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Biglietto (lungo) lasciato prima di non andare via*

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(Questo post è uscito su Wired)

Ho passato tutta la mia vita adulta a cercare un modo per non andarmene da Siracusa. Anzi sono abbastanza convinto che la decisione di non andarmene da Siracusa sia venuta a coincidere con il momento in cui ho cominciato a diventare adulto, o forse solo con il momento in cui ho cominciato a capire che diventare adulti aveva a che vedere con decisioni di questo tipo.

Da lì in poi, mi è sembrato che risolvere quello che ancora avevo da risolvere con me stesso, le varie incertezze, gli ultimi tratti di personalità ancora da definire, insomma la tarda adolescenza, potesse essere risolto a partire da questo cardine, la città dove sono nato e cresciuto e da cui per un periodo ero stato assente.

Quel periodo di assenza, durato poco meno di un decennio, un’esperienza (lunga) che troverei sano fosse imposta a chiunque, come un tempo lo era il servizio militare, l’ho anche benedetto, se non altro perché era servito a farmi scoprire che un cardine c’era, o ci poteva essere, e che incardinarsi, pur non essendo l’unica via per cominciare a guardare al futuro, era un buon punto di partenza da cui mettere in ordine il presente: prima vediamo dove abitare, poi tutto il resto, una cosa alla volta, finché tutto non va al suo posto.

So bene, perché l’ho visto fare ai miei amici, che anche procedere lungo l’altra direttrice (prima che lavoro fare, poi tutto il resto, una cosa alla volta, finché tutto non va al suo posto) avrebbe portato alla stabilità e alla maturazione: delle due, al bivio, ho scelto con naturalezza la strada che più mi si confaceva, non ho dovuto starci a pensare.

C’è una cosa però che forse a una parte d’Italia (sul continente direbbe mia nonna) sfugge: per quanto la mia decisione a quel bivio fosse stata presa con naturalezza, e per quanto con altrettanta naturalezza i miei amici ne imboccarono l’altro ramo, quel bivio c’era, era lì, esisteva, e andava affrontato.

Nascere, crescere, e quindi in qualche modo legarsi affettivamente, a una cittadina del profondo sud, comportava (e comporta ancora) il fatto di doversi trovare, a un certo punto della propria vita, a un bivio di fronte al quale operare una scelta, la scelta tra abitare dove si è nati, facendo qualunque lavoro si riesca a trovare, o andare ad abitare altrove, a fare il lavoro che ci si è preparati a fare.

Non credo sia per forza un male. Anzi forse è perfino una scorciatoia verso la maturità. Presto, magari già dal momento in cui deciderai che è meglio andare a fare l’università fuori, sarai obbligato a elaborare una specie di lutto: il lutto per la realizzazione professionale cui forse rinunci rimanendo, o quello per la perdita della tua città, cui rinunci andandotene.

Lutto è un parolone, un’iperbole di quelle che mi piacerebbe sapere evitare, e lo è ancora di più perché quella è un’età in cui i lutti sono eventi lontanissimi, considerati alla pari di eventi inesistenti, un’età in cui a tutto sembra esserci rimedio, per ogni cosa sembra esserci a disposizione un tempo infinito, una seconda opportunità, di ripensamento o di svolta dietro ogni l’angolo che giri. Potrei quindi forse chiamarlo un lutticino, l’equivalente della morte del pesce rosso, ma resta il fatto che ci sono cittadini di questa nazione a cui il pesce rosso non muore mai, o meglio non è detto che debba morire per forza, e altri cittadini a cui invece muore di sicuro e anche presto, e che quindi presto devono cominciare a fare i conti con l’acquario vuoto.

Lo dico con sincerità, e non solo con l’intento di scacciare via l’enfasi da queste righe: io ho affrontato questo bivio a cuore molto leggero. Ci ho pensato soltanto anni dopo a cosa avevo fatto e perché. Sul momento invece, ho solo fatto la cosa che mi faceva stare meglio: ero stufo di provare il desiderio di essere qua ogni volta che ero là e quello di essere là ogni volta che ero qua. Stufo dei treni stracolmi a Natale e dei biglietti aerei da prenotare con mesi di anticipo, dei traghetti alle cinque di mattina e delle colazioni con l’arancino del Caronte che no, non è affatto il più buono di tutta la Sicilia e sì, è unto da fare schifo.

Ho pensato che questo scisma perenne andasse risolto una volta per tutte: casa e lavoro dovevano coincidere, e siccome la casa era qua, nel senso che qua erano la mia famiglia e i miei amici, e soprattutto qua erano i luoghi di cui avevo vera conoscenza e vera intelligenza, e dunque vero affetto, (e i luoghi al momento è ancora impossibile trasportarli altrove), l’unica cosa sensata era trovare qua un lavoro. Sapevo che un lavoro significava qualunque lavoro, e la cosa non mi spaventava affatto. Anzi, anche dire che non mi spaventava è un’espressione debole, imprecisa, falsa addirittura, perché la paura non c’entrava niente, per avere paura bisogna valutare, e a me valutare non interessava, non sapevo neanche che fosse tramite una valutazione che si  fanno le scelte.

Non posso quindi vantare un periodo di drammi esistenziali risolti per mezzo di sacrifici e decisioni sofferte, e questo non so dire perché non sia accaduto: posso solo ricondurlo alla mia indole personale, al fatto che dentro di me ho vaste zone di superficialità e grandi praterie di facili entusiasmi, e dove anche solo intravedo una soluzione subito mi sembra già raggiunta, e smetto di vedere i problemi che le  pre-esistono, e li do per risolti, e anzi forse per nemmeno mai esistiti.

Perciò niente mi è pesato in questi anni, nessuno di quelli che oggi, a quasi quarantadue anni, posso definire (senza volerne fare spregio, non esistono lavori di cui fare spregio) lavoretti, nel senso di poco stabili, o stagionali, o tipici dei ragazzi, degli studenti, dei principianti, insomma poco consoni a un uomo della mia età. Li ho fatti per anni, li ho fatti tutti, e con un certo buon umore (i lavoretti spesso sono divertenti), ho sorriso di fronte a quelli in nero, a quelli mal pagati (tutti, indistintamente, qualificati o meno che fossero) e anche a quelli mai pagati (molti).

Questo era il posto dove avevo scelto di vivere, e, in questo posto, queste erano le usanze, questa era la vita: questa è l’acqua, diceva lo scrittore, nel senso che un pesce non lo sa cos’è l’acqua, ed è così che secondo me si vive quando si vive con naturalezza dentro qualcosa, perché la naturalezza, se è vera naturalezza, ti ingloba e non devi dartene spiegazione.

Non provavo depressione, sentimento cui spesso ci si riferisce citando quel titolo di Foster Wallace, e credo non fosse neanche rassegnazione, ma non ne sono sicuro, perché ho sempre fatto molta fatica a distinguere la rassegnazione dalla consapevolezza, e mi viene difficile anche adesso, quindi non lo so cos’è che provavo di preciso: di sicuro sapere che questa è l’acqua non mi ha mai fatto desiderare di vivere sulla terraferma.

Questa assenza di smania, questo avere smesso di desiderare altro, me lo dico adesso che sto per affrontare un secondo bivio  (adesso che so un po’ meglio chi ero e un po’ peggio chi sarò) penso mi sia servito a evitarla, la rassegnazione: forse è stato un antidoto che avevo in dotazione solo io, forse era solo con me che poteva funzionare, fatto sta che finché doveva funzionare ha funzionato, ed è stata tutt’uno con la naturalezza, con l’acqua,  oppure, se vogliamo ancora una volta accogliere la suggestione della cultura fatalista tipica del meridione, era proprio da là che veniva, dall’acqua.

Mi rendo conto di avere appena fatto la caricatura di un monaco zen o di un mistico, o forse meglio ancora di un atarassico, cosa che non è, che non è stata, che non poteva essere.

Non sono stati affatto anni sereni, più che a un anacoreta somigliavo all’anziano pastore raccontato da Ernesto De Martino ne La fine del mondo, quello che mentre gli davano un passaggio in macchina, man mano che il campanile di Marcellinara scompariva dal finestrino, gli veniva un attacco di panico e dovevano tornare subito indietro per rassicurarlo.

La serenità c’entra, però poco. Tutto è stato sempre in discussione, la scelta stessa, quella originaria, quella presa con disinvoltura di fronte a quel bivio, è tornata, mi sono rivisto più volte fermo a quell’incrocio, in sogno o in pieno giorno, in un giorno difficile, di quelli in cui ti penti,  o in uno felice, di quelli in cui le possibilità cui si è rinunciato, le potenze irrealizzate si affacciavano, balenando di nuovo come per dire che forse quello era il momento giusto, quello in cui finalmente sarebbero diventate atto.

Eppure ogni volta che questo pensiero è comparso, ogni volta che la tentazione di un meglio, di un di più, della terraferma, è venuto a visitarmi sott’acqua io mi sono confermato nella mia scelta, ho sentito con distinzione di essere nient’altro che un pesce, e che non solo quest’era l’acqua, ma anche che sulla terraferma, nel giro di niente, sarei finito di nuovo a panza all’aria, a dibattermi tra il me di e il me di qua, e quindi no, grazie, sono lusingato ma rimango dove sono.

Invece è arrivato questo agosto del 2015, e io che tutta la vita ho cercato modi per rimanere, lavoretti per rimanere, pezze di appoggio, aggrappi anche minuscoli per non allontanarmi dallo scoglio, da un momento all’altro potrei vedermi offerta una cattedra, un posto fisso, la conclusione felice di anni di attesa, il lieto fine, il tutto e subito: da zero a di ruolo in un secondo solo. A patto di andarmene da qua.

Mi infastidisce la parola deportazione, ho provato a scrivere di me stesso senza usare esagerazioni di questo tipo, e mi piacerebbe che si sforzassero di farlo un po’ tutti quelli che intendono riferire le proprie condizioni di vita, perché io di vite tragiche non ne ho mai viste, se non a teatro, e secondo me le vite, quando sono vere, più vogliono sembrare tragiche e più finisce che sembrano ridicole.

Però ho letto su un quotidiano nazionale di un marito e una moglie, tutti e due insegnanti e con due figli. Ho letto che dovranno spostarsi, probabilmente il marito in una regione e la moglie in un’altra, e pagarsi due case, e due affitti, e decidere con chi andranno a stare i figli, magari dividendoseli uno per ciascuno, e stabilire chi dei due si terrà la macchina e chi invece il motorino, chi il cassettone del soggiorno e chi invece la camera da letto, proprio come se stessero divorziando. Doloroso, molto. Forse non è materiale da tragedia, però è anche vero che nella sorte c’è tanta ironia, e questa ironia può essere potente, fare ridere come fare piangere.

Per questo ora mi sembra pura cattiveria ricordare la costituzione. La costituzione è un po’ cattiva di suo, solo che non ce ne accorgiamo: la usiamo sempre quando c’è da rivendicare un diritto, però difficilmente ce ne ricordiamo quando fa da ammonimento ai doveri. E invece ecco l’articolo 98, infame, a dire che I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della nazione. Dice così: della nazione. In pratica dice che l’insegnante di una scuola pubblica è come un bersagliere, va dove c’è bisogno di lui, è al servizio dell’Italia intera e non della regione o della provincia dove è residente, è soggetto alla stessa logica di un militare, s’è scelto un mestiere che prevede spostamenti, dislocazioni più che deportazioni, cioè spostamenti dettati da esigenze logistiche, a volte anche pressanti, come quelle che fecero sentire a Danilo Dolci l’urgenza di lasciare il nord Italia e venire a fare l’educatore a Partinico, spontaneamente, perché era là che c’era più bisogno di lui e delle sue pratiche.

Dovesse capitare a me, e potrebbe capitarmi presto, dovessi scegliere di accettare il ruolo (solo quegli italiani che hanno provato a fare l’insegnante possono comprendere appieno il significato di cui si carica la parola ruolo quando la scrivi o quando la pronunci), non credo riuscirei a viverla come una deportazione. Non credo che dover abbandonare il luogo che mi è più caro al mondo e che più ho cercato di tenermi stretto mi farà piangere. Non lo credo perché non so farlo: l’ironia della sorte a me di solito fa ridere e basta, ridere come si ride di un amico nei guai, ridere di empatia, ridere di tenerezza verso me stesso e verso tutti quelli che vivendo vicende simili, saranno miei compagni.

Così è.  Lotti una vita per restare in un posto, pensi di avere ormai trovato il tuo anfratto di scoglio, il luogo in cui restare tappato a ogni mareggiata, poi arriva un’onda così forte che nessun bollettino poteva prevederla, e ti scaglia lontano. Chissà dov’è che ti ha catapultato, non ti raccapezzi più: allora ti fai uscire le bollicine dalla bocca, tanto per renderti conto di qual è il sopra qual è il sotto, poi fai i primi giri di esplorazione, nuoti, nuoti e nuoti, e dopo un po’ capisci che niente: questa è l’acqua.

* Se non dovessi tornare,

sappiate che non sono mai 

partito.

Il mio viaggiare

è stato tutto un restare 

qua, dove non fui mai.

(Giorgio Caproni)

Sì, ballare

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Voglio provare a vedere se questa serie di paragoni regge.

1) Nei bordelli ci sono le buttane. Ci sono le buttane e basta: se vai in un bordello, 99 su 100, è per le buttane (l’1% cercava un laboratorio analisi e ha sbagliato indirizzo). I bordelli, in Italia, sono illegali, dunque già l’esistenza di un bordello è reato, e chi entra in un bordello sa che sta commettendo un illecito dentro un luogo concepito appositamente per gli illeciti.

Andare dalle buttane può a buon titolo rientrare nella macro categoria dell’intrattenimento, nel senso che per molti, pur non essendo legale, è divertente, e recarsi presso un bordello può essere ritenuto un bel modo di trascorrere una serata, seppure una serata illegale.

Al divertimento (illegale) associato al consumare sesso presso una buttana, alcuni individui amano accostarne un altro (anch’esso illegale) associato al consumare sostanze che in qualche modo sublimano l’esperienza di trovarsi in compagnia di una buttana: vasodilatatori come Cialis e Viagra (dunque farmaci legali se utilizzati per scopi terapeutici, impiegati invece a scopo ludico-ricreativo) o droghe ritenute pesanti, magari dall’effetto euforizzante, come la cocaina. In pratica, a una forma di divertimento illegale,  alcuni abbinano una seconda forma di divertimento illegale , rendendo di fatto il bordello un luogo illegale in cui ci si reca, senza eccezioni, per commettere uno o più illeciti.

2) Allo stadio ci sono le partite di pallone. In grandissima percentuale, le persone si recano allo stadio per assistere alla partita, una partita legale all’interno di una struttura legale (lo stadio).

Anche andare a vedere le partite di pallone rientra nella macro categoria dell’intrattenimento, nel senso che parecchia gente ritiene che osservare per 90 minuti 22 uomini in mutande mentre rincorrono una palla in mezzo all’erba sia un bel modo di trascorrere un pomeriggio.

Pur tuttavia, allo stadio (luogo legale, deputato allo svolgersi di attività sportive legali) si recano anche individui intenzionati a commettere illeciti (scassare a legnate altri individui, buttare motorini giù da una curva addosso ad altri individui, accoltellare altri individui, vandalizzare e/o divellere qualsiasi cosa possa essere vandalizzata e/o divelta, appiccare roghi e incendi, danneggiare auto in sosta o vetrine lungo il percorso, uccidere componenti delle forze dell’ordine, associarsi in comitati -proibiti dalla costituzione- volti a promuovere l’ideologia fascista).

Diversamente da un bordello, luogo in cui tutto il divertimento a disposizione è di natura illegale, lo stadio presenta un duplice ordine di divertimenti: uno di natura legale, e un altro di natura illegale. Ciò pone ai gestori un problema di non facile risoluzione: fare sì che all’interno dello stadio l’unico divertimento possibile sia quello legale, impedendo quello illegale. Al momento, alcuni paesi sembrano esserci riusciti (la pressoché totalità dei paesi civilizzati), altri sembrano avere fallito ogni tentativo (l’Italia e qualche dittatura sudamericana). Ragionando senza dati in mano, andando quindi a occhio, in virtù di questa convivenza al suo interno tra due tipi di divertimento differenti (legale e illegale) lo stadio sembrerebbe essere la prima- per numero di frequentatori- delle zone miste: pur non essendo sostenibile che TUTTA la gente vada allo stadio per ammazzarsi a legnate, rimane probabile che lo stadio sia il luogo in cui ALCUNE PERSONE si recano GIÀ ORGANIZZATE E IN GRUPPO per ammazzarsi a legnate. Più o meno significa che SENZA CALCIO, IN UNO STADIO non ci sono gruppi organizzati che si fronteggiano pubblicamente ricorrendo alla violenza: non si danno convegno all’Auchan di sabato pomeriggio, e nemmeno in chiesa per la messa della domenica mattina, si danno convegno unicamente allo stadio e IN OCCASIONE DI UNA PARTITA DI CALCIO (per tutte le altre manifestazioni sportive -o che si tengono in uno stadio, come i concerti rock-  il tasso di scontri violenti è molto più basso). Si può quindi dire che per un certo numero di individui, il divertimento (legale) associato all’assistere a una partita di pallone trovi una sua sublimazione in abbinamento a quello (illegale) associato al praticare violenza su altri individui o danneggiare l’ambiente circostante.

3) Nelle discoteche c’è la musica a 140 bpm. La musica a 140 bpm (come del resto tutta quanta la musica, perfino quella neomelodica) è legale. Di base, la gente ci va per quella, con un corollario di servizi aggiuntivi, anch’essi legali: somministrazione di bevande alcoliche (legali), performance di ballerini/e, performance di artisti visuali/concettuali (purtroppo anch’esse legali), spettacoli di arte varia.

Anche ballare sulla musica a 140 bpm rientra nella macro categoria dell’intrattenimento, nel senso che per alcuni componenti del genere umano farsi fare i buchi nella testa da un martello pneumatico sonoro è considerato un modo piacevole di spendere la nottata.

Come lo stadio, anche la discoteca è una zona mista, e un certo numero di persone vi si reca per godere di un intrattenimento di tipo legale (musica, alcol, performance varie), associato a un altro di tipo illegale (consumo di droghe sintetiche). Come accade per lo stadio, pur non essendo sostenibile che TUTTA LA GENTE vada in discoteca per calarsi l’inferno, rimane probabile che la discoteca sia il luogo elettivo per darsi convegno allo scopo di calarsi l’inferno: i consumatori di mdma non si danno convegno all’Auchan di sabato pomeriggio, e nemmeno in chiesa per la messa della domenica mattina. Si può quindi dire che per alcuni individui, il divertimento associato alla musica a 140bpm (legale) trovi la sua sublimazione in abbinamento con quello associato al consumo di droghe sintetiche (illegale), similmente a quanto accade allo stadio per il binomio pallone (legale)/mazzate (illegali)  e diversamente da quanto accade dentro al bordello per il binomio buttane (illegali)/cocaina (illegale).

Non sono un frequentatore di bordelli, ma se mi immagino in quella situazione mi pongo subito in uno stato d’animo che con le dovute cautele potrei definire “trasgressivo”. Uso le virgolette perché non so bene quanto sia trasgressivo andare dalle buttane, magari tirando di naso, però il fatto che queste due piacevolezze si pongano già di per sé al di fuori delle attività consentite dalla legge, semplifica molto la mia ottica (non si può andare in un bordello e io lo sto facendo, derogando da una norma e ponendomi quindi come punibile, consapevole che da questo mio comportamento illecito possono scaturire conseguenze poco gradevoli, e liberamente scegliendo di rischiarle) e semplifica molto anche l’ottica attraverso cui devono guardare a questo mio comportamento i miei governanti/tutori dell’ordine pubblico/amministratori locali (se questi vengono a conoscenza dell’esistenza di un bordello, procederanno a chiuderlo e stop). Insomma, la situazione è chiara: il cittadino italiano si è volutamente privato  (i governi che egli ha votato hanno deciso che tale privazione era tollerabile e favorevole al benessere dei più) della libertà di divertirsi andando dalle buttane.

Non frequento neanche gli stadi e le discoteche, ma sembra abbastanza evidente che il vero rompicapo riguardi questo tipo di zone miste: è là che si capisce quanto siamo organizzati, quanto cioè, come società che si è data un certo tipo di indirizzo (democratico), siamo in grado di essere liberali, libertari e forse anche libertini.

Essendo stadi e discoteche zone di divertimento misto (legale e illegale), bisogna trovare il modo di garantire il divertimento a chi vuole usufruire di queste due strutture e di questi due tipi di divertimento legale senza commettere illeciti. Chiudere gli stadi o le discoteche non sembra una misura sensata: equivale ad arrendersi, ad ammettere che libertà e legalità non sono compatibili e che lo stato deve decidere al posto tuo cosa ti piace fare e come ti piace divertirti. Chiudere uno stadio o una discoteca sembra anche abbastanza assurdo: li stai trattando esattamente come un bordello, con la differenza che ciò che si fa dentro uno stadio (guardare il calcio e tifare per una squadra) e dentro una discoteca (ballare e bere) non sono attività illegali.

La misura di quanto un paese sia amministrato in maniera efficiente e di quanto la sua popolazione sia matura per la democrazia potrebbe avere a che vedere con il modo in cui questo rompicapo viene volta a volta risolto: volta a volta perché vista la natura doppia di alcuni luoghi e dei loro fruitori,  anche chi come me non li frequenta si rende conto che non c’è una soluzione definitiva (tipo “tolleranza zero contro lo sballo”), e che i rimedi andranno tarati a seconda dei tempi, adattandoli al costume e allo stile di vita (oltre che alle tecnologie disponibili), e alle situazioni sempre nuove -e per fortuna imprevedibili- che il desiderio di divertirsi, unito al gusto personale di ogni essere umano, finirà per creare.

Non mi può pace

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Forse come ha scritto e riscritto Luca Sofri, passati ormai i giorni che sono passati, sbrogliare la matassa sull’intercettazione al presidente della regione siciliana, pure se ci riuscisse, non servirebbe a molto.

Oltretutto, l’intercettazione se non c’è, male, perché significa che qualcuno ha finto che ci fosse per provare a fare cadere un governo. E se invece c’è, peggio, perché lo scenario più verosimile sarebbe quello ricostruito da Fanpage.it, dove si parla di facce che non si vedevano a Palermo quantomeno dai tempi di Andreotti, quindi uno scenario quantomeno complottardo, assurdo ma allo stesso verosimile: il peggio che possa accadere a una regione che sugli stereotipi della corda pazza, del gioco del rovescio, dell’eccezionalità mostruosa, ci sguazza da sempre.

Mettiamo comunque che l’intercettazione ci sia: il presidente di una regione autonoma a statuto speciale dovrà prima o poi dimettersi (o comunque a vedersela pietre pietre) per una cosa che non ha detto lui, ma il suo medico.

E attenzione, non stiamo parlando di un capomandamento che pianifica un omicidio insieme al suo referente politico: stiamo parlando di uno dei vari interlocutori telefonici di un uomo di potere che a un certo spara una frase cretina e astiosa su un assessore che gli rende la vita difficile.

Certo, non è bello che il governatore di una regione si circondi di simili sautafossa. Ma se in Sicilia farsi attorniare dai sautafossa è da considerarsi motivo di dimissioni, allora prepariamoci a non avere mai più un governatore in carica per più di cinque minuti.

Pochi giorni prima di questa intercettazione era scoppiato lo scandalo Tutino. E la campagna mediatica anti Crocetta su cosa si era basata? Sull’inopportunità di un simile legame personale tra governatore e il primario di un ospedale? Sul conflitto di interessi che questo legame genera? No. Sullo sbiancamento anale.

Buttafuoco, subito coadiuavato da LiveSicilia che lo rilancia in tempo reale, scrive sul Fatto quotidiano un articolo da cui un po’ a fatica (tra arzigogoli, citazioni dal Faust di Goethe, verbi come guatare) si apprende che lo sbiancamento anale faceva parte delle prestazioni sanitarie per cui Villa Sofia chiedeva e otteneva rimborso dall’assessorato alla sanità regionale.

Ma l’articolo era ambiguo, e ancora più ambiguo era il rilancio di Live Sicilia: si istituiva un parallelo tra la vanità (notoria) di Rosario Crocetta e l’intervento chirurgico in questione, lasciando vagamente intendere che il governatore si fosse effettivamente avvalso di questo trattamento e lo avesse anche fatto a spese del contribuente siciliano: da lì in poi, è stato tutto un clickbait SULLO SBIANCAMENTO ANALE DEL GOVERNATORE.

Sintetizzando: è finita che bisogna difendere un presidente che fa porcherie su porcherie perché chi lo attacca lo fa in modo ancora più porcherioso di lui.

Più che altro, bordello.

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Siccome non si capisce niente, ho provato a pensare che è tutto vero, tutto, dall’inizio alla fine, quello che dice Crocetta e quello che dice chi lo accusa, e il problema è che potrebbero funzionare tutt’e due le versioni.

Allora mi sono convinto che la cosa grave è più che altro questa: il bordello. Bordello nel senso di una questione di stile, cioè di come si dicono le cose che si dicono e del come si fanno le cose che si fanno.

Stile per dire che dove bisogna asciugare non ci puoi andare coi secchi pieni di acqua a fare più bagnato di quello che c’è già.

Allora non mi interessa più tanto capire se ha senso che un governatore si dimetta per non essere uscito fuori dalla cornetta e avere preso a sberle uno che insultava la figlia di un magistrato martire della mafia. E nemmeno capire se l’intercettazione esiste o non esiste. La cosa importante per me è chiedermi: che tipo di figura è Crocetta? Con che tipo di atteggiamento ha affrontato l’incarico di governatore?

Ecco, finalmente una domanda facile: polemiche, piazzate, sceneggiate, isterismi, istrionismi, nomine clamorose seguite da clamorose destituzioni e clamorose sostituzioni.

Se anche ha attaccato centri di potere (e ne sono abbastanza convinto, visto che ha ruotato i dirigenti degli uffici regionali, una cosa impensabile prima del suo avvento, e ha messo le mani sulla formazione e sulla sanità, i due principali centri di spesa e di malaffare, e ha licenziato buona parte della miriade degli addetti stampa che aveva la Regione Siciliana, tra cui anche il giornalista dell’Espresso che ha portato alla luce l’intercettazione) lo ha fatto assumendo pose ieratiche e voce tremante da guitto, esibendo di continuo un narcisismo sfacciato e rivendicando a ogni uscita sempre tutta la scena per sé, dicendo io, io, io, io e percuotendosi il petto, e poi puntando in alto, sempre più in alto, superando ogni iperbole con una nuova sparata, un nuovo attacco d’ira, o di commozione o di lacrime trattenute a stento in diretta tv, fino a qualche giorno fa, quando ha addirittura confessato di aver accarezzato l’ipotesi di togliersi la vita per il disonore subito.

Qualsiasi cosa abbia fatto o non fatto in questi anni di governo, l’ha fatta così, con questo stile, uno stile che ha aumentato il grado di entropia, di confusione, di bordello, un bordello tenuto costantemente al suo livello massimo.

E questo forse è davvero il danno più grave che si può fare qua, perché questo danno è miele, piace a tutti, alletta i media nazionali, stuzzica l’appetito dei commentatori, mette in modo l’immaginazione dei dietrologi e dei complottisti, moltiplica le minchiate e sotterra ogni tentativo di discorso serio e fondato. E soprattutto inibisce ogni critica che tenti di essere argomentata e nel merito, e come unica risposta al bordello promuove altro bordello, ancora più forte.

Il più feroce critico di Crocetta infatti chi è? Pietrangelo Buttafuoco: un altro che quando scrive non si capisce un cazzo e quando parla più che altro comizia, conciona, declama, si muove come in preda a chissà quale possessione eudemonica. Uno che scrive un libro che si intitola Buttanissima Sicilia, tu lo compri e pensi che dev’essere per forza un’invettiva contro tutta quest’opera dei pupi. E invece è una reductio ad pupum di chiunque, così finisce che se tutti sono pupi, nessuno è pupo e dentro al libro ci trovi l’elogio di Totò Cuffaro (quello della coppola e i cannoli), Mirello Crisafulli (quello che vinco tutte le elezioni perché sono fortunato), Nino Strano (quello della mortadella alla caduta del governo Prodi).  Ti piacciono le metafore? E allora senti qua, Buttafuoco: le buttane stanno nei bordelli, e questo bordello dove opera la buttanissima Sicilia lo alimenti anche tu, in continuazione, con i tuoi periodi di otto-dodici righe, i tuoi mille incisi, i tuoi aggettivi desueti e le tue poetiche divagazioni sull’Islam, l’ebraismo, le notti di luna, e i saraceni femminari.

Questo è il posto dove abito: un’isola dove il tasso di retorica è immane sia nel governatore che nel suo acerrimo nemico. Dove vado? Da che lato li devo  parare i colpi? Succede un fatto e nemmeno lo riesci a vedere perché è subito sommerso dalle immagini, dall’emotività, dai simboli,  tutto sempre sovraccaricato fino a quando non diventa solo e soltanto bordello.

Io non sono in grado di capirci nulla su tutta questa vicenda, l’unica cosa che mi ricordo è che l’antidoto c’è, l’aveva scoperto un greco nel 386 a.c., dopo essere stato in quel bordello che era già la Sicilia di allora, a Siracusa, e come fare a uscirne l’aveva spiegato a un altro siciliano del tempo, non di Gela e nemmeno di Leonforte, ma di Lentini:

SOCRATE

Vorresti, dunque, o Gorgia, continuare a discutere come facciamo ora, facendo una domanda e dandovi risposta, e rimettere a un’altra occasione questi lunghi discorsi, del genere di quelli che anche Polo aveva cominciato a fare? Non mancare in ciò che hai promesso, e acconsenti a dare brevi risposte a ciò che ti viene domandato.

GORGIA

Vi sono, o Socrate, risposte che obbligano a fare lunghi discorsi; tuttavia, almeno tenterò di risponderti nel modo più breve possibile. Anche questa, infatti, è una delle cose che io sostengo, che nessuno, cioè, sa dire le medesime cose con meno parole di quelle che userei io!

SOCRATE

Ce n’è davvero bisogno, Gorgia! Dammi dunque un saggio di questo, vale a dire della tua capacità di esprimerti in poche parole; e del tuo parlar prolisso me ne darai prova un’altra volta!

Precondizioni di gettonopoli

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'This student is a double threat. He has poor behavior and perfect attendance.'

In Sicilia (ma forse non in tutta, non lo posso sapere, diciamo in Sicilia orientale, o meglio ancora nel sud est siciliano, o per essere un poco più precisi nella mia città, che è Siracusa) la disoccupazione è quasi indistinguibile dall’occupazione.

Perché qua più che la disoccupazione c’è la finta occupazione.

Un finto occupato è uno che non ha un lavoro ma si comporta come se ce l’avesse.

Si alza, si fa la barba, si veste (bene), esce, saluta un sacco di gente, che la città è piccola e ci si conosce quasi tutti, e se ne va a non lavorare, che so, nello studio di commercialista del papà. Oppure nella concessionaria di auto dello zio. Oppure in un ufficio che non serve a niente, ma che il comune o la regione ha allestito apposta perché lui possa fare il finto occupato. Oppure si mette una divisa verde e va in un bosco a mangiarsi un panino o a dare fuoco a qualche albero (così, tanto per farsi rinnovare il contratto stagionale l’anno dopo). Oppure va a fare lavori socialmente utili, come per esempio andare a protestare sotto l’assessorato regionale per gli stipendi arretrati.

Poi, dopo un poco – verso le dieci, dieci e mezza di mattina – lo zio (o il papà, o il comune, o la regione)  gli dicono di andarsene al bar, che tanto qua non c’è niente da fare. E lui, il finto occupato, si va a prendere un caffè (lungo).

Il ventisette (però non di tutti i mesi: un ventisette del mese ogni tanto) si presenta in ufficio, o in banca, e trova una bella mensilità (oppure più mensilità tutte insieme, perché gli hanno corrisposto gli arretrati), che significa: tieni, sei stato un buon figlio (o un buon nipote, o un buon elettore) anche per questo mese. Lui prende i soldi e va a comprarsi qualche altro (bel) vestito, che per andare al non lavoro i vestiti gli servono (belli), e un po’ di spicci li lascia da parte per il caffè (lungo).

Questa, la finta occupazione, è l’unica disoccupazione che vedi in Sicilia.

Quella vera, i disoccupati che non fingono di essere occupati, ci sono, certo che ci sono, ma non li vedi perché vivono tutti insieme dentro certi quartieri da dove (fisicamente proprio) non riescono a uscire. Oppure non li vedi perché da quei quartieri sono usciti tanto tempo fa, ormai saranno decenni, e se ne sono andati a Innsbruck, oppure a Stoccarda, oppure ad Arese.

Ogni tanto può pure capitare che li vedi, soprattutto d’estate, al mare, ma è questione di qualche giorno che poi se ne rivanno.

Perché questi qua se ne vanno e invece i finti occupati restano?

Perché ai disoccupati serve ogni mese uno stipendio per mangiare, mentre i finti occupati col negozio di vestiti (buoni) e col bar che gli fa il caffè (lungo) hanno il conto aperto: poi passa papà (o il comune, o la regione).

In pratica in Sicilia ci vive chi ha la possibilità di non andarsene. E chi ha la possibilità di non andarsene è uno che dipende – o personalmente o tramite la sua famiglia o tramite i suoi conoscenti – dal settore pubblico, in varie – a volte furbe o fantasiose – forme: una di queste può essere per esempio fare il consigliere comunale finto occupatissimo, al ritmo di 3 riunioni al giorno.

I gettoni sono la moneta che circola in tutta gettonopoli: sarebbe stato un po’ strano che giusto dentro le 1201 commissioni consiliari non fosse circolata.

Carezze in un pugno

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Ieri ho letto un bel post sul blog di Giulio D’Antona. Comincia parlando di quando Hemingway prese a pugni in faccia Max Eastman che gli aveva stroncato Morte nel pomeriggio su «New Republic». Da là, si passa a dire che in Italia la critica quasi non esiste più.

Non sono un gran lettore di riviste letterarie, però le poche volte che prendo in mano «Studio», o «Nuovi Argomenti» o «Nuova Prosa» ci trovo analisi  dettagliate, pure un po’ troppo se non sei un addetto ai lavori.

Non è così però, e mi sa che qua ha ragione D’Antona, su quotidiani, settimanali e blog vari, dove la recensione di un libro coincide più che altro con la sua promozione.

Il fenomeno si attenua quando un italiano recensisce uno straniero, ma alla fine le abitudini prevalgono lo stesso.

Baricco ha da poco parlato su Repubblica di Sottomissione, e devo dire che sembrava animato da un sincero sentimento di invidia. Però prima di stroncare il libro presentandocelo come un frullato di scemenze, ha riempito due paragrafi dicendo quanto Houellebecq sia uno scrittore sopraffino. Uno scrittore sopraffino non può scrivere un libro-pasticcio, le due tesi esposte nell’articolo sono in contrasto tra loro: se vuoi dare un pugno non puoi pensare di darlo senza fare male.

Con le recensioni di libri italiani è peggio, perché succede che spesso sono scritte da recensori che conoscono il recensito, e quando scrivi di qualcuno che conosci è inevitabile adoperare garbo e cautela, due atteggiamenti nemici della schiettezza e amici di Vincenzo Mollica.

Facebook (sempre sia lodato) mi apre una finestra su ambienti che, per limiti miei intellettuali oltre che per distanza geografica, non potrei mai frequentare: i legami si palesano in un paio di clic, ed è  facile accorgersi che gli scrittori e gli intellettuali capaci in questo momento di fare presa sul web italiano sono più una comitiva che una comunità.

Spesso lavorano o hanno lavorato insieme, si frequentano o si sono frequentati, e a volte si scambiano anche i ruoli: il recensito è stato l‘editor del recensore, l’autore di quel racconto lavorava nella redazione della rivista su cui poi è uscito il racconto di quell’altro, in altre parole si conoscono e si leggono tra loro.

Se però da una parte è normale, e perfino sano che gli intellettuali abbiano contatti tra loro, dall’altra c’è la sensazione che quella italiana sia una comunità un po’ asfittica: essendo più o meno un circolo, finisce per mancare il punto di vista esterno.

Nell’Italia del 2015, quando qualcuno riesce a osservare un testo o un autore da una certa distanza, si tratta quasi sempre di una distanza generazionale. È come se solo il divario anagrafico consentisse l’estraneità al gruppo. Più che un’autentica obiettività, un conflitto tra padri e figli. E stranamente, sono quasi i padri a ribellarsi ai figli, sempre abbastanza cerimoniosi, almeno finché i padri sono viventi.

Forse Max Eastman veniva preso a pugni da Hemingway anche perché negli Stati Uniti del 1937 c’erano più centri di produzione culturale, distanti nello spazio e nello stile, scuole di pensiero diverse, che si affrontavano a viso aperto, e quando si è liberi dalle pastoie della conoscenza personale e da quelle delle conoscenze in comune, le sberle ci mettono meno a partire.

Anni fa, io e un mio amico avevamo preso l’abitudine di scambiarci i nostri velleitari (almeno i miei) tentativi di scrittura: ci conoscevamo fin dai tempi della scuola, ma non ci eravamo mai frequentati, e solo parecchi anni dopo, per una serie di coincidenze, abbiamo scoperto di stare provando entrambi a fare la stessa cosa. Quasi subito ci siamo trovati a chiederci che senso avesse questo nostro scambio, e come mai a ognuno di noi due interessasse tanto il parere dell’altro. Il mio motivo era l’opposto del suo.

Io trovavo conforto nel fatto che a leggere i miei pastrocchi fosse una persona che in qualche modo mi conosceva, sapeva chi fossi, come mi comportassi, e che in un certo senso potesse intuire con facilità da cosa nascesse ciò scrivevo, da dove arrivavano quelle parole. Mi pareva una garanzia contro i rischi di fraintendimento, una specie di paracadute: io e te abitiamo nello stesso posto, ci siamo visti e rivisti in giro per anni, abbiamo amicizie in comune, ognuno di noi due sa, anche per vie traverse, qualcosa dell’altro, dunque tu che mi leggi sai che quello che c’è scritto viene dalla mia testa, e in un certo senso tu la mia testa la conosci. Questo, non so perché, mi allentava i freni inibitori e trovavo il coraggio necessario per lasciar leggere qualcosa a qualcuno.

Lui la pensava all’opposto e mi diceva: io invece riesco a farti leggere le mie cose proprio perché non hai un’idea precisa di me, mi conosci poco e per sentito dire, che è un po’ quello che succede quando acchiappiamo un libro a caso dallo scaffale di una libreria e ce lo portiamo a casa per leggerlo, abbiamo un’idea, vaga e mediata, dell’autore e ci riserviamo di saperne più di lui leggendo cosa ha scritto. Insomma lui trovava confortante che a leggerlo fosse chi non lo conosceva, in modo da non subire pregiudizi, positivi o negativi.

Sia io che lui comunque sapevamo anche una terza cosa, che era così alla base del nostro esserci scelti da non dovere nemmeno essere discussa: in città era abbastanza difficile trovare persone con la nostra stessa passione per il leggere e lo scrivere.

Oggi, che ho finalmente trovato il modo di fare esperimenti di scrittura pubblici, non sono ancora in grado di stabilire chi di noi due avesse ragione. Nella nostra divergenza di vedute tra dilettanti, c’era un po’ la radice della questione che ha posto Giulio D’Antona nel suo blog. Ma forse, più che altro, in Italia gli interessi confliggono sempre perché sono sempre pochi quelli che hanno un qualche interesse per qualcosa.

La rabbia, l’orgoglio e il common sense

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1. Quasi tutto quello che è stato interessante leggere sull’attentato di Parigi l’ho letto tramite la mia Home di Facebook.

2. Mi sono sentito molto soddisfatto della mia Home di Facebook: chi tra i miei amici ha postato status sull’argomento ha dimostrato intelligenza, o quantomeno la misura giusta di sagacia, di modo che se anche non tutto era profondo,  risultava comunque piacevole da leggere.

3. Chi invece ha postato dei link mi ha aiutato a farmi un’idea della complessità, non tanto della vicenda, quanto delle sue implicazioni.

4. Avere contatti Facebook intelligenti ha reso un po’ meno scemo anche me.

5. Mi dicono che in questo senso Twitter sia meglio ancora, ma a questo punto penso di non essere all’altezza.

6. Tra le cose “istituzionali” che ho letto, forse perché è stata una delle prime, quella che mi ha colpito di più è l’articolo uscito a caldo sul Financial Times on line. La tesi era che:

[…] some common sense would be useful at publications such as Charlie Hebdo, and Denmark’s Jyllands-Posten, which purport to strike a blow for freedom when they provoke Muslims.

In italiano:

[…] sarebbe utile un po’ di buon senso nelle pubblicazioni che pretendono di sostenere la libertà quando invece provocano i musulmani. [la traduzione l’ho presa dal sito di tgcom24]

7. Ho subito provato fastidio per questa posizione (che è stata un po’ annacquata dai vari aggiornamenti e ampliamenti apportati in seguito all’articolo: all’inizio c’erano espressioni come stupidità editoriale e il Charlie Hebdo veniva definito non certo un campione della libertà di espressione).

8. Poi però l’ho associata a certe cose che ha scritto in proposito Luca Sofri su Wittgenstein, e ad altre che aveva già scritto a proposito delle vignette danesi e che ha poi riproposto in questi giorni, e credo di aver compreso un po’ meglio cosa intendessero dire quelli del Financial Times.

9. Come dice Luca Sofri, una volta avvenuto l’attentato, quelle vignette diventano un simbolo e vanno difese comunque, anche se non ci piacevano particolarmente: solo e soltanto chi le disegna può decidere se è o non è il caso di pubblicarle, e se decide per il no, non può essere per paura che qualcuno ti venga a sparare.

10. Il punto del Financial Times però non è il “dopo l’attentato” ma il “prima dell’attentato”. Cioè a dire: quelle vignette così provocatorie meritavano di essere pubblicate anche a rischio di provocare la prevedibile reazione violenta di qualche fanatico o terrorista?

11. Ecco, per me il Financial Times voleva porre questa domanda. E rispondere: no, non lo meritavano, non valevano la pena.

12. Nel senso che quelle vignette non spostano in avanti la conoscenza di un fenomeno (il fondamentalismo, la religione , il nostro rapporto con la religione, il rapporto tra religione e laicismo ecc.) né sono artisticamente così rilevanti da spalancare una nuova comprensione dei fatti o delle idee. Perché allora tanto accanimento nel rivendicare il diritto a pubblicarle?

13. Per una questione di principio. Per dimostrare coi fatti che nessuno può mettere un bavaglio a un giornale: il direttore del Charlie Hebdo, pur avendo subito minacce e essendosi visto assegnare una scorta, preferiva pubblicare qualsiasi cosa fosse venuta in testa di disegnare o scrivere ai suoi collaboratori, senza alcun timore di rappresaglie violente, anzi addirittura dichiarando di preferire morire in piedi che vivere strisciando.

14. Bene, secondo l’articolo di Financial Times si tratta di una posizione fanatica, nel senso di priva di common sense, cioè di buon senso.

15. Faccio un paragone eccessivo tanto per spiegarmi (si parva licet) ma di fronte a un’organizzazione che era assai decisa a censurarne le idee (la santa inquisizione), Galileo Galilei decise di ritrattare. Si limitò a dire: vabbè’, eppur si muove, però facciamo come volete voi, basta che mi lasciate in pace. E non è che avesse disegnato una vignetta: aveva scoperto una cosa fondamentale, e scritto un saggio che avrebbe cambiato il corso della scienza e del progresso umano. Fu vigliaccheria?

16. Se ho capito bene il ragionamento, per Financial Times no, non fu vigliaccheria, fu common sense. Cosa ci avrebbe guadagnato in più l’umanità se lui fosse morto? Un esempio di eroismo? All’umanità Galilei non serviva come esempio di eroismo: all’umanità Galilei serviva per sapere che non è il sole a girare attorno alla Terra.

17. Galilei ebbe il common sense di giocare d’astuzia, ed evitare le conseguenze aberranti che gli si presentavano davanti nel caso in cui avesse insistito con ostinazione a rivendicare il suo diritto di scienziato a lasciare la fede religiosa fuori dalla ricerca sperimentale e scientifica.

18. Bene, io dopo, con un poco di calma, mi sono convinto che effettivamente forse il Charlie Hebdo poteva essere più prudente. Senza che nessuno glielo imponesse, ovviamente: per scelta sua.

19. Però a questo punto, visto come si vanno mettendo le cose qui in Europa, ho fatto il passo successivo e mi sono chiesto: i giornali come il Charlie Hebdo potrebbero essere più prudenti oppure dovrebbero essere più prudenti?

20. Perché la vera domanda che pone il terrorismo, o meglio il dilemma che da sempre pone qualunque forma di terrorismo, è: in un contesto in cui ci sono una serie di pazzi pronti a saltarti al collo, certi atteggiamenti andrebbero evitati (o quantomeno ridimensionati) per la sicurezza della collettività?

21. Per stare al caso: liberissimo di mettere a repentaglio la tua vita pur di disegnare una vignetta che ridicolizza Maometto. Ma sei libero di mettere a repentaglio anche quella dei condomini che abitano al piano di sotto di dove il tuo giornale ha la redazione? Di una o due o tre persone che salgono le scale in quel momento? Della guardia giurata che sta in portineria?

22. E ancora: ti va davvero di far sentire insicura un’intera città, se non addirittura una nazione o un continente, per difendere il tuo diritto di pubblicare un disegno o un articolo di questo tipo, cioè un articolo o un disegno che in nulla ci rende più sapienti o più intelligenti o più informati, e il cui unico valore consiste nel rivendicare il diritto (sacrosanto in condizioni normali, per carità) di provocare chiunque ti vada di provocare?

23. Io ho il diritto di indossare una sciarpa coi colori rosa nero. Nessuno me lo può negare. Posso decidere di indossarla comunque, a tutti i costi, anche quella domenica che c’è il derby col Catania, dentro a uno stadio pieno di imbecilli che se vedono una sciarpa rosa nero sono disposti a picchiare e perfino ad accoltellare. E decidere di non toglierla neanche se mi accorgo che sono in compagnia di altre persone che non vogliono ostentare nessuna sciarpa, ma solo guardare la partita e basta.  E anzi ostinarmi a indossarla proprio per rivendicare il mio diritto di indossare sciarpe rosa nero senza che nessuno mi picchi o mi accoltelli. Posso, è un mio diritto, così come è un mio diritto difendere questo mio diritto. Ma è un atteggiamento sensato? C’è common sense o fanatismo in quello che faccio? Il contesto in cui mi trovo a decidere se fare o non fare qualcosa determina o no la quota di libertà a cui mi conviene rinunciare? Oppure la libertà va utilizzata sempre e comunque tutta quanta?

24. Non è che secondo me ci sia una risposta definitiva e assoluta, però forse cominciare a domandarsi che linea tenere riguardo questo tipo di cose potrebbe purtroppo essere necessario, e allora il Financial Times ha detto qualcosa su cui riflettere  meglio.

25. La seconda cosa a colpirmi molto è stato il ragionamento di alcuni miei contatti Facebook piuttosto svegli, che subito si sono detti non più disposti a transigere su un principio:  chi vive in un paese occidentale come la Francia deve necessariamente sposarne i valori di libertà di espressione e di tolleranza delle idee e delle diversità, altrimenti la convivenza è impossibile.

26. È un principio che sposo pure io. Però c’è questo fatto: che quasi subito si è saputo che gli attentatori sono francesi. Cioè, seppure di origini extracontinentali, sono persone nate, cresciute, vissute e istruite in occidente.

27. Quindi forse qualcosa non quadra. Se l’occidente avesse reso effettivi questi valori di libertà di espressione, di tolleranza delle idee e della diversità su cui si fonda la sua cultura, probabilmente questi due non sarebbero mai stati sfiorati dall’idea di compiere un attentato contro un giornale satirico.

28. Allora forse l’occidente questi suoi valori non li sa trasmettere. Nel senso che forse non li spiega e non li insegna proprio a tutti quanti. O forse è più che altro che questi valori di tolleranza su cui fonda la sua cultura poi nella vita di tutti i giorni l’occidente non li pratica tantissimo. Oppure non li pratica allo stesso modo con tutti.

29. O forse non è nemmeno questo. Forse è che in qualche modo ci sono alcune persone che sentono che questi valori di tolleranza con loro si applicano fino a un certo punto, se ne sentono sempre un poco fuori, oppure ammessi con riserva, e quindi pensano che i valori di tolleranza su cui l’occidente fonda la sua cultura per loro rimangono un po’ lettera morta.

30. E magari quelli che fanno proseliti per il fondamentalismo islamico e che reclutano i fanatici in giro per il mondo se ne approfittano e fanno in modo che chi si sente un po’ escluso dalla cultura del paese in cui abita, si senta invece un po’ più accolto dalla cultura del paese da cui venivano i suoi genitori, o i suoi nonni o i suoi antenati.

31. E là cominciano i problemi. Nel senso che a quel punto basta approfittare del gioco delle opposizioni e subito si mettono in moto i meccanismi del noi contro di loro.

32. Io tendo a pensare che non è tanto dove si nasce e dove si cresce: l’occidente (come l’oriente?) produce sia la tolleranza che l’intolleranza, e non è detto che sotto una dittatura nascano e crescano per forza individui antidemocratici, così come non è detto che in un paese democratico nascano e crescano solo individui tolleranti e rispettosi delle posizioni altrui.

33. Secondo me si nasce e si cresce un po’ a minchia di cane dappertutto, così, a seconda di quello che ti va capitando nella vita. Perciò mi sembra un po’ insensato assegnare la responsabilità di un assassinio o del terrorismo a una cultura oppure un’altra: quelle sono cose che fanno le persone, non le culture o i valori.

NB: I punti dal 27 in poi sono tendenzialmente filoislamici perché non si sa mai.

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