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Archivi del mese: novembre 2011

Indovinello, sua soluzione, e un francamente evitabile corollario teoretico

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Indovinello

Benvenuti sulla pagina della sfinge. Qui di seguito è riportato alla lettera un dialogo reale ma surreale, renale ma surrenale, non fittizio ma surrettizio. Il frammento, captato durante una delle tante sedute di jogging serale con gli arzilli e attempati amici del campo scuola Pippo Di Natale, lanciava una sfida che sarebbe stata codardia non raccogliere. Chi se la sente grossa, provi a capire quale sia l’equivoco linguistico alla base di questo strano botta e risposta:

Nanno 1 – ” Chiui na ‘sta città nun si capisci nente, cu ‘sti spacch’ i suv…”

Nanno 2 – “Sì, ‘nfatti. Ju però nesciu sempre co’ pallune, picchì multe n’aia pigghiatu ‘i ‘ssi bastaddi ‘ra finanza…”

Pagina 777 per non siculi:

Nonno 1 – “Ormai in questa città non si capisce più niente, con questi cazzo di suv…”

Nonno 2- “Sì, infatti. Io però esco sempre con il pallone, perché di multe ne ho prese fin troppe da quei bastardi della finanza”.

Se non ne venite fuori, ecco la Soluzione,  fornita via mail da un risolutore esperto quale voi vi siete dimostrati non essere (mio fratello Piero):

«Il primo nanno ha detto SUV e il secondo ha capito SUB: per questo gli risponde che esce con il pallone (di segnalazione) e se la prende con la guardia di finanza che, notoriamente, è la più scassacazzi in mezzo al mare, e non solo».

Dalla soluzione dell’enigma discendono una serie di considerazioni, probabilmente oziose, indubbiamente inutili, sicuramente discutibili, certamente superflue: in pratica, la materia di cui sono fatti i blog.

Un francamente evitabile corollario teoretico

CONSIDERAZIONE 1

Nel dialogo in questione si assiste a un fenomeno piuttosto spiazzante: la IMPERTINENZA SEMANTICA della controbattuta. Sarebbe a dire: io ti domando “Scusa, sai che ore sono?” e tu mi rispondi: “Piacere, io mi chiamo Mario”. Questo genera un salto, una interruzione della catena cognitiva, che normalmente prevede una serie di passaggi codificati per poter giungere alle conclusioni.

CONSIDERAZIONE 1.1

Gli effetti di questo straniamento sono, comunque li si legga, PERTURBANTI, nel senso Freudiano del termine. Vale a dire: se leggo un botta e risposta come questo, anche se alla fine rido, in prima battuta mi sento smarrito. Rientrano, volendo, nella categoria kantiana del SUBLIME, cioè in quel tipo di bellezza che lascia lo spettatore tra l’atterrito e lo stupefatto.

CONSIDERAZIONE 1.2

Gli ESITI di questo effetto perturbante possono far parte delle categorie più disparate. Si possono ad esempio risolvere nel ridanciano, sfociando in un non sense puro e semplice (lo facevano chiquito e paquito, oppure Zuzzurro e Gaspare, ad esempio), o nel calembour (come ha fatto Totò in un milione di film). Oppure possono dilagare, specie quando se ne fa un uso insistito, nel grottesco o nel surreale, come ad esempio accade in Samuel Beckett, e nei dialoghi del Godot. Che hanno infatti molto del Perturbante e poco del Bello

CONSIDERAZIONE 2

Gli effetti sortiti, o che sortire si vogliono,scaturiscono comunque dall’espediente del SALTO logico. Se, cioè, ricevo una risposta o una controbattuta che esula dal novero delle FAQ, mi sento spiazzato e mi ritrovo impossibilitato a proseguire nella conversazione (se non mediante la domanda: “ma che cazzo c’entra?”).

CONSIDERAZIONE 2.1

Tutto ciò, dopo la paralisi iniziale, mi impone di PENSARE un percorso mentale alternativo rispetto a quello che avevo in programma, sulla base di, tutto sommato, tre sole possibili linee guida:

Habitus 1 – “Ora provo a mettermi nei panni di questo mentecatto e cerco di capire cosa abbia mai potuto pensare per darmi una risposta talmente fuori dal contesto della mia domanda” – che sarebbe quello che ha fatto mio fratello Piero con il quesito del campo scuola.

Habitus 2 – “Forse costui è SOCRATE, o comunque un genio, e mi sta chiedendo di seguirlo per una nuova strada. Vediamo se riesco anch’io a saltare quella serie di passaggi e arrivare dove è arrivato lui con un balzo della mente, ricostruendo poi da me gli anelli mancanti”.

CONSIDERAZIONE SULL’HABITUS 2

Questo secondo habitus è di grande utlità per il genere umano. É l’habitus dell’ispettore Colombo, o comunque quello dei libri gialli. É l’habitus di chi non fa salti logici, ma anzi, con la logica, costruisce dei ponti per colmare il gap e arrivare dall’altro lato. É l’habitus democratico: la spiegazione, dopo che l’ho ricostruita, posso farla arrivare a tutti, mostrando a ritroso il modo in cui vi sono pervenuto.

Habitus 3 – “Questo qui ha voglia di giocare. e io adoro giocare. Ora gli sparo il mio, di salto logico. E vediamo dove andiamo a parare” – un habitus relativamente meno frequente, ma caratteristico di certa filosofia.

CONSIDERAZIONE SULL’HABITUS 3/CONSIDERAZIONE 2.2

Questo fenomeno del salto logico ha strette parentele con quello della CONDENSAZIONE. La condensazione di un pensiero complesso – nel senso di complessamente argomentabile – avviene frequentemente tramite l’AFORISMA. L’aforisma è in pratica una frase che mi impone di pensare altre cento frasi per poter essere argomentata. Pensatori aforismatici, come Nietzche, se ne servono per creare uno stupore che inviti il pensiero a procedere oltre. Ciò produce sia in chi crea che in chi legge la concatenazione di aforismi una sorta di effetto stupefacente: si prova cioè la sensazione di stare raggiungendo vette altissime, innevate e vergini, di avere aperto la mente a un nuovo modo di procedere più veloce e autentico. È però, appunto, soltanto un effetto stupefacente, indotto cioé dalla sostanza “ingerita”(l’aforisma, appunto). L’aforisma, in pratica, ti fa fare le scale a quattro a quattro, anziché a una ad una. Ma sempre scale stai facendo. Puoi provvisoriamente diventare forte e veloce e saltare passaggi su passaggi, ma il METODO delle inferenze logico-deduttive è rimasto il medesimo.

CONSIDERAZIONE 3

La differenza tra l’aforisma e l’indovinello da cui si è partiti rimane comunque vistosa e grossolana. L’aforisma viene concepito a partire da se stesso. La risposta spiazzante invece è appunto una risposta a qualcosa. Nasce, per così dire, all’impronta, come reazione a uno stimolo esterno ben preciso.

CONSIDERAZIONE 3.1

Qualora io risponda a una situazione estemporaneo-contingente con un aforisma, creo qualcosa di differente rispetto all’aforisma: creo l’ORACOLO. Esempio: chi andava a Delfi, riceveva risposte aforismatiche, su cui era necessario meditare al fine di poterne dedurre linee di comportamento pratiche. Furono proprio questo tipo di risposte a consegnarci l’aggettivo sibillino, che indica appunto un’espressione cui è difficile assegnare significati precisi, immediatamente riferibili. Un’espressione dunque volutamente sospesa, vaga:  completamente aperta, cioè, a milioni di INTERPRETAZIONI. Chi legge NOSTRADAMUS si ritrova smarrito di fronte alla messe di possibilità semantiche. Questo linguaggio, che diremo METAFORICO, è una truffa. Si tratta, come spesso accade per le metafore, di una POLISEMIA, sì, ma non LOGICA. Si tratta di una polisemia EMOTIVA, soggetta allo stato d’animo e alla condizione di riferimento di chi la interpreta.

CONSIDERAZIONE FINALE

Quello del nanno del camposcuola è un tipico esempio di umorismo siracusano, che è parente stretto del TERRORISMO. Egli fornisce all’interlocutore una controbattuta spiazzante, che possiede senza dubbio un suo lato divertente basato sul calembour, il gioco di parole etc, ma anche un intento molto più CAUSTICO. Simulando di non avere bene inteso la parola SUV, risponde in maniera straniante. Ma con secchezza. NON FORNISCE APPIGLI per lasciar comprendere che di gioco, di scherzo, si tratta. Obbliga a saltare insieme a lui una serie di anelli logici, che quando avrai saltato, scoprirai non solo non essere logici per niente, ma anzi interamente fondati sul fraintendimento. Il punto cruciale è che, affinché questa operazione riesca, non deve essere fornito all’interlocutore alcun indizio che sveli essere in corso uno scherzo. Niente nella mimica facciale, nel linguaggio corporeo, in quello extracorporeo, nell’uso delle intonazioni etc. deve tradire quell’ “aiutino” che lasci trapelare la rivelazione (“Stavo scherzando, ho fatto finta di avere mal sentito o mal compreso l’acronimo SUV e di averlo ricondotto al prefisso SUB, inteso nel senso di sommozzatore. Stavo solo recitando la parte di un ignorante, o di uno indietro coi tempi, vecchio stile, che non ha idea di cosa sia un SUV e non è in grado di chiedere spiegazioni con umiltà circa di significato del termine, e dunque colma la lacuna con la presunzione che a sbagliare sia stato chi ha detto SUV al posto di SUB”). Si tratta di un’operazione terroristica proprio perché VOLUTAMENTE DESTABILIZZANTE. E il nanno è un  terrorista da manuale perché NON RIVENDICA L’ATTENTATO, e lascia che la propria battuta rimanga insoluta. Ma allora perché lo fa?  Forse perché vuole dirci: attenti, posso sovvertire l’ordine costituito delle parole e far sembrare logico ciò che non lo è? Oppure semplicemente per dirci che COMUNICARE è inutile, perfino nella più banale delle conversazioni? Che tanto io capisco quello che cavolo voglio o, meglio, quello che mi SUCCEDE di capire? Oppure lo ha fatto proprio per spirito cartesiano del cogito, e ci voleva costringere a interrogarci sul significato di quest’azione, metterci di fronte all’innegabile esistenza del Caos e dell’Entropia, e ricordarci così il dovere che abbiamo, in quanto creature pensanti, di sondarli nella loro essenza? Chi ha sete di certezze abbandoni subito questa pagina. Il blog di Ignatius non dà risposte. Riformula le domande.

Misurarsela (un post per siculo-orientali. Ma pure per chiunque altro)

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L’espressione misurarsela sintetizza a meraviglia il conservatorismo tipico delle nostre parti. Quello contenuto nell’espressione misurarsela è un conservatorismo fondato sulla vigliaccheria. Proviamo a definire cosa sia la vigliaccheria e vediamo cosa ha a che vedere con questo modo di dire. La vigliaccheria è una forma moralmente riprovevole di paura, innescata non dall’istinto (in quel caso non avrebbe nulla di esecrabile) ma dal raziocinio. Si può dire che la vigliaccheria sia una paura cui una mente calcolatrice ha sottratto la nobiltà dell’istinto. Una paura argomentata, fondata cioè su basi logico-conseguenziali che giustifichino il rifiuto di intraprendere una data azione. In questo senso, che è quello suo più proprio, l’espressione misurarsela è paradigmatica. Misurarsela vuol dire tradurre nel concreto aritmetico-geometrico di cifre e dimensioni il sentimento della propria inadeguatezza all’impresa, al confronto, alla sfida. È espressione antica, eppure contiene il concetto del virtuale, che è il marchio delle moderne società high-tech. Il confronto a cui misurandosela ci si vuole sottrarre viene simulato all’interno della propria scatola cranica molto prima che si svolga in forma reale, allo scopo di prefigurare un probabile scenario. Misurarsela, infatti, ha coniugazione riflessiva: non misurare, ma misurarsi, misurare se stessi. In solitudine, valuto esclusivamente le mie dimensioni. Ma lo scopo è quello di soppesare le probabilità che tali dimensioni  risultino vincenti o perdenti una volta messe a paragone con quelle altrui. È una verifica preventiva. Una stima di se stessi in termini assoluti da mettere in relazione con l’ambiente circostante. Qui entra in gioco la vigliaccheria. Quando si usa l’espressione misurasela, non lo si fa mai per prefigurare uno scenario in cui dal raffronto si uscirebbe vincenti. Se uno se la misura, significa che se la misura per rendersi conto che perderà, che accettare la sfida sarebbe solo dannoso. La vigliaccheria inficia quella misurazione che dovrebbe fondarla. Perché le pre-esiste. Anzi, è proprio la molla che spinge a intraprendere la misurazione. Me la misuro per motivare con dati e cifre incontrovertibili la scelta di tirarmi indietro. È un procedimento che, per quanto l’espressione si richiami all’atto triviale di misurare il proprio pene e confrontarlo a quelli di dimensioni maggiori, è molto sottile. Spinge l’interlocutore a tramutare il biasimo che di norma si riserva alla vigliaccheria in stima per la saggia scelta dell’essersi evitati una sconfitta. E vi riesce perché, a far fede ad apparenze ingannatrici, si sta affidando la scelta di sottrarsi al confronto a quanto di più affidabile l’uomo sia riuscito ad approdare nella storia della sua civiltà: numeri e dati. Numeri e dati che, si è appena visto, risultano contaminati in partenza da un sentimento che sottrae loro ogni oggettività: la paura. Che, nell’istante stesso in cui la si pretende fondata su dati e numeri, perde la dignità che le deriva dall’essere la base stessa dell’istinto di conservazione (e dunque della vita) e si degrada a vigliaccheria. L’Italia, l’Europa, l’Occidente hanno cominciato a misurarsela allo scoppio della crisi nel 2009. Di fronte al confronto richiesto da masse enormi di dimostranti e dal fallimento di un sistema produttivo e finanziario obsoleto, si sono trincerati dietro numeri e grafici che paventano l’imminenza di un’apocalisse. Apocalisse facile da scongiurare, a patto che non si avvii mai il confronto fra i pochi e i molti. I pochi ne uscirebbero perdenti, sconfitti dai molti, ed è quindi normale che vogliano sottrarsi, misurandosela e facendosela misurare da tecnici esperti in misurazione. La politica dei politici, oligarchica e vigliacca, cerca nel righello degli economisti la giustificazione per non affrontare le masse. E rimandare la sfida finché potrà.

L’amore ai tempi dell’obbligo formativo

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L’amore ai tempi dell’obbligo formativo

Ritenuto doveroso anteporre la scienza alle grette questioni inerenti la privacy, procedo a pubblicare qui di seguito un esperimento di verbalizzazione svoltosi nelle classi di Estetista Q1 e Acconciatore Q1 il 18 maggio di quest’anno. Essendo l’unico argomento in grado di appassionare un minimo le allieve, è stato chiesto loro di raccontare a turno la storia di come hanno incontrato lo zito, come si sono conosciuti etc. etc. I risultati possono essere letti tanto come un’aberrazione quanto come un romanzo neorealista. L’interlocutore contrassegnato con la lettera “D” è il docente (io). Per rispetto dei sentimenti adolescenziali che animano questi resoconti, le ragazze protagoniste sono invece contrassegnate dalla lettera “S” (studentessa) seguita da numerazione progressiva (Studentessa1, Studentessa 2 etc.). L’ordine dell’esposizione ricalca quello in cui a turno hanno preso parola in classe. Si comincia.

S1 – Io il mio zito l’ho conosciuto alla giostra. Era seduto un poco più avanti a me ed era assieme a mio cugino. La mia amica voleva a mio cugino, io invece volevo a questo ragazzo qua.

D – Quindi lo conoscevi già da prima?

S1 – No, non lo conoscevo, però a 13 anni eravamo fidanzati

D- ?

S1 – Praticamente era un mio ex, ma mi aveva lasciato subito perché lui voleva fare cose.

D – (penso: sesso?)

S1 – E  io ero ancora piccola.

D – (confermo: sesso)

S1 – Allora ci sono andata vicino e l’ho salutato.

D –  non mi pare un gran che come fidanzamento.

S1 – Poi me ne sono andata a casa, ma lui ci ha chiesto il numero all’amica mia. Poi mi ha telefonato e ora siamo fidanzati da un anno e un mese.

D – Cosa ti piace di questo ragazzo?

S1 – Il motore (= lo scooter).

La discussione su quale tipo di scooter possieda il ragazzo in questione accende la classe al punto di dover interrompere prematuramente la breve intervista. Rilevo soltanto che il modello di motociclo viene ritenuto insufficiente per giustificare un fidanzamento, e bastevole al massimo per una fugace avventura di una notte. Il dibattito prosegue poi, incontrollato, sulle modalità  tramite cui il ragazzo si sia procurato questo mezzo di trasporto. Orecchiando la discussione, colgo che se fosse stato rubato da lui medesimo, il fidanzamento potrebbe allora avere un senso.

S2 – Io il mio fidanzato l’ho conosciuto a casa di una mia amica, che conosce un sacco di maschi.

D– Tu  ragazzi non ne conosci, invece?

S2 – Sì, ma questa è una gran buttana.

D – Senza parolacce. Quante volte lo devo dire?

S2 – Questa qua ha tutti amici maschi. Un sacco. E un giorno mi ha detto ora ti presento a questo ragazzo. E ci siamo fidanzati.

D – Ma come? Così?

S2 – Sì.

D – Ma cos’è che ti ha colpito di questo ragazzo?

S2 – Niente.

D – Ma allora perché ti sei fidanzata con lui?

S2 – Boh, accussì (=così), n’aveva nenti a chi fari (=non avevo niente da fare).

I – È molto che state insieme?

S2 – Forse un anno.

D – E dopo un anno non sai cosa ti piace di lui?

S2 – (si concentra per qualche secondo. Poi una compagna le bisbiglia qualcosa all’orecchio – credo un suggerimento- infine parla) Mia mamma lo tratta come un figlio.

S3 – Io mi sono fidanzata cinque anni fa.

D – Ma se hai 15 anni.

S3 – Sì, ma infatti ogni tanto ci siamo lasciati.

D – Ma dove lo hai conosciuto a 10 anni, scusa? All’asilo?

S3 – Lui aiuta a suo padre al supermercato, che suo padre ha un supermercato, e quando non aiuta a suo padre va a scuola.

D – E tu l’hai conosciuto a scuola o al supermercato?

S3 – Al supermercato.

D – E cosa ti piace di questo ragazzo?

S3 – Il supermercato.

(Approfondendo, scopro che il ragazzo è solito trafugare merce dal supermercato per comprare l’amore di S3. Con una certa frequenza, il padre se ne avvede e ne scaturiscono percosse. La famiglia del ragazzo osteggia dunque quest’unione, provocando in S3 il convincimento di essere Giulietta contro i Capuleti).

S4 – Il 14 agosto del 2009 alle ore 23 e 45 ci siamo dati il primo bacio.

D – E dove eravate?

S4 – Alla California.

D – Com’è che dopo un anno sbagliate ancora le preposizioni? Si dice IN California.

S4-  Sì, ma noi eravamo ALLA California, a Sortino. (Pare si tratti di un quartieraccio alle porte del paese)

D – E a questo bacio come ci siete arrivati?

S4- Avevo visto le foto sul suo contatto (Nel gergo povero ma veloce delle mie studentesse il «contatto» è qualsiasi forma di account telematico, sia il profilo facebook che la mail, o la chat messenger. Di Twitter non conoscono neanche il nome, mentre è molto popolare il sito badoo. Comunque non fanno alcuna distinzione tra l’uno e l’altro)

D – Quindi tu hai visto le foto e poi vi siete incontrati?

S4 – No, prima mi ha chiesto l’amicizia e abbiamo chattato, però ci siamo mandati subito affanculo.

D – Ho detto un milione di volte che qua dentro non si dicono parolacce!

S4 – Comunque poi invece l’ho visto e ci siamo baciati.

D – Alla California.

S4 – Si ma poi siamo acchianati (=saliti) a Pantalica (bucolica località rupestre, ricca di cavernosi abitacoli preistorici, oggi patrimonio unesco).

D – Meno male, mi pare una location decisamente più adatta a un primo bacio.

S4 – Eravamo all’oscuro (=al buio), sotto alla porta pantalica e la mia amica stava parlando col gatto bianco.

D – (stranito) La tua amica parla coi gatti?

S4 – No, il gatto bianco è uno. (Non ho inteso se volesse con ciò affermare che io avevo parlato genericamente di gatti, mentre la sua amica parla solo con UN gatto, cioè con QUEL gatto, oppure se il gatto bianco è il soprannome di un ragazzo della comitiva)

I – (Mentendo  sfacciatamente) Ah, ho capito.

S4 – Quindi ci siamo appartati e allora lui mi ha messo la mano…

D – Basta. Direi che può bastare.

 (Tale mia ritrosia nel voler assistere alla mappatura dei punti in cui S4 è stata toccata dal suo ragazzo la prima sera diviene occasione per un ultimo dialogo tra me e S5 prima che suoni la campana).

S5 – Professore non si vergogni

D – Ma vergognarmi di che?

S5 – Ogni volta che la tocco lei s’allontana

D – E infatti non mi devi toccare

S5 – Lei non si deve vergognare

I – Non mi vergogno: non voglio e basta.

S5 – Lo vede che si vergogna?

D – Ma di che cosa?

S5 – Se una la tocca lei si vergogna.

D – Dipende da chi e da come mi tocca, nel tuo caso non mi vergogno, ma tu non mi devi toccare lo stesso.

S5- Professoreeeee.

D – Che c’è?

S5 – Come la posso toccare?

D – In nessun modo.

S5- No, io dico senza farla vergognare.

D – (Sul fatto che mi vergogni non è disposta a cedere di un millimetro, dunque comincio a darlo per scontato anch’io) Ma che ne so, che domanda è? Capita di toccare le persone quando parliamo, qua in Sicilia lo facciamo tutti. Oppure capita che ci si stringe la mano, ci si saluta. Ecco in quelle occasioni  è abbastanza normale che ci si tocchi.

S5 – A me però ora mi sta venendo di toccarla (si siede vicino e si aggrappa al braccio tipo bastone, più o meno come una novantenne in cerca di sostegno per attraversare la strada)

D – Ora che mi stai toccando ti senti più tranquilla?

S5 – Sì così sì.

D -E va bene, allora facciamo lezione a braccetto?

S5 – Però se non si vergogna non ci provo piacere.

D – E allora mi puoi pure lasciare il braccio perché non mi sto vergognando affatto.

(S5  si stacca bruscamente, mostrandosi molto offesa fino alla fine dell’ora. Non mi sfiorerà più per il resto dell’anno scolastico).

La connaturata idrosolubilità di certe raccomandazioni

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In piscina, quando finisci l’allenamento, ti fai la doccia. Per chi ha il pene, la doccia che uno si fa in piscina è totalmente diversa da tutte le altre docce che si fanno nella vita. In piscina, o almeno in molte piscine, i box doccia degli spogliatoi sono aperti, cioè in pratica non ci sono né le tende né le porte, oppure le docce sono tutte insieme in un unico grande vano comune. In giro ci sono spesso bambini, uomini (talvolta pure donne) delle pulizie, addetti alla manutenzione delle caldaie, allenatori, tecnici delle acque, insomma, una piccola folla in continuo andirivieni. Ogni volta che ti infili sotto l’acqua – ogni volta, nessuna esclusa, che tu sia solo nello spogliatoio o che ci sia in corso la convention mondiale degli utenti di piscine – ti chiedi: ma me la devo fare col costume o senza? Giri il rubinetto dell’acqua calda e pensi che potrebbe saltare fuori un bambino piccolo, accompagnato dalla mamma che lo aiuterà a spogliarsi o a vestirsi, gli metterà la cuffietta e gli occhialini e poi lo scorterà fino a bordo vasca. E ti infili sotto al getto con ancora la lycra addosso. L’ansia ti spinge pure a rinserrare il nodo di chiusura, non sia mai si slacci e la mamma di cui sopra ti sorprenda col costume mezzo calato, che fa molto più maniaco dell’essere del tutto senza. Attacchi sempre con lo shampoo, perché così puoi rinviare di qualche minuto il momento in cui dovrai decidere come insaponare le parti intime. Ti dai pure due-tre passate di bagnoschiuma sotto le ascelle, inscenando una cura dell’igiene che in realtà non hai, e a quel punto inizi a sperare che la mamma passi davanti al tuo box proprio in quel momento, così da poterti indicare come modello al suo bambino, guarda com’è pulito e com’è educato questo signore, che si strofina le orecchie otto volte di fila e non si è neanche tolto il costume per rispetto mio e tuo. Solo che questo pensiero di colpo raggela l’acqua. Ti fa esplodere il dubbio di essere preso per sporcaccione PROPRIO PERCHÈ non ti sei tolto il costume. Immagini la mamma che ti punta contro l’indice e ammonisce il piccolo spiegandogli che il tuo non è modo di lavarsi, che bisogna spogliarsi del tutto perché così ci si può insaponare anche la piciolla e uscire dalla doccia VERAMENTE puliti, non come questo zozzone qua che si lava con tutte le mutande addosso, schifo a lui e a sua mamma che non gliel’ha insegnato. Nel frattempo hai insaponato tutto l’insaponabile, e il costume non si vede neanche più perché è diventato un’enorme bolla bianca di schiuma come neanche nelle discoteche di Ibiza. La doccia si sta prolungando molto oltre i tempi previsti dal regolamento interno della piscina e in più ti scappa la pipì. È il momento in cui tutto ciò che hai trattenuto rompe gli argini di quella pudica diga costruita con tanto sforzo. La piena travolge tutto e tu il costume non è che te togli: te lo strappi come un california dream man. Cominci a muovere il bacino facendoti sbatacchiare il pene su e giù contro la pancia e ritorno. Ruoti i fianchi facendolo ondeggiare in cerchio come il lazo di un cowboy. Insisti così tanto nel detergere lo scroto che dalle viscere del tuo corpo senti salire rantoli di piacere simili ai fragori emessi dalle cavernosità dell’Etna prima dell’eruzione. E pisci. Pisci come uno che non aveva mai pisciato prima nella sua vita e scopre in quell’istante la goduria del pisciare. Pisci come un incontinente. Pisci il Nilo. Pisci il Tigri e pure l’Eufrate. Sei immobile sotto la doccia fumante, con tutti i muscoli che si decontraggono e ti procurano una sensazione di felicità talmente pura da farti ritenere valide e fondate tutte le teorie di Freud sulla fase anale. Sei nudo in un luogo pubblico esattamente come lo è il David in piazza della Signoria e ti sembra che al mondo non esista condizione più naturale. Neanche la pozzanghera gialla che si è raccolta ai tuoi piedi sul piatto doccia riesce a minare questa sensazione di simbiosi col creato. Sei lì, imbambolato, con un sorriso tra l’ebete, lo sconcio e il lascivo dipinto sulla faccia e una schiuma gialla di piscio che ti arriva fino alle caviglie. Il costume l’hai appeso di sicuro al rubinetto, ma non te ne sei neanche accorto. Te lo ricorda la mamma, quando passa davanti a te tenendo per mano un bambino che così ordinato non lo trovi neanche nelle pubblicità del mulino bianco. Si fermano un attimo davanti al tuo box e poi proseguono. Imboccano il corridoio e tu senti il suono delle parole provenire come da un’altra galassia: non appendere mai il costume sul rubinetto, che ce lo appendono tutti e poi ti vengono i funghi. Il bambino ha di sicuro fatto sì sì con la testa. Tu ti avvolgi nell’accappatoio con la stessa vergogna che deve avere provato Adamo quando corse a ripararsi dietro la foglia di fico, e con addosso il peso di due inesorabili verità: l’antimicotico dentro al tuo borsone, e la certezza che, non appena sarà in grado di vestirsi, spogliarsi e lavarsi da solo, quel bambino, per il fatto stesso di possedere un pene da lavare e un cervello per produrre paranoie, appenderà il costume sul rubinetto.

Considerazioni postprandiali a margine, pensate ma non dette, e ora scritte come se fossi Francesco Piccolo.

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Bevo il caffè solo nel latte e solo la mattina. Oppure dopo un pranzo di nozze o altro pranzo luculliano. Dopo mangiato, nel senso di dopo un pranzo fuori, pur non volendo il caffè, ho però come un’urgenza di andare al bar. Cioè, non è che me ne posso tornare a casa e basta, no. Prima devo andare al bar. Forse è perché è una cosa che ho sempre visto fare in famiglia e m’è rimasto l’imprinting, però è così: dopo pranzo voglio andare al bar. Senza bere nessun caffè. Quando siamo un gruppetto, spero sempre che ci sia qualcuno che vuole un caffè dopo pranzo, così posso andare al bar pure io e non ordinare niente (tanto c’è lui o lei che prende il caffè, e io ho raggiunto il mio obiettivo di fine pasto, che è rispettare la tradizione di andare al bar). In effetti, l’imprinting prevede quest’andata al bar dopo un pranzo fuori come corollario di un’altra regola tradizionale: il caffè, nella mia famiglia, nessuno lo prende mai nello stesso posto dove ha pranzato. Se viene il cameriere e chiede “vi posso portare un caffè?”, ho sempre sentito rispondere “no, grazie, siamo a posto così”, come se davvero loro il caffè dopo pranzo non lo prendessero. Invece appena se ne va il cameriere, dicono sempre con tono cospiratorio: “ora il caffè ce lo andiamo a prendere al bar”, con un sorriso complice sul volto. Ecco, a me m’è rimasta questa cosa del volere andare al bar, senza però il desiderio del caffè, che dovrebbe invece costituire la scaturigine del volere andare al bar. Non solo. I cromosomi hanno fatto sì che elaborassi una strategia che fosse contemporaneamente evolutiva (cioè mi consentisse di non estinguermi per eccesso di caffeina) e conservativa (cioè mi consentisse di tenere fede alle tradizioni). Consiste nell’andare al bar, avvicinarsi al bancone dei caffè, voltarsi verso la cassa, poi simulare un atteggiamento tipo “per il momento c’è troppa ressa, aspetto un po’”, e dirigersi verso il tavolino o il poggiariviste, oppure posizionarsi anche sulla parte libera del bancone, e andare avanti così per circa un quarto d’ora senza ordinare niente. Al bar dell’Isola o al bar Cristina è anche possibile sedersi su uno dei tavolini fuori, COME SE stessi aspettando di poter ordinare un caffè che in realtà proprio non vuoi. In questo modo si può andare al bar come rito prevede, senza però essere costretti a ingerire qualcosa di cui non si avverte desiderio.A spingermi verso il bar dopo un pranzo festivo c’è anche un altro sottile, sottilissimo piacere. Vedere gli uomini (le femmine non ci sono quasi mai) che in un dopo pranzo di domenica, si accalcano sul bancone, si scottano le labbra e soffiano sopra la tazzina, oppure che sgomitano un po’ per arrivare alla bustina di zucchero, tutti in piedi, tutti vicini, tutti a celebrare la fine di una festa che si sperava non finisse, e che si tenta di prolungare artificialmente con questa specie di tempo supplementare che è il caffè al bar. Questa cosa del non volere il caffè si somma a un secondo imbarazzo relativo alla situazione bar. Per me, e qua in Sicilia credo non solo per me, andare al bar significa praticamente solo una cosa: caffè. Fino a tempi molto recenti, io non ho mai sentito uno che dentro un bar ordinasse cose che non sono caffè, che so, tè, spremute, aranciate etc. E in generale, anche ora che le bevande alternative al caffè si sono imposte sul mercato locale con dignità almeno teoricamente pari a quella del caffè, quando si ordina qualcosa che non è un caffè dentro a un bar che vende prevalentemente caffè, si ha come il timore di essere preso per puppo. Il barista e gli avventori ti trasmettono una sensazione di sospetto che emana dallo sguardo e da tutto il linguaggio non verbale di cui sono capaci.  Il fatto è che capita spessissimo, si usa proprio un sacco, di sentirsi invitare al bar a prendere qualcosa, nei momenti più diversi della giornata. Quindi quando vai al bar perché ti ci hanno portato, e non vuoi ordinare un caffè, è difficilissimo venirne fuori in maniera dignitosa. Il tè non mi piace e mi fa pensare a quando sono malato di stomaco e per sostentarmi mi tocca berlo con le fette biscottate. La camomilla, che mi piace, mi pare ridicola e massimamente puppigna. La spremuta va bene solo di mattina perché poi butta pesante. La coca cola fa male (e poi è pei picciriddi). Con l’acqua tonica acchiana l’acido. La birra ti classifica come alcolizzato. Di solito me la cavo con l’acqua frizzante. Aggiungo “frizzante” per fare vedere che sono uno che sa stare al mondo e godersi la vita, insomma per non sembrare quello che entra in un bar e ordina solo un bicchiere di acqua perché non vuole il caffè. Muovendo dal particolare all’universale, bisogna quindi ritenere che posti come le “cioccolaterie”, le “sale da tè”, le “tisanerie” siano in realtà dei bar camuffati. In pratica, questi bar ribattezzati ricettano tutti quelli che non vogliono un caffè e comprensibilmente non hanno il coraggio di ordinare qualcosa che non sia caffè dentro a un bar. Perché ci si sia potuti sentire liberi di entrare in un bar e non ordinare un caffè, c’è stato quindi bisogno di cambiare le insegne e coniare dei neologismi. Sembra una cosa da niente, ma è gattopardismo reverse. Abbiamo cambiato il nome ai bar per poter fare una cosa che si poteva fare anche al bar ma che avrebbe snaturato il bar nella sua funzione, se la si fosse fatta al suo interno. È come se esistesse un paese con la regola non scritta che in un cesso si può cacare ma non si può contemporaneamente anche leggere il giornale. E che alla fine, la popolazione, per venirne fuori, s’inventasse delle edicole dove si può anche cacare. Ecco, noi mutiamo in parallelo e non in serie. In tempi di globalizzazione, non mi pare poco. Si aggiunge e non si perde niente.Per contro, ci becchiamo la ridondanza che questo tipo di mutazione comporta. Il principio secondo cui è tutto più comodo e più facile se lo si fa nello stesso posto, ossia il principio cardine del Centro Commerciale, si afferma lo stesso, è vero. Ma a fatica. Lotta contro un genoma che ci rende più simili ai cinesi e agli arabi che agli americani o agli inglesi. Per noi isolani, il piacere sta nelle PICCOLE differenze. Siamo capaci di fare decine e decine di chilometri in più per QUEL gelato o QUEL cannolo che solo in QUELLA pasticceria è fatto in maniera diversa che nelle altre. Nessun altro essere umano, neanche un redattore della Settimana Enigmistica, noterebbe con tanta facilità e immediatezza le minuscole, eppure significative, differenze nel grado di bontà di questo o quel prodotto rispetto a un altro, identico in tutto e per tutto (nella forma e nella sostanza, ma non nella qualità). Un americano, un tedesco sarebbero forse anche loro disposti a percorrere migliaia di chilometri per un cannolo. Ma non per QUEL cannolo. Un cannolo è un cannolo. E forse non è neanche troppo diverso da un altro dolce, chessò, da un cannolicchio. Per noi, in una guantiera di cannoli, ce ne saranno al massimo due buoni, e gli altri, pur identici, saranno da scartare. Perché quindi aggregare più esercizi commerciali in un unico polo? Il rischio che lo si usi per UN SOLO negozio e poi ci si rivolga ad altri dieci diversi per completare la spesa è altissimo. Siamo fatti così. E infatti, qui, centri commerciali aperti sì e no un lustro fa tendono a chiudere. E il nostro Mc Donald è l’unico al mondo in cui, con venti persone dentro tutto il locale, c’è da aspettare mezz’ora per un panino. Basta stare in coda per capire perché: vogliamo tutti lo stesso big mac, ma ognuno con una cosa in più o in meno (oppure con una in più e una in meno). Lo vogliamo uguale a tutti gli altri big mac, ma con una piccola differenza. Per noi è quasi inconcepibile che esista un posto in cui si fa la stessa cosa per tutti. Figurarsi se riteniamo possibile che ci sia un unico posto che faccia tutto per tutti. Questo il CEO di una multinazionale non lo capirà mai (o forse lo ha capito molto meglio di noi) eppure è una cosa talmente evidente che la si vede già dal fatto che il bar va bene per il caffè, ma non per la cioccolata o il tè o il gelato. Siamo pleonastici. Ci piace che di una stessa cosa ci siano mille varietà. Tendiamo a non disfarci di nulla, ma semmai ad accatastare: accanto al bar, che fa il caffè, apriremo una gelateria, che fa il gelato. E magari sarà lo stesso proprietario del bar, ad aprirla. E poi apriremo un centro commerciale dove fanno il caffè, il gelato e pure il tè. Ma di questo centro commerciale ci piacerà solo il tè. E il gelato andremo a prenderlo dal gelataio accanto al bar, che fa il caffè che ci piace. C’è da scommettere comunque che i bar sopravviveranno a questa logica, così come sono sopravvissuti a mille altre rivoluzioni nei secoli. I bar che fanno il caffè e basta sono semplici. Nella scala evolutiva, sono come gli insetti. Gli insetti c’erano anche ai tempi dei dinosauri. Oggi i dinosauri non ci sono più, e invece gli insetti ci sono sempre, tali e quali. La rivalsa di questo tipo di entità è sempre reazionaria. Pur rimanendo immutate nella loro elementare struttura, si adattano al nuovo, e trovano armi per sconfiggerlo. Cioccolaterie, sale da tè etc. potrebbero quindi facilmente essere destinate a soccombere per un fenomeno che costituisce invece la linfa su cui i bar hanno da sempre prosperato. Il Signorìo: offrire un caffè al bar è un gesto di un’eleganza sopraffina. “Vieni che ti offro un caffè”, oppure “Amunì, pigghiamuni ‘n cafè” (rivolto a ben più di un amico, anche sei o sette) e poi mettere subito mano al portafogli, ti fa apparire sia generoso che viveur. Con costi molto contenuti. Al massimo hai speso qualche euro e hai fatto la tua porca figura. Se entri in una cioccolateria, tisaneria, sala da tè etc., sei costretto invece a misurartela. Molto. Fai lo smargiasso e ti ritrovi a scucire banconote su banconote. La crisi economica potrebbe quindi essere l’equivalente del meteorite per i dinosauri, e sterminare in un colpo solo megastore e sciccherie varie. Lasciandoci nelle orecchie il ronzio di una macchina da caffè professionale. In tutto simile a quello di un insetto.

Toponomastica per non utenti

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Siracusa ha tre tipi di strade. Quelle che si chiamano per nome e cognome, quelle che si chiamano solo per cognome e quelle che si chiamano con un altro nome. Nessuno si ferma mai al semaforo di via Bruno, ma tutti facciamo lunghe code in via Costanza Bruno. A certe strade si accorda cioè la speciale reverenza del nome completo, e questo a prescindere dall’importanza rivestita nei collegamenti urbani. Quasi mai si tratta di grandi arterie, spesso invece di piccole vene, talvolta perfino minuscoli capillari dei quartieri storici (la via Mario Minniti in Ortigia, la via Vincenzo Statella alla borgata, la via Gaetano Moscuzza ai Calafatari). Statisticamente, lo status nobiliare del nome completo viene concesso sulla base della sicilianità. Nessuno a Siracusa direbbe mai di passeggiare in via Camillo Benso Conte di Cavour, e non perché è lungo, ma perché è piemontese. L’investitura con tanto di nome e cognome è riservata alle celebrità autoctone (la via Alessandro Rizza, la via Luigi Spagna), mentre ci si riferisce esclusivamente tramite cognome, un po’ sminuendole, a quelle intestate ai soliti eroi risorgimentali, a personaggi storici di caratura nazionale (viale Cadorna, corso Matteotti) oppure a protagonisti dell’epoca greco antica, che a quanto pare, mischini, un cognome non ce l’avevano (corso Gelone, corso Timoleonte, via Ierone). Poi ci sono le strade che hanno un nome per l’ufficio urbanistica del comune e un altro per i siracusani che vi si danno appuntamento. Ci si incontra al pozzo ingegneri, e se ci si accorda per piazzale Marconi finisce che la gita salta perché nessuno ha idea di dove andare. Si passeggia alla marina, mentre al Foro Italico ci vai solo se sei un tecnico del genio civile alle prese con dei rilievi. Gli abitanti di Ortigia sconoscono il ponte umbertino, eppure tutti i giorni passano i ponti (unico caso al mondo in cui un’opera pubblica, forse in risposta ai nostri desiderata più inconsci, raddoppia in quantità come per incantesimo, semplicemente pronunciandone il nome), superati i quali non si immettono su corso Umberto Primo, ma proseguono lungo il rettifilo. Esistono poi casi di insistito anacronismo, di norma riservati a esercizi commerciali e impianti pubblici. I titolari del Bar Midolo hanno ormai da un ventennio rinunciato a che la loro ottima rosticceria venga identificata col patronimico che gli spetta, e si sono rassegnati a rimanere in eterno il Bar Cassarino, dal nome del proprietario che li precedeva (e con cui per altro condividevano già la gestione). La domenica sono ben pochi i siracusani che si recano allo Stadio, perché la maggior parte preferisce andare al campo. Il turista che chiedesse informazioni a un passante potrebbe sentirsi molto più smarrito dopo averle ricevute. Eppure nel modo di riferirsi alle strade c’è tanto di quelli che le popolano. L’indolenza che fatica ad accettare i cambiamenti, l’eterna nostalgia per un paese che è ormai diventato cittadina, l’atavica abitudine di invocare il fraintendimento a giustificazione di comportamenti scorretti. Prendere impegni definitivi, come ad esempio ora e luogo di un appuntamento, ci spaventa. Ma non per insofferenza. Per umiltà. Non ne siamo all’altezza. Per dichiarare con certezza che a quell’ora di quel giorno saremo in quel luogo è necessaria una dose di presunzione che mal si sposa alla condizione di noi comuni mortali siracusani, privi della pur minima nozione di dove siamo stati heidegerianamente gettati e senza padronanza alcuna del futuro che ci attende. Ecco perché la formula più utilizzata in città quando si prendono accordi telefonici è “poi, casomai, ci vediamo”. Casomai. Né domani, né la settimana prossima. Casomai. Ma almeno a piazzale Marconi o al pozzo ingegneri?