Feed RSS

Archivi del mese: giugno 2012

Tre coincidenze olfattive quantomeno sospette (un post per stomaci forti)

Inserito il

Una cosa francamente intollerabile della postmodernità è la cosmesi alimentare (trovo questa definizione uno dei pochi parti brillanti della mia mente altrimenti ottusa, per cui invito la comunità italofona a farne largo impiego e diffonderla in ogni contesto, anche a sproposito, tipo: “Togliti le dita dal naso, che poi ti viene la cosmesi alimentare”).

Con tale espressione si intende qui designare l’insieme di tutti quei disgustosi prodotti da reparto profumeria (doccia schiuma, shampoo, lozioni solari, profumi, saponi, salviette imbevute e quant’altro possa ospitare l’armadietto del bagno) che odorano di materiale edibile (frutta, spezie e cibo in genere).

Il fatto è che il profumo delle cose da mangiare e quello delle cose con cui lavarsi sono ontologicamente opposti. Lavarsi con qualcosa che olezzi di cibo è quindi una pratica che contraddice se stessa. Una di quelle azioni che si autoannullano. E infatti ce lo insegnano sin da bambini: hai mangiato una pesca? Vatti subito a lavare le mani e il muso, altrimenti resti sporco di pesca e fai odore di pesca. Quindi com’è che adesso salta fuori che ci dobbiamo lavare con le pesche? Sarebbe come dire che lavandoti ti sporchi e sporcandoti ti lavi. E se siamo al punto che i due gesti si equivalgono, questo può voler dire solo una cosa: siamo entrati nell’epoca del nichilismo igienico.

Eppure sarebbe banale comprendere come l’innegabile buon profumo della vaniglia non ci autorizzi affatto ad adoperare tale  fragranza per detergere il derma, perché, se è per questo, anche la sarda alla beccafico ha un buonissimo odore, ma voi ci salireste su un autobus in cui anche solo uno dei passeggeri avesse applicato alle proprie ascelle un roll on al pesce, pinoli e uva passa?

La pratica di aromatizzare i cosmetici col cibo va per tanto messa al bando, e pure in tempi brevi, altrimenti si rischia il futuro sdoganamento di bagni schiuma al filetto Wellington e dentifrici alla crema catalana (non è da ritenersi improbabile che prima o poi a uno stilista di grido possa venire in mente di lanciare una linea simile. Poi basterebbe che Carla Bruni se ne spruzzasse due gocce dietro le orecchie e ci ritroveremmo tutti a odorare di piatti sporchi, convinti che sia una cosa trés chic).

Oltretutto noi umani siamo già soggetti a imprevedibili equivoci tra le cose e il loro odore. E la confusione genera sempre mostri.

Per convincere anche i più scettici,  ecco qui di seguito tre esempi di odori inspiegabilmente gemellati tra loro, già forieri di disgusto senza che l’uomo vi abbia dovuto interferire con le proprie arti:

1) Cipolla/ascelle sudate.

Non tanto quando viene fritto o soffritto, ma proprio quando viene fatto appassire in padella (specie se si tratta del tipo dolce) l’odore di tale ortaggio collima al cento per cento con quello delle nostre cavità toraciche. Sarebbe da promuovere uno studio di laboratorio che verificasse il quantitativo di patrimonio genetico condiviso tra la cipolla bianca e i bulbi piliferi dell’ascella umana. I darwinisti più convinti sospettano da sempre forti legami di derivazione.

2) Tappo della birra Heineken/vulva durante il secondo giorno del ciclo.

Non la birra. E neanche la bottiglia. E neanche tutti i tappi. Ma quel tappo di quella marca lì sì, sembra proprio ripassato nel sangue fresco (che poi gli si è coagulato sopra durante la permanenza in frigorifero formando una specie di gelida pellicola non più rimovibile). Non essendoci una spiegazione razionale, si può solo supporre l’esistenza di una catena di montaggio composta unicamente da donne olandesi in pieno marchese, le quali, prima di sigillare il contenitore, umettano il tappo nella menorrea sorridendo di dolce vendetta, un po’ come quando il pasticcere scatarra nella torta di compleanno di quel bambino capriccioso che gliel’ha ordinata senza canditi, senza panna, senza liquore…

3) Sabbia di spiaggia pubblica/scoppolatura (pagina 777 per non siculi: residuo di liquido seminale che dopo l’eiaculazione rimane a essiccarsi nell’interstizio concentrico al di sotto del glande, ma solo quando abbia raggiunto consistenza solida e si sia tramutato in nanoparticelle di polvere bianco-giallastra).

Spesso dopo avere tuffato la mano nella rena, si portano le dita al naso e si avverte lo stesso odore di peccato che salta alle narici dopo gli atti impuri di tipo onanistico. Forte è il sospetto che in inverno e in primavera (ma anche nelle torride notti d’estate) la sabbia venga adoperata per fini diversi da quelli balneari, e che dunque - oltre che da quelle minerali canoniche - risulti ormai arricchita anche da sedimentazioni umane.

Se non si vuole dunque correre il rischio di ritrovarsi a copulare con un tappo di bottiglia e condire la salsa di pomodoro con ciuffi di peli umidicci, sarebbe buona norma tenere separati gli ambiti olfattivi, sempre e comunque. Se poi quando siete al mare vi ostinate a volervi spruzzare la protezione solare al miele d’acacia, almeno non lamentatevi delle api.

E pucciamolo nell’Irish Coffee

Inserito il

È che a scrivere certe cose uno poi se ne pente, però vabbe’. Il Post di Luca Sofri se ne è uscito con questo video dei tifosi irlandesi che – quale che fosse il risultato (è stato una sconfitta tre volte su tre) – più o meno a fine partita intonavano Fields of Athenry abbracciandosi.

La trovata (come sempre, nel caso del post) è molto carina, e infatti ha funzionato e il video ha cominciato a impazzare sui social network. Lo spirito con cui viene condiviso è più o meno questo: italiani, guardate gli irlandesi e imparate cos’è un tifoso di calcio e un appassionato di sport in generale. Pur avendo in grande simpatia gli irlandesi (specialmente quelli da stadio) e in scarsa gli italiani (specialmente quelli da stadio) stavolta siamo di fronte a una odiosa disparità di trattamento. Fondata sugli stereotipi.

Gli italiani sono dei traccheggioni piagnoni. Gli irlandesi dei leali guerrieri.

Ora, questi leali guerrieri si ampriacano con una certa frequenza: la ciucca gli può prendere molto bene (si picchiano a bottigliate) o solo così così (si abbracciano e cantano). Il motivo di questa fratellanza sugli spalti è dunque da ricercarsi principalmente nell’ottimo servizio d’ordine, che vigila affinché l’ebbrezza non sia di veicolo verso la gioia mistica (quella delle mazzate). Vediamo allora nel dettaglio il testo di ciò che cantano:

Vicino a un solitario muro di una prigione

Ho sentito una giovane ragazza chiamare:

“Michael, ti hanno portato via,
perché hai rubato il granoturco di Trevelyn
Perché i bambini potessero vedere l’alba
Adesso una nave prigione attende nella baia”

Ritornello:
Sono lontani i campi di Athenry
Dove una volta guardammo gli uccellini volare
Il nostro amore era “sull’ala”
Avevamo sogni e canzoni da cantare
È così solitario attorno ai campi di Athenry.

Vicino a un solitario muro di una prigione
Ho sentito un giovane uomo chiamare:
“Non importa, Mary, quando tu sei libera
Contro la carestia e la corona
Mi sono ribellato, mi hanno fermato.
Adesso devi crescere i nostri bambini con dignità”

(Ritornello)

Vicino a un solitario muro di un porto
Guardava l’ultima stella cadere
Quando la nave prigione partì verso il cielo
Così visse sperando e pregando
Per il suo amore in Botany Bay (il posto dove portavano i prigionieri)
È così solitario attorno ai campi di Athenry.

Un minimo di esegesi: l’Australia, si sa, venne popolata coattamente. Schiere di detenuti vi furono deportate in cambio di sconti sulla pena (o talvolta anche della libertà). Gli inglesi svuotavano così le proprie carceri e  riempivano di materiale umano (spesso irlandese: gli irlandesi erano poveri, i napoletani della Gran Bretagna) un enorme e ancora vergine continente. Il protagonista del canto in questione è quindi un galeotto in procinto di essere imbarcato per il nuovo mondo. Naturalmente professa la sua innocenza (ha rubato per sfamare i pargoli) e la famiglia ne piange l’iniqua condanna. Musicalmente si tratta, non v’è dubbio, di un’autentica lagna. La melodia su cui si innestano questi versi melodrammatici è poi una vera e propria nenia. Ora: non è sorprendente come questo inno da stadio ricordi da vicino quelle nostre sceneggiate che avevano per protagonista un emigrante costretto a espatriare per la fame? Tipo, chessò, Lacrime Napulitane:

E nce ne costa lacreme st’America

a nuje Napulitane.

Pe’ nuje ca ce chiagnimmo ‘o cielo ‘e Napule,
comm’è amaro stu ppane.

Mme sonno tutt’ ‘e nnotte ‘a casa mia
e d’ ‘e ccriature meje ne sento ‘a voce,
ma a vuje ve sonno comm’a na “Maria”
cu ‘e spade ‘mpietto, ‘nnanz’ô figlio ‘ncroce

Oppure, in tempi più recenti, Nu Latitante:

‘Nu latitante è ‘na foglia ‘nto viente

nun po’ alluccà, nun po’ dì so ‘nnuccente

telefona a’ casa pe dì sulamente

prima ca è Natale vulisse turnà

Direi che mood e protagonisti si equivalgono. Solo che gli irlandesi, a cantare Fields of Athenry ci fanno la virile figura dei vichinghi, selvaggi ma leali, e finiscono sulla testata web più cool del momento. Se invece gli italiani avessero cantato O’ zappatore sarebbero partiti gli editoriali sul familismo amorale, il machiavellismo di ritorno, il particulare di Guicciardini, il melodramma di Metastasio e il piagnisteo italiota (e l’unico a parlarne bene sarebbe stato Biscardi).

Quindi non è tanto per difendere l’indifendibile (gli italiani da stadio, il loro calcio e il loro rapporto col calcio), ma giusto per amore di vera correttezza. Perché Il politically correct imperversante in questi giorni, secondo cui era “tipico italiano” anche solo pensare al biscotto, come se nel resto del mondo il calcio fosse retto da puri ideali sportivi e non da una manica di oligarchi russi mezzi mafiosi e vari altri comitati di avventurieri privi di scrupoli, è stato veramente fastidioso. Prodotti da forno come il biscotto potrebbero benissimo rientrare tra le specialità di molti paesi, oltre al nostro, ma il resto del mondo si comporta come se fosse al riparo da tutto, e reagisce con una sorta di indignazione bagnata nel sarcasmo. Questo atteggiamento mi ha smosso un po’ lo stesso sentimento (dicesi malo sangue) che mi smuovono i leghisti quando vanno in tv e dicono che la mafia da loro non esiste, e sono solo i meridionali che c’hanno questo problema delle infiltrazioni nella società civile. Ecco perché ieri sera avrei voluto cantare con gli irlandesi, abbracciarmeli come siamo soliti fare noi popoli lacrimevoli del sud (e quanto pare del nord) Europa, e poi sussurargli tra i singulti di commozione: “Oh, sempre occhio ai biscotti, però, eh”.

Tanto impastare per nulla

Inserito il

A pochi minuti dal fischio finale: il biscotto ci sarà. Oppure no. La cosa incomprensibile è perché paventarne l’eventualità sia da bollare come complottismo all’italiana. Secondo me c’hanno lavato il cervello: non dire biscotto altrimenti sei il solito italiano tutto piagnisteo e mandolino. È una minchiata. Il calcio è un mondo fetido: succede lo schifo dello schifo. Quindi cosa dovrebbe farci escludere la possibilita del biscotto? Una cosa tipo il codice d’onore dei malavitosi vecchio stampo, chessò, che non si toccano donne e bambini? Per cui arbitri chiusi dentro gli spogliatoi: sì. Milioni scommessi in  tabaccheria: pure. Ma biscotti no: sono contro la morale calcistica. Sembra anacronistico, per non dire insensato.

Però vabbe’, non è che sia importante. Perché il biscotto non è affatto un gesto antisportivo.

Antisportivo è falsare un risultato in nome di un interesse “altro”. Nel caso del biscotto, lo si fa perchè si vuole vincere una competizione, non per intascare dei soldi o favorire qualcuno. Sarebbe antisportivo se lo si facesse in una partita secca (in tal caso non si tratterebbe di un biscotto, ma di una banale partita truccata). Nell’ambito di un torneo, l’obbiettivo sportivo è vincere il torneo, non la partita. Per vincere il torneo non è necessario vincere la partita, ma superare il turno. Se per garantirmi il passaggio di un turno, e dunque la possibilità di vincere il torneo, è meglio pareggiare una partita anziché vincerla, ciò risponde a una logica sportiva (vincere), e non a una antisportiva (favorire interessi che non siano la vittoria). Non c’è niente di male a lavorare in un forno.

Ho ucciso paranoia, la mia concubina: 7 pezzi facili, troppo facili.

Inserito il

Non è che ci tenga a rischiare il processo per istigazione al suicidio, però siccome è un’estate un po’ cupa, mi è venuto di tentare col vecchio rimedio: spingere il malumore verso il parossismo e sublimarlo in musica con una bella playlist dalle atmosfere funeree.

E ora lo posso dire con certezza empirica: non funziona. La celebre teoria secondo cui solo toccando il fondo poi si risale non ha superato i test di  laboratorio. Si verifica esattamente l’opposto: ti accanisci negli scavi e finisci per pinneggiare a capofitto verso abissi insondabili. L’unica illuminazione che guadagni esplorando i fondali con le torce è questa: c’è poco da fare, le canzoni veramente tristi parlano tutte di amor perduto.

Cioè magari proprio tutte no, però le più tristi in assoluto sì. E siccome stai puntando dritto verso il fondo, non ha senso viaggiare leggeri. Ecco perché, pur essendo in una felicissima situazione sentimentale, mi sono legato alla cintura i piombi da sub e ne ho selezionate sette, tutte a tema di abbandono.

Nel vano tentativo di non scadere nell’arcinoto e allo stesso tempo di non arroccarsi nella torre del raffinato intenditore (sì, sono un intenditore, lo ammetto, però raffinato no), è venuta fuori questa top (ma forse sarebbe meglio chiamarla bottom) 7, frutto di sanguinosi tagli inferti col machete a una playlist assai più vasta (a suo tempo lugubremente intitolata L’equivalente per le orecchie di ciò che è una lametta per i polsi).

Se ora davvero qualcuno avesse il coraggio di scavarsi la fossa con i propri auricolari, segue elenco, (corredato da brevi glosse).

1) Quando l’amore se ne va, Edoardo De Crescenzo (dall’album «Ancora», 1981).
Voglio essere clemente e cominciare in maniera soft, altrimenti mi morite subito e perdo il gusto di torturarvi a lungo. Qua il titolo dice già tutto, per cui strofe e ritornello sono puro cascame didascalico. L’inizio ha però una sua potenza, con quel richiamo all’immagine del cane abbandonato (metafora che a quanto pare gli umani di sesso maschile ritengono da sempre la più adatta a raffigurare lo status di mollati). Certo che poi, se uno guaisce con quella voce lì, che da sola è già tutta un’orchestra (e manco si riesce a capire se è di cromosoma x o y) il dolore diventa una cosa sublime. Interprete inarrivabile (e inarrivato) della melodia italiana, in un magnifico ululato alla luna.
 
2) Nothing really ends, Deus (dall’album «Pocket Revolution», 2005)
Continuiamo in leggero crescendo. Disperarsi va bene, però magari con un po’ di classe è meglio. Il testo gioca su una certa dose di ambiguità: difficile capire chi sta lasciando chi (lui? lei?), ma il ritornello (Do you still love me?), con quell’implorare un’ultima danza (lui dice danza, ma chiaramente sta pensando pompino) pur sapendo benissimo che per lei non significherà niente, rientra a pieno titolo tra i topos dell’essere abbandonati al maschile.
3) Daniele Silvestri L’Y10 Bordeaux (in prova)Il suo nome (rispettivamente dagli album «Prima di essere un uomo, 1995, e «Il latitante», 2007)
Siamo alla mirabile sintesi di ciò che accade a tracollo avvenuto. Chi di noi, lasciato dalla zita, non ha ammorbato gli amici con le sue paranoie (dissimulando di volere ascoltare in cambio le loro)?. Le canzoni sono due, ma è come fossero una sola: stesso tema, declinazione diversa. Impossibile scegliere.

4) Lilac Wine, Jeff Buckley (dall’album «Grace», 1994)
 Di Lilac Wine si potevano scegliere tremila versioni. Però questo è Jeff Buckley, cioè uno che quando piangeva (e piangeva spesso) lo faceva con i singulti più soavi mai emessi da corde vocali umane. È così nera, tetra, ubriaca e stordente che a un certo punto schiacci play perché pensi ti aiuterà a trovare il coraggio di metterti la famosa pietra al collo. Poi quando sei lì lì per saltare la balaustra con lo stesso entusiasmo liberatorio di Nino Castelnuovo nella pubblicità dell’Olio Cuore, ecco che invece ti salva la vita. E non salti più perché altrimenti poi come faresti a riascoltarla? Uno dei motivi per cui vale la pena vivere (soffrendo).
5) Lasciarsi un giorno a Roma, Niccolò Fabi (dall’album «Niccolò Fabi», 1998)
Ai tempi di quest’album (e di questo Sanremo) Fabi veniva snobbato: un cantautore da poster in cameretta per ragazzine brufolose. Poi qualcuno rivelò al mondo che era un filologo romanzo con tanto di dottorato e si cominciò a dargli credito. E in effetti solo da un erudito  poteva venire l’onestà intellettuale necessaria per sfatare un tabù: lui non solo la molla, ma la tratta pure male (calci in faccia, addirittura). Perché una cosa che nelle canzoni sull’abbandono nessuno osava mai dire è che loro (gli abbandonati) sono una indescrivibile rottura di coglioni e si finisce per detestarli più di quanto li si è amati. Composizione priva di difetti, equilibrata e inattaccabile: a un testo da stronzo, corrisponde un mood musicale tristissimo e ritmato. Un vero e coraggioso innovatore.
6) Zanzibar, Hoodoo Gurus (dall’album «Stoneage Romeos», 1984)
Se  proprio sono costretto a sintetizzare: lui rincontra un amore perduto e presunto esotico (“Non ci siamo già visti a Zanzibar, noi due?”), però lei è così stronza che quasi non la riconosce più. La guarda, la riguarda, rievoca i giorni felici di quella vacanza, ma proprio non si fida: lei non è chi dice di essere. O forse no, non è vero niente: questi due non si sono mai visti prima e lui la sta abbordando sul momento: che differenza fa? Comunque sia, dopo una battuta da musicista sullo ska che proprio non c’entrava niente, stupenda e raggelante, ci si immagina subito la scena di lei che lo prende per il cialtrone che è, mollandolo lì, da solo, a rivolgere a se stesso l’ultimo paradosso di una canzone sfocata come un miraggio nel deserto:  Mai stato a Zanzibar. Troppo lontano. Tu non sei chi dici di essere.
7) Se adesso te ne vai, Massimo Di Cataldo (dall’album «Anime» ,1996)  
Sarà (no, va bene, non sarà: è) pure un tamarro come pochi, però meglio di lui non l’ha detto nessuno: pane al pane, vino al vino, buttana alla buttana. Che vuoi? Che rimaniamo pure amici? Staminchia, io ti odio. E ora chiudi la porta, che stavo facendo il record alla playstation.
Due extra, con glossa minima, perché già concepite in forma di racconto:
1) Bonus Track:
Late for the sky, Jackson Browne (dall’album «Late for the sky», 1974)
 Un testo che sembra la trascrizione del classico, lungo e insensato discorso che ci si prepara a casa per giorni quando si vuole lasciare qualcuno. Ad ascoltarla viene subito in mente la scena del conte Mascetti che tenta di abbandonare la giovane Titti  in Amici Miei. Poi però arriva uno degli assoli di chitarra più struggenti del secolo, si fa pace e si rimane amici.
2) Ghost Track:
 Another Lonely Day, Ben Harper (dall’album «Fight for your mind», 1995)
Voce, chitarra e basta. Ma voce e chitarra di Ben Harper, che con la chitarra ci parla e con la voce ci suona. Umile, dimessa, ma costruita su una serie di climax emotivi perfetti. Se le donne avessero un cuore, ascoltandola tornerebbero all’ovile.

Nel prossimo numero, allegato omaggio: un pratico cappio con nodo scorsoio già pronto.

Contributo per una sociologia d’accatto

Inserito il

Per alcuni potrebbe risultare un argomento esoterico, una cosa per iniziati, però non mi va (e sopratutto non ne sono in grado) di scrivere un preambolo su cosa sia il neomelodico e quale livello di penetrazione sociale abbia raggiunto nel sud (e nel nord) Italia, tanto come fenomeno musicale quanto come generico stile di vita.

Scrivo quindi questo post solo perché – a causa del quartiere in cui risiedo e della scuola in cui a volte insegno (mica sono meriti personali, questi, eh) – posso affermare con una certa cognizione di causa che spesso il mondo ci mente sapendo di mentire.

Per esempio, le superclassifiche che si vedono a Top of the pops o si leggono su XL di Repubblica sono colossali e artificiose bugie, e l’anno scorso il pezzo più scaricato, diffuso, ascoltato, ballato e cantato presso vasti settori della popolazione – urbana e rurale-  è stato La ragazza con la smart, di Mimmo De Rosa (qui con testo in sovrimpressione).

Il successo di questa canzone era prevedibile, ma è stato tuttavia vissuto come un exploit da outsider (o per lo meno venduto come tale).

Pregio fondamentale della composizione era che testo e musica fluttuavano con grazia sospesi sul labile confine che separa lo spontaneo dal banale (che in pratica è il segreto di ogni tormentone).

Chi compone canzoni neomelodiche ha di norma due spauracchi: il manierismo e l’orecchiabilità. Il primo va evitato, perché banale va bene, già sentito va benissimo, ma le variazioni ardite sul tema rischiano di rendere tutto troppo cerebrale per il (poco raffinato) uditorio di riferimento e consegnare il pezzo all’oblio di quartiere. Il secondo invece va perseguito a tutti i costi.

La ragazza con la smart, in felice equilibrio, fa subito centro presso gli appassionati del genere. E costituisce anche una base documentale molto appetibile per chi come me adora fare sociologia d’accatto ed esporre argomentazioni fallaci. (Dichiaro dunque con candore il mio intento: utilizzerò  questa canzone come fosse una solida portaerei da cui far alzare in volo tutto uno stormo di minchiate).

Spesso si leggono articoli ben argomentati che documentano come certe tendenze sociali (una su tutte la moda) seguano un andamento eccentrico (nel senso letterale del termine): borgate e periferie – nei ghetti d’America come in quelli d’Italia- tirano fuori vestiti, accessori e atteggiamenti a essi correlati, tutti abbastanza eccessivi (quando non esplicitamente pacchiani o volgari) che poi finiscono per imporsi come modello da ricalcare per la upper class che popola i centri e i quartieri residenziali delle città. Stiamo parlando, a volere fare un esempio classico, di stilisti tipo Roberto Cavalli, che in pratica patinano un poco la cafonaggine e la rivendono a migliaia di euro da dietro una vetrina antiproiettile, facendo contenti sia i borgatari aspiranti fighetti che i fighetti aspiranti borgatari. E fino a qua ci siamo, giusto?

La ragazza con la smart però rispetto a tutto questo è molto spiazzante. L’ambientazione è chiaramente periferica (è ‘a chiù bella d’o’ rione) e ci muoviamo tra il supermercato, il parcheggio e le case popolari (dalla cui finestra  il cantante/stalker la spia, non si capisce se con finalità di stupro – vedi il verso ‘a voglio, ‘a desidero o di primo contatto). Eppure la ragazza, lungi dall’essere connotata borgatariamente,  è descritta – a sorpresa-  tramite gli stilemi della radical-chic.

1) Ha una smart, cioè una macchina piccola (dunque apparentemente dimessa: un’utilitaria), ma molto costosa (è in pratica la linea economica della Mercedes Benz)

2) Di giorno è una studentessa (fa la ragioneria), ma la sera si guadagna da sola (quindi non è viziata e non la mantengono mamma e papà coi proventi dello spaccio) i soldi per le rate della vettura (a bordo della quale – tutto il sottotesto ce lo urla con chiarezza –   lo stalker fantastica di uno scomodo ma appagante  amplesso) lavorando in discoteca.

3) È sexy come una velina, ma è semplice e sincera (corpo da favola/aspetto acqua e sapone, e varie altre dicotomie paradigmatiche)

Nonostante i media la abbiano occultata fino a farla sparire, con questa hit siamo di fronte a una mezza rivoluzione.

Ci svela infatti che il borgataro è vittima di un desiderio perfettamente analogo a quello del fighetto, e sogna dunque  anche lui di non apparire più come il fighetto che è (diventato): l’understatement e il low profile sono cioè ormai patrimonio delle periferie tanto quanto lo sono dei centri. Vi pare niente? In un paese in cui gli ascensori sociali sono perennemente  guasti tutto questo è molto sorprendente.

Ora, provando a dirlo meglio di sicuro lo dirò ancora peggio, ma la domanda è questa: se tra centro e periferia esiste un’osmosi sociale del gusto, com’è che siamo così a compartimenti stagni in tutto il resto? Sul piano dei consumi (e dell’immagine di noi che intendiamo dare  con i consumi) ad ascoltare questa canzone il livellamento sembra essere ormai completo. Perché allora siamo così immobili?

Può darsi che la risposta abbia a che fare con un’altra domanda: com’è che classi sociali agli antipodi sono in grado di soddisfare economicamente desideri identici? Per rispondere a questa, si intuisce che sarebbe opportuno analizzare il doppio canale economico vigente da sempre in questo paese: quello ufficiale e quello non ufficiale, che si sono ibridati tra loro più e più volte fino a non potersi più distinguere.

E qua ci vorrebbe uno serio, che io la portaerei l’ho già ampiamente affondata a forza di farci sopra atterraggi d’emergenza.

Questo post doveva parlare di come tutti ci riteniamo esperti di politiche monetarie e di crisi economica senza neanche essere CT della nazionale, ma in realtà analizza il design di alcune nuove bottiglie di shampoo. (Ah, l’ultimo paragrafo è odiosamente paradossale e nega ogni cosa detta in precedenza, quindi è anche un post vigliacco che non si prende nessuna responsabilità).

Inserito il

Qualcuno a un certo punto ha fatto questa cosa geniale (lo dico alla fine qual è, altrimenti mi confondo), e non lo so se è gli è stato tributato il giusto onore che si deve al genio.

Viene da pensare la classica cosa che si dice sempre a proposito delle vere innovazioni, e cioè che solo uno totalmente addentro al sistema vigente, padrone delle regole e capace di usarle alla perfezione, a un certo punto può avere quel guizzo che gliele fa sovvertire. La vecchia faccenda che le regole le puoi dimenticare solo dopo averle imparate, insomma.

Io non lo so se è veramente così, però mi piace tantissimo crederci, perché crederci significa dare una possibilità democratica al genio: la trovata brillante arriva solo dopo che hai studiato tanto, hai imparato, ti sei impastato con la materia del tuo mestiere fino a ricoprirtene la pelle. Insomma, se ci lavori, magari a un certo punto te ne esci con una cosa strabiliante. Però, appunto, non lo so se è così.

Magari la cosa strabiliante la tiri fuori guardando dall’esterno quello che tutti guardano troppo da vicino. Questa spiegazione della genialità però non mi piace, mi mette ansia: secondo me apre la porta alla presunzione, alla saccenza e anche all’ignoranza pura.

Perché alla fine quanti geni ci possono essere al mondo? Pochi, pochissimi, no? Quindi questi qua che guardano la cosa dall’esterno e poi sparano subito la soluzione, saranno per la maggior parte animali quadrupedi che si credono geni. E la cosa fa temere per il destino del mondo. Voglio dire, con che faccia di fronte a  gente che vive immersa nel proprio settore per anni, uno può permettersi l’arroganza di guardare tutto da fuori e dire una cosa tipo vabbe’, ma mica si fa così come fate voi, non c’avete capito niente, non lo vedete che dovete cappottare tutto? Sì, per carità può pure capitare, ma è una cosa tremenda, quando capita, perché la fiducia nella competenza viene meno. E allora ci sentiamo tutti autorizzati a dire la nostra su questioni di cui non sappiamo nulla: in pratica, questo crollo di fiducia nella competenza ci autorizza ad avere quelle cose orribili che sono le nostre opinioni, e magari sentirci pure geniali mentre le esprimiamo.

Se parli con un architetto la senti spesso montare dentro di te, questa sensazione di ignoranza onnipotente. Ti viene da dirgli ma proprio non capite una mazza, voi architetti, eh? Pensate tanto all’architettura che non vi accorgete che poi dentro questo palazzo la gente ci deve abitare? Ecco, è una tendenza mostruosa, quella che ti fa dire queste cose. Ti fa ritenere tanto più sapiente quanto più sei ignorante. Io, poi, sono presuntuoso per natura, quindi soccombo spesso, spessissimo a questa tendenza mostruosa. Mi accanisco, mi sento dalla parte della ragione, il senso di realtà subentra solo molto tempo dopo, quando penso a quanto sono stato una bestia inumana a pensare quello che ho pensato. [Per fortuna quelli che mi conoscono lo sanno (o se non lo sanno sono pazienti di natura), che dopo mi pento. In qualche modo devono avere compreso che la mia modalità di conoscenza passa da questa fase di sprezzante superbia. E magari aspettano qualche giorno a depennarmi dalla rubrica del telefonino.] Per completare il discorso con l’esempio dell’architetto: la coscienza di avere detto delle bestialità arriva quando ti rendi conto di avere rimproverato all’architetto una cosa impossibile da rimproverargli. L’architetto lo sa benissimo che dentro quel palazzo poi la gente ci deve abitare. Ci pensa giorno e notte, che dentro quel palazzo poi la gente ci deve abitare. Siamo noi che, spiazzati dal suo molto pensare a soluzioni per l’abitare della gente in quel palazzo, reagiamo con questa presunzione di “semplice” genialità: svegliati, architetto, hai forse dimenticato che costruisci palazzi per farci vivere gente dentro? Ecco, l’architetto potrebbe benissimo azziccarti una gran tumpulata, darti del deficiente arrogante e mandarti affanculo. Ma siccome c’è abituato, spesso non lo fa, e magari ti asseconda (così risparmia tempo ed evita di prendersi quattro aulin per il mal di testa quando torna a casa), e questa cosa ti danneggia, perché in questo modo tu non ci penserai neanche, che devi sentirti un deficiente per la cosa che hai pensato di lui e dell’architettura.

Allora, quando non sono in preda ai miei deliri di presunzione e recupero un minimo di lucidità, mi accorgo che mi dà molta più fiducia nel genere umano ritenere geniale quell’individuo che dopo conoscenze approfondite e molta esperienza nel suo settore riesce a guardare da fuori questo suo settore e uscirsene con un’alzata d’ingegno. L’idea che invece alla base dei colpi di genio ci siano l’estro, l’ispirazione, le intuizioni magnifiche che accorciano il percorso della conoscenza e fanno pervenire a soluzioni brillanti quasi senza sforzo, basandosi solo sull’istinto e la folgorazione, la accetto a malincuore. E comunque mi deprime un po’.

Mi fa pensare all’artista. E io l’artista lo odio.

L’artista è quello che viene da te e ti dice: no, no, nossignore, ora ve la spiego io questa cosa qua, perché voi non l’avete capita, e non l’avete capita perché, ok, sì, forse sì, avete tanta competenza in materia, magari molta più di me, però non avete il guizzo, il lampo del pensiero che ho io, che a me me l’ha data la natura questa capacità di vedere dove voi invece guardate, quindi adesso ascoltatemi.

Io l’artista lo odio perché mi rivedo in questa tendenza a sovrastimare la propria capacità intellettiva e liquidare tutto con un’opinione, la mia, ritenuta più valida perché intuita con velocità, così immediata da porsi come lampante, e dunque vera, e dunque da adottare ora, subito, adesso.

Quando vengo colto da questi raptus di semplificazione, faccio come gli artisti: mi affido all’immagine. Snellisco problemi enormi, cui la gente ha dedicato il proprio lavoro e la propria intelligenza, con la presunzione di dire: ma usate la testa, no?  L’ho capito pure io, che ne so un centesimo di quanto ne sapete voi. È semplice. Sì, semplice. Semplice ‘sta minchia.

Se fosse semplice, mica ci avrebbero lavorato tanto. L’artista che è in me pretende di svelare la semplicità, l’unità dietro il molteplice, la parte per il tutto e il tutto per la parte. Che schifo. Una cosa orrenda, l’opinione di uno che si crede intelligente.

Allora per guarire, mi comando di credere con forza a quell’altra strada, quella che ti dice: saperne più che si può, perché ad avere l’intuizione siamo buoni tutti. Il problema poi è verificarla, quest’intuizione.

Perché a verificarla, poi, entri in mezzo alle cose, e ti accorgi che quella semplicità, quell’immagine, era illusoria, apparente, e bisogna cominciare a mediare con la realtà, sporcare quell’intuizione con i dati del sensibile, venire a patti con le regole che si pensava di potere cestinare con un atto rivoluzionario e invece no, non si può, perché sono lì per tutta una serie di motivi, magari nient’affatto intuitivi, e che – appunto perché non lo sono – la tua intuizione non vedeva, non poteva vedere.

Ecco, io il motivo per cui soltanto da qualche anno le industrie di cosmesi hanno cominciato  a produrre bottigliette di shampoo che abbiano per base la parte col tappo e non viceversa voglio spiegarmela così. È una cosa che pensavo da sempre, da quando per la prima volta mi sono insaponato la testa da solo: ma perché caspita non li fanno al contrario, questi schifo di flaconi, così lo shampoo scende giù per caduta e non devi stare là a capovolgerli e aspettare mezz’ora e poi spremere e strizzare per farne uscire qualche goccia.

Però evidentemente c’è voluto molto, moltissimo studio e applicazione, decenni e decenni di shampoo, per arrivare ad accorgersi che bisognava modificare il design delle bottiglie, e farle più larghe e spaziose dove c’è il tappo e più strette invece sul collo, così che possano stare esattamente al contrario di come le abbiamo sempre appoggiate. E mica ci sono arrivati tutti. A voglia a studiare: il colpo di genio arriva solo ad alcuni. E praticamente di flaconi fatti così, al supermercato trovi solo quelli della L’Oreal (serie Elvive). Sì, alla Pantene hanno fatto un tentativo, ma troppo timido per essere rivoluzionario: base e tappo sono larghi uguali e puoi decidere se appoggiarli in piedi oppure capottati. Non è abbastanza. Non è genio. Il genio è quello della Elvive, perché ti dà un’indicazione chiara di come deve essere posizionato il flacone quando lo metti sulla mensola della doccia. E con L’Oreal non puoi sbagliare, lo vedi: il tappo fa da base, lo shampoo scorre giù subito.

L’umanità si è liberata da una convenzione insensata, fondata su quel retrivo pregiudizio antropocentrico e antropomorfo secondo cui i flaconi di shampoo dovevano abitare il mondo nella stessa posizione in cui lo abitiamo noi: testa su, piedi giù. Una dittatura culturale spaventosa, un modello tirannico che ci ha oppresso per anni, senza che neanche ce ne ne rendessimo conto. E ora, come d’incanto, qualcuno ha finalmente visto come stavano davvero le cose e le ha riportate alla loro funzione originaria. Ha capito che era solo un condizionamento, che gli shampi non hanno motivo di avere testa e piedi come ce li abbiamo noi. E ha tirato fuori la miglioria. Semplice, sì. Forse pure intuitiva. Geniale?


Dell’avere un blog inutile tipo questo

Inserito il

È che se non stai da solo poi non hai di cosa parlare con gli altri.

Il rischio di stare troppo solo è che poi perdi l’abitudine di parlare con gli altri delle cose che pensi quando sei solo.

Il rischio di stare troppo con gli altri, invece, è che poi non hai pensato niente e dici le stesse cose che dicono gli altri.

Che poi bisogna capire chi sono questi altri.

Se sono familiari si rischia troppo l’inseminazione omologa e finisce che figliate idee con malformazioni congenite: non c’è ricambio, siete troppo simili.

Se sono amici di quelli che conosci da una vita, il corredo genetico è diverso ma ci sono due problemi.

Uno è che ormai il tempo vi ha fatto somigliare troppo. Avete lo stesso passato, tutto il vissuto lo avete vissuto praticamente insieme, quindi alla fine c’è questo terreno comune in cui non ci puoi piantare niente che non sia già cresciuto e maturato tanto tempo fa: non c’è rimasta neanche una zolla libera.

L’altro è che questi amici non è che te li sei scelti, te li ha mandati la vita in un momento in cui non sapevi neanche come si faceva a scegliere, ti sono piaciuti tanto e te li sei tenuti per sempre.

Quindi questi altri chi sono?

Magari sono chiunque dica una cosa, in qualunque parte del mondo, basta che ti arrivi, tanto ormai è così facile che ti arrivino cose da ogni parte del mondo, pure se stai in provincia.

E allora, sì, vanno bene pure questi: chiamiamoli i distanti, o gli inavvicinabili.

Con loro il rischio è che in un certo modo sei da solo lo stesso. Per dire, Machiavelli si chiudeva nello studio e sosteneva di parlare con gli storici latini. Ok, è una compagnia, ma è una compagnia che può riequilibrare il rapporto solitudine/socialità? A me mi sa di no.

E allora che si fa?

Si fa che quello equilibrato ce la fa, a vivere in quest’alternanza necessaria di isolamento e convivio.

E bisogna osservarli il più da vicino possibile, questi che ce la fanno. Perché c’è da essere sicuri che non sia una cosa naturale, una di quelle che viene senza sforzo, ma che questo equilibrio l’abbiano acquisito a forza di provarci e di cadere da sopra al filo. E se l’hanno acquisito significa che è una cosa che si può imparare. E se si può imparare si può anche essere ottimisti e pensare che prima o poi la impari.

Ce ne sono, eh, a voglia.

Il problema è identificare queste persone e poi spiarle senza che si accorgano di essere spiate. Altrimenti si irrigidiscono nella posa del consiglio, e fanno più danno che altro.

Il consiglio fa solo ammaraggiare. L’esempio è un’altra cosa. L’esempio sì che serve. Perché il consiglio poi te lo ricavi da solo.

E allora se li guardi in cerca dell’esempio, vedrai che quelli bravi a mantenersi in equilibrio fanno più o meno così: nel momento della socialità sono da soli, e in quello della solitudine sono con gli altri. Mentre stanno con te, ti osservano, cercano di imparare le cose che di te ancora non sanno, perché di quelle che gli dici apertamente ormai non gliene frega quasi niente: un po’ come quando vedi un film che ti piace per la trecentesima volta e anziché fare caso ai dialoghi o ai primi piani, che li sai e li strasai, noti qualcosa sullo sfondo dell’inquadratura, o una battuta di cui non avevi ancora colto il significato.

Ecco, con gli amici, i familiari, le persone care di cui abitualmente ci si circonda, fanno così: c’è sempre una cosa che prima non avevi visto e ora invece salta fuori, solo che per vederla, ti devi un po’ distrarre, un po’ ti devi isolare. Non ci devi essere, anche se per notarla, ci devi essere per forza.

Poi quando sei solo, devi usare quei momenti in cui eri in compagnia, perché se non stai da solo apposta per pensare a quei momenti in cui eri in compagnia, me lo spieghi cosa sei solo a fare?

Solo che il passo dal ripensare allo scrivere è troppo breve.

A un certo punto, un punto che arriva quasi subito (che ci vuole poco a inebriarsi della propria capacità di fare pochi passi in equilibrio sul filo), cominciamo ad avere paura di perdere i pensieri e quindi pure l’equilibrio e li sbattiamo su una pagina.

La paura fa presuntuosi. Ti sei convinto che hai pensato – cioè visto nella tua mente- una cosa che magari qualcun altro non ha visto.

Che poi può pure essere vero che quell’altro non l’ha vista, ma questo che c’entra con la tua voglia di fargliela vedere? La voglia è tua, mica sua. E allora ti sforzi di fargliela venire, la voglia, esercitandoti nell’arte di presentare bene le cose che pensi di avere visto.

Allora scrivere diventa una truffa, una specie di pubblicità ingannevole:

- Vieni qua, dai, leggi che bel pensiero non banale che ho avuto

- No, guarda, non me ne frega niente

- Ma dai,vieni,  che l’ho scritto in un modo divertente

- Ummmhh

- È accattivante, ti dico:  guarda quante battute spiritose che  c’ho infilato nel mezzo

- Be’, sì,  forse è accattivante, ma non ho voglia lo stesso

- Sicuro? Ci sono anche un sacco di foto di femmine nude

- Arrivo

C’è questo tentativo di fare venire la voglia a qualcuno di venirti a spiare dentro la testa. Un narcisismo ineludibile, connaturato all’atto stesso dello scrivere. Perché te lo puoi pure tenere nel cassetto per tutta la vita, quello che scrivi. Il problema è che lo scrivi lo stesso. Se prendi nota di cosa hai pensato, inevitabilmente è perché sei affascinato da quello che hai pensato. Lo hai bollato con un marchio: degno di essere ricordato. Salva con nome. E giù di post, diario, appunto, memoriale, racconto, romanzo.

Forse si salva la saggistica. Perché là esiste una specie di antidoto alla superbia dello scrivere: scrivo per il progredire della comunità scientifica. Do il mio contributo allo scibile su questa o quella materia, e lo do non per compiacermi di ciò che ho pensato (anche se un poco c’entra anche qui), ma per fare sì che l’umanità tragga giovamento da queste mie osservazioni.

Se scrivi un saggio stai pensando agli altri. Ma non come pubblico. Come qualcuno che ti possa usare. La presunzione è mitigata dal controllo che gli scienziati tuoi compari eserciteranno sulla usabilità, cioè la validità, dei tuoi pensieri.

Speriamo che nessuno scienziato capiti mai su questo blog.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 198 follower