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Archivi categoria: minchiatone

Grillo è la sola igiene della scatoletta di tonno

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A me l’idea che dentro il parlamento ci sia una forza che ha per scopo l’azzeramento dei partiti piace. È per questo che mi devo auto-sorvegliare: in pratica sono come uno di quegli italiani un po’ trasognati che una novantina di anni fa erano sicuri che i fascisti avrebbero fatto il lavoro sporco e poi si sarebbero tolti dal mezzo da soli. Con questo non sto paragonando i grillini ai fascisti, ma solo me stesso al tipo di italiano che pensa di poter trarre vantaggio dalla demolizione e di potersi poi liberare dei demolitori. Quindi insomma, il punto è che in generale quando spunta qualcuno che ha tutta l’intenzione di farla finire seriamente a pasta con la salsa, più che stigmatizzare, prendere le distanze, indignarsi, forse è meglio attrezzarsi da subito per il dopo. Perché questi tizi qua c’hanno sempre una fase due, anche quando non sanno di averla. Se uno è previdente, deve capire che il primo tempo è andato, perso, pace, 1 a 0 per quelli col martello in mano, e ora palla al centro, bisogna attrezzarsi perché il secondo tempo, quello veramente pericoloso, quello dove i danni si fanno definitivi  e permanenti, inverta la tendenza.

Non è che io sia in grado di dire in cosa devono consistere queste contromisure, però a orecchio sembra che parecchia gente stia recuperando, proprio grazie a questo annichilimento delle istituzioni proposto dai grillini, una cosa che si era quasi del tutto smarrita. In tanti cioè si sono accorti che una ritualità è necessaria, e che la storia della casta va un po’ ridimensionata. Sta cominciando a passare il concetto che negli stati di diritto la forma è sostanza, e che quelle che vengono denunciate come liturgie sfarzose e inutili, o derise come messe in scena da teatrino della politica, reggono un sistema che garantisce tutti, e che potrebbe impallarsi facilmente, se lo si svilisse e lo si irridesse dal di dentro. I grillini siciliani, per dire, dovendo andare a Niscemi per incontrare degli alti funzionari americani si sono accorti che l’auto blu ha un senso e una funzione, e che un conto è l’uso e uno l’abuso, e insomma perfino loro cominciano a fare dei distinguo.

Ecco, forse si può ricominciare da qua, dall’educazione civica, da questo senso vagamente sacrale delle istituzioni che in molti, per reazione a quanto sta avvenendo, stanno riscoprendo di possedere, o quantomeno di comprendere come necessario.

Questo per me resta un altro dei meriti che i cinque stelle hanno avuto e stanno avendo (di solito involontariamente), e se cominceremo a ritenere sconveniente che un Vito Crimi dia del morto di sonno al Presidente della Repubblica, provando dentro di noi una specie di sdegno per quel tipo di cafonaggine (pensando cioè: ohu, ma quello mica è tuo nonno, pezzo di porco e maleducato, è il Capo dello Stato, porta rispetto) be’, quella è una vittoria per tutti, e sarà pure un paradosso, però direi che la si potrà conseguire solo perché i cinque stelle stanno  perseguendo il loro scopo con coerenza: una cosa che in Italia nessuno era riuscito a fare per più di cinque minuti dopo l’ingresso in parlamento (vedi la fu Lega di Bossi).

Il delirio di Casaleggio e le stramberie di certi bevitori di urine preoccupano fino a un certo punto, perché tanto i tipi bislacchi in parlamento sono di casa da sempre (le interrogazioni sulle scie chimiche precedono di molto l’arrivo dei grillini). E perché oltre agli scimuniti mi pare che tra i cinque stelle ci siano anche persone normali, capaci di discorsi sensati, tipo quello che ha preso la parola alla camera per commentare le dimissioni di Terzi. E ancora di meno preoccupano i millenaristi che paventano dittature cibernetiche basandosi sulle affermazioni di Grillo: quello un comico è. Se gli togli l’audio, il gesto, il tono, la postura, l’accento, l’intentio dicendi e gli virgoletti la frase, certo che ottieni il discorso del furher, che ci vuole. Ma è un trucco. Nessuna frase di Grillo ha senso riportata su carta o pronunciata da uno che non sia Grillo. Grillo non esce mai dal format spettacolo comico di contro-informazione, (magari più che una strategia è proprio che non sa fare altro, ma non è importante) e chi prende sul serio fino in fondo quel modo di parlare o è in malafede o non è mai stato a un comizio di Grillo.

Il famoso “Arrendetevi, siete circondati” che impazza in tutti i servizi con tanto di sottofondo wagneriano era una parodia, una farsa, e farla passare per dichiarazione d’intenti da colpo di stato è pretestuoso (e lo è ancora di più nella variante pseudo razionalista usata da quelli che vogliono fare gli scafati: lo dice scherzando proprio perché è vero, che in pratica è un po’ il paradosso di Epimenide, una frase che distrugge qualunque contenuto e rende vera qualunque menzogna).

Insomma, magari per una volta bisognerebbe essere furbi e portarsi avanti col lavoro: qua, come ogni tot anni capita in Italia, c’è in giro uno che sta facendo macerie, e va bene, come al solito non siamo stati in grado di disarmarlo prima e un poco di danno lo ha già fatto. Adesso però ricominciamo subito a ricostruire le cose basilari, quelle importanti. Quali sono, è stato lui stesso a indicarlo, abbattendole per prime.

Altro che onorevole o cittadino

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A Radio Tre hanno quest’usanza che non riscontro da nessuna altra parte. Per me è così caratterizzante che quando muovo il sintonizzatore per cercare la frequenza so di avere finalmente trovato radio tre proprio da questo. Chiamano gli ospiti per nome e cognome.

A Fahrenheit è un’abitudine su cui si insiste ancora di più che negli altri programmi, però anche a radio tre mondo, a radio tre scienza, a tutta la città ne parla, a piazza Verdi, a radio tre suite non c’è conduttore che contravvenga a questa etichetta. Mi piace un sacco. Immagino che debba essere nato come un espediente tecnico: in tv quando qualcuno prende la parola parte subito il suo nome e cognome in sovrimpressione, e spesso c’è anche scritto chi è, che carica ricopre, per cosa va celebre. Alla radio l’unica possibilità è che il conduttore si rivolga all’ospite chiamandolo per nome e cognome, così chi si è appena sintonizzato ne apprende l’identità e chi è già in ascolto non se la dimentica.

Oltre a essere una cosa utile (metti che il libro che stanno presentando è bello, o che le idee di quella persona ti abbiano colpito: puoi aspettare che il conduttore ripeta il nome e te lo puoi appuntare su un pizzino) è anche un tocco di classe. Va bene, sì, forse c’è anche un po’ di affettazione in questa pratica, però in fondo, anche se fosse, è uno di quei vezzi così sobri che se non ci stai attento neanche te ne accorgi.

Certe volte sembra proprio che usino il vocativo delle declinazioni latine, una preghiera a tutti gli effetti, e nel caso degli autori o degli ospiti che io adoro fino a venerare, ci sta che è una meraviglia, e anzi io premetterei anche un bell’O tipo così: ci racconti un po’ la genesi dei questo suo ultimo libro, O Antonio Pascale.

Certe altre invece il tono è più da interrogazione scolastica, ma a scuola di solito i professori ti chiamano solo per cognome, e a radio tre invece prima del cognome dicono sempre anche il nome, quindi la tensione è mitigata, quasi sparisce, resta quest’effetto ossimorico di una vicinanza lontana tra conduttore e ospite, che subito si riverbera tra te che ascolti e loro che parlano.

La vicinanza lontana è una cosa che teorizzo da sempre, perché io ancora non l’ho capito se la gente mi piace o non mi piace, nel senso che stare in mezzo alle persone mi diverte e mi rassicura, ed effettivamente mi fa anche avvertire quel calore umano della presenza fisica che tanto ci è dolce e necessario. Però anche mi turba. E allora penso che sì, va bene, stiamo vicini, è bello, mi piace, ma non mi toccare per nessun motivo al mondo perché se lo fai tiro fuori il mio machete e ti sgozzo sul posto. E allora solo il nome sarebbe troppo e solo il cognome sarebbe troppo poco: nome e cognome è perfetto.

Che poi io mi immagino sempre che quelli di radio tre e i loro invitati si conoscano benissimo da un sacco di tempo: è facile che tra intellettuali e cervelloni si frequentino già da una vita, sempre gli stessi. Ci sta che la sera guardino la partita insieme sul divano: forse mangiano addirittura le patatine dallo stesso sacchetto, e magari qualcuno mette i piedi sopra al tavolino e l’altro gli dice ohu, maiale, almeno levati le scarpe prima, e a quell’altro gli scappa un rutto e la moglie gli dà uno scapaccione. Poi però, com’è giusto, in trasmissione, in presenza di me che li ascolto, si danno il lei e parlano come non si fossero mai visti, con quest’aggiunta del nome prima del cognome che è il marchio di radio tre.

Mi spiazza un po’ che sia sempre e solo il conduttore a rivolgersi così all’ospite. Mai nessun ospite ha completato una risposta con un Marino Sinibaldi, un Loredana Lipperini o un Maya Giudici a fine frase. E allora penso: ma non sarà una cosa un po’ da maleducati? Quello ricorda a tutti chi sei e tu invece fai finta che non esiste? Chi ti credi di essere? Invece mi sa proprio di no, e anzi dev’essere specie di gentlemen’s agreement: il padrone di casa di radio tre è sempre un tipo discreto, meno si mostra e meglio si sente, ci tiene proprio ad annullarsi per fare emergere il suo ospite, si capisce anche dal tipo di intervista che fa: non prova mai a fare bella figura con una domanda più appariscente della risposta, come fanno alle presentazioni dei libri in libreria, ma accenna qualcosa giusto per dargli l’abbrivio. E allora questo meccanismo per cui l’ospite risalta col nome e cognome e il conduttore invece non ha quasi identità è funzionale a tutto uno stile, lo stile di radio tre, che magari è un po’ snob o retrò come stile, però è uno stile, è diverso da tutti gli altri, si riconosce, risalta, e non per appariscenza o pacchianeria, ma per sobrietà e understatement.

Chissà che effetto fa agli scrittori o agli scienziati o agli invitati di quei programmi. Chi altro, nella vita, li chiama per nome e cognome?

In generale, per tutti, quanto sono poche le occasioni in cui ci è dato ascoltare il nostro nome seguito dal cognome? Alla visita militare, forse. Per chi ha fatto sport a livello agonistico, prima di qualche gara. All’appello che si faceva a scuola. E anche in queste ricorrenze, di solito l’ordine era sempre inverso: prima il cognome e poi il nome. Alle medie mi ricordo che l’appello era solo per cognome e che per conseguenza pure tra compagni di classe ci chiamavamo solo per cognome: Bandiera, Vivirito, Attardo, Rizza, Scibilia, Giudice. Soltanto quando c’erano due con lo stesso cognome sul registro si aggiungeva il nome di battesimo. In classe mia c’erano due Calvo, e allora se capitava di nominarne uno bisognava specificare quale dei due: Calvo Luigi o Calvo Marianna? Il nome veniva ridotto a una specie di segno distintivo, un espediente sul genere di quelli che attuano i genitori per far distinguere i loro figli gemelli alle maestre dell’asilo: che so, mettere un fiocchetto tra i capelli di una delle due bimbe, o posizionarla sempre sul passeggino di destra. Infatti gli unici due nomi delle medie che ricordo sono Marianna e Luigi. Gli altri li ho dimenticati oppure non li ho mai saputi.

E comunque resta il fatto che di solito se qualcuno si rivolge a noi con entrambi i componenti è in quell’ordine del tutto innaturale del cognome prima del nome. Quest’inversione non dà solo un senso di eccessiva formalità, quasi militaresca, ma trasmette anche l’idea di avere a che fare con un interlocutore un po’ ottuso: sentirsi chiamare per cognome e nome ammanta tutto di un burocratismo fine a se stesso, anzi di quel tipo di burocrazia temibile e temuta, specie quando si hanno solo le scuole basse e si rimane sempre un po’ impacciati di fronte all’ufficialità.

Infatti annunciarsi col cognome prima del nome spesso qualifica chi lo fa come poco istruito, mentre chi si presenta con l’ordine giusto appare subito disinvolto. C’è addirittura chi si firma col cognome prima del nome, e questo la dice lunga su di lui o di lei, o almeno la dice lunga a chi invece si firma prima col nome e poi col cognome. Però resta il fatto che anche se accordiamo il crisma della correttezza alla successione nome-cognome, e non viceversa, è proprio difficile che qualcuno si rivolga a noi così, per esteso e in quest’ordine.

Non voglio rifarmi alla teoria di Warhol secondo cui un quarto d’ora di celebrità prima o poi tocca a tutti, perché non è in quel senso che me lo auguro, però sarebbe bello se ciascuno di noi  potesse essere almeno una volta ospite di una qualunque trasmissione di radio tre. Così, giusto per sentire che suono abbiamo.

Del giardinaggio e di altre arti performative

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Si odono sovente lamentele circa il disinteresse che il cittadino insulare nutrirebbe verso tutto ciò che è esterno alle proprie mura domestiche. Il luogo comune lo vuole familista, privo di senso civico, e infine incapace di rispettose cure verso le proprie strade, piazze, monumenti, panchine, fioriere, cestini per i rifiuti, cassonetti, fiancate d’autobus e treni, e in generale ogni altro edificio, opera e oggetto di pubblica funzione o utilità. Eppure, qualora volesse procedere a riscontrare il vasto campione di evidenze contrarie, al forestiero basterebbe passeggiare lungo il centro storico per rendersi conto di quanto falso, e montato ad arte per chissà quali denigratori intenti, sia questo pregiudizio. Muri, pareti, facciate, angoli e cantucci sono un vero florilegio di ornamenti. Non certo provvisti dall’amministrazione pubblica, purtroppo assai manchevole sotto questo riguardo, ma piuttosto dall’estro e dal comunitarismo del cittadino siculo stesso, che in prima persona, armato di gessetti, bombolette e spiccato senso del sublime, ha spesso dovuto provvedere da sé agli addobbi.

Certo, gli si potrebbe obiettare che le coppole di minchia siano oramai un soggetto inflazionato, talmente ricorrente da potersi definire come unico, e che dunque questo genere di ornamento risulti stucchevole proprio a causa di tale ridondanza.

Ma se le coppole di minchia costituiscono la forma di arredo urbano più diffusa è solo perché sono anche la più spontanea.

Già dalla prima infanzia, il cittadino siciliano – come ben testimonia la dovizia di reperti che ogni maestra d’asilo è in grado di produrre – se invitato a disegnare qualcosa con una matita su un foglio di carta, subito vi traccia una gran coppola di minchia, spesso di dimensioni pari a quelle dell’intero foglio in dotazione (sebbene non manchino i miniaturisti, capaci sin dai primi vagiti di riempire un intero A4 di rudimentali mosaici, le cui tessere sono graziose e infantili coppole di minchia di diversa angolatura, inclinazione e orientamento, destinate nell’intenzione a comporsi in un armonico puzzle, o nei casi di minore abilità, in un più semplice collage). Non appena raggiunta l’età scolare, egli diviene in grado di completare il rozzo graffito apponendovi un suca, spesso di caratura proporzionale all’effige, a mo’ di illuminante didascalia. Approdato poi al pieno della propria maturità artistica, gli si metta in mano un qualunque attrezzo capace di imprimere segni ed ecco che in ogni dove tratteggerà le flessuose linee curve di una gran coppola di minchia.

Ciascuno ne varierà la forgia assecondando la propria personalità o seguendo piuttosto i dettami della scuola di riferimento: vi sarà così chi amerà completare l’affresco con dei guizzanti fiotti di non precisati liquidi, richiamandosi al realismo, e chi, più asciuttamente, eviterà perfino di sagomarne i testicoli, producendo coppole di minchia che rischieranno perfino di apparire monche, pur di omaggiare il proprio credo minimalista, e chi, svelando in ciò tutti gli influssi del manierismo, non si limiterà ai testicoli, ma proseguirà fin nella minuzia dei peli, di frequente rappresentati mediante una irsuta e leonina criniera, i più certosini spingendosi financo all’ombreggiatura del bulbo e della radice. Alcuni – impressionisti-  ometteranno di rappresentare il frenulo, altri invece – iperrealisti – calcheranno molto su questo particolare, prolungandolo e gonfiandolo ben oltre le comuni dimensioni. Vi saranno poi raffinati copisti di spirito rinascimentale, in grado di eseguire chiaroscuri sul glande, e altri, solo apparentemente meno sofisticati, che ameranno rendere questa parte anatomica con nient’altro che una sfera collocata in cima a un cilindro, richiamandosi forse all’avanguardia geometrica di certo Kandinsky.

Tutti, invariabilmente, disegneranno comunque il medesimo soggetto: tale è la pienezza e l’assortimento riscontrabile nelle città isolane che il barocco stesso impallidisce, e per copia e per raffinatezza.

Grazie a stilizzate coppole di minchia, ruderi ormai fatiscenti ritrovano splendore, panchine in legno ormai putrescenti, istoriate da ispirati scalpellini, assurgono al rango di bene culturale tutelato per legge, per tacere poi dei vivaci e colorati schizzi prodotti da ogni liceale che sia sinceramente amante del bello su marmi, graniti e stucchi dei propri storici istituti di formazione. La perizia è spesso inversamente proporzionale alla povertà degli strumenti di cui il cittadino attivamente si serve: la chiave di uno scooter, la pinzetta con cui la propria amata è solita provocarsi la follicolite, e talvolta perfino umili tirabuscion concepiti per stappare scadenti riserve di vino vengono riconvertiti a un uso più spirituale, piegandosi al fine nobile della decorazione urbana.

Indagare perché mai il siciliano ami circondarsi di coppole di minchia esula dagli intenti descrittivi di questo post, ma è indubbio che egli adori riempirsene gli occhi, ed è forse in ciò da ricercare la ragione dei santini elettorali.

Spesso queste immaginette riproducono, stavolta in forma dagherrotipica, nient’altro che coppole di minchia di appena più ricercate fattezze: gli uomini di marketing e gli spin doctors della politica ben conoscono la propensione e l’istintiva simpatia che i siciliani nutrono per tali raffigurazioni, e su questa fanno di certo leva anche le segreterie di partito quando, lombrosianamente, scelgono i propri candidati in base al parametro della somiglianza: quanto più il volto ricorda l’effige amata dal popolo isolano, tanto più sicura risulterà l’elezione.

Fin qui ci siamo mossi nel documentato ambito della storia dell’arte o delle notazioni di costume. Ciò che forse è meno noto è lo sperimentalismo che oggi anima gli spontanei urbanisti dell’isola, inoltratisi ben oltre la frontiera delle ormai banali installazioni.

Nel nome della coppola di minchia, sorge infatti una nuova corrente, commistione di naturalità e artificio, affidata per intero alle cure di un architetto asiatico, qui accolto con più calore che altrove, dalla geniale capacità di innovare permanendo nel solco tracciato dalla tradizione: il Rhynchophorus ferrugineus. Come ogni scultore di formazione classica, questi si adopera nello scolpire i caratteristici palmizi procedendo per sottrazione, a potar via l’inutile orpello dei rami e delle verdi foglie, per così conferire più deciso slancio al dritto fusto. A ciò si limita l’essenziale ma quanto mai efficace opera dell’architetto, noto col nome di bottega di punteruolo rosso.

Ma questa a nulla varrebbe se a completarla non si adoperasse la cittadinanza tutta. Alacremente, gli incaricati si innalzano fin sulla sommità della pianta per cingerla di una rete verde di notevole spessore, ricreando così l’onnipresente foggia della coppola di minchia. E sebbene la rete incappucci, essa produce, in chi ammiri l’installazione da terra abbracciandola nel suo complesso, l’indubitabile effetto dello scoppolamento di minchia.

Falli di ragguardevole pregio e mastodontica dimensione assumono così il virile aspetto di membro eretto e denudato, richiamandosi all’ancestrale rito della circoncisione, oggi soppiantato negli ospedali dalla meno amputativa, ma anche meno esoterica, pratica della fimosi. Di ciò si abbelliscono illustri viali, antiche passeggiate e nobili cortili. La chiesa, da sempre massimo mecenate dell’arte popolare in questa terra, non ha timore di apparire sfrontata, ed il cortile dell’Arcivescovado, in piazza del Duomo a Siracusa, sfoggia allora ben due gran coppollazze di minchia scoppolate, dando nuovo lustro all’edificio, e dunque all’istituzione.

Jeff Koons si è dichiarato ammirato. Philippe D’Averio ha dedicato una intera puntata di Passepartout alla irriverente performance concertata da clero e fedeli. Vittorio Sgarbi ha gridato al capolavoro e alla funzione civica dell’arte. E il popolo siracusano intero mostra di gradire quanto mai questo vivere immersi nella bellezza. Ad ogni sguardo rivolto verso gli alti palmizi, in piazza duomo così come altrove, si respira il risorgere di quel maestoso culto priapico mai del tutto sopitosi in questa parte di mondo, ora finalmente restituito ai fasti di un tempo.

Paideia alla matalotta

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A me i bambini non piacciono. Non mi piacciono i bambini neonati, non mi piacciono i bambini in età scolare e non mi piacciono i bambini che hanno più di quarant’anni.

Oltre a non piacermi i bambini, non mi piacciono neanche quelli a cui piacciono i bambini.

Che vuol dire che ami i bambini? Li ami in quanto bambini? E che merito c’è a essere bambini? Basta nascondersi per nove mesi dentro una pancia e poi uscire fuori strillando per conquistarsi l’amore incondizionato del consorzio umano? Troppo facile. Ci vorrebbero quantomeno il numero chiuso e i test di preselezione, come all’università, perché altrimenti poi si laureano tutti, e con la disoccupazione che c’è in giro, al posto di nascere sarebbe meglio imparare un mestiere.

Amare i bambini è come amare i cani. Chi ama i cani li ama in quanto cani, non gli interessa come si comportano. Una volta un pastore maremmano ha cercato di divorarmi vivo solo perché ero passato davanti al suo cancello con la bicicletta, e io questo sentimento di amore generalizzato per i cani non l’ho provato per niente. Anzi, se mentre cercavo di non morire sbranato fosse passato uno di quelli che amano i cani, gli avrei detto: oh meno male che sei arrivato, parlaci tu con questo maremmano idrofobo, che fra innamorati vi capite.

“I bambini” è una categoria, come i giovani o gli anziani, i gay, gli ebrei e i gatti. Le categorie sono impossibili da amare, al limite si possono amare certi esemplari di quella categoria.

Io non amo la categoria gatti, però ho un gatto, e non mi va di appartenere all’insieme di quelli che amano i gatti, perché amo il mio, e se li amassi tutti, mi sentirei come uno di quegli emiri sauditi poligami, che c’hanno decine di mogli pronte ad assaltarli appena mettono piede dentro la tenda (che poi è il motivo per cui gli emiri poligami sauditi hanno tutti le barbe lunghe e somigliano tanto ai gattari di Largo Argentina).

Dire “amo i bambini” ti espone al dovere di amarli tutti sempre e comunque, e chi se la prende questa responsabilità? Metti che poi te ne capita uno odioso, di quelli che piangono fino a quando non gli dai la poppata o gli cambi il pannolino, che fai? Non ti puoi più tirare indietro, sei rovinato. Per esempio, quando incontro qualcuno che dice di amare le donne io ho sempre la tentazione di metterlo alla prova e chiuderlo a chiave dentro una stanza d’albergo con Mariangela Fantozzi ubriaca di viagra. Poi dopo un paio d’ore riaprire la porta e chiedergli: le ami ancora, le donne? Quando ci si imbatte in uno che ama i bambini bisognerebbe legarlo a una sedia e fargli vedere tre volte di seguito Rosemary’s baby, poi slegarlo e godersi la scena di uno che viene arrestato mentre cerca di dare fuoco alla sede dell’Unicef.

Chi ama per categorie secondo me è gente pericolosa. Quando qualcuno ama una categoria, finisce sempre per imbarcarsi in qualche crociata per la difesa di quella categoria. Hitler, per esempio, amava il popolo tedesco in quanto popolo tedesco. È per questo che è partito con l’idea di fare politica ed è finito per aprire una catena di prodotti da forno.

Comunque non ho problemi ad ammettere che certi bambini sono adorabili, ma mica tutti: una minoranza. Per la verità una minoranza esigua. Diciamo che trovo adorabili solo quei bambini che trovano adorabile me.

Che un bambino ti adori perché sei suo padre, suo zio, suo nonno o quello che lo porta a fare i bisognini fuori col guinzaglio è abbastanza normale.

A me sorprende molto di più quando un bambino sconosciuto, in mezzo a una folla di altri adulti, senza che tu capisca perché, ti assegna una quota di fiducia che non ti ha mai assegnato nessuno,  e ti sceglie così, senza neanche conoscerti, per istinto. Quando succede, si prova un sentimento di orgoglio molto intenso, tanto più intenso quanto più immotivato: non hai fatto niente di cui andare orgoglioso, sei stato scelto giusto perché sei tu e non sei un altro, quindi è uno dei pochissimi frangenti della vita in cui ci si sente parte degli eletti per nascita, lignaggio e sangue blu, e finalmente si è contenti di vivere in un paese in cui la meritocrazia non esiste.

Capita che una sera parcheggi la macchina a Piazza San Giuseppe verso le otto, cioè più o meno alla stessa ora in cui tutti quelli che abitano in zona Piazza San Giuseppe parcheggiano la macchina, e chiudi la portiera mentre tutti gli altri chiudono la portiera, e poi tutti insieme vi avviate fuori dal parcheggio canticchiando contenti di avere trovato posto.

Capita che un bambino sbuca fuori all’improvviso e ti si para davanti, e tu pensi oddio, ora mi morde, oppure mi piscia sulla ruota della macchina, e gli fai sciò sciò con la mano. Invece lui ti chiede che ora è. E lo vuole sapere da te. Ci sono tutti quegli altri automobilisti che prima cercavano di fregarti il parcheggio, ma lui punta te e solo te come se vi conosceste da sempre. Tanto che ti viene il dubbio che magari hai un figlio ma ti sei dimenticato di averlo, quindi ti senti un poco in colpa e pensi va bene, ora gli rispondo, e gli dici che sono le otto. Tanto non ti costa nessuna fatica,perché che sono le otto lo sai senza neanche dovere guardare l’orologio visto che stanno tutti girando in macchina alla ricerca di un parcheggio, e se solo lui fosse un po’ meno bambino lo saprebbe pure lui senza bisogno di chiedertelo. E allora glielo dici: sono le otto, bambino che ignora le cose del mondo, non ce l’hai la patente? Non te lo insegna il parcheggio a spina di pesce la maestra? Solo che lui ha un modo di conversare straniante. Tu gli dici: sono le otto. E lui ti risponde facendo la bocca a cucchiaino come per mettersi a piangere e dicendoti una frase tipo: e io ora come faccio? E allora tu rimani almeno venti secondi a chiederti cosa possa esserci di disperante e insopportabile nell’apprendere che sono le otto di sera, orario per altro amabile, specie se si è trovato inaspettatamente parcheggio in Piazza San Giuseppe. I bambini c’hanno questa cosa che fanno letteratura involontaria. Rispondono agli input che gli dai con delle risposte che non c’entrano niente, e questa cosa stimola la curiosità per inerzia: insomma, siccome vuoi vedere dove va a parare, continui, che poi è il principio su cui si fondano i libri di Giorgio Faletti.

- Ma come fai a fare cosa?

- Io dovevo tornare a casa alle sei, prima che è buio, ora papà me le suona.

- E si vede che te le meriti.

- Sono andato a giocare a casa di Barbara.

- Ma alle sei dovevi tornare.

- Me lo sono dimenticato.

- E allora adesso le buschi, così non te lo dimentichi più.

- Io con questo buio a casa da solo non ci torno.

- Fatti accompagnare dai genitori di Barbara.

- Barbara abita lontano.

- Ma lontano dove?

- Là sotto.

- Praticamente siamo dietro casa sua.

- Io non ci vado a casa di Barbara al buio, papà non vuole.

- Papà non c’è: se  adesso torni da Barbara lui non lo saprà mai.

- No, allora vengo a casa tua.

- Piuttosto dò fuoco all’intero stabile e mi dichiaro senza tetto. Ma tu dove abiti?

- In via Cavour.

- Via Cavour è qua a due passi, tornatene a casa, dai.

- Ora mi ci porti tu.

- Io?

Ti piglia la mano e comincia a camminare. C’erano non so quanti automobilisti che parcheggiavano mentre parcheggiavo io, perché proprio me? Che gli dico io ora ai genitori di questo nano pazzo quando mi vedono arrivare a casa loro tenendolo per mano? Come farò a difendermi dalle accuse di pedofilia e dalle mazzate di suo padre inferocito? Non lo trovo mai, il parcheggio a piazza San Giuseppe, io, giusto stasera la dovevo avere questa botta di culo?

Il tragitto è breve, ma il bambino si chiama Sebi, e la cosa ti spinge a rallentare. Lui ha fatto tardi perché a giocare a casa di Barbara c’è andato dopo la lezione di tromba, quella della banda comunale. E ora ti sta facendo vedere la tromba, tutta gialla, di ottone, lucida, lucidissima, tranne in un punto, dove ci sono certe ditate di cioccolato.

- Ti piacciono i tegolini, vero?

- No, le girelle.

- Ti devi lavare le mani prima di suonare.

- Me le sono lavate

- Non è vero.

- È vero.

 - Non si dicono le bugie, poi ti viene il naso come il mio.

- Ma tu la vuoi una girella?

- Io preferisco i tegolini. Comunque, se non te le sei mangiate tutte, una dammela, va’.

Le ditate  sono il minimo, perché lui la girella la tira fuori dalla tasca dei pantaloni e col calore del corpo ormai ha assunto forma liquida. E io non la voglio più.

- Certo che poi ci lasci le ditate, sulla tromba.

- Il maestro s’è arrabbiato.

- E ora vedi come s’arrabbia papà.

- Tu mi lasci sotto al portone, non ci puoi parlare con papà.

- E perché?

- Quello pensa che sei pedofilo e ti spara.

- È già successo?

- Tu mi accompagni al portone e poi te ne scappi.

- Quindi io per evitare due sberle a te sto mettendo a repentaglio la mia incolumità fisica?

- Senti una cosa

- Che c’è?

- Ma tu la vuoi questa girella o me la mangio io?

- Dammela che la butto.

- Perché?

- Perché non è più una girella, è un frullato di cellophane e cioccolato, sarebbe tossico perfino per un bambino.

- Tanto siamo arrivati.

- È questo il tuo portone?

- Sì, prendimi in braccio.

- Non ci penso neanche.

- A suonare il citofono non ci arrivo.

- Va bene, facciamo così allora: io ti sollevo, tu suoni il citofono, poi io ti rimetto a terra e scappo via, così a tuo papà non dobbiamo dire niente.

- Va bene.

- Vieni qua che ti alzo.

- Aspetta.

- Che c’è?

- Domani la lezione di tromba finisce alle sei.

- Mi fa piacere, però puliscila la tromba prima di andare a suonare.

- Ci vediamo alle sei  a Piazza San Giuseppe.

- Perché?

- Così poi mi accompagni a casa come oggi.

- Ma io domani devo lavorare

- Va bene, allora vieni alle sei e dieci.

- Non esiste. Suona questo citofono, prima che tuo papà ci vede dal balcone.

- Fatto.

 - Va bene, ciao, io scappo.

- Ciao.

 - Oh?

- Che c’è?

- Non è che poi te ne vai a giocare da Barbara e mi lasci là ad aspettare?

- Non ti preoccupare, più tardi delle otto non faccio mai.

Affittasi villetta settimanalmente

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Oggi pomeriggio ero stato incaricato dai miei familiari di scrivere un annuncio per un portale di affitti. Io per scriverlo l’ho scritto, solo che mi è venuto troppo grottesco per poterlo pubblicare su un qualunque sito che non sia questo blog. Quindi meno male che c’ho un posto dove buttare la munnizza.

La nostra villetta di famiglia affacciata sul mare del Plemmirio, a dieci minuti d’auto da Siracusa

Come potete vedere,

è circondata da un grande giardino di macchia mediterranea, su un terreno roccioso, che la rende diversa da tutte le altre villette, e si estende fin quasi a toccare il Faro di Murro di Porco (non lasciatevi ingannare dal nome: non sentirete grugnire nessuno, a meno che vostro marito non russi).

 C’è una grande cucina esterna, con un forno in pietra che a cuocerci le pizze prenderete almeno un paio di chili a testa

 e due grandi e assolate verande proprio davanti al mare, così assolate che è meglio se vi portate la protezione cinquanta.

Comunque, gli spazi esterni sono tutti attrezzati con tettoie in legno. E poi abbiamo sparso dei grandi ombrelloni ovunque, perché tanto lo sappiamo che  la protezione alla fine ve la scordate sempre.

Fare il bagno è facilissimo: siamo in piena Area Marina Protetta del Plemmirio, e a meno di cinquanta metri (all’andata è tutta in discesa. E al ritorno? Al ritorno cosa, pigroni, che sono solo cinquanta metri) c’è un piccolo golfo incantato, con una conca naturale che pare una piscina d’acqua smeralda. Ci sono scogli per fare tuffi da tutte le altezze, per grandi e per piccini:i più piccini da quelli più alti, i papà da quelli più bassi, mi raccomando, che poi vi viene il mal di schiena.

Il più temibile di questi trampolini naturali ha anche un nome: si chiama Geronimo, dall’urlo emesso da chi vi si tuffa, e se optate per la posizione “a chiodo” non mettete i boxer perché si rompono all’impatto con l’acqua. A me è successo, e m’è toccato rimanere a mollo fino a quando non se ne sono andati tutti.

Gli accessi al mare sono molti, moltissimi, quindi è inutile che prenotiate solo una settimana, perché non ce la fareste a vederli tutti: allungate a quindici giorni, che vi facciamo un buon prezzo. Sono raggiungibili per lo più a piedi, ma ce ne sono molti altri ancora, e di bellissimi, a meno di cinque minuti d’auto, e pure questi vale la pena che li vediate: facciamo tre settimane e non se ne parla più.

La villetta è la nostra casa di famiglia: aspettatevi quindi una casa vissuta, abitata, accogliente, ma di sicuro non perfetta. Per esempio, eccovi due grossi difetti:

1) La fogna. Spesso si attappa – per cui evitate di buttare nel water la carta igienica, grazie .

2)Le zanzare. Appartengono a una specie mutante: sono dotate di canini molto sporgenti, vestono con dei mantelli neri e hanno tutte un castello in Transilvania.

In compenso la casa è curata, proprio come voi curate la vostra (perché voi la curate la vostra, vero brutti sporcaccioni?)

 Noi ci abbiamo passato e ci passiamo tutti insieme la vacanze estive da che siamo nati

ma la crisi ci impone di cederla a voi, forestieri barbari in vena di razzie e di saccheggi, nella speranza che quantomeno rinunciate a stuprare le nostre donne e uccidere i nostri figli.

A circa trecento metri c’è un alimentari-bar- pizzeria- pizzicheria-gelateria-caffetteria-ferramenta-coiffeur-benzinaio-maniscalco-carpentiere-liutaio-tabacchi che in estate è sempre aperto e in inverno chiude intorno alle cinque del pomeriggio. Dopo le cinque sono stanchi, però potete citofonare: vi aprono lo stesso, solo che vanno di fretta, quindi è meglio se vi portate gli spiccioli per pagare senza fargli perdere troppo tempo a darvi il resto, altrimenti vi chiudono dentro al negozio fino a nuova apertura.

A circa tre chilometri c’è un altro emporio, tipo quelli del midwest americano, dove si trova tutto, ma proprio tutto. In particolar modo quello che non vi serve.

Siracusa, con i suoi pretenziosi centri commerciali all’americana, i suoi esosi ristoranti di pesce congelato, i suoi locali sottoposti a derattizzazione e i suoi supermarket aperti con i soldi riciclati è a soli dieci minuti di macchina, tredici chilometri di strada statale.

Purtroppo nella zona balneare in cui è situata la villa non è semplice spostarsi con i mezzi pubblici (vi state chiedendo se “non semplice” è un eufemismo? Sì, è un eufemismo) e la villa è raccomandata solo ed esclusivamente a chi viene in automobile.

Esiste un servizio di autobus ma è davvero scadente: il numero 23 passa più o meno con la stessa frequenza della cometa di Halley, e a volte tocca pure spingerlo fino alla prima discesa perché non parte (ma tanto voi dovete smaltire la pizza, no?).

Comunque, senza macchina vi perdereste la possibilità di esplorare i dintorni, mangiare la torta Brasilia al bar Finocchiaro di Avola e aggiungere altri due chili a quelli presi con la pizza.

Se sperate di tornare in linea camminando a piedi o in bici lungo la statale, sappiate che è fortemente sconsigliato, a meno che non siate preda di manie depressive con tendenze suicide: in tal caso una passeggiata sulla 114 è una vera mano santa.

Se invece siete dei runner incalliti e vi piace soffrire, sì, ma solo per tenervi in forma, allora potrete esplorare certi sentieri stupendi, che corrono da un faro all’altro lungo la costa: sei chilometri di silenzio e strade sterrate che vi faranno venire voglia di prepararvi una maratona olimpica da atleti professionisti.

Fate presto, però, perché questa è un’area marina protetta, e l’ex Ministro dell’Ambiente ha appena comprato i terreni in questione per impiantarci un mega gigantesco villaggio turistico a nove stelle: sennò che le facciamo a fare ‘ste aree marine protette? Per farci nuotare i pesci?

E comunque, per non scontentare i soliti incontentabili, il villaggio sarà sormontato da un oleodotto che fungerà anche da scivolo aquapark, attraversato da un pontile per la raffinazione del greggio (da cui sarà possibile fare benzina alla moto d’acqua), e illuminato a giorno da una centrale nucleare a kryptonite, con relativa discarica abusiva per le scorie radioattive, in modo da rendere iridescenti le vostre foto vacanza senza dover ricorrere a quei vetusti flash che producono tanto inquinamento luminoso. Ah, sarà anche attiguo a un inceneritore a carbone di prima generazione, che fa tanto ritorno alle buone cose semplici degli anni Sessanta.

La villetta è silenziosa e tranquilla, sempre a patto che il canto degli uccelli e il frinire dei grilli non vi disturbino: in tal caso consideratela pure come la discoteca a cielo aperto più grande della Sicilia orientale.

Si presta bene a una vacanza di famiglia, ma va bene anche per le giovani coppie che intendono avere rapporti sessuali non protetti (e crearsela in casa mia, una famiglia); o per le piccole comitive di amici che sperano di diventare coppie e avere dunque rapporti sessuali (protetti o non protetti sono affari vostri: a me schifa solo che avvengano in casa mia).

A proposito, se foste così educati da non volermi sporcare le lenzuola, le coppiette di solito si appartano qua.E vagli a dare torto.

A due passi, c’è tutta la Sicilia orientale più bella: Noto, Marzamemi, Modica, Ragusa Ibla, e naturalmente Ortigia e la Neapolis di Siracusa, col teatro greco, l’orecchio di Dionisio e un sacco di monumenti e strade intitolate ad antichi dittatori sanguinari e scienziati pazzi che non si farebbero scrupolo a incendiarvi lo yacht con uno specchio.

E poi ci siamo noi, indolenti e immeritevoli eredi di quella stirpe un tempo nota per il sangue levantino, e adesso incapaci perfino di pubblicizzare  le nostre strutture ricettive. Le granite di mandorla, però, le sappiamo ancora fare per come si deve. Questa della foto, per esempio, la fanno alla raffineria Erg di Priolo, anche se la maggior parte dei bar la spaccia per produzione propria.

 Se andate a comprarla direttamente in fabbrica, risparmiate un bel po’: costa meno di una guaina bitumata in eternit.

PS: se interessati all’affitto, il sito da cui partire sarebbe questo: http://www.siracusacasevacanza.com/index.html

L’uomo che corruppe Hadleyburg (ovvero: una volta qui era tutto Mark Twain)

Inserito il

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Uno dei motivi per cui detesto le metropoli e adoro i paesini è che i paesini mi rilassano.

I paesini mi arrecano il sollievo di potere sfogare tutta la mia frustrazione da metropolitano fallito e/o mancato. E soprattutto mandano in vacanza il faticoso autocontrollo che – per una residua e ormai insensata ostinazione a un minimo di decenza- mi costringo a esercitare sul mio delirante narcisismo.

Il post tratterà quindi nient’altro che della mia personale egomania. Ma siccome le testè menzionate turbe psichiche hanno come effetti (neanche troppo) secondari il patetismo e la tendenza all’autoassoluzione, confesserò che in luogo dell’onesto pronome personale “io”, avrei preferito scriverlo usando la capziosa seconda persona singolare (meglio nota come”tu generico”), col bieco intento di spacciare i miei fetenti difetti di carattere per atteggiamenti comuni a chiunque abiti in un capoluogo di provincia (leggasi: uno di quei maxi paesoni italiani che non saranno mai degni del sostantivo neutro “città” e meriteranno in eterno la giustapposizione dello svilente – ma quanto mai consono – suffisso diminutivo “ina”, che ne smaschera la mediocrità delle ambizioni e la meschinità dei mezzi impiegati per raggiungerle – o meglio fallirle- degradandole al rango subalterno di “cittadine”). Ho poi però preferito giocare un colpo ancora più basso e volgere il tutto alla terza persona singolare, col sedizioso intento di spingere chi legga (nel caso in cui qualcuno legga, non si sa mai) a identificarmi non con lo stronzo provincialetto finto metropolitano, ma col furbo contadino scarpe grosse e cervello fino che nel post lo canzona. Infine, accortomi che non ci sarei mai riuscito, ho pensato di scrivere il presente preambolo, nel tentativo di vendere questa orrenda ammissione di dolo per destrutturazione post moderna dell’io narrante (che non so cosa sia, ma suona tanto facoltà di lettere, e spero mi faccia fare bella figura con mia madre, che mi ha pagato gli studi e ancora si chiede perché).

Comunque, a uno così, a uno di questi vigliacchissimi proviciali presuntuosi forte coi deboli e debole coi forti tipo me, portatelo sulla circle line di Londra e subito si sentirà umile e fuori posto come Dorando Pietri a cena dalla Regina Alessandra. Portatelo sul corso principale di un villaggio di montagna che conti meno di tremila anime e lo vedrete ostentare una sicurezza da divo stile George Clooney sulle rive del lago di Como.

A uno così, a uno di questi poveretti al cui novero io appartengo, quando arriva in un paesino, gli scatta in automatico la convinzione che tutti gli abitanti si siano accorti del suo ingresso in paese e si stiano chiedendo chi sia mai questo raffinato e fascinoso forestiero, da dove venga e cosa lo abbia spinto a onorare della sua illustre presenza questo umile borgo (barrare a piacere tra: agreste/rupestre/costiero). Ne è così convinto, che mentre parcheggia sulla piazza principale, si prepara anche tutta una serie di immaginarie risposte ad ancora più immaginarie interviste che a breve scaturiranno dal capannello di curiosi in procinto di formarglisi intorno. Mentre tira il freno a mano, e si strofina il mento con espressione pensosa (a beneficio dei paparazzi), si chiede quale tasto sarà prefribile battere per meglio compiacere il campanilismo (è noto che i piccoli paesi sono afflitti dalla piaga del campanilismo) di questi simpatici zoticoni, tanto buoni d’animo quanto ruspanti d’intelletto. Converrà lodare l’aria fina, mettendola a paragone con quella maleodorante della città da cui proviene? O sarà piuttosto il caso di insistere sul cibo genuino, confrontandolo con la robaccia fast food che la vita frenetica lo costringe a ingurgitare? O non sarà forse più opportuno porre l’accento sulla rinomata ospitalità degli abitanti, che tanto li differenzia dai suoi cinici e malfidati concittadini? (A far propendere per una diagnosi di mitomania, quindi, non è tanto che attribuisca alla località meta del suo soggiorno tutti gli stereotipi più triti sui villaggi-presepe, quanto piuttosto il rivolgere a se stesso tutti quelli sul cittadino metropolitano che egli non è affatto).

L’iniziale stupore che prova per non essere stato assalito dai fotografi, infatti, svanisce troppo presto, e in un aggravarsi esponenziale dei sintomi da neurodelirio, lui si da subito questa spiegazione: i villici avranno provato un sano timore reverenziale, e probabilmente temono che, a disturbare la sua visita con le loro piccinerie, egli potrebbe decidere di non mettere più piede in paese. Si staranno dunque limitando a spiare i suoi movimenti da dietro le persiane socchiuse, nella speranza che sia lui stesso, prima o poi, a rivolgere loro qualche parola amichevole.

Questa sensazione di sentirsi osservato, lungi dall’infastidirlo, lo spinge a non deludere le aspettative del suo pubblico. Per questo, prima di sedersi al bar sulla piazza, non manca mai di acquistare un quotidiano e, anziché aprirlo alla pagina dei necrologi in cerca di un morto dal nome conosciuto, com’è aduso fare ogni mattina, spalancarlo invece sulla sezione di politica estera, come qui ci si aspetta da un cosmopolita del suo stampo. Non legge manco una parola, tanto non ci capirebbe una mazza, ma assume tuttavia quell’aria meditabonda da ex diplomatico ora commentatore televisivo, una specie di ibrido a due teste tra Henry Kissinger e Gianni Minà. Eccolo allora sorbire il suo caffè  in preda allo struggimento per i bei tempi andati, quando lui, Castro ed Hemingway decidevano il destino dell’America Latina tra una battuta di pesca e un bicchiere di rum invecchiato, o per quella volta al Café de Flore in cui lui e Picasso, alticci alla maniera chic degli artisti, sollevarono per scherzo la gonna a Gertrude Stein tra le risa filosofiche di Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir.

Ma è proprio il ricordo di quei rutilanti episodi a farlo indugiare al tavolino del bar: la tranquillità del borgo, contrapposta a tutta quella mondanità da cui in fondo lui sta fuggendo, lo invita a eleggerlo quale suo buen retiro, e già vagheggia di trasferirvisi a vivere. Magari a coltivare il proprio orto, contentandosi del necessario e fuggendo il superfluo, tra due chiacchiere serali su una panchina riparata dal pergolato e una partita a briscola innaffiata da un bicchiere di rosso padronale. A trattenerlo è solo la sua prudenza: sarà meglio, prima, ispezionare le stradine del centro storico, alla ricerca di una possibile futura dimora da ristrutturare.

Nel frattempo il barista, unico spettatore di questa commedia da guitto che egli sta inscenando con se stesso, gli si è avvicinato col conto: 0,75 centesimi di euro. Lui ha la tasca piena di spiccioli tintinnanti, ma simula (sempre a beneficio del barista) di non recare con sè moneta, ma solo carte di credito, come si usa in Islanda, terra civilissima in cui lui ha spesso soggiornato in gioventù, assimilandone le sane abitudini in fatto di pagamenti tracciabili. Il barista, pur ammirandolo come uomo di mondo, è tuttavia contrariato da questa faccenda delle carte di credito per un caffè di soli settantacinque centesimi, perché l’Islanda sarà pure civile, ma ‘sta gran coppola di minchia lo è ancora di più, e lui avrebbe preferito sentirsi dire qui c’è un euro e tenga pure il resto, e invece ‘sti pidocchiosi pare che vengano qui apposta per pagare il caffè quindici centesimi in meno di quanto lo pagano in città.

Il nostro viveur risolve allora signorilmente la faccenda arrogandosi il diritto di consumare a credito, come è sicuro facciano tutti gli abitanti del borgo: tanto in questo paesino non si fa che passare e ripassare dalla piazza principale, e presto ci sarà modo di saldare il debito in volgare contante.

Solo che lui da quella piazza ci ripasserà solo steso in barella, dentro l’ambulanza che lo riporterà nell’ospedale del capoluogo da cui proviene. A stenderlo sarà la camminata col naso all’insù, che nei paesini fa più vittime di quante ne facciano gli squali nel Queensland. Tutto preso dalla ricerca di un casolare diroccato o di un palazzotto nobiliare fatiscente, non avrà prestato attenzione al fuoristrada quattro ruote motrici che lo invitava a scostarsi: tanto qui nel borgo l’automobile non sarà ancora stata inventata, e per i vicoli gli abitanti al massimo ci passeranno in groppa ai ciuchini.

E infatti gli abitanti forse sì. Sono più che altro gli stronzi che arrivano dal capoluogo e devono per forza parcheggiare sulla piazza principale, a sfrecciarci a bordo di un suv.

Sfido che poi nei piccoli centri l’economia crolla e i bar chiudono.

Cronache minute di un TFA catanese

Inserito il

Ore 8:00

Pieno di pregiudizio, con il telefono ancora in mano, il numero dei carabinieri già fatto e il dito pollice già in semi-pressione sul tasto chiama, constato  - con grata euforia – che l’organizzazione dell’evento esame  è invece perfetta.

Ore 8:01

I candidati sono accolti in un vasto androne. La suddivisione in aule in base all’anno di nascita è già pronta. Le liste sono affisse a ogni parete su grandi cartelli per ipovedenti.

Ore 8:02

Il percorso per giungere alla propria aula e procedere all’identificazione è indicato da frecce di colore rosso stampate su fogli A4 e disseminate lungo scale e corridoi con gli stessi intervalli di spazio osservati da Pollicino nel lasciar cadere le mollicchine nel bosco. Pur essendo impossibile muovere lamentele all’organizzazione, i miei colleghi candidati non si perdono d’animo e alle

Ore 8:03

registro le seguenti rimostranze:

- Certo che potevano farla una app per i-phone scaricabile da google maps.

- Mio cugino ha fatto questo stesso concorso a Milano: là appena arrivi ti mettono in mano il guinzaglio di un pastore tedesco che ti scorta dritto fino al tuo banco.

 Ore 8:05

Realizzo che la suddivisione dei candidati fatta in base all’età mi è di nocumento. La mia aula è quella dei quasi quarantenni: in pratica, il girone dei nullasapienti.

Ore 8:06

Commuto gli iniziali disegni vampireschi (succhiare via  ogni stilla di sapere dal foglio risposte di giovani neolaureati ancora freschi di studi)  in un altezzoso e ingiustificato atteggiamento di superiorità: io so tutto, voi niente.

Ore 8:07

Enuncio agli ex colleghi candidati, da ora in poi miei sottoposti, l’Atto di Supremazia:

Comma I, Doveri del Monarca: Non copierò da voi, poiché nulla che sia in voi è da copiare.

Comma II, Diritti del Monarca: Il primo che si avvicina al mio foglio delle risposte finisce davanti alla corte marziale.

Ore 8:15

Mi chiedo sempre più perplesso perché mai stazioniamo tutti fuori dall’aula anziché prendere posto.

Ore 8:15:30

In assenza di personale preposto a evadere le mie regali domande idiote, mi vedo costretto a scendere dal piedistallo e chiedere a una delle mie sottoposte: “Ma perché non entra nessuno?”.

Ore 8:15:33

L’inferiore, turbata dal mio rivolgerle la parola, mi risponde con aria attonita: “Perché se entri in aula poi NON PUOI Più USCIRE”.

Ore 8:15:55 

Per mostrare a tutti quanto abbia in spregio la loro servile codardia, varco immediatamente la soglia e procedo all’identificazione.

Ore 8:16

Apprendo l’aula essere retta da una debole triarchia.

Ore 8:17

Porgo il documento alla burocrate del terzetto, che intuendo in me la grandezza del conquistatore, non alza nemmeno lo sguardo dal  foglio presenze.

Ore 8:18

Accostandomi al suo orecchio, la informo che sono lì per sottometterli e assoggettare l’aula. In tono cortese ma perentorio, spiego che se non opporranno resistenza avranno salva la vita (mi è di vantaggio mantenere le apparenze e fare sì che i miei inferiori non si accorgano del golpe).

Ore 8:18:30

Assegno ai triarchi il governo pro-forma dell’aula. Io siederò tra i banchi, mischiandomi  ai sottoposti, per meglio esercitare il potere nell’ombra.

Ore 8:30

I due arconti maschi della triarchia, ricevuta la proposta capestro, tentano di negoziare la resa. Valuto con sguardo sprezzante le loro fattezze per decidere se sia il caso di far loro qualche simbolica concessione.

Ore 8:32

L’arconte A si rivela essere un ricercatore di lettere in incognito. Veste pantaloni  a vita bassa, grosse calzature ginniche fluorescenti, maglietta in cotone nera molto attillata e recante scritta glitter in giallo ocra (Pickwick Surfer, forse vessillo della sua dinastia di appartenenza), capelli brizzolati e gelatinosi, pizzo da cavaliere oscuro, fisico da buttafuori di discoteca.

Ore 8:34

L’arcontessa B è una grigia funzionaria da ufficio. Reca doppio paio di occhiali con cordicella presbite/miope, grazie ai quali assolve  -senza alcuna solerzia e senza il minimo entusiasmo- i compiti burocratici cui è preposta. È talmente presa da pratiche e protocolli che non si accorge neanche del mutamento di regime in corso.

Ore 8:35
L’arconte C, alto, grosso e rasato come palla di lardo di Full Metal Jacket, è quello dai modi più marziali. Sprizza efficienza e spirito militaresco da ogni poro della pelata. Procedo dunque a corromperlo per averlo dalla mia parte.
Ore 8:35:30
Nomino l’Arconte C membro del Direttorio. Io comanderò. Lui farà eseguire. Insieme spargeremo il terrore tra i dissenzienti e soffocheremo nel sangue ogni rivolta.
Ore 8:36
L’arconte C accetta inebriato.
Ore 8:40
I candidati cominciano ad affluire.
Ore 8:41
I candidati raggiungono un numero sufficiente perché li si possa considerare plebe assoggettabile al mio volere.
Ore 8:42
Io e l’Arconte C riduciamo l’aula sorda e grigia a un bivacco di manipoli.
Ore 8:43
I candidati continuano ad affluire alla spicciolata. Si rende necessario un piano di espansione.
Ore 8:45
Con un colpo di mano, apro il banchetto alla mia sinistra e mi annetto la Polonia.

Ore 8:55

Un branco assai numeroso di sottoposti fa irruzione in aula. Sono tutti in evidente stato di panico: nel vano tentativo di cercare scampo alla loro sorte (già decisa) di bocciati, aggrediscono per non essere aggrediti.  Il branco consta di circa trenta esemplari. Grazie all’abbigliamento e agli accessori riesco a stabilire che sono tutte femmine.

Ore 8:56

In preda a evidenti caldane da menopausa, polemizzano accanitamente sul regolamento: pretendono di poter entrare in aula, depositare i propri effetti personali, prendere posto, e poi uscire nuovamente in corridoio, dove è loro più facile gestire le suddette caldane .

Ore 8:57

Do mandato a Palla di Lardo affinché ristabilisca l’ordine.

Ore 9: oo

Palla di Lardo chiede udienza presso la mia postazione mimetica. “Signore”, egli mi dice, “mi è impossibile ridurle al silenzio. Esse non cessano lo starnazzo e il loro numero è in costante aumento”. Ordino a Palla di Lardo di accompagnarle a sedere nelle postazioni attigue alla mia. Me ne occuperò personalmente.

Ore 9:16

L’autorità che da me naturalmente emana fa cessare il brusio e riconduce tutte alla loro naturale servitù volontaria. Ma nuovi branchi si introducono massicciamente nell’aula.

Ore 9:20

Quando esse sono ormai in numero così cospicuo da gravitare su postazioni lontane dalla mia sfera d’influenza, intuiscono che il ventre molle del mio impero si trova nei triarchi, e cominciano a subissare questi ultimi di infantili, irrazionali e immotivate richieste. Tra le molte, annoto le seguenti:

Ore 9:21, richiesta 1:

Richiesta di potere tenere in grembo la borsa fino al minuto esatto di inizio del test (previsto per le ore 10:00).

Ore 9:21:30

Richiesta respinta.

Ore 9:22

Al diniego, si oppone che detta borsa contiene vivande, tra cui registro:

1)Panini di tipo “manuzza” imbottiti con salame e provoletta

2)Brioscine marca Mulino Bianco (sfuse)

3)Brioscine marca Mulino Bianco (a pacchi)

4)Wafer al cacao di marca Loacker

5)Cracker  al formaggio genere “Tuc”

6) Cracker salati in superficie genere “Ritz”

7) Patatine di tipo Cipster,

8) Patatine di tipo Fonzies

9) Caramelle gommose semplici

10)Caramelle gommose alla liquirizia e dalla caratteristica forma  ”a rotella”  (Haribo)

Altri generi di conforto, tra cui registro:

1) Succhi di frutta alla pesca e/o pera

2) Bibite gassate zuccherine non contenenti aspartame  (in maggioranza Fanta e Chinotto)

3) Integratori salini semplici (Gatorade)

4) Integratori salini addizionati di maltodestrine (Powerade)

Ore 9.23

Allo scopo propagandistico di mostrare come il mio sia un regime illuminato e dal volto umano, rivolgo la parola a una delle sottoposte.

Ore 9:23:30

Chiedo ad essa quale sia la ragione che le abbia spinte a introdurre in aula tali provviste.

Ore 9:24

Essa mi risponde che  è assai diffuso tra le esaminande il timore che che un calo di zuccheri possa inficiare la prestazione intellettuale cui sono chiamate.

Ore 9:25

Valuto quante tra le sottoposte siano sottopeso, quante normopeso, quante in sovrappeso e quante propriamente obese.

Ore 9:26

Giudico assolutamente infondato ogni timore di crisi ipoglicemica e ordino che le vettovaglie siano messe al bando. La richiesta di tenere con sé le borse viene bocciata.

Ore 9:27

Tuttavia, per evitare tumulti in cui potrei facilmente avere la peggio, faccio liberale concessione di tenere sul banco le vivande.

Ore 9.28

In seguito alla mia avventata decisione in materia di derrate alimentari, l’aula d’esame si tramuta in una stìa fornita di ogni becchime.

Ore 9:30 – richiesta 2

Richiesta di poter utilizzare la propria penna anziché quella fornita loro in dotazione.

Ore 9:30:30 

La richiesta viene bocciata per manifesta impertinenza. Viene contestualmente ingiunto alle sottoposte di consegnare ai triarchi le penne fino ad allora detenute illegalmente sul banco.

Ore 9:31

A tale ingiunzione le sottoposte rispondono con implorazioni in un florilegio di stili, tra cui registro:

A) Stile Superstizioso: “Io porto sempre con me questa penna d’oro zecchino come portafortuna. Il giorno prima la introduco dentro il culo di un gatto nero, la notte la appendo sotto un corno rosso, e la mattina la sfrego tra i testicoli di mio marito. Se mi privaste di questo amuleto non avrei speranze di superare il test”.

B) Stile Lacrimevole:  ”Questa Bic smangiucchiata io la ebbi in dono da mio nonno , buonanima. Con che cuore  adesso voi vorreste sequestrarmela?”

C) Stile Ibrido: “Io ebbi in dono questa Bic mangiucchiata in oro zecchino da mio nonno , buonanima,  uno jedi in grado di vincere grazie ad essa ben due concorsi pubblici per impiegato di concetto e uno per messo comunale.  E voi ora vorreste sequestrarmela perché temete i suoi superpoteri. O forse solo perché non avete rispetto per i sentimenti umani”.

Ore 9:33

Viene dunque concesso loro di tenere le suddette penne laser sul banco, purché non vengano né sguainate, né adoperate.

Ore 9.35

L’aula si riempie di esaminandi fino alla massima capacità di stoccaggio. Procedo alla conta degli individui di sesso maschile.

Ore 9:35:05

Gli individui di sesso maschile risultano essere (me compreso) 6 su 72. La stia è infatti satura di ciarle a un volume assordante. Tento di captare se vi siano anche forme di vita intelligente.

Ore 9:36

Scovo un nucleo di sovversive.

Ore 9:37

Le sovversive tentano una manovra avvolgente. Blandiscono il buttafuori con complimenti sul suo fisico da culturista e gli estorcono la concessione di recarsi in bagno anche ad identificazione avvenuta.

Ore 9:37:30

Ordino a Palla di Lardo di eliminare il buttafuori,in quanto anello debole del regime, e di disfarsi del corpo dandolo in pasto ai coccodrilli del fossato. Nel frattempo, mi reco anch’io in bagno per controllare le ammutinate.

Ore 9:38

La percentuale inferiore al dieci per cento di candidati maschi si rivela un vantaggio: la coda al cesso è lunghissima per le femmine, inesistente per me.

Ore 9:38:30

Interpreto la cosa come la spontanea creazione da parte dei sudditi di una corsia preferenziale riservata alla mia regale maestà.

Ore 9:38:31

Supero la fila.

Ore 9:38: 30

Procedo alla minzione.

Ore 9:39

Pe risparmiare sul tempo, non lavo le mani.

Ore 9:39:30

Faccio ritorno in aula.

Ore 9:40

La mia breve assenza ha favorito la restaurazione. Palla di lardo ha tradito il mio mandato ed è passato alla fronda. Lui e il buttafuori sono di nuovo al comando, ma ancora una volta il loro è un governo fantoccio. Il potere è in mano alle galline.

Ore 9:41

Nella stia si opera ormai in deroga e spregio a qualunque regolamento.

Ore 9: 43

Il brusio è ormai urlo isterico.

Ore 9:44

Le richieste si fanno minacciose: Se non mi fate recuperare la borsa con le merendine, faccio ricorso al TAR.

Ore 9: 44: 30

Da statista/tiranno avvezzo al controllo delle folle, ritengo che il test debba cominciare al più presto, perfino in anticipo sull’orario previsto: l’anarchia sta bussando alle porte con tutt’è due le mani. E pure coi piedi.

Ore 9:45

Vengono impartite a voce le direttive su come compilare il test. La burocrate ha una voce flebile, che non riesce a sovrastare il pigolio.

Ore 9:46

Palla di lardo si sostituisce a lei nel compito. È uomo d’azione e sa bene come urlare un comando.

Ore 9: 46: 30

Non ha però il dono della chiarezza. Ottiene il silenzio. Ma l’uditorio è perplesso sul da farsi.

Ore 9:47

Fioccano le domande e i non ho capito.

Ore 9:50

Settantandue candidati a un test in cui si valuterà la loro attitudine all’insegnamento della lingua italiana mostrano serie difficoltà di comprensione su come mettere una crocetta su un foglio.

Ore 9:51

Desisto da ogni mia fantasia di riconquista. Governare un simile gregge non sarebbe difficile. Sarebbe inutile.

Ore 9:52

Muto definitivamente atteggiamento. Mi voto a un aristocratico eremitaggio.

Ore 10:00

Le buste contenenti la prova d’esame vengono aperte.

Ore 10:01

Il turbinio dei fogli genera una tempesta di briciole di Tuc. Accecato dalla sabbia e dai sedimenti, trovo nella cecità un fattore assai favorevole all’astrazione e alle pratiche ascetiche.

Ore 10:01:30

Mi estraneo.

Ore 10:02

Dall’alto delle vette cui  la meditazione mi ha innalzato, contemplo il test e i candidati: eventi terreni e fatti umani di cui nulla più mi riguarda.

Ore 10:03

Fluttuo leggero tra le alte sfere. Talmente alte che ora

Ore 10:04

lievito tra le stanze MIUR.

Ore 10: 05

Ne approfitto per bussare in ogni ufficio e chiedere chi sia la gran testa di minchia che ha concepito questi quiz di merda.

Ore 10: 06

Ritrovo la pace e mi libro ancora più in alto, su una nuvola di scirocco che aleggia sopra Catania.

Ore 1o:3o

Da quassù l’esito del test non ha più alcuna importanza. Lo spirito si inebria di vertigine e  medita sulle cose ultime. Ci si interroga su ben altro che la data esatta in cui avvenne la morte di Gaio Gracco. I quesiti cui si ha voglia di trovare una risposta pertengono a un ordine diverso, e la domanda su cui si preferisce arrovellarsi è : ma a mia cu mi ci puttò stamatina?

Ore 11:00 c.ca (quassù il tempo non ha significato)

Opto per sparare sessanta crocette a cazzo, sì da potere sfruttare le due ore che rimangono per disquisire a livello generale sui test.

Ore 11:01 – I ordine di riflessioni: i quiz.

I test a risposta multipla, in Italia, non li sappiamo fare. Non nel senso che non sappiamo rispondere. Nel senso che non li sappiamo approntare. Le nostre università sono da sempre orientate a una valutazione del candidato mediante un esame orale. Non c’è una tradizione di test a risposta multipla nelle università italiane. Sono stati introdotti da relativamente poco tempo. Chi li prepara non ha ancora sufficiente dimestichezza con questo tipo di esami. E tende a ritenerli una valutazione delle competenze di serie B. Preparare dei buoni quiz è difficile. Gli inglesi e gli americani sono molto bravi a farlo. Perché li fanno da sempre. Là l’orale non esiste, e moltissimi esami si fanno a crocette. Ma non è un esame di serie B. È l’esame, punto e basta. Qua invece il timore che si riveli un esame facile, lo trasforma in un esame impossibile. Gli italiani approntano i quiz a risposta multipla con lo scopo di testare non la tua preparazione, ma la tua furbizia. Devi entrare nella testa del compilatore delle domande e cercare di ragionare come lui, cioè più o meno come uno che si siede sul cesso e al posto di fare la settimana enigmistica pensa a delle domande ambigue, piene di “distrattori”, di possibili risposte esatte pronte a rivelarsi errate. Quando ha terminato la seduta,  te le sottopone più che altro per sfoggiare quanto è stato scaltro a inventarsi i sabotaggi. Se li superi, significa che sei furbo almeno quanto lui, e quindi sei idoneo. Se non li superi, poco importa che tu sia preparato o meno: non ci servono quelli preparati. Ci servono quelli furbi.

Ore 11:02 - II ordine di riflessioni: il mestiere di insegnante

A) L’aria che respiri a queste selezioni è molto rancorosa. Da qualche parte, nei cervelli dei laureati in maniere umanistiche, si è radicata una convinzione quasi inestirpabile: diventare insegnante è un mio diritto. Una delle frasi che più ricorrono nelle conversazioni sgangherate tra colleghi aspiranti insegnanti è: io mi sono laureato in lettere (filosofia, storia, geografia etc) e prima o poi il ministero mi deve fare lavorare. Il ragionamento non sta in piedi. Il ministero non ha bisogno di insegnanti. E non sa più come te lo deve dire. Te lo sta dicendo ininterrottamente da quarant’anni. Se a te piace studiare lettere, studiale. Ma pretendere che il ministero prima o poi ti impieghi come insegnante è più o meno come se tutti quelli che si laureano in scienze politiche pretendessero di essere impiegati alla Farnesina.

B) Il numero di laureati in discipline umanistiche è semplicemente troppo alto per poter essere assorbito. Non esistono paesi al mondo che abbisognano di tanti umanisti. I paesi abbisognano di ingegneri, economisti, medici. È così in tutto il mondo. E infatti in tutto il mondo le facoltà più frequentate sono quelle di ingegneria, economia, medicina. Solo qui proliferano umanisti e giuristi. Qualcosa è andato storto nel modo in cui abbiamo veicolato storicamente il sapere scientifico. Una certa mentalità ha finito per screditarlo. Quasi come se un ingegnere, un botanico, un agronomo o un fisico non fossero degli intellettuali. Il risultato è stato il boom dell’umanesimo. Che ha per naturale conseguenza il boom della disoccupazione.

C) Altro punto da valutare riguardo il mestiere dell’insegnante è quanto questo sia stato screditato dagli insegnanti stessi. È stato per decenni e decenni il lavoro part time preferito delle casalinghe emancipatesi a metà (la loro emancipazione consisteva nello sposare un dentista e poi trovarsi  un lavoro che gli lasciasse il tempo di spendere i soldi guadagnati dal marito). La miserabilità degli stipendi e la mancanza di un percorso di carriera che tenesse conto del merito (per merito intendo la capacità di stare in aula e insegnare agli studenti) hanno fatto il resto. La cosa inspiegabile, o meglio spiegabile solo con l’arretratezza in cui versa il nostro paese, è come questo mestiere, pur precario, malpagato, socialmente squalificante, faticoso e difficile, continui a rappresentare una chimera per tutte queste persone. La risposta è proprio nell’arretratezza italica. Perché la nostra è una società che continua a vedere il posto “fisso” pubblico (cosa c’è di fisso ormai in un contratto di docenza a sei mesi?) come più prestigioso di un lavoro svolto presso privati. In questo scontiamo una mentalità che continua a remare contro quei pochissimi che vorrebbero fare il mestiere per autentica passione. I soli che potrebbero un giorno risollevarne le sorti.

Della lungaggine

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In un altro post si sono vacuamente disquisiti gli svantaggi della brevità, di Twitter e dell’instant messaging, e ovviamente lo si è fatto dilungandosi. Qui si vorrebbe dire dei benefici della lungaggine, perciò cominciate a farvi il segno della croce.

Gli interventi di Saviano a Quello che (non) ho mostravano il fianco ai fautori del breve è bello. Una delle critiche ascoltate più di frequente è stata che lo scrittore si è proluso in omelie assolutamente fuori dai (contingentati) tempi televisivi. Lungo. Palloso. Prolisso. Estenuante.  E via così.

C’è allora da chiedersi quali siano i tempi televisivi giusti. E non in generale, ma nello specifico, e cioè i tempi televisivi adatti al giornalismo d’inchiesta. Con buona probabilità, quelli giusti saranno quelli adottati dalle trasmissioni televisive di successo (se la gente guarda quei programmi, che hanno quei tempi, allora vuol dire che quei tempi gli piacciono, ergo sono quelli più adeguati). Accordiamoci quindi su Report o sull’intervento di Travaglio a Servizio Pubblico e prendiamoli a modello.

Mettiamo che la puntata ricostruisca le scatole cinesi delle società X alle Cayman del gruppo finanziario appartenente al bandito Y (colluso o corrotto o corruttore). La compressione dei tempi porta il giornalista a sciorinare nell’arco di pochi minuti tutta una sequela di nomi propri di persona, intestazioni societarie, clan, famiglie, uomini chiave, azionisti, consiglieri d’amministrazione, presidenti onorari.

E se – a trasmissione finita da soli trenta secondi – qualcuno se ne ricorda più di uno alzi la mano.

Non vedo mani alzate. Ah già, è un blog. Va bene, andiamo avanti.

Cosa ci è rimasto dunque di quell’esposizione? Solo l’idea, vaga, che qualcuno ha commesso qualcosa tra l’illecito e il losco.

Succede che anche qui – un po’ come su Twitter-  che la brevità sfianca, e più i giornalisti sono sintetici, più noi – che da tale brevità dovremmo essere facilitati nell’apprendimento di nozioni – ci limitiamo a trarne un’impressione generale.

È colpa della brevità? Anche. Perché la brevità, in una buona trasmissione giornalistica, va associata alla specificità. E se il giornalista è serio – e in quei programmi tende a esserlo – sarà molto preoccupato di dimostrarla, la sua serietà. E allora circostanzierà i fatti, citerà nomi/cose e città, mostrerà fonti, documenti e testimonianze. Ma dovrà farlo in dieci minuti. E questo elenco finirà per soverchiare l’esposizione. È come se un film durasse cinque e minuti e il resto della proiezione fosse occupato dai titoli di coda.

Saviano, invece.

È lui stesso la fonte di ciò che afferma. Un lungo periodo da infiltrato  o da testimone in cui ha raccolto ciò che poi gli consentì di scrivere Gomorra (a proposito, una volta ho ascoltato alla radio una critica feroce a Saviano fatta da un giornalista de Il manifesto – giuro che era uno del manifesto, una cosa da starci male un mese – in cui sosteneva Saviano essere un ciarlatano poiché nel suo best seller non cita mai le fonti. Il giornalista del manifesto era un esperto di mafie, quindi io non l’ho capito, non me lo so spiegare, non ci credo che parlava senza averlo letto, Gomorra – e l’aveva letto, infatti, ne citava brani di continuo. Perché se l’hai letto lo sai che la fonte è lui, è Saviano stesso. Era là e ha visto, oppure ha parlato con chi ha visto, quindi ha ascoltato. Il libro è stato scritto così. Ed è una specie di romanzo. Di che fonti parlano quelli che affermano che Saviano non cita le fonti? E soprattutto perché ne parlano?) gli consente oggi di parlare con cognizione di causa senza dovere montare interviste fatte inseguendo questo e quello, o riprodurre chissà quali documenti d’archivio. Può permettersi cioè di divulgare ciò che ha preliminarmente appreso sulle associazioni criminali.

Il divulgatore è una bella figura di giornalista e di scrittore, che in Italia è quasi del tutto assente, mentre nei paesi anglosassoni è una presenza costante e tradizionale. Saviano, agendo da divulgatore – specie in quel tipo di trasmissioni – si prende tempi e modi da maestro Manzi, è vero. E sì, la lezioncina può anche risultare fastidiosa.

Il fastidio però non ci deriva dalla lungaggine. Ma dalla scarsa confidenza da spettatori abbiamo con questa figura. Il pubblico italiano prova antipatia per chi gli spiega le cose. E certo, ora arriva lui e ci illumina. Ma ce lo deve dire lui, a noi che siamo siciliani/calabresi/campani/pugliesi/italiani che cos’è la mafia? Stavamo aspettando giusto lui, per capirci qualcosa? Queste cose si sanno, dai.

È un atteggiamento che abbiamo tutti verso chiunque abbia l’ardire di proporsi come uno che ne sa un po’ più di noi. Se sei seduto in pizzeria con un amico ingegnere che prova a spiegarti nel dettaglio come mai il forno a legna raggiunge quel tipo di temperatura adatta alla cottura ottimale della margherita, o ti annoi o ti irriti. Perché sarà capitato anche a te di riempire un forno di legna e preparare una pizza, no? Quindi com’è che lui pensa di saperne più di te? Solo perché ha una laurea in scienze delle costruzioni?

Saviano sconta quest’effetto. E non è l’unico, ma solo il più eclatante. Un altro esempio è Lucarelli, inviso a molti italiani per le sue “lungaggini”(a quanto pare agli italiani – o almeno alle italiane – le uniche lungaggini che piacciono sono quelle di Fassbender). Io mi sono fatto l’idea che quelli che trovano Saviano e Lucarelli “lunghi” sono gli stessi che quando escono dal cinema indugiano qualche minuto sulla soglia a commentare il film con gli amici, definendolo lento. (Non ho mai compreso veramente cosa si intenda con questo lento. Sarà una metafora alimentare, una specie di riferimento al brodo o al sugo di maiale, che o è stretto o è lento? E in che modo il brodo o il sugo hanno a che vedere col film? Non è che lento è un modo sofisticato o diplomatico per dire che quel film non è piaciuto?)

Si prende tempi più lunghi perché anziché sciorinare vuole spiegare. E per spiegare racconta. Raccontando, ed essendo il suo racconto moderno -Gomorra è un libro moderno-  riflette dall’interno su ciò che racconta, e lo fa in prima persona – cioè con l’unico personaggio credibile che un autore si possa permettere in un libro moderno.

Se la reazione del pubblico è lo smaronamento, c’è da sospettare che la causa non sia la lunghezza dei suoi interventi, ma che semplicemente siamo un pubblico non ancora pronto per la divulgazione. Perché non è che ascoltare Saviano – data la lingua estremamente piana del suo eloquio- costi fatica. È più che altro che lo si ascolta con la sufficienza del “già lo so, vai avanti”.  Si crea una specie di smania presuntuosa, generata da un falso immaginario: siccome tutti abbiamo visto due o tre volte ogni singolo episodio de Il Padrino, ne sappiamo quanto lui. E allora stringi, Saviano, vai al punto, a ciò che di nuovo hai da dirmi, raccontami piuttosto: la tavoletta del cesso di Sandokan era in oro tempestato di diamanti? Altrimenti sbadiglio.

Saviano ritiene – a ragione, viste le vendite record del suo libro-  che il punto non sia ciò che non sappiamo ancora, ma ciò che siamo convinti di sapere già. E allora, per non annoiarsi con Saviano, è necessario un esercizio di umiltà che forse non siamo ancora disposti a fare. Prendere coscienza cioè che il tema delle mafie è stato sì ampiamente dibattuto, ma sempre a un livello generale. Il loro funzionamento concreto e minuto, vero oggetto di ciò che lo scrittore prova a svelarci, a noi è in gran parte ancora ignoto. O peggio: si tratta di un sapere mitologico, falso, inautentico. Saviano si prende allora i tempi di una TED Conference (e secondo me le TED Conference sono una delle cose più belle e utili di questi ultimi anni), e si sforza perché quelle nozioni arrivino a tutti.

Abbandonare la presunzione di chi sa di sapere è l’unico modo per concedergli l’attenzione giusta. Se lo si fa, se non ci si irrita davanti a quella posa da maestrino (che  anche se volesse – come credo voglia-  evitare, non potrebbe, essendo connaturata al ruolo che si è scelto) si scopre che Saviano, e con lui altri possibili divulgatori di altri temi, in tv parlano troppo poco e non troppo a lungo. E troppo raramente. Una tv pedagogica, che non insegua twitter in velocità, ma se ne differenzi per lentezza (essendo anzi così lenta da potere essere commentata su Twitter mentre va in onda) sarebbe una risorsa da sfruttare intensamente per il progresso sociale. Ammalarci tutti di orchite non sarebbe poi tanto male.

Per una critica di chi critica

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Per chi nella rete non c’è nato ma ci sguazza lo stesso, tipo me, una delle cose che non finisce mai di stupirti è il fatto che, se vuoi, ti puoi passare il piacere di leggere sullo stesso argomento un milione e mezzo di pareri differenti e tutti ben argomentati (se si includono anche quelli male argomentati e quelli proprio non argomentati, il numero sale di qualche miliardo). Sull’argomento Fazio&Saviano ieri a un certo punto mi sono imbattuto sul blog della Soncini.

Soncini io di solito la leggo su D di Repubblica. E D di Repubblica è una di quelle situazioni che in edicola mi creano più imbarazzo di quanto da adolescente non me ne creasse l’acquisto di Gin Fizz.

Il sabato mattina in edicola io e la mia zita ci andiamo insieme, ed è uno dei momenti che mi piace di più nella vita, perché quest’edicola, che è un’edicola di quelle serie (con tutti i giornali e tutte le cose da edicola, tipo le bustone sorpresa e le figurine dei pokemon da portare ai nipotini e anche i quotidiani che non legge mai nessuno tipo Italia Oggi) c’ha pure un bar e i tavolini messi dal lato del sole se è inverno, e da quello dell’ombra se è estate. Quindi, insomma, la zita, il giornale, la raviola con la ricotta, sommati insieme producono tutta una serie di secrezioni endorfiniche che poi non c’è neanche bisogno di mettere il dolcificante  nel cappuccino.

Tranne per il fatto che D di Repubblica la mia zita non lo legge e io invece sì.

Siccome il bar al sabato mattina è un posto meraviglioso, sì, ma come può esserlo una jungla lussureggiante, per sopravvivere devi essere bene organizzato. Motivo per cui, appena ne varchiamo la soglia, ci togliamo gli occhiali da sole, ci guardiamo fisso nelle pupille per mezzo secondo, sincronizziamo gli orologi e stabiliamo subito il piano: Separiamoci. Tu vai ai giornali, io prendo i caffè.  Ci vediamo al tavolino tra tre minuti esatti.

Non ho mai capito perché (sospetto sia perché hanno tempi di resa differenti), ma in questa edicola i quotidiani e gli allegati sono separati. Quindi la Repubblica te la prendi da solo, e D invece lo devi chiedere alla cassa. Ecco, io a chiedere D alla cassa mi sento troppo puppo e non ci riesco, che ci posso fare? Quindi finisce che per compensare e fare sfoggio di virilità chiedo Gin Fizz (e poi anche Italia Oggi, per nascondercelo nel mezzo). Insomma, se i giornali toccano a me, torno al tavolino senza D. E la mia zita neanche se ne accorge. Per due motivi:

1) È molto concentrata sul momento decisivo in cui Repubblica verrà posato sul tavolino e partirà la gara su chi debba accaparrarselo per primo (e siccome la sua natura rapace finora le ha consentito di non perdere mai, non vuole interrompere la striscia positiva).

2) D non le interessa.

Se invece i giornali toccano a lei, rimango lo stesso senza D perché a lei, non interessandole, non è neanche venuto in mente di chiederlo alla cassa.

E vabbe’, siccome io lo voglio leggere, a un certo punto baratto: io perdo la sfida per il giornale a tavolino (sic), però lei torna dentro, si fa dare l’allegato e me lo porta.

D è una lettura piacevolissima, e secondo me esce di sabato perché loro lo sanno che uno di sabato è più incline alle piacevolezze bourgeois bohémienne tipo quelle di D, e per quanto sai che non c’è niente di buono nell’indugiare nelle piacevolezze bourgeois bohémienne, sai anche che per un bourgeois bohémienne è impossibile non indugiare nelle piacevolezze bourgeois bohémienne, e  D, al bar con la zita e la raviola, ci sta benissimo, specie arrivati all’articolo di Soncini, che è sempre di una piacevolezza molto bourgeois bohémienne, al punto che D pare proprio il giornale piacevolmente bourgeois bohémienne fatto apposta per ospitare i suoi articoli bourgeois bohémienne.

Di solito scrive di canzoni o di televisione e anche se a me quello che dice Soncini non piace mai, la leggo lo stesso perché è troppo brava ed è anche di una intelligenza decisamente superiore a quella di parecchi esseri umani e non umani di questo pianeta (e probabilmente anche di altri mondi ancora inesplorati).

Soncini, però, il suo lepido acume intellettuale lo esercita come una forma di ricatto, e vediamo se riesco a spiegare qual è senza sembrare ricattatorio come lei.

Diciamo che quello di Soncini è un comandamento sul genere: mi leggerai e mi approverai, perché se non lo farai, ti sentirai stupido.

Con me che sono un cretino senza vergogna, questo ricatto funziona fino a un certo punto. Subisco senz’altro il fascino di una mente lucida e faceta come la sua, ma il mio piacere si limita a questo, e pur essendo un piacere totale, non mi  fa scattare l’adesione. (Mi succede pure con Travaglio, rimango ammirato a ogni suo articolo e a ogni sua esposizione, però continuo a pensare che non sposo quello che sta dicendo, o almeno non sempre e non fino in fondo).

La domanda attorno cui ho costruito senza alcun rispetto per le leggi della statica – e si vede – questo post è: perché quelli molto intelligenti sono convinti che chi è intelligente (figurarsi quindi chi è stupido) finirà per avere la loro stessa opinione?

Se la risposta è che in realtà non hanno questa pretesa, mi viene da obiettare subito che non può essere vero. Perché altrimenti uno non scriverebbe critiche come quelle di Soncini.

Quando pesti parecchio i tasti del sarcasmo e della messa in ridicolo, tipo quelli che l’altro ieri le sono serviti per fare apparire gli autori di Fazio come dei vecchi babbioni, melensi e rimbambiti almeno tanto quanto il loro pubblico bacchettone e perbenista, sbeffeggiando quindi tanto gli spettatori quanto gli ideatori, che scelta ho io per non sentirmi un cretino? Posso solo mettermi dalla sua parte e dire che sì, anch’io mi sono accorto di che schifo di tv noiosa e pretenziosa sia stata quella di queste ultime tre sere. Altrimenti Soncini non mi dà scampo e mi chiama ceto medio riflessivo e io invece voglio essere smart e bourgeois bohémienne come lei. Allora lei è come se mi dicesse: sì, certo, questo programma può anche piacerti, che vuoi che me ne freghi a me, solo che se ti piace non sei smart, perché a quelli smart come me non piace, capito? E siccome a tutti, specialmente a noi lettori smart di D, piace molto sentirci smart, secondo me questo modo di esercitare la propria intelligenza è ricattatorio.

Il punto non è tanto che Soncini è cattiva con i suoi bersagli, che quello anzi è divertente, il punto è che tipo di gerarchia stabilisce tra lei che scrive e me che la leggo. E cioè un patto di complicità obbligata, tipico dei bambini più prepotenti del cortile: adesso io e te ci divertiamo a fare a pezzi questi qui, però tu devi stare dalla mia parte, perché altrimenti non solo non ti diverti, ma rischi che io me la prenda pure con te, e lo sai che non ti conviene.

Fermo restando che per scrivere come lei uno darebbe pure tutt’e dieci le dita delle mani, accontentandosi poi di scrivere col naso (nel mio caso sarebbe anche semplice), Soncini è anche capace di rovinarmi il sabato mattina.

Parla spesso di uomini fighi che svegliano l’ormone femminile. Quando lo fa è particolarmente divertente, e forse è anche più complice di quanto non lo sia quando fa la critica tritatutto, stile tutto è  niente e  niente è tutto.

Però io quando un uomo è figo, guardandolo e basta, non lo capisco. Per me ci sono solo uomini con una normale faccia di minchia e uomini con una gran faccia di minchia. Per capire se uno è figo, ho bisogno di vedere come lo guarda una donna. Se mi metto a studiare come muovono gli occhi e cosa dicono le donne quando gli parlano –  o ne parlano –  divento bravissimo e capisco tutto, anche più di quanto mi converrebbe capire. Sono in grado, ad esempio, di stabilire con un ottimo grado di approssimazione se si tratta di uno di quelli che piacciono solo a colei che lo sta guardando – sarebbe a dire se tra i due c’è un flirt o un amore – o è uno che piace anche a tutte le altre donne del sistema solare.

La seconda eventualità- che purtroppo compendia in sé anche la prima, anche se magari solo sotto forma di potenzialità – è piuttosto facile da sgamare, perché in quella situazione ti basta intervistare tre delle presenti in sequenza, e se tutt’e tre ti rispondono cose tipo  A ME non piace, oppure non è IL MIO tipo, significa che quel tizio lì se lo farebbero tutte seduta stante, e pure tutte insieme, senza rispettare i turni, perdendo ogni ritegno e saltandogli addosso per  stracciargli via le vesti.

Il problema è che quando Soncini parla di uomini fighi, siamo solo io e il giornale, senza sguardi da interpretare, e quindi non posso capire quanto è figo quello di cui sta parlando lei, e così mi dovrei fidare. Però io di Soncini – a causa del ragionamento di cui sopra- non mi fido. Per cui finisce che con aria vaga e disinteressata chiedo alla mia zita: senti un po’, ma questo Claudio Santamaria è così figo come dice Soncini? E se poi mi risponde che A LEI non piace o che non è IL SUO tipo, io passo un malo sabato mattina.

Storia di una dipendenza

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Un giorno, dopo avere attraversato me stesso fin nelle mie cavità intestinali più recondite, tra gli anfratti d’interiora più ingombri di spire, anse e sacche, con maschera da sub e dita sottili di pinza preleverò ciò che resta delle mie intemperanze alimentari.

Gli eccessi che in me si impigliarono, incagliandosi dentro ricettacoli che mi furono invisibili, che usai per nascondere a me stesso ciò che non seppi di nascondere. E saranno semi di peperoncino.

Le budella distenderò srotololandole, ed ecco che li troverò sparpagliati. Saranno piccoli, luridi, non più secchi, ma umidi dei miei succhi. Vorrò liberarmene davvero, portar fuori la spazzatura, consegnarla alla vera dispersione, quella esterna, quella altrove, quella in un posto lontano, dove una macchina li farà a pezzi e li scompatterà in enti ancora più microscopici, particelle sottili, incenerite nell’aria, che diverranno nuovo respiro. Malsano.

Perché amare il peperoncino fino a farne pietanza e non condimento ha un che di morboso. Mangiarlo a cucchiate come la nutella, fino alla totale anestetitazzazione di tutta l’area maxillo -facciale-stomatale, e sentire dolore, e di quel dolore pascersi e invocarne ancora, piangendo lacrime involontarie, tutte di corpo, per quanto è forte, sentendo un sibilo alle orecchie per quanto urtica, sudando tutta una gamma di temperature fredde, tiepide, calde, come il rossore del proprio volto che continua a mutare d’intensità a ogni boccone, e in quell’ottundimento dei sensi provare ancora gusto per quel sapore che ormai ha tutto cancellato, tutto tranne se stesso, tutto tranne il suo essere tutto ciò che ha senso sentire a questo mondo, l’unico sapore che davvero sappia di sapore, dinnanzi a cui ogni cosa è oblio di se stessa, con il corpo che esplode e porta fuori ciò che teneva dentro  è – deve essere – insano.

A Milano, nel lontano duemiladue, adepti di una setta cui non sapevo ancora di appartenere mi consigliarono un ristorante indiano da dieci euro a buffet. Vi giunsi richiamato da una promessa di rosso e vi trovai invece il giallo. Cibo inghiottito per metà da sabbie mobili colore dell’ocra. Provai piacere. Quello solito. Quello  folle del piccante. Mi parve poca cosa, ordinaria. Avevo viaggiato a lungo per giungere fino a quel tempio, desideravo un contatto col divino. Chiesi allora se fosse tutto qui. Uno dei custodi mi guidò verso la verità: tu segui me altra stanza, questa sala per europei, lì indiani, separati, per voi indiano piccante troppo piccante.

L’ambiente era angusto, privo di finestre. Il buffet identico al precedente. Ma non appena vi misi piede, il solo odore mi fece lacrimare gli occhi. Non so cosa mangiai, non seppi distinguere nulla se non i colori. Il giallo degli indiani virava verso l’amaranto. Persi i sensi. Gli avventori più saggi mi rassicurarono al risveglio: s’era trattato d’ebbrezza.

Da allora fu diverso. Da allora niente fu più abbastanza. Da allora, quando davvero voglio sentire qualcosa, mi resta solo il cucchiaio.

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