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Archivi categoria: minchiate all’oscuro

Ci scatarro su

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I giovani, poi, che schifo, i giovani, io quando leggo ‘ste cose tipo che i giovani, poverini, sono disoccupati, penso che i giovani devono buttare il sangue, che io fra tre mesi c’ho quarant’anni e non è che sono disoccupato, è che non sono mai stato occupato, che è diverso, e se qualcuno per caso vuole preferirmi un giovane io griderò vendetta a Dio, che Dio lo sa quanto puzzano le ascelle di un giovane: basta entrare in un’aula scolastica per sentire quanto puzza la gioventù di un giovane, e se una cosa puzza è solo per segnalare che non è buona e va evitata, è la natura che segnala le parti di se stessa che lei già schifa e che noi dobbiamo schifare per sopravvivere. C’è una generazione intera che i vecchi l’hanno saltata come una macchia di puddisino, e che ora la vogliono saltare pure i giovani, con la scusa di che cosa non lo so, di un ragionamento primitivo, ditemi che valore c’è nell’essere giovani, nessuno. Nessun valore c’è nella gioventù: l’energia, la forza, la prestanza fisica, questo ti rispondono quando chiedi che valore c’è nella gioventù, la gioventù era un valore quando si trattava di comprarsi uno schiavo robusto per fargli carriare blocchi di granito e costruirci le piramidi. E quando mi rispondono così io penso che quello che mi sta rispondendo così o è cretino oppure è giovane, che spesso è la stessa cosa, perché, scusa, secondo te stiamo parlando di spaccare pietre con un piccone? No, dico, quanti sono i lavori di pura forza fisica per cui oggi è meglio essere giovane? E poi: ma che è, il mercato del lavoro o quello delle mucche? Dei cavalli, delle giumente: mi piglio un bue giovane, così gli faccio tirare l’aratro per più anni? Che anche questa alla fine è una minchiata, perché il giovane si affatica mille volte prima di un vecchio, lo sanno tutti che i giovani vanificano tutta l’energia con la malavoglia: il giovane a essere apatico, abulico, astenico, ad annoiarsi ci mette un secondo, io li vedo, si accasciano sul banco dopo due minuti di lezione, la mattina sbadigliano fino a quando non è ora di pranzo, e dopo pranzo sbadigliano di nuovo: perché sono di nuovo stanchi. Camminano con la lentezza di un bradipo missile, sembrano scomporsi e ricomporsi a ogni passo. Sono stanco: lo dicono tremila volte al giorno, può essere che nessuno di quelli che parla di dare lavoro e responsabilità ai giovani abbia mai fatto caso a quante volte un giovane dice sono stanco nell’arco di una sola giornata? Scusa, ma non sei un giovane, tu? E quindi di che cosa è stanca la tua gioventù? I giovani fanno schifo, io quando ero giovane volevo diventare vecchio subito perché essere giovane significava essere bestia, perché pure quando c’è un giovane colto, più colto di tanti vecchi, è comunque meno colto di uno che ai tempi suoi era un giovane colto e ora è un vecchio colto, perché è passato più tempo e  ne sa più di quando era giovane, quindi, per favore, i giovani non sono niente: tanfo di ascelle e stanchezza cronica, questo sono i giovani. E la storia del coraggio, cortesemente, lasciamola perdere, perché un conto è il coraggio e un altro l’incoscienza, e per me se un giovane è incosciente e si vuole rompere le corna, se le può pure rompere, anzi se vuole lo aiuto con un cric, ma affidargli le decisioni perché quello è incosciente, mettere la gioventù tra le rivendicazioni politiche è proprio da scimuniti. Io ai giovani non gli affiderei manco il cane per farlo pisciare, che, tanto per dire, è una cosa che i genitori affidano spesso ai figli giovani, e dopo un mese si rendono conto che il figlio giovane il cane non lo porta a pisciare quasi mai e la casa adesso oltre a fetere di ascella di giovane fete anche di pisciazza di cane. I giovani, i giovani, valorizzare i giovani, i giovani senza futuro, e tutti questi giovani che protestano perché loro “sono giovani eppure non hanno un futuro”, una minchiata presunta poetica che non si può sentire: se sei giovane il futuro ce l’hai, capito?  E invece tu il futuro me lo vuoi togliere a me, che ne ho meno di te perché sono più vecchio di te e quindi mi devo sbrigare, perché non so se l’hai capito ma il mio futuro arriva molto prima del tuo, anzi già è arrivato, è da un pezzo che  è arrivato, quindi voi giovani, adesso al vostro futuro, per favore ditegli di mettersi in fila, che non so proprio che motivo ha di arrivare prima di quello degli altri. Io questo vorrei capire: com’è che qua nessuno crede nel numerino dell’eliminacode? Com’è che basta fare casino e dire che le regole sono state fatte male e non valgono più per avere nuove regole a tuo favore, fatte peggio di quelle di prima, in modo che il prossimo che arriva potrà protestare e prendersela con queste regole fatte a cavolo e saltare la fila pure lui. E nel frattempo tutti a fare file che qualcun altro manderà all’aria prima che arrivi il nostro turno. Mentre da giovani si diventa vecchi.

Siracusa vs Elezioni politiche 2013

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Non ho nessuna competenza per farlo, però grazie a questo blog e questi social network stile Corrida di Corrado, mi posso permettere di fare l’analista di staminchia sul voto siracusano, e come dice il mio vicino di casa molto malacarne: “Siccome u pozzu fari, u fazzu” (lui però lo sa dire con la giusta intonazione minacciosa).

C’è un dato molto vicino, cioè quello delle regionali svoltesi lo scorso ottobre. Partendo da questo si vede che hanno votato molte più persone. Al crescere del numero dei votanti è cresciuto paurosamente il M5S, che in città passa dal 15,60% al 37,02%. Stiamo parlando di un + 21,42%, inspiegabile col solo aumentare del numero di elettori (anche ammesso che tutti gli elettori in più rispetto alle regionali abbiano votato M5S, non si arriva a un + 21%). Ci sono allora voti “sottratti” a uno dei due schieramenti? Sì, a tutti e due, ma non sono molti. Secondo me (e ripeto: non so quello che dico) a questa tornata elettorale giravano libere sul mercato siracusano migliaia di voti: quelli di Enzo Vinciullo (ora spiego l’ipotesi), quelli di Pippo Gianni e quelli di Titti Bufardeci, ossia tre tra i più votati alle regionali del 2012. La mia è pura teoria, però con qualche pezza d’appoggio: nel Pdl locale si consuma uno scontro tra Prestigiacomo e Vinciullo (non so su cosa discutano, presumo sulla maggioranza al congresso, ma non mi interessa manco saperlo), ed è abbastanza noto che Vinciullo non si sottragga alla rissa politica (ce ne fu una molto muscolare qualche lustro fa contro Fabio Granata, e la vinse). Non ho difficoltà a immaginare che gli sia bastato non incitare i suoi a votare Prestigiacomo, senza neanche doverlo espressamente “comandare”, per ottenere la fluttuazione dei suoi voti (circa 8.000, stando alle preferenze ottenute alle regionali) verso un candidato non PdL, e mi parrebbe probabile che siano finiti (di certo non tutti e forse neanche molti: il PdL ha tenuto) sul M5S. Stesso meccanismo possono aver seguito i voti di Pippo Gianni, (circa 8000 anche questi, sempre riferendomi alle preferenze ottenute alle ultime regionali dell’altro ieri), liberati dal fatto che in questo momento di grande confusione politica aretusea questi non si sia ancora riposizionato stabilmente all’interno di nessuno schieramento (ultimamente sento dire che lo si da vicino a Tabacci, dunque nell’area di centrosinistra). I voti di Titti Bufardeci (circa 5000), assente dalla competizione, potrebbero essere invece confluiti in buona parte nel relativo exploit della lista Megafono (Buffardeci ha fatto una specie di endorsement per Crocetta al Vasquez, qualche giorno fa), ma bisogna tenere presente che la lista Crocetta era presente solo al senato, il che rendeva nuovamente liberi 5000 voti alla camera, dove gli elettori di Bufardeci potrebbero essersi distribuiti tra la coalizione PD (Marziano calamita da sempre parecchi voti di Bufardeci) e M5S. Diciamo quindi che a Siracusa, ragionando molto a spanne, il M5S può aver guadagnato circa 15000 voti da questo momentaneo vuoto di potere. Ma è un’analisi accampata su mere ipotesi (probabilmente peregrine) e che contraddice le consuetudini elettorali della mia città: quando gli elettori di tizio o di caio non hanno istruzioni precise in merito al voto, semplicemente non votano. Dice: allora perché spari minchiate? Perché qua c’è da spiegare l’inspiegabile, e quindi ci vuole un poco di fantasia.

Dunque potrebbero essere successe due cose:

- Che i tre di cui sopra abbiano espressamente indicato chi votare

- Che i cinque stelle siano riusciti  da soli a convincerli a votare per loro.

Non mi sento di propendere per nessuna delle due in particolare.

Ci sono poi i voti in fuga dal PD, che per la verità non mi sembrano molti (Sel conferma di versare in una sorta di coma farmacologico) verso il M5S. Vista con gli occhi dell’elettore, sembra un voto di protesta nei confronti del PD siciliano, che paga le varie fesserie fatte nel tempo: le alleanze con Lombardo, l’apertura a forze eccessivamente moderate o ex democristiane, lotte intestine di corrente (a Siracusa, durante le primarie, lo scontro coi Renziani -leggi Foti- mi dicono sia stato abbastanza accanito) e credo soprattutto il fatto che il supposto e sbandierato crollo fisiologico di Berlusconi, dato per certo, abbia permesso a non pochi di liberarsi dall’urgenza di votare compatto PD: visto che  il PdL perderà comunque, ne approfitto per dare un segnale al mio partito di riferimento (PD) e lo punisco. Insomma, un bel contributo deve averlo dato il clima di rilassatezza e di vittoria annunciata: qualcuno ha votato Rivoluzione Civile, qualcun altro Grillo, fottendosene per una volta del voto utile.

 La morale è che in città si scontrano due elettorati abbastanza simili:

- un tipo di cittadino che tende a votare chi è già al potere per il semplice fatto che è già al potere

- un tipo di cittadino che protesta perché non trova credibile l’alternativa. (Breve excursus storico: nelle famose elezioni cui prese parte il partito dell’Uomo Qualunque, questo risultò essere il primo o il secondo partito a Siracusa, quindi diciamo che la tendenza a questo tipo di protesta appartiene abbastanza al nostro dna elettorale).

A questi vanno aggiunti i voti “personali” di alcuni politici locali che, se “liberati”, in pratica “protestano” contro se stessi.

Il PD paga più di tutti perché a Siracusa manca da sempre una calamita di voti paragonabile a quella della destra: se di là c’è Stefy, di qua c’è Sofia Amoddio, che con tutto il grande rispetto che nutro per lei, è Davide contro Golia.

Su questo si innesta un dato nazionale reperibile anche da uno sprovveduto come me: in mezzo a tutte queste urla di sorpresa e questo sbigottimento generale, trovo uno dei sondaggi (Pagnoncelli a Ballarò, non uno fatto dalla CIA e protetto dal top secret) che circolavano a iosa prima del black out elettorale che dice:

PD 25%,

PDL 21%

Grillo 22%

I risultati elettorali alla camera dicono:

PD 25,42%,

PDL 21,56%

Grillo 25,55%.

L’unico dato difforme è quello di Monti: dato al 13%, passa all’8,30%.

Ora, se tanto mi da tanto, e se la delusione del PD oltre a essere enorme è anche sincera, può significare solo una cosa: il PD ha perso perché ha perso Monti. Sarebbe a dire che il PD per governare puntava sfacciatamente sull’affermazione di Monti (non trovo credibile che il PD non conoscesse i sondaggi di Pagnoncelli). Quindi il PD non sta piangendo perché ha perso il PD (i voti previsti li ha presi), ma perché ha perso Monti, il che secondo me lo rende il pianto più triste della sua storia.

Una cosa che secondo me testimonia il degrado della mia città è l’annichilimento di Fabio Granata (circa 500 voti). Sono un elettore totalmente all’opposto del suo schieramento, ma il fatto che esca da questa competizione con soli 500 voti dopo aver svolto il mandato di parlamentare alla camera mi fa pensare due cose:

- È uno che quando ha vinto, ha vinto perché il suo partito andava bene, e non perché lui era Fabio Granata (per me, sono tutti punti a suo favore: chi lo votava, votava delle idee che io non condivido, ma delle idee).

- È uno che pur avendo disposto del potere abbastanza a lungo (assessore all’ARS, vicesindaco a Siracusa, onorevole a Montecitorio) da crearsi delle clientele, evidentemente non l’ha fatto. Forse non l’ha saputo fare, non lo so, o forse non l’ha voluto fare, non so neanche questo. In entrambi i casi, questi cinquecento voti me lo rendono diverso dagli altri. Non è poco, in questa landa desolata.

* Oggi, 1.03 2013, mi trovo costretto a smentire quanto appena sostenuto qui sopra a proposito di Fabio Granata, e mi costa dispiacere perché ci avevo creduto. La corte dei conti lo ha appena condannato a risarcire circa 598.000 mila euro per “assunzioni clientelari” effettuate durante il suo assessorato all’ARS. Peccato.

Detto questo per me finisce che votiamo relativamente presto, e a questo proposito annuncio che io mi vendo tutto: blog, voto, la qualunque (solo il culo è escluso, ma ne possiamo parlare). Compratemi: non rendo molto, ma costo poco. Trattative riservate, ma neanche tanto: possiamo buttarla sull’endorsement e ci facciamo anche una gran figura. Ovviamente è esclusa dall’offerta tutta l’area di centrosinistra, perché altrimenti che mi vendo a fare? E visto che deve essere il nemico, preferirei che fosse il migliore, o meglio quello di cui ho più stima: Ivan Lo Bello, chiamami.

Femminiche?

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Ieri nelle piazze di mezzo mondo c’erano tutte queste che ballavano contro il femminicidio. Io in questo neologismo ci sento un sottofondo ambiguo e nemmeno troppo vagamente sessista, e insomma mi fa un poco di antipatia. Che cosa è il femminicidio?

Il termine sembra essere emerso per colmare una specie di lacuna concettuale, e cioè l’assassinio di una donna per mano di un uomo, perché per tutte le altre forme di uccisione ci sono già:
- la parola omicidio (che vabbè, magari è un po’ ambigua perché contiene il prefisso “omo”, ma lo stesso fino a ora è stata usata in modo neutro per tutti e due i sessi) e
- il sibilante lemma assassinio.

A commettere assassinii pare siano in larga maggioranza gli uomini (gli uomini che ammazzano sono più delle donne che ammazzano), quindi diciamo che quando qualcuno (uomo o donna che sia) muore di morte violenta è spesso per mano di un uomo e poche volte per mano di una donna. Per cui riassumendo:

- Nel femminicidio ad ammazzare è un uomo e a morire è una donna

- Nell’omicidio ad ammazzare è quasi sempre un uomo, mentre chi muore non è importante: maschio o femmina non fa differenza.

Quindi il termine femminicidio sembra coniato apposta per sottolineare che una differenza c’è: se muore una donna è diverso che se muore un uomo.

Non lo so se mi piace, ma penso di no.

In cosa consisterebbe la differenza?

Se mi rifiuto di credere che la differenza sia una differenza assiologica (la morte di una donna sarebbe più grave della morte di un uomo), l’unica altra differenza che trovo puzza di retorica cavalleresca quanto un usbergo che abbia preso la muffa: la donna ha meno mezzi di difesa, ergo soccombe più facilmente, ergo l’assassino che la assassina è più vigliacco di un assassino che assassina un uomo.

Ora, a parte che fare leva sul senso dell’onore degli assassini per persuaderli a preferire le vittime maschili è una carognata degna di una mantide religiosa, secondo me è pure una propaganda abbastanza inutile.

Femminicidio infatti si porta dietro questa scia ambigua, come a dire che se nasci donna corri più rischi di venire uccisa da un uomo rispetto a quanti ne corre un uomo, e questi rischi in più li corri proprio per il fatto che sei nata donna. Ma siamo sicuri che sia così? Veramente gli uomini assassinano più donne che uomini?

Io di assassinii non me ne intendo: come si può evincere dal loculo ancora vacante della mia cappella di famiglia e dal mio casellario giudiziario, non ne sono mai stato vittima e non ne ho mai perpetrato uno, e in più non mi è neanche capitato di assistervi, né a uno di uomo né a uno di donna (i film di Tarantino valgono?). Però penso lo stesso che l’assassinio si possa definire come un parossismo di violenza (forse non il picco più alto: c’è la tortura, per dire, o anche le interviste di Marzullo). Riguardo alla violenza qualche cosa la so per esperienza diretta di uomo che ha (spesso) scippato e (raramente) spattuto corpa. Diciamo che nell’ambito del settore violenza, io me ne intendo abbastanza di fottute di legnate all’uscita dalla scuola, oppure dopo un tamponamento in auto, oppure in un campo di calcetto, o ancora senza motivo in mezzo alla strada. Ecco, se cambiamo sottoinsieme (dall’assassinio alla fottuta di legnate) ma rimaniamo nell’insieme (violenza) io direi che non c’è proprio storia: gli uomini fottono a legnate prevalentemente altri uomini. E quindi viene faticoso pensare che un malacarne quando si tratta di scannare a tumpulate qualcuno preferisca un uomo, e quando invece ha voglia di un bell’omicidio scelga una donna. Secondo me è più probabile che gli uomini siano assassini generalisti: extracomunitari, gay, donne, barboni, diciamo che quando si tratta di spargere il sangue non vanno molto per il sottile (a volte si dimenticano pure di mettersi il tovagliolo e si riempiono la camicia di certe macchie rosse che fai prima a buttarla che a metterla in lavatrice).

Quindi se ci epuriamo della cavalleria e stimiamo che le donne e i barboni e gli extracomunitari siano creature con pari dignità, uccidere una donna non è più biasimevole che uccidere un uomo. Se invece vogliamo stare ai numeri (il mero dato quantitativo) a occhio direi che gli uomini fanno per lo più gran stragi di altri uomini, e ogni tanto, giusto per variare un po’ dieta, accoppano una donna.

Di sicuro tra le mura domestiche è vero il contrario e le stragi sono di donne. Ma tra le pareti di casa, la donna muore in quanto donna, o in quanto malcapitata compagna di un assassino? L’ira domestica maschile che culmina in omicidi di donne (l’antico uxoricidio) non è qualcosa di molto più legato alla prossimità fisica e pseudo (molto pseudo) affettiva che non al genere sessuale? Ti uccido in quanto mia compagna (ex, presunta etc.) o in quanto donna? Non siamo già su un piano diverso rispetto al genere, quello cioè in cui si uccidono madri, padri, zii, nonni, vicini di casa?

Insomma, per come la vedo io, il dato odioso è che l’assassino è uomo, non che la vittima è donna. L’atto omicida è una caratteristica maschile (di cui la donna sembra assai meno provvista) che l’uomo esercita senza distinzioni di sesso riguardo le proprie vittime. Allora che senso ha – specie in questi tempi di grandi progressi giuridici nella parità di diritti – una manifestazione di un miliardo di donne che ballano per dire che gli uomini devono smetterla di uccidere le donne? Io avrei preferito vedere ballare un miliardo di persone per dire che gli uomini devono smetterla di uccidere le persone.

E stuiativi u MUOS (il mio primo e ultimo post di servizio)

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Il MUOS (Mobile User Objective System) è un sistema di comunicazione satellitare ideato dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America, e attualmente in fase di completamento.

Serve a localizzare obiettivi militari e a trasmettere dati di ogni tipo, dalla voce fino ai contenuti multimediali, raggiungendo navi, aerei, sottomarini e truppe di terra dislocate ovunque sul pianeta.

(qui la pagina Wikipedia)

È composto da quattro satelliti e quattro stazioni terrestri. Una di queste è in costruzione in Italia, nel comune siciliano di Niscemi (CL).

La stazione si trova all’interno di un SIC (sito di interesse comunitario, con vincolo di inedificabilità assoluta dal 1997): la riserva naturale orientata «Sughereta», un querceto su cui già insiste un impianto di comunicazione satellitare di precedente generazione (UFO, installato prima dell’istituzione della riserva).

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La nuova stazione MUOS di Niscemi dovrebbe costituire lo snodo delle comunicazioni militari americane per il Medio Oriente e il Mediterraneo.

A stipulare un protocollo d’intesa con il dipartimento della difesa americana per la costruzione dell’impianto furono, il primo giugno del 2011, l’allora governatore della Regione Siciliana Raffaele Lombardo e l’allora ministro della difesa Ignazio La Russa.

Il sindaco e il comune di Niscemi, dopo aver inizialmente concesso l’autorizzazione preliminare, già nel 2009 si opposero alla costruzione delle quattro antenne, ma la loro decisione venne scavalcata gerarchicamente da quella favorevole espressa nel 2011 dalla Regione Siciliana.

Gli abitanti della zona, preoccupati principalmente dai probabili effetti nocivi delle onde elettromagnetiche (insorgere di diverse patologie tumorali), si costituirono già allora in un comitato (NO MUOS), al fine di chiedere la revoca della concessione.

Altro motivo di opposizione al MUOS è che in quella stessa area è prevista a breve l’inaugurazione di un nuovo aeroporto civile, quello di Comiso (RG), sorto proprio sul nucleo originario di una ex base missilistica americana. Le onde emesse dalle quattro antenne del MUOS recherebbero danni alle strumentazioni necessarie alla sicurezza dei voli, rendendo di fatto impossibile l’impiego dell’aerostazione.

A testimonianza della pericolosità per le strumentazioni di bordo e di terra, viene spesso il citato il cambio di sito operato dalla difesa americana.

Inizialmente la stazione MUOS avrebbe dovuto essere installata presso la base militare di Sigonella (nei pressi di Catania), un importante aeroporto dell’aviazione americana. Lo spostamento su Niscemi fu deciso a causa delle interferenze che quel tipo di onde avrebbe causato sugli impianti già presenti in quella base aerea, rilevate da alcuni test preliminari.

Il 6 ottobre del 2012, in concomitanza di una grande manifestazione di protesta organizzata dai comitati NO MUOS, la procura di Caltagirone pone sotto sequestro il cantiere per «violazione delle prescrizioni fissate dal decreto istitutivo dell’area protetta».

Il provvedimento resta in vigore per soli venti giorni, fino cioè  al 26 ottobre (data delle elezioni regionali in Sicilia), giorno in cui il Tribunale della Libertà di Catania dissequestra l’opera, dando il via libera alla prosecuzione dei lavori.

Il procuratore della Repubblica di Caltagirone, in attesa delle motivazioni della sentenza, afferma di voler ricorrere in Cassazione.

Tra il novembre del 2012 e l’inizio del 2013 le manifestazioni NO MUOS si fanno più combattive, reclamando l’attenzione del neo governatore Rosario Crocetta e della giunta appena insediatasi.

A fine gennaio, la commissione Ambiente e Territorio dell’ARS (Assemblea Regionale Siciliana), presieduta dal consigliere del Movimento Cinque Stelle Giampiero Trizzino, si riunisce simbolicamente a Niscemi, a conferma della volontà del nuovo parlamento regionale di procedere a una chiusura del cantiere MUOS.

Il governatore Crocetta chiede uno studio all’Istituto Superiore di Sanità, e infine invia alla base americana un invito formale a interrompere momentaneamente ogni operazione.

L’invito viene disatteso, e il 25 gennaio le forze dell’ordine italiane notificano ai manifestanti che stazionavano nei pressi della base americana il foglio di via.

Si accende anche una polemica tra il ministro dell’interno Cancellieri (sostenitrice della prosecuzione dei lavori) e l’assemblea regionale siciliana.

Vi prende parte anche il governatore Crocetta, che in diverse interviste rivendica la propria competenza territoriale, richiamandosi anche al suo personale credo politico autonomista.

Nei giorni precedenti, si era assistito a uno scontro tra un certo numero di poliziotti in tenuta antisommossa (300 stando ai NO MUOS, 70 stando al prefetto) e i manifestanti che tentano di impedire l’ingresso al cantiere ad alcuni camion carichi di materiale.

La commissione territorio e ambiente presieduta da Giampiero Trizzino (M5S), con l’assessore Mariella Lo Bello (PD) e il presidente della commissione sanità Pippo Di Giacomo (PD), fissa una nuova seduta a Palermo per il 5 febbraio di quest’anno, invitando a partecipare  i rappresentanti dell’ambasciata americana, che declinano l’invito.

Anche il governatore Crocetta diserta la riunione di Palermo, e convoca la sua giunta per quello stesso giorno a Catania, in onore di Sant’Agata, patrona della città (festa molto partecipata e sentita).

La riunione della commisione territorio e ambiente di Palermo mette in luce una discordanza di pareri tra i tecnici che stilarono la prima relazione (quella con cui si autorizzarono i lavori nel 2011) Patrizia Livreri e Luigi Zanforlin e quelli chiamati a esprimersi dall’attuale assemblea regionale, cioè Massimo Coreddu e Massimo Zucchetti, consulenti del comune di Niscemi e docenti del Politecnico di Torino.

I due tecnici che redassero la prima relazione affermano di aver proceduto sulla base dei dati forniti allora dall’ARPA, che forse perché lacunosi o incompleti, non evidenziavano rischi di sorta per la salute e per il territorio.

Il governatore viene raggiunto telefonicamente, e comunica all’assemblea la decisione di procedere a una delibera per la revoca della concessione.

Nella serata del 7 febbraio, si giunge alla compilazione dei documenti per la revoca.

Nella mattinata dell’8 febbraio, l’assessore per il territorio e l’ambiente Mariella Lo Bello prende parte alla riunione del consiglio comunale di Niscemi, per annunciare di persona il provvedimento.

I documenti per la revoca  saranno inviati martedì 12 febbraio sia a Sigonella che a Napoli (sede del comando militare navale USA).

Gli americani avranno da allora trenta giorni di tempo per ottemperare agli obblighi. In caso di controversia legale, dichiara l’assessore Lo Bello, a rispondere sarà il governo italiano.

La responsabilità del governo nazionale, più che di quello siciliano, in una eventuale azione legale dipende da un punto che forse è bene ricordare: la Sicilia è una regione a statuto  speciale, e come tale, nelle questioni che la riguardano (quali ad esempio l’installazione di un impianto MUOS sul proprio territorio) il governatore siede nel consiglio dei ministri del governo italiano con carica pari a quella di ogni altro di  ministro, sebbene con voto unicamente consultivo.

La questione del MUOS viene molto dibattuta sui blog e i siti internet di informazione locale, mentre ottiene meno risalto sulla stampa e gli altri media, specie nazionali. Eppure possiede tutte le caratteristiche per risultare avvincente quanto un spy-story.

Ad esempio tra i celebri documenti segreti diffusi qualche tempo fa dal sito wikileaks di Julian Assange, pare vi fossero alcuni cablo che testimoniavano di un incontro tra il ministro La Russa e il suo omologo americano, in cui il primo sembrava adoperarsi molto per convincere il governo USA a piazzare la quarta stazione terrestre in Sicilia. La cosa sembrava lasciare perplessa perfino la difesa americana, poiché le restanti tre antenne – per precauzione- erano state tutte posizionate in aree prevalentemente desertiche (Australia, Isole Hawaii, una zona remota della Virginia).

Le radiazioni emesse da questo tipo di antenna raggiungono il massimo della pericolosità nel raggio di sessanta chilometri dal punto di emissione (che risulta paradossalmente più sicuro a causa del noto effetto “ombrello”). Tracciando un raggio di sessanta chilometri dall’area della sughereta di Niscemi, si raggiungono centri abitati molto popolosi, quali Caltanissetta, Ragusa, Caltagirone e l’hinterland catanese, che contano diverse centinaia di migliaia di abitanti.

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Altra questione appassionante è quella dei documenti ARPA e della relazione tecnica che ne conseguì.

In prima battuta (tra il 2008 e il 2009), ai tecnici dell’ARPA Sicilia inviati alla base per raccogliere dati relativi al progetto e all’impatto sul territorio, fu impedito l’accesso e opposto il segreto militare.

In un secondo momento, furono autorizzati alcuni rilievi, parziali e -a detta della stessa ARPA-  insufficienti a dare un parere sulle possibili conseguenze per flora e fauna.

Su questi si basò però la relazione (una sola pagina) dei due esperti dell’università di Palermo, Patrizia Livreri (già consulente per Finmeccanica, e candidata alle precedenti regionali nelle liste dell’UdC, al governo con l’allora presidente Lombardo) e Luigi Zanforlin, utilizzata dalla Regione Siciliana nel 2011 per dichiarare che il sistema MUOS «non comporta condizioni di rischio per la salute dell’uomo».

La relazione dei due docenti di Palermo fu commissionata all’epoca da una società milanese, la Urs, che si occupa appunto di progettazione per interventi ambientali, ed è controllata da una multinazionale, con sede a San Francisco, la Urs corporation, cioè la società a cui i militari americani affidarono lo studio d’impatto ambientale.

Al di là delle illazioni, la relazione su cui si basò il via libera, sembra aver disatteso il principio di precauzione in materia di sanità.

Esiste una classificazione degli elementi, su cui si sono accordati a livello internazionale gli istituti di sanità di molti paesi- tra cui l’Italia- in cinque tipologie:

1) Cancerogeno

2) Probabilmente cancerogeno

3) Possibilmente cancerogeno

4) Incerto

5) Non cancerogeno

Le onde elettromagnetiche rientrano nella terza categoria: sono possibilmente cancerogene. E in questo caso si applica il principio di precauzione. Ovvero, ci si dovrebbe astenere.

Interessante è anche il conflitto di competenze e di poteri che si è messo in moto: una decisione presa dal governo nazionale – difesa a più riprese dall’attuale ministro dell’interno Cancellieri- viene opposta a una seconda decisione presa dall’esecutivo di una regione autonoma a statuto speciale, che la contraddice. È probabile che su questa questione sarà presto chiamata a pronunciarsi la Corte Costituzionale.

Le espressioni che più ricorrono nei commenti e negli articoli on line si richiamano al pirandellismo: gioco delle parti, recita a soggetto, maschere nude, per mettere in evidenza come sia difficile orientarsi nella vicenda e attribuire un valore univoco agli atteggiamenti di ogni singola parte in causa. Questo tono ammanta di un gattopardismo un po’ grossolano e folcloristico molti resoconti, viziandoli in partenza.

Il governatore Crocetta viene spesso accusato di aver temporeggiato, dichiarando solidarietà ai movimenti NO MUOS per poi ritardare i provvedimenti, oppure prenderne di blandi e poco efficaci.

La procura di Caltagione è invece vista come pedina di uno schema giudiziario colluso con la politica regionale, nazionale e internazionale, in cui si prende un provvedimento apparentemente ostile alle antenne MUOS per favorirne in realtà l’installazione.

Man mano che ci si allontana da giornali e siti più istituzionali (Il Manifesto, il Corriere del Mezzogiorno e Lettera43) le tesi che circolano sui blog diventano sempre più suggestive e si avvitano spesso su se stesse (linksicilia se ne è occupato con costanza, ma con un’unico punto di vista, piuttosto militante), a riprova di quanto intricati siano gli eventi, e di come richiederebbero l’attenzione di un giornalismo professionale, autorevole e attento.

Il perché questo latiti, è a sua volta motivo di fascinazione per la vicenda.

Scoprirsi femministi, una mattina su Rai3

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Non fosse per il bianco e nero sarebbe difficile accorgersene, ma in queste mattine presunte festive, su Rai3, al posto di agorà stanno andando in onda vecchie pellicole, film italiani girati tra il ’50 e il ’70. Tutte  imperniate su:

mogli

mariti

corna

derisione sociale delle corna.

In alcuni casi di raffinata sceneggiatura a specchio:

cornuti inconsapevoli deridono cornuti consapevoli che deridono i cornuti inconsapevoli che deridono i cornuti consapevoli.

In tutti questi film, ci sono mogli brutte e casalinghe, intente a dominare, con severa e repressiva autorità materna, mariti babbei, erotomani e fantocci. Altre donne, amanti, bellissime ma libertine e arriviste, seducono con promesse di lussuria (per altro mai mantenute: chi come me si è formato un immaginario erotico su questo tipo di personaggio femminile, vivrà per sempre il sesso con la frustrante convinzione che l’atto vero e proprio non potrà mai essere consumato fino in fondo, ma sempre sul più bello irromperà qualcuno o qualcosa, e ci costringerà a rivestirci di corsa, oppure a uscire nudi su un cornicione, a penzolare nel vuoto, noi e soprattutto la nostra ciolla, oramai floscia dal terrore, a puntare mesta verso il baratro) quegli stessi uomini-mariti babbei e fantocci di cui sopra, mai curandosi degli scapoli, sempre spiantati, romantici, meditabondi, malinconici, innamorati, giovani, idealisti, in una parola: inutili, alla società e alla sceneggiatura.

Il matrimonio, una galera cui le donne ambiscono con aguzzina piccineria, e gli uomini acconsentono con posticcia rassegnazione (entrambi i contraenti impegnati a coprire con la maschera del cinismo il loro autentico, malcelato e incelabile, masochistico entusiasmo di galeotti). La famiglia, una cella da cui si evade ma poi si ritorna nostra sponte a capo chino, dopo aver rischiato l’osso della ciolla sul cornicione di cui prima.

Poi vennero gli anni ’70. E furono sempre le stesse commedie, con le stesse corna, gli stessi mariti, le stesse mogli, le stesse buttane, gli stessi allocchi: solo che stavolta erano tutti nudi. Gli anni ’80. E furono sempre le stesse commedie, con le stesse corna, gli stessi mariti, le stesse mogli, le stesse buttane, gli stessi allocchi: solo che stavolta erano tutti vestiti firmati e facevano le vacanze di natale a cortina. Gli anni ’90. E furono sempre le stesse commedie, con le stesse corna, gli stessi mariti, le stesse mogli, le stesse buttane, gli stessi allocchi: solo che stavolta parlavano tutti con l’accento napoletano e coinvolgevano gli amici in improbabili menage a trois. Gli anni zero. E furono sempre le stesse commedie, con le stesse corna, gli stessi mariti, le stesse mogli, le stesse buttane, gli stessi allocchi: solo che stavolta le amanti erano ucraine o rumene. Gli anni dieci. E furono sempre le stesse commedie, con le stesse corna, gli stessi mariti, le stesse mogli, le stesse buttane, gli stessi allocchi: solo che stavolta a raccontarli è proprio una donna, sdraiata sulla scrivania di un conduttore televisivo.

Il marito.
La moglie.
Le corna.

Lo scimmione.

L’oca.

Il marito sposa una moglie che detesta, a patto che gli faccia da baby sitter. La moglie sposa un marito che non si lava, a patto che paghi il mutuo e le rate del frigidaire. L’amante vuole la bianchina, la giulietta, il suv. La moglie un figlio, una villa e una pelliccia di visone. Il marito vuole la santa a casa e l’harem in ufficio.

Silvio.
Veronica.
Ruby/Francesca.
Fabrizio.
Nina.

Gigi.

Anna.
Emma.

Stefano.
Belen.

È veramente un tema eterno? O per quanto riguarda il sesso l’Italia è un paese eternamente immaturo? Ci sottostimano come spettatori? O veramente ci divertiamo da un secolo con la stessa farsa?

All’epoca in cui si giravano le pellicole mandate in onda da Rai3, il paese era semianalfabeta, ma si stava arricchendo. Poi si è effettivamente arricchito. Poi si è istruito. O almeno così dicono le statistiche. Prima si è diplomato. Dopo si è addirittura laureato. Com’è che il senso dell’umorismo è rimasto quello della terza elementare? Nel 2013, i cornetti alla crema, Tarzan, Jane, Cita.

La Zanardo li ha visti i film di queste mattine su rai3? Sa trovare differenze tra i filmati televisivi del suo documentario e queste pellicole? Come possono questi film in bianco e nero farci provare nostalgia (la nostalgia per i bei tempi che furono è l’obiettivo dichiarato del natalismo televisivo) per quell’Italia, se quell’Italia è rimasta la stessa? Si può provare nostalgia per una cosa che non è mai sparita, che non sparisce mai? È nostalgia? O è proprio tristezza? O è frustrazione? Questo siamo e questo saremo, nei secoli dei secoli? Una battuta, una che sia una, una sola, no? Mai? Sempre e solo macchiette?

Il Papa. Il cardinale. Don Piero di San Terenzo. Le pecorelle. A pecorina. Nelle sabbie mobili del pecoreccio. Sono sessant’anni che ci sprofondiamo. Quanto dobbiamo esser stati alti, un tempo, per non esserne ancora stati inghiottiti? Stanis La Rochelle aveva capito tutto. Siamo troppo italiani. Ma allora com’è che anche nelle zone più evolute del pianeta si assiste a certe recrudescenze? Twilight. Le sfumature di grigio. I video hip hop. Mondo anglossassone, protestante, liberale, che t’è preso, pure a te? Che diceva Morrissey? Come armaggedon, come, Come, come, come – nuclear bomb?

Il blues di babbo natale 2012

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L’anno scorso si è qui istituita con regio aciribicecico decreto (da qui in poi RAD) la tradizione di postare una canzone pìula, atta a sublimare in musica la disperazione infinita che permea le festività di fine anno.

Nel caso in cui durante suddette festività non proviate alcuno sconforto, il RAD prevede che allo scoccare della mezzanotte vi siano inviati in casa due sicari, muniti di un paio di pinze e di una buona saldatrice, allo scopo di riportarvi al necessario funereo contegno e obbligarvi alla confacente mestizia, unico sentimento ammesso da qui al sacro giorno dell’epifania.

Scopo del RAD è promuovere, incoraggiare e sollecitare l’inabissarsi dei cittadini in stati d’animo di profonda depressione, prostrante tristezza, costernata astenia, irredimibile nichilismo, inguaribile anedonia.

Nell’ambito di tale legge-quadro, e nel più pieno ossequio del suo principio fondativo, si allega anche quest’anno un inno alla ottundente malinconia natalizia. Anch’esso risponde alle inderogabili caratteristiche richieste a siffatte composizioni: atmosfera di indeterminata sofferenza, almeno un rimando agli ultimi mesi dell’anno, utilizzo della parola “Natale” o “Dicembre” unicamente per evocare disagio, inquietudine, costernazione. Come RAD prevede, segue mal eseguita traduzione italiana.

Fili*.

Hai dei fili che ti entrano sotto e dei fili che ti escono da sotto la pelle. Hai lacrime che ti scavano solchi. 

Pure io ho le lacrime agli occhi.

Spaventate dai fatti, si fanno a perdifiato i corridoi e attraversano di corsa le porte automatiche. Devono arrivare da te e vedere la fine di tutto questo. Vedere la speranza attraverso una scatola di plastica. Le luci di Natale riflesse nei tuoi occhi.

Hai dei fili che ti entrano sotto e dei fili che ti escono da sotto la pelle. C’è sangue rappreso sui tuoi polsi. Mi si sta seccando in punta alle dita.

Li faccio a perdifiato, i corridoi. E le porte automatiche le attraverso di corsa. Devo arrivare da te e vedere la fine di tutto questo.

 È la prima notte della tua vita. E la passi raggomitolata su te stessa. Io ti sto guardando da qui dietro. Ma tu non lo puoi sapere.

Te lo leggo negli occhi occhi: presto starai bene.

*Anche l’anno scorso, in A Long December dei Counting Crows si parlava di un ospedale. Lì non ho mai saputo perché. Qui sì. Al cantante degli Athlete, quando scrisse questa canzone, era appena nata una figlia settimina.

Per forza che poi ti fanno simpatia

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Sospettare di un movimento che fa di qualunquismo e giustizialismo la sua bandiera è cosa saggia e doverosa.

Ma la polemica di questi giorni non suona abbastanza ridicola?

Commentatori, editorialisti, leader politici, fanno la morale sulla democrazia interna all’unico partito che si ripropone di scegliere le candidature ascoltando la base dei propri iscritti.

Questo fatto che i suoi futuri onorevoli il movimento cinque stelle li voglia scegliere giusto tra coloro che hanno la tessera del movimento cinque stelle, e magari vi abbiano anche aderito prima dell’altro ieri, pare sia una cosa poco democratica.

Anzi proprio settaria, razzista, quasi dittatoriale.

Del resto, chi muove questa accusa, di solito aderisce a uno di quei partiti che hanno indetto le uniche primarie di schieramento esistenti su questo folle pianeta.

Le più larghe e aperte al mondo, certo.

Ma anche le più insensate, inutili e soprattutto schizofreniche, in quanto organiche a una legge elettorale secondo cui i candidati sono designati d’ufficio dai vertici del partito, con tanto di listino bloccato.

Il legislatore, nella persona del Presidente del Senato della Repubblica, ha addirittura sentito l’urgenza di proclamare urbi et orbi l’alta ispirazione democratica della nuova legge elettorale al vaglio: impedire (con un premio di maggioranza posto all’irraggiungibile soglia del 42,5%) che le elezioni siano vinte da perniciosi movimenti dittatoriali.

Meno male che c’abbiamo questi Montesquieu intrisi di esprit de la lois, a vigilare sul golpe di un partito che vorrebbe vincere le elezioni prendendo più voti degli altri.

In tutto questo strepito scandalizzato, a vedere il movimento cinque stelle che si mette là, per i fatti suoi, rincantucciato, a scegliere li meglio grilli pe’ fa’ cri cri, nella ingenua speranza che Roma poi nun faccia la stupida, viene una tenerezza molto più romantica che futurista.

Perché le votazioni grilline, per quanto si svolgano on line, mettono tanta nostalgia di quando ancora c’erano le sezioni, le tessere e i congressi.

E di quando andavi a votare per votare uno dei tuoi.

Volevo dire una cosa sull’abitare in provincia (però non ce l’ho fatta)

Inserito il

L’abitudine è materia era il titolo di un capitolo dei Principi di psicologia di William James. Stavo scrivendo la tesi, e me lo ricordo perché quel titolo per me è rimasto la quintessenza di cosa dovrebbe essere un titolo di paragrafo: una specie di preview, un trailer che con mezzo fotogramma ti anticipa il godimento del film tutto intero. Lo lessi e seppi  di cosa mi avrebbe parlato. E prima ancora di leggerlo, già ero stupefatto.

Di solito, quando leggo qualcosa io rimango stupefatto di fronte a cose evidenti, quasi banali, che però mai nessuno ti dice. Se sono in biblioteca dico “Ah, vero!” a voce altissima e finisce che il libro non me lo prestano più, e anzi chiamano la neurodeliri.

Questo perché a quanto pare ci sono due scuole di pensiero su cosa sia l’opera d’arte (qui per estensione stiamo parlando di un libro di medicina, ma fa poca differenza) e io mi sa che appartengo alla seconda.

La prima dice che sei di fronte a un’opera d’arte quando vedi qualcosa di totalmente mai visto, inaspettato, che contraddice tutto quello che sapevi o pensavi di sapere su quella cosa (o sulla sua rappresentazione), e pure se ti procura malessere va bene, basta che ti sconvolge.

La seconda dice che sei di fronte a un’opera d’arte quando qualcuno porta alla luce una cosa che sapevi già senza sapere di saperla, e allora senti esplodere questo piacere del ri-conoscimento, cioè del conoscere di nuovo, una seconda volta, passando dall’inconsapevolezza alla consapevolezza, contemporaneamente godendo del ricordo della precedente inconsapevolezza e benedicendo chi ti ha fatto fare attenzione a ciò che ti era sfuggito.

 William James mise quel titolo a un capitolo del suo libro forse proprio con questo scopo: far riconoscere ai sapienti del suo tempo un dato evidente che tutti davano per scontato senza però rifletterci sopra.

Il cervello è fatto di materia, una materia plastica, su cui si possono scavare dei solchi, più o meno profondi. L’abitudine è un solco abbastanza profondo: fai un gesto tante e tante volte e agli impulsi elettrici dei neuroni Montezemolo gli scava una specie di ferrovia veloce tra la materia cerebrale, così ci possono viaggiare sopra col freccia rossa e arrivano in stazione prima degli altri treni.

Pare ‘na minchiata, lo so. Però è veramente come diceva James a fine ottocento. Infatti tutti i neuroscienziati che in questi anni monopolizzano (a ragione) il dibattito scientifico e filosofico, riconoscono a questo dottore biancobarbuto (fratello del romanziere Henry, quello di Ritratto di signora, che francamente è una palla al culo) una specie di primato, o quantomeno tutta una serie di intuizioni che adesso suonano profetiche.

Però l’abitudine continua a essere fraintesa da secoli. Per prima cosa, la si associa spesso alla sofferenza, come se fosse una specie di rimedio. E quando se ne parla in senso positivo (tipo: “È abituato bene, il signorino”) in realtà è per disprezzare la mollezza, la scarsa tempra di qualcuno che trascorre la vita negli agi. L’unico caso in cui acquisisce connotazioni di stima è  quando si parla di “buone [o sane] abitudini”, che però sono quasi sempre segno di carattere frugale, spartano, rigoroso, ascetico: insomma, di nuovo sofferenza.

L’abitudine è così spesso accoppiata al patimento che esistono anche consolatori adagi popolari, sul genere di “tanto prima o poi ci si abitua a tutto”, che attribuiscono all’abitudine una funzione immunizzante: il primo giorno che raccogli i pomodori ti fa male la schiena e resti spezzato in due, il secondo ti fa male un poco meno, il terzo quasi non ti fa male e dopo un mese passato a raccogliere pomodori, vedrai che camminare alla pecorina ti sembrerà normale.

I movimenti si fanno automatici. Il corpo si modella su quella funzione. Il gesto acquisisce destrezza. Vero. Ma la fatica del raccogliere i pomodori e di muoversi per il resto della giornata come Quasimodo diventa sopportabile? Secondo me no.

L’abitudine ti allena. Ma non ti salva dal dolore. I maratoneti sono abituati a correre per 42 km e 197 metri. Però buttano il sangue a ogni gara. Il loro corpo è diventato capace di reggere quella distanza, ma questo non dice nulla sulla sofferenza che gli comporta correrla. Non sparisce con l’abitudine. Santoni e bramini si abituano a non mangiare quasi nulla per tutta la loro vita (che spesso glielo fa apposta a essere lunghissima). Ma questo non ci dice quanto gli costi dominare l’impulso della fame. Formigoni aderisce a una setta che gli impone di non ficcare. Però che ne sappiamo del doloroso priapismo che lo affligge ogni volta che la Minetti entra in consiglio vestita a zoccola?

L’abitudine è un meccanismo. Reiterare una pratica fino a che diventa routine. Un addestramento. Ciò che davvero solleva dalla sofferenza non è l’abitudine, ma apprendere la gestione della sofferenza, che purtroppo non si impara mai una volta per tutte. Ogni volta che un maratoneta gareggia pensa che adesso ferma un risciò e si fa portare fino al traguardo. Ogni volta che un bramino non mangia pensa alle lasagne col pesto che si riscaldano dentro al forno. Ogni volta che Formigoni vede la Minetti pensa ora gli tocco le minne e vaffanculo ai memores domini.

Il corpo, se abituato, in una qualche misura facilità il compito alla volontà.

Ma questa volontà è possibile allenarla, rinforzarla, pomparle i muscoli, e anche doparla? Boh.

Di sicuro la volontà non s’abitua mai: volta a volta si deve fare la strada sua in mezzo al cervello. Se la gioca. E può vincere come può perdere, sfida per sfida, momento per momento.

Il punto allora è: cosa te ne fai dell’abitudine se non hai la volontà?

E la volontà, uno, se la può dare?

Non è che la so bene questa cosa.

Quando vedo la gente, qua, mi vedo pure io in mezzo a loro. E mi pare che c’è chi è per il negotium e chi è per l’otium. Quelli che fanno, si muovono, conoscono, partono, arrivano, combinano, falliscono, riescono, intrecciano, che qua in una parola si dice si danno di verso, e che un sacco di volte rimangono frustrati, si incattiviscono, si sentono incompresi e pensano che tra cinque minuti se non prendono aria soffocano. E quegli altri che invece guardano, pensano, rimandano, dicono poi, dopo, non lo so, non mi va, aspetta, cinque minuti, tra un poco, hai premura? che qua in una parola si dice si buttano di chiatto, e che un sacco di volte rimangono depressi, inerti, e pensano che se tra cinque minuti non fanno qualcosa soffocano. Così si mettono a fare, fare, fare, e rientrano di nuovo nel primo gruppo, quello di chi si dà di verso. Solo che poi ci restano male e finiscono un’altra volta nel secondo, quello di chi si butta di chiatto. All’infinito.

E forse abitare in provincia significa oscillare così tra queste due cose, col pendolo che disegna questa curva che certe volte è una specie di mezzaluna e certe altre è una bocca che sorride, però mai che sia un cerchio tutto intero, una luna piena, che il giorno dopo puoi andare a raccogliere i ricci perché sai che li trovi con tutte le uova dentro.

Per viverci ti devi abituare, sì, però non basta. Ci vuole la volontà di restare.

Devi imparare a gestire questo dolore di sentire che sempre ti mancherà la conclusione, mezza curva di vita. Quando credi di esserti allenato bene a vivere così, pensi che forse adesso non ci soffrirai più, hai fatto il callo. E invece quella è solo l’abitudine, perché i calli si sa che fanno male. Hai l’abitudine a camminare con un poco di dolore ai piedi  tutti i giorni, questo sì. Ma la sofferenza di restare qua la senti lo stesso ogni minuto. E se ti manca la volontà per farla servire a qualcosa, questa sofferenza, meglio se te ne vai.

Non voglio diventare uno a cui non piacciono le canzoni di Jovanotti

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A Pordenone mi hanno presentato una parola che non conoscevo. Si chiama Acribia, ed è bellissima. Appena me l’hanno presentata mi sono innamorato. Ci siamo stretti la mano, e la mia era tutta sudata, quindi mi sa che le ha fatto schifo. Comunque io me ne sono fregato, perché era troppo bello tenergliela e inumidirgliela coi mie effluvi, e ho continuato a stringerla, non gliela lasciavo. Ho detto: piacere. Però in realtà stavo pensando: mamma mia quanto sei bella. Questa stretta di mano è durata un paio di giorni, Acribia voleva chiamare la polizia, oppure quel numero anti stalking, ma tanto con una mano sola non ci riusciva.

Il fatto è che a Pordenone consultare wikipedia mi veniva difficile, la connessione non ce l’avevo, e io mi posso disinnamorare delle parole nuove solo dopo che le ho conosciute. Non è un caso che la Bibbia usi l’espressione si conobbero per dire che trombarono, perché con le parole succede che prima le vuoi conoscere, poi finalmente ci vai a letto, e due minuti dopo cerchi di rivestirti più in fretta che puoi e gli lasci il numero di telefono sbagliato apposta.

Con Acribia è stato diverso. Me la sono portata fino a Siracusa, le ho pure fatto conoscere i miei genitori, che ieri era il mio compleanno e abbiamo pranzato tutti insieme nella casa al mare. Poi la sera finalmente siamo rimasti soli, accucciati vicino al router, io ero così ho eccitato che non ne potevo più e l’ho spogliata su wikipedia. È stata una sorpresa, perché io non me l’aspettavo così bella: tutta vestita del suono era magnifica, certo, ma faceva pensare a un altro tipo di corpo, somigliava a un altro genere di parole, come Acredine, Acrimonia. Un po’ mi ha ricordato anche una zita di tanto tempo fa, Acerrima, che aveva un carattere insopportabile. Invece nuda era tutta diversa, non c’entrava niente con nessun altra, era una parola tutta nuova. E insomma, m’ha tolto il fiato. E poi sembrava così innocente, che ho pensato che forse stavamo correndo troppo, era meglio aspettare. Infatti sulla mia bocca è ancora vergine, perché non l’ho detta mai.

Oggi l’ho scritta qua, sì, è vero, ma non è la stessa cosa. Scriverla e leggerla è come pomiciarci: oltre certi limiti non ti lascia andare, neanche si fa slacciare il reggiseno. È solo quando la dici che veramente le entri dentro.

Solo che io non lo so più se la voglio dire. Ho paura che a impararne bene il significato, poi si cominci a non potere più fare a meno di frequentarla. Questa Acribia ti conquista con l’aria della santerellina, ma quando poi ti ci avvicini emana tutto un altro fascino, da dark lady. Deve essere una pericolosa, ho pensato ieri sera. E allora ho preso informazioni, che è una cosa che può sembrare scorretta, però secondo me se ti vuoi fidanzare con una si deve fare così: bisogna parlare coi suoi ex, soprattutto a quasi quarant’anni, non è che puoi rischiare.

I suoi ex a Pordenone c’erano quasi tutti. O meglio: tutti quelli che partecipavano a Roland Scritture Emergenti con questa Acribia c’erano stati, e forse ci stavano ancora. Con tutti intendo dire tutti: maschi e femmine, senza distinzione. E ognuno di loro sapeva pure che lei aveva una storia anche con gli altri. Infatti la chiamavano così:  ”la nostra Acribia”, sfrontatamente, anche in pubblico, anche davanti a me, che si capiva che mi ero innamorato, con questo nostra che sapeva tanto di amore di gruppo, e non si facevano problemi di gelosia o di possesso, gli intellettuali a queste cose non ci tengono.

Invece io ho pensato: ma talè ‘sta gran buttana. E se non stavo attento mi partiva un colpo di lupara.

Meglio se la considero l’avventura di una sera, altrimenti rischio di soffrire molto. Non me la sento di approfondire, di entrare in intimità con lei, di dividere la mia vita e le mie letture future con una così emancipata e disinibita. Perché a Pordenone l’ho visto come li ha ridotti, i suoi ex, e non è che stiano benissimo. Probabilmente li ha abituati a una serie di numeri da film porno, e quindi la soglia della loro eccitazione ormai è difficile da raggiungere con una partner meno esperta. Acribia, poi, deve essere anche molto esigente, in termini di prestazione, e io mi immagino questi suoi amanti sempre alla ricerca di una pillola blu che  gli rinnovi lo stupore, l’entusiasmo e l’eccitazione. E quindi niente, ho deciso che lascio perdere, che il significato non lo voglio conoscere fino in fondo, preferisco idealizzarla, dargliene uno mio, e ammirarla un po’ da lontano, senza correre rischi.

Perché secondo me Acribia, con tutta questa promiscuità, si deve portare dietro un sacco di malattie veneree. Tipo quella che se te la prendi ti fa sembrare sceme le parole delle canzoni di Jovanotti. Che poi, vabbe’, le parole delle canzoni di Jovanotti sono sceme, non ci piove. Però sono sceme solo quando qualcuno ti attacca l’Acribia. Se te la sei beccata, non ce la fai a non cambiare stazione. Invece, se sei sano, alzi il volume e per quei cinque minuti pensi positivo come un deficiente.

Il problema è che Acribia è bellissima, è facile perdere la testa per lei, ed è difficile poi dimenticarsela, e infatti io stamattina mi sento uno a cui la zita ha fatto le corna, e la odia, e però lo stesso non la vuole lasciare. Perché non c’ha solo un bel suono: è anche molto intelligente, ti può ammaliare come e quando vuole. L’ideale sarebbe farsela senza innamorarsene mai. Chiamarla solo quando ne hai voglia, e liberartene appena senti che ti sta ossessionando. E questa cosa la sanno fare bene solo i suoi amanti, quelli che ho conosciuto a Pordenonelegge, loro sì che la sapevano trattare da quella malafemmena che è. Io no. Io ci rimarrei sotto e basta. A meno che qualcuno non mi insegni. Mi serve il numero di Marco Ferradini.

One Man’s Meat

Inserito il

- Cosa c’è dentro?

- Ricotta, sono buonissimi.

- Ricotta?

- Ci sono anche al cioccolato, se preferisce.

- Ricotta? Cioè il formaggio?

- Esatto, ricotta.

- Io pensavo fossero dolci.

- Infatti: questi qua sono cannoli, queste altre invece sono cassate.

- Ma c’è il formaggio.

- Sì, ma sono dolci.

- A me non piace il formaggio.

- Li prenda al cioccolato allora, sono buoni anche quelli.

- Ci sarà mica del formaggio anche lì dentro?

- Niente formaggio, se le dico che è cioccolato, è cioccolato.

- Vuol dire crema al cioccolato?

- Allo stesso modo in cui quella non è ricotta ma è crema di ricotta.

- Allora non è formaggio: è un dolce.

- La base è la ricotta, che sarebbe un formaggio, ma è lavorata con lo zucchero, il che la rende una crema dolce, solo che è al sapore di ricotta.

- Poteva dirmelo, a me il formaggio non piace, ma i dolci sì.

- Lo davo per scontato: siamo al reparto dolci, quello in cui di solito si vendono i dolci.

- Allora dovreste scriverci “crema di ricotta”, non “ricotta” .

- Se ci scrivessimo “crema di ricotta” la gente penserebbe che non si tratta di ricotta vera, ma di un surrogato fatto con solo una piccola percentuale di ricotta. Sa, noi ci teniamo alle materie prime, non ci va che ci prendano per pasticceri che usano surrogati di ricotta.

- Quindi quella è ricotta ricotta, non crema di ricotta.

- La ricotta che usiamo per fare la crema di ricotta è ricotta ricotta. Ricotta purissima, fresca, di pecora.

- Io vorrei solo capire se mangerò del formaggio o mangerò un dolce.

- Esistono dolci al formaggio, capisce? Questo è uno di quelli. Si chiamano dolci di ricotta.

- Ah, come la cheesecake?

- Direi di sì, solo che qui si sa anche che tipo di formaggio è.

- E che formaggio è?

- È ricotta.

- Ci aggiungete lo zucchero e ne fate una crema?

- Zucchero, cannella, poi si lavora un po’, si corregge, si addensa, e alla fine viene fuori questa delizia qui.

- Quindi c’è solo una percentuale di ricotta.

- Una percentuale molto consistente.

- Quanta ricotta c’è in percentuale? Sa, non gradendo molto il formaggio, per me, meno ce ne fosse, meglio sarebbe.

- C’è tutta la ricotta necessaria affinché questo dolce sappia di ricotta.

- Ma su per giù? Per farsi un’idea.

- Direi che siamo sul sessantacinque per cento.

- C’è un trentacinque per cento di altri ingredienti, allora.

- Mi pare una stima accettabile.

- Quindi, nonostante le sue politiche di marketing, questa qui più che ricotta è crema di ricotta.

-  Tecnicamente sì. Comunque lei dovrebbe gradirla più di quanto gradirebbe la ricotta pura, vista la sua avversione per i formaggi.

- Il fatto è che lei qui c’ha scritto “ricotta”, quando invece avrebbe dovuto scriverci “crema alla ricotta”.

- Posso chiederle da dove viene?

- Sud Tirolo.

- Se non sbaglio lì fate dei dolci alla panna che sono squisiti.

- È la nostra specialità.

- Purtroppo a me la panna non piace.

- Quindi non li assaggerebbe neanche?

- Dipende.

- Se non li assaggia si perde davvero qualcosa.

- Ci credo. A me il latte piace molto.

- Quindi le piacerà anche la panna.

- Ma la panna è dolce, no?

- Vorrei ben vedere.

- Non mi piacciono i dolci. Però sono ghiotto di latte.

- La panna è a base di latte, sono sicuro che le piacerebbe molto.

- Che vuol dire “a base di latte”?

- Che l’ingrediente principale è il latte, ma ne usiamo solo la parte grassa. Poi c’è lo zucchero, volendo anche un po’ di  vaniglia…

- In che percentuale si attesta il latte presente nella panna?

- Direi che più o meno siamo al sessantacinque per cento.

- Vuol dire che c’è un residuo trentacinque per cento di altri ingredienti?

- Su per giù, ma non so farle una stima precisa.

- Allora dovreste scriverci crema di latte.

- Se ci scrivessimo crema di latte la gente penserebbe di stare mangiando un surrogato del latte. Noi invece ci teniamo molto alle materie prime: usiamo solo latte fresco, appena munto.

- Capisco. Ma se ci trovassi scritto crema di latte la mangerei di certo, per via del fatto che mi piace il latte. Mentre se leggo panna, penso ai dolci, che non mi piacciono, e non mi viene neanche in mente di assaggiarla.

- Lei la fa tanto lunga, ma la panna piace a tutti, si mette su tutti i dolci.

- Anche su quelli alla ricotta?

- Io questo non lo so. Da noi non si fanno dolci al formaggio.

- E non vorrebbe assaggiarne uno, magari con un po’ di panna sopra?

- Panna sul formaggio?

- Le ho spiegato che ciò che lei si ostina a chiamare formaggio è in realtà una crema dolce.

- Al sapore di formaggio, no?

- Al sapore di dolce, come la panna, che sa di latte, ma anche di dolce.

- Dice che ho troppi pregiudizi?

- Io le chiamerei fisime.

- Non sono ancora convinto. Cosa c’è lì dentro, invece?

- Sangue di maiale. Lo cuociamo per farlo raggrumare e poi ci spruzziamo sopra un po’ di zucchero e cacao. Si chiamano “sanguinacci”.

- Fantastico, me ne faccia un chilo.

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