Qualcuno a un certo punto ha fatto questa cosa geniale (lo dico alla fine qual è, altrimenti mi confondo), e non lo so se è gli è stato tributato il giusto onore che si deve al genio.
Viene da pensare la classica cosa che si dice sempre a proposito delle vere innovazioni, e cioè che solo uno totalmente addentro al sistema vigente, padrone delle regole e capace di usarle alla perfezione, a un certo punto può avere quel guizzo che gliele fa sovvertire. La vecchia faccenda che le regole le puoi dimenticare solo dopo averle imparate, insomma.
Io non lo so se è veramente così, però mi piace tantissimo crederci, perché crederci significa dare una possibilità democratica al genio: la trovata brillante arriva solo dopo che hai studiato tanto, hai imparato, ti sei impastato con la materia del tuo mestiere fino a ricoprirtene la pelle. Insomma, se ci lavori, magari a un certo punto te ne esci con una cosa strabiliante. Però, appunto, non lo so se è così.
Magari la cosa strabiliante la tiri fuori guardando dall’esterno quello che tutti guardano troppo da vicino. Questa spiegazione della genialità però non mi piace, mi mette ansia: secondo me apre la porta alla presunzione, alla saccenza e anche all’ignoranza pura.
Perché alla fine quanti geni ci possono essere al mondo? Pochi, pochissimi, no? Quindi questi qua che guardano la cosa dall’esterno e poi sparano subito la soluzione, saranno per la maggior parte animali quadrupedi che si credono geni. E la cosa fa temere per il destino del mondo. Voglio dire, con che faccia di fronte a gente che vive immersa nel proprio settore per anni, uno può permettersi l’arroganza di guardare tutto da fuori e dire una cosa tipo vabbe’, ma mica si fa così come fate voi, non c’avete capito niente, non lo vedete che dovete cappottare tutto? Sì, per carità può pure capitare, ma è una cosa tremenda, quando capita, perché la fiducia nella competenza viene meno. E allora ci sentiamo tutti autorizzati a dire la nostra su questioni di cui non sappiamo nulla: in pratica, questo crollo di fiducia nella competenza ci autorizza ad avere quelle cose orribili che sono le nostre opinioni, e magari sentirci pure geniali mentre le esprimiamo.
Se parli con un architetto la senti spesso montare dentro di te, questa sensazione di ignoranza onnipotente. Ti viene da dirgli ma proprio non capite una mazza, voi architetti, eh? Pensate tanto all’architettura che non vi accorgete che poi dentro questo palazzo la gente ci deve abitare? Ecco, è una tendenza mostruosa, quella che ti fa dire queste cose. Ti fa ritenere tanto più sapiente quanto più sei ignorante. Io, poi, sono presuntuoso per natura, quindi soccombo spesso, spessissimo a questa tendenza mostruosa. Mi accanisco, mi sento dalla parte della ragione, il senso di realtà subentra solo molto tempo dopo, quando penso a quanto sono stato una bestia inumana a pensare quello che ho pensato. [Per fortuna quelli che mi conoscono lo sanno (o se non lo sanno sono pazienti di natura), che dopo mi pento. In qualche modo devono avere compreso che la mia modalità di conoscenza passa da questa fase di sprezzante superbia. E magari aspettano qualche giorno a depennarmi dalla rubrica del telefonino.] Per completare il discorso con l’esempio dell’architetto: la coscienza di avere detto delle bestialità arriva quando ti rendi conto di avere rimproverato all’architetto una cosa impossibile da rimproverargli. L’architetto lo sa benissimo che dentro quel palazzo poi la gente ci deve abitare. Ci pensa giorno e notte, che dentro quel palazzo poi la gente ci deve abitare. Siamo noi che, spiazzati dal suo molto pensare a soluzioni per l’abitare della gente in quel palazzo, reagiamo con questa presunzione di “semplice” genialità: svegliati, architetto, hai forse dimenticato che costruisci palazzi per farci vivere gente dentro? Ecco, l’architetto potrebbe benissimo azziccarti una gran tumpulata, darti del deficiente arrogante e mandarti affanculo. Ma siccome c’è abituato, spesso non lo fa, e magari ti asseconda (così risparmia tempo ed evita di prendersi quattro aulin per il mal di testa quando torna a casa), e questa cosa ti danneggia, perché in questo modo tu non ci penserai neanche, che devi sentirti un deficiente per la cosa che hai pensato di lui e dell’architettura.
Allora, quando non sono in preda ai miei deliri di presunzione e recupero un minimo di lucidità, mi accorgo che mi dà molta più fiducia nel genere umano ritenere geniale quell’individuo che dopo conoscenze approfondite e molta esperienza nel suo settore riesce a guardare da fuori questo suo settore e uscirsene con un’alzata d’ingegno. L’idea che invece alla base dei colpi di genio ci siano l’estro, l’ispirazione, le intuizioni magnifiche che accorciano il percorso della conoscenza e fanno pervenire a soluzioni brillanti quasi senza sforzo, basandosi solo sull’istinto e la folgorazione, la accetto a malincuore. E comunque mi deprime un po’.
Mi fa pensare all’artista. E io l’artista lo odio.
L’artista è quello che viene da te e ti dice: no, no, nossignore, ora ve la spiego io questa cosa qua, perché voi non l’avete capita, e non l’avete capita perché, ok, sì, forse sì, avete tanta competenza in materia, magari molta più di me, però non avete il guizzo, il lampo del pensiero che ho io, che a me me l’ha data la natura questa capacità di vedere dove voi invece guardate, quindi adesso ascoltatemi.
Io l’artista lo odio perché mi rivedo in questa tendenza a sovrastimare la propria capacità intellettiva e liquidare tutto con un’opinione, la mia, ritenuta più valida perché intuita con velocità, così immediata da porsi come lampante, e dunque vera, e dunque da adottare ora, subito, adesso.
Quando vengo colto da questi raptus di semplificazione, faccio come gli artisti: mi affido all’immagine. Snellisco problemi enormi, cui la gente ha dedicato il proprio lavoro e la propria intelligenza, con la presunzione di dire: ma usate la testa, no? L’ho capito pure io, che ne so un centesimo di quanto ne sapete voi. È semplice. Sì, semplice. Semplice ‘sta minchia.
Se fosse semplice, mica ci avrebbero lavorato tanto. L’artista che è in me pretende di svelare la semplicità, l’unità dietro il molteplice, la parte per il tutto e il tutto per la parte. Che schifo. Una cosa orrenda, l’opinione di uno che si crede intelligente.
Allora per guarire, mi comando di credere con forza a quell’altra strada, quella che ti dice: saperne più che si può, perché ad avere l’intuizione siamo buoni tutti. Il problema poi è verificarla, quest’intuizione.
Perché a verificarla, poi, entri in mezzo alle cose, e ti accorgi che quella semplicità, quell’immagine, era illusoria, apparente, e bisogna cominciare a mediare con la realtà, sporcare quell’intuizione con i dati del sensibile, venire a patti con le regole che si pensava di potere cestinare con un atto rivoluzionario e invece no, non si può, perché sono lì per tutta una serie di motivi, magari nient’affatto intuitivi, e che – appunto perché non lo sono – la tua intuizione non vedeva, non poteva vedere.
Ecco, io il motivo per cui soltanto da qualche anno le industrie di cosmesi hanno cominciato a produrre bottigliette di shampoo che abbiano per base la parte col tappo e non viceversa voglio spiegarmela così. È una cosa che pensavo da sempre, da quando per la prima volta mi sono insaponato la testa da solo: ma perché caspita non li fanno al contrario, questi schifo di flaconi, così lo shampoo scende giù per caduta e non devi stare là a capovolgerli e aspettare mezz’ora e poi spremere e strizzare per farne uscire qualche goccia.
Però evidentemente c’è voluto molto, moltissimo studio e applicazione, decenni e decenni di shampoo, per arrivare ad accorgersi che bisognava modificare il design delle bottiglie, e farle più larghe e spaziose dove c’è il tappo e più strette invece sul collo, così che possano stare esattamente al contrario di come le abbiamo sempre appoggiate. E mica ci sono arrivati tutti. A voglia a studiare: il colpo di genio arriva solo ad alcuni. E praticamente di flaconi fatti così, al supermercato trovi solo quelli della L’Oreal (serie Elvive). Sì, alla Pantene hanno fatto un tentativo, ma troppo timido per essere rivoluzionario: base e tappo sono larghi uguali e puoi decidere se appoggiarli in piedi oppure capottati. Non è abbastanza. Non è genio. Il genio è quello della Elvive, perché ti dà un’indicazione chiara di come deve essere posizionato il flacone quando lo metti sulla mensola della doccia. E con L’Oreal non puoi sbagliare, lo vedi: il tappo fa da base, lo shampoo scorre giù subito.
L’umanità si è liberata da una convenzione insensata, fondata su quel retrivo pregiudizio antropocentrico e antropomorfo secondo cui i flaconi di shampoo dovevano abitare il mondo nella stessa posizione in cui lo abitiamo noi: testa su, piedi giù. Una dittatura culturale spaventosa, un modello tirannico che ci ha oppresso per anni, senza che neanche ce ne ne rendessimo conto. E ora, come d’incanto, qualcuno ha finalmente visto come stavano davvero le cose e le ha riportate alla loro funzione originaria. Ha capito che era solo un condizionamento, che gli shampi non hanno motivo di avere testa e piedi come ce li abbiamo noi. E ha tirato fuori la miglioria. Semplice, sì. Forse pure intuitiva. Geniale?


In principio fu il balsamo.
ho pensato a Mork che sedeva a testa in giù sul divano.
e poi però ho capito il problema della semplificazione. c’è un errore mi sa, perché a me pare che il balsamo lo facciano a testa in giù, mentre lo shampoo no. c’ho 2 boccette di elvive sulla vasca, stesso marchio e stessa serie: perché lo shampoo è in su e il balsamo in giù? adesso me lo chiederò per sempre. aiutami!
Nano! Nano! Mitico Mork!
Ah, guarda, questa cosa degli architetti la sottoscrivo in pieno, se dovessi mai iniziare una raccolta di firme mi trovi pronta.
Per quanto riguarda lo shampoo (o balsamo? mi confondo), consiglierei a L’Oreal di cambiare designer, a testa in giù si rompe sempre il mezzo pallino che serve a sollevare il tappo.
Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
0_= e no..caro lei, ora le dico io come stanno le cose, aldilà della sua pur lecita abnorme premessa la devo mettere a parte del segreto della vita : i flaconi con il tappo in giù sono scivolosi sotto la doccia e immediatamente, alla prima faticosa apertura, rilasciano il contenuto PRIMA d poterci mettere la mano sotto e raccoglierlo nel palmo della mano , e questo, invariabilmente, SEMPRE ,irrorando ben altri bulbi piliferi.
Eh, ma gli altri bulbi piliferi andranno pur lavati……
[scusa, di solito leggo senza commentare, ma stavolta mi è scappata proprio, e ne volevo approfittare per dire che il tenutario di questo blog è un GEGNO!!!]
Tenutario è STUPENDO, da oggi lo userò sempre.
Da quest’osservazione, che sottoscrivo in toto, sortisce un nuovo post, dal titolo:
‘De Alabastri Ejaculatione Praecoci sive Insita Perfidia Vasi Unguentiferi”.
No, l’è che, questo blog, come tutti gli altri della WP, è ottuso nel sistema dei commenti. Cosicché, il mio commento, originariamente destinato all’utente dabodabo, è andato a finire sotto il commento del commento del commento, in un rapporto di subordinazione che non mi è del tutto chiaro. Questo dovrebbe disincentivarmi nella redazione di commenti.
approvo la replica al commento nonchè la gerarchia creatasi e ringrazio sentitamente ( se c’era da farlo in caso contrario la querelo)
la parte sugli architetti non mi e’ piaciuta!
Ma come? Per una volta che vi difendo, Francesco!
l’estro e la genialita’…. sembrano una presa per il culo… gli architetti sono una palla di tecnici… quando ci mettono l’estro fanno grandi cazzate…;)
infatti, io dicevo questo, l’estro e a genialità non erano riferiti agli architetti. Però lo vedi che siete piuli.
Il commento di “dabababo” è condivisibilissimo. Ancorchè utilissimo: attenzione sotto la doccia.
Genialmente rivelatore della diabolica perfidia dei produttori di schiumanti vari. Dietro la supposta “praticità d’uso” si nasconde l’auspicio che l’utilizzatore finale ne sprechi sempre un po più del dovuto. Ed io “sceccu comu sempri” meravigliato della genialità; credevo che la novità servisse solamente a far defluire più facilmente il contenuto solitamente denso. Mi ero pure complimentato cu sti ‘ngegni fenomeni di produttori, “sti profittaroli”.
Naturalmente Grazie Messer Ignatius!
Io mi chiedo perché di tante categorie professionali da utilizzare in questo post si sia scelta quella dell’architetto. Io mi chiedo veramente il perché. Ti prego di provare a riscrivere il medesimo post sostituendo tutto il paragrafo che parla dell’architetto con un altro professionista a tua scelta. Te ne suggerisco qualcuno: il medico di base, il medico specialista in quel che vuoi, il notaio, l’avvocato, l’ingegnere, il geologo. Prova, te ne prego.
Ovvio che chi ti scrive sia un architetto, stanca dei luoghi comuni che ormai fanno provincia e di una professione stupenda sulla carta, tanto appassionante da incartarsi con lo stesso papiro burocratico, fatta da clienti che non pagano, da lavoro che non c’è e di pochissimo rispetto.
Nessuno che sia laureato in qualsiasi area tematica ha poi un bonus in architettura. Io che sono architetto non so curarmi se non un raffreddore, io che sono architetto non mi posso difendere in sede penale o civile. Io posso solo sperare di fare l’architetto e non il tuttologo, come invece capita a chi crede che, abitando uno spazio, conosca le funzioni che a quello richiede e il modo stesso con cui abitarlo.
E chi ti scrive riconosce che talvolta siamo in grado di esprimerci alla Fuffas, ma chi ti scrive sa anche il dolore immenso per una professione che sta morendo per mille e più motivi.
Si tratta di chiedere alla gente: come volete vivere? Che cosa volete dalla vostra casa? Che cosa pensate di questo spazio? Che vita vi aspettate da esso. E va da sé che un geometra che non fa domande ma tira su partizioni con la spanna e con la luna del momento abbia maggiore successo, perché vi fa credere di essere un mero esecutore della vostra volontà. Vi sta solo rendendo felici e coglionati.
Avete mai provato un abito di alta sartoria e un vestito da ambulante cinese acquistato al mercato del venerdì? Il primo vi cade addosso in maniera naturale, quasi lo avessero cucito per voi, ha una stoffa morbidissima, una cura nelle rifiniture che impressiona; il secondo sa di container brutto e nero e vi farà puzzare come delle capre sarde sotto la calura estiva. È questa la differenza tra pensare e smettere di farlo e tra uno spazio pensato, e non per questo asettico, e uno vomitato.
Non ne facciamo una questione economica – ah, l’architetto costa troppo – o una questione estetica – i nani da giardino, le colonnine doriche, la cucina lilla, le false travi – perché non ne usciremmo vivi.
Ora prova davvero a dire a un medico che ti sta salvando la pelle o a un avvocato che ti salva da un inferno giudiziario, immeritato, che non ci ha capito un cazzo e non sa quello che sta facendo. Provate a dire loro che volete una cura bella o una causa che vi faccia risparmiare: volete la pelle salva, volete vivere e volete che quello che facendo funzioni e duri.
L’architetto disegna solo lo spazio, ma dovete viverci voi e sapere come viverlo. L’architetto è una persona che vive e respira, legge e si informa come il medico, l’avvocato e l’ingegnere. Non proviene dall’iperuranio, o dal cinema. È solo un uomo, solo un professionista.
E sia chiaro come il sole che l’architetto non è quello che sceglie i colori o che fa l’artista: tecnica, funzionalità ed estetica.
E sia chiaro che questo blog ci piace.
Ciao, grazie per il commento lucido, condivisibile e appassionato, ne approfitto per scusarmi con te e tutti gli architetti (Fra compreso) perché evidentemente mi sono espresso malissimo. Facevo l’esempio dell’architetto proprio perché consono a spiegare come spesso tutti noi (io di sicuro) diventiamo arroganti e ci permettiamo di esprimere pareri idioti su cose di cui non capiamo nulla (tipo, appunto, l’architettura). Dunque era un riconoscimento alla professionalità, spesso bistrattata, e alla pazienza, spesso sottovalutata, degli architetti quando si trovano a dover fronteggiare critiche idiote espresse da incompetenti che si ritengono molto acuti. Non so perché (colpa mia, di sicuro), questo mio pensiero è stato letto al contrario, da te e da altri. MI eserciterò per risultare più comprensibile. Grazie! E W gli architetti (e sopratutto le arci-tette).
Condivisibilissimo e scritto magnificamente! Bravo! [leggere Bravo con quell'accento italiano stentato degli Statunitensi quando dicono Bravo]
Devo dire che sono rimasto colpito dalle parole di questo post. Si tratta chiaramente di una posizione personale, che però mi rendo conto di condividere in pieno, come se le avessi scritte io stesso. Mi ha colpito la parte sugli architetti, che ancora mi trova d’accordo, su quella presunzione (da parte mia) di voler semplificare i concetti complessi di una materia complessa che troppo spesso si trasformano in un vizio di forma. Da studente di architettura, in piena crisi per quanto sopra, l’ho trovato interessante. Anche sugli artisti provo le stesse sensazioni, non saprei esprimerle meglio. Arte, intuizione e alla fine realtà. Concreta. Senza tante chiacchiere. Grazie.
Geniale questo post.
Sono stata indecisa se esprimere un’opinione, in effetti dietro c’è sempre una sorta di supponenza ( in me, per lo meno ).
Volevo buttarla sullo scherzo, mi viene più facile, e proporre uno dei tanti video esilaranti di Crozza su Fuffas.
Poi sono arrivati i commenti di Fra, di leocarine, di Samuele. Le precisazioni di O’Reilly.
Qui c’è poco da scherzare. Perché gli architetti sono stati presi come modello negativo, in fatto di estro e creatività scollegati dalla tecnica e dal mondo che li circonda? Se non dal nostro tenutario, da Crozza, da Grillo, da molti di noi?
E allora faccio la seria, o almeno ci provo ( va detto che ho pensato spesso di prendere una seconda laurea in Architettura, non so se è una scusante o un’aggravante ):
http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-05-02/chipperfield-architetti-lasciamo-casa-153808.shtml?uuid=Ab4bvfWF
Approvo,quasi, tutto. Non ti scusare con gli architetti, quelli bravi(tanti) non si offendono, i Fuffas, ne conosco personalmente alcuni, si offendono a morte…ma questo vale per i professori…per gli infermieri…per gli idraulici…per gli artisti, ci sono Fuffas in ogni professione. Ho una brutta notizia, tenutario… sei un vero artista. Artista è chi padroneggia una tecnica, un sapere e ne trae qualcosa di diverso, originale e godibile…insomma…chi con farina, acqua, sale, zucchero, lievito(madre) crea una brioscia col piripicchio è artista o no?
Le tue brioscie sono buone e ne godiamo in tanti, rassegnati…
Chissà che shampoo usava:
p.s. buon week end soprattutto alle arci / archi – tette!
Quest’uomo glabro e liscio come un pupo… Ho cine-ricordi decisamente più coinvolgenti di Banderas in un film 90′s di cui ricordo poco se non la doccia di lui ombroso e lungocrinito (era anche sospettato dalla sua bella di esser lui l’assassino, ma invece no che non lo era).
Perfettamente fuori tema, cercando immagini della camicia con elefanti di Moretti di cui parlava la Soncini su D di oggi, sono incappata in questo (da qui ai sessanta e oltre c’è speranza per tutti, non sembra poi così depresso):
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/la-metamorfosi-di-nanni/2182403
P.S. Devo immaginare che le arci-tette siano coloro con dono (naturale o meno) quantitativo e non qualitativo, insomma non coppa da champagne ma bocce tout court?
Beh, beh, beh.
Già il video su Richard Gere era fuori tema ( per quanto ), a dimostrazione che fare la spiritosa è più forte di me.
Non la voglio quindi fare lunga, però qui non ti seguo più, ci sono i gusti diversi, vero, ma anche cose incontrovertibili.
Tipo il sorriso e la ‘camminata’ ( per non dire altro ) più arci – sexy della storia del cinema.
p.s. a proposito di ‘arci’…
Essando una “madame L’Orèal” mi permetto di elucidare il mistero di Smilablomma:
se la L’Oréal assumesse al 100% questa storia del “sotto-sopra” l’etichetta sarebbe dritta e non sottosopra, invece al supermercato le bottigliette di shampoo, come afferma Smilablomma, sono collocate come tutte le altre, poi a casa se vuoi le metti sottosopra…. è una questione di densità: se fossero messe con il cappuccio in basso la gente sentendo l’odore si sporcherebbe perché la consistenza dello shampoo è troppo liquida, stesso motivo per cui i primi due terzi dello shampoo possono rimanere con il tappo in alto, se ne prendi una nuova e la apri in basso, come ha scritto Babodabo, ne sprechi un sacco …. verso la fine invece ha una logica.
Funziona invece con il balsamo che ha il tappo sotto ed è esposto effettivamente in questo modo, perché il balsamo ha bisogno della pressione per scendere e quindi non si rischiano incidenti….
per concludere, esteticamente, L’Oréal ti fa credere che puoi posarla solo da un lato ma non è vero, se ci provi anche la parte alta funziona per far stare in piedi la bottiglietta …. è necessario per le fabbriche perché quando si riempiono i flaconi devono stare per forza con il tappo sopra.
Clap clap clap …. grazie grazie …. per una volta essere una moglie L’Oreal mi è servito a qualcosa.
P.S.: il flacone con il pallino sul tappo non è Elvive ma Fructis di Garnier (che comunque appartiene anche a L’Oréal).
Premesso che non sono tenutaria (!) tettifera ne’ dell’una ne’ dell’altra categoria, ma mi credo afferente ad una terza non meglio identificata (forse fuorigioco con evidente complesso di peter pan?), ne segue, seppur con scarsa logica:
che a Richard preferisco Braccobaldo Bau, quantomeno dotato di un “tender smile” difficile da dimenticare,
che temo di essere piuttosto esigente in materia estetica, di certo in modo molto personale quanto ineludibile,
e che questo vale in materia di uomini quanto in materia architettonica (ma sono spietata anche e soprattutto con me stessa).
Infine, se avessi avuto voglia di scrivere da assoluta profana di cose serie (ma ultimamente non molto), avrei di certo espresso quanto penso non tanto degli architetti in genere, quanto di taluni responsabili dei progetti architettonici del famoso restante 99,9% citato dal tizio (Chipperfield?), con particolare menzione (ma non d’onore) a quanti hanno progettato e edificato negli anni che vanno fra i ’70 e gli ’80 l’INQUALIFICABILE, ovvero la casa in cui mio malgrado vivo.
Insomma, passando giusto di sguincio per un periferico sentierino filosofico, qualcuno potrebbe spiegarmi perché mi trovo, seppur incidentalmente, ad abitare una casa il cui progetto non persegue neanche molto molto lontanamente l’idea del bello?
In quale modo questo cemento a vista, queste basi di palafitta e queste squadrature da alveare falso-democratico potrebbero elevare le vite mediocri di quanti ci vivono verso più alte aspirazioni?
” Mistero, disse lui. E poi, come prima: – Comunque -
Era un’espressione che avevo sentito usare piuttosto spesso da bambina, pronunciata con quello stesso tono di voce. Era un ponte tra una cosa e l’altra, o una conclusione, oppure un modo per comunicare qualcosa che non poteva essere formulato o pensato più compiutamente.
- Comunque, i misteri, come i pozzi, sono solo dei buchi neri in terra, comunque -
Quella fu la risposta scherzosa”. (Alice Munro, Ortiche, da Nemico, amico, amante).
p.s. comunque…
Quasi una settimana di pausa. Sono preoccupato.
Comunque… O’Reilly, passi per lo studio che è ben altra (e alta) motivazione, ma abbandonarci così per delle partite di calcio… (e lo so, sono tante…) almeno per un po’, fai una pausa, e, se puoi, falla prima dell’arrivo dei venti africani (che dopo temo sarà una fatica anche premere il bottone di accensione del PC)…
Qui ci sono potenziali lettori delusi che nell’impazienza si urticano la pelle rotolandosi nelle ortiche. E tu hai delle responsabità in questo, non puoi ignorarlo e, soprattutto, non puoi ignorarci stando tutto il giorno a sollazzarti con la visione di quei cosciotti muscolosi, questo proprio no…
mah… secondo me leocarine fa un discorso pienamente condivisibile. L’unica cosa che mi lascia perplesso è perché si scalda tanto per questo post, che altro non fa che difendere gli architetti. verrebbe da pensare che non ne abbia ben afferrato il significato. verrebbe quindi da chiedersi se questo sia in relazione con la sua professione
Il motivo della difesa di una professione che amo e che rispetto è scritto in quel mio commento.
Ho ben compreso che non si tratta di un filippica contro gli architetti, bensì di un esempio che da negativo volge al positivo, dal qualunquismo di una critica semplice al riconoscimento di una professionalità che può essere condivisa o meno nelle scelte che essa compie. Ma essendo per la mia categoria un momento disperato, cerco di difenderla strenuamente e con passione, nonché di praticarla con serietà.
Credo che sia abbastanza facile usare la categoria dell’architetto (perché erroneamente siamo visti come artisti e non come tecnici), si dovrebbe provare a fare quanto suggerisco: cambiare il senso del post con un mestiere altro.
Quanto all’esprimersi sulle mie doti di comprensione del post e del mio lavoro credo l’altrui giudizio in merito sia una valutazione simile a quella riportata nello scritto.
“Ti viene da dirgli ma proprio non capite una mazza, voi architetti, eh? Pensate tanto all’architettura che non vi accorgete che poi dentro questo palazzo la gente ci deve abitare? […] L’architetto lo sa benissimo che dentro quel palazzo poi la gente ci deve abitare. Ci pensa giorno e notte, che dentro quel palazzo poi la gente ci deve abitare. Siamo noi che, spiazzati dal suo molto pensare a soluzioni per l’abitare della gente in quel palazzo, reagiamo con questa presunzione di “semplice” genialità.”
E anche in questo caso ci siamo fermati alla presunzione di comprendere gli altri, le loro ragioni e il loro mestiere, ma resta appunto una presunzione semplicistica e polemica. Non si può dire che questo post non faccia quello che prometta: far riflettere.