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L’amore ai tempi dell’obbligo formativo

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L’amore ai tempi dell’obbligo formativo

Ritenuto doveroso anteporre la scienza alle grette questioni inerenti la privacy, procedo a pubblicare qui di seguito un esperimento di verbalizzazione svoltosi nelle classi di Estetista Q1 e Acconciatore Q1 il 18 maggio di quest’anno. Essendo l’unico argomento in grado di appassionare un minimo le allieve, è stato chiesto loro di raccontare a turno la storia di come hanno incontrato lo zito, come si sono conosciuti etc. etc. I risultati possono essere letti tanto come un’aberrazione quanto come un romanzo neorealista. L’interlocutore contrassegnato con la lettera “D” è il docente (io). Per rispetto dei sentimenti adolescenziali che animano questi resoconti, le ragazze protagoniste sono invece contrassegnate dalla lettera “S” (studentessa) seguita da numerazione progressiva (Studentessa1, Studentessa 2 etc.). L’ordine dell’esposizione ricalca quello in cui a turno hanno preso parola in classe. Si comincia.

S1 – Io il mio zito l’ho conosciuto alla giostra. Era seduto un poco più avanti a me ed era assieme a mio cugino. La mia amica voleva a mio cugino, io invece volevo a questo ragazzo qua.

D – Quindi lo conoscevi già da prima?

S1 – No, non lo conoscevo, però a 13 anni eravamo fidanzati

D- ?

S1 – Praticamente era un mio ex, ma mi aveva lasciato subito perché lui voleva fare cose.

D – (penso: sesso?)

S1 – E  io ero ancora piccola.

D – (confermo: sesso)

S1 – Allora ci sono andata vicino e l’ho salutato.

D –  non mi pare un gran che come fidanzamento.

S1 – Poi me ne sono andata a casa, ma lui ci ha chiesto il numero all’amica mia. Poi mi ha telefonato e ora siamo fidanzati da un anno e un mese.

D – Cosa ti piace di questo ragazzo?

S1 – Il motore (= lo scooter).

La discussione su quale tipo di scooter possieda il ragazzo in questione accende la classe al punto di dover interrompere prematuramente la breve intervista. Rilevo soltanto che il modello di motociclo viene ritenuto insufficiente per giustificare un fidanzamento, e bastevole al massimo per una fugace avventura di una notte. Il dibattito prosegue poi, incontrollato, sulle modalità  tramite cui il ragazzo si sia procurato questo mezzo di trasporto. Orecchiando la discussione, colgo che se fosse stato rubato da lui medesimo, il fidanzamento potrebbe allora avere un senso.

S2 – Io il mio fidanzato l’ho conosciuto a casa di una mia amica, che conosce un sacco di maschi.

D– Tu  ragazzi non ne conosci, invece?

S2 – Sì, ma questa è una gran buttana.

D – Senza parolacce. Quante volte lo devo dire?

S2 – Questa qua ha tutti amici maschi. Un sacco. E un giorno mi ha detto ora ti presento a questo ragazzo. E ci siamo fidanzati.

D – Ma come? Così?

S2 – Sì.

D – Ma cos’è che ti ha colpito di questo ragazzo?

S2 – Niente.

D – Ma allora perché ti sei fidanzata con lui?

S2 – Boh, accussì (=così), n’aveva nenti a chi fari (=non avevo niente da fare).

I – È molto che state insieme?

S2 – Forse un anno.

D – E dopo un anno non sai cosa ti piace di lui?

S2 – (si concentra per qualche secondo. Poi una compagna le bisbiglia qualcosa all’orecchio – credo un suggerimento- infine parla) Mia mamma lo tratta come un figlio.

S3 – Io mi sono fidanzata cinque anni fa.

D – Ma se hai 15 anni.

S3 – Sì, ma infatti ogni tanto ci siamo lasciati.

D – Ma dove lo hai conosciuto a 10 anni, scusa? All’asilo?

S3 – Lui aiuta a suo padre al supermercato, che suo padre ha un supermercato, e quando non aiuta a suo padre va a scuola.

D – E tu l’hai conosciuto a scuola o al supermercato?

S3 – Al supermercato.

D – E cosa ti piace di questo ragazzo?

S3 – Il supermercato.

(Approfondendo, scopro che il ragazzo è solito trafugare merce dal supermercato per comprare l’amore di S3. Con una certa frequenza, il padre se ne avvede e ne scaturiscono percosse. La famiglia del ragazzo osteggia dunque quest’unione, provocando in S3 il convincimento di essere Giulietta contro i Capuleti).

S4 – Il 14 agosto del 2009 alle ore 23 e 45 ci siamo dati il primo bacio.

D – E dove eravate?

S4 – Alla California.

D – Com’è che dopo un anno sbagliate ancora le preposizioni? Si dice IN California.

S4-  Sì, ma noi eravamo ALLA California, a Sortino. (Pare si tratti di un quartieraccio alle porte del paese)

D – E a questo bacio come ci siete arrivati?

S4- Avevo visto le foto sul suo contatto (Nel gergo povero ma veloce delle mie studentesse il «contatto» è qualsiasi forma di account telematico, sia il profilo facebook che la mail, o la chat messenger. Di Twitter non conoscono neanche il nome, mentre è molto popolare il sito badoo. Comunque non fanno alcuna distinzione tra l’uno e l’altro)

D – Quindi tu hai visto le foto e poi vi siete incontrati?

S4 – No, prima mi ha chiesto l’amicizia e abbiamo chattato, però ci siamo mandati subito affanculo.

D – Ho detto un milione di volte che qua dentro non si dicono parolacce!

S4 – Comunque poi invece l’ho visto e ci siamo baciati.

D – Alla California.

S4 – Si ma poi siamo acchianati (=saliti) a Pantalica (bucolica località rupestre, ricca di cavernosi abitacoli preistorici, oggi patrimonio unesco).

D – Meno male, mi pare una location decisamente più adatta a un primo bacio.

S4 – Eravamo all’oscuro (=al buio), sotto alla porta pantalica e la mia amica stava parlando col gatto bianco.

D – (stranito) La tua amica parla coi gatti?

S4 – No, il gatto bianco è uno. (Non ho inteso se volesse con ciò affermare che io avevo parlato genericamente di gatti, mentre la sua amica parla solo con UN gatto, cioè con QUEL gatto, oppure se il gatto bianco è il soprannome di un ragazzo della comitiva)

I – (Mentendo  sfacciatamente) Ah, ho capito.

S4 – Quindi ci siamo appartati e allora lui mi ha messo la mano…

D – Basta. Direi che può bastare.

 (Tale mia ritrosia nel voler assistere alla mappatura dei punti in cui S4 è stata toccata dal suo ragazzo la prima sera diviene occasione per un ultimo dialogo tra me e S5 prima che suoni la campana).

S5 – Professore non si vergogni

D – Ma vergognarmi di che?

S5 – Ogni volta che la tocco lei s’allontana

D – E infatti non mi devi toccare

S5 – Lei non si deve vergognare

I – Non mi vergogno: non voglio e basta.

S5 – Lo vede che si vergogna?

D – Ma di che cosa?

S5 – Se una la tocca lei si vergogna.

D – Dipende da chi e da come mi tocca, nel tuo caso non mi vergogno, ma tu non mi devi toccare lo stesso.

S5- Professoreeeee.

D – Che c’è?

S5 – Come la posso toccare?

D – In nessun modo.

S5- No, io dico senza farla vergognare.

D – (Sul fatto che mi vergogni non è disposta a cedere di un millimetro, dunque comincio a darlo per scontato anch’io) Ma che ne so, che domanda è? Capita di toccare le persone quando parliamo, qua in Sicilia lo facciamo tutti. Oppure capita che ci si stringe la mano, ci si saluta. Ecco in quelle occasioni  è abbastanza normale che ci si tocchi.

S5 – A me però ora mi sta venendo di toccarla (si siede vicino e si aggrappa al braccio tipo bastone, più o meno come una novantenne in cerca di sostegno per attraversare la strada)

D – Ora che mi stai toccando ti senti più tranquilla?

S5 – Sì così sì.

D -E va bene, allora facciamo lezione a braccetto?

S5 – Però se non si vergogna non ci provo piacere.

D – E allora mi puoi pure lasciare il braccio perché non mi sto vergognando affatto.

(S5  si stacca bruscamente, mostrandosi molto offesa fino alla fine dell’ora. Non mi sfiorerà più per il resto dell’anno scolastico).

»

  1. …semplicemente..straordinario … Mario..sei unico..!

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  2. Sei un grande, insegno anch’io in una scuola per estetiste e parrucchiere e, anche se a più di 1300 km di distanza le mie fanciulle sono identiche alle tue allieve!!:-)

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  3. la vita di tutti i giorni è piena di spunti comici, ma pochi riescono a vederli e pochissimi a raccontarli: complimenti!

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  4. Si, loro sono davvero pittoreschi ma raccontati da te, come direbbero loro ” sono un piscio!”

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  5. fantastico 🙂

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