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La connaturata idrosolubilità di certe raccomandazioni

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In piscina, quando finisci l’allenamento, ti fai la doccia. Per chi ha il pene, la doccia che uno si fa in piscina è totalmente diversa da tutte le altre docce che si fanno nella vita. In piscina, o almeno in molte piscine, i box doccia degli spogliatoi sono aperti, cioè in pratica non ci sono né le tende né le porte, oppure le docce sono tutte insieme in un unico grande vano comune. In giro ci sono spesso bambini, uomini (talvolta pure donne) delle pulizie, addetti alla manutenzione delle caldaie, allenatori, tecnici delle acque, insomma, una piccola folla in continuo andirivieni. Ogni volta che ti infili sotto l’acqua – ogni volta, nessuna esclusa, che tu sia solo nello spogliatoio o che ci sia in corso la convention mondiale degli utenti di piscine – ti chiedi: ma me la devo fare col costume o senza? Giri il rubinetto dell’acqua calda e pensi che potrebbe saltare fuori un bambino piccolo, accompagnato dalla mamma che lo aiuterà a spogliarsi o a vestirsi, gli metterà la cuffietta e gli occhialini e poi lo scorterà fino a bordo vasca. E ti infili sotto al getto con ancora la lycra addosso. L’ansia ti spinge pure a rinserrare il nodo di chiusura, non sia mai si slacci e la mamma di cui sopra ti sorprenda col costume mezzo calato, che fa molto più maniaco dell’essere del tutto senza. Attacchi sempre con lo shampoo, perché così puoi rinviare di qualche minuto il momento in cui dovrai decidere come insaponare le parti intime. Ti dai pure due-tre passate di bagnoschiuma sotto le ascelle, inscenando una cura dell’igiene che in realtà non hai, e a quel punto inizi a sperare che la mamma passi davanti al tuo box proprio in quel momento, così da poterti indicare come modello al suo bambino, guarda com’è pulito e com’è educato questo signore, che si strofina le orecchie otto volte di fila e non si è neanche tolto il costume per rispetto mio e tuo. Solo che questo pensiero di colpo raggela l’acqua. Ti fa esplodere il dubbio di essere preso per sporcaccione PROPRIO PERCHÈ non ti sei tolto il costume. Immagini la mamma che ti punta contro l’indice e ammonisce il piccolo spiegandogli che il tuo non è modo di lavarsi, che bisogna spogliarsi del tutto perché così ci si può insaponare anche la piciolla e uscire dalla doccia VERAMENTE puliti, non come questo zozzone qua che si lava con tutte le mutande addosso, schifo a lui e a sua mamma che non gliel’ha insegnato. Nel frattempo hai insaponato tutto l’insaponabile, e il costume non si vede neanche più perché è diventato un’enorme bolla bianca di schiuma come neanche nelle discoteche di Ibiza. La doccia si sta prolungando molto oltre i tempi previsti dal regolamento interno della piscina e in più ti scappa la pipì. È il momento in cui tutto ciò che hai trattenuto rompe gli argini di quella pudica diga costruita con tanto sforzo. La piena travolge tutto e tu il costume non è che te togli: te lo strappi come un california dream man. Cominci a muovere il bacino facendoti sbatacchiare il pene su e giù contro la pancia e ritorno. Ruoti i fianchi facendolo ondeggiare in cerchio come il lazo di un cowboy. Insisti così tanto nel detergere lo scroto che dalle viscere del tuo corpo senti salire rantoli di piacere simili ai fragori emessi dalle cavernosità dell’Etna prima dell’eruzione. E pisci. Pisci come uno che non aveva mai pisciato prima nella sua vita e scopre in quell’istante la goduria del pisciare. Pisci come un incontinente. Pisci il Nilo. Pisci il Tigri e pure l’Eufrate. Sei immobile sotto la doccia fumante, con tutti i muscoli che si decontraggono e ti procurano una sensazione di felicità talmente pura da farti ritenere valide e fondate tutte le teorie di Freud sulla fase anale. Sei nudo in un luogo pubblico esattamente come lo è il David in piazza della Signoria e ti sembra che al mondo non esista condizione più naturale. Neanche la pozzanghera gialla che si è raccolta ai tuoi piedi sul piatto doccia riesce a minare questa sensazione di simbiosi col creato. Sei lì, imbambolato, con un sorriso tra l’ebete, lo sconcio e il lascivo dipinto sulla faccia e una schiuma gialla di piscio che ti arriva fino alle caviglie. Il costume l’hai appeso di sicuro al rubinetto, ma non te ne sei neanche accorto. Te lo ricorda la mamma, quando passa davanti a te tenendo per mano un bambino che così ordinato non lo trovi neanche nelle pubblicità del mulino bianco. Si fermano un attimo davanti al tuo box e poi proseguono. Imboccano il corridoio e tu senti il suono delle parole provenire come da un’altra galassia: non appendere mai il costume sul rubinetto, che ce lo appendono tutti e poi ti vengono i funghi. Il bambino ha di sicuro fatto sì sì con la testa. Tu ti avvolgi nell’accappatoio con la stessa vergogna che deve avere provato Adamo quando corse a ripararsi dietro la foglia di fico, e con addosso il peso di due inesorabili verità: l’antimicotico dentro al tuo borsone, e la certezza che, non appena sarà in grado di vestirsi, spogliarsi e lavarsi da solo, quel bambino, per il fatto stesso di possedere un pene da lavare e un cervello per produrre paranoie, appenderà il costume sul rubinetto.

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  1. ma dopo la pipì, almeno ti sei rilavato pezzo di ZOZZONE?

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  2. questo pudore eccessivo…in Francia esiste un’associazione che si batte per il diritto a fare passeggiate nudi nei boschi l’ association randonu ahahahh altro che una doccetta senza costume 🙂

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    • come mai la mamma non ha il pudore di non entrare nella doccia degli uomini? non potrebbe il bambino tornare a casa per farsi la doccia? secondo me il futuro dell’Italia passa dalla risposta a queste mie domande

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