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Archivi categoria: Operette immorali

Scoprirsi femministi, una mattina su Rai3

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Non fosse per il bianco e nero sarebbe difficile accorgersene, ma in queste mattine presunte festive, su Rai3, al posto di agorà stanno andando in onda vecchie pellicole, film italiani girati tra il ’50 e il ’70. Tutte  imperniate su:

mogli

mariti

corna

derisione sociale delle corna.

In alcuni casi di raffinata sceneggiatura a specchio:

cornuti inconsapevoli deridono cornuti consapevoli che deridono i cornuti inconsapevoli che deridono i cornuti consapevoli.

In tutti questi film, ci sono mogli brutte e casalinghe, intente a dominare, con severa e repressiva autorità materna, mariti babbei, erotomani e fantocci. Altre donne, amanti, bellissime ma libertine e arriviste, seducono con promesse di lussuria (per altro mai mantenute: chi come me si è formato un immaginario erotico su questo tipo di personaggio femminile, vivrà per sempre il sesso con la frustrante convinzione che l’atto vero e proprio non potrà mai essere consumato fino in fondo, ma sempre sul più bello irromperà qualcuno o qualcosa, e ci costringerà a rivestirci di corsa, oppure a uscire nudi su un cornicione, a penzolare nel vuoto, noi e soprattutto la nostra ciolla, oramai floscia dal terrore, a puntare mesta verso il baratro) quegli stessi uomini-mariti babbei e fantocci di cui sopra, mai curandosi degli scapoli, sempre spiantati, romantici, meditabondi, malinconici, innamorati, giovani, idealisti, in una parola: inutili, alla società e alla sceneggiatura.

Il matrimonio, una galera cui le donne ambiscono con aguzzina piccineria, e gli uomini acconsentono con posticcia rassegnazione (entrambi i contraenti impegnati a coprire con la maschera del cinismo il loro autentico, malcelato e incelabile, masochistico entusiasmo di galeotti). La famiglia, una cella da cui si evade ma poi si ritorna nostra sponte a capo chino, dopo aver rischiato l’osso della ciolla sul cornicione di cui prima.

Poi vennero gli anni ’70. E furono sempre le stesse commedie, con le stesse corna, gli stessi mariti, le stesse mogli, le stesse buttane, gli stessi allocchi: solo che stavolta erano tutti nudi. Gli anni ’80. E furono sempre le stesse commedie, con le stesse corna, gli stessi mariti, le stesse mogli, le stesse buttane, gli stessi allocchi: solo che stavolta erano tutti vestiti firmati e facevano le vacanze di natale a cortina. Gli anni ’90. E furono sempre le stesse commedie, con le stesse corna, gli stessi mariti, le stesse mogli, le stesse buttane, gli stessi allocchi: solo che stavolta parlavano tutti con l’accento napoletano e coinvolgevano gli amici in improbabili menage a trois. Gli anni zero. E furono sempre le stesse commedie, con le stesse corna, gli stessi mariti, le stesse mogli, le stesse buttane, gli stessi allocchi: solo che stavolta le amanti erano ucraine o rumene. Gli anni dieci. E furono sempre le stesse commedie, con le stesse corna, gli stessi mariti, le stesse mogli, le stesse buttane, gli stessi allocchi: solo che stavolta a raccontarli è proprio una donna, sdraiata sulla scrivania di un conduttore televisivo.

Il marito.
La moglie.
Le corna.

Lo scimmione.

L’oca.

Il marito sposa una moglie che detesta, a patto che gli faccia da baby sitter. La moglie sposa un marito che non si lava, a patto che paghi il mutuo e le rate del frigidaire. L’amante vuole la bianchina, la giulietta, il suv. La moglie un figlio, una villa e una pelliccia di visone. Il marito vuole la santa a casa e l’harem in ufficio.

Silvio.
Veronica.
Ruby/Francesca.
Fabrizio.
Nina.

Gigi.

Anna.
Emma.

Stefano.
Belen.

È veramente un tema eterno? O per quanto riguarda il sesso l’Italia è un paese eternamente immaturo? Ci sottostimano come spettatori? O veramente ci divertiamo da un secolo con la stessa farsa?

All’epoca in cui si giravano le pellicole mandate in onda da Rai3, il paese era semianalfabeta, ma si stava arricchendo. Poi si è effettivamente arricchito. Poi si è istruito. O almeno così dicono le statistiche. Prima si è diplomato. Dopo si è addirittura laureato. Com’è che il senso dell’umorismo è rimasto quello della terza elementare? Nel 2013, i cornetti alla crema, Tarzan, Jane, Cita.

La Zanardo li ha visti i film di queste mattine su rai3? Sa trovare differenze tra i filmati televisivi del suo documentario e queste pellicole? Come possono questi film in bianco e nero farci provare nostalgia (la nostalgia per i bei tempi che furono è l’obiettivo dichiarato del natalismo televisivo) per quell’Italia, se quell’Italia è rimasta la stessa? Si può provare nostalgia per una cosa che non è mai sparita, che non sparisce mai? È nostalgia? O è proprio tristezza? O è frustrazione? Questo siamo e questo saremo, nei secoli dei secoli? Una battuta, una che sia una, una sola, no? Mai? Sempre e solo macchiette?

Il Papa. Il cardinale. Don Piero di San Terenzo. Le pecorelle. A pecorina. Nelle sabbie mobili del pecoreccio. Sono sessant’anni che ci sprofondiamo. Quanto dobbiamo esser stati alti, un tempo, per non esserne ancora stati inghiottiti? Stanis La Rochelle aveva capito tutto. Siamo troppo italiani. Ma allora com’è che anche nelle zone più evolute del pianeta si assiste a certe recrudescenze? Twilight. Le sfumature di grigio. I video hip hop. Mondo anglossassone, protestante, liberale, che t’è preso, pure a te? Che diceva Morrissey? Come armaggedon, come, Come, come, come – nuclear bomb?

One Man’s Meat

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- Cosa c’è dentro?

- Ricotta, sono buonissimi.

- Ricotta?

- Ci sono anche al cioccolato, se preferisce.

- Ricotta? Cioè il formaggio?

- Esatto, ricotta.

- Io pensavo fossero dolci.

- Infatti: questi qua sono cannoli, queste altre invece sono cassate.

- Ma c’è il formaggio.

- Sì, ma sono dolci.

- A me non piace il formaggio.

- Li prenda al cioccolato allora, sono buoni anche quelli.

- Ci sarà mica del formaggio anche lì dentro?

- Niente formaggio, se le dico che è cioccolato, è cioccolato.

- Vuol dire crema al cioccolato?

- Allo stesso modo in cui quella non è ricotta ma è crema di ricotta.

- Allora non è formaggio: è un dolce.

- La base è la ricotta, che sarebbe un formaggio, ma è lavorata con lo zucchero, il che la rende una crema dolce, solo che è al sapore di ricotta.

- Poteva dirmelo, a me il formaggio non piace, ma i dolci sì.

- Lo davo per scontato: siamo al reparto dolci, quello in cui di solito si vendono i dolci.

- Allora dovreste scriverci “crema di ricotta”, non “ricotta” .

- Se ci scrivessimo “crema di ricotta” la gente penserebbe che non si tratta di ricotta vera, ma di un surrogato fatto con solo una piccola percentuale di ricotta. Sa, noi ci teniamo alle materie prime, non ci va che ci prendano per pasticceri che usano surrogati di ricotta.

- Quindi quella è ricotta ricotta, non crema di ricotta.

- La ricotta che usiamo per fare la crema di ricotta è ricotta ricotta. Ricotta purissima, fresca, di pecora.

- Io vorrei solo capire se mangerò del formaggio o mangerò un dolce.

- Esistono dolci al formaggio, capisce? Questo è uno di quelli. Si chiamano dolci di ricotta.

- Ah, come la cheesecake?

- Direi di sì, solo che qui si sa anche che tipo di formaggio è.

- E che formaggio è?

- È ricotta.

- Ci aggiungete lo zucchero e ne fate una crema?

- Zucchero, cannella, poi si lavora un po’, si corregge, si addensa, e alla fine viene fuori questa delizia qui.

- Quindi c’è solo una percentuale di ricotta.

- Una percentuale molto consistente.

- Quanta ricotta c’è in percentuale? Sa, non gradendo molto il formaggio, per me, meno ce ne fosse, meglio sarebbe.

- C’è tutta la ricotta necessaria affinché questo dolce sappia di ricotta.

- Ma su per giù? Per farsi un’idea.

- Direi che siamo sul sessantacinque per cento.

- C’è un trentacinque per cento di altri ingredienti, allora.

- Mi pare una stima accettabile.

- Quindi, nonostante le sue politiche di marketing, questa qui più che ricotta è crema di ricotta.

-  Tecnicamente sì. Comunque lei dovrebbe gradirla più di quanto gradirebbe la ricotta pura, vista la sua avversione per i formaggi.

- Il fatto è che lei qui c’ha scritto “ricotta”, quando invece avrebbe dovuto scriverci “crema alla ricotta”.

- Posso chiederle da dove viene?

- Sud Tirolo.

- Se non sbaglio lì fate dei dolci alla panna che sono squisiti.

- È la nostra specialità.

- Purtroppo a me la panna non piace.

- Quindi non li assaggerebbe neanche?

- Dipende.

- Se non li assaggia si perde davvero qualcosa.

- Ci credo. A me il latte piace molto.

- Quindi le piacerà anche la panna.

- Ma la panna è dolce, no?

- Vorrei ben vedere.

- Non mi piacciono i dolci. Però sono ghiotto di latte.

- La panna è a base di latte, sono sicuro che le piacerebbe molto.

- Che vuol dire “a base di latte”?

- Che l’ingrediente principale è il latte, ma ne usiamo solo la parte grassa. Poi c’è lo zucchero, volendo anche un po’ di  vaniglia…

- In che percentuale si attesta il latte presente nella panna?

- Direi che più o meno siamo al sessantacinque per cento.

- Vuol dire che c’è un residuo trentacinque per cento di altri ingredienti?

- Su per giù, ma non so farle una stima precisa.

- Allora dovreste scriverci crema di latte.

- Se ci scrivessimo crema di latte la gente penserebbe di stare mangiando un surrogato del latte. Noi invece ci teniamo molto alle materie prime: usiamo solo latte fresco, appena munto.

- Capisco. Ma se ci trovassi scritto crema di latte la mangerei di certo, per via del fatto che mi piace il latte. Mentre se leggo panna, penso ai dolci, che non mi piacciono, e non mi viene neanche in mente di assaggiarla.

- Lei la fa tanto lunga, ma la panna piace a tutti, si mette su tutti i dolci.

- Anche su quelli alla ricotta?

- Io questo non lo so. Da noi non si fanno dolci al formaggio.

- E non vorrebbe assaggiarne uno, magari con un po’ di panna sopra?

- Panna sul formaggio?

- Le ho spiegato che ciò che lei si ostina a chiamare formaggio è in realtà una crema dolce.

- Al sapore di formaggio, no?

- Al sapore di dolce, come la panna, che sa di latte, ma anche di dolce.

- Dice che ho troppi pregiudizi?

- Io le chiamerei fisime.

- Non sono ancora convinto. Cosa c’è lì dentro, invece?

- Sangue di maiale. Lo cuociamo per farlo raggrumare e poi ci spruzziamo sopra un po’ di zucchero e cacao. Si chiamano “sanguinacci”.

- Fantastico, me ne faccia un chilo.

Operette immorali 12: multitasking

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Non è affatto vero che le donne riescano a fare più cose contemporaneamente. È una cosa che sostengono loro. E hanno agio a sostenerla solo perché noi (e questo è vero) a fare più cose contemporaneamente non ci riusciamo (quindi se gli stiamo guardando il culo possono dire qualunque cosa – tanto non le ascoltiamo).

Gli uomini devono fare una sola cosa alla volta. E quando dico una intendo proprio una e basta, per esempio non possono:

- Guidare e guardare un cartellone che reclamizzi perizomi (a quel punto diventano davvero multitasking e ne fanno anche una terza: il frontale col tir)

- Timbrare il proprio biglietto dell’autobus e nello stesso istante anche quello delle venti signore anziane che glielo stanno porgendo con insistenza.

- Tenere in braccio il bambino mentre Del Piero sta dribblando a uno a uno tutti gli interisti -portiere compreso- sfondando la rete come se lui fosse il generale Cadorna e quella la breccia di Porta Pia (a quel punto, di solito tu alzi le braccia al cielo e il bambino precipita sul pavimento. Una volta a terra, si dimena e piange rumorosamente, ma tu interpreti il tutto come una forma infantile di esultanza)

- Giocare on  line a texas hold’em e sentirsi cazziàre perché sta giocando on line a texas hold’em al posto di [inserire un'attività di coppia a piacere tra le due seguenti opzioni:

 1)Recarsi insieme a lei all'Ikea a comprare cose che poi non riuscirete mai a montare nel modo giusto e vi trasformeranno il garage in una curiosa galleria d'installazioni d'arte contemporanea.

2) Guardare per ore vetrine di scarpe il cui prezzo ammonta alla somma dei vostri ultimi sei stipendi - per le quali chiederete un finanziamento in ottanta rate, e che poi lei non metterà mai perché le fanno male ai piedi (non ho mai capito perché dentro ai negozi le donne non riescono mai ad associare le scarpe ai piedi e al fatto che dovranno portarle proprio lì: le comprano come fossero soprammobili e poi quando se le mettono urlano di dolore. Alcune insistono a indossare tacchi altissimi nella convinzione di risultare sensuali, mentre l'individuo maschile che ne osservi il rigido incedere, con per di più quella malcelata smorfia di sofferenza sul volto, è subito preda del terrore: pensa che Robocop sia stato mandato sulla Terra da chissà chi e da chissà quale galassia aliena apposta per venire a fargli il culo, e dunque si dà alla fuga].

- Lavarsi i denti e rispondere con suoni comprensibili – e non con monosillabi ovattati di schiuma – a domande molto complesse quali ma tu mi ami veramente? poste a tradimento e già di primo mattino.

- Guardare commedie romantiche in dvd e rimanere svegli. 

Esistono tuttavia eccezioni alla regola, e ci sono certi tipi di attività che l’uomo è effettivamente in grado di svolgere in simultanea. Poche, è vero, ma tutte di fondamentale importanza, come ad esempio:

- Dormire russando

- Parlare ruttando

- Sbadigliare grattandosi tra le natiche

- Imprecare suonando il clacson

La leggenda da sfatare è invece che le donne siano in grado di eseguire più mansioni nello stesso istante. Non è vero. Sono semplicemente in grado di accoppiare a qualunque cosa stiano facendo un’unica, onnipresente, attività: parlare al telefono. Quando dicono  ”più cose contemporaneamente” in realtà si stanno riferendo alla loro capacità di:

-  Guardare la tv e parlare al telefono (se siete sul divano, è meglio se ti alzi tu – loro non ci pensano neanche- convinte che tu riesca ad ascoltare  il programma e magari anche a trascrivere la loro intercettazione. Perché poi quando chiudono, ti interrogano: hai sentito che a X è nata una nipotina? E se rispondi di no, che guardavi il telegiornale, ti guardano come per dire: e non potevi mettere la pagina 777, così il telegiornale lo leggevi e a me mi ascoltavi?)

- Litigare con te e parlare al telefono con qualcun altro

- Litigare con te e parlare al telefono con te (ti chiamano per dirti: ma mi stai ascoltando?)

- Leggere riviste patinate e parlare al telefono (le foto le guardano, le didascalie le leggono all’amica con cui sono al telefono, che a propria volta ha di fronte quella stessa rivista e le didascalie potrebbe benissimo leggersele da sola)

- Farsi tagliare o acconciare i capelli (spesso con frastuono di phon a un centimetro dalle orecchie) e parlare al telefono (se vi state chiedendo come fanno ad ascoltare col phon attaccato alle orecchie, siete degli ingenui: che gliene frega di ascoltare? Neanche la sua amica all’altro capo del telefono sta ascoltando, come potrebbe con tutto quel casino? Le donne, come le popolazioni arabe, hanno una lingua senza turnazione: parlano contemporaneamente).

- Parlare con un’amica di presenza e con un’altra amica al telefono (con la prima amica che parla anche lei al telefono con la seconda)

- Parlare al telefono fisso e parlare al telefono portatile, sfruttando entrambe le orecchie ed entrambi gli emisferi celebrali (a un telefono diranno cose razionali, all’altro cose emotive).

Dunque l’unica reale differenza nelle capacità multitasking di uomo e donna è che queste ultime sono in grado di fare pressoché qualunque cosa senza smettere di parlare. Per accorgervene, dovete osservarle. Ecco: osservatele. Che state facendo? Ho detto osservatele. Sì, ma non lì.

Operette immorali 11: pari opportunità

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Un tempo c’erano attività commerciali precluse al genere femminile, non solo come sbocco professionale, ma anche in qualità di clienti:

1) L’officina automobilistica

2) Il ferramenta

3) La bancarella del venditore di angurie con prova

Ambienti di questo genere erano frequentati da donne solo quando fungevano da set per un porno. In tutti gli altri casi, a recarvisi era sempre un uomo.

Gli esercenti, basandosi sulle statistiche dell’epoca, davano per scontato che la clientela maschile, a differenza di quella femminile, avesse dimestichezza coi settori di loro pertinenza, cioè, stando ai tre esempi di cui sopra, rispettivamente:

1) Guasti di natura meccanica

2) Oggetti e utensili da impiegarsi per riparare guasti di natura meccanica

3) Saponette con semini

Forti di questa analogia tra competenza e genere sessuale, i meccanici distinguevano i loro clienti in due macro categorie:

1) Quelli che conoscono la differenza tra  allippare e aggrippare

2) I puppi

I ferramenta erano in grado di discernere tra:

1) Quelli che quando leggono guarnizione in canapa non pensano a una torta di fumo di Amsterdam molto decorata

2) I puppi

 I venditori di angurie con prova potevano stabilire con certezza se si trovavano di fronte a:

1) Uno abbastanza virile da non provare alcuna vergogna a sputare in pubblico, rumorosamente e con la teatralità necessaria a ottenere un ribasso sul prezzo

2) Un puppo

Luoghi come questi, un tempo vere e proprie riserve indiane del testosterone, sono ormai da decenni accessibili a entrambi i sessi. Ciò ha sollevato non pochi uomini dall’obbligo di dover conoscere il significato preciso di espressioni esoteriche quali:

1) calamuci u blocco

2) a rondella è spanata

3) sapi i cucuzza

Uomo o donna che sia l’avventore di questi esercizi commerciali:

1)Gli si ripara il guasto

2)Gli si vende il ricambio

3)Gli si rifila una gigantesca Palmolive di forma ellissoidale.

L’ingresso della donna in questi luoghi del commercio è stata forse l’unica vera liberalizzazione mai conosciuta in Italia. A non essersene resa conto è la donna stessa, che in molti casi insiste nell’affidare all’uomo mansioni e incombenze che abbiano a che vedere con:

1)Oli sintetici e radiatori raffreddati a liquido

2)Brugole e tasselli

3)Voluminosi ibridi di verdura e frutta, la cui effettiva edibilità è da considerarsi pura botta di culo.

C’è anche un’altra categoria professionale con cui la donna, nonostante le ormai raggiunte pari opportunità, mostra di non volere intrattenere rapporti, continuando a delegarli all’uomo:

4)I malintenzionati.

Non è dato sapere perché, ma se di notte una coppia viene destata da un rumore sospetto, a doversi alzare e correre incontro all’aggressore è l’uomo. Da qualche parte, in uno degli strati più primitivi del cervello femminile, permane l’antica convinzione che trovandosi di fronte a un essere umano altrettanto inerme, ma uomo:

1)Il meccanico non sostituirà il pezzo che potrebbe limitarsi a riparare

2)Il ferramenta individuerà a primo colpo la misura esatta del bullone

3)Il venditore di angurie sceglierà l’unica dolce delizia tra quintali di cetrioli amarostici

4) Il criminale che ha fatto irruzione in casa chiederà scusa e toglierà il disturbo con un inchino.

 È uno scenario che, se mai lo è stato, oggi non è più verosimile. La discriminante di genere è sparita. Non fatevi illusioni. Nessuno guarda più al sesso di chi deve fregare o accoppare.

Operette immorali 10: le dimensioni contano, ma neanche tanto

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Inutile girarci attorno: i grandi formati esistono. E si notano. Catturano l’attenzione. Si impongono allo sguardo per mera presenza, col semplice esistere. Al proprio palesarsi, suscitano sempre sorpresa. In certe spettatrici, perfino un piacevole brivido di terrore. La loro maestosità può trasparire perfino dagli indumenti, conferendo ai legittimi proprietari un carisma talvolta perfino eccessivo, capace di generare difetti della personalità come sicumera, spacconeria, arroganza. L’imponenza è anche una responsabilità, e saperla gestire non è da tutti. In termini di vasodilatazione, di consumo energetico, di funzionamento e di efficienza, ad esempio, ha costi elevatissimi. Se vuoi una Ferrari poi ti devi potere mantenere pure la benzina, l’assicurazione, il bollo, i tagliandi. Il vantaggio principale del possedere una gran minchia consiste nel suo fungere da richiamo naturale per l’accoppiamento: è in grado di assicurare di per sé la riproduzione anche a chi altrimenti non avrebbe ulteriori mezzi, fisici o intellettuali, utili a procurarsela. A ciò va sommato il potere attrattivo della curiosità, vero valore aggiunto e principale alleato delle grandi dimensioni: se si dice in giro che Tizio o Caio ha una gran minchia, la smania di verifica cresce in maniera esponenziale, e tutto intorno le si crea un enorme campo magnetico che ne fa una sorta di irresistibile calamita. La curiosità verso di essa è per le vaginomunite un’ineludibile cupio dissolvi, l’equivalente di un vortice in pieno triangolo delle Bermuda per le navi in alto mare: sanno di andare incontro a un fenomeno naturale che le distruggerà, ma procedono lo stesso avanti tutta, senza deviare minimamente dalla rotta.

Sarebbe comunque erroneo ritenere, come fanno le più ingenue e presuntuose, che la gran minchia logori chi non ce l’ha. Per quanto infatti risponda al vero che parecchi di noi non ne siano dotati, a lagnarsi di questa presunta menomazione è una sparuta minoranza di eterni insoddisfatti. I più si accontentano con serenità di avere una bella minchia. E una bella minchia è alla portata di tutti, ché la minchia è come un bambino neonato: sono tutte belle.

La minchia è sempre bella per un motivo fondamentale: è la tua. Ognuna reca in sé il gene della soddisfazione e della fierezza, ed è  in grado fin da subito di bastare a se stessa. Quando nasci maschio, è come se l’ostetrica ti mettesse in mano uno di quei bigliettini prestampati che un tempo si trovavano dentro le confezioni degli orologi al quarzo: “Congratulazioni! Da oggi Lei è il fortunato possessore di una bella minchia. Ecco alcune utili indicazioni per una corretta manutenzione”.

Certo, pur esistendo un’ottima qualità media dell’attributo in questione, al meglio non c’è fine. E di sicuro esistono casi che, sommando in sé l’una e l’altra qualità, rasentano quella rara perfezione cui i cataloghi assegnano l’etichetta di gran bella minchia. Si tratta ovviamente dell’elite, del gotha delle minchie. Un selezionatissimo club, una cerchia nobilissima, distinguibile a occhio nudo per l’evidente fenomeno che vede questo tipo di glande tingersi di blu durante l’erezione. Non è un caso che uno degli apprezzamenti più frequentemente rivolti a chi ha ricevuto in dono un simile portento sia la frase: questa sì che è una signora minchia, a sottolinearne il carattere aristocratico.

Ma la minchia non ha nulla di oligarchico. È anzi intrinsecamente democratica. Non esistono infatti individui privati della dignità di questo fondamentale e gioioso diritto: alzarsi al mattino e, nell’atto di procedere alla prima minzione, contemplarsi così, con orgogliosa naturalezza, fino ad autodedicarsi istintivamente l’affettuosa frase : “Talé che bella ‘a minchia mia!”.

A differenza di chi non ce l’ha (le vagino-munite, che non a caso vivono alla perenne ricerca di conferme), chi ha una minchia ha sempre almeno un buon motivo per piacersi, e cioè il fatto stesso di avere una minchia. Le bambine, lo diceva Freud – mica io- , hanno l’invidia del pene. Sono invidiose perché non possiedono questa propaggine, questo ponte levatoio tra il corpo e il resto del mondo che, per il fatto stesso di essere lì, sempre a portata di mano, raggiungibile non appena lo si desidera, contemplabile ogni qual volta lo si vuol contemplare, spinge a prendersene cura, a rivolgerle un saluto, a manifestarle l’affetto. Ti vuoi tanto bene e te lo puoi dimostrare con facilità ogni volta che ne hai voglia. Le vagino dotate no, non con la stessa disinvoltura e con la stessa agevolezza. Hanno quella cosa tutta implosa su stessa, che un po’ ci gode pure a nascondersi: ne fa un motivo di fascino, credendo che questo suo celarsi la ammanti del sintomatico mistero di battiatesca memoria. Ma non è affatto così. Questa piantina tutta radici con, quelle quattro foglioline che Linneo neanche si sarebbe preso la briga di censire, genera – proprio a causa di questa sua sotterraneità –  introversione, ansia, insicurezza. Le femministe un po’ l’avevano capito e non facevano altro che raccomandarsi a vicenda manovre complicate: mettetevi uno specchietto sotto le cosce e cercate di guardarla, di osservarla, di prenderci contatto, perché è una parte importante di voi. Un tentativo destinato a fallire. Troppo traffico, troppo trambusto. E per cosa poi? A vedersi non è che sia ‘sto gran che. È comunque un organo interno. E chi se la sentirebbe di mettere sullo stesso piano i raffinati lineamenti di una minchia, fatta della stessa materia (la pelle) e per lo stesso scopo per cui sono stati fatti i visi (non ha caso si dice: hai una gran faccia di minchia) e cioè attrarre, renderci piacenti agli altri, a chi ci vede, chi se la sentirebbe, alla luce di tutto questo, di mettere a confronto su un piano squisitamente estetico una minchia e, che so, un pancreas? Sui muri si disegnano minchie, non pancreas. E infatti è difficile vederci disegnate vagine. Perché? Perché sono  meno fotogeniche, meno artistiche. Una minchia su un muro fa subito arredo urbano. Prendi una bomboletta spray, la piazzi là ed ecco che quella parete non è più spoglia, quel palazzo non è più tanto diroccato, quella facciata è un po’ meno fatiscente.

Quando si verificano episodi di omofobia, quando si ascoltano dichiarazioni razziste come quelle dell’ex ministro Giovanardi, bisognerebbe prendere da parte quella persona e fargli ricordare quanto gli piace guardarsi la minchia di prima mattina, quanto bene gli vuole. L’omofobia si sconfigge con la comprensione. È facile mettersi nei panni di un omosessuale: basta pensare a quanto  la tua minchia ti sembra bella. Se piace a te, è normale che piaccia anche agli altri, maschi o femmine che siano. Come fai a dubitarne? Se ne dubiti, dubiti di te stesso. È normale che anche alcuni individui maschi ne subiscano il fascino, magari fino a perdere la testa e innamorarsene.

Si dirà: e le lesbiche, allora? E chi lo sa. Al momento sono un mistero. C’è parecchio da studiarci. Le operette immorali non sono ancora una scienza esatta.

Operette immorali 9: Bildungsroman

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È una fase, ci siamo passati tutti. Sì, anche tu. Ma sì, dai, da ragazza ci sarai passata pure tu, no? Come cosa vuol dire? Vuol dire che è in quella fase là. Esatto. Contesta le regole, vuole fare tutto a modo suo. È l’età. L’età, sì. No, non ci possiamo fare niente. Certo che è in quell’età lì. Dai che mi hai capito. Dici che non c’entra? Non lo so, non so dirti. Qua la situazione sembra questa. A me un po’ ricorda me stesso da giovane. Come in che senso? All’università, è chiaro. Te la ricordi anche tu l’università, no? No? E certo, tu sei nata adulta e responsabile. Guarda, quando fai così mi dai sui nervi, proprio. Veramente, a volte me lo chiedo: ma lei è uscita dalla pancia già madre e moglie? Sì, sempre, certo, tutta la vita così sei stata. Sempre la maestrina hai fatto. Senti, comunque è inutile che la prendi male. Sforzati un minimo di immedesimarti, no, perché altrimenti non serve a niente che mi fai domande. Sì, va bene, hai ragione, ma se ti irrigidisci così, se ti irrigidisci, se ti irrigidisci così non ci capisci niente. Ma sì, dai, te l’ho detto, ci siamo passati tutti, sì, anche io e te. Ok. Va bene. Ok. Ho capito. D’accordo, tu no, come vuoi tu. Io sì, però, questo lo posso dire? Oh, finalmente. No, non sei cambiata neanche di una virgola. Noiosa eri e noiosa sei rimasta. Comunque se fai così è meglio se chiudiamo subito, capito? No, mi blocchi in continuazione. Eri tutta preoccupata, no? Vero? Giusto? Volevi sapere come vive? E te lo sto dicendo, come vive. Perché, cosa volevi sapere invece? Volevi sapere se sa badare a se stesso? Ho capito. E allora perché non mi fai raccontare niente? No, fai solo polemica. Lo so, lo so, lo sappiamo tutti che tu sei diversa. Sì, lo sei sempre stata, va bene. Sì, sono in camera sua. Esatto. In questo momento sono al centro esatto di camera sua. Di nuovo? Scusa, ma io non è che ti capisco bene, guarda. No, tu mi devi dire una cosa: ti interessa sapere come stanno le cose? Oppure vuoi andare avanti a rimproverarci tutti e due come se fossimo una persona sola? No, perché non sembra proprio, guarda. Oh, va bene. È una fase. Una fase, sì, una fase. Gli passa, stai tranquilla che prima o poi gli passa. È un’esperienza che deve fare e basta. Andare a vivere per conto tuo è così. Sì, sì, all’inizio abiti nel caos, poi piano piano cresci e ti rendi conto che così non puoi andare avanti. L’ho fatto anch’io, certo. Certo, certo, dopo un poco, un poco alla volta, poi impari a gestire le responsabilità. Sì, ma è una cosa che viene col tempo. Te lo ricordi quando venivi da me all’università? Ho capito, ho capito. Dici che il dna non mente? Il dna? Deve essere di famiglia, dici? Lui è tale e quale a me? Il mio ritratto sputato? Va bene, guarda, neanche ti rispondo, lasciamo perdere. Parlare con te è impossibile. Posso continuare? Qua è una bolgia, esatto. Sì, no, non è una casa, è l’inferno. Sembra che sia esplosa una bomba, perfetto. Un cataclisma. Uno tsunami. Hai capito benissimo. No, non la può né pulire né riordinare. Se la brucia e la ricostruisce di nuovo fa molto prima. Hai capito benissimo. L’altra mattina mi ha lasciato da solo qui in casa e verso le undici è entrata la signora delle pulizie. No, con questo disordine non può fare granché, poverina. Mi ha fatto pena, guarda. Girava con l’aspirapolvere intorno al casino che c’era per terra. Non lo so, forse a toccare le cose per spostarle aveva paura di diventare radioattiva. Ti dico che ero imbarazzato. No, qua non ci vuole una domestica, una domestica non serve a niente. Qua ci sono i nemici dell’igiene che hanno schierato l’esercito. Ci vuole il napalm, ci vuole. Che brutte figure che ci fa fare. Ma dove abbiamo sbagliato? Come famiglia, intendo, dov’è che abbiamo sbagliato? Come? E io come faccio? Come ci resisto qua dentro? Eh, guarda, sarà che io mi so adattare un poco meglio di te, che ti devo dire. Ma sì. Ma certo. Ma è normale. Ma è ovvio che lo rimprovero. È da quando ho messo piede qua dentro che lo sgrido in continuazione. Senti, guarda, sono tre giorni che gli faccio la testa come un pallone. Lo sto rintronando di discorsi. Sì glielo spiego con calma, certo. No, non ascolta. Fa la faccia annoiata. Sì, a volte glielo dico pure arrabbiato. Sì che alzo la voce. E lui? Lui niente, non ci sente. È nella fase della sfida. Sì, della sfida. Più io lo riprendo, più lui lo fa apposta. Sì, sì. Praticamente mi sta dicendo: io vivo così, se ti va bene ti ospito con tutto il piacere, altrimenti te ne torni a casa tua e mi lasci in pace. E che devo fare? Sopporto, che devo fare? Ah, ci sguazzo? Ah, io qua dentro ci sguazzo? Ma la vuoi finire? Guarda che se sono qua in mezzo a questa discarica di casa è per te. No, a me di fare la spia non me ne fregava niente. Sì, la spia. Sto facendo la spia. Me l’hai chiesto tu di venire qua, te lo ricordi? Esatto, io preferivo di gran lunga non sapere, sottoscrivo in pieno. Comunque te l’ho spiegato, è nel pieno della fase matricola universitaria. Ma mi ascolti quando parlo? E che ci vogliamo fare? Niente, che ci vuoi fare? Sì, qualcuna. Una. Una c’è, sì. No, non lo so che in rapporti stanno. Ne ho vista più di una, comunque. No, parecchie non direi. Qualcuna, sì, boh, un paio, ne avrò viste un paio in tutto. Carine, abbastanza carine, non te lo so dire. Mi piacciono? Ma che domanda è? Ma chi se ne frega? Oh, e basta ora! Calmati, altrimenti non ti dico più niente. Sì, ce n’è anche una che viene a trovarlo molto spesso. Giovane, sì. Una ragazza, certo. Una ragazza giovane, è chiaro, tu conosci ragazze vecchie? Una hostess della Meridiana che viene a citofonare alle tre e mezza di notte. Alle tre e mezza, sì. E niente, per lui è normale, a quanto pare. No, sì, io ho fatto finta di dormire. Sì, sì, lui pensa che non me ne sia accorto. Guarda, una cosa imbarazzante. Avranno avuto la fame chimica e si sono cucinati una cena di gnocchi burro e salvia più o meno all’ora in cui il mondo fa colazione. Ma che fai? Piangi? Scusa? Ma che si droga! E dai che pure noi ai tempi nostri un paio di volte, no? Scusa, ma secondo te io non mi preoccupo? Ah no, certo, io sono diverso. Io me ne frego, è ovvio. Io sono come lui, giusto? E infatti. Infatti io alle tre e mezza mi punto la sveglia per ricordarmi che è l’ora di farmi una canna, giusto? Ma cose da pazzi. Ma ti rendi conto di quello che dici? Sì, direi che le mie responsabilità me le sono prese, eccome. Anni fa. Parecchi anni fa. Comunque me lo dici io che c’entro? Mi pare che non sia il mio turno, no? Sotto processo c’è lui o sbaglio? Comunque, il fatto è che noi non ci possiamo fare niente. Niente, esatto, non ci possiamo fare proprio niente. Possiamo stare a guardare e sperare che tra qualche anno ritorni quello di prima. Anzi no, hai ragione, quello di prima non ci torna più.  Eh sì, da ora in poi sarà diverso. Un altro. Sta diventando un altro, lo so. Si cambia, così va la vita. Intanto, per il momento, più gli dai contro e peggio è. Funziona così, sì. Dobbiamo lasciare che ci sbatta la testa da solo. No, non possiamo fare altro. La cameretta? La stanza da letto vuoi dire? Sì, è grande. Comoda, comoda. Sì, dormo con lui, in un divano letto, però. Non lo so chi ci dorme di solito, penso nessuno. No, la hostess mi sa che dorme direttamente con lui. Anche se ci vuole coraggio, comunque. Perché? E ora te lo dico io perché. Sì, se mi fai parlare, te lo dico. Mi fai parlare? Guarda, io le lenzuola dove dorme lui le ho viste: ormai c’è il calco del suo corpo. Esatto, come la sacra sindone. Anzi no, le sagome che traccia la stradale per terra quando c’è stato un incidente. Boh, non te lo so dire con precisione, saranno una ventina di metri quadri. Te l’ho detto che è grande. Ma che arredamento? Costoso? Ascolta, forse non hai capito bene: arredamento non ce n’è. A ogni parete c’è un poster attaccato con lo scotch da imballaggio. Fra le altre cose sto vedendo che non ce n’è neanche uno dritto. Di poster, sì. Mah, sono manifesti di film americani. No, che d’autore. Sì, diciamo che sono cult movie. Cult movie. Film che a qualcuno sono piaciuti moltissimo, insomma. No, è inutile che ti dico i titoli, tanto non li conosci. Come non li conosco io. E siamo vecchi, noi, che ci vuoi fare. Quello giovane, qua, è lui, che ci vuoi fare. Sul comodino ci sono una serie bicchierini di plastica usati. Sì, di plastica. Dentro ci sono i resti del caffè. Il tufo, sì. Guarda, ci sono tutti i resti di tutti i caffè che lui avrà bevuto a letto in questa stanza da quando l’ha presa in affitto. Che ne so chi glieli porta a letto. Sarà la hostess. Comunque non li buttano, né lui né lei. Se li conservano per ricordo, forse, che ti devo dire. Dentro ai bicchierini ormai c’è, c’è, guarda non lo so cosa neanche che cosa c’è. Aspetta che ora ne prendo uno. Ecco. Qua. Ci sono i muschi e i licheni, ci sono. Quelli della tundra subpolare, brava. Esatto. Se in questa stanza ci entra Pasteur scopre un altro vaccino, scopre. Sì, sì, va bene, tu raccapricciati, che tanto qua a fare il lavoro sporco ci sono io, giusto? I vestiti? Sì, i vestiti sono tutti nuovi. No, no, ho controllato, magari sì, quelli vecchi li ha lasciati lì a casa. Neanche uno, no, non mi pare. Si è rifatto il guardaroba. No, quando mai, solo pantaloni larghi, magliette con le scritte, scarpe da ginnastica. Giuro, giuro. Cose da skaterboard, o come caspita si dice, insomma. Gli ho visto un paio di jeans tutti stracciati che avevano ancora il cartellino del prezzo attaccato. L’equivalente di un mio stipendio. Mi rendo conto, sì che mi rendo conto. M’è preso un collasso. Per un paio di pantaloni rotti, poi.  Che ne so dove li prende i soldi. Magari spaccia. Ma dai, scherzavo. Porca miseria, dai. Che fai, ricominci? Scherzavo. Scher-za-vo. Saranno i btp. Comunque li tiene tutti su una sedia, i vestiti. Sembra il cassonetto della Caritas, questa sedia. Sì, quello per la raccolta dei vestiti smessi. Quello della San Vincenzo De’ Paoli. Quando è pieno e trabocca, esatto. Meno male che ogni tanto ridi. È ridicolo, hai ragione. Hai detto la parola giusta. Ridicolo. No, l’armadio c’è, certo che c’è, ma lui non lo usa. Guarda, una volta c’ho provato ad aprire l’armadio. Cos’è successo? Mi sono rotolate addosso delle specie di ecoballe, ecco cosa è successo. Le lenzuola, sì. Appallottolate. Saldate. Le une alle altre. Boh, penso dalla sporcizia. Appena ho aperto l’anta. No, guarda, non me lo chiedere perché non le so distinguere. Non lo so come fa. No, non c’è differenza con quelle che mette sul letto. Le considera sporche o pulite a seconda di come decide in quel momento. Comunque capita pure nel cuore della notte. L’armadio si spalanca da solo. Lui poi ce le rinfila dentro a pressione. Certi spaventi che mi sono preso. Lo specchio lo usa, quello sì. È cambiato, ti dico. Ti giuro. Adesso ci sta ore davanti allo specchio. L’ho visto con gli occhi miei. Fa almeno un’ora di prove prima di uscire. Prende i lembi della camicia e se li tira fuori dai pantaloni. Poi li stropiccia con le mani. No, guarda, non me lo chiedere, non l’ho capito perché. Si apre un paio di bottoni. Si spettina. Poi si ripettina. Poi si spettina di nuovo. Fa di tutto per sembrare trasandato. Sì, da quel punto di vista è un perfezionista. Sembra me appena mi alzo dal letto. E che ne so io? Forse a quel punto si ritiene soddisfatto ed esce di casa. Non ci puoi credere, lo so. Neanche io ci posso credere. Era Mister Eleganza Classica, è vero. Certo che mi ricordo. Gliel’ho messo io il soprannome. Dai, non farmelo ripetere ancora. È una fase. La deve attraversare. Punto e basta. Che faccio? Lo vesto io, come alle elementari? Ascolta, ancora non ti ho detto la cosa peggiore. Nel bagno, sì però fammi parlare, nel bagno, ti dicevo, nel bagno, oh ma la vuoi finire? Nel bagno c’è un silkepil. No, non è della hostess. Che vuol dire come lo so? Lo so e basta. È suo. Si depila le gambe. E pure il petto. Cose da impazzire, sì. Me ne sono accorto perché quando si sbottona la camicia davanti allo specchio non si vede neanche un pelo. No, non ne ha più. Neanche uno. Zero. Poi ho visto il silkepil in bagno e ho fatto due più due. Una cosa tristissima. No, quando mai. E la hostess, allora? No, non esiste. No, non è quello il problema. No, ti dico. Non c’entra. Non ha cambiato gusti, no. Sicuro sì, sicurissimo. Si depila perché ormai è fissato. Va pure in palestra. Non me lo ricordo come si chiama, una palestra qua vicino. Sì, appena giri l’angolo. Quando torna dalla palestra attacca col gel e col silkepil. Sento il rumore da fuori la porta del bagno. Che ne so che gli è successo. Ha questa smania di piacere, si vede. Comunque, forse è meglio se ti anticipo anche l’altra novità. Sì, ce n’è un’altra. No, non è finita qua. Certo che non te lo volevo dire, lo vedi come fai? E ora invece te lo dico, sì che te lo dico. Perché altrimenti quando lo vedi ti piglia un colpo. Però se non la finisci non parlo, giuro. Si è fatto un piercing. Dai, però. Non fare così, che mi fai sentire male. Dai, avanti. Sul sopracciglio. Sì, visibilissimo. Per non vederlo devi essere cieco. D’argento. Uno spillo. Bello grosso. Che significa come gli sta? Pare un deficiente, come vuoi che gli stia? Esatto. Capita anche nelle migliori famiglie. E noi non siamo neanche una delle migliori, quindi figurati un poco. No, non è una critica. A criticare sei più brava tu. Imbarazzante è dire poco. Mi vorrei nascondere, guarda. Ma tu ci pensi a che incubi faccio? Sono due notti che sogno lui e la hostess cannabinoide che si depilano a vicenda dentro allo spogliatoio della palestra. Oppure l’armadio che si apre da solo e io che muoio travolto da una slavina di lenzuola sporche. Mi è successo, sì. Aspetta, stai zitta un attimo. Sì, mi pare che sia lui. Sì, sì, sta rientrando, mannaggia. È qua, sento il rumore del portone. Il tempo di fare le scale. Va bene, guarda, io ora ti saluto, dobbiamo chiudere. Sì, è meglio se chiudiamo subito. Ne riparliamo domani con calma, quando torno. No, no, mamma, non ci provo più a riportarlo a casa. A cinquantacinque anni ormai dove lo vuoi riportare. Lasciamolo qua dov’è che è molto meglio. Senti, guarda che per un figlio è pure peggio, te l’assicuro. Certo che è peggio. Che faccio io? Lo rinnego? Tu sì, tu puoi. Tu lo rinneghi, certo. Io però come faccio? No, nel mio caso non si può fare. Tu divorzi e te ne liberi e basta. Io il suo nome me lo porto dietro per tutta la vita.

Operette immorali 8 bis: stalking

Inserito il

Stim.mo  Aciribiceci,

chi le scrive è un colibrì. Appartengo a uno stormo, solamente al giovedì voliamo tutto il dì (è il nome in codice dello stormo). In molti non sanno distinguerci uno dall’altro, ma io ho delle  inconfondibili peculiarità. Per esempio amo molto il volo acrobatico. Frrrr, mi lancio in picchiate proibitive e poi plano sul cornicione con gran disinvoltura. Sono un colibrì molto temerario, firulà, il più temerario di tutti i colibrì, ah, che sprezzo del pericolo, vorrei che mi vedesse, una volta, così, per assecondare la mia vanteria. (L’introduzione è quasi terminata: ora le dirò cosa mi piace e poi passerò al quesito). Mi piace zompettare sulle tegole dei tetti irraggiati dal sole come se fossi felice, non so se lo sono davvero, mi contento di suggerire l’idea. Quando sei un colibrì  puoi far salivare un cane semplicemente esistendo, lo sapeva, Lei, questo? I miei salti sono passi di danza, ho movenze da ballerino, ma in molti osservano che queste mal si accoppiano alla mia personalità spiccia. Possiedo una innata rudezza, è vero,  firulì firulì, non vado mai per il sottile. Ecco perché le recapito qui la mia brutale verità, proprio come se  stessi cacandole dritto sul cappello dall’alto del mio morbido volare, splot: ho in uggia i cani e ancor di più i gatti. Ecco, ora lo sa. Animalacci grevi, sempre ben pasciuti e al caldo dei loro pigiami, con quell’hobby odioso di far prendere spaventi. Ha un bel coraggio, Lei, a ospitare le loro sconcezze sulle Sue pagine. Che dire ancora? Un po’ li comprendo, gattacci e bastardini. Mi guardi, mi ammiri volteggiare lieve in questo cielo nebulizzato di agenti chimici inquinanti cancerogeni, che però, uhm, urca se fanno un buon odore, oh, sì io lo trovo inebriante, che voglia di volare che mi fan venire, e a Lei?  Oh le polveri sottili, come esaltano la sapida grazia seducente del mio zompettare qui sulla tegola, che acquolina, uhm, nevvero? Non le fa voglia, sgnam sgnam, di mordermi? Non vorrebbe, frrrrr, staccarmi la testina a dentate e poi sputare via le piume con un bel rutto? Ahahaha,  frrrr, ho risvegliato la sua natura predatoria, vecchio sporcaccione. Peccato però che io non sia un colibrì, no, nient’affatto. Sono un cane, e mi chiamo Eustachio: un vero cirneco dell’Etna di un metro d’altezza al garrese. Ho un aspetto imbolsito dall’età, e ho perso in destrezza, ma le assicuro che in quanto a velocità posso ancora dire la mia. Sposai una colibrì una volta, per questo so imitarne la scrittura. Ma poi le crebbe addosso una dura scorza da madre, una lentezza penosa, mi creda, le ci volevano tre quarti d’ora per una foglia di lattuga, e io di colpo persi ogni interesse a sprimacciarle il piumaggio. Che vuole farci, tutto invecchia in noi, anche la passione per l’ornitologia. Ad ogni modo, Le scrivo per informarLa che i miei avvocati intendono citaraLa per danni. Se proprio voleva diffondere la mia ricetta del brodo di tartaruga avrebbe dovuto corrispondermi royalties adeguate. Unitamente alle mie minacce, voglia frattanto gradire  

i miei rispetti.

A: Spett.le Assemblea Trimestrale degli Abbonati

Cc: Comunità dei Lettori

Come senz’altro già saprete, è in corso una recrudescente ondata di punteruolo rosso. Ciò ci costringe, seppure con cuore amaro, a chiudere  la nuova rubrica di counseling. Continuate pure a inviare le vostre lettere al nostro esperto, preferibilmente stampate su una sola facciata (così l’altra possiamo riciclarla per la fotocopiatrice), al seguente indirizzo:

Redazione Counseling c/o Operette Immorali c/o Aciribiceci

Corso Umberto I, lato destro, terzo portone, quello dove spesso e volentieri pisciano i cani

96100, Komodo, Indonesia.

PS.: per garantita risposta, accludere affrancatura internazionale e una mezza dozzina di uova fresche in confezione antiurto.

Operette immorali 8: ricominciare dalla mezza età

Inserito il

Preg.mo Aciribiceci,

mi chiamo Eustachio e sono un cane. A dire il vero il mio nome reale non è Eustachio, ma Benito, e sono un gatto, ma Le scriverò come se fossi un cane di nome Eustachio, in modo da non mettere a repentaglio l’anonimato. Invio spesso e-mail alle redazioni dei blog, per porre loro più che altro quesiti di ordine esistenziale. Ogni mia lettera, e sono tante, la comincio nello stesso modo, una sorta di preambolo sempre identico, un cliché. A Lei, invece, per la stima che nutro nei Suoi confronti, ne scriverò uno nuovo di zecca. Che vuole che mi costi? Di zecche ne ho pieno il manto. Eccolo qui, in esclusiva:

Sono un cane, wof wof, mi muovo con una certa pesantezza, non so camminare in bilico sui cornicioni e detesto il pesce azzurro. Sono veloce, se mi ci metto, una saetta, fiuuuuu, filo come il vento. Però non so saltare sui davanzali dei balconi. Mi piacerebbe tanto, perché da lì, un paio di zampate e, pish, potrei orinare sulle tegole, proprio in mezzo a un bel  tetto assolato. Vorrei tanto essere agile e leggero, poter seguire il volo dei passerotti, tenergli dietro correndo, aspettare che si posino a terra, e poi bau bau, abbaiargli fortissimo nelle orecchie. Così, per fargli uno scherzo. Ma sono un cane, mannaggia, pesantuccio fra l’altro, e mi chiamo Eustachio, e, uhm, quei passerotti mi fanno proprio salivare, però, niente, non ci riesco, saltare non è cosa mia, peccato.

Spero l’introduzione le sia piaciuta anche solo la metà di quanto a me piacciono i passerotti. Veniamo al quesito. Io mi occupo di maglieria. La mia è una famiglia di capitani d’industria. Siamo nel tessile da quindici generazioni, e io, ultimo rampollo della dinastia, dirigo un pigiamificio. In precedenza imbastivamo capi di intimo femminile, ma il mercato globale mi ha imposto di specializzarmi, è la qualità che rende competitivi. Ho rinunciato a perizomi, brasiliane, culotte e tutto ciò che potesse indurmi desiderio libidinoso. A volte, tuffavo il muso dentro un paio di mutandine appena indossate da una delle nostre aggraziate collaudatrici e slurp, slurp, mi crogiolavo per minuti interi esercitando l’olfatto, il senso principe di noi segugi. Sapesse che latrati mi lasciavo sfuggire, roba che neanche nelle notti di luna piena, una vera eco dell’anima, mi creda. Ma non voglio tediarla con il ricordo degli umori femminili che raspavo con la mia possente e ruvida lingua, né suscitarle invidia lasciandole immaginare quale irresistibile fascino esercitasse sulle aggraziate collaudatrici la mia posizione di amministratore delegato plenipotenziario, anche se le assicuro che mi si concedevano con rapido incastro, del tutto dimentiche della mia appartenenza al genere canide, specie cane, razza cirneco. Sappia solo che rinunciare alla produzione di intimo femminile mi causò una pena infinita. La mia malinconia si aggravò molto quando scoprii la vocazione al pigiama. E questo che sei? mi dissi, guardandomi allo specchio, un cane da pantofola? Prendere contatto con il mio io più profondo, scoprirmi l’opposto dell’esemplare da monta che credevo di essere, mi mise dinanzi alla mia natura domestica, piombandomi nel più nero sconforto. Guaivo inconsolabile. Guaivo come quando il mio padrone mi bastonava, anche se non avevo un padrone e comunque non mi avrebbe mai bastonato, chi è che bastona un cirneco dell’Etna di razza purissima, alto un metro al garrese? Insomma, per darle un’idea del mio dolore, emetterò un guaito qui, adesso, a beneficio del suo orecchio, affinché Le susciti empatia:

Straziante, vero? Ah, gliel’ho fatta, allora! Ahahawof, davvero si aspettava  di poter ascoltare un guaito per lettera? Ahaahahahahawof, ma lo sa che lei è proprio un bel babbeo? Mi perdoni, ma io sono un burlone. Mi piace farmi beffa di questo e quello, che ci posso fare? Mi diverte quasi quanto correre a perdifiato con la lingua penzoloni che perde saliva, anche se per me è sudore. Non sono affatto depresso, neanche per idea, sono un mattacchione, io, e corro, corro spesso all’aria aperta, inseguo i passerotti finché a volte perdo i sensi dalla stanchezza. Certo, sì, magari un po’ frustrato perché non mi riesce mai di abbaiargli nelle orecchie, però mi sfogo così, inviando mail canzonatorie, magari  a un baluba come Lei, sia detto senza offesa, né per lei né per i baluba. Ah, già che ci siamo: che non sono un cane gliel’avevo già detto. Però no, mio caro amico, non sono neanche un gatto, guardi un po’. Benito, poi, suvvia, si sarà mica bevuto un nome tanto demodé? Sono stanco di fingermi sempre qualcun altro in ogni lettera, oggi, a Lei soltanto, dirò la verità:

sono una tartaruga da appartamento, e mi annoio molto. Vivo male la mia lentezza, come una condanna. Questo è un mondo troppo veloce, zum zum, e io invece impiego circa tre quarti d’ora per finire una foglia di lattuga. Qui in casa mi chiamano Berenice, ma il nome che mi diedero da uovo è Guscio a mandolino. Ho vissuto nel jet set, tra Parigi, Milano e New York, sfilavo per Victoria’s Secret, ero molto corteggiata, fotografi, riviste, stilisti, il National Geographic, Alberto Angela. Eh, sì, avevo un gran bel carapace. Poi mi innamorai di Eustachio, e accettai di fare la collaudatrice nella sua fabbrichetta di provincia. Quel cane si credeva chissà chi, ma era niente più che un industrialotto arrogante, sempre pronto a smutandarsi. Però era ancora affascinante, sapeva ululare canzoni d’amore per come si deve, specie quando ficcava quel suo nasaccio umido dentro la mia biancheria sporca. Prese a tradirmi spesso. Con le dipendenti, le uniche cagne nel circondario che avrebbero ceduto ai suoi goffi tentativi di seduzione. Sapevo, ho sempre saputo, ma tolleravo, era pur sempre un cirneco, alla natura si può solo obbedire. Poi venne il piagimificio…una coi miei addominali, tesi e definiti, sensuali da far nitrire di desiderio i gatti sui tetti, no, non poteva sopportare di farsi fotografare con tutto quel cotone addosso. Preferii rinchiudermi in casa, occuparmi dei figli nati dal nostro accoppiamento, Bucaneve e Beone. La carriera è finita, mi dissi, meglio concentrarsi sulla felicità domestica. Educare la prole mi diede filo da torcere. Già al dischiudersi delle uova mi resi conto di avere generato due scavezzacollo. Presto intrapresero la stessa china da sciupafemmine del padre. Anche loro, come lui, girarono il mondo da gagà, credendosi segugi purissimi, e imbrattando di piscio misto a seme i muri di mezzo Corso Umberto I. Oggi, però, che, grazie al mio esempio di devozione, hanno messo la testa a posto e sono padri e mariti esemplari, ed io sono una nonna appena centenaria, venerata dai quattro nipoti, Zenone, Albume, Fitzcarraldo e Ridge di Beautiful, sento il bisogno di chiedere a lei: qual è il senso di questa vita che ho vissuto finora? E perché i miei nipoti continuano a mettermi dentro l’acquario anche se sanno benissimo che sono terrestre?

Gentile famiglia,

Aciribiceci non ha una posta del cuore. Tuttavia ha un cuore, dunque risponderò volentieri. Avete mai pensato a divorziare? Conosco un varano di Komodo che è anche un ottimo matrimonialista. Lei, mia cara Guscio a mandolino, potrebbe rifarsi una vita alle Galapagos, ci sono cliniche estetiche a cinque stelle, laggiù. Qualche zaczac di bisturi e avrà di nuovo il collo rugoso di quando posava sui magazines. Di certo le gioverebbe conoscere un compagno più maturo, magari bicentenario. Tartarughe ancora giovani come lei hanno bisogno di figure paterne che sappiano accudirle. Nel caso le interessasse quest’intrapresa, giocare in acqua coi suoi nipotini le sarebbe solo di grande vantaggio. Anzi, si eserciti con loro il più possibile, poiché la traversata è lunga. Quanto al suo compagno, mi picco di saper riconoscere una lettera apocrifa già a prima lettura, e mi è stato subito chiaro che si tratta di un gatto, vieppiù castrato e in piena sindrome da abbandono, che lamenta una condizione da infermo dalla quale, ahimé, non v’è ritorno. Traspare tutto dalle righe in cui menziona il padrone: l’astio e il rancore verso chi ci procura menomazioni non è mai possibile celarlo. E battezzare Benito un felino è un atto imperdonabile. Che dire? mi spiace per lui, ma non vedo perché debba farmi bersaglio del suo graffiante sarcasmo. Lasci ora che mi rivolga alle quattro piccole pesti con qualche consiglio apposta per loro:

La pietanza va cucinata “alla zambiana”, ossia è necessario che vi procuriate svariati decilitri di succo di zarimombo, da aggiungere a fine cottura.

La temperatura dell’acquario bisogna sia innalzata ben oltre il punto di fusione del mercurio, con due o tre prese di sale.

Per il carapace, servitevi pure di una grattugia a dente largo, in modo da poterlo poi ricomporre con facilità in fase di presentazione.

La carne di vostra nonna risulterà più tenera a seconda di quanto a lungo miagolino o abbaino gatti e cani di casa durante la cottura

Spolverizzate pure con abbondanti cucchiaiate di pecorino stagionato, o fiori di camomilla,  se gradite.

Lasciate mantecare e ritardate a servire finché in Cina non sia l’anno del pescecane.

Ah, quasi dimenticavo di adoperare l’espressione “quanto basta”.

E lei, mia cara, non abbia paura, si lasci tutto alle spalle. La longevità gioca ben a suo favore. Scriva ancora, e mi raccomando: viaggi leggera. Non si porti dietro tutto il casato, come è solita fare.

Operette immorali 7: risolverla a monosillabi.

Inserito il

sono tutti pazzi.

chi?

i tuoi amici.

sì?

cos’è? La settima nota del pentagramma?

no, cioè, sì…

e pure tu sei pazzo.

be’…

“be’”? che sei? ‘na pecora?

no, volevo dire che…

volevi dire “che”? be’, l’hai appena detto.

eh, ma tu hai detto be’…

e bè?

che sei? ‘na pecora?

senti, i tuoi amici non sono pazzi. ti devo delle scuse.

no, no, hai ragione. un po’ è colpa loro e un po’ pure colpa mia. tu non c’entri.

ho sbagliato a prenderli per pazzi.

dai, non fa niente. non ci pensare più.

quando in realtà sono stronzi.

ah.

cos’è? hai mal di pancia?

io?

hai detto “ah”.

ah, sì.

“ah, sì”? allora era un orgasmo?

senti, forse stiamo esagerando.

noi e i tuoi amici?

no, soltanto noi. i miei amici hanno esagerato prima.

e tu te ne accorgi ora?

è che io ci sono abituato, sono i miei amici.

quindi sei abituato agli stronzi.

ecco, diciamo…

“diciamo”? ti hanno appena incoronato monarca?

ma no, era per usare una forma impersonale.

infatti. tu e i tuoi amici forma di persona non ne avete.

e che forma abbiamo?

di stronzi.

ora sei solo tu a esagerare.

perché, chi altro c’è qui a parte me?

io, per esempio.

tu?

be’, sì.

tu? cioè la pecorella che fa “be’”?

senti, quelli sono fatti così. non te la stare a prendere.

quelli chi?

i miei amici.

ah, gli stronzi.

hai detto “ah”.

sì, e non era un orgasmo.

mal di pancia?

no, era un’esclamazione.

è più corretto chiamarla interiezione.

lo vedi che sei stronzo?

gli stronzi conoscono le interiezioni?

gli stronzi ti fanno esclamare “ah” e poi ti  dicono che è un’interiezione.

ah.

mi hai appena dato della stronza.

no, era un orgasmo. almeno finché non mi spieghi che era un’interiezione.

e come te lo sei procurato?

pensando a un modo per darti della stronza senza dire stronza.

sai cosa vorrei tanto adesso?

litigare?

quello lo stiamo giá facendo.

ah.

ecco, vorrei poter dire “ah” senza risultare una stronza e “be’” senza sembrare una pecora.

e cosa te lo impedisce?

tu, che sei uno stronzo. e gli stronzi dei tuoi amici stronzi.

prova a dire “ah” come se fosse solo un’interiezione.

dici che funziona?

con me e i miei amici funziona.

con voi funziona perché siete stronzi.

quindi funzionerà benissimo anche con te.

mi hai di nuovo dato della stronza.

be’…

e hai pure ripreso a belare.

lascia perdere, con te non funziona.

ah.

sì, sì, ok. sono uno stronzo.

no, era un orgasmo.

e come te lo sei procurata?

da sola. se aspetto te, sto fresca.

sicura?

sì.

un attimo, vediamo. dici un po’ “be’”, per favore?

be’, be’, be’.

ah.

ah.

ah,sì.

ah, sì.

Operette immorali 6: stabilire l’età

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Nei rapporti di coppia che superino una certa durata, cioè quelli che si possono definire con espressione comune lunghi (aggettivo assai impreciso in questa ricorrenza, poiché la lunghezza di questo lunghi è misura variabilissima e non oggettivabile in termini quantitativi, ma è invece legata alla capacità di sopportazione di ciascun individuo, e ha dunque poco o nulla da spartire con il tempo fisico, mentre è disciolta in quell’elemento fluido che Bergson definiva durata) è possibile rintracciare almeno uno spartiacque, superato il quale, si precipita nell’abisso della consuetudine domestica. Il pirito. Sin dall’introduzione in commercio, ormai decadi or sono, delle bibite frizzanti, che stravolgono il metabolismo gassoso del corpo fino a renderlo una sorta di vulcano attivo, il rutto è divenuto un’emissione socialmente assai  più ammessa, pena l’implosione tua e la morte di chi sta attorno, e ha perso dunque ogni valenza di indicatore temporale. Gli anelli che bisogna contare dentro la corteccia di una coppia per stabilire quanto è vecchia sono i piriti. Nelle coppie allo stato embrionale, quello dei primi appuntamenti, quello del Ah, stai a Ferla? Io abito a piazza Adda, però, no, no, non ti preoccupare, ti vengo a prendere io e poi dopo il cinema ti riaccompagno a casa, che mi piace tanto fare i rally di montagna prima e dopo un bel film, l’esistenza del pirito non è nemmeno concepita. Le menti degli innamorati sono una tavola periodica degli elementi a cui sono stati sottratti i gas: non li conoscono, non sanno cosa sono, e forse per questo il loro corpo non ne produce. In generale, le coppie appena formate sono un pianeta a tenuta stagna, non cacano, non pisciano, non squarano, non gli cola manco il naso. Ma l’universo è un divenire. E la vita, insegnano gli astronomi, vuole vivere. È così che col passare di anni luce (che in una coppia possono equivalere a giorni come a eoni) per ciascuno dei due componenti si affaccia il problema di smaltire le scorie. Prima di arrivare al pirito, che è lo stadio ultimo, si pone il problema del cacare. Se sei un uomo, scoprire che lei caca è un trauma. Una cosa che può deluderti fino a scagliarti nella più nera delle depressioni e farti urlare al cielo con rabbia quoque tu. Sì, perché magari sei già stato zito diverse volte, ma lei è così bella, e questa volta eri sicuro che fosse diversa da tutte le altre. Invece, una mattina siete in hotel e lei per la prima volta chiude la porta del bagno. Quindi non si sta lavando i denti. Non sta applicando il roll on sotto le ascelle. Non si sta scippando i peli delle sopracciglia con la pinzetta, non sta controllando se il salvaslip si è spostato, non sta riempiendo il bidet col chilly o verificando se il tampax è già da sostituire o una di quelle altre cose incredibilmente immonde e schifosamente repellenti che fanno le femmine in bagno ma che la vita, con la sua brutale crudezza, ti ha ormai insegnato a tollerare. No, sta proprio cacando. È seduta sulla tazza e probabilmente, siccome le femmine sono sempre un po’ stitiche, è pure con la schiena piegata in avanti e ha una smorfia contratta sul volto, perché chi le profetizzò che avrebbe partorito con dolore non si riferiva affatto al procreare. Ci rimani malissimo. La guardi storto per giorni. Covi astio. Ti senti ingannato. Si è venduta per qualcosa che non era e, quel che è peggio, ora che l’hai scoperto sta facendo finta di niente. Ti sorride. Continua a recitare la parte di quella che non caca, anche se ormai l’hai smascherata. Da quel momento in poi, niente sarà più come prima. Avete imboccato una china pericolosissima, e da lì a poco sarà impossibile frenare la discesa. Presto lei si ritroverà a usare il filo interdentale nello stesso bagno e nello istante in cui tu stai sgrullando via le ultime gocce grattandoti con vivacità fra le natiche, sbadigliando e scatarrando contemporaneamente, con grande sfoggio di tutte le tue capacità multitasking. La fine è vicina. Ma non è ancora arrivata. Arriverà coi piriti. Perché dal momento in cui l’hai vista cacare, tutti gli sforzi, tuoi e suoi, si sono concentrati su quell’ultimo baluardo, e vi siete accaniti a difenderlo con strenua resistenza. Ok, si può fare tutto, ma i piriti, per favore no: restiamo umani. Solo che dalle convivenze occasionali nelle camere d’albergo siete passati a quella definitiva. E se prima, dopo averla riaccompagnata a Ferla, appena giravi la chiave nella toppa ti festeggiavi da solo il rientro a casa sparandoti più botti di quanti gliene sparano a Santa Lucia quando torna al Duomo, adesso ciò che in te scalpita per uscire dovrai continuare a reprimerlo nei secoli dei secoli. Sei chiamato a una scelta. Devi dirimere un amletico dilemma. Se sia più nobile lottare contro la natura e vivere una vita senza piriti o se sia più onesto perdere la dignità, e con essa l’amore, deflagrando senza più ritegno. Per qualche tempo ancora, la risolvi con un meschino compromesso. Allora ogni pirito che ti scappa, tenterai di farlo apparire come una goliardata. Percorrerai la via della complicità e della spiritosaggine. Ogni flatulenza sarà accompagnata da una irresistibile battuta. E lei riderà un po’ schifata e un po’ divertita. Farete delle specie di gag, in cui tu ti industrierai per essere divertente come un capocomico da avanspettacolo e lei imparerà alla perfezione il ruolo della spalla. Ma durerà poco. Non è che a ogni pirito ti puoi inventare una barzelletta. E verrà il giorno in cui, esaurito il repertorio, farai un botto clamoroso e tutto quello che riuscirai a dire dopo sarà uno scusa neanche troppo convinto. Per un paio di giorni andrai avanti millantando malesseri di stomaco e intestini in disordine. Ricorrerai al sordido e svilente metodo di giustificarti dandoti malato e cercando la sua commiserazione. Ma quel che è peggio offenderai l’umanità intera medicalizzando il pirito, emissione sanissima, che tu ingiurierai rendendola sintomo di  un imprecisato e immaginario morbo. Capirai che così non puoi andare avanti. E a quel punto piriterai senza ritegno. Ecco, quella sarà veramente la fine. Perché non l’avevi mai fatto in vita tua. Neanche con tua madre, che per lo meno dormivate in camere separate e se lo facevi partire in soggiorno ti azziccava una tumpulata di dritto e una di rovescio. Quello sarà il segno di una intimità patologica, di una simbiosi che, questa sì, ha del morboso. E ogni volta che penserai di lasciarla, sarà l’idea di dover ricominciare con un’altra il lungo e tortuoso percorso del pirito a trattenerti e a fare da collante tra di voi. Ecco perché un pirito – sonoro – può dire con voce assai più chiara di un anello di fidanzamento – muto – da quanto tempo state insieme. E forse anche per quanto tempo ci resterete.

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