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Biglietto (lungo) lasciato prima di non andare via*

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(Questo post è uscito su Wired)

Ho passato tutta la mia vita adulta a cercare un modo per non andarmene da Siracusa. Anzi sono abbastanza convinto che la decisione di non andarmene da Siracusa sia venuta a coincidere con il momento in cui ho cominciato a diventare adulto, o forse solo con il momento in cui ho cominciato a capire che diventare adulti aveva a che vedere con decisioni di questo tipo.

Da lì in poi, mi è sembrato che risolvere quello che ancora avevo da risolvere con me stesso, le varie incertezze, gli ultimi tratti di personalità ancora da definire, insomma la tarda adolescenza, potesse essere risolto a partire da questo cardine, la città dove sono nato e cresciuto e da cui per un periodo ero stato assente.

Quel periodo di assenza, durato poco meno di un decennio, un’esperienza (lunga) che troverei sano fosse imposta a chiunque, come un tempo lo era il servizio militare, l’ho anche benedetto, se non altro perché era servito a farmi scoprire che un cardine c’era, o ci poteva essere, e che incardinarsi, pur non essendo l’unica via per cominciare a guardare al futuro, era un buon punto di partenza da cui mettere in ordine il presente: prima vediamo dove abitare, poi tutto il resto, una cosa alla volta, finché tutto non va al suo posto.

So bene, perché l’ho visto fare ai miei amici, che anche procedere lungo l’altra direttrice (prima che lavoro fare, poi tutto il resto, una cosa alla volta, finché tutto non va al suo posto) avrebbe portato alla stabilità e alla maturazione: delle due, al bivio, ho scelto con naturalezza la strada che più mi si confaceva, non ho dovuto starci a pensare.

C’è una cosa però che forse a una parte d’Italia (sul continente direbbe mia nonna) sfugge: per quanto la mia decisione a quel bivio fosse stata presa con naturalezza, e per quanto con altrettanta naturalezza i miei amici ne imboccarono l’altro ramo, quel bivio c’era, era lì, esisteva, e andava affrontato.

Nascere, crescere, e quindi in qualche modo legarsi affettivamente, a una cittadina del profondo sud, comportava (e comporta ancora) il fatto di doversi trovare, a un certo punto della propria vita, a un bivio di fronte al quale operare una scelta, la scelta tra abitare dove si è nati, facendo qualunque lavoro si riesca a trovare, o andare ad abitare altrove, a fare il lavoro che ci si è preparati a fare.

Non credo sia per forza un male. Anzi forse è perfino una scorciatoia verso la maturità. Presto, magari già dal momento in cui deciderai che è meglio andare a fare l’università fuori, sarai obbligato a elaborare una specie di lutto: il lutto per la realizzazione professionale cui forse rinunci rimanendo, o quello per la perdita della tua città, cui rinunci andandotene.

Lutto è un parolone, un’iperbole di quelle che mi piacerebbe sapere evitare, e lo è ancora di più perché quella è un’età in cui i lutti sono eventi lontanissimi, considerati alla pari di eventi inesistenti, un’età in cui a tutto sembra esserci rimedio, per ogni cosa sembra esserci a disposizione un tempo infinito, una seconda opportunità, di ripensamento o di svolta dietro ogni l’angolo che giri. Potrei quindi forse chiamarlo un lutticino, l’equivalente della morte del pesce rosso, ma resta il fatto che ci sono cittadini di questa nazione a cui il pesce rosso non muore mai, o meglio non è detto che debba morire per forza, e altri cittadini a cui invece muore di sicuro e anche presto, e che quindi presto devono cominciare a fare i conti con l’acquario vuoto.

Lo dico con sincerità, e non solo con l’intento di scacciare via l’enfasi da queste righe: io ho affrontato questo bivio a cuore molto leggero. Ci ho pensato soltanto anni dopo a cosa avevo fatto e perché. Sul momento invece, ho solo fatto la cosa che mi faceva stare meglio: ero stufo di provare il desiderio di essere qua ogni volta che ero là e quello di essere là ogni volta che ero qua. Stufo dei treni stracolmi a Natale e dei biglietti aerei da prenotare con mesi di anticipo, dei traghetti alle cinque di mattina e delle colazioni con l’arancino del Caronte che no, non è affatto il più buono di tutta la Sicilia e sì, è unto da fare schifo.

Ho pensato che questo scisma perenne andasse risolto una volta per tutte: casa e lavoro dovevano coincidere, e siccome la casa era qua, nel senso che qua erano la mia famiglia e i miei amici, e soprattutto qua erano i luoghi di cui avevo vera conoscenza e vera intelligenza, e dunque vero affetto, (e i luoghi al momento è ancora impossibile trasportarli altrove), l’unica cosa sensata era trovare qua un lavoro. Sapevo che un lavoro significava qualunque lavoro, e la cosa non mi spaventava affatto. Anzi, anche dire che non mi spaventava è un’espressione debole, imprecisa, falsa addirittura, perché la paura non c’entrava niente, per avere paura bisogna valutare, e a me valutare non interessava, non sapevo neanche che fosse tramite una valutazione che si  fanno le scelte.

Non posso quindi vantare un periodo di drammi esistenziali risolti per mezzo di sacrifici e decisioni sofferte, e questo non so dire perché non sia accaduto: posso solo ricondurlo alla mia indole personale, al fatto che dentro di me ho vaste zone di superficialità e grandi praterie di facili entusiasmi, e dove anche solo intravedo una soluzione subito mi sembra già raggiunta, e smetto di vedere i problemi che le  pre-esistono, e li do per risolti, e anzi forse per nemmeno mai esistiti.

Perciò niente mi è pesato in questi anni, nessuno di quelli che oggi, a quasi quarantadue anni, posso definire (senza volerne fare spregio, non esistono lavori di cui fare spregio) lavoretti, nel senso di poco stabili, o stagionali, o tipici dei ragazzi, degli studenti, dei principianti, insomma poco consoni a un uomo della mia età. Li ho fatti per anni, li ho fatti tutti, e con un certo buon umore (i lavoretti spesso sono divertenti), ho sorriso di fronte a quelli in nero, a quelli mal pagati (tutti, indistintamente, qualificati o meno che fossero) e anche a quelli mai pagati (molti).

Questo era il posto dove avevo scelto di vivere, e, in questo posto, queste erano le usanze, questa era la vita: questa è l’acqua, diceva lo scrittore, nel senso che un pesce non lo sa cos’è l’acqua, ed è così che secondo me si vive quando si vive con naturalezza dentro qualcosa, perché la naturalezza, se è vera naturalezza, ti ingloba e non devi dartene spiegazione.

Non provavo depressione, sentimento cui spesso ci si riferisce citando quel titolo di Foster Wallace, e credo non fosse neanche rassegnazione, ma non ne sono sicuro, perché ho sempre fatto molta fatica a distinguere la rassegnazione dalla consapevolezza, e mi viene difficile anche adesso, quindi non lo so cos’è che provavo di preciso: di sicuro sapere che questa è l’acqua non mi ha mai fatto desiderare di vivere sulla terraferma.

Questa assenza di smania, questo avere smesso di desiderare altro, me lo dico adesso che sto per affrontare un secondo bivio  (adesso che so un po’ meglio chi ero e un po’ peggio chi sarò) penso mi sia servito a evitarla, la rassegnazione: forse è stato un antidoto che avevo in dotazione solo io, forse era solo con me che poteva funzionare, fatto sta che finché doveva funzionare ha funzionato, ed è stata tutt’uno con la naturalezza, con l’acqua,  oppure, se vogliamo ancora una volta accogliere la suggestione della cultura fatalista tipica del meridione, era proprio da là che veniva, dall’acqua.

Mi rendo conto di avere appena fatto la caricatura di un monaco zen o di un mistico, o forse meglio ancora di un atarassico, cosa che non è, che non è stata, che non poteva essere.

Non sono stati affatto anni sereni, più che a un anacoreta somigliavo all’anziano pastore raccontato da Ernesto De Martino ne La fine del mondo, quello che mentre gli davano un passaggio in macchina, man mano che il campanile di Marcellinara scompariva dal finestrino, gli veniva un attacco di panico e dovevano tornare subito indietro per rassicurarlo.

La serenità c’entra, però poco. Tutto è stato sempre in discussione, la scelta stessa, quella originaria, quella presa con disinvoltura di fronte a quel bivio, è tornata, mi sono rivisto più volte fermo a quell’incrocio, in sogno o in pieno giorno, in un giorno difficile, di quelli in cui ti penti,  o in uno felice, di quelli in cui le possibilità cui si è rinunciato, le potenze irrealizzate si affacciavano, balenando di nuovo come per dire che forse quello era il momento giusto, quello in cui finalmente sarebbero diventate atto.

Eppure ogni volta che questo pensiero è comparso, ogni volta che la tentazione di un meglio, di un di più, della terraferma, è venuto a visitarmi sott’acqua io mi sono confermato nella mia scelta, ho sentito con distinzione di essere nient’altro che un pesce, e che non solo quest’era l’acqua, ma anche che sulla terraferma, nel giro di niente, sarei finito di nuovo a panza all’aria, a dibattermi tra il me di e il me di qua, e quindi no, grazie, sono lusingato ma rimango dove sono.

Invece è arrivato questo agosto del 2015, e io che tutta la vita ho cercato modi per rimanere, lavoretti per rimanere, pezze di appoggio, aggrappi anche minuscoli per non allontanarmi dallo scoglio, da un momento all’altro potrei vedermi offerta una cattedra, un posto fisso, la conclusione felice di anni di attesa, il lieto fine, il tutto e subito: da zero a di ruolo in un secondo solo. A patto di andarmene da qua.

Mi infastidisce la parola deportazione, ho provato a scrivere di me stesso senza usare esagerazioni di questo tipo, e mi piacerebbe che si sforzassero di farlo un po’ tutti quelli che intendono riferire le proprie condizioni di vita, perché io di vite tragiche non ne ho mai viste, se non a teatro, e secondo me le vite, quando sono vere, più vogliono sembrare tragiche e più finisce che sembrano ridicole.

Però ho letto su un quotidiano nazionale di un marito e una moglie, tutti e due insegnanti e con due figli. Ho letto che dovranno spostarsi, probabilmente il marito in una regione e la moglie in un’altra, e pagarsi due case, e due affitti, e decidere con chi andranno a stare i figli, magari dividendoseli uno per ciascuno, e stabilire chi dei due si terrà la macchina e chi invece il motorino, chi il cassettone del soggiorno e chi invece la camera da letto, proprio come se stessero divorziando. Doloroso, molto. Forse non è materiale da tragedia, però è anche vero che nella sorte c’è tanta ironia, e questa ironia può essere potente, fare ridere come fare piangere.

Per questo ora mi sembra pura cattiveria ricordare la costituzione. La costituzione è un po’ cattiva di suo, solo che non ce ne accorgiamo: la usiamo sempre quando c’è da rivendicare un diritto, però difficilmente ce ne ricordiamo quando fa da ammonimento ai doveri. E invece ecco l’articolo 98, infame, a dire che I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della nazione. Dice così: della nazione. In pratica dice che l’insegnante di una scuola pubblica è come un bersagliere, va dove c’è bisogno di lui, è al servizio dell’Italia intera e non della regione o della provincia dove è residente, è soggetto alla stessa logica di un militare, s’è scelto un mestiere che prevede spostamenti, dislocazioni più che deportazioni, cioè spostamenti dettati da esigenze logistiche, a volte anche pressanti, come quelle che fecero sentire a Danilo Dolci l’urgenza di lasciare il nord Italia e venire a fare l’educatore a Partinico, spontaneamente, perché era là che c’era più bisogno di lui e delle sue pratiche.

Dovesse capitare a me, e potrebbe capitarmi presto, dovessi scegliere di accettare il ruolo (solo quegli italiani che hanno provato a fare l’insegnante possono comprendere appieno il significato di cui si carica la parola ruolo quando la scrivi o quando la pronunci), non credo riuscirei a viverla come una deportazione. Non credo che dover abbandonare il luogo che mi è più caro al mondo e che più ho cercato di tenermi stretto mi farà piangere. Non lo credo perché non so farlo: l’ironia della sorte a me di solito fa ridere e basta, ridere come si ride di un amico nei guai, ridere di empatia, ridere di tenerezza verso me stesso e verso tutti quelli che vivendo vicende simili, saranno miei compagni.

Così è.  Lotti una vita per restare in un posto, pensi di avere ormai trovato il tuo anfratto di scoglio, il luogo in cui restare tappato a ogni mareggiata, poi arriva un’onda così forte che nessun bollettino poteva prevederla, e ti scaglia lontano. Chissà dov’è che ti ha catapultato, non ti raccapezzi più: allora ti fai uscire le bollicine dalla bocca, tanto per renderti conto di qual è il sopra qual è il sotto, poi fai i primi giri di esplorazione, nuoti, nuoti e nuoti, e dopo un po’ capisci che niente: questa è l’acqua.

* Se non dovessi tornare,

sappiate che non sono mai 

partito.

Il mio viaggiare

è stato tutto un restare 

qua, dove non fui mai.

(Giorgio Caproni)

Bastava fare “due” con la mano a Stefano Cucchi

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Nel 1987 a Siracusa c’era la questione del casco.

Era diventato obbligatorio, quindi trovavi posti di blocco ovunque: della polizia, dei carabinieri, qualche volta anche dei finanzieri.

In certi quartieri e in certe scuole di Siracusa, nel 1987 (ma un po’ pure adesso) se qualcuno ti diceva sbirro, finanziere ma soprattutto carabiniere era proprio un insulto, di quelli gravi, tipo figlio di buttana: cioè o era una cosa che ti dicevano gli amici tuoi più stretti, proprio per ridere, oppure significava che chi te l’aveva detto voleva farla finire a legnate, dovevi partire con le botte, combattere per salvare l’onore.

In certi altri quartieri e in certe altre scuole, tipo la mia, questo fatto di dirsi sbirro o carabiniere invece era più che altro una pantomima, uno scimmiottamento: cioè in un certo senso ce lo dicevamo tra di noi per fare i torpi, cioè i grezzi, cioè per imitare, un po’ deridendoli, quelli un po’ malacarni che si dicevano seriamente sbirro e carabiniere l’un l’altro per offendersi.

A volte capitava che questa sottigliezza sfuggisse, oppure che venisse volutamente equivocata, così da essere utilizzata come pretesto: magari quello che ti aveva dato del carabiniere per scherzo ti stava antipatico per chissà quali motivi, e allora fingevi di non avere colto l’ironia e ne approfittavi per farla finire a legnate lo stesso.

A quel punto, chi si trovava ad assistere all’aggressione in qualche modo la legittimava: be’, però gli ha detto carabiniere, non è che se la poteva tenere così.

Quindi insomma, anche in scuole e quartieri tipo il mio, non era mai chiarissimo se questo termine fosse un insulto per davvero o solo per finta: si rimaneva sul vago, un po’ era per ridere e un po’ poteva diventare una cosa seria.

In certi altri quartieri e in certe altre scuole invece c’era più certezza: questo fatto che non eri sbirro e non eri carabiniere si doveva vedere bene, andava dimostrato a tutti, in vari modi e con vari atteggiamenti. Uno era non mettersi il casco.

Il casco, per la verità, non se lo metteva nessuno, in nessuna scuola e in nessun quartiere, un po’ per la storia (mai chiarita fino in fondo) che non bisognava essere né sbirri né carabinieri, e un po’ perché all’epoca c’era un problema molto sentito: il gel.

Senza gel non usciva di casa nessuno, e col gel mettersi il casco era una tragedia.

Però c’erano questi cavolo di posti di blocco degli sbirri, dei carabinieri e pure dei finanzieri un po’ ovunque, e non si poteva rischiare di farsi sequestrare il motorino. Allora, per la paura di restare a piedi, il casco te lo portavi dietro, senza metterlo: lo infilavi sul braccio destro, il lato dell’acceleratore, così se ti accorgervi di un posto di blocco, in un attimo te lo potevi infilare in testa.

Accorgersi del posto di blocco era piuttosto semplice, perché tra i possessori di motocicli era invalso un uso assai solidale: segnalarsi reciprocamente la presenza di sbirri, finanzieri e soprattutto carabinieri con un gesto della mano. Se incrociando un motociclista quello ti faceva il numero “due” con la mano significava che lungo quella strada c’erano i carabinieri: o ti mettevi il casco in testa o facevi inversione ed evitavi il posto di blocco.

Tutti i ragazzi, di tutti i quartieri e di tutte le scuole, sapevano come interpretare questo gesto e quindi anche come regolarsi, e nessuno mancava mai di segnalare la presenza di carabinieri a propria volta.

Nonostante questi accorgimenti, qualcuno veniva beccato lo stesso: i primi a passare da un certo incrocio, se la pattuglia era ben piazzata, non avevano scampo. L’unico modo per evitare il sequestro, a quel punto, era non fermarsi al posto di blocco e scappare.

Lì la differenza tra scuole e quartieri si faceva molto più pronunciata: quasi mai i ragazzi che provenivano da ambienti  difficili si fermavano ai posti di blocco. A fermarsi, senza nemmeno essere sfiorati dall’idea di ignorare la paletta, erano i ragazzi di scuole e quartieri come il mio.

Ti ritrovavi così immobilizzato in mezzo alla strada, a dare documenti e spiegazioni, spesso per molto più tempo del dovuto, e subendo una serie di ramanzine, di solito molto aspre, che piano piano, con lo scorrere dei minuti diventavano prima reprimende, poi derisioni un po’ umilianti, e nei casi peggiori temevi potessero degenerare in scappellotti, o addirittura percosse. Insomma, più cominciavi ad avere paura che le cose si mettessero male, più i carabinieri solleticavano i tuoi timori, giocandoci con poco o molto sadismo, a seconda dei casi.

Ricordo bene la volta che mi sequestrarono la vespa 50 Pk XL colore blu notte (aveva anche un grosso adesivo con la faccia imbronciata di Paperino sul bauletto destro), in piazza della Repubblica (oggi si chiama piazza Giovanni Falcone e Paolo Borsellino), a due passi dal vecchio tribunale, allora in piena funzione.

Uno dei tre poliziotti, mentre gli altri due mi cazziavano pesantemente per questo fatto del casco (mettendo la cosa in termini francamente assurdi, come se io avessi deciso di girare senza casco per deridere la loro autorità o svilire la loro funzione di controllo, quando per me era tutta una questione di gel) si allontanò di qualche metro ed esplose un colpo di pistola per terra, facendo saltare per aria uno o due cubetti di porfido. Pure i due che mi stavano cazziando fecero una faccia sconvolta, ma il terzo, quello che aveva sparato, si mise subito a ridere, disse qualcosa di divertente, e tutti e tre si godettero la mia espressione di paura e i miei sudori freddi.

Mi ricordo anche che tornando a piedi verso casa, il casco infilato sul gomito destro, pensai che effettivamente dire a qualcuno sbirro o carabiniere era un insulto pesante, e non c’era bisogno di essere torpi o malacarni per offendersi se qualcuno lo diceva a te.

Un’altra cosa che notavi sempre quando ti capitava di essere fermato a un posto di blocco erano proprio i torpi: non era tanto che non si fermassero loro, era più che altro che ai poliziotti e ai carabinieri e ai finanzieri non veniva neanche in mente di fargli vedere la paletta. Più le facce erano brutte, più gli si leggeva in faccia che non si sarebbero fermati, più si intuiva che avrebbero reagito all’ALT come a un’offesa personale, insomma più si capiva che erano delinquenti, più i carabinieri li ignoravano, lasciandoli passare.

Non potrei dire sempre, ma posso dire spesso per averlo visto succedere in diverse occasioni, la paletta la esibivano a facce da scemotti, con la gommina sui capelli e gli adesivi di paperino imbronciato sul bauletto.

Più volte mi è anche capitato di vedere coppie di malacarni passare a gran velocità, senza casco neppure sul gomito, con motorini così rumorosi che sembravano duemila di cilindrata, e sputare per terra con grande ostentazione due metri dopo o due metri prima del posto di blocco: fermarli sarebbe stato allo stesso tempo doveroso e impossibile.

Finito il liceo, cioè l’età degli scioperi, delle fallimentari occupazioni scolastiche, dei cortei e delle manifestazioni di piazza in cui spesso si entra a contatto con le forze dell’ordine, l’idea che sbirro e carabiniere fossero brutte parole si era tradotta in un distinguo più preciso: per me, e per quelli un po’ fessacchiotti come me, era un insulto, ma non allo stesso modo e non con lo stesso significato che gli davano quegli altri, quelli che al posto di blocco non si fermavano e sputavano per terra.

Per loro, carabiniere significava spione, nemico, ficcanaso. Per me e per i miei compagni di scuola invece significava più che altro uno debole coi forti e forte coi deboli.

Non che mancassero esempi diversi, del tutto opposti a questo genere di comportamento vile: quando Ortigia diventò per la prima volta Zona a traffico Limitato, e per accedervi bisognava esibire un pass, vidi più volte vigili urbani, carabinieri, poliziotti e finanzieri, buscare schiaffoni, restituirli e portare in questura certi brutti ceffi che pretendevano di entrare e uscire dal centro storico come gli pareva e piaceva.

Il 23 settembre 1997, finito il concerto degli U2, a Reggio Emilia, c’erano decine di migliaia di persone che si accalcavano sul piccolo piazzale di una minuscola stazione, per salire su un treno che li avrebbe riportati a casa: è stato come partecipare all’apocalisse e averla scampata per un pelo. Il pelo che la fece scampare furono i celerini, che con una flemma inumana seppero gestire una folla inferocita, pronta a uccidere pur di entrare in stazione, e forte della sua enorme superiorità numerica. Ricordo di aver ammirato uomini e ragazzi in divisa che si prendevano sputi in faccia, minacce e insulti di ogni tipo, provocatori spintoni e bottigliate in testa, senza mai perdere la pazienza e la lucidità per una intera notte, fino all’alba.

Però qualche anno dopo vidi la scena di un panettiere che consegnava un carico di filoni caldi a una bottega di generi alimentari, in via Piave, e di due poliziotti che gli si avvicinavano, mentre lui reggeva con tutt’e due le mani una grossa cesta molto pesante, dicendogli in malo modo di spostare subito il furgoncino da là, perché loro dovevano parcheggiare (c’erano un sacco di altri posti liberi, due metri più giù). Lo sentii rispondere un attimo, scarico questa cesta e arrivo. E poi sentii il rumore delle sberle, quello della cesta che cadeva per terra, alzai gli occhi e vidi che lo infilavano dentro la volante e se lo portavano via.

Qualche anno prima avevo letto un libro che mi aveva allo stesso tempo divertito e inquietato, Il lercio, di Irvine Welsh. La parte che mi divertiva era la stessa che mi preoccupava: il protagonista era un poliziotto esaltato e manesco, e la sua filosofia di vita era che il posto di lavoro più appropriato per un maschio nato con una naturale tendenza all’abuso e alla violenza fosse nelle forze dell’ordine.

Il libro giocava molto con gli eccessi, era una specie di fumetto iperbolico, ma sapeva bene come spingere sul tasto del timore: se era in grado di inquietare era perché da qualche parte, nell’esperienza di chi leggeva, risuonava l’immagine di un poliziotto prevaricatore e prepotente, una figura che si poteva essere intravista nella realtà, magari non sovrapponibile, ma in certi punti combaciante.

Molti anni dopo, mi ritrovai a insegnare in un carcere.

Ogni tanto origliavo i discorsi degli studenti, da principio senza volerlo, poi con sempre più curiosità, senza riuscire a staccarmi. Mi interessavano i racconti che si scambiavano riguardo agli interrogatori (il mio era un carcere giudiziario, quasi tutti gli studenti erano in attesa di un giudizio definitivo, il che è già di per sé una follia). Da quello che dicevano traspariva una specie di sconforto e delusione: lo attendevano per giorni, settimane o mesi, ma quando poi ne parlavano capivi che non era stata un’occasione per chiarire, ma più che altro si era trattato di un momento al quale bisognava sopravvivere, non lasciarsi intimidire troppo, non cedere, non crollare.

Prima della mia esperienza in carcere c’era stato l’assassinio di Emanuele Scieri dentro la caserma Gamerra di Pisa, poi ci fu  la storia della Diaz, e dopo ci furono tra gli altri il caso di  Federico Aldrovandi, quello di Giuseppe Uva e quello di Stefano Cucchi.

Essere un poliziotto, un carabiniere, un parà, un marò, un commissario, un magistrato inquirente non dev’essere facile. Una componente di intimidazione e di violenza è insita nel mestiere che fai, ce la devi avere dentro come una specie di vocazione, devi farci i conti ogni giorno e gestirla con molto autocontrollo in istanti lunghi e difficili, che in un attimo possono diventare spartiacque della tua vita e soprattutto di quella di un altro. Una divisa, un manganello, una pistola o l’autorità per decidere che la vita di una persona proseguirà in galera dovrebbero averla solo quegli individui perfettamente equilibrati e risolti: ai più saggi tra noi le armi dei custodi e ai filosofi il potere di giudicare.

Era una repubblica ideale, quella di Platone, certo, la realtà sarà sempre un’altra cosa. Eppure per uno stato di diritto non c’è altro modo di progredire in civiltà se non quello di ammettere i propri errori e tentare di correggerli. Forse il carcere non andrebbe dato mai a nessuno, nemmeno agli assassini di Cucchi. Però la verità andrebbe restituita sempre a tutti. E chi ce l’ha dovrebbe offrirla spontaneamente, al di là di qualsiasi sentenza.

In ogni caso sarebbe stato bello, la notte del 15 ottobre 2009, avere incrociato Stefano Cucchi col motorino e avergli fatto il numero due con la mano, giusto qualche minuto prima che arrivasse la volante.

Entusiasti Anonimi (LOL = I Hate You?)

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Un sabato pomeriggio del 1984 i miei mi portarono al cinema a vedere La storia infinita.

Potevo avere sì e no dieci anni, però tornando verso casa chiesi a mia madre:

1) Se mi comprava il 45 giri di Limahl

2) Se mi prestava la sua Olivetti Everest.

– Sì, ma che ci devi fare?

– Niente, ci devo scrivere una recensione.

Mia madre se la prese subito con mio padre: gliel’aveva detto che tutte quelle Cipster mi avrebbero fatto male.

Il peggio però arrivò dopo qualche ora, quando li convocai in soggiorno per leggergli quanto avevo scritto.

Nell’illusione di non ferirmi, bisbigliarono tra loro che, sì, forse conoscevo anche il termine recensione, però ne travisavo il significato: quella che avevo scritto io era più che altro una lauda di stampo stilnovista, o al massimo una postulazione di beatitudine per sceneggiatori, attori e regista, artefici di tanto mio godimento.

La cosa si ripeté, con un peggioramento generale dei sintomi, la settimana seguente, quando su un foglio di quaderno a quadretti inserito sul rullo della Everest (ormai era mia), definivo una riduzione per ragazzi de I cavalieri della tavola rotonda acquistata per me da mia nonna all’edicola sotto casa come Opera cruciale per lo sviluppo della civiltà umana, un testo che ciascuno di noi dovrebbe mandare a memoria.

I fogli di quaderno, strappati a mano e con foga, mai dritti dentro alla macchina per scrivere, generavano righe sghembe. A ogni a capo ero costretto a uscire dal rapimento della mia stessa enfasi e incrociare le reazioni del mio uditorio: notavo, così, come al levarsi di ogni mio osanna corrispondesse l’inarcarsi di un sopracciglio sul volto dei miei.

Così il sospetto di infervorarmi un po’ troppo si fece presto certezza, e alle soglie dell’adolescenza, in piedi davanti alle sedie del soggiorno disposte in circolo, dovetti fare atto di contrizione: mi chiamo Mario Fillioley e sono un facile entusiasta.

I facili entusiasmi, me lo dicevano e me lo dicono ancora tutti, sono sintomo di un’indole superficiale, farfallona, scimunita, e spesso anche molesta: il giubilo ci mette un attimo a mutarsi in spirito di proselitismo, e a quel punto, qualunque cosa tu proponga, viene accolta con la stessa euforia con cui si riceve una copia di Torre di guardia la domenica mattina alle sette meno un quarto.

La mia successiva vita da spettatore, lettore e ascoltatore fu dunque una lunga esercitazione nell’arte tantrica del differire i parossismi d’entusiasmo di cui ero preda, o quantomeno in quella di fiutare l’aria come un cirneco, riconoscere il boato che precede l’eruzione ed evacuare i paesini alle pendici del senso critico.

A un certo punto, l’eco fastidiosa della mia razionalità prese domicilio da qualche parte in mezzo ai visceri: «Niente schiamazzi prima delle cinque», diceva l’anziana signora del piano di sotto, quella che se poco poco alzi il volume comincia a battere sul soffitto con la scopa.

Grazie a lei imparai che una volta fattesi le cinque, la voglia di fare schiamazzi era bella che passata, e non era più il caso di offrire libagioni in onore di nessuno.

Il periodo di compassata morigeratezza e relativa serenità condominiale era destinato però a interrompersi per sempre in un pomeriggio dei famosi anni zero: per la precisione il 29 settembre del 2007, giorno della mia iscrizione a Facebook.

Da allora (poco più di un lustro fa, in fondo), sono tornato a essere il bambino altamente infiammabile della Everest, e ho subito cominciato a usare i social network come una specie di roipnol a buon mercato con cui adulterare l’acqua canarina alla vegliarda del piano di sotto: tiè, beviti quest’intruglio e fatti una bella ronfata fino a domani.

Con Facebook, noi facili entusiasti ci siamo visti recapitare in dono una specie di “spargitore di incensi” automatico, uno di quegli annaffiatoi rotanti da giardino: vuoi mostrare agli amici qualcosa che hai letto, visto, ascoltato, e che ora ti brucia come lava nel petto? La piazzi in bacheca e con mezzo clic raggiungi tutti quelli che la tua esaltazione desidera stalkare.

Tanta efficacia doveva per forza avere un prezzo.

E l’effetto collaterale è l’immediatezza con cui ogni tentativo di riflessione naufraga prima ancora di lasciare il porto: leggiamo, ascoltiamo, guardiamo, e subito, senza soluzione di continuità, likiamo e commentiamo.

Il Like su Facebook va oltre il tradizionale commento a caldo che ci si scambia all’accendersi delle luci in sala col vicino di sedia o col fan sfegatato a fine concerto, perché spesso lo si appone già durante la fruizione di ciò che viene condiviso. E ancora più spesso lo si appone sulla fiducia: Guarda! Ciccio ha appena postato uno spezzone di Palombella rossa, gran film, non ricordo che scena sia, e nemmeno capisco che attinenza abbia con lo status di Ciccio, ma di sicuro apprezzo Nanni Moretti, fammi cliccare Mi piace, non ho neanche bisogno di rivederlo.

Stessa cosa per quanto riguarda i commenti. Tra facili entusiasti, li si scrive soprattutto per rassicurarci a vicenda, e sono quasi tutti riconducibili a un unico ceppo di significati: bravo, sei andato a segno, mi hai colpito e pure affondato, adesso sì che capisco come mai io e te siamo amici su Facebook.

Commenti come Definitivo o Epic Win chiosano quei post che gli amici ci depositano in bacheca apposta per produrre in noi quello stato emotivo di plauso ed esaltazione che adesso tentiamo di restituirgli con il nostro commento, esaltato e a sua volta esaltante.

La vecchiazza del piano di sotto dorme stordita dal cocktail di barbiturici che le abbiamo rifilato, e i magnificat sono liberi di risuonare in dodecafonia. Nessun deterrente, nessun richiamo all’ordine, nessuna scopa che picchia sul soffitto.

In confronto, il me decenne che aspettava di tornare a casa per mettersi a fare Snoopy sulla Everest era un bramino col controllo totale sulle proprie pulsioni.

Ciò vale sia quando si riceve la proposta, sia quando la si effettua.

Perché al di là dell’imbarazzo che provoca il vedersi commentare laudativamente un proprio post (ognuno elabora una sua strategia di sopravvivenza: autoironia a profusione, emoticon con faccine che si commuovono, contro-ringraziamenti infiniti che somigliano a quegli sketch in cui un occidentale e un giapponese non smettono più di inchinarsi, restituzione di Like, pubblici tag a mò di attore che brandendo il premio lo dedica al suo pubblico ecc.) il punto è che siamo di fronte a una razionalità assopita, in nulla differente da quella del grillino che inveisce contro la ka$ta schiumando dalla tastiera.

Dotandosi per tempo di strumenti come il ban (moderno ostracismo) e il nascondi (misura analoga al divieto di avvicinarsi oltre tot metri), Facebook si sforza di non diventare il luogo dell’insulto, però non si adopera affatto per evitare di diventare quello del salamelecco, della cerimonia e della piaggeria.

Inflazionare i superlativi accorcia le distanze tra gli opposti: togliere dalla scala tutti i pioli che separano un capolavoro (o epic win) da una cacata (o epic fail potrebbe condurci presto alla notte buia in cui tutti i gattini sono neri, e forse a quel punto accadrà che i termini attualmente adoperati per descrivere stima, diletto e apprezzamento trascolorino nel loro significato opposto.

Hölderlin, poeta tedesco vissuto a cavallo tra settecento e ottocento, quando intuì di stare varcando la soglia della follia, si rinchiuse volontariamente dentro la casa di un falegname: anche lui voleva un inquilino del piano di sotto che lo riconducesse a più miti consigli a colpi di ramazza sul tetto. Visse così il resto dei suoi giorni in una torre, contigua ma separata dal resto dell’abitazione, scrivendo poesie su personaggi minori della classicità: la sua lista di Persone che potresti conoscere era popolata di contatti con nomi tipo Iperione e Bellarmino, e lui navigava perduto in questo suo Facebook parnasiano. Le poche parole che proferiva – tra sé e sé, e a mezza voce, più o meno come facciamo noi davanti al display quando incocciamo in qualcosa che ci rapisce- erano inni al panorama agreste che scorgeva affacciandosi dalla finestra: provava una sconfinata ammirazione per la natura, e tutto per lui era prodigio, portento, miracolo, forse addirittura capolavoro. Ogni tanto era costretto a ricevere in visita notabili della città, editori dei suoi poemi, intellettuali che chiedevano un abboccamento: tutte persone che lui considerava indistintamente dei grandissimi scocciatori.

Pare che tanto più intendesse respingerli, quanto più si profondesse in formule di cortesia, inventando titoli onorifici sempre più altisonanti per riverire quelli che in realtà considerava ospiti sgraditi: e giù di illustrissimo e di vostra maestà.

Chissà allora che Facebook non diventi la nostra torre del falegname, tramutandoci piano piano tutti in poeti bizzosi che per mandarsi reciprocamente a quel paese si diranno cose come “Capolavoro!” o “LOL!”.

Buongiorno a tutti

Inserito il

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Ieri c’era Renzi al Raiti, una scuola elementare della mia città.

Il Raiti è in via Pordenone, un quartiere da sempre popoloso e popolare (borgata Santa Lucia), con una chiesa in pietra chiara (santa Lucia fuori le mura) che ospita un Caravaggio scuro (il seppellimento di santa Lucia) e con una piazza ampia e luminosa (piazza santa Lucia), dove c’è sempre stato tanto spazio per i giochi dei bambini: mia nonna ci faceva girare un cerchio, sorvegliata dai suoi zii e dagli altri adulti del quartiere, io ci giocavo a pallone e tutto intorno si sedevano le persone anziane a commentare la partita e a mangiare semenza.

Da qualche tempo invece a piazza santa Lucia, nel tardo pomeriggio, si gioca a cricket.

Le mazze sono un po’ improvvisate oppure molto logore perché hanno viaggiato chissà quanto. Sulle panchine, a commentare la partita, non ci sono i genitori dei ragazzini indiani (che forse sono rimasti in India o forse lavorano fino a tardi per mandare un po’ di soldi in più ai parenti lontani), ci sono sempre gli stessi anziani di prima, qualcuno addirittura è rimasto seduto là sin dai tempi miei.

Non capiscono niente di cricket, non sanno manco le regole o lo scopo del gioco, però fanno la stessa cosa che facevano con noi quando giocavamo a pallone: criticano, dicono che la mazza non si tiene in quel modo lì, che così il tiro esce fuori mollo, ti chiamano col fischio e quando ti avvicini ti fanno segnali per spiegarti che la postura è tutta sbagliata, ti dicono come devi mettere i gomiti per non colpire fuori tempo, e siccome masticano semenza e sputano le scocce per terra, non si capisce neanche cosa dicono.

L’anziano siracusano è così, non fa mai il tifoso, è sempre uno spettatore critico: pure allo stadio, quando il Siracusa ancora militava in categorie professionistiche (io al massimo mi ricordo la C1, ma ai tempi di mio nonno fummo addirittura in serie B per una o due stagioni), loro si sedevano in gradinata e quando c’era un fallo laterale chiamavano col fischio i terzini di fascia. Le prime volte, quelli, poverini, si avvicinavano, e per qualche decina di secondi ascoltavano increduli le farraginose disposizioni tattiche di questi vecchietti, oltretutto rese incomprensibili dal masticare semenza. L’arbitro se ne accorgeva e ammoniva il giocatore per perdita di tempo.

Da quest’anno, al Raiti ci va pure mia cugina, sei anni, fa la prima, una bambina che mi terrorizza: risolve le parole crociate senza schema insieme a mia nonna.

Le suggerisce la grafia corretta per i termini stranieri, quelli che mia nonna non ha mai imparato a scrivere bene, oppure risponde a botta sicura sulle definizioni in cui è super esperta: se mia nonna legge dinosauro a tre corna, lei subito dice triceratopo, e poi aggiunge che tuttavia, a dispetto del nome, il triceratopo non ha tre corna, bensì quattro, dunque la definizione non è corretta.

A mia nonna questa cosa piace, si inorgoglisce. A me mette l’ansia. Forse perché sono un insegnante, e con una bambina di sei anni che parla così nessun insegnante può sentirsi al sicuro.

Le maestre del Raiti devono essere per forza molto brave, se la vedono con lo zainetto di mia cugina da cui esce un diorama del triceratopo, e con quello del suo compagno di classe da cui fa capolino una mazza da cricket col manico un po’ sbreccato.

Ieri, quando Renzi è entrato in questa scuola e ha detto buongiorno a tutti , mia cugina di sei anni e gli altri bambini hanno cantato in coro una canzoncina a ritmo di blues.

Francesco Merlo su Repubblica dice che sembrava una scuola nord coreana, che siamo i soliti siciliani pronti a saltare sul carro del vincitore, anzi del dittatore: una cosa da centro Africa, da pupi siciliani hanno scritto altri.

Io ho chiesto a mia cugina se per favore mi faceva leggere il testo della canzoncina, lei mi ha detto che potevo, però solo a patto di non eccedere in analisi ermeneutiche e meno ancora sovra interpretare il testo alla luce della recente dialettica politica interna al partito democratico.

Si vabbe’, dammi il foglietto e stai zitta. Poi mi sono girato verso sua madre e le ho detto: tu a questa la devi fare benedire, lo vedi che è posseduta?

Mia cugina per ripicca mi ha dato del triceratopo, poi però mi ha spiegato che ieri mattina a visitare la sua scuola c’era il presidente del consiglio dei ministri in carica, cioè il presidente di tutti, dei bambini appassionati di enigmistica e dinosauri e di quelli fanatici del cricket, e pure dei pensionati ghiotti di semenza, e che quindi era bello, oltre che giusto, cantargli benvenuto presidente, perché se cantare una canzoncina di benvenuto che dice muoviam la testa, facciamo festa significa essere servili, allora significa che quello non è il presidente del consiglio, cioè il rappresentate delle istituzioni democratiche di questo paese, perché al presidente del consiglio che rappresenta le istituzioni democratiche di questo paese tu il benvenuto glielo puoi e glielo devi dare, e se invece è un dittatore, allora significa che noi non siamo una democrazia, ma se siamo o non siamo una democrazia non lo possono stabilire i bambini del Raiti: non ci possono chiedere una definizione così difficile, ha detto mia cugina, oltretutto ieri non c’era manco la nonna ad aiutarmi, io le parole crociate ancora non so farle così bene.

E quindi come l’hai risolta? le ho chiesto sentendomi sempre più a disagio.

Lei mi ha detto che come si diventa presidenti del consiglio in Italia, quanti italiani rappresentino o no il governo e il presidente del consiglio, per il momento è un argomento che la appassiona assai meno di quante corna ha il triceratopo, per cui ha fatto quello che avrebbe fatto qualunque bambino quando entra in classe un presidente del consiglio che dice buongiorno a tutti.

– E cioè? le ho chiesto io.

– Cioè dargli il benvenuto con una canzoncina allegra.

– E perché?

– Perché ha detto a tutti.

– Io tua figlia non la capisco, mi fa le sciarade, ho detto a sua madre.

– Non ha detto buongiorno solo a quelli che mi hanno votato e mi voteranno ancora, ha detto buongiorno a tutti, s’è spazientita mia cugina piccola.

– Ah, ho detto io.

Poi sono andato a comprare una busta di semenza e mi sono seduto insieme a lei davanti al monitor per guardare il video dell’esibizione.

– Sì però non si canta così. La postura è tutta sbagliata, e poi la nota dovevate prenderla più alta, lo vedi che in certi punti stonavate, quello là sulla destra, per esempio, dovrebbe piegare di più le ginocchia, è completamente fuori tempo.

– La finisci di sputare le scocce per terra? E poi quando parli con quei così in bocca non si capisce niente, mi ha detto mia cugina piccola.

Testo:

Facciamo un salto…Battiam le mani

ti salutiamo tutti insieme Presidente Renzi

Muoviam la testa…Facciamo festa

A braccia aperte ti diciamo Benvenuto al Raiti!

I bambini, gli insegnanti, i bidelli

e poi l’orchestra lasceremo improvvisar così

Siamo felici e ti gridiamo

Da oggi in poi, ovunque vai, non scordarti di noi

dei nostri sogni, delle speranze

che ti affidiamo, con fiducia, oggi a ritmo di blues

Le ragazze, i ragazzi, tutti insieme

alle tue idee e al tuo lavoro affidiamo il futuro

e poi di nuovo ancora insieme noi camminiamo ci avviciniamo

e un girotondo noi formiamo sempre a tempo di blues

Prepara da mangiare se non vuoi essere mangiato

Inserito il

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Martedì scorso su MTV c’era un programma nuovo, si chiama Polifemo (stasera c’è la seconda puntata), fatto bene, con un bel ritmo, diverso da tante altre cose che girano in tv e con il pregio di essere frammentario, tipo il web, sì, però un po’ come se il web fosse una specie di film e il regista fosse Altman.

Solo che l’ospite attorno a cui girava il programma era Farinetti, quello di Eataly.

Farinetti mi fa antipatia.

Non lui, e nemmeno i suoi ristoranti (non ci sono ancora mai stato, ma tutti dicono che sono buoni) e nemmeno il suo carattere (quando parla sembra uno entusiasta e pasticcione, in senso positivo, tipo Jovanotti). Mi fa antipatia proprio la sua idea di made in Italy.

Io lo so che non ha nessun senso criticare l’idea di made in Italy di Farinetti, perché criticare un’idea vincente, che funziona, genera profitti, dà occupazione e fa mangiare la gente (anche in senso letterale) significa essere scemi.

Infatti io so anche di essere scemo.

Però l’antipatia è antipatia, che ci puoi fare, nessuno lo sa da dove viene, da cosa scatta, forse non emana neanche dalla persona, ma da un contesto, una serie di dettagli che si sommano e generano prima fraintendimento e poi malanimo.

Quindi magari a conoscerlo bene Farinetti è simpaticissimo, però martedì sera s’è mescolato ai concetti di cui gli altri ospiti infarcivano il programma, e m’ha fatto salire il riflusso esofageo.

C’era Vito Foderà, giovane conduttore molto stringato ed efficace che parlava di ricominciare dagli spaghetti e c’erano diversi giovani imprenditori che annunciavano tutti esaltati cose un po’ deprimenti come lo street food è il futuro.

E poi c’era Farinetti, cioè un imprenditore non più tanto giovane che però sugli spaghetti ha puntato tutto e ha stravinto la scommessa, a fare come da certificato di garanzia che sì, effettivamente quella è la strada giusta:

Cibo, cultura, territorio, paesaggio, diceva un altro imprenditore mentre friggeva di tutto.

Non serve più fare i bulloni, diceva un cuoco inquadrato di fronte a un capannone industriale.

Mettendo assieme Eataly e tutto il resto veniva fuori che per uscire dalla stagnazione economica la cosa migliore è trasformarci in un ristorante: vendere all’estero la nostra  eno-gastronomia, il nostro stile di vita e tutta l’alta qualità che abbiamo (che per Farinetti e i giovani imprenditori è un tutt’uno con cibo, vestiti, lusso, e arte).

Da qui i il titolo della puntata: Uno spaghetto ci salverà.

Gli spaghetti, insieme ai baffi neri e al mandolino, credo siano lo stereotipo per eccellenza, quello contro cui abbiamo dovuto lottare per almeno tutto il periodo dell’emigrazione.

Non che non siano buoni, sono buonissimi (per me la pasta, in generale, è il nettare degli dei) però gli spaghetti sono stati, e forse in alcuni paesi sono ancora, una specie di simbolo dell’inconcludenza italiana: l’italiano in fondo chi era? Una cicala che pensava a mangiare, a bere, e a cantare canzoni d’amore.

Durante i mondiali del 2006, quelli che per nostra fortuna poi abbiamo vinto, è venuto fuori che lo stereotipo è ancora duro a morire. Non si contavano le testimonianze degli italiani residenti  in Germania che interpretavano la finale come una specie di disfida di Barletta: nel 2006 erano ancora tanti gli Ettore Fieramosca che dovevano dimostrare di essere valorosi.

Farinetti invece in qualche modo dà ragione ai tedeschi: noi, alla fine, sappiamo fare molto bene certe cose (il mangiare) e ci dobbiamo rassegnare a fare quelle, lo stereotipo non deve farci infuriare, ma indirizzarci verso ciò in cui eccelliamo e che al momento sfruttiamo molto poco: il buon cibo, i vini, i bei vestiti, il fascino latino dell’eleganza e quello dell’arte rinascimentale possono essere il nostro core business.

L’idea di sfruttare gli attacchi dell’avversario come nel karate e trasformare certi luoghi comuni in un enorme vantaggio è un’idea jedi, c’è forza positiva, e infatti questo ribaltamento di Farinetti funziona bene, vince in tutto il mondo e lui si espande ovunque: pure in Italia, perfino a Roma, Farinetti riesce a vendere l’Italia agli italiani.

Un genio. Però questa idea non mi piace, che ci posso fare?

Ammettendo che ci siano effettivamente dei caratteri nazionali, delle propensioni di certi popoli verso qualcosa, ammettendo l’esistanza di una “cultura” (parola che in questo contesto somiglia molto a tradizione) che aleggia come aria su un paese, e che una cosa come questa sia possibile inscatolarla e venderla in giro per il modo, ammettendo anche che sia normale o necessario farlo per risollevare le sorti economiche della nazione: davvero si deve essere contenti di essersi ridotti a questo? Davvero si deve salutare con giubilo l’idea di vendere le pre-condizioni in cui un’idea nasce anziché l’idea stessa?

Vendere la “cultura”, il contesto, il paesaggio geografico e umano, vendere il proprio modo di mangiare, bere, vestire, in una (brutta) parola lo stile di vita, un po’ avvilisce: non sarebbe molto più bello riuscire a vendere le cose che io, italiano immerso in quel contesto di cibi, bevande e vestiti, in quel paesaggio geografico e umano, riesco a produrre proprio perché vivo, mangio, bevo e mi vesto all’italiana?

Schiacciare il paese sul suo stile di vita (cosa che mi pare fossimo bravi a fare anche prima di Farinetti: non c’è mai stato italiano che non abbia ritenuto la sua cucina la migliore al mondo) a me sa tanto di implosione, di cortocircuito, di cantarsela e suonarsela da soli.

Perché il mangiare, per quanto si possa considerare la cucina un’arte e gli italiani i depositari di una conoscenza sapienziale, in se stesso è solo un mezzo, e diventa stile di vita solo se dopo c’è una vita, e se invece la vita non c’è (come sembra ci stia succedendo), diventa stile senza vita, e allora cucineremo tanto per cucinare, e non per preparare pietanze adatte allo svolgersi delle nostre attività umane, e quindi, per forza di cose, diventeremo bravissimi a preparare da mangiare non per noi, ma per gli altri, quelli che poi si occuperanno di tutte quelle attività umane cui noi abbiamo rinunciato, felici di puntare sul preparare da mangiare e diventare la mensa aziendale del mondo, una mensa aziendale a cinque stelle, ma pur sempre una mensa.

Per rimanere nello stereotipo dello stile di vita, il famoso, presunto tipico italiano, riposino dopo mangiato (in certe parti del sud si chiamava controra, e dalle mie parti, sud particolarmente profondo, è ormai estinta da decenni):

mia madre la mattina presto cucinava qualcosa, in modo che poi a ora di pranzo trovassimo pronto. Quando tornavamo a casa, mangiavamo tutti insieme e poi io e mio fratello guardavamo Dj Television, i miei invece si stendevano una mezzoretta sul letto prima di tornare al lavoro.

Questo perché sia mio padre che mia madre avevano un lavoro cui tornare dopo il pranzo e la controra.

Se invece il lavoro diventa cucinare il pranzo per quelli che dopo la controra tornano al lavoro è un bel un salto all’indietro.

Mettere su ristoranti con all’interno dei divanetti per appisolarsi dopo aver mangiato potrebbe essere una buona idea imprenditoriale, e forse ci salverà dalla crisi, va bene. Ricreare atmosfere domestiche posticce per fare di questo accudimento un prodotto è probabilmente una mossa scaltra, giusta, e soprattutto remunerativa.

Ma non sono affatto sicuro che mi piaccia immaginare un futuro dove facciamo di tutto questo un mestiere e di questo mestiere un’intera economia.

Mi piace molto di più che la “cultura” di un paese, di un popolo, di una comunità finisca per essere contenuta in certi suoi prodotti, come del resto è automatico che avvenga: la caffettiera di Bialetti probabilmente è uscita fuori così perché a disegnarla è stato uno che mangiava spaghetti, beveva espresso, ascoltava Era de maggio e abitava vicino agli Uffizi, non ho nessuna difficoltà a crederlo, e mi inorgoglisce l’idea che in controluce al disegno di un oggetto industriale, alla sua vendita e alla sua commercializzazione si possa leggere la storia di un intero paese, il modo in cui certe idee si formano e si coagulano, la provenienza, insomma, di una creazione umana.

Se invece io dico a Bialetti: senti, io i soldi non li faccio con la tua caffettiera, ma con quello che hai mangiato a pranzo mentre lavoravi alla caffettiera, ecco, a quel punto per me va tutto in pezzi, si ritorna indietro agli spaghetti, ai baffi neri e al mandolino, e stavolta volontariamente.

Dice: ma no, mica solo quello, poi c’è tutta la rivalutazione del patrimonio storico-artistico, i paesaggi, la bellezza di città, chiese, colline, montagne, riviere, spiagge, i panorami unici, il clima mite, tutto questo va valorizzato perché è la nostra fortuna, quello che ci può rendere economicamente competitivi.

E pure questo a me fa antipatia.

Mi sembra di vendermi casa mia, un po’ come sta accadendo alle villette di Siracusa, solo più in grande: prima servivano a noi per passarci le vacanze, adesso servono come bed and breakfast per le vacanze dei tedeschi.

Dice: ma tu ci guadagni e dopo con quei soldi ci vai in vacanza a Berlino.

E io non ci voglio andare così in vacanza a Berlino.

Che si dica a un giovane che il futuro è vendere un cartoccio di fritto misto ai giapponesi in visita alle rovine del teatro greco mi stizzisce.

Ascoltare due ragazzi che hanno lasciato un lavoro da pubblicitari per dedicarsi a fare torte e cupcakes mi rende cupo e sfiduciato pure se loro contenti.

Tutti quei termini come food concept, pop cuisine, hamburgeserie, food confident snocciolati durante il programma mi fanno passare la fame.

Il cuoco palermitano che si augura di sentire profumo di alici inscatolate per tutto il distretto industriale di Termini Imerese mi fa venire in mente i filippini disperati di John Fante nei sobborghi losangelini degli anni ’50, non la futura Sicilia felix (e maleodorante tanto quanto quella industriale) di cui parla lui.

Continuo a pensare che per vendere al turista lo stile di vita italiano ci vogliano per prima cosa l’Italia e le vite delle persone che ci abitano veramente, non quelle messe in scena apposta per vendere le mozzarelle di Battibaglia e i pistacchi di Bronte.

Farinetti diceva nel programma che in questo momento la cucina italiana è considerata la più figa al mondo, e che tutti vorrebbero mangiare come noi, bere come noi, vestirsi come noi.

A me piacerebbe che in futuro facessimo le macchine a decollo verticale, i decespugliatori laser, i pattini a idrogeno e le astronavi a olio di colza. E che siccome mangiamo bene, beviamo bene e ci vestiamo eleganti le nostre astronavi venissero fuori molto più fighe di quelle di Seoul e di Cupertino: le astronavi più fighe al mondo, così fighe che tutti vorrebbero mettersi in fila davanti a un negozio ancora chiuso pur di comprare solo e soltanto le nostre. Le più belle, le migliori di tutte. Perché fatte da quei mangia spaghetti degli italiani.

Mentre l’orchestrina suonava Smells like teen spirit

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Sabato a Palazzolo Acreide, comune montano a qualche decina di chilometri da casa mia, consegnavano il premio giornalistico Giuseppe Fava.

L’ha vinto una ragazza di 23 anni che si chiama Ester Castano, per i suoi articoli sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta dentro al comune di Sedriano, che è stato il primo comune lombardo sciolto per mafia.

Ester Castano vive a Milano, ma ha la mamma di Cassibile.

Pippo Fava invece era di Palazzolo, però io non lo sapevo.

Per me, siccome parlava catanese, era catanese.

In effetti parlare catanese non significa niente, perché all’accento catanese non può resistere nessuno: chi si trasferisce a Catania prima o poi parla catanese, cioè con le frasi che sembrano domande anche quando non sono domande, la cantilena in crescendo e le doppie R che diventano una sola.

A Pippo Fava quindi più o meno era successa la stessa cosa che poi è successa anche ai miei amici: intorno ai vent’anni se n’era andato a Catania per fare giurisprudenza, era rimasto a lavorare là e aveva preso l’accento.

Ma questo l’ho pensato oggi.

Quando fu ucciso, nel 1983, io avevo dieci anni, giocavo a Centipede con l’Atari, e di Pippo Fava, de I Siciliani, e anche degli accenti siculorientali non ne sapevo niente.

L’unica cosa che sapevo io era che quando entravamo in macchina a Catania, mio padre alzava tutti finestrini e metteva le sicure nelle portiere.

Non lo faceva solo mio padre.

Ogni tanto a Catania ci andavo pure con la squadra di minibasket (poche volte, perché eravamo scarsi e non superavamo mai la fase provinciale), e pure l’allenatore che ci accompagnava col pulmino, prima di superare gli archi di via Dusmet, ci diceva avanti ragazzi, alzate i finestrini e mettete la sicura.

Nella Catania primi anni ottanta, gli adulti di Siracusa, la cosiddetta provincia babba, temevano più che altro scippi, furti con destrezza, borseggi, rapine, truffe: tutta quella micro criminalità che da noi per fortuna era poco diffusa. 

Oltre a quelli sui finestrini e le sicure, c’erano tanti altri mi raccomando quando andavi a Catania: per esempio certe zone del centro storico si dovevano evitare, meglio fare il giro largo, parcheggiare solo in alcune strade molto frequentate, arrivare al massimo fino alla Rinascente di via Etnea e poi tornare a casa. Al sicuro. A Siracusa.

A consigliarcelo erano spesso quei siracusani che a un certo punto si erano trasferiti a Catania e avevano preso l’accento, e se non lo sapevano loro, che parlavano pure il catanese, di chi ci dovevamo fidare noi? 

Comunque, Catania e Siracusa erano fondamentalmente città molto simili, accomunate dallo stesso problema. 

Stando a mio padre e al mio allenatore di minibasket il problema di Siracusa, di Catania e di tutte le città in generale era la gente.

La cosa dei finestrini e delle sicure veniva spesso accompagnata da frasi come occhio che la gente è furba, oppure attenzione che non lo sai mai cosa può fare la gente, vedi che la gente è capace di tuttonon si sa mai che gente incontri.

Quelle più ricorrenti in assoluto, però, erano generiche espressioni di allarme rispetto alla quantità di gente presente in un dato luogo: maria santissima ma che è tutta ‘sta gente? Oppure, come a commentare uno scampato pericolo: la gente che c’era non te la puoi neanche immaginare.

Io avevo capito questo: che Catania era senza dubbio molto più grande di Siracusa, e quindi c’era molta più gente, e dunque era molto più pericolosa.

A Catania c’era gente ovunque, troppa gente, mezzo milione di gente, le strade straripavano di gente e se non chiudevi bene il finestrino e non mettevi la sicura, la gente ti poteva esondare dentro la macchina in un secondo.

Quindi, insomma, bisognava difendersi con più stratagemmi, issare i ponti levatoi, serrare le porte. Perché rispetto a quella di Siracusa la gente di Catania non era solo di più, era anche più sperta, cioè molto più attiva, intraprendente e pure un poco spaccona: gente che piuttosto che stare con le mani in mano come i babbi siracusani, s’industriava per fottere il primo che si scordava di alzare i finestrini e mettere la sicura.

Pippo Fava era arrivato a Catania da Palazzolo nel 1943.

La Catania di quarant’anni dopo, quella dell’ottantaquattro, quella in cui fu trucidato, cioè quella che mi ricordo vagamente io, forse la poteva raccontare bene solo uno che era nato a Palazzolo, e che l’accento l’aveva preso a diciott’anni. Uno che un giorno aveva cominciato a guardarla da un finestrino e non aveva più smesso per trent’anni, fino a quando di guardarla ne aveva fatto un mestiere, fino a scoprire che a forza di guardarla, la poteva raccontare.

E infatti nel video di Pippo Fava che hanno proiettato sabato sera c’era molto sguardo e molto racconto:  qualche minuto di riprese a camera fissa, girate probabilmente da un amatore, con lui, in piedi, a parlare di fronte a una scolaresca di Palazzolo del 1983, a proporre le sue frasi che duravano il tempo che dovevano durare, con le  digressioni in apparenza scoordinate, e il  ragionamento a fare da filo conduttore del discorso. Un discorso che era già un pezzo d’inchiesta molto più analitico di quelli che capita di vedere in tv nel 2014.

Forse perché il giornalismo d’inchiesta non esiste più, ed è stato sostituito dal giornalismo di denuncia, non lo so, però è diventato difficile vedere uno che si alza a parlare come si era alzato Pippo Fava di fronte a quei ragazzi, così, per cominciare un ragionamento.

Oggi se uno si alza a parlare è per puntare il dito, dire che schifo e invitare tutti quanti ad alzarsi anche loro, puntare il dito e dire che schifo insieme a lui.

L’analisi, quella cosa che in quel video Pippo Fava faceva con la bravura di chi racconta qualcosa per il gusto di raccontare e per l’utilità di porre questioni, è sparita in favore dell’indignazione.

Quindi sabato scorso, mentre mi venivano in mente tutte quelle cose sceme su Catania e il 1983, mi sono chiesto: ma se questo signore, questo catanese adottivo coi baffi e i capelli neri fosse uscito da quell’aula scolastica del 1983 e avesse ripreso il discorso in questo posto, in quest’aula consiliare di Palazzolo Acreide del 2014, con tutti i suoi amici riuniti a celebrare lui e il giornalismo d’inchiesta, se lo sarebbe potuto permettere questo sguardo così nitido? L’avrebbe potuto dire, sabato sera, tra i suoi concittadini più vicini alle sue idee, che c’era mafia e mafia come disse a Enzo Biagi, che Genco Russo era una cosa e Santapaola un’altra, l’avrebbe potuto fare un distinguo così acuto e ben argomentato, se a dibattere con lui ci fosse stato, che so, Marco Travaglio?

Avrebbe potuto parlare a noi, ai suoi amici, alla sua parte politica o civica, delle case abusive di Palma di Montechiaro e di Gela come ne ha parlato nel 1983 a quegli studenti suoi concittadini, senza che un grillino si fosse alzato a dargli del pennivendolo al soldo dei palazzinari?

Avrebbe potuto sottoporre agli studenti di un Itas del 2014 la questione negli stessi termini (un passo che mi ha incantato) in cui la sottopose a quelli del 1983: sì, va bene, sono stato a Palma e ho visto dei palazzoni orrendi crescere all’improvviso in mezzo a un paese povero, e mi sono chiesto, ma se qua questi sono così poveri, da dove spunta fuori tutto questo cemento? E quando ho capito che il cemento veniva dalle rimesse dei minatori gelesi in Belgio, mi sono chiesto: ma ora chi ci va dal minatore che per trent’anni ha mandato a casa ottocento mila lire al mese a dirgli che casa sua è abusiva e la dobbiamo abbattere? Come ci va un politico da lui a chiedergli un voto e a dirgli che se glielo dà lui prende una pala meccanica e gli sfracella i risparmi di una vita? Che ci facciamo, cosa ci faremo con questi ragazzini che giocano a pallone qua davanti a me, che ci faremo con voi studenti dell’Itas che l’anno prossimo vi diplomate e magari il giorno dopo siete su un pullman per Innsbruck? Cosa vi dico, cosa vi spiego? Forse è meglio se non vi spiego niente, forse è meglio se evito di giudicarvi per quel palazzo abusivo dove abitate, per quello che ha fatto vostro padre, o per quello che  avete fatto voi ieri sera quando avete finito di giocare a pallone qui in piazza, o per quello che non avete ancora fatto e che farete domani, al momento di cercare un lavoro, una casa, andare a votare. Forse è meglio se al posto di denunciarlo, l’abusivismo, ve lo racconto, vi racconto quello che ho visto e le domande che mi sono venute in testa, le avete viste, voi, le case della periferia di Palazzolo, le case del vostro paese: quando guardate, cosa vedete?

L’avrebbe potuta fare ieri sera Pippo Fava questa cosa, quest’analisi, questa problematizzazione, questo discorso altamente pedagogico in cui si insegnava a dei ragazzi a guardare e non a dire che schifo? O la professoressa di lettere si sarebbe alzata e l’avrebbe preso a colpi di fatto quotidiano in testa?

Mentre consegnavano il premio alla bravissima Ester Castano, io mi sono sentito parte di una specie di messa laica, con tutti noi là dentro, i siciliani accomunati da questa idea di cosa è bene e cosa è male, che ci scambiavamo applausi di pace, e ci invitavamo a vicenda a tenere alta la guardia, a resistere, a prendere sempre più le distanze dalla mafia, dalla mentalità mafiosa, dai mafiosi, e dopo un poco, pur con tutta la contentezza, m’è venuto il mal di testa, mi sono sentito come mio padre quando parlava della gente e alzava i finestrini e abbassava le sicure, e allora sono uscito fuori, sulla piazza del municipio, a respirare l’aria fina di Palazzolo.

Mi sono ricordato che a un certo punto, negli anni Novanta, la percezione che da siracusano avevo di Catania era cambiata nettamente.

Catania piano piano era diventata la meta dei miei vagabondaggi diurni e notturni, al seguito degli amici che c’erano andati a studiare e si stavano godendo l’esplodere della Seattle d’Italia: il concerto dei REM, l’epopea della Cyclope Records, di Chicco Virlinzi, Carmen Consoli,  il Mc Donald’s di piazza Stesicoro, il Taxi Driver, la ST Microelectronics,  il frappé alla nutella con la brioscina Dais frullata dentro.

A Catania, nei primi anni novanta, non te lo potevi neanche immaginare la gente che c’era: però tutto ‘sto pericolo, sinceramente, a me non mi sembrava. Mai visto uno scippo, e sì che parcheggiavo dove capitava prima.

Oltretutto io l’università la stavo facendo a Pisa, una città così noiosa che o diventavi eroinomane  (la città ne era anacronisticamente piena) o ti iscrivevi ai comitati universitari marxisti leninisti  (la città ne era anacronisticamente piena). Quindi era abbastanza normale che non vedessi l’ora di tornare a casa e andare a trovare i miei amici: a Catania, la gente, pericolosa o no che fosse,  si scialava la vita.

Poi ho pensato che almeno questo lo sapevo: me lo ricordavo che gli anni novanta a Catania erano stati quelli dei Santapaola e del salto di qualità, e mentre io ballavo alle feste grunge, le cose si mettevano peggio, altro che scippi, e a Palermo ammazzavano Lima, e poi Capaci, e poi via D’Amelio, e allora m’è venuta una smania tremenda e sono rientrato dentro l’aula consiliare facendo gli scalini quattro alla volta.

Mi sono seduto che avevo il fiatone e mi sono detto: adesso appena ti si stabilizza il respiro, ti fai coraggio, ti alzi e glielo dici, gli dici che la liturgia è sacrosanta, e quella di stasera è particolarmente sentita, ci tocca in qualcosa che tutti abbiamo dentro, prende i sentimenti e li innalza, però deve finire qua, deve essere confinata a questo momento, che deve rimanere l’unico in cui facciamo una cosa del genere. Tutte le altre volte che ci incontriamo, non le dobbiamo sprecare così, a ripeterci cosa è giusto e chi sono quelli che sbagliano, dobbiamo guardare, dobbiamo fare come faceva Pippo Fava: il giornalismo di denuncia deve diventare giornalismo di analisi, perché di questo abbiamo bisogno, di ragionamenti e di analisi, di metodo e di racconto. Ci dobbiamo abituare a chi ci racconta qualcosa per porre dei problemi, per farci grattare la testa come secondo me se la sono grattata gli studenti dell’Itas di Palazzolo Acreide nel 1983, per farci chiedere: ma che ci sta dicendo questo? Chi ci capisce niente qua, cosa mi sta chiedendo? Io non lo so cosa farei, non lo cosa se la casa gliela dobbiamo abbattere o no, aspetta, fammi vedere, quando l’ha costruita? Chi ci abita? Quanto è costata? Dove li ha presi i soldi, chi l’ha autorizzato, chi gliel’ha allacciata la luce e la fogna? Deve farci pensare, il giornalismo d’inchiesta, non ci deve fare sentire migliori di qualcun altro, non deve fare la lista dei buoni e dei cattivi, con noi sempre da un lato e la gente sempre dall’altro.

La gente: io sono sicuro che a Pippo Fava la gente gli è costata la vita. Uno che andava a Palma di Montechiaro e si metteva a guardare i ragazzini che giocavano a pallone nella piazza, uno che guardava uno scippatore e gli chiedeva se abitava in uno di quei palazzi abusivi nella zona nuova di Gela, uno che sapeva che le rimesse di ottocentomila lire al mese di un minatore di Marcinelle erano l’oro della Sicilia, uno così, uno che guardava alle cose in quel modo, secondo me non li alzava i finestrini. E non metteva manco la sicura.

Poi però non ho detto niente, mi sono andato a mangiare la salsiccia di Palazzolo, che è la più buona del sistema solare.

Gradi di sofisticazione

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È la storia di uno che vende pesce spada al mercato ma vuole scrivere un libro, allora lascia la pescheria e si mette a scrivere. Scrive un capolavoro però poi quando l’ha finito capisce che gli piaceva di più vendere pesce spada al mercato, e allora lo distrugge, lo brucia senza che nessuno l’abbia letto, si salvano solo due pagine dove lui s’era appuntato la ricetta dello spiedino di pesce spada con l’uvetta, i pinoli e il succo d’arancia. Un giorno, una tizia sconosciuta che ha solo cinque minuti per preparare la cena al marito prima del tg, va in pescheria a comprare il pesce spada, torna a casa e si accorge che i fogli in cui era avvolto il pesce contenevano la ricetta per gli spiedini di pesce spada con l’uvetta, i pinoli e il succo d’arancia. La prepara, il marito vomita tutta la notte, però non muore, lei pensa: vabbe’, buono, e la pubblica, vende sei milioni di copie e diventa Benedetta Parodi.

Anzi no: è la storia di uno che vende pesce al mercato ma vuole scrivere un libro, allora smette di pescare e si mette a scrivere, chiude la pescheria, e vive in assoluta povertà fino a quando non finisce il suo capolavoro, però nessuno glielo pubblica. Lui non ha che mangiare, è disperato, una notte esce con la barca per prendere un gigantesco pesce spada e muore infilzato. Dopo che è morto trovano il libro e glielo pubblicano postumo. Il libro vende pochissimo però diventa di culto, tanto che la pescheria è meta di pellegrinaggi letterari, e tra i suoi fan c’è Fabio Caressa, che mentre visita la pescheria-museo si sente male perché sua moglie la sera prima di partire gli aveva cucinato una delle sue solite impicchiatine, e allora è costretto a usare il bagno. Prende il rotolo della carta igienica e si accorge che invece è un rotolo di papiro con la ricetta dello spiedino di pesce spada con l’uvetta, i pinoli e il succo di arancia. Se lo nasconde in tasca, e torna a casa a riabbracciare Benedetta Parodi che gli dice: ma sei contento di rivedermi o hai un rotolo di papiro nascosto dentro i pantaloni? E vende sei milioni di copie.

No, nemmeno: è la storia di uno scrittore che viene assoldato da un pescatore per scrivere la sua biografia al posto suo (cioè la storia di uno che ha una pescheria e assolda uno scrittore per scrivere la sua biografia). Lo scrittore allora scrive che il pescatore aveva tra i suoi clienti uno scrittore (che appunto è lui che scrive il libro) che tutte le settimane andava in pescheria, e per questo i due diventano sempre più amici, al punto che il pescatore confida allo scrittore che vorrebbe assoldarlo per scrivere un libro, ma più di tutto vorrebbe sposare Fabio Caressa. Lo scrittore allora gli consiglia di recuperare quella ricetta dello spiedino di pesce spada con l’uvetta, i pinoli e il succo di arancia che gli aveva fatto assaggiare in pescheria, così lui gli corregge le doppie consonanti e i punto e virgola, la pubblicano, vendono un sacco di copie e il pescatore può usare il soldi per operarsi e diventare una cuoca televisiva, ti raccomando il tacco dodici e di sfilarti le scarpe in favore di telecamera per i feticisti, gli dice il saggio scrittore. Nel finale, Caressa sopravvive allo spiedino, i feticisti se la minano, lo scrittore vince il premio strega, e Benedetta Parodi è un best seller da sei milioni di copie.

Neppure: è la storia di un pesce spada. Questo pesce spada vuole scrivere un libro su uno che ha una pescheria ma in realtà vuole scrivere un libro. Però a un certo punto si scopre che il pesce spada che vuole scrivere il libro in realtà non esiste: è un personaggio di finzione, che alla fine confessa al lettore che vabbe’ ma dove vivi, i pesci spada non è che sanno scrivere, il libro l’ha scritto lui, che è non è manco uno scrittore, infatti, cucù, è Benedetta Parodi, e quella che hai letto è solo l’introduzione giocosa alla ricetta dello spiedino con l’uvetta, i pinoli e il succo d’arancia.

Di più: tutto uguale a  prima, però nel finale Benedetta Parodi rivela che lei in realtà è sempre stata un pesce spada e ha scritto il libro sott’acqua incidendo tavolette di argilla con la spada, e lo scrittore è solo quello che le ha trascritto la tavolette. L’unico personaggio di pura fantasia è il pescatore, che infatti in questa storia non serviva a niente e in fase di editing è stato tagliato per inserire la ricetta dello spiedino con l’uvetta, i pinoli e il succo d’arancia.

Neanche: è la storia di certe tavolette d’argilla ritrovate da un pescatore dentro la pancia di un pesce spada. Il pescatore le avvolge nella carta di giornale e le porta a un suo amico scrittore: tè, guarda che t’ho portato oggi. Lo scrittore apre il pacchetto e dice: ma che me ne fotte a me, che t’avevo chiesto mezzo chilo di triglie. Poi però una notte non riesce a dormire, fuori piove fortissimo, e lui allora per passare un poco di tempo prende una lente di ingrandimento e si accorge che nelle tavolette qualcuno ha inciso una storia. Comincia a decifrare la grafia e a leggere questa storia, che è la storia di un pescatore che trova delle tavolette di argilla incise e le porta a un suo amico scrittore, che una notte non dorme perché a cena ha seguito passo passo la ricetta dello spiedino con l’uvetta, i pinoli e il succo d’arancia della Parodi, e allora visto che tanto è insonne, comincia a trascrivere la storia…

No, no, aspetta: è tutto come prima, solo che un giorno bussa alla porta dello scrittore un pescatore, molto povero e mal vestito. Lo scrittore è diventato ricchissimo perché ha pubblicato la storia delle tavolette eccetera, e oltre che ricco s’è fatto superbo e non lo vuole fare neanche  entrare in casa, gli dice che lui se lo ricorda benissimo chi è quel pescatore, è lo stesso che l’aveva fregato dandogli l’argilla al posto delle triglie, e siccome s’era preso l’intossico aveva giurato che in pescheria da lui non ci avrebbe messo più piede, fa come per sbattergli la porta in faccia, e invece il pescatore sguaina una sciabola e lo sgozza, però prima gli dice: sono della SIAE, e questa l’ho fatta con la spada del pesce spada che aveva scritto il libro che tu hai pubblicato a nome tuo fottendotene dei suoi diritti d’autore, muori pezzo di vastaso, e lo infilza. Poi la Parodi torna a casa, trova ‘sto scempio sul pavimento, però siccome ha solo cinque minuti per preparare la cena al marito prima del tg, ci fa uno spiedino con l’uvetta, i pinoli, il succo d’arancia e gli dice a Caressa che è filetto di pesce spada, tanto quello digerisce anche le pietre.

Invece non è così: è la storia di una sciabola fatta con la spada di un pesce spada. Su questa spada, che era lunga e larga, un pescatore ci ha inciso sopra una storia che gli raccontava sempre suo nonno, pure lui pescatore, quando lo portava in barca a pescare con lui per insegnargli il mestiere. Dopo centoventi anni, uno scrittore molto ricco decide di comprarsi un basso dalle parti dell’antico quartiere del mercato, ristrutturarlo e farci la rimessa per il suo yacht. E allora tra le macerie di questo basso che una volta era una pescheria  e che ormai è diroccato, trova questa sciabola tutta istoriata, con una grafia bellissima, così barocca che lo scrittore scambia le lettere per dei fregi: gli sembrano pesci, reti, barche, gozzi, vele, nasse, nfanfule, riule, saraghi e uope. Lo scrittore pensa: bih che bella e se la porta a casa. La appende al muro e quando dà i suoi party, celebri in tutta la costa jonica, tutti si fermano  ad ammirarla. Un giorno, uno scrittore molto giovane che ancora non ha pubblicato niente, si accorge che invece non sono disegni, ma è una storia, la trascrive di nascosto, la pubblica, e diventa milionario perché ne traggono sei film di suspense in 3D con la Parodi che ha solo cinque minuti per preparare lo spiedino di pesce spada prima del Tg.

Ma lo scrittore una notte non dorme: gli compare in sogno un pescatore che gli dice ladro, figlio di buttana, porco e maleducato. E allora lui nel sogno gli dice che vabbe’, dai, perché stai facendo così, ho rubato a uno che già era ricchissimo, niente ci fa, e si riaddormenta, tanto ormai ha i miliardi e quello è solo un sogno rompicoglioni. Però un giorno, mentre è sullo yacht, si avvicina un povero pescatore su una barchetta e gli dice: oh, sentisse, ho pescato questo pesce spada, che fa, lo volete? Lo scrittore pensa che ora glielo fa arrostire al cuoco col salmoriglio, ché di questi spiedini s’è rotto i coglioni, e gli dice: quanto me lo fate al chilo, e quello gli dice niente, ve lo regalo, tutta salute, alla faccia mia. Lo scrittore famoso e ricco va per portarlo al cuoco e si accorge che il pesce spada ha una spada bellissima, tutta istoriata, piena di fregi, disegni barocchi, figure di pesci, nasse, piombini, ami, lenze, e pensa: bih che bella, ora me la porto a casa e me la appendo. E se la appende. Poi un giorno dà uno dei suoi party famosi in tutto lo Jonio e un giovane scrittore che ancora non ha pubblicato niente, si accorge che quelli non sono fregi, ma lettere, e allora corre dallo scrittore ricco e famoso con lo yacht e gli dice vieni qua, guarda, guarda, guarda la spada del pesce spada: te ne eri accorto che non erano disegni ma lettere? E lo scrittore famoso gli dice, mih, ma cose dei pazzi, che mi stai dicendo, m’è capitata la stessa cosa a me a casa di un altro scrittore, anni fa, è così che sono diventato ricco e  famoso, lo sai che vuol dire questo? Che ora tocca a te: te la regalo, trascrivila, pubblicala, e diventa ricco pure tu. Lo scrittore povero va a casa con la spada istoriata, trascrive tutto e alla fine gli compare questa frase: guarda, la storia è ‘na minchiata, manco a pubblicarla, perché ci fai due lire, invece trascrivi questa, che è la ricetta dello spiedino di pesce spada con l’uvetta, i pinoli e il succo d’arancia. Firmato Benedetta Parodi. Ps: ci vediamo a Porto Cervo sullo yacht.