Una cosa francamente intollerabile della postmodernità è la cosmesi alimentare (trovo questa definizione uno dei pochi parti brillanti della mia mente altrimenti ottusa, per cui invito la comunità italofona a farne largo impiego e diffonderla in ogni contesto, anche a sproposito, tipo: “Togliti le dita dal naso, che poi ti viene la cosmesi alimentare”).
Con tale espressione si intende qui designare l’insieme di tutti quei disgustosi prodotti da reparto profumeria (doccia schiuma, shampoo, lozioni solari, profumi, saponi, salviette imbevute e quant’altro possa ospitare l’armadietto del bagno) che odorano di materiale edibile (frutta, spezie e cibo in genere).
Il fatto è che il profumo delle cose da mangiare e quello delle cose con cui lavarsi sono ontologicamente opposti. Lavarsi con qualcosa che olezzi di cibo è quindi una pratica che contraddice se stessa. Una di quelle azioni che si autoannullano. E infatti ce lo insegnano sin da bambini: hai mangiato una pesca? Vatti subito a lavare le mani e il muso, altrimenti resti sporco di pesca e fai odore di pesca. Quindi com’è che adesso salta fuori che ci dobbiamo lavare con le pesche? Sarebbe come dire che lavandoti ti sporchi e sporcandoti ti lavi. E se siamo al punto che i due gesti si equivalgono, questo può voler dire solo una cosa: siamo entrati nell’epoca del nichilismo igienico.
Eppure sarebbe banale comprendere come l’innegabile buon profumo della vaniglia non ci autorizzi affatto ad adoperare tale fragranza per detergere il derma, perché, se è per questo, anche la sarda alla beccafico ha un buonissimo odore, ma voi ci salireste su un autobus in cui anche solo uno dei passeggeri avesse applicato alle proprie ascelle un roll on al pesce, pinoli e uva passa?
La pratica di aromatizzare i cosmetici col cibo va per tanto messa al bando, e pure in tempi brevi, altrimenti si rischia il futuro sdoganamento di bagni schiuma al filetto Wellington e dentifrici alla crema catalana (non è da ritenersi improbabile che prima o poi a uno stilista di grido possa venire in mente di lanciare una linea simile. Poi basterebbe che Carla Bruni se ne spruzzasse due gocce dietro le orecchie e ci ritroveremmo tutti a odorare di piatti sporchi, convinti che sia una cosa trés chic).
Oltretutto noi umani siamo già soggetti a imprevedibili equivoci tra le cose e il loro odore. E la confusione genera sempre mostri.
Per convincere anche i più scettici, ecco qui di seguito tre esempi di odori inspiegabilmente gemellati tra loro, già forieri di disgusto senza che l’uomo vi abbia dovuto interferire con le proprie arti:
1) Cipolla/ascelle sudate.
Non tanto quando viene fritto o soffritto, ma proprio quando viene fatto appassire in padella (specie se si tratta del tipo dolce) l’odore di tale ortaggio collima al cento per cento con quello delle nostre cavità toraciche. Sarebbe da promuovere uno studio di laboratorio che verificasse il quantitativo di patrimonio genetico condiviso tra la cipolla bianca e i bulbi piliferi dell’ascella umana. I darwinisti più convinti sospettano da sempre forti legami di derivazione.
2) Tappo della birra Heineken/vulva durante il secondo giorno del ciclo.
Non la birra. E neanche la bottiglia. E neanche tutti i tappi. Ma quel tappo di quella marca lì sì, sembra proprio ripassato nel sangue fresco (che poi gli si è coagulato sopra durante la permanenza in frigorifero formando una specie di gelida pellicola non più rimovibile). Non essendoci una spiegazione razionale, si può solo supporre l’esistenza di una catena di montaggio composta unicamente da donne olandesi in pieno marchese, le quali, prima di sigillare il contenitore, umettano il tappo nella menorrea sorridendo di dolce vendetta, un po’ come quando il pasticcere scatarra nella torta di compleanno di quel bambino capriccioso che gliel’ha ordinata senza canditi, senza panna, senza liquore…
3) Sabbia di spiaggia pubblica/scoppolatura (pagina 777 per non siculi: residuo di liquido seminale che dopo l’eiaculazione rimane a essiccarsi nell’interstizio concentrico al di sotto del glande, ma solo quando abbia raggiunto consistenza solida e si sia tramutato in nanoparticelle di polvere bianco-giallastra).
Spesso dopo avere tuffato la mano nella rena, si portano le dita al naso e si avverte lo stesso odore di peccato che salta alle narici dopo gli atti impuri di tipo onanistico. Forte è il sospetto che in inverno e in primavera (ma anche nelle torride notti d’estate) la sabbia venga adoperata per fini diversi da quelli balneari, e che dunque - oltre che da quelle minerali canoniche - risulti ormai arricchita anche da sedimentazioni umane.
Se non si vuole dunque correre il rischio di ritrovarsi a copulare con un tappo di bottiglia e condire la salsa di pomodoro con ciuffi di peli umidicci, sarebbe buona norma tenere separati gli ambiti olfattivi, sempre e comunque. Se poi quando siete al mare vi ostinate a volervi spruzzare la protezione solare al miele d’acacia, almeno non lamentatevi delle api.







