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Archivi del mese: agosto 2012

Various Artists: The Cure – A Tribute Album

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Nomi eccellenti re-interpretano dieci celebri successi del gruppo di Robert Smith

1. Sigmund Freud - Why Cant’I Be Jung?

2. Mark Zuckerberg - Friday I’m in lol

3. Collettivo dei Salutisti New Age - From The Edge Of The Deep Green Tea

4. Ridge, Brooke &Thorn - How Beautiful You Are

5. Ken & Big Jim - Toys don’t cry

6. Sampei Ragazzo Pescatore – To Fish Impossible Things

7. Tom Hanks - A Forrest

8. The Police (feat.Pier Francesco Favino)- Killing An ACAB

9.  Dom Cobb (L’Estrattore di «Inception») - Jumping Someone Else’s Brain

10. Charlie Chaplin - Charlot Sometimes

Ghost track: The Wall Street Stock Exchange Gospel Choir - La -la, Buy!

One Man’s Meat

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- Cosa c’è dentro?

- Ricotta, sono buonissimi.

- Ricotta?

- Ci sono anche al cioccolato, se preferisce.

- Ricotta? Cioè il formaggio?

- Esatto, ricotta.

- Io pensavo fossero dolci.

- Infatti: questi qua sono cannoli, queste altre invece sono cassate.

- Ma c’è il formaggio.

- Sì, ma sono dolci.

- A me non piace il formaggio.

- Li prenda al cioccolato allora, sono buoni anche quelli.

- Ci sarà mica del formaggio anche lì dentro?

- Niente formaggio, se le dico che è cioccolato, è cioccolato.

- Vuol dire crema al cioccolato?

- Allo stesso modo in cui quella non è ricotta ma è crema di ricotta.

- Allora non è formaggio: è un dolce.

- La base è la ricotta, che sarebbe un formaggio, ma è lavorata con lo zucchero, il che la rende una crema dolce, solo che è al sapore di ricotta.

- Poteva dirmelo, a me il formaggio non piace, ma i dolci sì.

- Lo davo per scontato: siamo al reparto dolci, quello in cui di solito si vendono i dolci.

- Allora dovreste scriverci “crema di ricotta”, non “ricotta” .

- Se ci scrivessimo “crema di ricotta” la gente penserebbe che non si tratta di ricotta vera, ma di un surrogato fatto con solo una piccola percentuale di ricotta. Sa, noi ci teniamo alle materie prime, non ci va che ci prendano per pasticceri che usano surrogati di ricotta.

- Quindi quella è ricotta ricotta, non crema di ricotta.

- La ricotta che usiamo per fare la crema di ricotta è ricotta ricotta. Ricotta purissima, fresca, di pecora.

- Io vorrei solo capire se mangerò del formaggio o mangerò un dolce.

- Esistono dolci al formaggio, capisce? Questo è uno di quelli. Si chiamano dolci di ricotta.

- Ah, come la cheesecake?

- Direi di sì, solo che qui si sa anche che tipo di formaggio è.

- E che formaggio è?

- È ricotta.

- Ci aggiungete lo zucchero e ne fate una crema?

- Zucchero, cannella, poi si lavora un po’, si corregge, si addensa, e alla fine viene fuori questa delizia qui.

- Quindi c’è solo una percentuale di ricotta.

- Una percentuale molto consistente.

- Quanta ricotta c’è in percentuale? Sa, non gradendo molto il formaggio, per me, meno ce ne fosse, meglio sarebbe.

- C’è tutta la ricotta necessaria affinché questo dolce sappia di ricotta.

- Ma su per giù? Per farsi un’idea.

- Direi che siamo sul sessantacinque per cento.

- C’è un trentacinque per cento di altri ingredienti, allora.

- Mi pare una stima accettabile.

- Quindi, nonostante le sue politiche di marketing, questa qui più che ricotta è crema di ricotta.

-  Tecnicamente sì. Comunque lei dovrebbe gradirla più di quanto gradirebbe la ricotta pura, vista la sua avversione per i formaggi.

- Il fatto è che lei qui c’ha scritto “ricotta”, quando invece avrebbe dovuto scriverci “crema alla ricotta”.

- Posso chiederle da dove viene?

- Sud Tirolo.

- Se non sbaglio lì fate dei dolci alla panna che sono squisiti.

- È la nostra specialità.

- Purtroppo a me la panna non piace.

- Quindi non li assaggerebbe neanche?

- Dipende.

- Se non li assaggia si perde davvero qualcosa.

- Ci credo. A me il latte piace molto.

- Quindi le piacerà anche la panna.

- Ma la panna è dolce, no?

- Vorrei ben vedere.

- Non mi piacciono i dolci. Però sono ghiotto di latte.

- La panna è a base di latte, sono sicuro che le piacerebbe molto.

- Che vuol dire “a base di latte”?

- Che l’ingrediente principale è il latte, ma ne usiamo solo la parte grassa. Poi c’è lo zucchero, volendo anche un po’ di  vaniglia…

- In che percentuale si attesta il latte presente nella panna?

- Direi che più o meno siamo al sessantacinque per cento.

- Vuol dire che c’è un residuo trentacinque per cento di altri ingredienti?

- Su per giù, ma non so farle una stima precisa.

- Allora dovreste scriverci crema di latte.

- Se ci scrivessimo crema di latte la gente penserebbe di stare mangiando un surrogato del latte. Noi invece ci teniamo molto alle materie prime: usiamo solo latte fresco, appena munto.

- Capisco. Ma se ci trovassi scritto crema di latte la mangerei di certo, per via del fatto che mi piace il latte. Mentre se leggo panna, penso ai dolci, che non mi piacciono, e non mi viene neanche in mente di assaggiarla.

- Lei la fa tanto lunga, ma la panna piace a tutti, si mette su tutti i dolci.

- Anche su quelli alla ricotta?

- Io questo non lo so. Da noi non si fanno dolci al formaggio.

- E non vorrebbe assaggiarne uno, magari con un po’ di panna sopra?

- Panna sul formaggio?

- Le ho spiegato che ciò che lei si ostina a chiamare formaggio è in realtà una crema dolce.

- Al sapore di formaggio, no?

- Al sapore di dolce, come la panna, che sa di latte, ma anche di dolce.

- Dice che ho troppi pregiudizi?

- Io le chiamerei fisime.

- Non sono ancora convinto. Cosa c’è lì dentro, invece?

- Sangue di maiale. Lo cuociamo per farlo raggrumare e poi ci spruzziamo sopra un po’ di zucchero e cacao. Si chiamano “sanguinacci”.

- Fantastico, me ne faccia un chilo.

Un post giallo ittero (o giallo tour de france)

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Il ciclismo è quello sport che la maggior parte delle persone guarda per lo più a luglio e per lo più  dopo pranzo.

Il motivo per cui lo si guarda ha poco a che vedere con la spettacolarità e molto con il sadismo.

L’Isola dei famosi, per dire, va in onda a ora di cena, e tu la guardi perché vedere gente che si scanna per mezzo chicco di riso mentre tu fai il bis di cotolette col purè è un piacere immenso.

Il ciclismo lo guardi perché vedere uno arrampicarsi su una montagna con quaranta gradi e le vene che gli scoppiano sulle tempie è una goduria, specie se tu te ne stai all’ombra, magari steso su una sdraio, satollo dei primi peperoni arrostiti della stagione, e sonnecchiando con un occhio aperto e l’altro chiuso.

Questa cosa del sadismo forse può anche essere utile per spiegarsi come mai in questi giorni la gente è così contenta di vedere Lance Armstrong ruzzolare giù dal podio e finire in mezzo al fango. E la faccenda del dopo pranzo magari torna utile per capire com’è che i commentatori sembrano parlarne e scriverne con un occhio aperto e l’altro chiuso.

Vediamo allora se è possibile fare uno schema riassuntivo, che ci pulisca dal sadismo l’occhio aperto e ci faccia aprire quello chiuso.

Lance Armstrong è:

1) un bisteccone americano bifolco

2) un ignorante tutto muscoli e niente cervello

3) un fascistoide

4) un dopato

Per quest’ultima caratteristica stanno per sottrargli i sette tour de France vinti in carriera. Per le precedenti tre sta sul culo un po’ a tutti, me compreso.

Ma Armstrong è anche uno che:

5)Nel 1996 ha scoperto di avere un cancro ai testicoli (con metastasi ormai ovunque, soprattutto cervello e polmoni) e una speranza di vita di qualche giorno.

6)Nel 1999, meno di tre anni dopo, ha vinto il suo primo tour de France.

7) Ha fondato un’associazione (Livestrong) che ad oggi ha raccolto cinquecento milioni di dollari (500.000.000 $)  per la ricerca sul cancro.

8) Ha anche avuto tre mogli (tra cui la buzzurra e fascinosa cantante Sheryl Crow) procreando un totale di cinque figli (il tutto con un testicolo solo).

I primi quattro punti dell’elenco sono caratteristiche comuni a molti atleti famosi: ad esempio, basterà sostituire “americano” con “italiano” al punto 1 e come per magia otterrete il ritratto di Mario Ballotelli.

I successivi tre punti dell’elenco, invece, sono assai meno comuni, e di questa rarità cronisti sportivi e opinione pubblica si lamentano spesso. Molto spesso. Diciamo in continuazione. Su giornali e programmi televisivi c’è un borbottio di sottofondo, ormai quasi una lallazione compulsiva e ininterotta: non ci sono più sportivi che siano da esempiosono solo teppisti miliardari che mandano messaggi negativi, bamboccioni viziati, puttanieri cafoni, egoisti, scopaveline a ufo, etc. et.

Quindi forse è per paura di rimanere disoccupati (se si è giornalisti) o di rimanere senza qualcosa da dire al bar (se si è pubblico) che appena salta fuori uno a cui i bambini malati di leucemia appendono lo striscione Merci Monsieur Armstrong la stampa e l’opinione pubblica si attivano subito per dargli del porco, del baro e del drogato, sostenendo che in realtà non ha vinto niente e ha rubato tutto. Altrimenti poi tocca smettere di lamentarsi, oppure cominciare a lamentarsi un po’ meno (con grande calo delle tirature).

Certo, se uno ha vinto sette tour de France perché era dopato, c’è poco da fare: il titolo gli va tolto. E pazienza per la favoletta di quello che ha sconfitto il cancro ed è diventato più forte di prima. Il titolo di vincitore va assegnato al secondo in classifica.

Peccato che in tutti e sette i tour vinti da Armstrong ad arrivare secondi siano sempre stati ciclisti che in carriera hanno poi scontato una o più condanne per doping.

Ok, fa niente, passiamo al terzo, allora.

Uguale.

Il più pulito c’ha la rogna.

Ma c’è rogna e rogna. La rogna di Armstrong, per esempio, è stata congelata sotto forma di urina e sangue per più di dieci anni, e tirata fuori più o meno ogni cinque minuti per farci un titolo di giornale ogni volta che in redazione finiva l’inchiostro.

Comunque sia, l’estrema diffusione della rogna tra i ciclisti conduce a due conclusioni inopinabili:

1)Sostenere che l’Armstrong dei sette tour fosse pulito è impossibile. Le prove sono schiaccianti.

2)Sostenere che fossero puliti gli altri (quelli che lui avrebbe fregato) lo è altrettanto.

Quindi facciamo una cosa: corriamoli di nuovo, questi sette tour oggetto di squalifica. E lasciamo dopare tutti i partecipanti con lo stesso doping di Armstrong, in modo che lui non abbia più alcun vantaggio. Però, visto che la corsa deve essere alla pari, tre anni prima di correrla, togliamo a tutti il coglione sinistro. Operiamoli una decina di volte al cervello e altre cinque o sei ai polmoni. Facciamogli anche qualche bel ciclo annuale di chemio e di radioterapia. E poi vediamo chi vince sette tour de france di fila.

Notazioni marzulliane a latere di una cena domenicale estiva

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D’estate una cena di resti è molto più tollerabile che in inverno. Anche una bottiglia di birra di quelle bevute a metà e poi abbandonate in  frigo, senza più gas, che non sanno più di birra, ma hanno preso l’aroma delle cose che stanno dentro al frigo, d’estate, a cena, la riesci a bere. Il motivo c’è. L’estate è la stagione della morte. Predispone allo sbranare carogne.

Le cene estive, in casa, non sono cene serali. Sono cene notturne. Pasti ferali. Ti aggiri nel buio della cucina, alla fioca luce di quello che sembra un frigo ma in realtà è una macchina del tempo, ci infili dentro una mano e ne tiri fuori qualcosa. Qualcosa che viene dalla lontana dimensione del passato.

Come gli avvoltoi, non mangi per fame. Mangi per pulire. Chi cucina lo sa, che non vale la pena. Confeziona piatti concepiti già in origine sotto forma di resti. È per questo che la regina di queste pietanze si consuma solo  in estate. L’insalata di riso.

L’insalata di riso è come l’atto puro di Aristotele: non è mai stato un piatto. È nata già avanzo. Da qualche parte, nell’universo, a un certo punto della storia cosmica, deve esserci stata un’insalata di riso primigenia, generata da un big bang di sottoli. E per qualche milione di anni sarà rimasta intonsa, piena fino a riempire la zuppiera, una monade perfetta. Ma di questo tutto non s’è conservata memoria.

Qualcuno, forse un ominide, una sera d’estate avrà fatto le ore piccole. Sarà tornato a casa e per prima cosa sarà andato in cucina, magari per bere un bicchiere d’acqua. Avrà aperto il frigo, ci avrà trovato dentro il riso primordiale e ne avrà preso una forchettata. Così, senza neanche tirarlo fuori: giusto un assaggio prima di andare a dormire. E da quel momento in poi l’insalata di riso ha assunto l’unica forma che a noi è stato dato conoscere: quella di ciò che resta di un’insalata di riso del giorno prima.

Classificarla come un avanzo non vuol dire svilirla, ma assecondarne con rispetto la sua natura più intima. Se infatti tutti gli altri piatti a base di riso vanno consumati coi chicchi ancora fumanti, l’insalata no: pretende che il suo riso sia freddo. Bisogna prima cuocerlo e poi dimenticarsene per ore, quasi fingere di volerlo buttare via.  Solo quando ha assunto le sembianze di un avanzo, solo allora lo si può condire. Con degli altri avanzi. Le olive rimaste nella boccia. Il tonno che stava in dispensa dall’anno scorso. Gli acetetelli.

Gli acetelli non ce li devi neanche mettere tu: nascono direttamente dalla mistura di riso e tonno. Tu infili la pirofila dentro al frigo, lo chiudi, e succede la stessa cosa che succedeva alle elementari, quando mettevi i ceci sopra un batuffolo di cotone bagnato e li stipavi dentro a un mobile buio. Dopo un po’ di giorni apri il frigo e scopri che in mezzo al riso sono germogliati gli acetelli. Per partenogenesi. Come le muffe, i funghi, i licheni. La morte che genera la vita.

È per questo che l’insalata di riso diventa tanto più buona quanto più resta in frigo. Chi ha una spiegazione materiale per tutto sostiene che il miglioramento post mortem del riso dipenda dall’insaporirsi sempre più dell’insalata quanto più “riposa” nella sua ciotola. Ma la verità è un’altra.

La verità è che il frigo agisce da imbalsamatore. Tratta il riso morto con la stessa amorevole cura di un tanatoesteta giapponese. Lo scempio delle varie cucchiaiate che l’hanno sventrato, dentro al frigo viene eternato dal freddo. Si cristallizza. E assume una sua grazia commovente: la stessa che hanno i volti nelle foto, quando il tempo si arresta schiacciando un bottone. L’insalata di riso mantiene per giorni quella condizione da morgue, dolce e straziante insieme: un cadavere ricomposto ad arte per assumere una posa e un’espressione perfino più belle di quelle avute in vita. L’unico modo che hai per elaborare il lutto è mangiarla. Superare la barriera tra soggetto e oggetto. Inglobarla. Farla tornare alla vita trasferendola all’interno del tuo metabolismo.

Mangiarla è nutrirsi di un metacibo. Quel riso non è solo quel riso, ma la memoria del riso che fu.

Specie di notte, quando i ricordi  si confondono coi sogni, in quello strano miscuglio che trasforma ciò che eri in ciò che diventerai il giorno dopo.

Come le olive di chissà quando.

Mischiate dentro al riso di qualche giorno fa.

Che tu  mangi stanotte.

Per essere vivo domani.

Affittasi villetta settimanalmente

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Oggi pomeriggio ero stato incaricato dai miei familiari di scrivere un annuncio per un portale di affitti. Io per scriverlo l’ho scritto, solo che mi è venuto troppo grottesco per poterlo pubblicare su un qualunque sito che non sia questo blog. Quindi meno male che c’ho un posto dove buttare la munnizza.

La nostra villetta di famiglia affacciata sul mare del Plemmirio, a dieci minuti d’auto da Siracusa

Come potete vedere,

è circondata da un grande giardino di macchia mediterranea, su un terreno roccioso, che la rende diversa da tutte le altre villette, e si estende fin quasi a toccare il Faro di Murro di Porco (non lasciatevi ingannare dal nome: non sentirete grugnire nessuno, a meno che vostro marito non russi).

 C’è una grande cucina esterna, con un forno in pietra che a cuocerci le pizze prenderete almeno un paio di chili a testa

 e due grandi e assolate verande proprio davanti al mare, così assolate che è meglio se vi portate la protezione cinquanta.

Comunque, gli spazi esterni sono tutti attrezzati con tettoie in legno. E poi abbiamo sparso dei grandi ombrelloni ovunque, perché tanto lo sappiamo che  la protezione alla fine ve la scordate sempre.

Fare il bagno è facilissimo: siamo in piena Area Marina Protetta del Plemmirio, e a meno di cinquanta metri (all’andata è tutta in discesa. E al ritorno? Al ritorno cosa, pigroni, che sono solo cinquanta metri) c’è un piccolo golfo incantato, con una conca naturale che pare una piscina d’acqua smeralda. Ci sono scogli per fare tuffi da tutte le altezze, per grandi e per piccini:i più piccini da quelli più alti, i papà da quelli più bassi, mi raccomando, che poi vi viene il mal di schiena.

Il più temibile di questi trampolini naturali ha anche un nome: si chiama Geronimo, dall’urlo emesso da chi vi si tuffa, e se optate per la posizione “a chiodo” non mettete i boxer perché si rompono all’impatto con l’acqua. A me è successo, e m’è toccato rimanere a mollo fino a quando non se ne sono andati tutti.

Gli accessi al mare sono molti, moltissimi, quindi è inutile che prenotiate solo una settimana, perché non ce la fareste a vederli tutti: allungate a quindici giorni, che vi facciamo un buon prezzo. Sono raggiungibili per lo più a piedi, ma ce ne sono molti altri ancora, e di bellissimi, a meno di cinque minuti d’auto, e pure questi vale la pena che li vediate: facciamo tre settimane e non se ne parla più.

La villetta è la nostra casa di famiglia: aspettatevi quindi una casa vissuta, abitata, accogliente, ma di sicuro non perfetta. Per esempio, eccovi due grossi difetti:

1) La fogna. Spesso si attappa – per cui evitate di buttare nel water la carta igienica, grazie .

2)Le zanzare. Appartengono a una specie mutante: sono dotate di canini molto sporgenti, vestono con dei mantelli neri e hanno tutte un castello in Transilvania.

In compenso la casa è curata, proprio come voi curate la vostra (perché voi la curate la vostra, vero brutti sporcaccioni?)

 Noi ci abbiamo passato e ci passiamo tutti insieme la vacanze estive da che siamo nati

ma la crisi ci impone di cederla a voi, forestieri barbari in vena di razzie e di saccheggi, nella speranza che quantomeno rinunciate a stuprare le nostre donne e uccidere i nostri figli.

A circa trecento metri c’è un alimentari-bar- pizzeria- pizzicheria-gelateria-caffetteria-ferramenta-coiffeur-benzinaio-maniscalco-carpentiere-liutaio-tabacchi che in estate è sempre aperto e in inverno chiude intorno alle cinque del pomeriggio. Dopo le cinque sono stanchi, però potete citofonare: vi aprono lo stesso, solo che vanno di fretta, quindi è meglio se vi portate gli spiccioli per pagare senza fargli perdere troppo tempo a darvi il resto, altrimenti vi chiudono dentro al negozio fino a nuova apertura.

A circa tre chilometri c’è un altro emporio, tipo quelli del midwest americano, dove si trova tutto, ma proprio tutto. In particolar modo quello che non vi serve.

Siracusa, con i suoi pretenziosi centri commerciali all’americana, i suoi esosi ristoranti di pesce congelato, i suoi locali sottoposti a derattizzazione e i suoi supermarket aperti con i soldi riciclati è a soli dieci minuti di macchina, tredici chilometri di strada statale.

Purtroppo nella zona balneare in cui è situata la villa non è semplice spostarsi con i mezzi pubblici (vi state chiedendo se “non semplice” è un eufemismo? Sì, è un eufemismo) e la villa è raccomandata solo ed esclusivamente a chi viene in automobile.

Esiste un servizio di autobus ma è davvero scadente: il numero 23 passa più o meno con la stessa frequenza della cometa di Halley, e a volte tocca pure spingerlo fino alla prima discesa perché non parte (ma tanto voi dovete smaltire la pizza, no?).

Comunque, senza macchina vi perdereste la possibilità di esplorare i dintorni, mangiare la torta Brasilia al bar Finocchiaro di Avola e aggiungere altri due chili a quelli presi con la pizza.

Se sperate di tornare in linea camminando a piedi o in bici lungo la statale, sappiate che è fortemente sconsigliato, a meno che non siate preda di manie depressive con tendenze suicide: in tal caso una passeggiata sulla 114 è una vera mano santa.

Se invece siete dei runner incalliti e vi piace soffrire, sì, ma solo per tenervi in forma, allora potrete esplorare certi sentieri stupendi, che corrono da un faro all’altro lungo la costa: sei chilometri di silenzio e strade sterrate che vi faranno venire voglia di prepararvi una maratona olimpica da atleti professionisti.

Fate presto, però, perché questa è un’area marina protetta, e l’ex Ministro dell’Ambiente ha appena comprato i terreni in questione per impiantarci un mega gigantesco villaggio turistico a nove stelle: sennò che le facciamo a fare ‘ste aree marine protette? Per farci nuotare i pesci?

E comunque, per non scontentare i soliti incontentabili, il villaggio sarà sormontato da un oleodotto che fungerà anche da scivolo aquapark, attraversato da un pontile per la raffinazione del greggio (da cui sarà possibile fare benzina alla moto d’acqua), e illuminato a giorno da una centrale nucleare a kryptonite, con relativa discarica abusiva per le scorie radioattive, in modo da rendere iridescenti le vostre foto vacanza senza dover ricorrere a quei vetusti flash che producono tanto inquinamento luminoso. Ah, sarà anche attiguo a un inceneritore a carbone di prima generazione, che fa tanto ritorno alle buone cose semplici degli anni Sessanta.

La villetta è silenziosa e tranquilla, sempre a patto che il canto degli uccelli e il frinire dei grilli non vi disturbino: in tal caso consideratela pure come la discoteca a cielo aperto più grande della Sicilia orientale.

Si presta bene a una vacanza di famiglia, ma va bene anche per le giovani coppie che intendono avere rapporti sessuali non protetti (e crearsela in casa mia, una famiglia); o per le piccole comitive di amici che sperano di diventare coppie e avere dunque rapporti sessuali (protetti o non protetti sono affari vostri: a me schifa solo che avvengano in casa mia).

A proposito, se foste così educati da non volermi sporcare le lenzuola, le coppiette di solito si appartano qua.E vagli a dare torto.

A due passi, c’è tutta la Sicilia orientale più bella: Noto, Marzamemi, Modica, Ragusa Ibla, e naturalmente Ortigia e la Neapolis di Siracusa, col teatro greco, l’orecchio di Dionisio e un sacco di monumenti e strade intitolate ad antichi dittatori sanguinari e scienziati pazzi che non si farebbero scrupolo a incendiarvi lo yacht con uno specchio.

E poi ci siamo noi, indolenti e immeritevoli eredi di quella stirpe un tempo nota per il sangue levantino, e adesso incapaci perfino di pubblicizzare  le nostre strutture ricettive. Le granite di mandorla, però, le sappiamo ancora fare per come si deve. Questa della foto, per esempio, la fanno alla raffineria Erg di Priolo, anche se la maggior parte dei bar la spaccia per produzione propria.

 Se andate a comprarla direttamente in fabbrica, risparmiate un bel po’: costa meno di una guaina bitumata in eternit.

PS: se interessati all’affitto, il sito da cui partire sarebbe questo: http://www.siracusacasevacanza.com/index.html

Non pagare paga

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Polemizzare è odioso, lo so, però quant’è bello. Ieri ho letto un articolo di Roberto Alajmo che come al solito era godibile, sensato, lieve e profondo insieme, e con quel tocco di narrativo che lui ci sa mettere sempre, così, con naturalezza, come io ci metto il parmigiano sulla pasta con la salsa.

Era una cosa sul malcostume di commisionare a scrittori e giornalisti pezzi per la propria rivista chiedendoli come favore personale, e dunque non retribuendoli:  avanti dai, me lo dai un tuo racconto aggratis, che lo metto sul mio giornale, così vendo più copie? Tanto a te che ti costa?
Tutto quello che ha scritto Alajmo in proposito rimane sacrosanto, però a me sono partite lo stesso una serie di fantasticherie su una società ideale, magari di stampo vetero comunista utopico, e sono arrivato all’insostenibile conclusione che nessuno dovrebbe mai essere pagato per scrivere. Lo so che è un concetto orrendo anche solo a pensarlo, quindi figuriamoci a difenderlo. Però io il blog ce l’ho apposta per questi esercizi oziosi.
Facciamo per un attimo astrazione dal mercimonio di tutto e di tutti in cui siamo immersi (cioè la realtà delle cose, che poi è quello di cui parla Alajmo: se un editore lucra sui suoi scritti, è più che legittimo che lui partecipi del guadagno), e proviamo a considerare come professione, o meglio come lavoro, solo ciò che realmente dovrebbe essere considerato come lavoro.
Ecco, stando all’etimo (soprattutto a quello siciliano, che poi è identico a quello francese: travagghiu, cioè travaglio), il lavoro non è nient’altro che una combinazione di fatica e dolore, con il piacere totalmente escluso dalle sfumature semantiche del termine. Quindi, stringi stringi, chi ti paga un lavoro, ti sta offrendo un corrispettivo in denaro per gli sforzi e la fatica da te profusi nello svolgere quel lavoro. Poi, ovviamente, (ma un po’ in seconda battuta, almeno stando all’etimologia), ti sta pagando anche per la tua perizia nello svolgerlo.

Fare del proprio lavoro, cioè delle proprie fatiche e delle proprie sofferenze, motivo di gioia e appagamento (svolgere dunque una professione che si considera piacevole svolgere) è uno dei miti della modernità: il cosiddetto uomo fortunato, che fa un lavoro che gli piace fare. Costui, stando alla logica di cui sopra, dovrebbe istantaneamente vedersi decurtato il corrispettivo della paga fino allo zero, poiché la paga è, come si è detto, ricompensa della fatica e della sofferenza profusi nello svolgere il lavoro, e venendo meno il dolore, viene meno anche la sua retribuzione.

Pretendere infatti che del proprio lavoro debba essere pagata soltanto la competenza che si è acquisita è, a livello etico, un atto di pura meschineria. Sarebbe come chiedere soldi perché si conosce, si è sapienti, si sa. Ciò contraddirebbe la natura stessa del sapere, che è di essere trasmesso a vantaggio di chi non sa, di modo che chi non sa finalmente sappia, e, sapendo, si migliori, e migliorandosi, migliori gli altri (si fa così sin dai tempi degli uomini delle caverne: pensate che ne sarebbe stato di noi se l’australopiteco che scoprì il fuoco avesse cominciato a chiedere duemila euro per spiegare agli altri ominidi come si faceva). Dunque farsi pagare perché si scrive di ciò che si sa è abbastanza antidemocratico, molto antiprogressista, e parecchio odioso. (Aggiungerei anche che, sempre nel mercimonio di tutto e tutti in cui siamo immersi, il giornalista – peggio ancora lo scrittore- è spesso pagato per scrivere di ciò che non sa, anzi di ciò che palesemente ignora, e ancora più spesso è pagato per qualcosa di peggio: dare la sua opinione. L’opinione è di per sé una cosa priva di alcun valore, perché è una cosa che non costa niente a chi la formula, tutti ne abbiamo una, quindi proprio non si vede perché una cosa che non costa niente debba essere pagata come se avesse un valore. Ma coi giornali succede di peggio: l’opinione viene diffusa, recepita, e anche condivisa, non solo contraddicendo così il principio della gratuità del sapere, ma arrecando anche danno alla comunità, tratta in inganno da false nozioni e da commenti su fatti che sono o inesistenti o travisati dall’ignoranza).
Bisogna quindi concludere che se scrivere di qualcosa con competenza è considerato da chi la compie un’attività piacevole (o comunque appagante):

1)Non c’è ragione che questi chieda di essere compensato per le proprie fatiche e il proprio dolore (in quanto non ne prova)

e

2)Che non sarebbe morale venisse pagato solo per le proprie competenze (o peggio ancora incompetenze).

Ci sarebbe però un ulteriore motivo per pagare chi scrive: il talento.
L’abilità nell’esprimersi, tramite scrittura, pittura, scultura o qualsiasi altra forma, è un talento naturale. Ma se così è, pagare chi possiede un talento naturale semplicemente perché lo possiede, sarebbe anche questa una pratica immorale, almeno quanto lo è la prostituzione. La prostituta utilizza ciò che le è stato fornito senza sforzo dalla natura (il proprio corpo) e chiede di essere pagata per il semplice esserne in possesso (sulla perizia nell’utilizzare il proprio corpo da parte della prostituta si dirà poco più avanti, e varrà quanto argomentato per il centometrista). Si obietterà che sapere ben scrivere (o dipingere, o scolpire, o fotografare, o fare pompini) è sì un talento naturale, ma per poterlo ben sfruttare va allenato con molta serietà e scrupolo: un po’ come uno che nasce veloce di gambe e di piedi, ma se non si allena con rigore non riuscirà mai a correre i cento metri in nove secondi e mezzo. Obiezione senz’altro valida. Si potrebbe quindi stabilire una quota di retribuzione che prevedesse il pagamento degli sforzi impiegati per affinare il proprio talento, stabilendo cioè quale sia la quota di sofferenza da compensare al netto del talento innato, di modo che tanto più ci si “alleni”, tanto più si percepisca come compenso. Ma questo sarebbe paradossale, perché finiremmo per pagare uno privo di talento molto più di uno che invece ne sia ben provvisto:  il primo, infatti, essendo meno adatto alla professione, sarebbe costretto ad allenarsi molto di più, e ciò potrebbe fare sì che l’attività di scrittore (o di centometrista, o di buttana) venisse svolta da chi ha meno talento per essa, e non da chi ne ha più, proprio perché dovendo allenarsi molto, guadagnerebbe parecchio, e ciò gli farebbe apparire allettante una professione per la quale non è tagliato. Cosa, quest’ultima, ben poco conveniente anche per i suoi lettori, che finirebbero per leggere articoli brutti, o nella migliore delle ipotesi mediocri. Perché mai, dunque, allenare sui cento metri un individuo nato lento, che non potrà mai fare un tempo decente, e stipendiarlo come un nababbo per arrivare ultimo? Uno spreco, che condurrebbe a risultati scadenti.

Chi scrive, quindi, e scrive con piacere (come è giusto che faccia chi scrive) non dovrebbe essere pagato per scrivere, ma per fare altro.

Cosa?

Lavorare.

Nella mia società ideale, scrivere è, come dicono gli inglesi, una liberal art, che sempre stando all’etimo vorrebbe dire arte liberale: liberale, cioè gratuita, fatta per il piacere di farla. E liberal anche nel senso di un’arte che può essere esercitata solo da chi è libero, cioè non è schiavo. Chi lavora invece è schiavo (nel senso che dipende dal suo lavoro). E non si può essere schiavi di un’arte liberale.

Può sembrare una posizione retriva, però non va intesa come il lasciare che ad occuparsi di scrittura, giornalismo e letteratura sia soltanto chi abbia i mezzi economici per potersi permettere di non lavorare e dedicarsi alle proprie passioni. Io la intendo in un altro modo. Una società giusta, che tenesse in alta considerazione tanto i suoi scrittori quanto i suoi raccoglitori di patate, non dovrebbe pagare lo scrittore per scrivere: dovrebbe pagarlo per non stancarsi troppo a raccogliere patate. Un raccoglitore di patate semplice andrebbe pagato il giusto (attualmente viene pagato molto ingiustamente), mentre un raccoglitore di patate che scrive andrebbe pagato il doppio. Il doppio dei soldi per raccogliere le stesse patate di quell’altro. Perché così avrebbe un po’ più di tempo a disposizione per scrivere (gratis) e renderci tutti migliori (gratis). Il professionismo della scrittura e dell’arte, io, non ci credo che fa tutte queste buone cose. Gadda era un ingegnere. Bufalino insegnava in un liceo. Carver scaricava gabbiette di frutta al mercato. T.S. Eliot era un bancario. Primo Levi faceva il chimico in un’industria. Lo scrittore professionista è spesso autoreferenziale: non so neanche fare esempi troppo circostanziati, ma ci sono milioni di libri scritti da scrittori professionisti che, guarda caso, hanno per protagonisti scrittori professionisti intenti a scrivere libri.
L’idea che esista un lavoro piacevole, un lavoro che ci piace, e che ciascuno di noi abbia il diritto di trovarlo e il dovere di cercarlo, è sana, da una parte, ma è deleteria dall’altra. Intanto perché ha generato milioni di individui convinti di poter vivere del proprio talento, anzi di doverlo proprio assecondare questo loro talento, e ci ha privato invece di quegli individui che non considerano raccogliere patate uno spreco del proprio talento. E poi, soprattutto, perché ha creato un ideale che è quasi sempre irraggiungibile, o comunque è irraggiungibile dai più. E invece gli ideali sono belli quando sono possibili, quando sono traguardi che tutti prima o poi potranno raggiungere (e questa per me è l’essenza dell’essere di sinistra, e quindi del progressismo). Perché a un traguardo si può tendere, si può lavorare per avvicinarcisi sempre di più, mentre un sogno o una chimera sono come le lotterie: che ci giocano in milioni ma le vince uno solo, e servono solo a tenere in piedi un sistema che è una truffa. Per questo mi piacerebbe una società che dicesse onestamente a ciascuno dei suoi componenti: senti qua, amico mio, il lavoro che ti piace non te lo posso dare. Però ti posso dare un lavoro di merda. Te lo pago bene. E ti do anche tutte le tutele giuste. Così quando non lavori puoi trovare il tempo e la possibilità di fare quello che ti piace fare, che sia scrivere o che sia giocare a bocce, che me ne fotte a me? Io sono la società, una mera astrazione, per me puoi fare quello che ti pare.  La gente sarebbe più felice ed equilibrata (e anche più solidale) semplicemente lavorando un po’ meno e venendo pagata un po’ di più. E lo sarebbe anche facendo un lavoro brutto e infame come ci si aspetta che sia un lavoro degno di questo nome. Certo, ne conseguirebbe una regressione verso il dilettantismo. Ma non bisogna temerlo troppo, il dilettantismo. Il dilettantismo mica  è sempre sinonimo di approssimazione o di sciatteria. Alle prime olimpiadi, i cento metri li correvano dei dilettanti, gente che nella vita di tutti i giorni poi faceva il panettiere. Magari erano più lenti di questi fulmini di oggi, pagati apposta per fare i fulmini. Però in ogni loro passo c’era la stessa dignità che c’era nelle loro pagnotte. Leggi il resto di questa voce

L’uomo che corruppe Hadleyburg (ovvero: una volta qui era tutto Mark Twain)

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Uno dei motivi per cui detesto le metropoli e adoro i paesini è che i paesini mi rilassano.

I paesini mi arrecano il sollievo di potere sfogare tutta la mia frustrazione da metropolitano fallito e/o mancato. E soprattutto mandano in vacanza il faticoso autocontrollo che – per una residua e ormai insensata ostinazione a un minimo di decenza- mi costringo a esercitare sul mio delirante narcisismo.

Il post tratterà quindi nient’altro che della mia personale egomania. Ma siccome le testè menzionate turbe psichiche hanno come effetti (neanche troppo) secondari il patetismo e la tendenza all’autoassoluzione, confesserò che in luogo dell’onesto pronome personale “io”, avrei preferito scriverlo usando la capziosa seconda persona singolare (meglio nota come”tu generico”), col bieco intento di spacciare i miei fetenti difetti di carattere per atteggiamenti comuni a chiunque abiti in un capoluogo di provincia (leggasi: uno di quei maxi paesoni italiani che non saranno mai degni del sostantivo neutro “città” e meriteranno in eterno la giustapposizione dello svilente – ma quanto mai consono – suffisso diminutivo “ina”, che ne smaschera la mediocrità delle ambizioni e la meschinità dei mezzi impiegati per raggiungerle – o meglio fallirle- degradandole al rango subalterno di “cittadine”). Ho poi però preferito giocare un colpo ancora più basso e volgere il tutto alla terza persona singolare, col sedizioso intento di spingere chi legga (nel caso in cui qualcuno legga, non si sa mai) a identificarmi non con lo stronzo provincialetto finto metropolitano, ma col furbo contadino scarpe grosse e cervello fino che nel post lo canzona. Infine, accortomi che non ci sarei mai riuscito, ho pensato di scrivere il presente preambolo, nel tentativo di vendere questa orrenda ammissione di dolo per destrutturazione post moderna dell’io narrante (che non so cosa sia, ma suona tanto facoltà di lettere, e spero mi faccia fare bella figura con mia madre, che mi ha pagato gli studi e ancora si chiede perché).

Comunque, a uno così, a uno di questi vigliacchissimi proviciali presuntuosi forte coi deboli e debole coi forti tipo me, portatelo sulla circle line di Londra e subito si sentirà umile e fuori posto come Dorando Pietri a cena dalla Regina Alessandra. Portatelo sul corso principale di un villaggio di montagna che conti meno di tremila anime e lo vedrete ostentare una sicurezza da divo stile George Clooney sulle rive del lago di Como.

A uno così, a uno di questi poveretti al cui novero io appartengo, quando arriva in un paesino, gli scatta in automatico la convinzione che tutti gli abitanti si siano accorti del suo ingresso in paese e si stiano chiedendo chi sia mai questo raffinato e fascinoso forestiero, da dove venga e cosa lo abbia spinto a onorare della sua illustre presenza questo umile borgo (barrare a piacere tra: agreste/rupestre/costiero). Ne è così convinto, che mentre parcheggia sulla piazza principale, si prepara anche tutta una serie di immaginarie risposte ad ancora più immaginarie interviste che a breve scaturiranno dal capannello di curiosi in procinto di formarglisi intorno. Mentre tira il freno a mano, e si strofina il mento con espressione pensosa (a beneficio dei paparazzi), si chiede quale tasto sarà prefribile battere per meglio compiacere il campanilismo (è noto che i piccoli paesi sono afflitti dalla piaga del campanilismo) di questi simpatici zoticoni, tanto buoni d’animo quanto ruspanti d’intelletto. Converrà lodare l’aria fina, mettendola a paragone con quella maleodorante della città da cui proviene? O sarà piuttosto il caso di insistere sul cibo genuino, confrontandolo con la robaccia fast food che la vita frenetica lo costringe a ingurgitare? O non sarà forse più opportuno porre l’accento sulla rinomata ospitalità degli abitanti, che tanto li differenzia dai suoi cinici e malfidati concittadini? (A far propendere per una diagnosi di mitomania, quindi, non è tanto che attribuisca alla località meta del suo soggiorno tutti gli stereotipi più triti sui villaggi-presepe, quanto piuttosto il rivolgere a se stesso tutti quelli sul cittadino metropolitano che egli non è affatto).

L’iniziale stupore che prova per non essere stato assalito dai fotografi, infatti, svanisce troppo presto, e in un aggravarsi esponenziale dei sintomi da neurodelirio, lui si da subito questa spiegazione: i villici avranno provato un sano timore reverenziale, e probabilmente temono che, a disturbare la sua visita con le loro piccinerie, egli potrebbe decidere di non mettere più piede in paese. Si staranno dunque limitando a spiare i suoi movimenti da dietro le persiane socchiuse, nella speranza che sia lui stesso, prima o poi, a rivolgere loro qualche parola amichevole.

Questa sensazione di sentirsi osservato, lungi dall’infastidirlo, lo spinge a non deludere le aspettative del suo pubblico. Per questo, prima di sedersi al bar sulla piazza, non manca mai di acquistare un quotidiano e, anziché aprirlo alla pagina dei necrologi in cerca di un morto dal nome conosciuto, com’è aduso fare ogni mattina, spalancarlo invece sulla sezione di politica estera, come qui ci si aspetta da un cosmopolita del suo stampo. Non legge manco una parola, tanto non ci capirebbe una mazza, ma assume tuttavia quell’aria meditabonda da ex diplomatico ora commentatore televisivo, una specie di ibrido a due teste tra Henry Kissinger e Gianni Minà. Eccolo allora sorbire il suo caffè  in preda allo struggimento per i bei tempi andati, quando lui, Castro ed Hemingway decidevano il destino dell’America Latina tra una battuta di pesca e un bicchiere di rum invecchiato, o per quella volta al Café de Flore in cui lui e Picasso, alticci alla maniera chic degli artisti, sollevarono per scherzo la gonna a Gertrude Stein tra le risa filosofiche di Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir.

Ma è proprio il ricordo di quei rutilanti episodi a farlo indugiare al tavolino del bar: la tranquillità del borgo, contrapposta a tutta quella mondanità da cui in fondo lui sta fuggendo, lo invita a eleggerlo quale suo buen retiro, e già vagheggia di trasferirvisi a vivere. Magari a coltivare il proprio orto, contentandosi del necessario e fuggendo il superfluo, tra due chiacchiere serali su una panchina riparata dal pergolato e una partita a briscola innaffiata da un bicchiere di rosso padronale. A trattenerlo è solo la sua prudenza: sarà meglio, prima, ispezionare le stradine del centro storico, alla ricerca di una possibile futura dimora da ristrutturare.

Nel frattempo il barista, unico spettatore di questa commedia da guitto che egli sta inscenando con se stesso, gli si è avvicinato col conto: 0,75 centesimi di euro. Lui ha la tasca piena di spiccioli tintinnanti, ma simula (sempre a beneficio del barista) di non recare con sè moneta, ma solo carte di credito, come si usa in Islanda, terra civilissima in cui lui ha spesso soggiornato in gioventù, assimilandone le sane abitudini in fatto di pagamenti tracciabili. Il barista, pur ammirandolo come uomo di mondo, è tuttavia contrariato da questa faccenda delle carte di credito per un caffè di soli settantacinque centesimi, perché l’Islanda sarà pure civile, ma ‘sta gran coppola di minchia lo è ancora di più, e lui avrebbe preferito sentirsi dire qui c’è un euro e tenga pure il resto, e invece ‘sti pidocchiosi pare che vengano qui apposta per pagare il caffè quindici centesimi in meno di quanto lo pagano in città.

Il nostro viveur risolve allora signorilmente la faccenda arrogandosi il diritto di consumare a credito, come è sicuro facciano tutti gli abitanti del borgo: tanto in questo paesino non si fa che passare e ripassare dalla piazza principale, e presto ci sarà modo di saldare il debito in volgare contante.

Solo che lui da quella piazza ci ripasserà solo steso in barella, dentro l’ambulanza che lo riporterà nell’ospedale del capoluogo da cui proviene. A stenderlo sarà la camminata col naso all’insù, che nei paesini fa più vittime di quante ne facciano gli squali nel Queensland. Tutto preso dalla ricerca di un casolare diroccato o di un palazzotto nobiliare fatiscente, non avrà prestato attenzione al fuoristrada quattro ruote motrici che lo invitava a scostarsi: tanto qui nel borgo l’automobile non sarà ancora stata inventata, e per i vicoli gli abitanti al massimo ci passeranno in groppa ai ciuchini.

E infatti gli abitanti forse sì. Sono più che altro gli stronzi che arrivano dal capoluogo e devono per forza parcheggiare sulla piazza principale, a sfrecciarci a bordo di un suv.

Sfido che poi nei piccoli centri l’economia crolla e i bar chiudono.

Lonely Planet Lampedusa Pt 2

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Nel post precedente si è istituita una metafora (priva di connotazioni negative) tra l’isola di Lampedusa e un cesso. Ma Lampedusa non si presta solo alle allegorie. A Lampedusa ci sono anche un sacco di ossimori (cioè, io non è che lo sappia bene come sono fatti questi ossimori - il pesce azzurro non lo so distinguere, che ci posso fare?- però un mio amico che fa pesca subacquea dice che il mare di Lampedusa è proprio pieno, che basta che ti butti in acqua e gli ossimori li prendi proprio con le mani, senza manco bisogno del fucile, e lui infatti ne ha presi a chili, e mi assicura che ripassati con un poco di farina e poi fritti sono la fine del mondo). Comunque l’ossimoro più grosso, il Moby Dick degli ossimori lampedusani, consiste nel suo essere allo stesso tempo la meta ideale delle ferie estive e un posto da evitare come la peste.

Questo succede perché la dissenteria urbanistica di Lampedusa non è tanto un virus, quanto un rito purificatorio. Te ne ammali, è vero, però quando te ne ammali ti liberi anche di tutte le scorie. E quando sei puro, sei pronto per accogliere in te la Conversione. Nel senso che se magari sei Svizzero o Altoatesino e ti hanno allevato nella fede del piano regolatore e del vincolo paesaggistico, una settimana a Lampedusa ti convince subito che abusivo è bello e sanatoria è giusto.

La conversione avviene così: che tu ci arrivi, e quando ci arrivi, ci arrivi in aereo o in nave. E quindi la guardi o dall’alto o dal mare, quest’isola, ma comunque la guardi tutta, nel suo complesso, e hai quella sensazione di latrina costellata di deiezioni umane di cui s’è detto. Poi però prendi in affitto proprio una di quelle deiezioni umane, ci vai a passare le ferie e capisci che non esiste al mondo un modo migliore di fare edilizia. Ogni villetta c’ha la sua discesa privata su un tratto di spiaggia o di scogliera, che diventa come di sua pertinenza: apri la porta e se non stai attento finisci a mollo. I giardini sono terrazzati, a picco sulle baie, e quando stai in veranda (cioè sempre) hai la sensazione che le onde ti lambiscano i piedi, con un rumore che di notte ti culla e a tratti riesce quasi a coprire quello delle zanzare. Vista da casa tua, insomma, Lampedusa è il paradiso terrestre.

La visione si fa infernale solo quando sconfini nello spazio pubblico. Ma siccome non hai motivo di farlo (a Lampedusa, se uno esce di casa è solo per andare a mare, e il mare ce l’hai a casa) non vedi proprio dove sia il problema. Ogni casa è un’isola: tu ti affitti una casa e ti sei affittato tutta l’isola.

Quindi alla fine l’ossimoro di Lampedusa è lo stesso del resto d’Italia: la solita storia che ciò che è di tutti non è di nessuno. Solo che qua c’è stata una realpolitik un poco più estrema: siccome ciò che è di tutti non è di nessuno, qua a Lampedusa hanno fatto in modo che ogni piccola porzione di questo tutto fosse di qualcuno. E hanno risolto il problema. Anziché mettersi là a stendere sfiancanti e, diciamolo, castranti piani regolatori particolareggiati, se lo sono spartito democraticamente, questo tutto che non è di nessuno: tu ti pigli questo pezzetto qua e io mi piglio quel pezzetto là.

Lampedusa in pratica è la dimostrazione che il crimine urbanistico, quando è il crimine urbanistico perfetto, può essere risolutivo. Saccheggiare il pubblico per darlo al privato, se fatto in maniera così capillare, livella tutto e riporta alle condizioni democratiche di partenza. Funziona, garantito. L’unico che ci perde è il paesaggio. Ma tanto sul paesaggio il cartello affittasi non ce lo puoi appendere.

Jeremy Bentham, guarda caso filosofo dell’utilitarismo e teorico dell’ultraliberismo, aveva progettato il modello panopticon: un carcere a emiciclo, con tutta una serie di stratagemmi prospettici e architettonici grazie ai quali un unico guardiano, posto al centro su una torre, poteva sorvegliare ogni cella di ogni singolo detenuto. Uno che poteva vedere tutti, insomma, senza essere visto da nessuno.
A me Lampedusa fa l’effetto di un panopticon all’incontrario. Quella da sorvegliare sarebbe lei, Lampedusa, l’isola. Ma hanno sbagliato, e l’hanno messa al centro, sulla torre, nel posto che toccherebbe al guardiano. Quindi non la sorveglia nessuno: specie quelli che abitano nelle case con la discesa al mare. Che invece vedono solo il loro pezzetto di spiaggia. Così il carcere in cui sono confinati gli sembra una vacanza.

Lonely Planet Lampedusa Pt 1

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Non è bello scrivere male su un blog del luogo che ti ospita per le vacanze, me ne rendo conto, però è meno grave di altre cose (per esempio girare video in stile cartolina e mandarli a Licia Colò per Alle falde del Kilimangiaro). Che poi non è che io la voglio denigrare, Lampedusa, anzi, io voglio cantarne le lodi. Per esempio voglio dire che è un cesso.

Lampedusa è un cesso. Ma non è un insulto. E neanche un’esagerazione per dire che è una località molto brutta. È più che altro una metafora. Perché se ci pensi un cesso cos’è? È un posto che fa un po’ schifo ma che però sul fondo ha l’acqua trasparente. E questa immagine descrive abbastanza bene la conformazione di Lampedusa. Quindi non è tanto che cesso sia da prendere alla lettera e Lampedusa sia da cosiderare un sanitario atto a contenere e smaltire le deiezioni umane (definizione letterale di cesso), per niente. Lampedusa (a parte le deiezioni umane, di cui si dirà più avanti) non è affatto brutta, anzi è bellissima. Un posto che proprio ti toglie il fiato dalla bellezza. Solo che lo è fino a quando stai in acqua (cioè sottacqua o al massimo a pelo d’acqua). Uscire fuori dal mare, a Lampedusa, equivale ad arrampicarsi lungo lisce pareti in ceramica smaltate di bianco: una cosa che la legge di gravità rende molto faticosa, specie in estate, che ci sono quaranta gradi.

Quindi facciamo così: che quando dico Lampedusa e parte il rumore dello sciacquone, significa che mi sto riferendo a Lampedusa paese. Quando invece dico Lampedusa e partono tutti i toni immaginabili del verde e del blu, significa che sto parlando del mare che circonda l’isola.

In paese ci sono deiezioni umane dappertutto, sotto forma di palazzine stile container, pizzerie stile container, bar stile container, negozietti di souvenir stile container (in effetti lo stile container è lo stile preponderante dell’isola, anche se certe zone del corso se ne discostano in favore di un più recente stile post-capannone, con due chiese stile bidonville, una piazza stile accampamento nomade moderno, qualche camioncino per i panini stile camperista abusivo).

Non è difficile capire cosa sia accaduto nel corso degli anni al capoluogo delle pelagie: i lampedusani (a parte i giorni in cui il mare è calmo e si può pescare) non avevano che mangiare. Quindi hanno deciso di mangiarsi l’isola. E se la sono mangiata tutta in una volta, così ora sono in piena indigestione, e hanno il problema di smaltire l’abbuffata (da cui il problema delle deiezioni al paragrafo precedente).

Ma parliamo del mare, che è il rimedio naturale che Lampedusa utilizza per guarire dalla  sua dissenteria urbanistica.

Il mare è trasparente, pulitissimo, i pesci li vedi da fuori che nuotano, ed è tutta una caletta, tutta una insenatura, tutto un pullulare di vita sottomarina. Il problema è che questo mare è proprio pulito, pulitissimo. E il mare, quando è veramente pulito, è pieno di posidonia. E quando è veramente ma veramente  pulito, ci vanno le meduse. La posidonia e le meduse sono gli indicatori biologici di un mare che sia veramente pulitissimo. Quindi tu scendi lungo un dirupo a strapiombo (da cui poi dovrai risalire, con la tentazione costante di simulare un malore e farti venire a prendere con l’elicottero del 118), e quando arrivi giù, ti accorgi di tutte queste meduse e questa posidonia e dici a te stesso che devi essere contento perché questo significa che è un mare pulitissimo. Ma siccome essere contenti delle meduse è impossibile, ti senti più che altro preda di sentimenti molto ostili, che lì per lì rivolgi alla natura.

Ti viene voglia di dirigerti verso il banchetto di greenpeace che è lì a pochi metri da te, e di spiegare loro quello che hai appena realizzato, cioè che questa natura che loro difendono con accanimento terapeutico, fa proprio schifo, e che è sbagliato difenderla, anzi sarebbe meglio che schiattasse definitivamente. Perché tanto lei ci odia, ci odia così tanto che non vuole neanche lasciarci fare un bagno nelle sue acque cristalline dopo che abbiamo sudato sotto il sole per chilometri apposta per raggiungerle e ammirarle. Quindi perché la dovremmo difendere questa natura che ci odia? Anzi, sapete che c’è, miei cari amici di greenpeace? C’è che magari su questa spiaggia che voi difendete col vostro banchetto sarebbe proprio il caso di impiantarci un bell’acquapark con gli scivoli di plastica e le piscine piene di cloro, che il cloro e la plastica saranno pure robaccia chimica ma almeno non ti mordono e non ti urticano quando ti fai il bagno.

Poi però trovi un pezzetto di ombra che si proietta sulla sabbia da una specie di pino marittimo rinsecchito, e te la guardi sudando un po’ meno, questa spiaggia dei conigli di Lampedusa, con la sua posidonia e le sue meduse. E finisce che da quelli di green peace a protestare manco ci pensi più ad andarci. Perché la natura fa schifo, è vero. Ma è anche molto bella. E il mare è così pulito che non puoi resistere e ti ci devi andare a tuffare subito, anche se ci sono la posidonia e le meduse. Anzi, meglio, molto meglio se ci sono le meduse. Così, se ti mordono, al ritorno  avrai un buon motivo per chiamare il 118 e farti venire a prendere con l’elicottero.

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