In un altro post si sono vacuamente disquisiti gli svantaggi della brevità, di Twitter e dell’instant messaging, e ovviamente lo si è fatto dilungandosi. Qui si vorrebbe dire dei benefici della lungaggine, perciò cominciate a farvi il segno della croce.
Gli interventi di Saviano a Quello che (non) ho mostravano il fianco ai fautori del breve è bello. Una delle critiche ascoltate più di frequente è stata che lo scrittore si è proluso in omelie assolutamente fuori dai (contingentati) tempi televisivi. Lungo. Palloso. Prolisso. Estenuante. E via così.
C’è allora da chiedersi quali siano i tempi televisivi giusti. E non in generale, ma nello specifico, e cioè i tempi televisivi adatti al giornalismo d’inchiesta. Con buona probabilità, quelli giusti saranno quelli adottati dalle trasmissioni televisive di successo (se la gente guarda quei programmi, che hanno quei tempi, allora vuol dire che quei tempi gli piacciono, ergo sono quelli più adeguati). Accordiamoci quindi su Report o sull’intervento di Travaglio a Servizio Pubblico e prendiamoli a modello.
Mettiamo che la puntata ricostruisca le scatole cinesi delle società X alle Cayman del gruppo finanziario appartenente al bandito Y (colluso o corrotto o corruttore). La compressione dei tempi porta il giornalista a sciorinare nell’arco di pochi minuti tutta una sequela di nomi propri di persona, intestazioni societarie, clan, famiglie, uomini chiave, azionisti, consiglieri d’amministrazione, presidenti onorari.
E se – a trasmissione finita da soli trenta secondi – qualcuno se ne ricorda più di uno alzi la mano.
Non vedo mani alzate. Ah già, è un blog. Va bene, andiamo avanti.
Cosa ci è rimasto dunque di quell’esposizione? Solo l’idea, vaga, che qualcuno ha commesso qualcosa tra l’illecito e il losco.
Succede che anche qui – un po’ come su Twitter- che la brevità sfianca, e più i giornalisti sono sintetici, più noi – che da tale brevità dovremmo essere facilitati nell’apprendimento di nozioni – ci limitiamo a trarne un’impressione generale.
È colpa della brevità? Anche. Perché la brevità, in una buona trasmissione giornalistica, va associata alla specificità. E se il giornalista è serio – e in quei programmi tende a esserlo – sarà molto preoccupato di dimostrarla, la sua serietà. E allora circostanzierà i fatti, citerà nomi/cose e città, mostrerà fonti, documenti e testimonianze. Ma dovrà farlo in dieci minuti. E questo elenco finirà per soverchiare l’esposizione. È come se un film durasse cinque e minuti e il resto della proiezione fosse occupato dai titoli di coda.
Saviano, invece.
È lui stesso la fonte di ciò che afferma. Un lungo periodo da infiltrato o da testimone in cui ha raccolto ciò che poi gli consentì di scrivere Gomorra (a proposito, una volta ho ascoltato alla radio una critica feroce a Saviano fatta da un giornalista de Il manifesto – giuro che era uno del manifesto, una cosa da starci male un mese – in cui sosteneva Saviano essere un ciarlatano poiché nel suo best seller non cita mai le fonti. Il giornalista del manifesto era un esperto di mafie, quindi io non l’ho capito, non me lo so spiegare, non ci credo che parlava senza averlo letto, Gomorra – e l’aveva letto, infatti, ne citava brani di continuo. Perché se l’hai letto lo sai che la fonte è lui, è Saviano stesso. Era là e ha visto, oppure ha parlato con chi ha visto, quindi ha ascoltato. Il libro è stato scritto così. Ed è una specie di romanzo. Di che fonti parlano quelli che affermano che Saviano non cita le fonti? E soprattutto perché ne parlano?) gli consente oggi di parlare con cognizione di causa senza dovere montare interviste fatte inseguendo questo e quello, o riprodurre chissà quali documenti d’archivio. Può permettersi cioè di divulgare ciò che ha preliminarmente appreso sulle associazioni criminali.
Il divulgatore è una bella figura di giornalista e di scrittore, che in Italia è quasi del tutto assente, mentre nei paesi anglosassoni è una presenza costante e tradizionale. Saviano, agendo da divulgatore – specie in quel tipo di trasmissioni – si prende tempi e modi da maestro Manzi, è vero. E sì, la lezioncina può anche risultare fastidiosa.
Il fastidio però non ci deriva dalla lungaggine. Ma dalla scarsa confidenza da spettatori abbiamo con questa figura. Il pubblico italiano prova antipatia per chi gli spiega le cose. E certo, ora arriva lui e ci illumina. Ma ce lo deve dire lui, a noi che siamo siciliani/calabresi/campani/pugliesi/italiani che cos’è la mafia? Stavamo aspettando giusto lui, per capirci qualcosa? Queste cose si sanno, dai.
È un atteggiamento che abbiamo tutti verso chiunque abbia l’ardire di proporsi come uno che ne sa un po’ più di noi. Se sei seduto in pizzeria con un amico ingegnere che prova a spiegarti nel dettaglio come mai il forno a legna raggiunge quel tipo di temperatura adatta alla cottura ottimale della margherita, o ti annoi o ti irriti. Perché sarà capitato anche a te di riempire un forno di legna e preparare una pizza, no? Quindi com’è che lui pensa di saperne più di te? Solo perché ha una laurea in scienze delle costruzioni?
Saviano sconta quest’effetto. E non è l’unico, ma solo il più eclatante. Un altro esempio è Lucarelli, inviso a molti italiani per le sue “lungaggini”(a quanto pare agli italiani – o almeno alle italiane – le uniche lungaggini che piacciono sono quelle di Fassbender). Io mi sono fatto l’idea che quelli che trovano Saviano e Lucarelli “lunghi” sono gli stessi che quando escono dal cinema indugiano qualche minuto sulla soglia a commentare il film con gli amici, definendolo lento. (Non ho mai compreso veramente cosa si intenda con questo lento. Sarà una metafora alimentare, una specie di riferimento al brodo o al sugo di maiale, che o è stretto o è lento? E in che modo il brodo o il sugo hanno a che vedere col film? Non è che lento è un modo sofisticato o diplomatico per dire che quel film non è piaciuto?)
Si prende tempi più lunghi perché anziché sciorinare vuole spiegare. E per spiegare racconta. Raccontando, ed essendo il suo racconto moderno -Gomorra è un libro moderno- riflette dall’interno su ciò che racconta, e lo fa in prima persona – cioè con l’unico personaggio credibile che un autore si possa permettere in un libro moderno.
Se la reazione del pubblico è lo smaronamento, c’è da sospettare che la causa non sia la lunghezza dei suoi interventi, ma che semplicemente siamo un pubblico non ancora pronto per la divulgazione. Perché non è che ascoltare Saviano – data la lingua estremamente piana del suo eloquio- costi fatica. È più che altro che lo si ascolta con la sufficienza del “già lo so, vai avanti”. Si crea una specie di smania presuntuosa, generata da un falso immaginario: siccome tutti abbiamo visto due o tre volte ogni singolo episodio de Il Padrino, ne sappiamo quanto lui. E allora stringi, Saviano, vai al punto, a ciò che di nuovo hai da dirmi, raccontami piuttosto: la tavoletta del cesso di Sandokan era in oro tempestato di diamanti? Altrimenti sbadiglio.
Saviano ritiene – a ragione, viste le vendite record del suo libro- che il punto non sia ciò che non sappiamo ancora, ma ciò che siamo convinti di sapere già. E allora, per non annoiarsi con Saviano, è necessario un esercizio di umiltà che forse non siamo ancora disposti a fare. Prendere coscienza cioè che il tema delle mafie è stato sì ampiamente dibattuto, ma sempre a un livello generale. Il loro funzionamento concreto e minuto, vero oggetto di ciò che lo scrittore prova a svelarci, a noi è in gran parte ancora ignoto. O peggio: si tratta di un sapere mitologico, falso, inautentico. Saviano si prende allora i tempi di una TED Conference (e secondo me le TED Conference sono una delle cose più belle e utili di questi ultimi anni), e si sforza perché quelle nozioni arrivino a tutti.
Abbandonare la presunzione di chi sa di sapere è l’unico modo per concedergli l’attenzione giusta. Se lo si fa, se non ci si irrita davanti a quella posa da maestrino (che anche se volesse – come credo voglia- evitare, non potrebbe, essendo connaturata al ruolo che si è scelto) si scopre che Saviano, e con lui altri possibili divulgatori di altri temi, in tv parlano troppo poco e non troppo a lungo. E troppo raramente. Una tv pedagogica, che non insegua twitter in velocità, ma se ne differenzi per lentezza (essendo anzi così lenta da potere essere commentata su Twitter mentre va in onda) sarebbe una risorsa da sfruttare intensamente per il progresso sociale. Ammalarci tutti di orchite non sarebbe poi tanto male.

concordo in pieno. le tue riflessioni sono sempre azzeccate e poco banali… bravo bravo
E tu sei grande, anche se a te non piace che ti si dica.
o ciccio,
premetto che seguo poco tv e quindi anche Saviano, pero’ oggi ho voglia anch’io di dire la mia ##%%:
se si han poche cose e pochi pensieri da raccontare , allora è meglio esser brevi,
e a maggior ragione quando poi si parla di cose o pensieri d’ altri
…son stato breve?
touchè
E che invece non sono proprio d’accordo su tutto..su alcune cose, ma non tutte.Il distinguo sta’ nel bisogno: a volte e’ necessario essere brevi, veloci e concisi per avere un effetto, a volte bisogna andare piano , leeenti sul pedale e spiegare bene bene.
procedere per macro aree non giova a niente, generalizzare neanche.Indubbiamente hanno tutti ragione ;D
D’accordissimo. Se proprio hai tempo da buttare (ma proprio da buttare nell’indifferenziata), c’è questo post qua che dimostra quanto siamo d’accordo: http://aciribiceci.com/?s=sarò+breve
E’ permesso?
Scusate se mi intrometto! Se tutti hanno ragione….. Nessuno ha ragione.
Tuttavia concordo con Voi.
Concordo. Stop.
Grazie. Quanto doveva essere eccitante, nelle epoche trascorse, ricevere davvero un telegramma?
Nel Trecento, quando sono vissuta io, lo era molto più di quanto non sia oggi ricevere email. Stavi lì, affacciata alla tua bifora che conversavi con una damigella e arrivava il messo: “Telegrammaaa!” “Scendo subito messere!” E poi, saltare i gradini a quattro a quattro, a gonne e sottogonne sollevate, chiedendosi a ogni tonfo “Chi sarà?”. Davvero un’emozione unica. Dopo non so, sono morta (ma ogni tanto risorgo!).
Proprio stasera parlavo con degli amici dell’ultimo film di Amelio, Il primo uomo, e mi sono ritrovata a dire “Bello, però un po’ lento”.
Che c’è in effetti dietro la lentezza? E soprattutto dietro l’insofferenza verso la lentezza?
Non frequento twitter proprio per l’equivalenza (magari sballata) velocità = superficialità, e invece mi piacciono le TED conferenze.
Ma persino guardando quella di Sorrentino a Reggio Emilia, all’inizio l’ho trovata noiosa. Troppo lento, appunto, continue pause, tempi tutti sbagliati. Poi vista la mia grande passione per lui, ci sono tornata sopra e mi sono appassionata a quello che diceva, prendendo una marea di appunti che ancora mi ritrovo.
C’è qualcosa che non quadra, hai ragione ( che te lo dico a fa’ ), e lo dici così bene, con una logica così stringente, che mi hai messo in crisi.
Non so bene che pensare, ci devo riflettere. Su una cosa però credo di essere obiettiva: la mia perdita di attenzione quando Saviano parla o scrive non è frutto della presunzione di conoscere già i fatti.
p.s. Lucarelli mi piace e me ne frego delle lungaggini di Fassbender.
Giulia, anch’io ho visto l’ultimo Amelio e anche a me è piaciuto, più che lento m’è sembrato incompleto, forse come il libro da cui è tratto. Non esiste una equivalenza velocità-superficialità, almeno secondo me assolutamente no. La Ted di Sorrentino a Reggio Emilia non era né breve né lunga, secondo me era proprio brutta. Secondo me Sorrentino (geniale in certe cose, presuntuoso in altre) era in un momento di saccenza, succede, non fa niente. Saviano è obiettivamente retorico in alcuni passaggi televisivi, cosa che nel libro secondo me non è, e credo dipenda appunto dal fatto di essere in tv. Che Saviano non piaccia, ci sta. Che lo si svilisca, riducendolo a santino che pontifica in un lunghe omelie, secondo me no. Tutto qua.
Io sono saccente, molti sono saccenti, ma Sorrentino no, secondo me.
Grazie per le precisazioni punto su punto.
Finalmente non siamo d’accordo. Mi vado a mangiare una bella fetta di torta.
Ovviamente condivido in pieno, resta pero’ sempre la sensazione che ce la raccontiamo tra di noi, io vorrei che traghettassimo qualcun altro da quest’altra parte e non mi accontento di pochi, eccomi volevo commentarti da un bel po’
A prescindere dalla “retorica” di Saviano, penso al cattivo rapporto che abbiamo con il pathos (circondati come siamo dall’esibizionismo delle lacrime d’ogni sorta).
http://happassionatamentevencer.wordpress.com/2012/05/24/ammiria/
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Ci sto pensando…