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Archivi del mese: dicembre 2011

Cosa fai a Siracusa quando piove?

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1.Piove con una intensità tra il debole e il medio, tu:

A) Telefoni immediatamente a tutti i tuoi cari per sapere se sono al sicuro

B) Prendi la macchina ed esci senza motivo: così, tanto per incasinare la città

C) Vai al supermercato e fai incetta di generi di prima necessità nel timore di un imminente nubifragio

D) Tiri fuori dall’armadio la tuta che ti regalò Messner di ritorno dalla spedizione in Antartica e ti chiedi se sia questa l’occasione giusta per indossarla (propendendo più per il sì che per il no)

E) Chiami l’Enel e protesti preventivamente (tanto lo sai che da lì a qualche minuto toglieranno la luce)

F) Entri (da notarsi l’uso transitivo del verbo) le robbe stinnute

2. Piove con una intensità da medio a forte, tu:

A) In preda al terrore, corri al cinema, ma entri in sala solo a film iniziato, in modo da poter godere del conforto della presenza di sconosciuti senza dover mostrare loro la tua paura.

B) A chiunque ti chieda di uscire, notifichi con una certa perentorietà che non intendi avventurarti all’esterno per almeno tre giorni a partire da quando scampa (da notarsi che in siracusano la voce verbale per indicare il cessare della pioggia coincide con quella italiana per lo scampato pericolo).

C) Con la tipica esaltazione da burrasca sul volto, esclami Talé cchi mmala sirata, e gongoli al pensiero di poter guardare la ghigliottina in tv senza per questo doverti sentire un nanno.

D) Ponderi vantaggi e svantaggi di un simile acquazzone per il giardino della tua villetta di Fontane Bianche, anche se del giardino non te ne è fottuto mai un cazzo e ormai da decenni le ortiche hanno preso il sopravvento.

E) Tremi al pensiero di quando tua moglie scoprirà che non sei andato da Accarpio o da Floresta a comprare il telo di plastica trasparente per coprire le robbe stinnute di cui alla domanda precedente

F) Chiami anche tu i pompieri, come migliaia di altri concittadini, non per reale necessità, ma per il semplice gusto di intasargli il centralino chiedendo cose come: “Ma vi sta chiamando tanta gente? E che cosa è successo?”

3. Pioviggina per circa tre minuti e poi smette. Il cielo è tuttavia ancora grigio. Tu:

A) Ammazzi a tumpulate tuo figlio perché è uscito con lo scooter ed è caduto, nonostante tu gli avessi raccomandato di non farlo perché con questa pioggia le strade diventano saponetto

B) Fai leva e metti col K-way (meglio noto in città come cappa uei) da 3 euro del Decathlon fino a quando la lampo non si inceppa (del resto lo hai comprato 3 euro al Decathlon) e rimani a squarare come una scimmia avvolto nella plastica

C) Esci immediatamente a cogghiere crastuna

D) Bestemmi tra te e te perché volevi uscire a fare spacchio con la moto BMW (di cui riesci a pagare le rate solo grazie alla pensione con accompagnatore di tua zia che – sebbene morta nel lontano ’76 –  continua ad abitare con te sotto forma di salma impagliata).

E ) Attribuisci all’introduzione dell’euro la causa del cattivo tempo (come del resto fai con qualsiasi altra cosa scateni il tuo malcontento)

F) Telefoni a tua madre e le chiedi se stasera ti fa trovare pronto il macco o altra minestra a base di legumi, perchè ‘cu ‘stu friddu sape cchiù bella

4. Piove a fortissima intensità, ma solo per dieci minuti. Alla prima schiarita, tu:

A) Esci con addosso tutto il guardaroba invernale acquistato da Papini già a metà luglio.

B) Prendi lo scooter e percorri a 160km/h la via Elorina e/o il viale Ermocrate sperando di cadere a causa di una buca e poter essere risarcito dal comune.

C) Convogli l’acqua piovana della grondaia in un apposito bottiglione, al fine di utilizzarla per il ferro da stiro (ed evitare così le incrostazioni calcaree derivanti dall’acqua di rubinetto, oltre che risparmiare sull’acquisto di flaconi di acqua distillata)

D) Ti rechi con i bambini all’incrocio tra via Arsenale e Viale Regina Margherita, all’altezza del Corbino, per ammirare la potenza del torrente in piena e insegnare ai pargoli l’arte della pesca al muletto di fogna.

E) Ti godi la quiete dopo la tempesta, del tutto conscio che dopo il breve acquazzone si ietta ancora cchiu cauru i prima

F) Ti ritieni molto fortunato a vivere nella tua soleggiata cittadina, e compatisci i settentrionali (o più estesamente i continentali) perché assai più esposti di te alle intemperie e alla natura matrigna.

Risultati

Maggioranza di risposte A : Siracusano Base 
Possiedi alcuni dei requisiti necessari ma la tua formazione è ancora incompleta. Forse sei ancora molto giovane, oppure ti sei trasferito qui dalla provincia. Comunque sei sulla buona strada.  Sintomo: non esci MAI senza prendere la macchina
Maggioranza di risposte B : Siracusano Tipo
Sei  già oltre i comportamenti base del Siracusano e stai per diventare la mina vagante (nella pioggia) che renderà la vita impossibile ai suoi concittadini. Sintomo:parcheggi solo a distanze  di metri 1 dalla destinazione.
Maggioranza di risposte C: Siracusano Medio
Sei un modello decisamente superiore ai precedenti, e molto, molto accessoriato. Sintomo: gli amici telefonano a te per sapere se in quel locale c’è gente conosciuta.
Maggioranza di risposte D: Siracusano sotto la media 
La tua è una distorsione peggiorativa del profilo C: sei come lui, però un po’ più scarso a piccioli e senza firme addosso. Sintomo: vai al campo tutte le domeniche.
Maggioranza di risposte E: Siracusano nel midollo
Le uniche speranze che hai sono riposte in un trapianto e in un donatore che venga da fuori. Vivi contornato di amici che non distingui perché avvolti in un manto confuso di giacche belstaff bianche e scarpe hogan. Sintomo: sei iscritto al circolo unione.
Maggioranza di risposte F: Siracusano Olimpico
Appartieni al Gotha di questa città. Ti riunisci in segreto con pochi eletti per decidere quale locale deve essere affollato, quale invece deve andare deserto, e dove si va a ballare questo capodanno. Sintomo: saluti tutta la città con due baci al sivo sulla guancia.
Maggioranza di risposte G (anche se non c’erano domande G): Siracusano di riflesso
Non sei nato a Siracusa. Sei qui perché la tua zita o tuo marito è di Siracusa. Ci stai provando, a vivere qui, ma, come dire, ti mancano le basi. Sintomo: NON suoni il clacson prima che scatti il verde.
Maggioranza di risposte H (anche se non c’erano risposte H): Siracusano Smarrito
Vieni dalla Germania o dall’Olanda, hai affittato una macchina senza navigatore satellitare e ti sei ritrovato per sbaglio a Corso Gelone mentre cercavi di andare a Modica. Sintomo: ti affidi senza esitazione alle indicazioni deliranti dei cartelli stradali siracusani.
Maggioranza di risposte I (anche se non c’erano risposte I): Siracusano immemore
Sei andato via da Siracusa quando ti sei iscritto all’università, e da allora ritorni solo per le feste comandate. La tua Siracusa è un idillio reso dolcissimo dai ricordi del liceo. Sintomo: nel segreto della cabina elettorale, voti lega.
Maggioranza di risposte L (anche se non c’erano risposte L): Siracusano livoroso
Vivi a Siracusa, ma la odi. Volevi andare a vivere lontano, ma alla legione straniera ti hanno scartato perché avevi 9/10 di vista e ora fai il pendolare con Rosolini. Sintomo: se prendi una scaffa con la macchina, bestemmi solo ed esclusivamente Santa Lucia.
Maggioranza di risposte M (anche se non c’erano risposte M): Siracusano Pittoresco
Hai tra i 70 e gli 80 anni, ti sei trasferito a Siracusa dalla Svizzera perché ti è sembrata una città bellissima per viverci da pensionato. I siracusani ti deliziano come gli insetti deliziano un entomologo.Sintomo:non riesci a pronunciare correttamente il pronome personale iddu

Fare tutto senza fare niente: Santa Lucia e la via siracusana allo stare al mondo

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Esiste una forma siculosudorientale del vivere. Si ricava per sottrazione: prendi una persona viva, le togli le azioni e ottieni un siracusano. Detta così suona come un’astrazione teorica, e in parte lo è, ma è soprattutto una sedimentazione culturale, che sfocia in un atteggiamento visibile a occhio nudo.

Lo si può sperimentare con facilità recandosi in una sala da ballo a sud di Catania nel bel mezzo di un sabato sera.

La cosa non riguarda certo i rave party o le feste a base di alcol e vari prodotti anfetaminici, dove la componente chimica ha la meglio su qualsiasi retaggio antropologico, ma quei posti che di solito sono meta del divertimento per i cosiddetti sticchi di culo (nel resto d’Italia: fighetti) o per le persone normali (nel senso di non aduse a drogarsi prima di uscire). Andateci e poi ditemi se vedete qualcuno ballare.

Il piacere per cui il siculo sudorientale è disposto perfino a pagare un biglietto (cosa circoscritta a quei pochissimi eventi per cui le telefonate preliminari volte a censire docu cu canuscemu? non siano andate a buon fine) non ha niente a che vedere con la gioia che viene dal liberare le tensioni danzando, scatenandosi, abbandonandosi al ritmo e sudando. No, non c’entra niente. Il siculo sudorientale va in discoteca per riservarsi la possibilità del godimento supremo.

Sì, perché potrebbe capitare che dentro la discoteca qualcuno balli. E a quel punto lui potrebbe finalmente fare ciò che vorrebbe fare sin da quando ha messo piede lì dentro: indicarlo ridendo e prorompere nel fonema «Talé». In quel momento lui è felice. E la sua felicità si contagia a tutti gli astanti che, come in preda a un raptus collettivo cominciano anche loro a esclamare «Talé», chi a mezza bocca, chi urlandolo nelle orecchie del vicino a causa dei decibel, chi ancora raddoppiandolo o triplicandolo come in preda a una lallazione di tipo compulsivo «Talé, talé, talé».

L’apice del piacere lo si raggiunge se colui che viene additato nell’atto di ballare lo si conosce. Se è un amico di quelli stretti si rischia l’eiaculazione precoce. L’espressione, pur essendo accompagnata da un gesto del dito e da un puntare gli occhi addosso inequivocabili, può risultare ermetica, ed è dunque necessario spiegarla.

Il siculo sudorientale ritiene socialmente sconveniente andare in una discoteca e ballare. Ritiene socialmente sconveniente anche l’atto del divertirsi. Più in generale, ritiene socialmente sconveniente il vivere stesso. La sala da ballo è un luogo deputato ad assolvere due funzioni che nulla hanno a che vedere con le danze: vestirsi «bene», (cioè con addosso abiti che siano la metafora più esplicita possibile delle banconote spese per acquistarli) e «vedere chi c’è». Se balli, o sei «un torpo» (nel resto d’Italia: tamarro, coatto etc) o sei «un pazzo» (definizione che compendia una vasta gamma di tipi umani: dall’eccentrico, al neuroleso, passando per l’originale, il depresso, lo strambo, il pitocco e l’anticonformista. In un’espressione: il diversamente vivo). Oppure ancora «non hai niente che fare».

Quest’ultima è l’epigrafe che il siracusano appone a giudizio tombale su qualsiasi attività venga svolta da chiunque non sia lui. La sera vai a correre per tenerti in allenamento? Sei un pazzo scattiato. Oppure non hai niente che fare. Ti piace collezionare francobolli? Sei un maniaco. Oppure non hai niente che fare. Leggi libri? Sei depresso. Oppure non hai niente che fare. Hai un blog? Sei un folle. E di sicuro non hai niente che fare.

Solo chi non ha niente che fare può permettersi il lusso di attività come andare in palestra, suonare uno strumento, nuotare in piscina, navigare su internet o andare in un cinema che non sia il Vasquez a vedere un film che non sia con Boldi e De Sica in un giorno che non sia il ventisei di dicembre.

Le giornate di un siracusano infatti sono freneticissime. Non c’è tempo per nient’altro che non sia lavorare. I milanesi? Gente che se la mina tutto il giorno. La city di Londra? Un covo di magnacci. L’attività lavorativa vera, quella che non lascia il tempo di respirare, ferve solo tra Ortigia, la Borgata e il Corso Gelone.

Un capitolo a parte riguarda facebook. Se lo accendi, ci trovi tutti i concittadini che conosci, compresi gli emigrati. E se lasci accesa la chat, ti si apriranno mille finestre diverse, ma tutte con dentro la stessa frase di benvenuto: «Mih, ma sempre qua sei? Ma com’è che non hai mai niente che fare tu?». Prima succedeva anche al bar: ci entravi a prendere il caffè e ci trovavi mezza città. Però quello che non aveva niente che fare eri tu.

Facebook ha reso il caffè perenne e la possibilità di additarci a vicenda come nulla facenti è salita ai massimi storici dalla fondazione della colonia greca.

L’essenza della siracusanità consiste in questo fare le cose senza farle. Cioè facendole ma chiamandosi sempre fuori da ciò che si sta facendo. A ballare? Ci puoi andare. Basta che non balli. Su facebook? Ci puoi stare. Però di passaggio.

Non è tanto che i siracusani imitino la vita senza viverla. È più che altro che riescono a viverla svuotando le azioni della loro essenza. Scavano via la polpa con un cucchiaino e poi si infilano nel guscio per ripararsi dagli sguardi altrui. È una cosa antica.

Per rendersene conto basta andare alla festa di Santa Lucia.

È l’unica festa patronale in tutta la Sicilia (e forse in tutto l’universo) in cui non succede niente. A Catania si vestono tutti di bianco, urlano, corrono spingendo un carretto in salita, cantano, preparano le candelore per settimane. Nei paesini, perfino in quelli minuscoli, la celebrazione religiosa è preceduta o seguita da eventi collaterali tipo concerti, giochi, giostrine, fiere. A Siracusa niente. Una processione. Silenziosa. E basta. L’unico imperativo è che ci devi essere. E per le donne che ti devi mettere la pelliccia.

Questo ha spinto illustri e acuti commentatori forestieri a un grande fraintendimento. Si è letto su guide e libri che si tratta di una delle feste più sobrie ed eleganti d’Italia, dove prevale la misura e la compostezza. Non è vero niente. Il vero motivo per cui la festa di Santa Lucia si svolge in questa piacevole atmosfera di moderazione è che se qualcuno intonasse un canto, partisse con un’invocazione o sparasse un mortaretto il resto della popolazione lo prenderebbe per pazzo. Oppure per uno che ha non ha niente che fare.

Da tutto questo, la festa ci ricava una cosa davvero stupenda. Nel silenzio dei fedeli che strisciano i piedi scalzi in processione, l’urlo atavico «Sarausana è» – riservato solo e soltanto a chi abbia la potenza vocale adatta, il timbro giusto e l’ispirazione altissima – tocca davvero le corde di un senso di appartenenza molto profondo. E riesce a entrarti così dentro proprio perché il contesto di calma e di inattività lo fa risaltare con potenza. Ogni volta che senti quel grido, ti viene da pensare che magari a Siracusa basterebbe questo: che una volta, qualcuno, un pazzo, oppure uno che non ha niente che fare, in un momento che non sia la festa di Santa Lucia, si mettesse a urlare qualcosa nel silenzio. Allora forse la città uscirebbe dall’incantesimo millenario e comincerebbe a vivere.