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Archivi categoria: minchiatone potenti

Prepararsi per assistere al declino

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imagesTra un po’ a Siracusa si vota per le comunali. I partiti risultano non pervenuti, con l’unica eccezione del PD: i candidati sindaco sono tutti appoggiati da liste civiche. Vediamole.

Cambia Città/SOS siracusa.

Quello che segue è un post di Carlo Gradenigo, giovane candidato al consiglio comunale, sulla pagina facebook che lo sostiene (il gruppo si chiama “Con Carlo Gradenigo”). È il candidato di una lista civica, “Cambia città”, che dal nome mi fa pensare a gente  che spinga per un cambio di mentalità e per l’ingresso in politica della “società civile”. Ecco allora chi è la società civile a Siracusa:

Eravamo al bar, tra una chiaccherata (sic) e l’altra. All’uscita al momento di riprende (sic) le nostre macchine parcheggiate l’amara sorpresa: 41 euro di multa! E’(sic) il prezzo che alcune decine di ragazzi hanno dovuto pagare per aver lasciato l’auto davanti all’unico locale notturno presente in Via (sic) Tisia. Non un fischio da parte dei vigili, nessun avviso a chi in quel momento era seduto a pochi passi in compagnia dei propri amici. E allora potrebbe nascere il dubbio che il fine non sia la corretta pulizia delle strade ma soltanto un modo per fare cassa ai danni del cittadino.

Si trattasse solo di un’esternazione a caldo su un profilo facebook, pace: a tutti girano un po’ le scatole quando ti prendono la multa. Invece lui ci sta basando proprio la campagna elettorale. Tant’è che dopo qualche ora trovo quest’articolo: e scopro che a Siracusa c’è anche il giornalismo di denuncia. Solo che denuncia lo scandalo di vigili urbani che fanno contravvenzioni a chi è in divieto di sosta. Due domande in chat a qualche amico comune e si scopre che “l’unico locale notturno presente in via Tisia” è dello stesso Carlo Gradenigo. Quindi è una battaglia affinché i suoi clienti possano parcheggiare a un metro senza essere multati. Cetto La Qualunque non è nessuno.

La cosa fa il paio con una richiesta molto insistita, inoltrata ben più di una volta all’amministrazione comunale dal presidente del mio consiglio di quartiere (Ortigia, il centro storico e turistico della città) Maria Letizia Giglia, che su istanza dei commercianti e della “società civile” dei residenti, si batte per dismettere l’unica area pedonale che resta in vigore tutti i giorni: un tratto di via Roma lungo circa duecento metri.

La società civile della mia città vuole parcheggiare in divieto di sosta e smantellare l’unica (mezza) via pedonale di Siracusa. Mi chiedo se non sia il caso di promuovere una lista SOS  che ci salvi dalla società civile.

Siracusa 734

Poi c’è un’altra lista civica, che si chiama Siracusa 734, dove 734 sta per l’anno di fondazione della città. Uno pensa lista civica + fondazione e si immagina chissà quale ripartenza da zero. E invece il candidato sindaco è Michele Mangiafico, già consigliere comunale, dal 2008 in consiglio provinciale nelle fila dell’UdC, attualmente presidente del consiglio provinciale. Però siccome è sotto i quaranta,  forse a Siracusa  ”civica” sta per “giovane” (oltre che per  uno che vuole parcheggiare senza essere multato). Comunque, la lista pare sia sostenuta anche da Fabio Granata, ex vicesindaco, ex assessore alla regione siciliana, ex onorevole a Montecitorio, attualmente condannato dalla corte dei conti a risarcire circa 600 mila euro per assunzioni clientelari. Sul rifondare quindi avrei dei dubbi. Sul fatto che si torni indietro, magari anche fino al 734 a.c., no.

Questo, poi, è il video promozionale della candidatura a sindaco di Mangiafico. Ne volevo parlare perché raggiunge picchi di approssimazione e confusione mirabolanti.

Non è la prima volta. Ricordo che avrò avuto sì e no sedici anni, e su tele uno tris andava in onda lo spot elettorale di Fabio Granata – all’epoca credo MSI- che aveva per colonna sonora In Between Days dei Cure. Ora, negli anni ottanta, se eri dark e ti piacevano i Cure eri di sinistra ed eri in netta contrapposizione ai paninari con le Timberland, che ascoltavano i Duran Duran. Io ero confusissimo: quello era di destra, ma mandava in giro un video coi Cure. Cosa mi voleva dire? Era volutamente ambiguo? Puntava a convincermi che era uno dei miei? Non credo proprio. Granata a me fa simpatia: è uno tutto d’un pezzo, e poi gli riconosco di essersi speso molto, abbandonando anche certe ideologie, quando fu di Emanuele Scieri: quel che poteva, lo fece. E allora? Magari era un po’ prepotente, quella canzone gli piaceva, e la voleva anche se era dei Cure? Poi ho capito che era tutto più facile: chi gli aveva fatto il video, non ne sapeva niente di chi erano i Cure.

Anche questo spot di Siracusa 734 funziona più o meno così. È una sequenza di “santini” di Mangiafico, con qualche inserto di Granata, che scorrono su Talkin’ ’bout a Revolution di Tracy Chapman.

Mangiafico è un ex UdC, Granata uno di FLI. Il testo di quella canzone (che io amo moltissimo e paragono a Bella Ciao per come fa arrizzare la carni) riprende suggestioni alla “Furore” di John Steinbeck, anzi mi pare che in certi punti proprio ne citi qualche parola. In America quel libro e questa canzone sono considerate una specie di inno al socialismo, cioè la cosa più a sinistra che si possa immaginare. Il ritornello dice cose forti, minacciose anche, come  I poveri stanno per ribellarsi/e prendersi ciò che gli spetta/I poveri stanno per ribellarsi/e prendersi ciò che è loro/ Secondo me è meglio se cominci a scappare:/scappa, scappa, ti dico, scappa. E tutto questo in mezzo a scene di gente in coda per prendere il sussidio sociale, che mormora all’ufficio collocamento, e attende un pasto caldo nei locali dell’esercito della salvezza. Cosa ci fa questa canzone in quel video patinato – stile matrimonio o prima comunione – pieno di gente in cravatta, seduta a una convention dove mancano solo i pasticcini? Per il tipo di video che è, ci stava bene un pezzo neomelodico. Io continuo a pensare che non sanno cosa fanno: è dilettantismo, non malafede. Ignoranza mista a sufficienza: bella canzone, nel titolo parla di rivoluzione, noi non vogliamo rinnovare? prendiamola. Quindi Mangiafico è giovane, però anche se è giovane non conosce l’inglese. Pazienza, la cosa non mi irrita affatto. Non sa nemmeno chi è Tracy Chapman, e vabbe’, niente ci fa, neanche questo mi irrita. Mi irrita che non gli sia interessato saperlo prima di mettere una sua canzone dentro a quello spot. Perché quello spot presenta lui e i suoi sodali a tutti gli altri, tra cui me, che quella canzone la amo. Volete rifondare? Rifondate con le pietre vostre. Per forza con quelle degli altri dovete rifondare?

Riprendiamoci Siracusa 

E vabbe’, vediamo chi c’è a sinistra, magari di là va meglio, che oltretutto il PD sta facendo le primarie di coalizione. Qui c’è un’altra associazione dal nome inquietante: “Riprendiamoci Siracusa”. Uno legge un nome così e comincia a temere che i vari tiranni Gelone, Ierone I, Dionisio il grande siano tornati per sottometterci e riprendere possesso della città. Invece purtroppo pare di no. È una lista che vuole uscire dalle logiche di partito e affidare la politica a chi non l’ha mai fatta. Candidato sindaco? Tanino Firenze (uno che fa politica più o meno da quando è nato e che l’ha fatta con tutta una serie di partiti diversi). E allora per sottrarre la politica dalle grinfie dei politici (essendo un politico, probabilmente prima se la vuole togliere  e poi se la vuole restituire da solo) e ridarla alla società civile, Firenze si candida – con una lista civica- alle primarie dell’unico partito politico rimasto in piedi in città: il Partito Democratico. Qualcuno ci ha capito qualcosa?

Movimento 5 stelle

Non c’è ancora un candidato sindaco, e comunque, tecnicamente, anche questo non è un partito, ma un movimento. Che nessuno  si sia ancora mosso, corrisponde alla strategia da Porcellum seguita fino a ora da Grillo, ma rischia di essere un  errore per le amministrative cittadine. Sarà difficile nascondere il volto del sindaco dietro quello del leader, quindi, nonostante la spinta che viene dalle ultime elezioni, cominciare a presentare il candidato e farlo conoscere in giro non sarebbe male. Se il vento continua a tirare dalla stessa parte (alle politiche i cinque stelle hanno raccolto in città il 37% dei voti), chiunque egli sia, dovrebbe facilmente finire al ballottaggio. Il problema risiede nella frase: chiunque egli sia.

Il megafono

Qua le cose si complicano, perché il Megafono ha tutta l’aria di essere un partito sotto mentite spoglie (un po’ come il movimento di Grillo), cioè il partito di Rosario Crocetta, che alle ultime regionali era in coalizione con il PD. Per le comunali, invece, pare che corra da solo, e comunque non partecipa alle primarie di coalizione. Da qualche mese, nell’intervallo tra elezioni regionali ed elezioni politiche, il Megafono è partito con una campagna acquisti serrata, andando a pescare per lo più tra i movimenti autonomisti in via di dissoluzione (Grade Sud, MpA, etc), credo con l’intento di convogliare verso sinistra i voti di questi elettori. Seguendo questa logica si spiegherebbero i tentennamenti: in prima battuta il candidato sindaco del Megafono sembrava essere Mariarita Sgarlata (un po’ la Boldrini di Siracusa), ma ora pare non sia più così sicuro. Si vocifera di un Titti Bufardeci (ex Forza Italia, ex PdL, ex Grande Sud, ex sindaco, ex deputato regionale) passato al Megafono e di una sua possibile ricandidatura a primo cittadino. Oppure il Megafono potrebbe addirittura appoggiare un candidato di destra, alla Vinciullo. Di sicuro c’è solo che un’area del PD (la direzione provinciale) voleva far posto al Megafono alle primarie e che per questo motivo queste siano slittate di una settimana. E poi invece è venuto fuori che il Megafono le primarie non le fa. Questo lascia aperta la possibilità che finisca come a Catania, dove le primarie sono di fatto state annullate (gli altri candidati si sono ritirati per far posto alla candidatura di Bianco). Qui il candidato unico di Megafono, PD e UdC potrebbe essere Edy Bandiera (UdC), già presidente del consiglio comunale: un candidato di sinistra, non c’è che dire.

PD

Il PD è l’unico partito che presenterà un candidato sindaco (che però rischia di non vincere le primarie, o di non farle affatto in favore di Bandiera): al momento ne ha in ballo due. Sono due ragazzi sui trentacinque anni. Uno si chiama Alessio Lo Giudice, e pare sia sostenuto da Tati Sgarlata e da mezzo partito. L’altro è Giancarlo Garozzo e pare sia il Renzi cittadino. La scelta di puntare su giovani è coraggiosa, così coraggiosa che non mi interessa manco sapere chi sono e cosa fanno o cosa hanno fatto: se le cose rimangono così, voterò il candidato del PD, chiunque dei due sia, giusto per dare un segnale: tanto sento di nuovo odore di sconfitta, che me ne frega? Da come tira l’aria, il prossimo sindaco di Siracusa si chiama Ezechia Paolo Reale, con la sua lista

Progetto Siracusa

sostenuta un po’ da tutti (secondo me pure dal PD). Credo che la candidatura di Reale sia la soluzione compromissoria accettata con malanimo da quasi tutto il centro destra siracusano: sapendo di essere  ”impresentabili” (come direbbe l’Annunziata), a questo tornata hanno preferito non presentarsi (ma non escludo che in un sussulto di orgoglio – o di spudoratezza- il PdL se ne esca fuori con un Enzo Vinciullo – che però è in rotta col PdL e potrebbe proporre l’ennesima lista civica – o una Mariella Muti), e dunque c’è stato spazio per una candidatura “civile”: Reale si è occupato del piano regolatore (se ne è occupato, da assessore, per qualcosa come otto anni), e può raccogliere i voti degli elettori smarriti di PdL, Udc etc, senza nuocere fino in fondo alla vecchia nomenclatura.

Poi ci sono questi di

Siracusa Risvegliati

che presentano la candidatura a sindaco di Gianni Briante, già assessore provinciale ai Lavori pubblici e già coordinatore cittadino di Grande Sud.

e altre due liste civiche  una è

Volta pagina che candida Pucci La Torre, e l’altra, quella col nome lungo

Pronti al cambiamento, siamo la gente di Siracusa che candida Santi Pane.

Ah, e poi c’è il mio preferito:

Drugo Lebowski che si candida coi Verdi:

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Se tutto va come sembra, ci sarà un ballottaggio tra Ezechia Paolo Reale e un cinque stelle. L’unica cosa che mi preoccupa è il grado di sofisticazione che stanno raggiungendo i travestimenti: tutti puntano a camuffarsi e a far perdere le tracce dietro liste civiche, associazioni neonate, e quella delle candidature giovani sembra la scusa perfetta per mandare avanti seconde o terze linee linee, rampolli, delfini. Insomma, capire chi stai votando diventa sempre più difficile, bisogna studiare e anche studiando è dura. E comunque la figura (e la fine) che stanno consumando i partiti durante queste amministrative è avvilente e priva di dignità: essendo in difficoltà elettorale, i notabili locali che militavano nei vari UdC, PdL, FLI, etc. si sono defilati, e i loro partiti non hanno trovato nessuno con cui sostituire le loro candidature. Che partito è quello in cui caduto in disgrazia un leader non sa esprimerne nessun altro e corre a nascondersi dietro una lista civica?

Io non credo che soffrirò molto per queste elezioni. Il declino me lo voglio godere. Tifo per il tramonto, le tenebre, il nichilismo. E mi sto attrezzando con la poltrona, la frittatona di cipolle, la familiare di Peroni gelata, la vestaglia e il rutto libero.

Plus ça change plus c’est la même chose

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Questa cosa della Sicilia laboratorio sperimentale della politica, questa dottrina dell’eterno ritorno soffritta all’olio di semi di media vari, quest’alone da Area 51, questa idea tutta letteraria dei vecchi marpioni che sperimentano, che fiutano il vento prima degli altri, che rabdomanteggiano, che si attrezzano per tempo, che giocano d’anticipo, Crocetta domatore di grilli isolani che ora si propone per fare corsi di formazione per domatori di grilli continentali, il solito, trito, nauseante paradosso del noi siamo indietro perché siamo avanti o del siamo avanti perché siamo indietro, questo mito dell’alchimista politico, delle urne siciliane sempre lette come le interiora fumanti dell’agnello, il nonno morto che ti dice giocati questi numeri, il fetore dell’autocompiacimento di tutti, elettori ed eletti, la consolazione putrida e falsa del ritenersi precoci, anticipatori, futuristi, fantascientifici di quella fantascienza in cui il futuro è ritorno al primitivo, le doti predittive, le doti  magiche, i veggenti, le metafore immaginifiche, i raptus estatici dei vaticini, i chiromanti che si leggono la mano da soli e si danno il consiglio vincente, il trasformismo, la taumaturgia, il potere che precede se stesso sulla poltrona, il gioco degli specchi, il pirandellismo, il gattopardismo, il double-face, gli ossimori, le iperboli, la retorica abusata, logora, consunta,  una melassa che stomaca, che uniforma, che incolla tutto, fila e fonde come le sottilette, brucia la possibilità stessa che di qualcosa si faccia analisi anziché racconto, elimina i distinguo, spinge verso la leggenda, il mito, il “destino”, l’arcano. È una condanna. Se ne esce solo cambiando lo stile. Rifiutando il linguaggio corrente. Pulendo tutto da queste scorie di romanticismo, di barocco, di gotico. Le battute. La simpatia. Il sorriso di complicità. Cambiare parole, cambiare sintassi, cambiare le espressioni facciali, le movenze, i gesti, il tono della voce, il proprio corpo, sé stessi, tutto. Era ottobre dell’anno scorso, tempo di elezioni regionali. L’analisi resta quella: distinguere tra la Sicilia come genere letterario e la Sicilia come regione d’Italia diventa sempre più impossibile.

Scrivere, dicevamo una sera in hotel

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Ormai quando uno va alla presentazione di un libro (io ci vado in continuazione, lo so che è un’abitudine insana, ma del resto vado anche ai comizi e alle conferenze stampa, e passerei ore a osservare il bancarellaro del Bosco Minniti mentre fa la dimostrazione di quel coso che cava il succo dal limone senza tagliarlo: a me la pubblicità dimostrativa piace, che ci posso fare?) scatta sempre la domanda sulla scrittura di massa, specie se a presentare il libro è un esordiente. Spesso l’interrogativo assume la forma del “com’è che adesso scrivono tutti? com’è che tutti vogliono scrivere? com’è che tutti c’hanno un blog, fanno giornalismo dal basso, livetwitting e cose così?”, che comunque secondo me è una domanda poco carina da fare a uno scrittore (specie se esordiente), tanto vale che gli dici: ecco qua un altro scemo che si sente Cicerone, chiamate la neurodeliri, presto.

Chi pone la questione di solito ha le vene del collo in rilievo e un colorito che varia dal livido itterico al rosso paonazzo, e sembra proprio avvilito dalla quantità di parole scritte che circola in rete, insofferente al punto da sentirsene soffocare. Da come ne ho tratteggiato il ritratto, risulta però evidente che anche costoro (i domandatori) patiscono un pregiudizio: se ne sentono disturbati e si sfogano alle presentazioni dei libri perché a disturbarli in realtà è il fatto che su facebook e twitter ci sono persone pronte a sputtanarsi senza farsi tante paranoie, mente loro, che il talento ce l’avrebbero sul serio, non confesseranno mai a nessuno che da vent’anni lavorano al nuovo Guerra e pace o alla nuova Critica della ragion pura. Secondo me anche questo non è per forza vero e non ha senso accomunare tutti nel girone degli invidiosi (a meno che tu non sia Dante- e quanto sarebbe bello esserlo già solo per questo- che poteva sbattere la gente che gli faceva antipatia dove gli pareva a lui). Forse allora è solo che siamo un po’ tutti vittime di un cliché sempre più insopportabile. Vediamo se riesco a dire quale.

Effettivamente le velleità artistiche possono dare fastidio, e diciamo che la dimensione social assunta dalla nostra esistenza le titilla e le ingrassa fino a renderle moleste. Siamo diventati tutti fotografi, scrittori, poeti, aforisti, editorialisti, stilisti, giornalisti, musicisti, cantanti e le nostre bacheche facebook sono la nostra esposizione personale permanente. Per esempio: io. Non so fare neanche una o col bicchiere, però provo lo stesso a scrivere, quindi appartengo in pieno alla schiera dei velleitari. E invece non mi ci sento. Com’è questo fatto? Io dico che è una questione di quantità/qualità mista alle aspettative che uno nutre nei confronti del mezzo (la scrittura). Da quando esistono i social network la gente scrive di più. Molto di più. E questo dato quantitativo incontestabile è alla base della domanda sulla scrittura di massa. Però che c’entra la quantità con la qualità? La qualità di cosa scrivono gli illetterati come me è irrilevante. Associare la scrittura alla qualità della scrittura (se scrivi è perché sai scrivere, che poi pure qua ci sarebbe molto da dire su chi sa scrivere cosa) è una specie di retaggio ereditato da certo vetero-romanticismo (il poeta tirtaico), quello secondo cui la statura “autoriale” dello scritto è l’unico criterio che ne autorizza la diffusione. In pratica molto pubblico delle presentazioni rimane convinto che ci sia qualcuno che dà le patenti di scrittore, e che se la patente non ce l’hai ma scrivi lo stesso è solo perché sei un esibizionista. C’è insomma ancora molto presente questo mito dello scrittore che, quando è un vero scrittore, scrive per se stesso e non per gli altri, a meno che non ci sia un’autorità (presumo la critica: ma se uno non scrive finché non è riconosciuto dalla critica come fa a pubblicare e a essere riconosciuto dalla critica?) che gli riconosca il diritto di diffondere (in rete o a mezzo stampa) ciò che scrive. Da questo assioma si fa discendere una specie di corollario: quanto più esibisci la tua opera scritta tanto meno sei un vero scrittore. Chi ha davvero talento tiene tutto sotto chiave dentro al famoso cassetto. All’opposto, chi imbratta le bacheche con le sue ciance è di sicuro un mitomane «privo di qualunque talentaccio» (tanto per citare uno molto in gamba che su questa cosa ci ha scritto un libro divertente). Ecco: mi pare una minchiata. L’aumento quantitativo di parole scritte riguarda per lo più quelli che un tempo si sarebbero detti illetterati, nel senso di gente che usa la scrittura pur senza possedere nozione delle belle lettere (in una parola: senza essere un intellettuale). Oggi tra di noi illetterati si scrive un sacco perché tra di noi illetterati ci si legge un sacco. Prima, sempre tra di noi illetterati, non si scriveva per niente perché, sempre tra di noi illetterati, non ci si leggeva per niente. La gente normale (però noi illetterati mi piaceva assai e mi sta dispiacendo non scriverlo per la decima volta) ha cioè ricominciato a scrivere lettere (mail), a lasciare pizzini (sms), a commentare per iscritto le notizie (forum, blog, commenti) non appena le è stato fornito uno strumento adeguato alla velocità delle comunicazioni telefoniche cui si era ormai abituata.

In pratica ci deve essere una specie di legge della termostaminchia secondo cui chiunque abbia un destinatario finisce per scrivergli. E con la rete chiunque può essere il destinatario di chiunque, quindi: chiunque scrive e chiunque può leggere. Le velleità letterario-giornalistiche c’entrano e non c’entrano: la nascita, lo sviluppo e l’immensa popolarità dei nuovi strumenti di scrittura (i blog, twitter – che è micro-blogging- le newsletter, le groupletter, i social network in generale) dimostrano solo – e in modo lampante – che se l’essere umano ha qualcuno a cui scrivere, scrive, e se non ce l’ha, non scrive, esattamente come se non ha nessuno con cui parlare sta zitto (tranne Ignazio La Russa quando fa campagna elettorale a Milano).

C’è stata una fase storica (in realtà piuttosto breve se confrontata alla lunghezza di quelle in cui per comunicare principalmente si scriveva) in cui la comunicazione orale era semplicemente più conveniente e comoda di quella scritta, e questa fase di egemonia telefonica è tramontata con l’avvento della rete. Il sentirsi velleitariamente scrittore quando si scrive su un blog o su facebook è un accidente che riguarda la personalità di ciascuno di noi, una peculiarità del carattere che in certe occasioni si manifesta con maggiore evidenza e in certe altre no, un po’ come quando il sabato vai a giocare a calcetto scapoli contro ammogliati e in ciascuna delle due squadre c’è sempre quello che si sente un campione incompreso, o da scoprire, o la cui carriera in serie A è sfumata per colpa di un ginocchio molle. Eppure a pallone ci giochiamo tutti: non è che devi essere Maradona per prenotare un campo.

L’essere schivo, solitario, timido, introverso, restio a far conoscere i propri scritti a un pubblico è un mito romantico e basta: se non vuoi dire niente a nessuno, non scrivi. Nessuno, nemmeno Bufalino (il più citato da quelli che fanno la domanda sulla scrittura di massa alle presentazioni di libri), che tenne celata al mondo la Diceria dell’untore per decenni, risponde a questo ritratto dello scrittore eremita che compone frasi cesellate per il proprio esclusivo diletto. Bufalino teneva il malloppo  nel cassetto perché non voleva essere letto da me o dal suo verdumaio: voleva essere letto da Sciascia e da Consolo (e aveva ragione: io non sono mai andato oltre pagina venti della Diceria, e me l’ha regalata il mio verdumaio perché a lui non era piaciuta). Era schivo o era snob? Nessuna delle due: aveva in testa un tipo di lettore che potesse leggerlo, e aspirava a essere letto da quel tipo di lettore. Ognuno quando scrive si rivolge a qualcuno che lo legga, a volte consapevolmente, e a volte inconsapevolmente, certo, ma la scrittura resta un atto comunicativo che perde ogni significato se non c’è interlocutore. Poi, di sicuro, c’è e ci sarà sempre il genio che parla da solo dentro una grotta al mero scopo di ascoltare la propria eco restituirgli la sua stessa voce, godendo beato di questo riverbero e di null’altro. Ma allora forse più che davanti a Bufalino siamo davanti a Holderlin, chiuso dentro la torre della casa del falegname, che quando riceve una visita si impaurisce e non vede l’ora che tutti si levino di torno per ricominciare a scrivere l’Iperione. E infatti Holderlin oltre che un genio era anche un pazzo conclamato.

Noi siamo nell’epoca della scrittura di massa semplicemente perché siamo nell’epoca della comunicazione di massa: le velleità letterarie, creative, sono sempre quelle che c’erano prima, alcuni ce l’hanno e altri no. Abbiamo semplicemente ripreso a scrivere, e stavolta a scrivere siamo un po’ di più perché siamo un po’ di più ad essere andati a scuola. È l’alfabetizzazione di massa, bellezza, e tu non puoi farci niente. Chi c’ha un blog scrive anche senza essere uno scrittore. Del resto c’è una bella differenza tra uno che scrive e uno scrittore. E secondo me c’è sempre stata. Anche prima di internet.

Vulcano (Etna) 3

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Per disposizioni dell’autorità aeronautica siete pregati di mantenere spento il vostro telefono cellulare sia a terra che in volo. Potreste fare il solletico all’antenna MUOS di Niscemi, che è l’unica autorizzata a interferire con le strumentazioni di bordo di quest’aeromobile in partenza dall’aeroporto di Comiso.

Elaine Dickinson - Signore, mi scusi, dovrebbe spegnere il suo telefono cellulare, stiamo per decollare

Ted Striker - Non è un cellulare

ED -   Il suo smartphone, allora

TS -   Non è uno smartphone

ED -  E che spacchio è ‘sta cosa?

TS -  È una tecnologia nuova: si appizza al MUOS, mi serve per comandare le testate nucleari di Sigonella, quindi lo posso tenere addumato

ED –  Favorisca la carta d’imbarco, per cortesia

TS -  Prego, tenga pure

ED –  ”Conquistare la totalità dell’Asia, presidiando la Sicilia con almeno due armate”?

TS –  Gliel’avevo detto io

ED -  E io ora all’autorità aeronautica che gli dico?

TD -  La stessa cosa che la Cancellieri ha detto a Crocetta

ED – E cioè?

TS -   Suca

ED -  E al comandante?

TS -  Forte

ED -  E se precipitiamo?

TS -  Spacchio m’antaressa

ED -  Ma non muore pure lei, scusi?

TS -  Io? Io sono un drone, il vero pilota di questo volo

ED -  E allora io? Non mi dirà che anch’io…

TS – Mi lasci indovinare: per caso lei, la notte, sogna pecore elettriche?

Olio che cade a Piazza Archimede

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archimedes

Quando c’è vento piazza Archimede è un vortice. Colpa della forma. Piazza Archimede è un trapezio, ma sembra un cerchio perfetto. Da giù, da piazza Pancali, è una pallina di gelato fatta col porzionatore sbagliato. Un po’ fuori misura rispetto al cono, se ne cola giù lungo via Dione. Le piace far sembrare storto corso Matteotti. Piazza Archimede è dispettosa. Nasce quadrata, vuole essere tonda: lo odia quel rettilineo tracciato con le ruspe. Per questo quando c’è vento gira così forte. Fa le bizze. Si contorce. Stesa sul pavimento nero di lava, è un disco di vinile deformato dal sole. Oscilla. Imbarca acqua dalla sua stessa fontana. Viene il mal di mare. Piazza Archimede gira a quarantacinque giri. Ma è un LP con tanti di quei solchi. Larghe basole ai piedi dei palazzi. Brani così lunghi che ci puoi passeggiare. Un marciapiede a ciambella cinge la fontana. Evita che anneghi. Ultima traccia prima dell’etichetta: alta, bianca, femmina. Dentro a un cerchio dove pure l’acqua diventa rotonda. Lippo su marmo. Verde su bianco. Trascuratezza. Forse. Sì. Un po’. Ma ci sta che è una sciccherìa. La bellezza, disposta a raggiera, per farsi sporcare dal mondo. Sono questi cerchi concentrici a farla girare veloce nel vento. Se è inverno, se l’aria è bella tersa, se le folate di tramontana arrivano dalla direzione giusta, la luce suona. Diana si dimena in una danza agreste. I valzer aristocratici li lascia ai Montalto, ai Gargallo, ai Pupillo. All’aperto, selvaggia, freddo manco ne sente. Si alza la  gonna, si scatena in un can can. Mostra il culo agli autobus dei turisti. Per chi mi avete preso? Per una fontana classica? È bisbetica. È tracotante. Mi fa un’antipatia. Se l’è presa con la forza, questa piazza intitolata a un greco tutto cervello e niente muscoli. E chi ha il coraggio di dirle niente? Ha le frecce, lei. Ha quei mostri feroci ai piedi. Li tiene a fatica, quasi le strappano il guinzaglio. Con quel vento, poi. Ogni volta che mi sento audace, ogni volta che l’istinto ha il sopravvento, che parto di slancio per andarle sotto, per prenderla a testate, mi ci rompo le corna su quel marmo. È il vento. Fa i mulinelli. L’acqua degli spruzzi mi sbuffa addosso tutto il suo disdegno. Mi infracida di sputi. Mi lava via la superbia. E sono di nuovo piccolo e suddito. A girare nel suo cerchio.

Generatore automatico di esercitazioni per il concorso insegnanti

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chickenpopquiz

 

Quesito 1.

Indicare in quale delle seguenti alternative viene rispettata l’alternanza di “vocale- consonante”:

1)A E I O U IPSILON brigittebardòbardò eeee meuamigocharlie

2)Giro la ruota

3)Eferefereferefereferer (però non fare la prova a voce alta, come faccio io, che ti mandano subito dal logopedista)

4)Donneturututtuincercadiguai.

Quesito 2

Un pittore vuole scrivere MIUR SUCA sul muro con otto colori diversi, a coppie, però diviso due e moltiplicato per nove, e senza fare ripetizioni, ma solo doppioni:

1)Quanto impiegherà a completare l’album Panini?

2)Visto che può lanciare solo un dado (e se fa spigolo non vale): quanti tiri dovrà effettuare affinché sulla ruota di Napoli esca un numero multiplo di tre, diviso cinque, per quattro?

3)Non c’hai capito niente? Vabbe’, almeno dimmi questo:

L’insieme a cui appartengono gli appassionati di motociclismo, i Ministeriali e i drogati è per caso quello del diagramma 7, in cui si intersecano:

a) Persone che lavorano al Ministero dell’Istruzione e della Ricerca

b) Persone che lavorano al Ministero dell’Istruzione e della Ricerca che impennano col motorino nei corridoi mentre fumano crack

c) Persone che lavorano al Ministero dell’Istruzione e della Ricerca che scrivono quiz preselettivi mentre impennano col motorino nei corridoi e fumano crack

d) Vecchiette scippate da tossici in motorino lungo i corridoi del Ministero

Oppure quello del diagramma 5 in cui si intersecano:

a) Tutti quelli che si chiamano Ennio

b) Tutti gli zii che si chiamano Ennio

c) Tutti quelli che hanno uno zio che si chiama Ennio

d) Tutti quelli che hanno almeno uno zio che si chiama Ennio, lavora al MIUR e può procurare una raccomandazione.

Quesito 3

Il bidet si trova tra il lavabo e la doccia. Quindi se devi orinare, evita di farlo dentro dentro al vaso da fiori, che la mamma di Alessandro ci tiene (e non si capisce perché lo tenga in bagno tra la vasca e il bidet). Ma se proprio dovesse scapparti, è già meglio di pisciare dentro l’oliera, e magari poi condirci il pane, che è dietro la bottiglia (in cui abbiamo dovuto metterci i fiori, visto che dentro al vaso c’hai pisciato, brutto zozzone).

Se la bottiglia decidi di bertela tutta da solo, attenzione a non essere troppo ubriaco quando andrai a prendere Silvia, che abita tra la chiesa e il panificio (Silvia è una ragazza tutta casa, chiesa e sfilatini al sesamo) perché corri il rischio di fermarti al distributore, che è tra la chiesa e casa di Silvia, e – sovrastimando le tue dimensioni – che a te appaiono quelle di un asta di un metro, gravata da un peso di 425 kg a 45 centimetri dal centro, e a Silvia invece appaiono per quelle che sono realmente (cioè #= -$ +@)- orinare dentro al serbatoio della macchina.

A quel punto Silvia ti chiederà che ore sono, tenuto conto che siete partiti da Alpha alle 21, e che, con l’urina al posto del carburante, raggiungere Beta e farsi ‘sta trombata non sarà possibile neanche se il fuso orario tra le due città fosse pari al tempo che Marco ci impiegherà per stabilire se sia meglio andare al cinema da solo anche stasera o decidersi finalmente a fidanzarsi con Giovanni (che tanto al cinema ci vanno sempre insieme). Tieni inoltre presente che:

1)A Giovanni piace suonare il violino

2)Tutti quelli a cui piace suonare il violino hanno almeno un’ascella che puzza

3)Quando Giovanni va al cinema con Marco, Filippo si ingelosisce e telefona con la voce camuffata per dire dire che c’è una bomba in sala.

Quesito 4

In una prova di ortografia, il cui punteggio massimo è 10 e in cui per ogni errore viene sottratto un punto, individuare chi tra Alberto, Enrica e Goffredo III di Sassonia otterrà il punteggio più alto. O quello meno basso. In più: se è falso che Eriberto II farà il punteggio meno basso, quale delle seguenti affermazioni è necessariamente vera?

a) Giovinco è basso: uno e settanta scarso, e non ha mai segnato un gol di testa in vita sua. Non segui il calcio? E io che ci posso fare?

b) Enrica in realtà si chiama Ugo, e come uomo direi che è non alto, quindi per la famosa legge del compenso (unni u Signuri leva, u Signuri mette), se la precedente affermazione è vera, è corretto affermare che:

a)Enrica ha una gran minchia

b) Ugo ha una gran minchia

c) Non ci sono dati sufficienti per stabilire con certezza se siamo di fronte a Ugo o a Enrica

d) Ho detto dati? Volevo dire dadi. Ho detto sufficienti? Volevo dire ZGGGXYXUGH567jmpgvxy:

Completa la sequenza in modo che sia assolutamente identica a quello che scrive il mio gatto quando passeggia sulla tastiera.

Fatto?

Sbagliato.

Perché?

Non hai tenuto conto che il mio gatto è zoppo, appartiene all’insieme dei bagnini, francesi, laureati, analfabeti. E sopratutto che la mia è una tastiera qwerty. A proposito:

a)Esistono tastiere non qwerty?

b) E tastiere qwerty friendly?

c) Secondo te è giusto che non esistano?

Comunque, ecco il testo del

Quesito di ortografia:

«Sentisse Signor Ministro, io non lo saccio se quando non mi sveglio presto poi non arrivo puntuale al lavoro oppure se è che quando non lavoro finisce sempre che poi mi arrusbigghio presto (tipo la domenica mattina, che ti vorresti susere a menzionno, e invece alle gingue meno un quatto già c’hai un prospero addumato nel culo). Io so che un travagghio non ce l’ho (e con guesti quizzi che fa Lei manco ce l’avrò mai), cuindi che mi arrusbiglio presto a fare? Anzi lo sape che ci dico? Io per oggi mi sto cuccato».

Chi ha sbagliato di più?

a)Pagliuca

b)Il gatto

c)Ennio

d)Il testo non contiene errori di francese.

Quesito @+@-§= £ -# + 42150

Venanzio ha 9 candele, 6 timbri, 12 spille e un sacco di altra chincaglieria. Ma soprattutto ha due testicoli di forma e dimensioni perfettamente uguali, solo che uno, per un rigonfiamento causato dai quiz preselettivi, pesa leggermente più dell’altro. Considerato che, allo scopo di potersene far gonfiare uno in più dall’esercitatore, Letizio si è dotato anche di un terzo testicolo (di peso uguale al primo, ma in procinto di gonfiarsi più del secondo) e disponendo di una bilancia a due piatti (che però noi, per divertirci un po’, abbiamo starato): quante pesate saranno necessarie per stabilire se i quiz preselettivi possano essere considerati patogeni per l’orchite di Patrizia?

1)   @+@-§= £ -# + 42150

Se hai risposto così non vale: è il numero del quesito, non te ne eri accorto? Nessun problema: puoi rimediare. Clicca sul tasto “Vai alla pagina del riepilogo finale” e segui le seguenti istruzioni:

- Torna indietro di due caselle

-Fai una giravolta

-Falla un’altra volta

-Guarda in sù, guarda in giù, dai un bacio a chi vuoi tu

-Passa dal via

- Vai in prigione

-Attacca l’Asia con due armate

-Annettiti la Polonia

-Dichiarati prigioniero politico

-Fai un’ora di vergogna dietro la lavagna

-Fai la ninna, fai la nanna, bimbo bello della mamma

Quesito @gmail.com

Se l’asta è  in bilico per il centro e c’è un peso da 425 kg a 40 cm dall’estremità destra e uno da 27 kg all’estremità opposta, allora significa che

1)Hanno di nuovo fatto lo scherzo dell’asta coi pesi a Bubka: Sergej, aspetta, non saltare!

2)L’asta, tenutasi presso Sotheby’s ,viene ritenuta nulla a causa della regola: “due pesi, due misure”.

3)Asta la victoria, siempre.

4)Asta Tosta: oggetti tosti per tutti i gosti.

Quesito di ortografia (reprise)

Istruzioni: il candidato risponda  come risponderebbero Stanlio & Onlio se parlassero in francese con un leggero accento umbro-marchigiano.

Il vocabolo “orchite” contiene un errore:

a)Di ortografia

b)Di lògica

c)Di logìca

d)Di logicà

e)Di Lògìcà

f)Di diagnosi.

Il vocabolo “orchite” a quale dei seguenti campi appartiene:

a)Frenologia

b)Araldica

c)Pornografia

d)Bestiari medievali illustrati

e)Avendo l’orchite, Patrizia è senza dubbio affetta dalla sindrome di qwerty.

Quesito 3540/124.987

Tra due giorni viene a trovarci mia suocera e io devo ancora ridipingere casa. La ditta a cui ho dato incarico mi aveva promesso di portare altri due operai e di finire per domani. Ma poi ha preso un altro appalto e mi ha lasciato con un operaio solo:

a)Tu col rullo come te la cavi?

Quesito A;18; A; 21; A; 12; ?; ? (già che ci sei, completa la serie numerica con la prima autostrada che ti viene in mente)

Un’azienda agricola che si occupa di elicicoltura ha selezionato una razza di lumache allevate dentro a pozzi molto profondi, da cui escono viaggiando alla velocità di due centimetri ogni mille e una notte -di luna piena-, per recarsi, da sole, al mercato ortofrutticolo e vendersi con uno sconto pari a 5/64 del prezzo iniziale (in realtà me le ha regalate mio zio Ennio). Nessuno riesce a comprarle perché arrivano sempre quando gli altri ambulanti hanno già sbaraccato, e il fatturato dell’azienda precipita dall’anno 1 all’anno 2 del 15%. Quante lumache ci saranno ancora in fondo al pozzo quando l’universo si sarà estinto per entropia?

a)44 gatti in fila per tre col resto di due

b)E=mc²

c)Intendo rispondere solo in presenza del mio avvocato

d)3 civette sul comò

e)Zio Ennio, ma io ora io con ‘ste lumache che ci faccio?

Quesito numero 0,1,0,1,01,01 (02 per chi chiama da fuori Milano)

In ambiente Windows, quando stai scrivendo l’ultimo rigo della tesi e Word ti dice che per sbaglio ha cancellato tutto il file, la maschera che annuncia il tipo di errore appena occorso quale dizione recherà tra le seguenti:

a) Suca

b) 404 file not found

c) Zeman 4-3-3

d) Bubù settete.

Quesito one two three four rock around the clock

Fill the blank with one of the followings: Oh I believe in _____________

a) Yoko Ono

b) Obladì Obladà

c) She loves you ye ye ye

d)I can get no/taratà/satisfaction/taratà, ah no, aspe’, questa la so: duran duran.

Quesito X : Y = drogarsi:superare il concorso

Il piccolo Marco sta giocando con 550 cubetti di legno colorati:

a) 550? Ma chi cazzo glieli ha regalati 550 cubetti di legno colorati al piccolo Marco?

b) Quanti eoni impiegheranno i i genitori di Marco a rimettere in ordine quando Marco avrà finito di giocare?

c) Marco ha più o meno di 7 anni? Meno? No, perché qua sulla confezione c’è scritto che se li ingoia, poi per un mese caca a forma di Lego.

d) La prossima volta che lo zio Ennio si presenta a casa con un regalo per il bambino, manco lo faccio entrare.

Risultato finale

Complimenti vivissimi per la tua innata capacità di lanciare i dadi col culo: sei giunto nel casellone centrale e hai appena risposto all’ultima domanda. Ti dichiariamo per tanto abilitato all’insegnamento per le seguenti classi di concorso:

Al volante di una Ford, vecchio tipo cabriolet, già si sta arrampicando Spanky

Inserito il

Io domenica scorsa a votare ci sono andato. E domenica prossima ci ritorno. La buona volontà di portarmi il panino con la frittata e le parole crociate per fare la coda al seggio ce l’ho messa e ce la rimetto di nuovo.

Però io già di natura mia faccio confusione, poi a scuola l’ora di educazione civica me la facevano saltare sempre per torturarmi con le interrogazioni su Anassimandro o sulla guerra dei cent’anni, e ora ci si mettono pure questi qua, che prima fanno i congressi, poi le primarie e poi pure i ballottaggi.

E non è che l’ho capito bene per cosa sto votando.

Stando a quanto diceva la gente in coda al seggio, ero là per scegliere il candidato premier del mio schieramento, cioè quello che poi, un poco più in là, voterò come presidente del consiglio alle elezioni politiche.

Stando a quello che leggo sulla rete e sui giornali (o che origlio da quei talk show che mi fanno fare veleno la frittata), sembra che queste primarie riguardino parecchio anche l’indirizzo politico che prenderà il PD.

Più che mai adesso, che a questo ballottaggio ci sono arrivati proprio i due del PD che hanno idee  diverse su che tipo di PD debba essere il PD.

Quindi, domenica prossima, mentre voto il candidato premier alle elezioni, sto votando anche perché se vince Renzi succede che dentro al PD si fa questo e quest’altro e se invece vince Bersani succede che dentro al PD si fa così e cosà.

Allora mi chiedo se per caso domenica prossima vado a votare pure per un congresso.

No, perché stando al sistema partitico previsto dalla costituzione (un amico mio che ne capisce mi ha detto che è l’art. 49), il partito decide la sua linea politica votandola democraticamente nei congressi.

La cosa, per me che mangio panini con la frittata e faccio parole crociate, aveva pure senso: infatti mi ricordo che nello statuto del PD c’era scritto che il PD faceva il congresso, in questo congresso votava la linea politica del partito, ed eleggeva il segretario che meglio la rappresentava. E che quindi, ovviamente, poi quel segretario diventava il candidato premier del PD alle primarie di coalizione.

Però, a quanto pare, quelli del PD hanno pensato che questa cosa lasciava un deficit di democrazia interna, perché al congresso potevano votare solo quelli che c’hanno la tessera del partito che sta facendo il congresso, e allora, l’ottobre scorso, si sono riuniti di nuovo e hanno deciso che in Italia, per colmare il deficit di democrazia interna che hanno quei partiti con le tessere, tipo il PD, domenica prossima possono votare per Renzi o Bersani pure tutti gli esterni, cioè quelli che la tessera del PD non ce l’hanno e neanche la vogliono.

Anzi possono votare pure quelli  iscritti (oppure anche non iscritti) a uno degli altri partiti della coalizione, e addirittura anche quelli che magari, dopo, quella coalizione manco se lo sognano di votarla.

L’importante, l’unica cosa che conta, è che abbiano votato domenica scorsa.

Poi, per il resto, la linea politica del PD la può decidere pure uno che alle elezioni voterà Forza Nuova. La democrazia interna, con queste primarie e soprattutto con questo ballottagio, è salva, meno male.

Renzi e Bersani ripetono pure in continuazione che il patto è: chi perde non s’ingrugna. Si fa come dice chi vince e gli altri zitti. Che è una di quelle regole tipiche dei congressi con la tessera. Solo che qua invece si vota con i voti di tutti, pure col mio, che magari come premier volevo, che so, Tabacci.

Quindi mi rimane questo dubbio: è normale che mentre voto per decidere se preferisco Renzi o Bersani come futuro presidente del consiglio, io stia votando pure per stabilire se dentro al PD si fa come dicono i renziani o come dicono i bersaniani?

Allora, mentre friggo le uova per il panino di domenica prossima, quello che mi confonde è questo: il congresso, quello che elegge il segretario e la linea politica, questi del PD hanno deciso che non lo fanno più? Lo sostituiscono con questa cosa delle primarie di coalizione? E come l’hanno deciso? Con quella riunione di ottobre? Senza manco fare un congresso vero? Così? E la democrazia interna? E l’articolo 49, quello dell’amico mio, la sa questa cosa? Perché se non lo sa è meglio se non glielo dicono, altrimenti poi ci resta male.

Comunque va bene, tanto ormai siamo al ballottaggio.

Che poi infatti forse ballottaggio è la parola giusta, che uno subito pensa a un autobus tutto scassato che ti sballottola di qua e di là e poi a un certo punto esce il fumo dal motore e l’autista ti fa scendere in mezzo alla campagna e ti dice, vabbe’, ora fattela a piedi, vedi che puoi fare, o di qua o di là, cercati ventura.

Nei posti tipo l’America, per esempio, che si sa che là gli autobus funzionano, le primarie le fanno tutti e due i partiti (tanto sono solo due, ma quello è tutto un altro sistema di trasporto pubblico) e decidono chi fa il concorso per diventare autista. Qua invece i partiti sono assai, c’è sempre traffico, l’autobus non passa mai, ai concorsi per autista c’è sempre un sacco di gente, e quindi per sbrogliale l’ingorgo si fanno le primarie di coalizione. E va bene. Ma almeno, non possiamo fare che per ogni partito della coalizione c’è un solo candidato autista, e non due o tre o sette? Oppure veramente ogni volta che devo andare a votare mi devo prendere la xamamina?

Le inutili e rabberciate considerazioni sul grillismo di un reazionario che si crede progressista. O viceversa.

Inserito il

Grillo e i grillini dicono cose di buon senso. È vero. E forse è questo il punto, il buon senso.

Sotto l’ipercinesi, le urla, gli scomponimenti, le iperboli e l’esagitarsi del leader a cinque stelle alligna il sommesso borbottio di certi discorsi ben sensati, una volta orecchiati dal droghiere, in fila alle poste, al bar dell’angolo, dal verdumaio, ora sul web.

Se gli si abbassa il volume, se le si epura degli eccessi, le frasi grilliche, a dispetto dello sbandierato cybermodernismo, si rivelano discorsi da anziano dolente: i meet up nient’altro che adunate di pensionati ai giardinetti, fatte di facili rimbrotti e sputacchiere in cui convogliare catarro, da spalmarsi poi con orizzontale disprezzo sull’intera lunghezza del presente.

La cifra politica del movimento cinque stelle è la fisiognomica stessa dell’anziano, scienza mai estintasi, spazzata via sotto al tappeto e tenuta là a macerarsi fino a generare pustole, nei secoli veicolanti lo stesso pus sotto escrescenze dai contorni ogni volta diversi. (A me suggestiona l’idea che il protagonista del divertente e delicato libro di Marco Presta - Un calcio in bocca fa miracoli, Einaudi- possa essere un grillino, col Fatto Quotidiano sotto al braccio, chissà se l’autore ci ha mai pensato).

Ma l’umanità interrata che Grillo tira fuori a forza di strilla e gesti eclatanti, costringendo tutto un magma di voti a palesarsi tramite una bocca, la sua, fattasi cratere elettorale, è eterna come tutto ciò che abita le viscere. Quell’umanità è la nostra, siamo noi tutti, e siamo venuti in superficie per consegnarci l’enigma di questi anni, intrisi di comunicazionismo, iperconnessione e disponibilità immediata di qualunque dato: il buon senso.

Il buon senso, questa categoria dell’anima e dell’intelletto, regge ancora? Per secoli l’abbiamo usata per misurare la validità e l’utilità di decisioni e prese di posizione. Adesso che conosciamo la complessità, dobbiamo chiederci se buon senso alla fine non sia il nome nobile del qualunquismo o della faciloneria:

- Siamo senza soldi: tagliamo gli sprechi, come farebbe un buon padre di famiglia.

- Si chiedono sacrifici: sia il padre di famiglia a dare l’esempio.

Si può davvero obiettare qualcosa a simili affermazioni? No. Non sulla scorta del buon senso.

La domanda con cui misurarsi è se le infinite interazioni contemporanee tra economia, politica, finanza, tecnologia, scienza, diritto internazionale, biologia, se la vastità smisurata, insomma, di ciò che adesso conosciamo e un tempo ignoravamo, la messe di informazioni e problemi, tra loro irrelati e ramificati e ramificantisi fino a costituire la selva intricata che abitiamo, sia davvero gestibile tramite il vecchio buon senso di una volta.

Questo tempo è districabile? Il rasoio riduzionista di ockhamiana memoria che Grillo tanto bene maneggia non si è ancora arrugginito dopo tanti secoli? Si può semplificare una totalità così multiforme e ridurla a grossolani spezzoni, fingendo che siano unità separate su cui decidere in base a quelle evidenze che saltano agli occhi, siano esse morali o economiche? Davvero ci si può ancora affidare con serenità a una logica del senso comune alla Thomas Reid o alla Giambattista Vico? Non ha più senso analizzare con piglio tecnico e tenacia il dettaglio, e sperare di metterlo a fuoco, anziché tirare fuori l’universale dal cilindro del particolare, la ricetta buona per tutti gli ingredienti? È pensabile amministrare, governare le odierne città, province, regioni, nazioni intere come fossero famiglie o botteghe? O non è invece che i grillini e il grillismo sono il primo manifestarsi in termini politici di una ormai esplicita, e fino a prima di loro inedita, dialettica tra antico buon senso e moderna analisi scientifica? E paradossalmente: non rappresentano la componente antica della triade?

Chiederlo a loro è come chiederselo da soli. Meglio averlo in simpatia questo movimento, e non solo perché sta producendo dibattito e smuovendo lo stagno. Ma perché avere in antipatia se stessi significherebbe vivere male i prossimi anni.

Regionali in Sicilia for ad(dummies)ciuti

Inserito il

Elezioni come quelle siciliane possono essere commentate con competenza solo da un sito che non ha nessuna competenza per farlo, tipo questo. Ecco allora una serie di minchiate col botto qui smentite da altre minchiate col botto:

1. L’astensionismo al 52%.

Rispetto a cosa non si sa, visto che l’unico dato con cui sarebbe possibile un raffronto è quello del 2001, che oltre a risalire a undici anni fa, è pure  abbastanza incongruo, dato che si votò a distanza di un mese  prima per le regionali e poi per le politiche.

Quello con cui lo si raffronta è invece quello del 2008, anno in cui si votò, nel mio comune e in molti altri, per addirittura tre elezioni: regionali, amministrative e politiche nello spazio sempre di un mese.

Se vengono a coincidere due o tre elezioni in un solo mese, significa che le risorse economiche di partiti e candidati destinate all’accaparramento di voti (buste della spesa e ricariche telefoniche comprese) si triplicano, così come si triplica la possibilità dei partiti di fare promesse e voto di scambio, distribuirsi le cariche e mobilitarsi per la spartizione delle poltrone. Due o tre elezion is megl che uan, insomma. Quindi l’astensionismo, fatta la tara, è abbastanza simile al solito astensionismo.

2. Il Movimento Cinque Stelle primo partito dell’isola.

Forse è pedanteria, però no.

Il primo partito è il PD, perché per ottenere la percentuale di voti ottenuta dal PD bisogna aggiungere quella ottenuta dalla lista Movimento Politico Crocetta Presidente, e si arriva così al 19%, che stando alle progressioni aritmetiche comunemente in uso, è più del 18% di Grillo.

3. È uno tsunami politico.

Veramente? E com’è che qua siamo tutti asciutti?

Limitiamoci a ciò che conosciamo bene e parliamo solo della  circoscrizione elettorale di Siracusa (che comunque pare essere perfettamente in linea con l’andamento generale). Questo collegio esprime, in base alla legge elettorale tarata (credo) sul numero di abitanti, 6 rappresentanti.

In questo caso specifico però ne esprime 7, poiché uno dei candidati (Marika Cirone Di Marco, inserita nel listino del presidente Crocetta) apparteneva a questo collegio. 6 eletti su 7 sono personaggi assai noti e consumati protagonisti della politica locale, appartenenti a partiti e formazioni che per definire nuovi bisogna avere un concetto di novità simile a quello del catalogo Vestro per le tendenze nell’abbigliamento. Vediamo chi sono in ordine di preferenze ottenute:

1)Pippo Gennuso – MpA, partito dei Siciliani

2)Enzo Vinciullo – PdL

3)Pippo Sorbello (il fatto che il nome Pippo ricorra così spesso pare non sia indicativo di alcuna tendenza elettorale) – UdC

4)Stefano Zito (unica novità) – Movimento Cinque Stelle

5)Bruno Marziano – PD

6)Giambattista Coltraro, detto CUltraro (qualcuno mi spieghi se quella U di differenza ha qualcosa a che vedere con la faccia del candidato in questione) – Movimento Politico Crocetta Presidente

7)Marika Cirone Di Marco (proiettata d’ufficio in sala d’Ercole, ma detentrice – a garanzia di essere l’ unico candidato rispettabile – di sole 429 preferenze)

I siracusani confermeranno che l’unico elemento estraneo è l’attivista a cinque stelle. 1 su 7 mi pare pochino per parlare di tsunami politico. Però, se ci piace la parola tsunami è l’unica occasione per usarla.

4- La Sicilia ha mandato un segnale di forte discontinuità.

Ma ‘o cucchiti.

Se non bastassero i nomi degli eletti a capire che c’è stata continuità, e pure bella forte, forse sarà utile analizzare la tendenza di voto, quanto mai conservativa, che si è riscontrata a Siracusa e  provincia. La legge elettorale è infatti piuttosto contorta (nel bene e nel male) e può capitare che due  candidati investiti da un numero impressionante di preferenze, spaventosamente superiore perfino a quello di alcuni eletti, non entrino in parlamento. Se si vuole  capire in quanti hanno votato i soliti candidati e in quanti invece i nuovi, basta spulciare nel dettaglio. Se invece c’annoja, basta scrivere su twitter che c’è stata la rivoluzione e uno si toglie il pensiero.

I due più votati che non hanno guadagnato il seggio sono

- Giuseppe Gianni detto Pippo (è il terzo Pippo, manco a Topolinia), di Cantiere Popolare

e

- Gianbattista Bufardeci detto Titti (come il social network), di Grande Sud

che hanno totalizzato rispettivamente 7568 e 4584 preferenze.

Io non li definirei voti di protesta.

Gli altri soliti noti (eletti) hanno preso un numero di preferenze non comparabile a quello di nessun altro candidato:

- Gennuso 8753

- Vinciullo 7780

- Sorbello 7361

- Marziano 5657.

Sommati ai voti dei due votatissimi non eletti di cui sopra fanno 41073.

Vediamo invece quanto fa la somma dei voti dati alle novità, tra cui per magnanimità inserirò anche Di Marco e Cultraro:

-  Zito totalizza 6347 voti

- Cultraro 4124

- Di Marco 429.

Fanno 10900 voti.

Direi che quindi il risultato è più o meno questo:

Continuità 4 – Discontinuità 1.

5. La Sicilia ha dimostrato che il paese è pronto per il cambiamento.

Dite?

Per segnare questo gol della bandiera, la discontinuità ha dovuto farsi lo stretto a nuoto, girare cinque o sei città al giorno, urlare fino a perdere la voce, dire ogni due secondi in televisione che nessuna televisione la mandava in onda, sudare copiosamente e farsi venire la broncopolmonite arringando le folle sotto la pioggia. La continuità invece ha regalato una serie di lavatrici nuove e ha segnato 4 gol. Io direi che la Sicilia ha dimostrato che il paese è pieno di lavatrici vecchie pronte per essere sostituite.

6. Il voto disgiunto serve a far restare tutto come prima.

Vero.

Solo che può servire pure a cambiare tutto. Il fatto triste è che tutti i partiti, compresi quelli rivoluzionari e illuministi tipo i cinque stelle o i SEL, continuano a dire agli elettori che basta mettere una X qua o là e si è esercitato il diritto di voto. Non è più così da un bel po’. Votare non è un’operazione semplice. Occorre conoscere la legge elettorale, altrimenti il voto è manipolato in partenza. Il voto disgiunto consente operazioni di palazzo, tipo stabilire certe alleanze prima ancora del risultato (Lombardo che in caso di vittoria appoggia Crocetta, per dire). Però consentirebbe anche di votare un Presidente degno e un parlamento degno, scegliendo le persone che lo comporranno.

L’accoppiata presidente degno (poteva pure essere Crocetta) + parlamento degno però non piace a nessuno, perché ci sarebbe il rischio che chi governa poi debba assumersi le responsabilità di quello che fa. Invece un po’ di casino aiuta tutti a fare porcherie e poi a dire che la situazione era ingovernabile: scusate, ma che ci potevamo fare? Ci vorrebbero dei corsi che spiegassero come veramente si vota, cioè come effettuare le scelte e come volgere a vantaggio di quelli che vorremmo avvantaggiare certi meccanismi studiati apposta per fregarli, tipo il voto disgiunto, il premietto di maggioranza, lo sbarramento regionale al cinque per cento, il 16.66 per cento per far scattare il seggio, il listino bloccato etc etc. Si può fare, basta studiarci sopra un minimo. Dovrebbero essere i partiti a spiegarlo ai propri tesserati. Ma i partiti non ci sono più, le tessere manco, ci sono i comitati elettorali, e ai comitati elettorali non gliene frega molto di come voti nel complesso, basta che voti il candidato del comitato.

7. Quello per Grillo è l’unico voto di protesta possibile.

Ehm, no.

Ci sarebbero, per dire, le formazioni più a sinistra del PD, che sono fuori dal parlamento ormai da tempo immemore, e che definire professionisti della politica, manciatarii (mi piace con due i) e consociativisti sarebbe veramente ridicolo. Però il voto per costoro è considerato pregiudizialmente ridicolo perché:

8. Tanto non vincono mai

Effettivamente di solito funziona così: che se non li voti mai, non vincono mai. Questa volta c’era in ballo Fava, ma poi ha dovuto ritirare la candidatura a causa di un cavillo cretino sulla residenza, e questo ha consentito a quasi tutti quelli che conosco di dire: ah, ma io l’avrei votato subito a Fava, però siccome sono scimuniti e non si sanno organizzare ho perso fiducia e ora glielo do a Grillo (Cancelleri)/a Crocetta. Ed ecco l’altra minchiata da sfatare.

9. Fava è un’addummisciuto e la sua coalizione è fatta da imbranati.

Sono abbastanza di parte (non quanto può sembrare, ma facciamo comunque finta che questo sia il mio endorsement post elettorale, che purtroppo nessuno mi ha chiesto un endorsement prima delle elezioni, altrimenti l’avrei fatto subito, pure per Totò Riina, pur di potere dire che Aciribiceci ha fatto l’endorsement, che è una cosa troppo spacchiosa da dire) ma si tratta comunque di un’affermazione oggettivamente infondata. Nessuno si è preso la briga di spiegare perché è successo questo incidente a Fava, e questo perché tanto a nessuno interessava ascoltarlo, manco ai suoi alleati dell’IdV, che infatti non andavano nemmeno ai suoi comizi, quindi spiegarlo era tempo perso. Ora però c’abbiamo un sacco di tempo da perdere:

- Forse non tutti sanno che queste elezioni erano elezioni anticipate.

- Forse non tutti sanno che essendo anticipate, la data è stata fissata in pratica da Lombardo stesso, che ha fatto balli e balletti, mi dimetto/non mi dimetto, fino a quando non ha deciso quando gli conveniva dimettersi e si è dimesso.

- Forse non tutti sanno che  per uno schieramento dato perdente al 2000 per 1000 è piuttosto difficile trovare un candidato governatore disposto a farsi prendere per il culo da tutta Italia quando si apriranno le urne e dentro per lui ci saranno cento voti scarsi.

- Forse non tutti sanno che trovare uno come Fava che ci mettesse la faccia e organizzare tutto di corsa e per come si deve era parecchio complicato, visto il poco tempo che è trascorso tra le dimissioni di Lombardo e la data delle elezioni. L’obiezione è sempre la stessa: e gli altri, come hanno fatto? Gli altri erano dentro al palazzo, e certe cose le sapevano, certi tempi li prevedevano molto meglio.

- Forse non tutti sanno che la storia della residenza è un cavillo, e che su questo cavillo si poteva cavillare all’infinito, perché su altri cavilli che erano molto meno cavilli non si è cavillato per niente, per esempio in Lombardia, dove l’attuale governatore Formigoni, aveva presentato una lista elettorale con migliaia di firme false (provate come false in tribunale) senza che questo abbia mai messo in seria questione la validità del risultato elettorale. Quindi diciamo che Fava poteva fottersene, fare casino, e presentarsi uguale. Però, essendo lui Claudio Fava, figlio di Pippo Fava, ha preferito dire che le regole sono regole, e ritirare la candidatura. Io uno così non lo prenderei per uno scemo, ma per uno serio. Peccato che in Sicilia essere seri significhi essere babbi.

Non hai l’anima nera, per non averla stretta

Inserito il

Il momento in cui mi sembra più bella in assoluto è quando guida il vespone. Non succede spesso, perché lei non ha un vespone: ha uno scooter. Però questo scooter è vecchio e un poco malandato (qui tacerò quanto adoro il contrasto di lei, elegante, linda e raffinata, che utilizza uno scooter vecchio e un poco malandato) e ogni tanto la lascia a piedi. E allora le presto il vespone.

Non sono geloso delle mie cose, neanche dei libri e di tutti quegli oggetti a cui tengo molto. Anzi a volte riesco a essere proprio felice di prestarli, o anche di perderli per sempre, a patto che quel qualcuno che li riceve sia molto interessato ad averli e che quindi darglieli lo faccia davvero contento, facendo di riflesso contento me che glieli do. Però con il vespone no. Minchiate sono. Non lo presto manco morto.

Ma non per gelosia o senso di possesso. Più che altro è che se gli succede qualcosa io poi sto male. Dovesse rompersi o fare un incidente, mi toccherebbe portarlo dal meccanico e lasciarlo lì, e quindi starne lontano per giorni, forse addirittura per una intera settimana, e ciò farebbe crollare la certezza che ho di poterci contare sempre.

Una delle poche cose che placa la mia perenne ansia e i miei infondati di timori di catastrofi imminenti, una, forse l’unica, che riesce ad acquietare la mia ipocondria da allerta codice rosso, da pericolo incombente in cui trascorro l’esistenza, è sapere che sotto casa mia se ne sta issata su un cavalletto centrale questa possente, abissale creatura color verde lago di Lochness, di una forza mostruosa.

Quando la parcheggio in cortile, quale che sia la stagione, io me la figuro come un ferale Leviatano, avvolto dalle brume di una nebbiolina inglese che ne cela lo spaventevole sembiante e ne avvolge la dinamica prestanza. Questa sua primigenia possenza, il fato e un concessionario Piaggio mi hanno incaricato di addomesticare, con la missione improba di convogliarla verso il fine umanitario del trasporto persone: piegarla cioè a scopi utili e non distruttivi. Solo a me, dunque, e a chi altro? spetta- quale lauta ricompensa per l’immane responsabilità che ho generosamente assunto – di sfruttarla per i miei personali spostamenti urbani ed extraurbani. Ed è proprio questo rapporto di mutua dipendenza belva-domatore, ne sono convinto, a legarci, asservendo il vespone a me e imponendogli il patto di non tradirmi mai, di avviarsi sempre al primo colpo, di essere solida biga per il suo auriga. Perché se anche è capitato che perdesse nero e catramoso plasma dal blocco motore, che fumasse nubi sulfuree dallo scappamento a significare la propria stizzita malavoglia nel farsi da me destare a ore antelucane, e che talvolta per ripicca si ingolfasse a metà percorso, raschiando bilioso e perdendo bave di molosso dal carburatore, Esso mai mi ha abbandonato, mai ha consentito che fallassi un appuntamento, un giorno di lavoro, una gita al mare, una partita di calcetto. Mai, per quanto sia in onestà accaduto che lo abbia colpevolmente negletto, questa sua iniziale recalcitranza si è concretizzata in un diniego, mai la nostra centaura unione ha vacillato, mai Esso si è provato a disarcionare la mia cavalcatura. È così divenuto per me una garanzia, La Garanzia su cui conto da oltre dodici anni: periodo umano, terreno, su cui è ingannevole parametrare l’affidabilità del Regal Possente, poiché farlo equivarrebbe a parcellizare l’eterno: tentativo inutile, essendo questo suo carattere sempituro fondazione di se stesso e, per tanto, generatore di inestinguibile fiducia. Mi si paragoni pure a un fedele invasato e fondamentalista, ma io nel Regal Possente ci credo. Credo nell’esoterismo dei suoi servigi a due tempi, nella sua alchemica miscelazione separata, nell’infallibilità del suo avviamento a pedivella. E non direi per dogma. Ché un dogma non lo puoi testare: e io questo dogma qui invece lo testo ogni volta che ci salgo sopra e scalcagno sulla leva, con l’euforica certezza che Esso – motore solo provvisoriamente immobile – partirà e darà avvio alla cosmogonia del mio peregrinare. Ecco perché il vespone è per me un tranquillante così potente. Ed ecco anche perché mi è così difficile separarmene.

Eppure a lei lo presto. Sull’ansia prevale il desiderio. Mentre le consegno le chiavi, comincio a sperare che magari domani la incontrerò per caso, su una strada qualunque di questa piccola città. E se la incontrerò, la potrò guardare mentre lo guida, provando quella gioia della contemplazione che per fortuna sfiora solo per un attimo la felicità pura. Per fortuna perché secondo me è molto più bello quando la purezza un po’ si sporca, che a me la purezza piace intravederla appena, sotto uno strato di qualcosa, e quando capita che per caso incontro lei mentre  sta guidando il mio vespone, la sua bellezza, la bellezza limpida di questa ragazza – cui una inspiegabile botta di culo mi consente di rivolgermi chiamandola la mia zita – si contamina con la sozzura della mia libido, e allora sento che anche su una immagine di una semplicità immacolata come quella di lei che guida il mio vespone si può posare il desiderio, e questo rende la bellezza raggiungibile, e quindi umana, e quindi viva, e quindi più bella, se davvero è possibile dire che una cosa già tanto bella diventi più bella.

Se la incontro mentre guida il suo scooter, non succede. E non perché lei in tali occasioni sia meno bella (non lo è) o perché il suo scooter sia più brutto del mio vespone (lo è). Ma perché alla posizione che assume guidando lo scooter manca un dettaglio, il dettaglio dei dettagli, quello che m’innesca il precipizio emotivo verso la commozione prima e l’eccitazione dopo: il suo piede, calzato in una ballerina o in un’altra delle sue eteree scarpe basse, tenuto come sospeso sul pedale del freno posteriore. Nello scooter, è noto, entrambi i freni si comandano con le mani. Nel vespone no. Il freno davanti, per quanto nel mio modello sia addirittura a disco, non va neanche preso in considerazione (pena il trasformare la frenata in una prova da stunt-man) e l’intera manovra d’arresto o rallentamento va demandata a quello posteriore, sito sulla pedana, aggettante in forma di rilievo per la misura di buoni cinque centimetri, su cui il pilota, se ben versato (come ella è), sa di dover tenere sempre il proprio piede appena discosto, oppure solo leggermente poggiato, sì da poter in ogni istante accrescere la pressione esercitata e procedere così alla frenata vera e propria. Questa mirabile e provocante posizione del suo piede, le inclina il già languido ginocchio fino a formare un conturbante angolo retto con il suolo, in una perfetta perpendicolarità tra il fulcro del suo arco plantare destro (punto in cui, come ho vergato nel mio testamento, anelo a essere seppellito) e il centro esatto del pedale, scoprendole appena la caviglia e accordando il piede a un armonico parallelismo, prima col pedale, poi con la pedana, e infine, in un crescendo di panica simbiosi col tutto, con l’asfalto, il terreno, il sottosuolo, il centro del  pianeta e l’universo. A vederla procedere in mezzo al traffico con quella sua aria sicura eppure mai spavalda, salda eppure dolce, coraggiosa senza mai essere spericolata, provo una iniziale fitta di orgoglio, perché quella è pur sempre la mia zita che guida il mio vespone. Ma subito questo sentire mi si muta in struggimento per la beltà di ciò che vo’ rimirando: una geometria di linee perfette, che connubiano la macchina e l’umano, rapendo tutto il mio essere verso le sfere più alte dell’estasi sensoriale. È lì che, se solo sposto gli occhi sul dettaglio del piede sul freno, tutta questa ascesi trascolora rapida in desiderio di unione carnale, di accoppiamento, di riproduzione. E se non mi sforzassi di imbrigliare questi moti ancestrali, essi sarebbero così intensi da degenerare in brama dissoluta e feticista, spingendomi verso chissà quali podaliche nefandezze. La malmostosa commistione di tante differenti sensazioni mi fa moribondo, e la inseguo correndo, se sono a piedi, oppure azzardando una manovra nel traffico, se sono in macchina. Ben sapendo che tutto è vano. Perché ella è di leggiadra sveltezza, e la sua grazia ha reso docile e insieme guizzante l’esuberanza del Regal Possente, e subito sono corsi via insieme, allontanandosi da me e dal mio desiderio, che proprio per lo sfuggire del suo oggetto si rinfocola, imponendomi di telefonarle, chiederle dove sta andando, implorarla di fermarsi, lasciarsi raggiungere da questo me goffo, lento, prigioniero, volgare. Ma di un prudente e insonorizzante elmetto è cinto il di lei capo, e vieppiù che la possente creatura romba, il traffico uggiola. Non ode il mio trillar sensuale. Potrà avvedersene solo giunta a meta, quando smontando di sella controllerà il display e mi richiamerà per sapere cosa volevo. “Niente”, le dirò allora. “Così, tanto per sentirti”.

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