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Biglietto (lungo) lasciato prima di non andare via*

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(Questo post è uscito su Wired)

Ho passato tutta la mia vita adulta a cercare un modo per non andarmene da Siracusa. Anzi sono abbastanza convinto che la decisione di non andarmene da Siracusa sia venuta a coincidere con il momento in cui ho cominciato a diventare adulto, o forse solo con il momento in cui ho cominciato a capire che diventare adulti aveva a che vedere con decisioni di questo tipo.

Da lì in poi, mi è sembrato che risolvere quello che ancora avevo da risolvere con me stesso, le varie incertezze, gli ultimi tratti di personalità ancora da definire, insomma la tarda adolescenza, potesse essere risolto a partire da questo cardine, la città dove sono nato e cresciuto e da cui per un periodo ero stato assente.

Quel periodo di assenza, durato poco meno di un decennio, un’esperienza (lunga) che troverei sano fosse imposta a chiunque, come un tempo lo era il servizio militare, l’ho anche benedetto, se non altro perché era servito a farmi scoprire che un cardine c’era, o ci poteva essere, e che incardinarsi, pur non essendo l’unica via per cominciare a guardare al futuro, era un buon punto di partenza da cui mettere in ordine il presente: prima vediamo dove abitare, poi tutto il resto, una cosa alla volta, finché tutto non va al suo posto.

So bene, perché l’ho visto fare ai miei amici, che anche procedere lungo l’altra direttrice (prima che lavoro fare, poi tutto il resto, una cosa alla volta, finché tutto non va al suo posto) avrebbe portato alla stabilità e alla maturazione: delle due, al bivio, ho scelto con naturalezza la strada che più mi si confaceva, non ho dovuto starci a pensare.

C’è una cosa però che forse a una parte d’Italia (sul continente direbbe mia nonna) sfugge: per quanto la mia decisione a quel bivio fosse stata presa con naturalezza, e per quanto con altrettanta naturalezza i miei amici ne imboccarono l’altro ramo, quel bivio c’era, era lì, esisteva, e andava affrontato.

Nascere, crescere, e quindi in qualche modo legarsi affettivamente, a una cittadina del profondo sud, comportava (e comporta ancora) il fatto di doversi trovare, a un certo punto della propria vita, a un bivio di fronte al quale operare una scelta, la scelta tra abitare dove si è nati, facendo qualunque lavoro si riesca a trovare, o andare ad abitare altrove, a fare il lavoro che ci si è preparati a fare.

Non credo sia per forza un male. Anzi forse è perfino una scorciatoia verso la maturità. Presto, magari già dal momento in cui deciderai che è meglio andare a fare l’università fuori, sarai obbligato a elaborare una specie di lutto: il lutto per la realizzazione professionale cui forse rinunci rimanendo, o quello per la perdita della tua città, cui rinunci andandotene.

Lutto è un parolone, un’iperbole di quelle che mi piacerebbe sapere evitare, e lo è ancora di più perché quella è un’età in cui i lutti sono eventi lontanissimi, considerati alla pari di eventi inesistenti, un’età in cui a tutto sembra esserci rimedio, per ogni cosa sembra esserci a disposizione un tempo infinito, una seconda opportunità, di ripensamento o di svolta dietro ogni l’angolo che giri. Potrei quindi forse chiamarlo un lutticino, l’equivalente della morte del pesce rosso, ma resta il fatto che ci sono cittadini di questa nazione a cui il pesce rosso non muore mai, o meglio non è detto che debba morire per forza, e altri cittadini a cui invece muore di sicuro e anche presto, e che quindi presto devono cominciare a fare i conti con l’acquario vuoto.

Lo dico con sincerità, e non solo con l’intento di scacciare via l’enfasi da queste righe: io ho affrontato questo bivio a cuore molto leggero. Ci ho pensato soltanto anni dopo a cosa avevo fatto e perché. Sul momento invece, ho solo fatto la cosa che mi faceva stare meglio: ero stufo di provare il desiderio di essere qua ogni volta che ero là e quello di essere là ogni volta che ero qua. Stufo dei treni stracolmi a Natale e dei biglietti aerei da prenotare con mesi di anticipo, dei traghetti alle cinque di mattina e delle colazioni con l’arancino del Caronte che no, non è affatto il più buono di tutta la Sicilia e sì, è unto da fare schifo.

Ho pensato che questo scisma perenne andasse risolto una volta per tutte: casa e lavoro dovevano coincidere, e siccome la casa era qua, nel senso che qua erano la mia famiglia e i miei amici, e soprattutto qua erano i luoghi di cui avevo vera conoscenza e vera intelligenza, e dunque vero affetto, (e i luoghi al momento è ancora impossibile trasportarli altrove), l’unica cosa sensata era trovare qua un lavoro. Sapevo che un lavoro significava qualunque lavoro, e la cosa non mi spaventava affatto. Anzi, anche dire che non mi spaventava è un’espressione debole, imprecisa, falsa addirittura, perché la paura non c’entrava niente, per avere paura bisogna valutare, e a me valutare non interessava, non sapevo neanche che fosse tramite una valutazione che si  fanno le scelte.

Non posso quindi vantare un periodo di drammi esistenziali risolti per mezzo di sacrifici e decisioni sofferte, e questo non so dire perché non sia accaduto: posso solo ricondurlo alla mia indole personale, al fatto che dentro di me ho vaste zone di superficialità e grandi praterie di facili entusiasmi, e dove anche solo intravedo una soluzione subito mi sembra già raggiunta, e smetto di vedere i problemi che le  pre-esistono, e li do per risolti, e anzi forse per nemmeno mai esistiti.

Perciò niente mi è pesato in questi anni, nessuno di quelli che oggi, a quasi quarantadue anni, posso definire (senza volerne fare spregio, non esistono lavori di cui fare spregio) lavoretti, nel senso di poco stabili, o stagionali, o tipici dei ragazzi, degli studenti, dei principianti, insomma poco consoni a un uomo della mia età. Li ho fatti per anni, li ho fatti tutti, e con un certo buon umore (i lavoretti spesso sono divertenti), ho sorriso di fronte a quelli in nero, a quelli mal pagati (tutti, indistintamente, qualificati o meno che fossero) e anche a quelli mai pagati (molti).

Questo era il posto dove avevo scelto di vivere, e, in questo posto, queste erano le usanze, questa era la vita: questa è l’acqua, diceva lo scrittore, nel senso che un pesce non lo sa cos’è l’acqua, ed è così che secondo me si vive quando si vive con naturalezza dentro qualcosa, perché la naturalezza, se è vera naturalezza, ti ingloba e non devi dartene spiegazione.

Non provavo depressione, sentimento cui spesso ci si riferisce citando quel titolo di Foster Wallace, e credo non fosse neanche rassegnazione, ma non ne sono sicuro, perché ho sempre fatto molta fatica a distinguere la rassegnazione dalla consapevolezza, e mi viene difficile anche adesso, quindi non lo so cos’è che provavo di preciso: di sicuro sapere che questa è l’acqua non mi ha mai fatto desiderare di vivere sulla terraferma.

Questa assenza di smania, questo avere smesso di desiderare altro, me lo dico adesso che sto per affrontare un secondo bivio  (adesso che so un po’ meglio chi ero e un po’ peggio chi sarò) penso mi sia servito a evitarla, la rassegnazione: forse è stato un antidoto che avevo in dotazione solo io, forse era solo con me che poteva funzionare, fatto sta che finché doveva funzionare ha funzionato, ed è stata tutt’uno con la naturalezza, con l’acqua,  oppure, se vogliamo ancora una volta accogliere la suggestione della cultura fatalista tipica del meridione, era proprio da là che veniva, dall’acqua.

Mi rendo conto di avere appena fatto la caricatura di un monaco zen o di un mistico, o forse meglio ancora di un atarassico, cosa che non è, che non è stata, che non poteva essere.

Non sono stati affatto anni sereni, più che a un anacoreta somigliavo all’anziano pastore raccontato da Ernesto De Martino ne La fine del mondo, quello che mentre gli davano un passaggio in macchina, man mano che il campanile di Marcellinara scompariva dal finestrino, gli veniva un attacco di panico e dovevano tornare subito indietro per rassicurarlo.

La serenità c’entra, però poco. Tutto è stato sempre in discussione, la scelta stessa, quella originaria, quella presa con disinvoltura di fronte a quel bivio, è tornata, mi sono rivisto più volte fermo a quell’incrocio, in sogno o in pieno giorno, in un giorno difficile, di quelli in cui ti penti,  o in uno felice, di quelli in cui le possibilità cui si è rinunciato, le potenze irrealizzate si affacciavano, balenando di nuovo come per dire che forse quello era il momento giusto, quello in cui finalmente sarebbero diventate atto.

Eppure ogni volta che questo pensiero è comparso, ogni volta che la tentazione di un meglio, di un di più, della terraferma, è venuto a visitarmi sott’acqua io mi sono confermato nella mia scelta, ho sentito con distinzione di essere nient’altro che un pesce, e che non solo quest’era l’acqua, ma anche che sulla terraferma, nel giro di niente, sarei finito di nuovo a panza all’aria, a dibattermi tra il me di e il me di qua, e quindi no, grazie, sono lusingato ma rimango dove sono.

Invece è arrivato questo agosto del 2015, e io che tutta la vita ho cercato modi per rimanere, lavoretti per rimanere, pezze di appoggio, aggrappi anche minuscoli per non allontanarmi dallo scoglio, da un momento all’altro potrei vedermi offerta una cattedra, un posto fisso, la conclusione felice di anni di attesa, il lieto fine, il tutto e subito: da zero a di ruolo in un secondo solo. A patto di andarmene da qua.

Mi infastidisce la parola deportazione, ho provato a scrivere di me stesso senza usare esagerazioni di questo tipo, e mi piacerebbe che si sforzassero di farlo un po’ tutti quelli che intendono riferire le proprie condizioni di vita, perché io di vite tragiche non ne ho mai viste, se non a teatro, e secondo me le vite, quando sono vere, più vogliono sembrare tragiche e più finisce che sembrano ridicole.

Però ho letto su un quotidiano nazionale di un marito e una moglie, tutti e due insegnanti e con due figli. Ho letto che dovranno spostarsi, probabilmente il marito in una regione e la moglie in un’altra, e pagarsi due case, e due affitti, e decidere con chi andranno a stare i figli, magari dividendoseli uno per ciascuno, e stabilire chi dei due si terrà la macchina e chi invece il motorino, chi il cassettone del soggiorno e chi invece la camera da letto, proprio come se stessero divorziando. Doloroso, molto. Forse non è materiale da tragedia, però è anche vero che nella sorte c’è tanta ironia, e questa ironia può essere potente, fare ridere come fare piangere.

Per questo ora mi sembra pura cattiveria ricordare la costituzione. La costituzione è un po’ cattiva di suo, solo che non ce ne accorgiamo: la usiamo sempre quando c’è da rivendicare un diritto, però difficilmente ce ne ricordiamo quando fa da ammonimento ai doveri. E invece ecco l’articolo 98, infame, a dire che I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della nazione. Dice così: della nazione. In pratica dice che l’insegnante di una scuola pubblica è come un bersagliere, va dove c’è bisogno di lui, è al servizio dell’Italia intera e non della regione o della provincia dove è residente, è soggetto alla stessa logica di un militare, s’è scelto un mestiere che prevede spostamenti, dislocazioni più che deportazioni, cioè spostamenti dettati da esigenze logistiche, a volte anche pressanti, come quelle che fecero sentire a Danilo Dolci l’urgenza di lasciare il nord Italia e venire a fare l’educatore a Partinico, spontaneamente, perché era là che c’era più bisogno di lui e delle sue pratiche.

Dovesse capitare a me, e potrebbe capitarmi presto, dovessi scegliere di accettare il ruolo (solo quegli italiani che hanno provato a fare l’insegnante possono comprendere appieno il significato di cui si carica la parola ruolo quando la scrivi o quando la pronunci), non credo riuscirei a viverla come una deportazione. Non credo che dover abbandonare il luogo che mi è più caro al mondo e che più ho cercato di tenermi stretto mi farà piangere. Non lo credo perché non so farlo: l’ironia della sorte a me di solito fa ridere e basta, ridere come si ride di un amico nei guai, ridere di empatia, ridere di tenerezza verso me stesso e verso tutti quelli che vivendo vicende simili, saranno miei compagni.

Così è.  Lotti una vita per restare in un posto, pensi di avere ormai trovato il tuo anfratto di scoglio, il luogo in cui restare tappato a ogni mareggiata, poi arriva un’onda così forte che nessun bollettino poteva prevederla, e ti scaglia lontano. Chissà dov’è che ti ha catapultato, non ti raccapezzi più: allora ti fai uscire le bollicine dalla bocca, tanto per renderti conto di qual è il sopra qual è il sotto, poi fai i primi giri di esplorazione, nuoti, nuoti e nuoti, e dopo un po’ capisci che niente: questa è l’acqua.

* Se non dovessi tornare,

sappiate che non sono mai 

partito.

Il mio viaggiare

è stato tutto un restare 

qua, dove non fui mai.

(Giorgio Caproni)

Bastava fare “due” con la mano a Stefano Cucchi

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Nel 1987 a Siracusa c’era la questione del casco.

Era diventato obbligatorio, quindi trovavi posti di blocco ovunque: della polizia, dei carabinieri, qualche volta anche dei finanzieri.

In certi quartieri e in certe scuole di Siracusa, nel 1987 (ma un po’ pure adesso) se qualcuno ti diceva sbirro, finanziere ma soprattutto carabiniere era proprio un insulto, di quelli gravi, tipo figlio di buttana: cioè o era una cosa che ti dicevano gli amici tuoi più stretti, proprio per ridere, oppure significava che chi te l’aveva detto voleva farla finire a legnate, dovevi partire con le botte, combattere per salvare l’onore.

In certi altri quartieri e in certe altre scuole, tipo la mia, questo fatto di dirsi sbirro o carabiniere invece era più che altro una pantomima, uno scimmiottamento: cioè in un certo senso ce lo dicevamo tra di noi per fare i torpi, cioè i grezzi, cioè per imitare, un po’ deridendoli, quelli un po’ malacarni che si dicevano seriamente sbirro e carabiniere l’un l’altro per offendersi.

A volte capitava che questa sottigliezza sfuggisse, oppure che venisse volutamente equivocata, così da essere utilizzata come pretesto: magari quello che ti aveva dato del carabiniere per scherzo ti stava antipatico per chissà quali motivi, e allora fingevi di non avere colto l’ironia e ne approfittavi per farla finire a legnate lo stesso.

A quel punto, chi si trovava ad assistere all’aggressione in qualche modo la legittimava: be’, però gli ha detto carabiniere, non è che se la poteva tenere così.

Quindi insomma, anche in scuole e quartieri tipo il mio, non era mai chiarissimo se questo termine fosse un insulto per davvero o solo per finta: si rimaneva sul vago, un po’ era per ridere e un po’ poteva diventare una cosa seria.

In certi altri quartieri e in certe altre scuole invece c’era più certezza: questo fatto che non eri sbirro e non eri carabiniere si doveva vedere bene, andava dimostrato a tutti, in vari modi e con vari atteggiamenti. Uno era non mettersi il casco.

Il casco, per la verità, non se lo metteva nessuno, in nessuna scuola e in nessun quartiere, un po’ per la storia (mai chiarita fino in fondo) che non bisognava essere né sbirri né carabinieri, e un po’ perché all’epoca c’era un problema molto sentito: il gel.

Senza gel non usciva di casa nessuno, e col gel mettersi il casco era una tragedia.

Però c’erano questi cavolo di posti di blocco degli sbirri, dei carabinieri e pure dei finanzieri un po’ ovunque, e non si poteva rischiare di farsi sequestrare il motorino. Allora, per la paura di restare a piedi, il casco te lo portavi dietro, senza metterlo: lo infilavi sul braccio destro, il lato dell’acceleratore, così se ti accorgervi di un posto di blocco, in un attimo te lo potevi infilare in testa.

Accorgersi del posto di blocco era piuttosto semplice, perché tra i possessori di motocicli era invalso un uso assai solidale: segnalarsi reciprocamente la presenza di sbirri, finanzieri e soprattutto carabinieri con un gesto della mano. Se incrociando un motociclista quello ti faceva il numero “due” con la mano significava che lungo quella strada c’erano i carabinieri: o ti mettevi il casco in testa o facevi inversione ed evitavi il posto di blocco.

Tutti i ragazzi, di tutti i quartieri e di tutte le scuole, sapevano come interpretare questo gesto e quindi anche come regolarsi, e nessuno mancava mai di segnalare la presenza di carabinieri a propria volta.

Nonostante questi accorgimenti, qualcuno veniva beccato lo stesso: i primi a passare da un certo incrocio, se la pattuglia era ben piazzata, non avevano scampo. L’unico modo per evitare il sequestro, a quel punto, era non fermarsi al posto di blocco e scappare.

Lì la differenza tra scuole e quartieri si faceva molto più pronunciata: quasi mai i ragazzi che provenivano da ambienti  difficili si fermavano ai posti di blocco. A fermarsi, senza nemmeno essere sfiorati dall’idea di ignorare la paletta, erano i ragazzi di scuole e quartieri come il mio.

Ti ritrovavi così immobilizzato in mezzo alla strada, a dare documenti e spiegazioni, spesso per molto più tempo del dovuto, e subendo una serie di ramanzine, di solito molto aspre, che piano piano, con lo scorrere dei minuti diventavano prima reprimende, poi derisioni un po’ umilianti, e nei casi peggiori temevi potessero degenerare in scappellotti, o addirittura percosse. Insomma, più cominciavi ad avere paura che le cose si mettessero male, più i carabinieri solleticavano i tuoi timori, giocandoci con poco o molto sadismo, a seconda dei casi.

Ricordo bene la volta che mi sequestrarono la vespa 50 Pk XL colore blu notte (aveva anche un grosso adesivo con la faccia imbronciata di Paperino sul bauletto destro), in piazza della Repubblica (oggi si chiama piazza Giovanni Falcone e Paolo Borsellino), a due passi dal vecchio tribunale, allora in piena funzione.

Uno dei tre poliziotti, mentre gli altri due mi cazziavano pesantemente per questo fatto del casco (mettendo la cosa in termini francamente assurdi, come se io avessi deciso di girare senza casco per deridere la loro autorità o svilire la loro funzione di controllo, quando per me era tutta una questione di gel) si allontanò di qualche metro ed esplose un colpo di pistola per terra, facendo saltare per aria uno o due cubetti di porfido. Pure i due che mi stavano cazziando fecero una faccia sconvolta, ma il terzo, quello che aveva sparato, si mise subito a ridere, disse qualcosa di divertente, e tutti e tre si godettero la mia espressione di paura e i miei sudori freddi.

Mi ricordo anche che tornando a piedi verso casa, il casco infilato sul gomito destro, pensai che effettivamente dire a qualcuno sbirro o carabiniere era un insulto pesante, e non c’era bisogno di essere torpi o malacarni per offendersi se qualcuno lo diceva a te.

Un’altra cosa che notavi sempre quando ti capitava di essere fermato a un posto di blocco erano proprio i torpi: non era tanto che non si fermassero loro, era più che altro che ai poliziotti e ai carabinieri e ai finanzieri non veniva neanche in mente di fargli vedere la paletta. Più le facce erano brutte, più gli si leggeva in faccia che non si sarebbero fermati, più si intuiva che avrebbero reagito all’ALT come a un’offesa personale, insomma più si capiva che erano delinquenti, più i carabinieri li ignoravano, lasciandoli passare.

Non potrei dire sempre, ma posso dire spesso per averlo visto succedere in diverse occasioni, la paletta la esibivano a facce da scemotti, con la gommina sui capelli e gli adesivi di paperino imbronciato sul bauletto.

Più volte mi è anche capitato di vedere coppie di malacarni passare a gran velocità, senza casco neppure sul gomito, con motorini così rumorosi che sembravano duemila di cilindrata, e sputare per terra con grande ostentazione due metri dopo o due metri prima del posto di blocco: fermarli sarebbe stato allo stesso tempo doveroso e impossibile.

Finito il liceo, cioè l’età degli scioperi, delle fallimentari occupazioni scolastiche, dei cortei e delle manifestazioni di piazza in cui spesso si entra a contatto con le forze dell’ordine, l’idea che sbirro e carabiniere fossero brutte parole si era tradotta in un distinguo più preciso: per me, e per quelli un po’ fessacchiotti come me, era un insulto, ma non allo stesso modo e non con lo stesso significato che gli davano quegli altri, quelli che al posto di blocco non si fermavano e sputavano per terra.

Per loro, carabiniere significava spione, nemico, ficcanaso. Per me e per i miei compagni di scuola invece significava più che altro uno debole coi forti e forte coi deboli.

Non che mancassero esempi diversi, del tutto opposti a questo genere di comportamento vile: quando Ortigia diventò per la prima volta Zona a traffico Limitato, e per accedervi bisognava esibire un pass, vidi più volte vigili urbani, carabinieri, poliziotti e finanzieri, buscare schiaffoni, restituirli e portare in questura certi brutti ceffi che pretendevano di entrare e uscire dal centro storico come gli pareva e piaceva.

Il 23 settembre 1997, finito il concerto degli U2, a Reggio Emilia, c’erano decine di migliaia di persone che si accalcavano sul piccolo piazzale di una minuscola stazione, per salire su un treno che li avrebbe riportati a casa: è stato come partecipare all’apocalisse e averla scampata per un pelo. Il pelo che la fece scampare furono i celerini, che con una flemma inumana seppero gestire una folla inferocita, pronta a uccidere pur di entrare in stazione, e forte della sua enorme superiorità numerica. Ricordo di aver ammirato uomini e ragazzi in divisa che si prendevano sputi in faccia, minacce e insulti di ogni tipo, provocatori spintoni e bottigliate in testa, senza mai perdere la pazienza e la lucidità per una intera notte, fino all’alba.

Però qualche anno dopo vidi la scena di un panettiere che consegnava un carico di filoni caldi a una bottega di generi alimentari, in via Piave, e di due poliziotti che gli si avvicinavano, mentre lui reggeva con tutt’e due le mani una grossa cesta molto pesante, dicendogli in malo modo di spostare subito il furgoncino da là, perché loro dovevano parcheggiare (c’erano un sacco di altri posti liberi, due metri più giù). Lo sentii rispondere un attimo, scarico questa cesta e arrivo. E poi sentii il rumore delle sberle, quello della cesta che cadeva per terra, alzai gli occhi e vidi che lo infilavano dentro la volante e se lo portavano via.

Qualche anno prima avevo letto un libro che mi aveva allo stesso tempo divertito e inquietato, Il lercio, di Irvine Welsh. La parte che mi divertiva era la stessa che mi preoccupava: il protagonista era un poliziotto esaltato e manesco, e la sua filosofia di vita era che il posto di lavoro più appropriato per un maschio nato con una naturale tendenza all’abuso e alla violenza fosse nelle forze dell’ordine.

Il libro giocava molto con gli eccessi, era una specie di fumetto iperbolico, ma sapeva bene come spingere sul tasto del timore: se era in grado di inquietare era perché da qualche parte, nell’esperienza di chi leggeva, risuonava l’immagine di un poliziotto prevaricatore e prepotente, una figura che si poteva essere intravista nella realtà, magari non sovrapponibile, ma in certi punti combaciante.

Molti anni dopo, mi ritrovai a insegnare in un carcere.

Ogni tanto origliavo i discorsi degli studenti, da principio senza volerlo, poi con sempre più curiosità, senza riuscire a staccarmi. Mi interessavano i racconti che si scambiavano riguardo agli interrogatori (il mio era un carcere giudiziario, quasi tutti gli studenti erano in attesa di un giudizio definitivo, il che è già di per sé una follia). Da quello che dicevano traspariva una specie di sconforto e delusione: lo attendevano per giorni, settimane o mesi, ma quando poi ne parlavano capivi che non era stata un’occasione per chiarire, ma più che altro si era trattato di un momento al quale bisognava sopravvivere, non lasciarsi intimidire troppo, non cedere, non crollare.

Prima della mia esperienza in carcere c’era stato l’assassinio di Emanuele Scieri dentro la caserma Gamerra di Pisa, poi ci fu  la storia della Diaz, e dopo ci furono tra gli altri il caso di  Federico Aldrovandi, quello di Giuseppe Uva e quello di Stefano Cucchi.

Essere un poliziotto, un carabiniere, un parà, un marò, un commissario, un magistrato inquirente non dev’essere facile. Una componente di intimidazione e di violenza è insita nel mestiere che fai, ce la devi avere dentro come una specie di vocazione, devi farci i conti ogni giorno e gestirla con molto autocontrollo in istanti lunghi e difficili, che in un attimo possono diventare spartiacque della tua vita e soprattutto di quella di un altro. Una divisa, un manganello, una pistola o l’autorità per decidere che la vita di una persona proseguirà in galera dovrebbero averla solo quegli individui perfettamente equilibrati e risolti: ai più saggi tra noi le armi dei custodi e ai filosofi il potere di giudicare.

Era una repubblica ideale, quella di Platone, certo, la realtà sarà sempre un’altra cosa. Eppure per uno stato di diritto non c’è altro modo di progredire in civiltà se non quello di ammettere i propri errori e tentare di correggerli. Forse il carcere non andrebbe dato mai a nessuno, nemmeno agli assassini di Cucchi. Però la verità andrebbe restituita sempre a tutti. E chi ce l’ha dovrebbe offrirla spontaneamente, al di là di qualsiasi sentenza.

In ogni caso sarebbe stato bello, la notte del 15 ottobre 2009, avere incrociato Stefano Cucchi col motorino e avergli fatto il numero due con la mano, giusto qualche minuto prima che arrivasse la volante.

Buongiorno a tutti

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Ieri c’era Renzi al Raiti, una scuola elementare della mia città.

Il Raiti è in via Pordenone, un quartiere da sempre popoloso e popolare (borgata Santa Lucia), con una chiesa in pietra chiara (santa Lucia fuori le mura) che ospita un Caravaggio scuro (il seppellimento di santa Lucia) e con una piazza ampia e luminosa (piazza santa Lucia), dove c’è sempre stato tanto spazio per i giochi dei bambini: mia nonna ci faceva girare un cerchio, sorvegliata dai suoi zii e dagli altri adulti del quartiere, io ci giocavo a pallone e tutto intorno si sedevano le persone anziane a commentare la partita e a mangiare semenza.

Da qualche tempo invece a piazza santa Lucia, nel tardo pomeriggio, si gioca a cricket.

Le mazze sono un po’ improvvisate oppure molto logore perché hanno viaggiato chissà quanto. Sulle panchine, a commentare la partita, non ci sono i genitori dei ragazzini indiani (che forse sono rimasti in India o forse lavorano fino a tardi per mandare un po’ di soldi in più ai parenti lontani), ci sono sempre gli stessi anziani di prima, qualcuno addirittura è rimasto seduto là sin dai tempi miei.

Non capiscono niente di cricket, non sanno manco le regole o lo scopo del gioco, però fanno la stessa cosa che facevano con noi quando giocavamo a pallone: criticano, dicono che la mazza non si tiene in quel modo lì, che così il tiro esce fuori mollo, ti chiamano col fischio e quando ti avvicini ti fanno segnali per spiegarti che la postura è tutta sbagliata, ti dicono come devi mettere i gomiti per non colpire fuori tempo, e siccome masticano semenza e sputano le scocce per terra, non si capisce neanche cosa dicono.

L’anziano siracusano è così, non fa mai il tifoso, è sempre uno spettatore critico: pure allo stadio, quando il Siracusa ancora militava in categorie professionistiche (io al massimo mi ricordo la C1, ma ai tempi di mio nonno fummo addirittura in serie B per una o due stagioni), loro si sedevano in gradinata e quando c’era un fallo laterale chiamavano col fischio i terzini di fascia. Le prime volte, quelli, poverini, si avvicinavano, e per qualche decina di secondi ascoltavano increduli le farraginose disposizioni tattiche di questi vecchietti, oltretutto rese incomprensibili dal masticare semenza. L’arbitro se ne accorgeva e ammoniva il giocatore per perdita di tempo.

Da quest’anno, al Raiti ci va pure mia cugina, sei anni, fa la prima, una bambina che mi terrorizza: risolve le parole crociate senza schema insieme a mia nonna.

Le suggerisce la grafia corretta per i termini stranieri, quelli che mia nonna non ha mai imparato a scrivere bene, oppure risponde a botta sicura sulle definizioni in cui è super esperta: se mia nonna legge dinosauro a tre corna, lei subito dice triceratopo, e poi aggiunge che tuttavia, a dispetto del nome, il triceratopo non ha tre corna, bensì quattro, dunque la definizione non è corretta.

A mia nonna questa cosa piace, si inorgoglisce. A me mette l’ansia. Forse perché sono un insegnante, e con una bambina di sei anni che parla così nessun insegnante può sentirsi al sicuro.

Le maestre del Raiti devono essere per forza molto brave, se la vedono con lo zainetto di mia cugina da cui esce un diorama del triceratopo, e con quello del suo compagno di classe da cui fa capolino una mazza da cricket col manico un po’ sbreccato.

Ieri, quando Renzi è entrato in questa scuola e ha detto buongiorno a tutti , mia cugina di sei anni e gli altri bambini hanno cantato in coro una canzoncina a ritmo di blues.

Francesco Merlo su Repubblica dice che sembrava una scuola nord coreana, che siamo i soliti siciliani pronti a saltare sul carro del vincitore, anzi del dittatore: una cosa da centro Africa, da pupi siciliani hanno scritto altri.

Io ho chiesto a mia cugina se per favore mi faceva leggere il testo della canzoncina, lei mi ha detto che potevo, però solo a patto di non eccedere in analisi ermeneutiche e meno ancora sovra interpretare il testo alla luce della recente dialettica politica interna al partito democratico.

Si vabbe’, dammi il foglietto e stai zitta. Poi mi sono girato verso sua madre e le ho detto: tu a questa la devi fare benedire, lo vedi che è posseduta?

Mia cugina per ripicca mi ha dato del triceratopo, poi però mi ha spiegato che ieri mattina a visitare la sua scuola c’era il presidente del consiglio dei ministri in carica, cioè il presidente di tutti, dei bambini appassionati di enigmistica e dinosauri e di quelli fanatici del cricket, e pure dei pensionati ghiotti di semenza, e che quindi era bello, oltre che giusto, cantargli benvenuto presidente, perché se cantare una canzoncina di benvenuto che dice muoviam la testa, facciamo festa significa essere servili, allora significa che quello non è il presidente del consiglio, cioè il rappresentate delle istituzioni democratiche di questo paese, perché al presidente del consiglio che rappresenta le istituzioni democratiche di questo paese tu il benvenuto glielo puoi e glielo devi dare, e se invece è un dittatore, allora significa che noi non siamo una democrazia, ma se siamo o non siamo una democrazia non lo possono stabilire i bambini del Raiti: non ci possono chiedere una definizione così difficile, ha detto mia cugina, oltretutto ieri non c’era manco la nonna ad aiutarmi, io le parole crociate ancora non so farle così bene.

E quindi come l’hai risolta? le ho chiesto sentendomi sempre più a disagio.

Lei mi ha detto che come si diventa presidenti del consiglio in Italia, quanti italiani rappresentino o no il governo e il presidente del consiglio, per il momento è un argomento che la appassiona assai meno di quante corna ha il triceratopo, per cui ha fatto quello che avrebbe fatto qualunque bambino quando entra in classe un presidente del consiglio che dice buongiorno a tutti.

– E cioè? le ho chiesto io.

– Cioè dargli il benvenuto con una canzoncina allegra.

– E perché?

– Perché ha detto a tutti.

– Io tua figlia non la capisco, mi fa le sciarade, ho detto a sua madre.

– Non ha detto buongiorno solo a quelli che mi hanno votato e mi voteranno ancora, ha detto buongiorno a tutti, s’è spazientita mia cugina piccola.

– Ah, ho detto io.

Poi sono andato a comprare una busta di semenza e mi sono seduto insieme a lei davanti al monitor per guardare il video dell’esibizione.

– Sì però non si canta così. La postura è tutta sbagliata, e poi la nota dovevate prenderla più alta, lo vedi che in certi punti stonavate, quello là sulla destra, per esempio, dovrebbe piegare di più le ginocchia, è completamente fuori tempo.

– La finisci di sputare le scocce per terra? E poi quando parli con quei così in bocca non si capisce niente, mi ha detto mia cugina piccola.

Testo:

Facciamo un salto…Battiam le mani

ti salutiamo tutti insieme Presidente Renzi

Muoviam la testa…Facciamo festa

A braccia aperte ti diciamo Benvenuto al Raiti!

I bambini, gli insegnanti, i bidelli

e poi l’orchestra lasceremo improvvisar così

Siamo felici e ti gridiamo

Da oggi in poi, ovunque vai, non scordarti di noi

dei nostri sogni, delle speranze

che ti affidiamo, con fiducia, oggi a ritmo di blues

Le ragazze, i ragazzi, tutti insieme

alle tue idee e al tuo lavoro affidiamo il futuro

e poi di nuovo ancora insieme noi camminiamo ci avviciniamo

e un girotondo noi formiamo sempre a tempo di blues

Mentre l’orchestrina suonava Smells like teen spirit

Inserito il

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Sabato a Palazzolo Acreide, comune montano a qualche decina di chilometri da casa mia, consegnavano il premio giornalistico Giuseppe Fava.

L’ha vinto una ragazza di 23 anni che si chiama Ester Castano, per i suoi articoli sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta dentro al comune di Sedriano, che è stato il primo comune lombardo sciolto per mafia.

Ester Castano vive a Milano, ma ha la mamma di Cassibile.

Pippo Fava invece era di Palazzolo, però io non lo sapevo.

Per me, siccome parlava catanese, era catanese.

In effetti parlare catanese non significa niente, perché all’accento catanese non può resistere nessuno: chi si trasferisce a Catania prima o poi parla catanese, cioè con le frasi che sembrano domande anche quando non sono domande, la cantilena in crescendo e le doppie R che diventano una sola.

A Pippo Fava quindi più o meno era successa la stessa cosa che poi è successa anche ai miei amici: intorno ai vent’anni se n’era andato a Catania per fare giurisprudenza, era rimasto a lavorare là e aveva preso l’accento.

Ma questo l’ho pensato oggi.

Quando fu ucciso, nel 1983, io avevo dieci anni, giocavo a Centipede con l’Atari, e di Pippo Fava, de I Siciliani, e anche degli accenti siculorientali non ne sapevo niente.

L’unica cosa che sapevo io era che quando entravamo in macchina a Catania, mio padre alzava tutti finestrini e metteva le sicure nelle portiere.

Non lo faceva solo mio padre.

Ogni tanto a Catania ci andavo pure con la squadra di minibasket (poche volte, perché eravamo scarsi e non superavamo mai la fase provinciale), e pure l’allenatore che ci accompagnava col pulmino, prima di superare gli archi di via Dusmet, ci diceva avanti ragazzi, alzate i finestrini e mettete la sicura.

Nella Catania primi anni ottanta, gli adulti di Siracusa, la cosiddetta provincia babba, temevano più che altro scippi, furti con destrezza, borseggi, rapine, truffe: tutta quella micro criminalità che da noi per fortuna era poco diffusa. 

Oltre a quelli sui finestrini e le sicure, c’erano tanti altri mi raccomando quando andavi a Catania: per esempio certe zone del centro storico si dovevano evitare, meglio fare il giro largo, parcheggiare solo in alcune strade molto frequentate, arrivare al massimo fino alla Rinascente di via Etnea e poi tornare a casa. Al sicuro. A Siracusa.

A consigliarcelo erano spesso quei siracusani che a un certo punto si erano trasferiti a Catania e avevano preso l’accento, e se non lo sapevano loro, che parlavano pure il catanese, di chi ci dovevamo fidare noi? 

Comunque, Catania e Siracusa erano fondamentalmente città molto simili, accomunate dallo stesso problema. 

Stando a mio padre e al mio allenatore di minibasket il problema di Siracusa, di Catania e di tutte le città in generale era la gente.

La cosa dei finestrini e delle sicure veniva spesso accompagnata da frasi come occhio che la gente è furba, oppure attenzione che non lo sai mai cosa può fare la gente, vedi che la gente è capace di tuttonon si sa mai che gente incontri.

Quelle più ricorrenti in assoluto, però, erano generiche espressioni di allarme rispetto alla quantità di gente presente in un dato luogo: maria santissima ma che è tutta ‘sta gente? Oppure, come a commentare uno scampato pericolo: la gente che c’era non te la puoi neanche immaginare.

Io avevo capito questo: che Catania era senza dubbio molto più grande di Siracusa, e quindi c’era molta più gente, e dunque era molto più pericolosa.

A Catania c’era gente ovunque, troppa gente, mezzo milione di gente, le strade straripavano di gente e se non chiudevi bene il finestrino e non mettevi la sicura, la gente ti poteva esondare dentro la macchina in un secondo.

Quindi, insomma, bisognava difendersi con più stratagemmi, issare i ponti levatoi, serrare le porte. Perché rispetto a quella di Siracusa la gente di Catania non era solo di più, era anche più sperta, cioè molto più attiva, intraprendente e pure un poco spaccona: gente che piuttosto che stare con le mani in mano come i babbi siracusani, s’industriava per fottere il primo che si scordava di alzare i finestrini e mettere la sicura.

Pippo Fava era arrivato a Catania da Palazzolo nel 1943.

La Catania di quarant’anni dopo, quella dell’ottantaquattro, quella in cui fu trucidato, cioè quella che mi ricordo vagamente io, forse la poteva raccontare bene solo uno che era nato a Palazzolo, e che l’accento l’aveva preso a diciott’anni. Uno che un giorno aveva cominciato a guardarla da un finestrino e non aveva più smesso per trent’anni, fino a quando di guardarla ne aveva fatto un mestiere, fino a scoprire che a forza di guardarla, la poteva raccontare.

E infatti nel video di Pippo Fava che hanno proiettato sabato sera c’era molto sguardo e molto racconto:  qualche minuto di riprese a camera fissa, girate probabilmente da un amatore, con lui, in piedi, a parlare di fronte a una scolaresca di Palazzolo del 1983, a proporre le sue frasi che duravano il tempo che dovevano durare, con le  digressioni in apparenza scoordinate, e il  ragionamento a fare da filo conduttore del discorso. Un discorso che era già un pezzo d’inchiesta molto più analitico di quelli che capita di vedere in tv nel 2014.

Forse perché il giornalismo d’inchiesta non esiste più, ed è stato sostituito dal giornalismo di denuncia, non lo so, però è diventato difficile vedere uno che si alza a parlare come si era alzato Pippo Fava di fronte a quei ragazzi, così, per cominciare un ragionamento.

Oggi se uno si alza a parlare è per puntare il dito, dire che schifo e invitare tutti quanti ad alzarsi anche loro, puntare il dito e dire che schifo insieme a lui.

L’analisi, quella cosa che in quel video Pippo Fava faceva con la bravura di chi racconta qualcosa per il gusto di raccontare e per l’utilità di porre questioni, è sparita in favore dell’indignazione.

Quindi sabato scorso, mentre mi venivano in mente tutte quelle cose sceme su Catania e il 1983, mi sono chiesto: ma se questo signore, questo catanese adottivo coi baffi e i capelli neri fosse uscito da quell’aula scolastica del 1983 e avesse ripreso il discorso in questo posto, in quest’aula consiliare di Palazzolo Acreide del 2014, con tutti i suoi amici riuniti a celebrare lui e il giornalismo d’inchiesta, se lo sarebbe potuto permettere questo sguardo così nitido? L’avrebbe potuto dire, sabato sera, tra i suoi concittadini più vicini alle sue idee, che c’era mafia e mafia come disse a Enzo Biagi, che Genco Russo era una cosa e Santapaola un’altra, l’avrebbe potuto fare un distinguo così acuto e ben argomentato, se a dibattere con lui ci fosse stato, che so, Marco Travaglio?

Avrebbe potuto parlare a noi, ai suoi amici, alla sua parte politica o civica, delle case abusive di Palma di Montechiaro e di Gela come ne ha parlato nel 1983 a quegli studenti suoi concittadini, senza che un grillino si fosse alzato a dargli del pennivendolo al soldo dei palazzinari?

Avrebbe potuto sottoporre agli studenti di un Itas del 2014 la questione negli stessi termini (un passo che mi ha incantato) in cui la sottopose a quelli del 1983: sì, va bene, sono stato a Palma e ho visto dei palazzoni orrendi crescere all’improvviso in mezzo a un paese povero, e mi sono chiesto, ma se qua questi sono così poveri, da dove spunta fuori tutto questo cemento? E quando ho capito che il cemento veniva dalle rimesse dei minatori gelesi in Belgio, mi sono chiesto: ma ora chi ci va dal minatore che per trent’anni ha mandato a casa ottocento mila lire al mese a dirgli che casa sua è abusiva e la dobbiamo abbattere? Come ci va un politico da lui a chiedergli un voto e a dirgli che se glielo dà lui prende una pala meccanica e gli sfracella i risparmi di una vita? Che ci facciamo, cosa ci faremo con questi ragazzini che giocano a pallone qua davanti a me, che ci faremo con voi studenti dell’Itas che l’anno prossimo vi diplomate e magari il giorno dopo siete su un pullman per Innsbruck? Cosa vi dico, cosa vi spiego? Forse è meglio se non vi spiego niente, forse è meglio se evito di giudicarvi per quel palazzo abusivo dove abitate, per quello che ha fatto vostro padre, o per quello che  avete fatto voi ieri sera quando avete finito di giocare a pallone qui in piazza, o per quello che non avete ancora fatto e che farete domani, al momento di cercare un lavoro, una casa, andare a votare. Forse è meglio se al posto di denunciarlo, l’abusivismo, ve lo racconto, vi racconto quello che ho visto e le domande che mi sono venute in testa, le avete viste, voi, le case della periferia di Palazzolo, le case del vostro paese: quando guardate, cosa vedete?

L’avrebbe potuta fare ieri sera Pippo Fava questa cosa, quest’analisi, questa problematizzazione, questo discorso altamente pedagogico in cui si insegnava a dei ragazzi a guardare e non a dire che schifo? O la professoressa di lettere si sarebbe alzata e l’avrebbe preso a colpi di fatto quotidiano in testa?

Mentre consegnavano il premio alla bravissima Ester Castano, io mi sono sentito parte di una specie di messa laica, con tutti noi là dentro, i siciliani accomunati da questa idea di cosa è bene e cosa è male, che ci scambiavamo applausi di pace, e ci invitavamo a vicenda a tenere alta la guardia, a resistere, a prendere sempre più le distanze dalla mafia, dalla mentalità mafiosa, dai mafiosi, e dopo un poco, pur con tutta la contentezza, m’è venuto il mal di testa, mi sono sentito come mio padre quando parlava della gente e alzava i finestrini e abbassava le sicure, e allora sono uscito fuori, sulla piazza del municipio, a respirare l’aria fina di Palazzolo.

Mi sono ricordato che a un certo punto, negli anni Novanta, la percezione che da siracusano avevo di Catania era cambiata nettamente.

Catania piano piano era diventata la meta dei miei vagabondaggi diurni e notturni, al seguito degli amici che c’erano andati a studiare e si stavano godendo l’esplodere della Seattle d’Italia: il concerto dei REM, l’epopea della Cyclope Records, di Chicco Virlinzi, Carmen Consoli,  il Mc Donald’s di piazza Stesicoro, il Taxi Driver, la ST Microelectronics,  il frappé alla nutella con la brioscina Dais frullata dentro.

A Catania, nei primi anni novanta, non te lo potevi neanche immaginare la gente che c’era: però tutto ‘sto pericolo, sinceramente, a me non mi sembrava. Mai visto uno scippo, e sì che parcheggiavo dove capitava prima.

Oltretutto io l’università la stavo facendo a Pisa, una città così noiosa che o diventavi eroinomane  (la città ne era anacronisticamente piena) o ti iscrivevi ai comitati universitari marxisti leninisti  (la città ne era anacronisticamente piena). Quindi era abbastanza normale che non vedessi l’ora di tornare a casa e andare a trovare i miei amici: a Catania, la gente, pericolosa o no che fosse,  si scialava la vita.

Poi ho pensato che almeno questo lo sapevo: me lo ricordavo che gli anni novanta a Catania erano stati quelli dei Santapaola e del salto di qualità, e mentre io ballavo alle feste grunge, le cose si mettevano peggio, altro che scippi, e a Palermo ammazzavano Lima, e poi Capaci, e poi via D’Amelio, e allora m’è venuta una smania tremenda e sono rientrato dentro l’aula consiliare facendo gli scalini quattro alla volta.

Mi sono seduto che avevo il fiatone e mi sono detto: adesso appena ti si stabilizza il respiro, ti fai coraggio, ti alzi e glielo dici, gli dici che la liturgia è sacrosanta, e quella di stasera è particolarmente sentita, ci tocca in qualcosa che tutti abbiamo dentro, prende i sentimenti e li innalza, però deve finire qua, deve essere confinata a questo momento, che deve rimanere l’unico in cui facciamo una cosa del genere. Tutte le altre volte che ci incontriamo, non le dobbiamo sprecare così, a ripeterci cosa è giusto e chi sono quelli che sbagliano, dobbiamo guardare, dobbiamo fare come faceva Pippo Fava: il giornalismo di denuncia deve diventare giornalismo di analisi, perché di questo abbiamo bisogno, di ragionamenti e di analisi, di metodo e di racconto. Ci dobbiamo abituare a chi ci racconta qualcosa per porre dei problemi, per farci grattare la testa come secondo me se la sono grattata gli studenti dell’Itas di Palazzolo Acreide nel 1983, per farci chiedere: ma che ci sta dicendo questo? Chi ci capisce niente qua, cosa mi sta chiedendo? Io non lo so cosa farei, non lo cosa se la casa gliela dobbiamo abbattere o no, aspetta, fammi vedere, quando l’ha costruita? Chi ci abita? Quanto è costata? Dove li ha presi i soldi, chi l’ha autorizzato, chi gliel’ha allacciata la luce e la fogna? Deve farci pensare, il giornalismo d’inchiesta, non ci deve fare sentire migliori di qualcun altro, non deve fare la lista dei buoni e dei cattivi, con noi sempre da un lato e la gente sempre dall’altro.

La gente: io sono sicuro che a Pippo Fava la gente gli è costata la vita. Uno che andava a Palma di Montechiaro e si metteva a guardare i ragazzini che giocavano a pallone nella piazza, uno che guardava uno scippatore e gli chiedeva se abitava in uno di quei palazzi abusivi nella zona nuova di Gela, uno che sapeva che le rimesse di ottocentomila lire al mese di un minatore di Marcinelle erano l’oro della Sicilia, uno così, uno che guardava alle cose in quel modo, secondo me non li alzava i finestrini. E non metteva manco la sicura.

Poi però non ho detto niente, mi sono andato a mangiare la salsiccia di Palazzolo, che è la più buona del sistema solare.

Amnistia, amnesia, anamnesi.

Inserito il

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Senza volere (né potere) stare a spiegare niente a nessuno, quel poco che penso di avere capito sul carcere.

Anche se un po’ a singhiozzo, ho insegnato per quasi un anno in una casa circondariale.

Non una delle peggiori, nel senso di non una di quelle iper affollate (ma comunque affollata), assolutamente non fatiscente (ma umida e fredda d’inverno e soffocante d’estate), non obsoleta (fu edificata abbastanza di recente, dopo il terremoto del ’90, per sostituire il carcere borbonico in cui ancora, fino a quella data e oltre, venivano ospitati i detenuti della mia città) e molto, molto lontana dal centro abitato (cosa che rende assai complicate le visite e i colloqui coi familiari).

Le sensazioni che mi porto dietro di quel periodo sono due:

in carcere ci lavora un sacco di gente bravissima a fare il lavoro che fa. Educatori (spesso educatrici), psicologi, insegnanti, direttori, amministratori e anche guardie: si respirava un’aria di professionalità che era impossibile da ignorare.

Questa, col tempo, aveva finito per contagiare pure me, per cui sento di aver capito da dove spira: in parte, com’è ovvio, viene dal fatto che quelle persone sono appunto dei professionisti ben preparati al loro (delicato) lavoro, ma in parte dal fatto che la professionalità ti aiuta a mantenere un filtro personale alto.

L’attività che svolgi là dentro è molto coinvolgente sul piano emotivo. Quando dico molto intendo dire: assai. E non per qualche animella sensibile: per tutti, pure per gli stronzi. Allora a un certo punto hai bisogno per forza di raccontartela: mi coinvolgo emotivamente perché questo coinvolgimento è parte essenziale del mio lavoro, se mancasse non sarei un buon professionista.

In pratica, dentro un carcere sei costretto per varie ragioni ad abbassare di parecchi gradi lo schermo di protezione: se come nel mio caso sei un insegnante, ti ritrovi a insegnare a gente della tua stessa età, con cui è più semplice interagire “alla pari”, rispetto a quando sei in una classe di undicenni, in cui devi necessariamente rappresentare il ruolo di un adulto (almeno se da quella classe di undicenni intendi uscire vivo). Se però non vuoi pagare costi personali troppo alti, devi imparare ad accenderti e spegnerti a comando: dentro on, fuori off. Un po’ come immagino accada ai medici, a quelli delle pompe funebri e a un sacco di altre categorie professionali che per lavoro toccano con le mani la sofferenza della gente.

Immediatamente collegata a questa prima sensazione c’è quella dello spreco.

Le energie profuse là dentro sono abbastanza inutili: arginano un’onda che la mattina dopo rimonta uguale a prima. Una fatica necessaria a non affogare, ma una fatica di Sisifo. Il macigno di inutilità che questa gente ogni giorno tira su per la salita è l’inutilità intrinseca del carcere.

Il carcere non serve a niente.

Non tirerò in ballo le opinioni di giuristi molto insigni o di grandi sociologi, tutti concordi nell’affermare che, così com’è concepito in Italia, il carcere sia uno strumento privo di  efficacia (le trovate ovunque), ma riferirò una cosa che a me ha colpito da subito e che però non sento dire quasi mai.

L’aspetto punitivo del carcere, quello che ci fa vedere come un castigo (per alcuni addirittura giusto, o meritato) la permanenza in una piccola cella di molte persone, con poco o nessuno spazio vitale a disposizione e zero privacy è ciò che a primo impatto più sconvolge chiunque ne visiti uno.

Se non ci siete mai stati, pensate se qualcuno vi dicesse che da domani dovrete defecare davanti a dodici persone, nella stessa stanza dove mangiate e dormite, se siete fortunati separati dal una tenda: e che dentro a quello stesso bagno in cui defecate in dodici, poi dovrete lavarci le stoviglie, la biancheria e pure voi stessi.

Ecco, pensate solo a questo, cioè all’impossibilità di avere a disposizione momenti di personale e necessaria solitudine per tutto il tempo della vostra pena e avrete un’idea dell’inumanità di quella condizione.

Ci siamo? Ci state pensando? Vi state sentendo inumani? Vi sentite ridotti un po’ a bestie? Ecco, ora vi dico un’altra cosa:  in molti casi, non è neanche una punizione. Quindi come punizione oltre a essere inumana è pure inutile.

Alcuni dei miei studenti, neanche se ne accorgevano. Lo sapete perché? In quelle condizioni ci vivono da che sono nati.

Abitano in un basso o in un piccolo appartamento di qualche casermone popolare insieme a non so quanti fratelli, sorelle, zie, nipoti e cugini. A noi sembra di punirli, a loro pare normale. Quindi pure se pensate che punire qualcuno sia utile per rieducarlo (e lasciamo perdere se questa della privazione della privacy sia una punizione sensata o piuttosto una tortura) sappiate che non lo stiamo punendo. Per alcuni è perfino un miglioramento dormire su un letto, perché magari a casa dormiva per terra.

La cosa inaccettabile, la cosa che rende il carcere inutile, sono le condizioni di partenza, quelle che portano qualcuno a finire dentro un carcere: le carceri continueranno a essere piene di gente che anche fuori dal carcere vive più o meno come in un carcere. E qua veniamo all’amnistia.

Nel 2006 ce ne fu una. All’epoca insegnavo in una scuolaccia.

Le scuole “difficili” per un insegnante sono assai peggio del carcere: adolescenti ingestibili ti costringono a un ruolo a metà tra l’assistente sociale, il poliziotto e la dama di compagnia, che con l’insegnamento di una qualunque disciplina ha pochissimo, se non nulla, a che vedere (in carcere invece hai di fronte gente che fondamentalmente si annoia molto, e vede la lezione come un diversivo, una cosa su cui impegnare la testa, vuoi anche solo per distarsi, quindi insomma, in un carcere insegni molto più che in certe scuole).

Parecchi studenti di questa scuolaccia in cui facevo il supplente nel 2006 invece avevano a che vedere col carcere in cui avrei insegnato qualche anno dopo, nel senso che dentro quel carcere c’era un fratello, un papà, un parente.

Inevitabilmente, questa cosa del carcere saltava fuori nei colloqui coi genitori o coi ragazzi stessi (colloqui che per me erano sempre fonte di notevole apprensione: occorrono parecchia cautela e diplomazia per uscirne illesi, e anche una certa dose di sprezzo del pericolo e devo dire che risiedere ed essere cresciuto in un quartiere popolare mi aiutava a comprendere certi linguaggi e a leggere certe situazioni).

Posso quindi riferire per diretta testimonianza quale fu la reazione all’amnistia del 2006 di molti (per molti intendo: quasi tutti) familiari di chi aveva qualcuno in carcere: la accolsero come una specie di sventura.

Giovane o anziano che fosse il detenuto prossimo alla scarcerazione per amnistia, in famiglia si poneva il problema di dove piazzarlo: case, come ho già detto, strapiene, in cui magari da qualche anno ci si era finalmente allargati un poco. E poi il pensiero di dover fare la spesa per un’altra persona, una persona in più a consumare elettricità, gas, telefono, benzina, provviste. Finché era in carcere, quella era una persona in meno di cui doversi occupare. Ora dove la mettiamo?

In famiglie che ristagnano perennemente in questo bilico di saturazione, in case, quartieri, ghetti in cui la carcerazione è quotidiana ha senso mandare qualcuno in carcere? Veramente occorre ancora un dibattito pubblico per decidere qualcosa su questo tema che anche per uno come me, che il carcere lo ha bazzicato con un contratto a progetto per meno di un anno, è risultato subito evidente?

Per quel poco che ho visto io, tutto ciò che c’è da fare per le carceri italiane va fatto fuori dalle carceri italiane. Tutto ciò che può essere di giovamento per le carceri italiane riguarda i posti in cui le persone che statisticamente affollano più le carceri vivono quando non sono in carcere. Questo ovviamente riguarda sia gli italiani che gli extracomunitari (che guarda caso vivono anche loro in tanti dentro stanze minuscole e senza i requisiti minimi di civilizzazione).

Interi quartieri delle mie parti sono ghetti in cui l’osmosi tra dentro e fuori è appunto un fenomeno naturale. E per chi abita lì un contenitore vale praticamente l’altro.

Come ultimo, spero razionale, spiraglio racconto questa piccola esperienza personale.

Vivo, come ho accennato, in una zona un tempo molto popolare, oggi sempre più in via di gentrification. Un mio coetaneo con cui giocavo da bambino e con cui ho fatto le elementari, alle medie era già in odore di riformatorio.

Aveva smesso di giocare con me e con gli altri miei amici perché eravamo gli sticchiusi (in continente: fighetti) della zona, e tutt’al più ogni tanto veniva insieme ai suoi amici a darci una fraccata di legnate. Così, per divertirsi un poco.

Al posto nostro, frequentava quegli altri, i suoi compagni di scuola delle medie, che erano diversi dai miei, ed erano proprio di un’altra scuola.

A un certo punto, sempre per motivi di carcere e altre misure punitive subite dalla sua famiglia, andò ad abitare con la nonna, che aveva casa molto più vicino alla mia scuola media che alla sua. La nonna lo fece trasferire nella mia scuola, in una classe diversa dalla mia, ma molto simile in quanto a individui di cui era composta.

Di tutto il giro di malacarni che  aveva preso a frequentare, oggi, lui è l’unico che non solo non è finito in galera, ma si è prima diplomato alla scientifico e poi laureato in ingegneria edile.

C’è un detto nella mia città che dice (i miei compaesani perdoneranno la traduzione approssimata): cammina con chi è meglio di te a costo di rimetterci le spese.

È la chiave di tutto. Creare ghetti serve solo a creare altri ghetti. Servono condizioni di partenza uguali per tutti, e serve che tutti abbiano la possibilità di vivere una vita migliore di quella vissuta dai propri padri.

A quel punto le carceri saranno sempre più vuote, e ci sarà spazio per farle diventare davvero centri di rieducazione e non “case circondariali” che separano dal resto della società chi in condizioni di separatezza c’è già nato.

PS 1: Se state pensando che questo valga per i poveri disgraziati e non per i delinquenti ricchi, e che a loro invece un poco di gattabuia farebbe bene, andate a vedere The Bling Ring, l’ultimo film di Sofia Coppola.

È raggelante come fu raggelante un libro che quelli della mia generazione si ricordano di sicuro Meno di zero, di Bret Easton Ellis (anzi forse il vuoto spinto qui si avverte ancora di più). E alla fine dimostra una cosa paradossale: è dentro il carcere che la ladra ragazzina che aveva per idolo la vittima dei suoi stessi furti (Lindsay Lohan) a un certo punto incontra la sua attrice preferita. Il carcere dei vip è un ghetto come un altro: vip scompensati incontrano fan scompensati. Pensate che la cosa li aiuti a uscire fuori da lì meno scompensati?

PS 2: un libro che ha il dono di essere contemporaneamente bello e istruttivo sul carcere è uscito da Einaudi l’anno scorso, si chiama Dentro e l’ha scritto Sandro Bonvissuto.

Oltre al fatto che nella sua prima parte parla esplicitamente della condizione di un detenuto, è molto ben riuscito proprio perché nelle altre sue due parti parla di chi era quella persona prima di diventare un detenuto: altri due momenti della sua vita, fotografati separatamente. Pur essendo composto tre racconti a sé stanti, Dentro è quindi molto più romanzo di molti altri  romanzi. Qui di seguito un breve estratto:

C’era un uomo lì dentro che tutti i giorni, all’ora d’aria, usciva con gli altri in cortile, lo attraversava interamente e arrivava, camminando a passi lenti, fin sotto il muro di cinta, ma talmente sotto che riusciva a toccarlo col naso. Per guardarlo così da vicino da non vederlo più. Una volta l’avevo fatto anch’io. Ero arrivato talmente sotto il muro da perdere la visione laterale degli occhi. Talmente sotto il muro da vederne solo il colore. Compresi allora la seguente cosa: il muro è il più spaventoso strumento di violenza esistente. Non si è mai evoluto, perché è nato già perfetto. E ti accorgi di tutta la sua potenza soltanto quando vedi un muro in funzione. Perché non tutti i muri funzionano; quelli che incontriamo nella vita di tutti i giorni, ad esempio non sono veri muri. Sono interrotti, oppure hanno delle porte, insomma si possono in qualche modo aggirare, attraversare. È come se fossero degli ordigni disinnescati. Dei muri a salve. Quelli che stanno lì dentro no. Funzionano. E bene. Non c’è niente che ti uccide come un muro. Il muro fa il paio con delle ossessioni interne, cose umane, antiche come la paura. Nonostante le apparenze, il muro non è fatto per agire sul tuo corpo; se non lo tocchi, lui non ti tocca. È concepito per agire sulla coscienza. Perché il muro non è una cosa che fa male; è un’idea che fa male. Ti distrugge senza nemmeno sfiorarti.

Lì dentro ho visto anche gente piangere davanti ai muri, davanti alla caparbia ostilità della materia. Perché, se funzionano, i muri sono tutti muri del pianto. Stanno lì. Mille volte li guardi e mille volte li vedi fermi. Non hanno incertezze. Non hanno volto. Non hanno sentire. Non serve una mano malvagia che li muova. Fanno male da soli. Ed è inutile farci amicizia; se li tocchi, le tue dita non lasciano segno su quella materia. Il muro di recinzione è certo una cosa ostile all’umanità. E costruire un muro è fare una cosa contro. Perché ormai è chiaro che i muri non possono essere a favore. E purtroppo non esistono muri fatti contro qualcosa, perché i muri sono fatti sempre contro qualcuno, contro gli esseri viventi. Quando costruite un muro dovete saperlo che sarà certamente contro qualcuno, anche se non sapete contro chi. Bisognerebbe rifiutarsi di costruire muri di cinta. Anche se ci pagassero.

 (Dentro, Sandro Bonvissuto, Einaudi, Torino, 2012. Pgg. 35- 36)

Piove sui giusti e sulle guaine bitumate

Inserito il

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Quando piove, piove su queste guaine bitumate.

Una guaina bitumata è una cosa nera che spalmi su un tetto perché così quando piove eviti le infiltrazioni d’acqua.

Una specie di soluzione temporanea in attesa di rifare il tetto. Oppure di rifare tutta la casa, infissi, pavimenti, bagni, impianto elettrico.

Allora quando arriva il primo temporale, da dietro il vetro di una finestra un po’ fuori squadro, la badante est europea guarda questo tetto nero che, di primo temporale in primo temporale, stinge verso il grigio da chissà ormai quanti primi temporali, eppure in qualche modo ancora resta nero.

Finché è nero, significa che la guaina sta reggendo bene. La soluzione doveva essere provvisoria: qualche mese, un paio di stagioni al massimo, poi qui rimettiamo tutto a posto, capito papà? Per ora rimandiamo, se ne parla l’anno nuovo.

In molte case col tetto nero ci vivono le badanti dell’est europa, oppure dell’ex unione sovietica (che forse non si può considerare tutta est europa).

Sembra che ci abitino da sole, perché si sente la loro voce e basta.

Una che abita da sola, in teoria, non dovrebbe parlare. A meno che non parli al telefono, oppure con sé stessa.

Di parlare con sé stessi capita a tutti, anche alle badanti italiane, però, quando una badante viene dall’est europa o dall’ex unione sovietica, ti aspetti che tra sé e sé parli nella sua lingua.

Invece quando piove, sopra al rumore della pioggia, che è debole perché cade sopra queste guaine fatte apposta per fare scivolare le gocce, senti frasi come: se non fai il bravo, stasera niente banana, dette a voce molto alta. Quindi forse sta parlando al telefono con un italiano.

Se non fai il bravo, stasera niente banana è una frase strana da dire a un italiano o a un’italiana al telefono o anche di presenza: un italiano o un’italiana di fronte a stasera niente banana pensano all’astinenza sessuale, o a cose offensive, a doppi sensi spinti, e insomma, ci vuole confidenza per dire a un italiano o a un’italiana che stasera non gli dai la banana.

Comunque quando piove, gli occhi delle badanti est europee – affacciate a guardare la pioggia da dietro i vetri delle finestre fuori squadro – scivolano sopra questo tappeto nero di pioggia senza scroscio.

Pure i loro vicini di casa guardano la pioggia, perché in paese quando piove non c’è molto altro da fare, e nel frattempo continuano a chiedersi chi è che si deve comportare bene per avere la banana stasera.

Allora tendono un poco l’orecchio, ma niente, voci non ce ne sono più, è tornato il silenzio, ha pure smesso di piovere.

Quando non piove, rumori zero. Di nessun tipo.

Non è tanto normale, dovresti sentirne parecchi, perché le case sono appiccicate una sopra all’altra, dove finisce il muro tuo comincia il terrazzino bitumato del vicino, che poggia sopra il tetto di un altro vicino, che ha il soggiorno sotto la tua cucina. Ed è così su tutti i lati di questi poligoni irregolari che sono le case del paese: una specie di partita a tetris lasciata a metà, con le stradine strette (che poi un sacco di volte più che strade sono scalinate) che sembrano le fessure lasciate vuote dalla pioggia.

Perché pure nel tetris piove: piovono figure geometriche che si appiccicano subito per terra. Com’è che si appiccicano così bene? Forse si sono dimenticati di stenderci sopra la guaina bitumata?

La verità è che  siamo in montagna: la ragione delle strade tortuose è questa.

Quando finisce di piovere, i vicini di casa delle badanti est europee tornano ad affacciarsi sul balcone o, per quelli che ce l’hanno, sul terrazzino.

La guaina funziona, perché l’acqua è già scivolata tutta via, e ora è nero-lucida come quelle tutine spandex che si mette catwoman nei film di batman.

Ogni tanto ci sono le colombe che fanno il loro verso ovattato, ma sono poche, perché forse essendoci poche persone ci saranno anche poche tovaglie scotolate, poche briciole, al massimo qualche buccia di banana, sempre se l’interlocutore muto della badante est europea s’è comportato bene.

La gente, con le sue briciole e le sue tovaglie, s’è trasferita giù, all’ingresso del paese, lungo la circonvallazione. Da là è un attimo che pigli la macchina e sei già sulla superstrada verso la città. Sempre se non ti ci sei già trasferito, in città.

Il centro, quello in alto, quello della partita a tetris abbandonata, è quasi vuoto.

Si forma qualche pozzanghera. Le badanti est europee si siedono sullo scalino davanti alla porta e fumano. Tanto qua macchine non ne passano, e poi la stradina è in pendenza: l’acqua piovana scende verso la circonvallazione, dove le ruote la sollevano e se non stai attento te la spruzzano addosso.

Verso le otto meno un quarto, il forno in pietra sul corso fa il pane serale.

Sono ancora le quattro, ma se lo vuoi, lo devi prenotare.

Perché qua il pane è così: personalizzato.

Lo puoi avere come ti piace: ben cotto? Morbido? A pasta dura? Però glielo devi dire.

Poi, dopo due o tre ore ci torni e lo trovi dentro una busta con il tuo nome scritto sopra.

Il pane qua è una raccomandata che vai a ritirare alla posta.

Solo che lo vogliono tutti alla stessa ora, cioè qualche minuto prima di cena e qualche minuto prima di pranzo.

Quindi il vicino di casa della badante est europea va al forno, vede questa scena di distribuzione dei sacchetti-missiva che sembra un cinegiornale dell’istituto luce, e si fruga le tasche perché pensa che, mannaggia, forse s’è scordato a casa la tessera annonaria.

Al forno le badanti est europee non ce le trova mai.

La spesa, tutta la spesa, quella settimanale e anche quella piccolissima, la fa il figlio del badato.

Il figlio del badato ha paura che la badante poi, al posto delle cose buone, compra quelle del discount, per risparmiare e guadagnarci una bottiglia di vodka per sé.

Il figlio del badato pensa che probabilmente le banane negate a voce alta devono avere qualcosa a che fare con la vodka.

Allora è meglio se la badante est europea resta sul gradino a fumare. A prendere il pane ci va proprio il papà,  il badato, l’interlocutore muto.

Ci mette mezzora a fare trecento metri, ma con la scusa finalmente si fa una passeggiata.

Parte da casa vestito con la giacca, il cappello, e il bastone. E con sotto la giacca quel maglioncino in fresco di lana col colletto a polo e i tre bottoni, lo stesso maglioncino che c’ha Primo Levi nell’intervista di Rai 1 in cui lo seguono con le telecamere mentre torna ad Auschwitz in pullman, insieme a tanti altri ex deportati.

Il maglioncino ci vuole per forza, perché qua fa fresco anche d’estate. E poi ha appena piovuto.

La guaina, sì, ancora funziona bene, ma un po’ di umidità sale lo stesso, dagli infissi entra qualche spiffero, ci vorrebbe una registrata. Però non adesso, papà, l’anno venturo.

Perché tanto l’estate prossima qua rifacciamo tutto. Togliamo la guaina e rimettiamo le tegole. Anzi pavimentiamo il terrazzino con le mattonelle di Caltagirone. Mettiamo una citronella per le zanzare e due vasi di bouganville agli angoli del balcone. E nell’aiuola davanti alla porta ci seminiamo un piede di fico. Poi torniamo ad abitare qua pure noi, non fa niente che ci stiamo dieci minuti in più a pigliare la superstrada. Alla fine si sta molto meglio, il pane è sempre caldo e lo possiamo avere come piace a noi, ben cotto e a pasta dura.

La badante est europea, finito il temporale di agosto, si sposta un poco sul gradino per lasciare entrare in casa il figlio del badato.

È venuto a trovare il padre e gli sta facendo questo discorso sulla futura ristrutturazione.

La badante dell’est europa un poco prova tenerezza e un poco pensa che stasera li lascia senza banane tutti e due.

Ma più di tutto pensa che se veramente qua tolgono la guaina e rifanno il terrazzo, poi in paese tornano pure le macchine. E a lei sedersi fuori sul gradino davanti alla pozzanghera piace.

Uno bravo con la polvere

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Roberto Alajmo deve avere un malo carattere. Me ne sono accorto una volta che ero dentro al cinema Aurora e guardavo un documentario sulla gestualità dei siciliani. Sulle poltrone accanto alla mia c’era tutta questa gente che rideva e si compiaceva per come venivamo fuori da quel film, e vabbe’, pure io ridevo. Mi specchiavo dentro a uno schermo che come un parrino mi assolveva da tutti i miei difetti, e anzi mi diceva che non c’era manco bisogno di confessarmi, perché tanto erano difetti simpatici, stavano a significare calore, ospitalità, estroversione, e tutta una serie di minchiate che si presume sempre siano caratteristica precipua dei siciliani. O forse di tutti gli isolani. O forse, ancora più in generale, di chiunque viva in condizioni di palese arretratezza e che per tanto si suppone ancora in contatto con valori primitivi, legati a un mondo quasi estinto, sopravvissuto solo in località remote, come appunto la Sicilia. Intorno a me si stava producendo questo idillio simbiotico tra rappresentazione e rappresentati: mano a mano che aderivamo allo stereotipo, le poltrone si adattavano meglio alla forma del sedere, diventavano sempre più morbide, sempre più comode, fino a quando a un certo punto dentro alle poltrone c’eravamo sprofondati, ci avevano inghiottito, erano diventate una tomba, un divano di Baudelaire. Le battute del film, più dolci che sapide, erano tutto un picco glicemico: rilassavano, rammollivano, inducevano a una sonnolenza satolla, di tipo postprandiale. Io pensavo che quel documentario era brutto, ma brutto assai, e oltre a essere brutto ci stava facendo indigestione, a tutti, e, come a certi pranzi di matrimonio che non finiscono mai, mi è venuta voglia di alzarmi dal tavolo e muovere le gambe. Invece sullo schermo è comparso Roberto Alajmo e allora ho detto aspetta, dove stai andando? proprio ora che stanno servendo l’amaro e ti puoi levare questo sapore dalla bocca? rimettiti seduto. Perché pure lui era seduto. Lo intervistavano così, mentre stava un po’ in panciolle su una sdraio, con le ciabatte ai piedi, i pantaloncini corti e una maglietta che sembrava se la fosse messa addosso un attimo prima. Vederlo comparire è stato come bere la citrosidina Brioschi tutto d’un fiato e urlare arrivano i nostri con un rutto. Avendo letto L’arte di annacarsi e Palermo è una cipolla, sentivo che stava per consumarsi la mia vendetta: eh, caro regista, mi dispiace, ora sono fatti tuoi, Roberto Alajmo quando parla dei luoghi comuni sulla Sicilia lo sa di cosa parla, quindi non lo so se a te – che eri in vena di oleografie – ti è convenuto andarlo a sconcicare fino a casa sua mentre si stava riposando. Quelli sono due libri che con i luoghi comuni sulla Sicilia ci fanno i conti.

Fare i conti col posto dove abiti è difficile: ti viene sempre di ritoccare le cifre per andarci a guadagno (oppure per mandare tutto a bancarotta e poi andarci a guadagno). Invece i conti di Roberto Alajmo sono a somma zero: il piacere di leggerlo non sta tanto nel vedere che risultato trova, ma nell’osservarlo mentre fa le operazioni con la matita dietro l’orecchio e la visiera da ragioniere in testa. Un’attività che deve avere a che fare con la narrativa: il lettore di Palermo è una cipolla piglia certe sbandate, si sente malsicuro, inquieto, prima ride, poi si preoccupa, poi si sente preso in giro, poi si fa domande, si chiarisce certe cose e si confonde su altre, la mafia, l’antimafia, il traffico, il caffè (che si deve bere quando è così bollente che brucia le labbra perché altrimenti significa che te l’hanno fatto male e quel bar non è buono) i tic, le idiosincrasie, le riprese dal vero di una città che si mette sempre in posa e non la puoi sorprendere manco se gli fai le foto di nascosto.

E allora valla a sbrogliare la matassa dei luoghi comuni che si raccontano sui siciliani e a cui i siciliani per primi credono. Insomma, Roberto Alajmo non lo puoi infilare dentro a quel documentario senza che lui non te lo faccia saltare dall’interno.

Ispirare simpatia con un malo carattere non deve essere facile. E infatti io penso che Roberto Alajmo sia bravo a fare sembrare una babbìata certe cose che altri non si possono neanche sognare, e che insomma possieda la sprezzatura, quella del Cortegiano.

Se oltre al malo carattere non c’hai  anche  la sprezzatura, è meglio se tenerezza e nostalgia le lasci perdere: un libro come Il primo amore non si scorda mai, anche volendo devi proprio evitare di scriverlo, altrimenti corri il rischio di sembrare Carlo Conti che legge gli sms del pubblico a I migliori anni.

Il primo amore non si scorda mai, anche volendo è più o meno il memoriale intimo di un consumatore bambino. Ogni capitolo fa un po’ storia a sé, però sempre dentro a un telaio: diciamo che è un piolo di quella scala che uno sale senza neanche accorgersene quando passa dall’infanzia all’adolescenza.

Dalla lettura mattutina che faccio di Penultim’ora, il suo blog, sospetto che Roberto Alajmo si sia aiutato con un ripasso: ha un figlio che sta per diventare adolescente, quindi magari quella fase di passaggio ce l’ha sotto agli occhi, e forse per questo è riuscito a scorrerla così bene al microscopio, e a trovare quegli snodi, quegli incroci non segnalati, di cui è impossibile indovinare la destinazione nel momento in cui li si attraversa. Come per esempio un amico tuo che un giorno trova il coraggio di scavalcare un muretto che sembra la siepe dell’Infinito, e che fino al giorno prima nessuno mai si era sentito abbastanza ardito da oltrepassare:

La campagna oltre il muretto non è tanto che faccia paura. Un po’ sì, ma suscita soprattutto curiosità. Si dice che ci abiti una tribù di zingari, o che vadano a spartirsi il bottino dei malviventi, come li chiama il telegiornale. Quando ne parlate tra voi, c’è sempre qualcuno disposto ad aggiungere qualche dettaglio raccapricciante che l’ultima volta non c’era. Ma la verità è che di quella campagna nessuno ne sa niente. Di tanto in tanto vi ripromettete di scavalcare il muro, ma in cima è coperto da cocci di vetro che rappresentano un ottimo motivo per rinviare ogni volta. Però un giorno accade. […] Quello ricompare, scavalcando con semplicità e tornando da voi senza danni apparenti, solo pulendosi le mani sui pantaloni. Gianni Cirafici vi ha appena dato una lezione e non avete diritto a fare domande. Non subito, almeno. C’è un lungo momento durante il quale sperate che lui voglia dire qualcosa spontaneamente, risparmiandovi altre smanie. Ma niente. Nessuno sconto. Vi guarda uno per uno, e poi tutti assieme, senza aprire bocca. 

Oppure un viaggio in autobus dal centro alla periferia della città per cercare (senza trovarle) un paio di scarpe della misura giusta a un compagno di giochi gigantesco:

Il viaggio di ritorno verso via Carducci è caratterizzato da una silenziosa malinconia. Arrivati, vi salutate senza commenti. Ognuno di voi sente bruciare la delusione, ma non può ammettere di avere sprecato una giornata. E poi avete visto il famoso quartiere Zen, se non altro. Finirà che la madre di Polifemo le scarpe numero quarantanove le farà fare apposta da un calzolaio. Due paia, in crescita, ché alla vostra età non si sa mai.

Memorie come queste sono private fino a un certo punto. Così, a fare da intermezzo, Roberto Alajmo ci innesta sopra i repertori (dei giocattoli, dei giornalini e dei cartoni animati, delle robe da mangiare, del calcio e dei calciatori), cioè elenchi ragionati di tutti quei beni che concorsero a formare l’immaginario ludico-consumista della Carosello generation. Da liste di questo genere uno si aspetta sempre l’innesco per l’effetto bei tempi, e invece a scorrere queste ti accorgi che è il contrario: l’asciuttezza con cui sono compilate bilancia il tono epico-ironico degli episodi d’infanzia, e più che gli elenchi sentimentali di Fazio e Saviano vengono in mente gli inventari meticolosi di un ferramenta. Il fatto, poi, che siano suddivise per categoria merceologica sembra un tentativo di tirarne fuori l’oggettività storiografica, farne una sorta di prova testimoniale che chiami in correità il lettore e lo renda definitivamente complice. Infatti il libro è tutto in seconda persona, a volte singolare (tu) e più spesso plurale (voi ).

Roberto Alajmo la seconda persona la usa anche in altri libri. Io una volta ho tradotto un’intervista a Rick Moody (Col pianoforte ero un disastro) in cui il grande scrittore americano sosteneva che la seconda persona è un trucchetto da bottega. Sarà che a me le botteghe piacciono più degli atelier, però mi pare che il tu e il voi qua non siano un espediente, ma una specie di attrezzo gnoseologico: la birillatrice per estrarre il succo del collettivo dal biografismo del ricordo.

Sempre a proposito di botteghe, secondo me Roberto Alajmo le memorie non le tiene in soffitta, ma nel garage.

Quando ho letto 1982 memorie di un giovane vecchio, che è un po’ l’esperimento preparatorio di quest’ultimo libro, non m’è venuto di immaginarmelo come lo scrittore romantico, che in un malinconico giorno di pioggia autunnale sale in un sottotetto e soffia via la polvere da un baule pieno di cimeli, ma come uno di quei tizi che capita di vedere affaccendati dentro a un garage, dove tutto è in ordine sugli scaffali e i soppalchi, e c’è sempre una specie di bancone lungo su cui pulire, avvitare, oliare, esercitare l’arte della manutenzione. Quelli col malo carattere, se si occupano degli oggetti sopravvissuti al passato non è per crogiolarsi nella nostalgia, ma per tenerli in funzione, verificare che siano sempre pronti per l’uso. In garage non è come in soffitta: non si tratta di spolverare il desueto, ma di manutenere l’utilizzabile. La bravura con la polvere consiste più nell’evitare che si depositi che nel rimuoverla, e infatti il libro, pur parlando di anni lontani, è scritto tutto al presente indicativo: così magari il giorno del 2013 in cui guardi tuo figlio e ti sembra che in una sola notte sia diventato un’altra persona, puoi scendere in garage e tirare giù dal soppalco la giornata del 1968 che ti serve per capire questa, sicuro che niente si sia ossidato e tutti i meccanismi funzionino ancora alla perfezione.

Comunque la trasmissione di Fabio Fazio in qualche modo con questo libro c’entra qualcosa, perché quel programma lo scrisse Francesco Piccolo, e a tratti Il primo amore non si scorda mai, anche volendo sembra una specie di Momenti di trascurabile felicità , però virato seppia e centrato sull’infanzia. Per esempio in questo punto, il mio preferito, dove le croste alle ginocchia diventano una specie di correlativo oggettivo:

In una prima fase le studi, perché sai, ti hanno insegnato, che le croste non si toccano. Ma non dura. Rimani affascinato da quello spessore che allo stesso tempo ti appartiene e non ti appartiene. Sei tu e non sei tu. Prima o poi la crosta è destinata a cadere e perdersi, come i capelli quando vai dal barbiere o le unghie che ti tagli (quelle che ti mandi no, rimangono a mutare nel tuo stomaco e almeno in percentuale torneranno a essere parte di te) […] Se provi ti accorgi che riesci persino a infilarci sotto un’unghia o quel che rimane dopo la scorpacciata che ne hai fatto. Ma basta: l’unghietta si è insinuata. Lei sa cosa c’è sotto. E per suo tramite pure tu immagini la superficie di pelle nuova che si è formata sotto la crosta di sangue. Basta provare a muovere l’unghia per far muovere anche la crosta, che ormai è matura, pronta a staccarsi da sola. Ti viene voglia di dare una mano al corso della natura. Oltretutto quella crosta alle ginocchia è un fastidioso retaggio da bambini. I grandi mica ce le hanno. E allora fai una cosa che assolutamente la mamma proibisce: fai leva.

Francesco Piccolo non ha l’aria di uno col malo carattere, però la sua scrittura e quella di Roberto Alajmo si somigliano lo stesso. Nella prefazione che scrisse qualche anno fa per la ristampa di un suo vecchio libro (Scrivere è un tic) c’era una riga in cui definiva la sua:

Una lingua saggistico-narrativa che vado esplorando da anni, e che è la ragione per cui scrivo.

Ecco, secondo me anche Roberto Alajmo scrive con quella stessa lingua, e tutti e due scrivono libri meticci, dove c’è sempre l’autore in persona (o un suo alter ego) coinvolto a vario titolo nella narrazione, e ogni volta che ti sembra voglia mettere a fuoco se stesso come personaggio, in realtà ti accorgi che a essere in primo piano è il contesto. Oppure viceversa. Ecco perché non sai mai se stai leggendo un romanzo che sembra un saggio o un saggio che sembra un romanzo. La conferma è che la trama quasi mai è basata su una storia nel senso tradizionale del termine: per esempio, nel caso di Roberto Alajmo, spesso è una storia successa per davvero. Questo l’ho sentito dire a lui, una sera di settembre all’eremo di Avola antica. Lo disse di fretta perché quella sera giocava il Palermo contro l’Inter (e mi sa che lui tifava l’Inter – sempre perché ci vuole un gran malo carattere per tifare l’Inter a Palermo), la presentazione stava andando per le lunghe e lui voleva andarsi a vedere la partita. Disse che è quasi una cosa immorale inventarsi una storia, e lo è ancora di più in Sicilia, dove sono successe e succedono continuamente cose vere che meritano di essere raccontate più di quelle finte, e che la letteratura serve a riempire quel piccolo interstizio, quella fessura che sempre si forma tra l’accadimento e la sua esposizione per iscritto: ecco, se uno ci pensa bene, questo fatto di mettersi a intuppare i puttusi con la manicola e la quacina è una cosa molto umile da dire, specie per uno che ha un malo carattere. E invece lui oltre a dirlo lo fa. Però non con la manicola e la quacina, ma con la spatola e lo stucco, perché la sua è una lingua spalmata così bene che la fessura non si vede più, nemmeno ci si immagina che sia mai esistita. Oltretutto lo fa da un bel po’ di tempo, e infatti un’altra delle cose che è bravo a fare con sprezzatura è anticipare. Per esempio ha scritto Limonov un anno prima che uscisse Limonov.

Il libro si chiamava Tempo niente ed era la biografia del magistrato Luca Crescente, morto di troppa dedizione al lavoro. Come Limonov e prima di Limonov, oltre a essere la biografia di un personaggio reale, era anche un romanzo su uno scrittore che scriveva una biografia. Va bene, Eduard Veniaminovich Savenko detto Limonov è un vivente, mentre Luca Crescente purtroppo non lo è più, però è anche vero che Limonov è un fango e Luca Crescente invece era il classico bravo picciotto. Forse è per questo che quello di Alajmo un anno fa non è diventato il libro dell’anno e quello di Carrère sì: alla gente i fanghi gli piacciono più dei bravi picciotti. Com’è che invece gli scrittori col malo carattere gli piacciono meno?