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Archivi del mese: novembre 2011

Considerazioni postprandiali a margine, pensate ma non dette, e ora scritte come se fossi Francesco Piccolo.

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Bevo il caffè solo nel latte e solo la mattina. Oppure dopo un pranzo di nozze o altro pranzo luculliano. Dopo mangiato, nel senso di dopo un pranzo fuori, pur non volendo il caffè, ho però come un’urgenza di andare al bar. Cioè, non è che me ne posso tornare a casa e basta, no. Prima devo andare al bar. Forse è perché è una cosa che ho sempre visto fare in famiglia e m’è rimasto l’imprinting, però è così: dopo pranzo voglio andare al bar. Senza bere nessun caffè. Quando siamo un gruppetto, spero sempre che ci sia qualcuno che vuole un caffè dopo pranzo, così posso andare al bar pure io e non ordinare niente (tanto c’è lui o lei che prende il caffè, e io ho raggiunto il mio obiettivo di fine pasto, che è rispettare la tradizione di andare al bar). In effetti, l’imprinting prevede quest’andata al bar dopo un pranzo fuori come corollario di un’altra regola tradizionale: il caffè, nella mia famiglia, nessuno lo prende mai nello stesso posto dove ha pranzato. Se viene il cameriere e chiede “vi posso portare un caffè?”, ho sempre sentito rispondere “no, grazie, siamo a posto così”, come se davvero loro il caffè dopo pranzo non lo prendessero. Invece appena se ne va il cameriere, dicono sempre con tono cospiratorio: “ora il caffè ce lo andiamo a prendere al bar”, con un sorriso complice sul volto. Ecco, a me m’è rimasta questa cosa del volere andare al bar, senza però il desiderio del caffè, che dovrebbe invece costituire la scaturigine del volere andare al bar. Non solo. I cromosomi hanno fatto sì che elaborassi una strategia che fosse contemporaneamente evolutiva (cioè mi consentisse di non estinguermi per eccesso di caffeina) e conservativa (cioè mi consentisse di tenere fede alle tradizioni). Consiste nell’andare al bar, avvicinarsi al bancone dei caffè, voltarsi verso la cassa, poi simulare un atteggiamento tipo “per il momento c’è troppa ressa, aspetto un po’”, e dirigersi verso il tavolino o il poggiariviste, oppure posizionarsi anche sulla parte libera del bancone, e andare avanti così per circa un quarto d’ora senza ordinare niente. Al bar dell’Isola o al bar Cristina è anche possibile sedersi su uno dei tavolini fuori, COME SE stessi aspettando di poter ordinare un caffè che in realtà proprio non vuoi. In questo modo si può andare al bar come rito prevede, senza però essere costretti a ingerire qualcosa di cui non si avverte desiderio.A spingermi verso il bar dopo un pranzo festivo c’è anche un altro sottile, sottilissimo piacere. Vedere gli uomini (le femmine non ci sono quasi mai) che in un dopo pranzo di domenica, si accalcano sul bancone, si scottano le labbra e soffiano sopra la tazzina, oppure che sgomitano un po’ per arrivare alla bustina di zucchero, tutti in piedi, tutti vicini, tutti a celebrare la fine di una festa che si sperava non finisse, e che si tenta di prolungare artificialmente con questa specie di tempo supplementare che è il caffè al bar. Questa cosa del non volere il caffè si somma a un secondo imbarazzo relativo alla situazione bar. Per me, e qua in Sicilia credo non solo per me, andare al bar significa praticamente solo una cosa: caffè. Fino a tempi molto recenti, io non ho mai sentito uno che dentro un bar ordinasse cose che non sono caffè, che so, tè, spremute, aranciate etc. E in generale, anche ora che le bevande alternative al caffè si sono imposte sul mercato locale con dignità almeno teoricamente pari a quella del caffè, quando si ordina qualcosa che non è un caffè dentro a un bar che vende prevalentemente caffè, si ha come il timore di essere preso per puppo. Il barista e gli avventori ti trasmettono una sensazione di sospetto che emana dallo sguardo e da tutto il linguaggio non verbale di cui sono capaci.  Il fatto è che capita spessissimo, si usa proprio un sacco, di sentirsi invitare al bar a prendere qualcosa, nei momenti più diversi della giornata. Quindi quando vai al bar perché ti ci hanno portato, e non vuoi ordinare un caffè, è difficilissimo venirne fuori in maniera dignitosa. Il tè non mi piace e mi fa pensare a quando sono malato di stomaco e per sostentarmi mi tocca berlo con le fette biscottate. La camomilla, che mi piace, mi pare ridicola e massimamente puppigna. La spremuta va bene solo di mattina perché poi butta pesante. La coca cola fa male (e poi è pei picciriddi). Con l’acqua tonica acchiana l’acido. La birra ti classifica come alcolizzato. Di solito me la cavo con l’acqua frizzante. Aggiungo “frizzante” per fare vedere che sono uno che sa stare al mondo e godersi la vita, insomma per non sembrare quello che entra in un bar e ordina solo un bicchiere di acqua perché non vuole il caffè. Muovendo dal particolare all’universale, bisogna quindi ritenere che posti come le “cioccolaterie”, le “sale da tè”, le “tisanerie” siano in realtà dei bar camuffati. In pratica, questi bar ribattezzati ricettano tutti quelli che non vogliono un caffè e comprensibilmente non hanno il coraggio di ordinare qualcosa che non sia caffè dentro a un bar. Perché ci si sia potuti sentire liberi di entrare in un bar e non ordinare un caffè, c’è stato quindi bisogno di cambiare le insegne e coniare dei neologismi. Sembra una cosa da niente, ma è gattopardismo reverse. Abbiamo cambiato il nome ai bar per poter fare una cosa che si poteva fare anche al bar ma che avrebbe snaturato il bar nella sua funzione, se la si fosse fatta al suo interno. È come se esistesse un paese con la regola non scritta che in un cesso si può cacare ma non si può contemporaneamente anche leggere il giornale. E che alla fine, la popolazione, per venirne fuori, s’inventasse delle edicole dove si può anche cacare. Ecco, noi mutiamo in parallelo e non in serie. In tempi di globalizzazione, non mi pare poco. Si aggiunge e non si perde niente.Per contro, ci becchiamo la ridondanza che questo tipo di mutazione comporta. Il principio secondo cui è tutto più comodo e più facile se lo si fa nello stesso posto, ossia il principio cardine del Centro Commerciale, si afferma lo stesso, è vero. Ma a fatica. Lotta contro un genoma che ci rende più simili ai cinesi e agli arabi che agli americani o agli inglesi. Per noi isolani, il piacere sta nelle PICCOLE differenze. Siamo capaci di fare decine e decine di chilometri in più per QUEL gelato o QUEL cannolo che solo in QUELLA pasticceria è fatto in maniera diversa che nelle altre. Nessun altro essere umano, neanche un redattore della Settimana Enigmistica, noterebbe con tanta facilità e immediatezza le minuscole, eppure significative, differenze nel grado di bontà di questo o quel prodotto rispetto a un altro, identico in tutto e per tutto (nella forma e nella sostanza, ma non nella qualità). Un americano, un tedesco sarebbero forse anche loro disposti a percorrere migliaia di chilometri per un cannolo. Ma non per QUEL cannolo. Un cannolo è un cannolo. E forse non è neanche troppo diverso da un altro dolce, chessò, da un cannolicchio. Per noi, in una guantiera di cannoli, ce ne saranno al massimo due buoni, e gli altri, pur identici, saranno da scartare. Perché quindi aggregare più esercizi commerciali in un unico polo? Il rischio che lo si usi per UN SOLO negozio e poi ci si rivolga ad altri dieci diversi per completare la spesa è altissimo. Siamo fatti così. E infatti, qui, centri commerciali aperti sì e no un lustro fa tendono a chiudere. E il nostro Mc Donald è l’unico al mondo in cui, con venti persone dentro tutto il locale, c’è da aspettare mezz’ora per un panino. Basta stare in coda per capire perché: vogliamo tutti lo stesso big mac, ma ognuno con una cosa in più o in meno (oppure con una in più e una in meno). Lo vogliamo uguale a tutti gli altri big mac, ma con una piccola differenza. Per noi è quasi inconcepibile che esista un posto in cui si fa la stessa cosa per tutti. Figurarsi se riteniamo possibile che ci sia un unico posto che faccia tutto per tutti. Questo il CEO di una multinazionale non lo capirà mai (o forse lo ha capito molto meglio di noi) eppure è una cosa talmente evidente che la si vede già dal fatto che il bar va bene per il caffè, ma non per la cioccolata o il tè o il gelato. Siamo pleonastici. Ci piace che di una stessa cosa ci siano mille varietà. Tendiamo a non disfarci di nulla, ma semmai ad accatastare: accanto al bar, che fa il caffè, apriremo una gelateria, che fa il gelato. E magari sarà lo stesso proprietario del bar, ad aprirla. E poi apriremo un centro commerciale dove fanno il caffè, il gelato e pure il tè. Ma di questo centro commerciale ci piacerà solo il tè. E il gelato andremo a prenderlo dal gelataio accanto al bar, che fa il caffè che ci piace. C’è da scommettere comunque che i bar sopravviveranno a questa logica, così come sono sopravvissuti a mille altre rivoluzioni nei secoli. I bar che fanno il caffè e basta sono semplici. Nella scala evolutiva, sono come gli insetti. Gli insetti c’erano anche ai tempi dei dinosauri. Oggi i dinosauri non ci sono più, e invece gli insetti ci sono sempre, tali e quali. La rivalsa di questo tipo di entità è sempre reazionaria. Pur rimanendo immutate nella loro elementare struttura, si adattano al nuovo, e trovano armi per sconfiggerlo. Cioccolaterie, sale da tè etc. potrebbero quindi facilmente essere destinate a soccombere per un fenomeno che costituisce invece la linfa su cui i bar hanno da sempre prosperato. Il Signorìo: offrire un caffè al bar è un gesto di un’eleganza sopraffina. “Vieni che ti offro un caffè”, oppure “Amunì, pigghiamuni ‘n cafè” (rivolto a ben più di un amico, anche sei o sette) e poi mettere subito mano al portafogli, ti fa apparire sia generoso che viveur. Con costi molto contenuti. Al massimo hai speso qualche euro e hai fatto la tua porca figura. Se entri in una cioccolateria, tisaneria, sala da tè etc., sei costretto invece a misurartela. Molto. Fai lo smargiasso e ti ritrovi a scucire banconote su banconote. La crisi economica potrebbe quindi essere l’equivalente del meteorite per i dinosauri, e sterminare in un colpo solo megastore e sciccherie varie. Lasciandoci nelle orecchie il ronzio di una macchina da caffè professionale. In tutto simile a quello di un insetto.