Non è che ci tenga a rischiare il processo per istigazione al suicidio, però siccome è un’estate un po’ cupa, mi è venuto di tentare col vecchio rimedio: spingere il malumore verso il parossismo e sublimarlo in musica con una bella playlist dalle atmosfere funeree.
E ora lo posso dire con certezza empirica: non funziona. La celebre teoria secondo cui solo toccando il fondo poi si risale non ha superato i test di laboratorio. Si verifica esattamente l’opposto: ti accanisci negli scavi e finisci per pinneggiare a capofitto verso abissi insondabili. L’unica illuminazione che guadagni esplorando i fondali con le torce è questa: c’è poco da fare, le canzoni veramente tristi parlano tutte di amor perduto.
Cioè magari proprio tutte no, però le più tristi in assoluto sì. E siccome stai puntando dritto verso il fondo, non ha senso viaggiare leggeri. Ecco perché, pur essendo in una felicissima situazione sentimentale, mi sono legato alla cintura i piombi da sub e ne ho selezionate sette, tutte a tema di abbandono.
Nel vano tentativo di non scadere nell’arcinoto e allo stesso tempo di non arroccarsi nella torre del raffinato intenditore (sì, sono un intenditore, lo ammetto, però raffinato no), è venuta fuori questa top (ma forse sarebbe meglio chiamarla bottom) 7, frutto di sanguinosi tagli inferti col machete a una playlist assai più vasta (a suo tempo lugubremente intitolata L’equivalente per le orecchie di ciò che è una lametta per i polsi).
Se ora davvero qualcuno avesse il coraggio di scavarsi la fossa con i propri auricolari, segue elenco, (corredato da brevi glosse).
1) Quando l’amore se ne va, Edoardo De Crescenzo (dall’album «Ancora», 1981).
Voglio essere clemente e cominciare in maniera soft, altrimenti mi morite subito e perdo il gusto di torturarvi a lungo. Qua il titolo dice già tutto, per cui strofe e ritornello sono puro cascame didascalico. L’inizio ha però una sua potenza, con quel richiamo all’immagine del cane abbandonato (metafora che a quanto pare gli umani di sesso maschile ritengono da sempre la più adatta a raffigurare lo status di mollati). Certo che poi, se uno guaisce con quella voce lì, che da sola è già tutta un’orchestra (e manco si riesce a capire se è di cromosoma x o y) il dolore diventa una cosa sublime. Interprete inarrivabile (e inarrivato) della melodia italiana, in un magnifico ululato alla luna.
2) Nothing really ends, Deus (dall’album «Pocket Revolution», 2005)
Continuiamo in leggero crescendo. Disperarsi va bene, però magari con un po’ di classe è meglio. Il testo gioca su una certa dose di ambiguità: difficile capire chi sta lasciando chi (lui? lei?), ma il ritornello (Do you still love me?), con quell’implorare un’ultima danza (lui dice danza, ma chiaramente sta pensando pompino) pur sapendo benissimo che per lei non significherà niente, rientra a pieno titolo tra i topos dell’essere abbandonati al maschile.
3) Daniele Silvestri L’Y10 Bordeaux (in prova) + Il suo nome(rispettivamente dagli album «Prima di essere un uomo, 1995, e «Il latitante», 2007)
Siamo alla mirabile sintesi di ciò che accade a tracollo avvenuto. Chi di noi, lasciato dalla zita, non ha ammorbato gli amici con le sue paranoie (dissimulando di volere ascoltare in cambio le loro)?. Le canzoni sono due, ma è come fossero una sola: stesso tema, declinazione diversa. Impossibile scegliere.
4) Lilac Wine, Jeff Buckley (dall’album «Grace», 1994)
Di Lilac Wine si potevano scegliere tremila versioni. Però questo è Jeff Buckley, cioè uno che quando piangeva (e piangeva spesso) lo faceva con i singulti più soavi mai emessi da corde vocali umane. È così nera, tetra, ubriaca e stordente che a un certo punto schiacci play perché pensi ti aiuterà a trovare il coraggio di metterti la famosa pietra al collo. Poi quando sei lì lì per saltare la balaustra con lo stesso entusiasmo liberatorio di Nino Castelnuovo nella pubblicità dell’Olio Cuore, ecco che invece ti salva la vita. E non salti più perché altrimenti poi come faresti a riascoltarla? Uno dei motivi per cui vale la pena vivere (soffrendo).
5) Lasciarsi un giorno a Roma, Niccolò Fabi (dall’album «Niccolò Fabi», 1998)
Ai tempi di quest’album (e di questo Sanremo) Fabi veniva snobbato: un cantautore da poster in cameretta per ragazzine brufolose. Poi qualcuno rivelò al mondo che era un filologo romanzo con tanto di dottorato e si cominciò a dargli credito. E in effetti solo da un erudito poteva venire l’onestà intellettuale necessaria per sfatare un tabù: lui non solo la molla, ma la tratta pure male (calci in faccia, addirittura). Perché una cosa che nelle canzoni sull’abbandono nessuno osava mai dire è che loro (gli abbandonati) sono una indescrivibile rottura di coglioni e si finisce per detestarli più di quanto li si è amati. Composizione priva di difetti, equilibrata e inattaccabile: a un testo da stronzo, corrisponde un mood musicale tristissimo e ritmato. Un vero e coraggioso innovatore.
Se proprio sono costretto a sintetizzare: lui rincontra un amore perduto e presunto esotico (“Non ci siamo già visti a Zanzibar, noi due?”), però lei è così stronza che quasi non la riconosce più. La guarda, la riguarda, rievoca i giorni felici di quella vacanza, ma proprio non si fida: lei non è chi dice di essere. O forse no, non è vero niente: questi due non si sono mai visti prima e lui la sta abbordando sul momento: che differenza fa? Comunque sia, dopo una battuta da musicista sullo ska che proprio non c’entrava niente, stupenda e raggelante, ci si immagina subito la scena di lei che lo prende per il cialtrone che è, mollandolo lì, da solo, a rivolgere a se stesso l’ultimo paradosso di una canzone sfocata come un miraggio nel deserto: Mai stato a Zanzibar. Troppo lontano. Tu non sei chi dici di essere.
7) Se adesso te ne vai, Massimo Di Cataldo (dall’album «Anime» ,1996)
Sarà (no, va bene, non sarà: è) pure un tamarro come pochi, però meglio di lui non l’ha detto nessuno: pane al pane, vino al vino, buttana alla buttana. Che vuoi? Che rimaniamo pure amici? Staminchia, io ti odio. E ora chiudi la porta, che stavo facendo il record alla playstation.
Due extra, con glossa minima, perché già concepite in forma di racconto:
1) Bonus Track:
Late for the sky, Jackson Browne (dall’album «Late for the sky», 1974)
Un testo che sembra la trascrizione del classico, lungo e insensato discorso che ci si prepara a casa per giorni quando si vuole lasciare qualcuno. Ad ascoltarla viene subito in mente la scena del conte Mascetti che tenta di abbandonare la giovane Titti in Amici Miei. Poi però arriva uno degli assoli di chitarra più struggenti del secolo, si fa pace e si rimane amici.
2) Ghost Track:
Another Lonely Day, Ben Harper (dall’album «Fight for your mind», 1995)
Voce, chitarra e basta. Ma voce e chitarra di Ben Harper, che con la chitarra ci parla e con la voce ci suona. Umile, dimessa, ma costruita su una serie di climax emotivi perfetti. Se le donne avessero un cuore, ascoltandola tornerebbero all’ovile.
Nel prossimo numero, allegato omaggio: un pratico cappio con nodo scorsoio già pronto.
Insomma, mi pare che la mestizia pre-estiva sia una sindrome piuttosto comune tra noi blogger. Qualche giorno fa The Brain that Drained ha pubblicato la sua, ora appare la tua, ieri sera volevo mollare la mia (io a mo’ di scorreggia, sì), poi ho opportunamente lasciato perdere e mi sono limitata a un linchetto su Feisbuc. E, pensa, avevo considerato, fra le altre, “Lilac wine”, prima di optare infine per “Kozmic blues”.
Piero Ciampi è stato una dolorosa rinuncia o uno scarto serenamente spietato?
Come già detto nel commento al post precedente, ho problemi con gli altoparlanti, e quindi devo purtroppo rimandare a lunedì un ascolto comprensibile.
Non posso però non cogliere la provocazione tra le righe: le donne ( femmine, addirittura ) non avrebbero né anima né cuore ( lasciamo stare buttane e stronze, licenza poetica ).
E meno male che hai una situazione sentimentale felicissima.
p.s. Non è detto che il tecnico ( maschio ) risolva il problema così presto, soprattutto se non lo sollecito, andando a pescare in qualche recondito meandro un po’ di anima e un po’ di cuore.
p.s.2 sono ‘comunque’ contenta che tu abbia ucciso la paranoia. E alla grande, mi pare. Misoginia radicata a parte ( a parte? ).
Se non si può dire che tutti i blogger sono ex sessantonttine femministe, sicuramente si può dire che tutte le ex sessantottine femministe adesso sono blogger, o sono commentatrici nei blog (e buona parte di loro commenta in questo blog). E’ un inferenza facile: basta frequentare questo blog. Perché altrimenti non si spiega il fatto che su una quindicina di commentatori abituali, su questo blog ce ne sono almeno quattro che sono ex sessantottine femministe – e anche se nel sessantotto non eravate nate, lo siete lo stesso.
Ma dove la vedi la misoginia? “femmina”,”buttana” e “stronza” non si possono dire neanche quando si deve dire “femmina”, “buttana” e “stronza”?
Perché se uno lo dice per insultare, femmina-buttana-e-stronza – o peggio, usa abitualmente “femmina” al posto di “donna” -, suona anche male, e ti ci puoi arrabbiare. Però non è questo il caso. Perché in questo post c’è un punto di vista, che è l’angolazione da cui si guarda l’abbandono, che è quella maschile (nel senso che è il maschio che lo subisce) e quindi i personaggi della femmina, della buttana e della stronza (e anche tutti e tre in una) sono presenti per definizione, anche se non sono protagonisti. Non dimenticare l’angolazione, ché questo è un post fatto col pennello (complimenti). Sì, ho detto pennello.
Io adoro l’ironia di O’Reilly ( credo sia chiaro ) e condivido che questo post, come molti suoi, sia fatto col pennello ( senza doppi sensi, se mai ce li volevi mettere).
Apprezzo anche moltissimo la sua intelligenza e la sua capacità/umiltà di rivedere alcune posizioni, dote non trascurabile e non da tutti.
O io ho avuto una visione, o ha tolto la sua frase sulle ‘femmine senza anima’.
Sono una ex sessantottina e me ne vanto, femminista q.b., ma riconosco che a volte mi lascio prendere la mano e perdo di vista l’angolazione giusta.
Chiedo venia, sulle canzoni per problemi con l’audio sono andata a memoria, memoria che forse comincia a fare difetto a una che nel sessantotto era già nata.
Gentile Corippo, nel dubbio se io sia o meno una delle quattro, mi consegno spontaneamente.
Non mi piace sentirmi costretta dentro una categoria, fosse pure quella illustre delle ex sessantottine femminista di cui, per età, non ho fatto parte. Mi sento più una che fà razza a se’ (“femmina femminista” va già meglio).
Vedo misoginia e maschilismo come deformazioni inutili e disarmoniche di un qualcosa di meno definito che forse è la paura dell’altro che, comunque diverso per natura e inclinazione, pensa ed agisce in modo a volte incomprensibile e imprevedibile (e posso aggiungere incontrollabile?)
Credo però di aver capito che nelle intenzioni del ‘tenutario’ non c’è dolo, anche se dietro al gioco qualcosa sembra serpeggiare… ma io questo poi davvero non lo so, posso solo fidarmi degli intenti dichiarati.
La mia memoria non ne ricordava nemmeno una. E avrebbe potuto. E nel ’68 non era nata. Mi inorgoglisce e mi fa ridere averci preso, che una di voi era una ex sessantottina, intendo. È merito tuo, Giulia, che scrivi chiaro. Perché anche i vostri post sono fatti col pennello. Questo, nel commento precedente, l’ho colpevolmente omesso.
tu sei un mito! ti adoro, ti sposerei (se non fossi già sposata …). Mi fai morire dal ridere, sul serio. tutta la misoginia che trovano le tue lettrici io non la leggo. sento solo ironia allo stato puro, intelligenza brillante e lo spirito giusto per stare al mondo. sono più giovane di te, ma ti faccio, in gioventù, lettore di Bachtin e ammiratore della prosa spiazzante di Zucconi. Quando deciderai a trovarti un vero editore?
un periodo sentivo a palla quella dei Deus. anzi, adesso che l’ho risentita m’è tornato su tutto il magone di una storia morta e sepolta. quando racconta del film e di martin sheen…oddio ora mi sento male di nuovo. perché mi hai fatto questo?
però cacchio che pezzo bellissimo.
rincomicio a drogarmici.
Per essere uno sentimentalmente felicissimo presenti strani sintomi da infelice, oppure no, sarà forse solo per via dei pesi usati per raggiungere il fondo…
E comunque a me quel tipo di flagello musicale piace smodatamente on the road con volume, velocità e, if possible, anche occhio offuscato, possibilmente senza testimoni (soprattutto di quelli in divisa). Meglio se con ambientazione bucolica e meteo perturbato. Una vera goduria in presenza del pezzo giusto.
Dopo attento studio mi sentirei di includere nella mia personale flagello-top: Deus (ipnotica, tanto, può dare dipendenza) e Jeff Buckley (oh quel Jeff Buckley!), ma forse anche Ben Harper.
Non penso abbia senso ricorrere ad una distinzione di genere per designare (e/o denigrare) il/la fedifrago/a di turno, carente di cuore e anima solo in funzione del piccolo dettaglio di non volerci o di non volerci più…
Volendo ci sono anche i video 2 e 3. Mi sembra interessante, anche se la traduzione lascia un po’ a desiderare ( credo ) e l’umorismo è molto americano.
p.s. ieri sera ho visto il film ‘Pollo alle prugne’. A proposito di amori potenti ma negati, potenti forse proprio perché negati. Ve lo consiglio, se non l’avete già visto, sempre che non abbiate troppo bisogno di tirarvi su.
bel post arci……..come sempre!!!!
Insomma, mi pare che la mestizia pre-estiva sia una sindrome piuttosto comune tra noi blogger. Qualche giorno fa The Brain that Drained ha pubblicato la sua, ora appare la tua, ieri sera volevo mollare la mia (io a mo’ di scorreggia, sì), poi ho opportunamente lasciato perdere e mi sono limitata a un linchetto su Feisbuc. E, pensa, avevo considerato, fra le altre, “Lilac wine”, prima di optare infine per “Kozmic blues”.
Piero Ciampi è stato una dolorosa rinuncia o uno scarto serenamente spietato?
Come già detto nel commento al post precedente, ho problemi con gli altoparlanti, e quindi devo purtroppo rimandare a lunedì un ascolto comprensibile.
Non posso però non cogliere la provocazione tra le righe: le donne ( femmine, addirittura ) non avrebbero né anima né cuore ( lasciamo stare buttane e stronze, licenza poetica ).
E meno male che hai una situazione sentimentale felicissima.
p.s. Non è detto che il tecnico ( maschio ) risolva il problema così presto, soprattutto se non lo sollecito, andando a pescare in qualche recondito meandro un po’ di anima e un po’ di cuore.
p.s.2 sono ‘comunque’ contenta che tu abbia ucciso la paranoia. E alla grande, mi pare. Misoginia radicata a parte ( a parte? ).
Se non si può dire che tutti i blogger sono ex sessantonttine femministe, sicuramente si può dire che tutte le ex sessantottine femministe adesso sono blogger, o sono commentatrici nei blog (e buona parte di loro commenta in questo blog). E’ un inferenza facile: basta frequentare questo blog. Perché altrimenti non si spiega il fatto che su una quindicina di commentatori abituali, su questo blog ce ne sono almeno quattro che sono ex sessantottine femministe – e anche se nel sessantotto non eravate nate, lo siete lo stesso.
Ma dove la vedi la misoginia? “femmina”,”buttana” e “stronza” non si possono dire neanche quando si deve dire “femmina”, “buttana” e “stronza”?
Perché se uno lo dice per insultare, femmina-buttana-e-stronza – o peggio, usa abitualmente “femmina” al posto di “donna” -, suona anche male, e ti ci puoi arrabbiare. Però non è questo il caso. Perché in questo post c’è un punto di vista, che è l’angolazione da cui si guarda l’abbandono, che è quella maschile (nel senso che è il maschio che lo subisce) e quindi i personaggi della femmina, della buttana e della stronza (e anche tutti e tre in una) sono presenti per definizione, anche se non sono protagonisti. Non dimenticare l’angolazione, ché questo è un post fatto col pennello (complimenti). Sì, ho detto pennello.
Io adoro l’ironia di O’Reilly ( credo sia chiaro ) e condivido che questo post, come molti suoi, sia fatto col pennello ( senza doppi sensi, se mai ce li volevi mettere).
Apprezzo anche moltissimo la sua intelligenza e la sua capacità/umiltà di rivedere alcune posizioni, dote non trascurabile e non da tutti.
O io ho avuto una visione, o ha tolto la sua frase sulle ‘femmine senza anima’.
Sono una ex sessantottina e me ne vanto, femminista q.b., ma riconosco che a volte mi lascio prendere la mano e perdo di vista l’angolazione giusta.
Chiedo venia, sulle canzoni per problemi con l’audio sono andata a memoria, memoria che forse comincia a fare difetto a una che nel sessantotto era già nata.
Gentile Corippo, nel dubbio se io sia o meno una delle quattro, mi consegno spontaneamente.
Non mi piace sentirmi costretta dentro una categoria, fosse pure quella illustre delle ex sessantottine femminista di cui, per età, non ho fatto parte. Mi sento più una che fà razza a se’ (“femmina femminista” va già meglio).
Vedo misoginia e maschilismo come deformazioni inutili e disarmoniche di un qualcosa di meno definito che forse è la paura dell’altro che, comunque diverso per natura e inclinazione, pensa ed agisce in modo a volte incomprensibile e imprevedibile (e posso aggiungere incontrollabile?)
Credo però di aver capito che nelle intenzioni del ‘tenutario’ non c’è dolo, anche se dietro al gioco qualcosa sembra serpeggiare… ma io questo poi davvero non lo so, posso solo fidarmi degli intenti dichiarati.
La mia memoria non ne ricordava nemmeno una. E avrebbe potuto. E nel ’68 non era nata. Mi inorgoglisce e mi fa ridere averci preso, che una di voi era una ex sessantottina, intendo. È merito tuo, Giulia, che scrivi chiaro. Perché anche i vostri post sono fatti col pennello. Questo, nel commento precedente, l’ho colpevolmente omesso.
tu sei un mito! ti adoro, ti sposerei (se non fossi già sposata …). Mi fai morire dal ridere, sul serio. tutta la misoginia che trovano le tue lettrici io non la leggo. sento solo ironia allo stato puro, intelligenza brillante e lo spirito giusto per stare al mondo. sono più giovane di te, ma ti faccio, in gioventù, lettore di Bachtin e ammiratore della prosa spiazzante di Zucconi. Quando deciderai a trovarti un vero editore?
Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
un periodo sentivo a palla quella dei Deus. anzi, adesso che l’ho risentita m’è tornato su tutto il magone di una storia morta e sepolta. quando racconta del film e di martin sheen…oddio ora mi sento male di nuovo. perché mi hai fatto questo?
però cacchio che pezzo bellissimo.
rincomicio a drogarmici.
s.o.s.: l’ho già sentita tre volte!
aiutatemi!
Per essere uno sentimentalmente felicissimo presenti strani sintomi da infelice, oppure no, sarà forse solo per via dei pesi usati per raggiungere il fondo…
E comunque a me quel tipo di flagello musicale piace smodatamente on the road con volume, velocità e, if possible, anche occhio offuscato, possibilmente senza testimoni (soprattutto di quelli in divisa). Meglio se con ambientazione bucolica e meteo perturbato. Una vera goduria in presenza del pezzo giusto.
Dopo attento studio mi sentirei di includere nella mia personale flagello-top: Deus (ipnotica, tanto, può dare dipendenza) e Jeff Buckley (oh quel Jeff Buckley!), ma forse anche Ben Harper.
Non penso abbia senso ricorrere ad una distinzione di genere per designare (e/o denigrare) il/la fedifrago/a di turno, carente di cuore e anima solo in funzione del piccolo dettaglio di non volerci o di non volerci più…
Ci riprovo, da un’angolazione diversa:
Volendo ci sono anche i video 2 e 3. Mi sembra interessante, anche se la traduzione lascia un po’ a desiderare ( credo ) e l’umorismo è molto americano.
p.s. ieri sera ho visto il film ‘Pollo alle prugne’. A proposito di amori potenti ma negati, potenti forse proprio perché negati. Ve lo consiglio, se non l’avete già visto, sempre che non abbiate troppo bisogno di tirarvi su.
A proposito di quelli che affogano nel fiume nuotando con gli stivali…
droga potente, ri-assunta dopo Lilac wine e Forget her (ma, se vi comportate bene, per ora vi risparmierei la mia bottom ten…)