mente te.
Non mi fai venire in mente tramonti, oceani limpidi, farfalle nello stomaco. Mi fai venire in mente te.  Il che diventa una magnifica metafora poetica, quando si è compreso il giro che queste poche parole devono fare per consegnare il proprio significato tautologico. Tu mi fai venire in mente te perché quel giorno in cui è stato assegnato un nome alle cose tu non c’eri, dovevi esserti persa e non ti si trovava da nessuna parte.

3. LA PROFONDITA’ E IL GIOCO DEGLI SPECCHI
La frase matrjoska di cui si è già parlato non è l’unica della canzone.
Ce n’è un’altra, altrettanto significativa:

I watched waterbugs skate
as they draw figure eights as they draw
from the bottom of the lake as they draw
I watched waterbugs skate as they draw
from the bottom of the lake I watched the waterbugs skate

Togliamoci subito dai cabasisi l’inglese:  qua si parla del fondo di un lago (the bottom of the lake). Andrew Bird si trova sul fondo di un lago (dice di esserci caduto, ma probabilmente ce l’ha spinto dentro lei, visto quant’è stronza e dannosa). E dal fondo di questo lago, placido e tranquillo, osserva dei moscerini (waterbugs) che pattinano (sì, pattinano: skate) disegnando degli 8 (as they draw figure eights). Ora, per il discorso di prima (quello secondo cui è possibile parlare di ciò che non si conosce solo parlando delle modifiche che questo qualcosa di sconosciuto produce in noi stessi), ad Andrew Bird si offriva la possibilità di risolvere il problema con una metafora (che per quanto bislacca possiede una sua certa grazia):

Tu sei qualcosa di simile alla sensazione che proverei standomene sul fondo di un lago a guardare dei moscerini che pattinano disegnando degli 8.

C’è dunque il rimando a una profonda introspezione: guardati nel fondo, e qualcosa di simile a ciò che non ha nome troverai. Ma Andrew Bird è chiaramente un radicale, e vuole costringerci a pensare i limiti. Allora che fa? Incasina tutto con la frase matrjoska: sì, è vero, io guardo nel profondo di me stesso e vedo questi moscerini che pattinano. Ma quando li guardo, mi accorgo che ANCHE LORO sono sul fondo del lago e sotto ci SONO IO che guardo loro che disegnano gli 8, che guardano me che guardo loro. Insomma, questo lago ha più di un fondo, e se trovo un possibile rimando, una possibile metafora per una cosa che non ha nome, mi ritrovo di fronte uno specchio che non fa altro che rimandarmi indietro la mia immagine di me che cerco di trovare dei paragoni.

PARTE TERZA
1. Conclusioni
2. Prossimamente

1.CONCLUSIONI

Non ci sono conclusioni da trarre. O almeno io non ce le ho. Mi viene solo da commentare che alla fine è una canzone d’amore, perché suggerisce che ciò che non posso dire comunque lo sento, e che forse questo “sentire” è in se stesso un linguaggio, anche se è un linguaggio che ancora non sappiamo parlare. Che in pratica è ciò che LeDoux, Damasio e tutti questi neuroscienziati stringi stringi sembrano dire : i sentimenti sono un processo cognitivo razionale, anzi, sono proprio una faccenda  deterministica, regolamentata da processi bio-chimichi piuttosto complessi, che prima o poi sapremo svelarvi nel dettaglio. E che questa forma di conoscenza, in realtà utilizzatissima da tutti noi ogni giorno, che spesso ci fa sentire in colpa per avere preso una decisione con la “pancia” piuttosto che con il “cervello”, ribadisce una volta di più quanto sia totalmente superata la visione di un cervello separato dalla pancia.  Zarathustra, per esempio, già a fine Ottocento diceva questa cosa magnifica:
C’è più saggezza nel tuo corpo che nella tua migliore saggezza.
E chissà per quale scopo al tuo corpo SERVE la tua migliore saggezza.

Quindi, insomma, diciamo che possedere un corpo serve più che altro a registrare le modifiche prodotte dagli eventi esterni e a elaborarle in informazioni. Non siamo consapevoli di tutte, ma solo di quelle per cui abbiamo le parole. Quelle per cui abbiamo le parole le trasformiamo in lingua (italiano, inglese, matematica, fisica, musica) e il fatto che siano razionali e logiche appare subito evidente. Le altre però esistono lo stesso, e ci fanno pensare lo stesso. In un altro modo. Magari in un modo che è simile a quello arbitrario con cui interpretiamo le canzoni scritte in un inglese che non si lascia capire subito. Senti qualcosa, e non sai cos’è. Però c’è.

2. Prossimamente

Comunque ascoltare troppo Andrew Bird fa male. Io mi ci ero fissato, e dopo un po’ sono andato a sentirlo in concerto all’Auditorium della Conciliazione, a Roma. Ma questa è un’altra storia. E purtroppo per chi dovesse aver letto questo post fino in fondo, intendo raccontarla.

Fare tutto senza fare niente: Santa Lucia e la via siracusana allo stare al mondo

Inserito il

Esiste una forma siculosudorientale del vivere. Si ricava per sottrazione: prendi una persona viva, le togli le azioni e ottieni un siracusano. Detta così suona come un’astrazione teorica, e in parte lo è, ma è soprattutto una sedimentazione culturale, che sfocia in un atteggiamento visibile a occhio nudo.

Lo si può sperimentare con facilità recandosi in una sala da ballo a sud di Catania nel bel mezzo di un sabato sera.

La cosa non riguarda certo i rave party o le feste a base di alcol e vari prodotti anfetaminici, dove la componente chimica ha la meglio su qualsiasi retaggio antropologico, ma quei posti che di solito sono meta del divertimento per i cosiddetti sticchi di culo (nel resto d’Italia: fighetti) o per le persone normali (nel senso di non aduse a drogarsi prima di uscire). Andateci e poi ditemi se vedete qualcuno ballare.

Il piacere per cui il siculo sudorientale è disposto perfino a pagare un biglietto (cosa circoscritta a quei pochissimi eventi per cui le telefonate preliminari volte a censire docu cu canuscemu? non siano andate a buon fine) non ha niente a che vedere con la gioia che viene dal liberare le tensioni danzando, scatenandosi, abbandonandosi al ritmo e sudando. No, non c’entra niente. Il siculo sudorientale va in discoteca per riservarsi la possibilità del godimento supremo.

Sì, perché potrebbe capitare che dentro la discoteca qualcuno balli. E a quel punto lui potrebbe finalmente fare ciò che vorrebbe fare sin da quando ha messo piede lì dentro: indicarlo ridendo e prorompere nel fonema «Talé». In quel momento lui è felice. E la sua felicità si contagia a tutti gli astanti che, come in preda a un raptus collettivo cominciano anche loro a esclamare «Talé», chi a mezza bocca, chi urlandolo nelle orecchie del vicino a causa dei decibel, chi ancora raddoppiandolo o triplicandolo come in preda a una lallazione di tipo compulsivo «Talé, talé, talé».

L’apice del piacere lo si raggiunge se colui che viene additato nell’atto di ballare lo si conosce. Se è un amico di quelli stretti si rischia l’eiaculazione precoce. L’espressione, pur essendo accompagnata da un gesto del dito e da un puntare gli occhi addosso inequivocabili, può risultare ermetica, ed è dunque necessario spiegarla.

Il siculo sudorientale ritiene socialmente sconveniente andare in una discoteca e ballare. Ritiene socialmente sconveniente anche l’atto del divertirsi. Più in generale, ritiene socialmente sconveniente il vivere stesso. La sala da ballo è un luogo deputato ad assolvere due funzioni che nulla hanno a che vedere con le danze: vestirsi «bene», (cioè con addosso abiti che siano la metafora più esplicita possibile delle banconote spese per acquistarli) e «vedere chi c’è». Se balli, o sei «un torpo» (nel resto d’Italia: tamarro, coatto etc) o sei «un pazzo» (definizione che compendia una vasta gamma di tipi umani: dall’eccentrico, al neuroleso, passando per l’originale, il depresso, lo strambo, il pitocco e l’anticonformista. In un’espressione: il diversamente vivo). Oppure ancora «non hai niente che fare».

Quest’ultima è l’epigrafe che il siracusano appone a giudizio tombale su qualsiasi attività venga svolta da chiunque non sia lui. La sera vai a correre per tenerti in allenamento? Sei un pazzo scattiato. Oppure non hai niente che fare. Ti piace collezionare francobolli? Sei un maniaco. Oppure non hai niente che fare. Leggi libri? Sei depresso. Oppure non hai niente che fare. Hai un blog? Sei un folle. E di sicuro non hai niente che fare.

Solo chi non ha niente che fare può permettersi il lusso di attività come andare in palestra, suonare uno strumento, nuotare in piscina, navigare su internet o andare in un cinema che non sia il Vasquez a vedere un film che non sia con Boldi e De Sica in un giorno che non sia il ventisei di dicembre.

Le giornate di un siracusano infatti sono freneticissime. Non c’è tempo per nient’altro che non sia lavorare. I milanesi? Gente che se la mina tutto il giorno. La city di Londra? Un covo di magnacci. L’attività lavorativa vera, quella che non lascia il tempo di respirare, ferve solo tra Ortigia, la Borgata e il Corso Gelone.

Un capitolo a parte riguarda facebook. Se lo accendi, ci trovi tutti i concittadini che conosci, compresi gli emigrati. E se lasci accesa la chat, ti si apriranno mille finestre diverse, ma tutte con dentro la stessa frase di benvenuto: «Mih, ma sempre qua sei? Ma com’è che non hai mai niente che fare tu?». Prima succedeva anche al bar: ci entravi a prendere il caffè e ci trovavi mezza città. Però quello che non aveva niente che fare eri tu.

Facebook ha reso il caffè perenne e la possibilità di additarci a vicenda come nulla facenti è salita ai massimi storici dalla fondazione della colonia greca.

L’essenza della siracusanità consiste in questo fare le cose senza farle. Cioè facendole ma chiamandosi sempre fuori da ciò che si sta facendo. A ballare? Ci puoi andare. Basta che non balli. Su facebook? Ci puoi stare. Però di passaggio.

Non è tanto che i siracusani imitino la vita senza viverla. È più che altro che riescono a viverla svuotando le azioni della loro essenza. Scavano via la polpa con un cucchiaino e poi si infilano nel guscio per ripararsi dagli sguardi altrui. È una cosa antica.

Per rendersene conto basta andare alla festa di Santa Lucia.

È l’unica festa patronale in tutta la Sicilia (e forse in tutto l’universo) in cui non succede niente. A Catania si vestono tutti di bianco, urlano, corrono spingendo un carretto in salita, cantano, preparano le candelore per settimane. Nei paesini, perfino in quelli minuscoli, la celebrazione religiosa è preceduta o seguita da eventi collaterali tipo concerti, giochi, giostrine, fiere. A Siracusa niente. Una processione. Silenziosa. E basta. L’unico imperativo è che ci devi essere. E per le donne che ti devi mettere la pelliccia.

Questo ha spinto illustri e acuti commentatori forestieri a un grande fraintendimento. Si è letto su guide e libri che si tratta di una delle feste più sobrie ed eleganti d’Italia, dove prevale la misura e la compostezza. Non è vero niente. Il vero motivo per cui la festa di Santa Lucia si svolge in questa piacevole atmosfera di moderazione è che se qualcuno intonasse un canto, partisse con un’invocazione o sparasse un mortaretto il resto della popolazione lo prenderebbe per pazzo. Oppure per uno che ha non ha niente che fare.

Da tutto questo, la festa ci ricava una cosa davvero stupenda. Nel silenzio dei fedeli che strisciano i piedi scalzi in processione, l’urlo atavico «Sarausana è» – riservato solo e soltanto a chi abbia la potenza vocale adatta, il timbro giusto e l’ispirazione altissima – tocca davvero le corde di un senso di appartenenza molto profondo. E riesce a entrarti così dentro proprio perché il contesto di calma e di inattività lo fa risaltare con potenza. Ogni volta che senti quel grido, ti viene da pensare che magari a Siracusa basterebbe questo: che una volta, qualcuno, un pazzo, oppure uno che non ha niente che fare, in un momento che non sia la festa di Santa Lucia, si mettesse a urlare qualcosa nel silenzio. Allora forse la città uscirebbe dall’incantesimo millenario e comincerebbe a vivere.

Finisce sempre a café.

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Il post comparso ieri su questo blog ha suscitato un vespaio di polemiche su tutti i media. La CNN, la BBC, il Financial Times, il Washington Post, tutti a sollecitarmi interventi di chiarimento, e meno male che a casa c’ho il metodo De Agostini. Il cellulare mi squillava anche mentre ero vicino al lavandino, con ‘sta gente che voleva conto e ragione di certe mie prese di posizione così radicali e non mi dava neanche il tempo di insaponarmi bene le ascelle. Gli editorialisti italiani volevano per forza incontrarmi in un faccia a faccia a reti unificate. Io però avevo il consiglio di classe e la pizzata di fine corso, e quindi gli ho trovato una soluzione che mi lasciasse la serata libera. Sentite, fate così: ogni quotidiano  organizza un torneo aziendale per sofisti e poi i vincenti di ogni redazione si sfidano tra loro. Le semifinali sono state Sofri contro Mancuso e Travaglio contro Flores D’Arcais. Siccome le ha arbitrare tutt’e due il signor Byron Moreno di Quito, Florais d’Arcais è stato squalificato per gioco laico pericoloso. Il torneo è stato annullato e, come succede ogni volta che si verificano annullamenti, lo scudetto se l’è preso Moratti. Però la gara è stata bella. I più raffinati intellettuali d’Italia si sono prodotti in capriole e numeri da circo per giustificare con grandi argomenti filosofico-giuridici la rassicurante affermazione: «Credo in Dio». Travaglio, da fuoriclasse qual è, se n’è uscito con un gioco di prestigio che valeva da solo il prezzo del biglietto: l’avversativa «ma non c’entra con quello che scrivo». Siccome io non credo in Dio e c’entra con quello che scrivo, ma se magari un giorno riorganizzassero il torneo parrocchiale vorrei tanto poter partecipare, oggi dovevo per forza trovare un sillogismo che mi facesse rientrare nei ranghi. Vediamo se va bene. Io non credo in Dio. Però stando alla M-teoria esistono infiniti universi paralleli. E allora stamattina quando mi sono alzato ho deciso di trasferirmi e prendere la cittadinanza in un altro universo. Ho fatto gli scatoloni che parevo un ex ministro del governo Berlusconi, ho preso l’autobus neutrino per l’undicesima dimensione, mi sono informato con la Gelmini su dove mi conveniva scendere, ho schiacciato il pulsante rosso per prenotare la fermata spazio-temporale, e subito dopo il tunnel tra l’Abruzzo e la Svizzera sono sbarcato in questo universo qua. In questo universo qua Dio esiste, io credo in Dio, Luciano Moggi è una persona onesta e ogni volta che ti viene voglia di suicidarti spunta Bonolis, ti offre un caffè, tu lo butti giù e lui ti tira sù. Venitemi a trovare presto, che qua si sta tanto, tanto meglio.