
Ore 8:00
Pieno di pregiudizio, con il telefono ancora in mano, il numero dei carabinieri già fatto e il dito pollice già in semi-pressione sul tasto chiama, constato - con grata euforia – che l’organizzazione dell’evento esame è invece perfetta.
Ore 8:01
I candidati sono accolti in un vasto androne. La suddivisione in aule in base all’anno di nascita è già pronta. Le liste sono affisse a ogni parete su grandi cartelli per ipovedenti.
Ore 8:02
Il percorso per giungere alla propria aula e procedere all’identificazione è indicato da frecce di colore rosso stampate su fogli A4 e disseminate lungo scale e corridoi con gli stessi intervalli di spazio osservati da Pollicino nel lasciar cadere le mollicchine nel bosco. Pur essendo impossibile muovere lamentele all’organizzazione, i miei colleghi candidati non si perdono d’animo e alle
Ore 8:03
registro le seguenti rimostranze:
- Certo che potevano farla una app per i-phone scaricabile da google maps.
- Mio cugino ha fatto questo stesso concorso a Milano: là appena arrivi ti mettono in mano il guinzaglio di un pastore tedesco che ti scorta dritto fino al tuo banco.
Ore 8:05
Realizzo che la suddivisione dei candidati fatta in base all’età mi è di nocumento. La mia aula è quella dei quasi quarantenni: in pratica, il girone dei nullasapienti.
Ore 8:06
Commuto gli iniziali disegni vampireschi (succhiare via ogni stilla di sapere dal foglio risposte di giovani neolaureati ancora freschi di studi) in un altezzoso e ingiustificato atteggiamento di superiorità: io so tutto, voi niente.
Ore 8:07
Enuncio agli ex colleghi candidati, da ora in poi miei sottoposti, l’Atto di Supremazia:
Comma I, Doveri del Monarca: Non copierò da voi, poiché nulla che sia in voi è da copiare.
Comma II, Diritti del Monarca: Il primo che si avvicina al mio foglio delle risposte finisce davanti alla corte marziale.
Ore 8:15
Mi chiedo sempre più perplesso perché mai stazioniamo tutti fuori dall’aula anziché prendere posto.
Ore 8:15:30
In assenza di personale preposto a evadere le mie regali domande idiote, mi vedo costretto a scendere dal piedistallo e chiedere a una delle mie sottoposte: “Ma perché non entra nessuno?”.
Ore 8:15:33
L’inferiore, turbata dal mio rivolgerle la parola, mi risponde con aria attonita: “Perché se entri in aula poi NON PUOI Più USCIRE”.
Ore 8:15:55
Per mostrare a tutti quanto abbia in spregio la loro servile codardia, varco immediatamente la soglia e procedo all’identificazione.
Ore 8:16
Apprendo l’aula essere retta da una debole triarchia.
Ore 8:17
Porgo il documento alla burocrate del terzetto, che intuendo in me la grandezza del conquistatore, non alza nemmeno lo sguardo dal foglio presenze.
Ore 8:18
Accostandomi al suo orecchio, la informo che sono lì per sottometterli e assoggettare l’aula. In tono cortese ma perentorio, spiego che se non opporranno resistenza avranno salva la vita (mi è di vantaggio mantenere le apparenze e fare sì che i miei inferiori non si accorgano del golpe).
Ore 8:18:30
Assegno ai triarchi il governo pro-forma dell’aula. Io siederò tra i banchi, mischiandomi ai sottoposti, per meglio esercitare il potere nell’ombra.
Ore 8:30
I due arconti maschi della triarchia, ricevuta la proposta capestro, tentano di negoziare la resa. Valuto con sguardo sprezzante le loro fattezze per decidere se sia il caso di far loro qualche simbolica concessione.
Ore 8:32
L’arconte A si rivela essere un ricercatore di lettere in incognito. Veste pantaloni a vita bassa, grosse calzature ginniche fluorescenti, maglietta in cotone nera molto attillata e recante scritta glitter in giallo ocra (Pickwick Surfer, forse vessillo della sua dinastia di appartenenza), capelli brizzolati e gelatinosi, pizzo da cavaliere oscuro, fisico da buttafuori di discoteca.
Ore 8:34
L’arcontessa B è una grigia funzionaria da ufficio. Reca doppio paio di occhiali con cordicella presbite/miope, grazie ai quali assolve -senza alcuna solerzia e senza il minimo entusiasmo- i compiti burocratici cui è preposta. È talmente presa da pratiche e protocolli che non si accorge neanche del mutamento di regime in corso.
Ore 8:35
L’arconte C, alto, grosso e rasato come palla di lardo di Full Metal Jacket, è quello dai modi più marziali. Sprizza efficienza e spirito militaresco da ogni poro della pelata. Procedo dunque a corromperlo per averlo dalla mia parte.
Ore 8:35:30
Nomino l’Arconte C membro del Direttorio. Io comanderò. Lui farà eseguire. Insieme spargeremo il terrore tra i dissenzienti e soffocheremo nel sangue ogni rivolta.
Ore 8:36
L’arconte C accetta inebriato.
Ore 8:40
I candidati cominciano ad affluire.
Ore 8:41
I candidati raggiungono un numero sufficiente perché li si possa considerare plebe assoggettabile al mio volere.
Ore 8:42
Io e l’Arconte C riduciamo l’aula sorda e grigia a un bivacco di manipoli.
Ore 8:43
I candidati continuano ad affluire alla spicciolata. Si rende necessario un piano di espansione.
Ore 8:45
Con un colpo di mano, apro il banchetto alla mia sinistra e mi annetto la Polonia.
Ore 8:55
Un branco assai numeroso di sottoposti fa irruzione in aula. Sono tutti in evidente stato di panico: nel vano tentativo di cercare scampo alla loro sorte (già decisa) di bocciati, aggrediscono per non essere aggrediti. Il branco consta di circa trenta esemplari. Grazie all’abbigliamento e agli accessori riesco a stabilire che sono tutte femmine.
Ore 8:56
In preda a evidenti caldane da menopausa, polemizzano accanitamente sul regolamento: pretendono di poter entrare in aula, depositare i propri effetti personali, prendere posto, e poi uscire nuovamente in corridoio, dove è loro più facile gestire le suddette caldane .
Ore 8:57
Do mandato a Palla di Lardo affinché ristabilisca l’ordine.
Ore 9: oo
Palla di Lardo chiede udienza presso la mia postazione mimetica. “Signore”, egli mi dice, “mi è impossibile ridurle al silenzio. Esse non cessano lo starnazzo e il loro numero è in costante aumento”. Ordino a Palla di Lardo di accompagnarle a sedere nelle postazioni attigue alla mia. Me ne occuperò personalmente.
Ore 9:16
L’autorità che da me naturalmente emana fa cessare il brusio e riconduce tutte alla loro naturale servitù volontaria. Ma nuovi branchi si introducono massicciamente nell’aula.
Ore 9:20
Quando esse sono ormai in numero così cospicuo da gravitare su postazioni lontane dalla mia sfera d’influenza, intuiscono che il ventre molle del mio impero si trova nei triarchi, e cominciano a subissare questi ultimi di infantili, irrazionali e immotivate richieste. Tra le molte, annoto le seguenti:
Ore 9:21, richiesta 1:
Richiesta di potere tenere in grembo la borsa fino al minuto esatto di inizio del test (previsto per le ore 10:00).
Ore 9:21:30
Richiesta respinta.
Ore 9:22
Al diniego, si oppone che detta borsa contiene vivande, tra cui registro:
1)Panini di tipo “manuzza” imbottiti con salame e provoletta
2)Brioscine marca Mulino Bianco (sfuse)
3)Brioscine marca Mulino Bianco (a pacchi)
4)Wafer al cacao di marca Loacker
5)Cracker al formaggio genere “Tuc”
6) Cracker salati in superficie genere “Ritz”
7) Patatine di tipo Cipster,
8) Patatine di tipo Fonzies
9) Caramelle gommose semplici
10)Caramelle gommose alla liquirizia e dalla caratteristica forma ”a rotella” (Haribo)
Altri generi di conforto, tra cui registro:
1) Succhi di frutta alla pesca e/o pera
2) Bibite gassate zuccherine non contenenti aspartame (in maggioranza Fanta e Chinotto)
3) Integratori salini semplici (Gatorade)
4) Integratori salini addizionati di maltodestrine (Powerade)
Ore 9.23
Allo scopo propagandistico di mostrare come il mio sia un regime illuminato e dal volto umano, rivolgo la parola a una delle sottoposte.
Ore 9:23:30
Chiedo ad essa quale sia la ragione che le abbia spinte a introdurre in aula tali provviste.
Ore 9:24
Essa mi risponde che è assai diffuso tra le esaminande il timore che che un calo di zuccheri possa inficiare la prestazione intellettuale cui sono chiamate.
Ore 9:25
Valuto quante tra le sottoposte siano sottopeso, quante normopeso, quante in sovrappeso e quante propriamente obese.
Ore 9:26
Giudico assolutamente infondato ogni timore di crisi ipoglicemica e ordino che le vettovaglie siano messe al bando. La richiesta di tenere con sé le borse viene bocciata.
Ore 9:27
Tuttavia, per evitare tumulti in cui potrei facilmente avere la peggio, faccio liberale concessione di tenere sul banco le vivande.
Ore 9.28
In seguito alla mia avventata decisione in materia di derrate alimentari, l’aula d’esame si tramuta in una stìa fornita di ogni becchime.
Ore 9:30 – richiesta 2
Richiesta di poter utilizzare la propria penna anziché quella fornita loro in dotazione.
Ore 9:30:30
La richiesta viene bocciata per manifesta impertinenza. Viene contestualmente ingiunto alle sottoposte di consegnare ai triarchi le penne fino ad allora detenute illegalmente sul banco.
Ore 9:31
A tale ingiunzione le sottoposte rispondono con implorazioni in un florilegio di stili, tra cui registro:
A) Stile Superstizioso: “Io porto sempre con me questa penna d’oro zecchino come portafortuna. Il giorno prima la introduco dentro il culo di un gatto nero, la notte la appendo sotto un corno rosso, e la mattina la sfrego tra i testicoli di mio marito. Se mi privaste di questo amuleto non avrei speranze di superare il test”.
B) Stile Lacrimevole: ”Questa Bic smangiucchiata io la ebbi in dono da mio nonno , buonanima. Con che cuore adesso voi vorreste sequestrarmela?”
C) Stile Ibrido: “Io ebbi in dono questa Bic mangiucchiata in oro zecchino da mio nonno , buonanima, uno jedi in grado di vincere grazie ad essa ben due concorsi pubblici per impiegato di concetto e uno per messo comunale. E voi ora vorreste sequestrarmela perché temete i suoi superpoteri. O forse solo perché non avete rispetto per i sentimenti umani”.
Ore 9:33
Viene dunque concesso loro di tenere le suddette penne laser sul banco, purché non vengano né sguainate, né adoperate.
Ore 9.35
L’aula si riempie di esaminandi fino alla massima capacità di stoccaggio. Procedo alla conta degli individui di sesso maschile.
Ore 9:35:05
Gli individui di sesso maschile risultano essere (me compreso) 6 su 72. La stia è infatti satura di ciarle a un volume assordante. Tento di captare se vi siano anche forme di vita intelligente.
Ore 9:36
Scovo un nucleo di sovversive.
Ore 9:37
Le sovversive tentano una manovra avvolgente. Blandiscono il buttafuori con complimenti sul suo fisico da culturista e gli estorcono la concessione di recarsi in bagno anche ad identificazione avvenuta.
Ore 9:37:30
Ordino a Palla di Lardo di eliminare il buttafuori,in quanto anello debole del regime, e di disfarsi del corpo dandolo in pasto ai coccodrilli del fossato. Nel frattempo, mi reco anch’io in bagno per controllare le ammutinate.
Ore 9:38
La percentuale inferiore al dieci per cento di candidati maschi si rivela un vantaggio: la coda al cesso è lunghissima per le femmine, inesistente per me.
Ore 9:38:30
Interpreto la cosa come la spontanea creazione da parte dei sudditi di una corsia preferenziale riservata alla mia regale maestà.
Ore 9:38:31
Supero la fila.
Ore 9:38: 30
Procedo alla minzione.
Ore 9:39
Pe risparmiare sul tempo, non lavo le mani.
Ore 9:39:30
Faccio ritorno in aula.
Ore 9:40
La mia breve assenza ha favorito la restaurazione. Palla di lardo ha tradito il mio mandato ed è passato alla fronda. Lui e il buttafuori sono di nuovo al comando, ma ancora una volta il loro è un governo fantoccio. Il potere è in mano alle galline.
Ore 9:41
Nella stia si opera ormai in deroga e spregio a qualunque regolamento.
Ore 9: 43
Il brusio è ormai urlo isterico.
Ore 9:44
Le richieste si fanno minacciose: Se non mi fate recuperare la borsa con le merendine, faccio ricorso al TAR.
Ore 9: 44: 30
Da statista/tiranno avvezzo al controllo delle folle, ritengo che il test debba cominciare al più presto, perfino in anticipo sull’orario previsto: l’anarchia sta bussando alle porte con tutt’è due le mani. E pure coi piedi.
Ore 9:45
Vengono impartite a voce le direttive su come compilare il test. La burocrate ha una voce flebile, che non riesce a sovrastare il pigolio.
Ore 9:46
Palla di lardo si sostituisce a lei nel compito. È uomo d’azione e sa bene come urlare un comando.
Ore 9: 46: 30
Non ha però il dono della chiarezza. Ottiene il silenzio. Ma l’uditorio è perplesso sul da farsi.
Ore 9:47
Fioccano le domande e i non ho capito.
Ore 9:50
Settantandue candidati a un test in cui si valuterà la loro attitudine all’insegnamento della lingua italiana mostrano serie difficoltà di comprensione su come mettere una crocetta su un foglio.
Ore 9:51
Desisto da ogni mia fantasia di riconquista. Governare un simile gregge non sarebbe difficile. Sarebbe inutile.
Ore 9:52
Muto definitivamente atteggiamento. Mi voto a un aristocratico eremitaggio.
Ore 10:00
Le buste contenenti la prova d’esame vengono aperte.
Ore 10:01
Il turbinio dei fogli genera una tempesta di briciole di Tuc. Accecato dalla sabbia e dai sedimenti, trovo nella cecità un fattore assai favorevole all’astrazione e alle pratiche ascetiche.
Ore 10:01:30
Mi estraneo.
Ore 10:02
Dall’alto delle vette cui la meditazione mi ha innalzato, contemplo il test e i candidati: eventi terreni e fatti umani di cui nulla più mi riguarda.
Ore 10:03
Fluttuo leggero tra le alte sfere. Talmente alte che ora
Ore 10:04
lievito tra le stanze MIUR.
Ore 10: 05
Ne approfitto per bussare in ogni ufficio e chiedere chi sia la gran testa di minchia che ha concepito questi quiz di merda.
Ore 10: 06
Ritrovo la pace e mi libro ancora più in alto, su una nuvola di scirocco che aleggia sopra Catania.
Ore 1o:3o
Da quassù l’esito del test non ha più alcuna importanza. Lo spirito si inebria di vertigine e medita sulle cose ultime. Ci si interroga su ben altro che la data esatta in cui avvenne la morte di Gaio Gracco. I quesiti cui si ha voglia di trovare una risposta pertengono a un ordine diverso, e la domanda su cui si preferisce arrovellarsi è : ma a mia cu mi ci puttò stamatina?
Ore 11:00 c.ca (quassù il tempo non ha significato)
Opto per sparare sessanta crocette a cazzo, sì da potere sfruttare le due ore che rimangono per disquisire a livello generale sui test.
Ore 11:01 – I ordine di riflessioni: i quiz.
I test a risposta multipla, in Italia, non li sappiamo fare. Non nel senso che non sappiamo rispondere. Nel senso che non li sappiamo approntare. Le nostre università sono da sempre orientate a una valutazione del candidato mediante un esame orale. Non c’è una tradizione di test a risposta multipla nelle università italiane. Sono stati introdotti da relativamente poco tempo. Chi li prepara non ha ancora sufficiente dimestichezza con questo tipo di esami. E tende a ritenerli una valutazione delle competenze di serie B. Preparare dei buoni quiz è difficile. Gli inglesi e gli americani sono molto bravi a farlo. Perché li fanno da sempre. Là l’orale non esiste, e moltissimi esami si fanno a crocette. Ma non è un esame di serie B. È l’esame, punto e basta. Qua invece il timore che si riveli un esame facile, lo trasforma in un esame impossibile. Gli italiani approntano i quiz a risposta multipla con lo scopo di testare non la tua preparazione, ma la tua furbizia. Devi entrare nella testa del compilatore delle domande e cercare di ragionare come lui, cioè più o meno come uno che si siede sul cesso e al posto di fare la settimana enigmistica pensa a delle domande ambigue, piene di “distrattori”, di possibili risposte esatte pronte a rivelarsi errate. Quando ha terminato la seduta, te le sottopone più che altro per sfoggiare quanto è stato scaltro a inventarsi i sabotaggi. Se li superi, significa che sei furbo almeno quanto lui, e quindi sei idoneo. Se non li superi, poco importa che tu sia preparato o meno: non ci servono quelli preparati. Ci servono quelli furbi.
Ore 11:02 - II ordine di riflessioni: il mestiere di insegnante
A) L’aria che respiri a queste selezioni è molto rancorosa. Da qualche parte, nei cervelli dei laureati in maniere umanistiche, si è radicata una convinzione quasi inestirpabile: diventare insegnante è un mio diritto. Una delle frasi che più ricorrono nelle conversazioni sgangherate tra colleghi aspiranti insegnanti è: io mi sono laureato in lettere (filosofia, storia, geografia etc) e prima o poi il ministero mi deve fare lavorare. Il ragionamento non sta in piedi. Il ministero non ha bisogno di insegnanti. E non sa più come te lo deve dire. Te lo sta dicendo ininterrottamente da quarant’anni. Se a te piace studiare lettere, studiale. Ma pretendere che il ministero prima o poi ti impieghi come insegnante è più o meno come se tutti quelli che si laureano in scienze politiche pretendessero di essere impiegati alla Farnesina.
B) Il numero di laureati in discipline umanistiche è semplicemente troppo alto per poter essere assorbito. Non esistono paesi al mondo che abbisognano di tanti umanisti. I paesi abbisognano di ingegneri, economisti, medici. È così in tutto il mondo. E infatti in tutto il mondo le facoltà più frequentate sono quelle di ingegneria, economia, medicina. Solo qui proliferano umanisti e giuristi. Qualcosa è andato storto nel modo in cui abbiamo veicolato storicamente il sapere scientifico. Una certa mentalità ha finito per screditarlo. Quasi come se un ingegnere, un botanico, un agronomo o un fisico non fossero degli intellettuali. Il risultato è stato il boom dell’umanesimo. Che ha per naturale conseguenza il boom della disoccupazione.
C) Altro punto da valutare riguardo il mestiere dell’insegnante è quanto questo sia stato screditato dagli insegnanti stessi. È stato per decenni e decenni il lavoro part time preferito delle casalinghe emancipatesi a metà (la loro emancipazione consisteva nello sposare un dentista e poi trovarsi un lavoro che gli lasciasse il tempo di spendere i soldi guadagnati dal marito). La miserabilità degli stipendi e la mancanza di un percorso di carriera che tenesse conto del merito (per merito intendo la capacità di stare in aula e insegnare agli studenti) hanno fatto il resto. La cosa inspiegabile, o meglio spiegabile solo con l’arretratezza in cui versa il nostro paese, è come questo mestiere, pur precario, malpagato, socialmente squalificante, faticoso e difficile, continui a rappresentare una chimera per tutte queste persone. La risposta è proprio nell’arretratezza italica. Perché la nostra è una società che continua a vedere il posto “fisso” pubblico (cosa c’è di fisso ormai in un contratto di docenza a sei mesi?) come più prestigioso di un lavoro svolto presso privati. In questo scontiamo una mentalità che continua a remare contro quei pochissimi che vorrebbero fare il mestiere per autentica passione. I soli che potrebbero un giorno risollevarne le sorti.