Studiare per il TFA significa fare un sacco di quiz simulati. Quando ne hai fatti una decina, entri in una bolla socratica: sai di non sapere e decidi di rispondere a culo. L’unica cosa a cui ti appendi per limitare l’alea, sono le reminiscenze (vaghe) di ciò che leggesti (approssimativamente) ai tempi dell’università. La combinazione di culo e ricordi sfocati genera mostri. E anche liste di titoli come questa:
1) Hannah Arendt, all’epoca inviata a Fiuggi per un’importante rivista filosofica tedesca, firma il più memorabile resoconto in nostro possesso della svolta politica impressa da Fini alla destra italiana:
La banalità termale
2) Theodor Adorno, procedendo per saggi brevi, pensieri frammentati e notazioni a margine, compone una sorta di romanzo filosofico incentrato sulla figura di un fiscalissimo controllore di tram tedesco, fermamente convinto che obliterare i tagliandi sia l’atto di etica più importante al mondo:
Vidima moralia
3) Immanuel Kant, alle prese con studenti di un liceo di periferia toscano, assai lenti nell’apprendimento e poco promettenti in quanto a ingegno, trova l’ispirazione per un’opera che farà progredire l’umanità intera:
La critica della ragion dura
4) Martin Heidegger, dopo aver sperperato gran parte della propria esistenza in apatica solitudine nel cuore della Foresta Nera, decide di svoltare e cominciare finalmente a vivere in
Essere: è tempo
5) Walter Benjamin, noto flaneur parigino, pur di non interrompere mai il proprio peregrinare lungo le strade metropolitane, era solito orinare nascostamente agli incroci che prediligeva per tale funzione, sempre i medesimi. Finché un giorno viene colpito da un nuovo anfratto, che pare quasi essere stato disegnato apposta dall’architetto per fungere da orinatoio. Ne resta così colpito da scrivervi il suo capolavoro:
Angolus novus
6) Hegel, infervorato dal suo stesso idealismo romantico, vede nella mistica massonica una religione della solidarietà in grado di migliorare il vivere umano, e per un lungo periodo si dedica a studiare le leggi e i meccanismi che regolano questa società segreta. Il risultato è nel trattato
Scienza della loggia
7) Michel Foucault: non tutti sanno che prima di darsi alla speculazione teoretico-storicista fu inserviente notturno presso un albergo parigino molto frequentato. Il riassunto delle qualità richieste a chi svolge queste mansioni è già tutto nel titolo di una delle sue opere più celebri:
So vegliare e pulire
8) Hans Georg Gadamer consegnò alle stampe la sua opera più pregnante dopo avere studiato a lungo le ragioni del successo degli spettacoli televisivi di Fiorello, che senza dubbio il filosofo attribuì alla costanza e all’applicazione infaticabile dello showman siciliano:
Varietà e metodo
9) Jean Paul Sartre, a dispetto del suo cupo esistenzialismo filosofico, era solito intrattenersi con parecchi suoi amici buontemponi presso i café parigini. Uno di questi beoni, noto per la propensione allo scherzo, aveva un soprannome inequivocabile. Le loro conversazioni, tra il filosofico e il faceto, sono immortalate nel volume
L’essere e il burla
10) René Descartes rivoluziona per sempre il modo di concepire il calcio prendendo parte alla polemica e schierandosi apertamente a favore del “sistema” inglese, con un j’accuse destinato a rimanere una pietra miliare per i commissari tecnici di tutte le epoche:
Sui social network, ma anche al bar, al lavoro, al supermercato, sull’autobus, io mi sento circondato da lettori de «Il fatto quotidiano». Che poi magari non è vero che sono lettori del Fatto, anzi, forse comprano pure «La repubblica» o «Il corriere della sera» o addirittura anche «L’unità» , però ormai parlano lo stesso come se fossero lettori del Fatto. Se ora dico che io il lettore del Fatto proprio non lo sopporto, dico un’enormità, perché il lettore del Fatto partecipa del consorzio umano come tutti gli altri, ed è ingiusto, oltre che insensato, prendersela con l’umanità. Però purtroppo dietro al lettore del Fatto c’è Il fatto.
Il fatto è un giornale con una linea editoriale simile a quella della De Filippi. Padellaro, come la De Filippi, siccome ha capito che in tutti noi ci sono delle tendenze orride pronte a scattare in piedi appena le si stuzzica, tutti i giorni si mette là con una piuma d’oca e gli fa il solletico alle piante dei piedi.
La De Filippi lo sa, che a tutti, sotto sotto, piace giudicare persone e situazioni facendosi i fatti degli altri, e su questa cosa ce campa. Il fatto fa la stessa cosa con l’astio e il malanimo. Ci sono, ce li abbiamo tutti, e – specie di questi tempi- sono pronti a esplodere col minimo pretesto.
La trovata geniale di Padellaro e soci è stata cambiare il nome al livore e chiamarlo indignazione. Mutata l’etichetta, un sentimento che era da rifuggire e tenere a freno, è divenuto motivo di vanto: riscuote vasta approvazione, e a ostentarlo si guadagna consenso presso tutti i bar e tutti i social network d’Italia.
Il lettore del Fatto è come quel condomino sempre incazzato che incontri per le scale. Ieri il cane ha abbaiato dopo le nove di sera, oppure ha pisciato sulla ruota di una macchina (magari neanche la sua), oppure i bambini hanno fatto rumore col pallone prima delle cinque, o qualcuno non ha ancora pagato la quota per la facciata della palazzina F, e allora lui cova questo risentimento verso gli abitanti del complesso, incivili, maleducati, sporcaccioni, e se lo becchi in ascensore, attacca a prendersela con l’amministratore: un delinquente, un farabutto, uno che chiama ditte amiche sue con cui poi fa fifty-fifty, che metà dei soldi destinati a questo o a quello se li intasca lui o li fa intascare a un suo compare, e via coi quando lo capiremo che dobbiamo sostituirlo con una persona onesta, quand’è che all’assemblea finalmente voteremo un amministratore degno e patapim e patapam. Esci dall’ascensore che già hai fatto il pieno di odio per tutta al giornata. A quello che c’hai già di tuo, e che cerchi con fatica di tenere a bada, lui c’ha aggiunto il suo, e ha cercato la tua complicità. E tu gliel’hai data. Gliela dai sempre, la tua complicità, al condomino incazzato in ascensore, così come la dai al tassista quando vorrebbe sterminare col napalm qualsiasi conducente di veicolo si frapponga tra voi e la destinazione, e sputa fuori tutti quei rabbiosi improperi che tu ascolti dal sedile di dietro tra l’impietrito e il compiaciuto. E infatti il condomino incazzato quando è sceso al piano era già più contento, sollevato quasi, perché sentiva di averti contagiato, di avere dato la stura anche al tuo malanimo, alle tue recriminazioni, al tuo sordo rancore.
Il problema è che quelli sono sentimenti che se li stuzzichi di continuo diventano iperallenati, e prendono il sopravvento su tutti gli altri. L’indignazione livorosa finisce per essere la modalità stessa con cui leggi il giornale, e la minima minchiata ti fa venire l’ittero. E siccome l’unica soluzione è sfogarlo in ascensore, te la prendi con qualcuno e con qualcosa. Questo qualcosa e questo qualcuno, per Il fatto sono i politici e gli sprechi. C’è la crisi economica? Tagliamo lo stipendio all’amministratore. C’è il terremoto in Emilia? Aboliamo la parata del due giugno, con quei porci che mangiano e bevono coi soldi delle nostre quote condominiali. Nel comò ci sono solo calzini spaiati? Riduciamo il numero dei parlamentari. Mia sorella non trova lavoro? Annulliamo l’acquisto degli F- 35.
Ecco, io a sentire le polemiche che rimbalzano ovunque sulla scorta della Finocchiaro all’Ikea o sull’annullamento della parata del due giugno per coprire i costi del terremoto, mi sento intrappolato dentro l’ascensore con tutti i condomini livorosi del palazzo. La mosca al naso salta a tutti di continuo, e per scacciarla arrotoliamo Il fatto e meniamo dei gran fendenti in aria. Che non serve a niente, e di sicuro non a capire dove sta il problema, però almeno ti sfoghi.
Le cose serie non si distinguono più dalle sciocchezze, perché sono tutti lì a cavalcarle e farne bandiera. La rabbia generata dalle famose (e comprovate, e reiterate) disonestà sta scatenando semplicemente un desiderio spasmodico di spiare i comportamenti: con la scusa di sorvegliare per evitare gli sprechi e i soprusi, siamo tutti lì a farci i fatti degli altri, e a trovare pretesti per sfogare il nostro livore. Praticamente siamo sempre a Maria De Filippi.
Tradizione (da me istituita con regio aciribicecico decreto al numero cento) vuole che i numeri secolari siano Specials (cioè specialmente cretini), e che in coda ci siano i termini assai improbabili cercati su google da chi si è poi – per sua sventura- imbattuto in www. aciribiceci.com
Gli Special Issue che si rispettino hanno sempre un omaggio in allegato. Ma questo non si rispetta. E allora c’è la solita canzone (perché che volevate? un pupazzetto dei gormiti? gli orecchini delle winx?). Ed è pure di quelle un po’ tristi. O forse triste no. Però languida sì. Perché? Boh. Mi pare che questo blog c’abbia una sua vena blues, e io vorrei tanto che somigliasse a quella di questa canzone. Cioè, se certi aciribiceci possono risultare un po’ cupi, allora mi piacerebbe che li si leggesse con la voce simil paperina di Rickie Lee Jones, che anche se dice una cosa piena di mestizia, con quella voce diventa vagamente ridicola lo stesso.
Insomma, quella che Rickie Lee Jones fa di questo standard – datato millenovecentocinquantacinque – è un’esecuzione che con grande naturalezza rinvia a un irrinunciabile gusto per la spoetizzazione. Siccome non so se ho capito cosa voglio dire, faccio un esempio. Diciamo che se la poesia di Ungaretti l’avesse cantata Rickie Lee Jones avrebbe avuto un verso in più, tipo: si sta come d’autunno/sugli alberi le foglie/e ora mi sta pure scappando la cacca. E li avrebbe declamati tutti e tre sempre con la stessa voce sognante e fanciullesca.
Il testo della canzone si prestava già molto a questo effetto (si può dare un’occhiata alla brutta traduzione italiana che ne ho fatto, brutta perché per renderla bene ci sarebbe voluto uno bravo, una specie di poeta, ma qua siamo su aciribiceci, e bisogna rispettare la sua cifra, che è la sciatteria). Le parole tentano una fuga verso l’alto, ma poi vengono sempre riportate a terra dal ritornello, che è anche il titolo della canzone, e che rende tutto un po’ meno triste e un po’ più scemo. Ecco, alla fine tutto questo giro per dire che è una canzone che mi piace tanto – in questa versione tantissimo – e che mi ci ritrovo per molti motivi, e che quindi spero ci si ritrovi anche chi è così incauto da leggere questo post. Parla pure di primavera, e siamo a fine maggio: meglio di così, non ho saputo trovare.
Visto che praticamente ho aperto un blog apposta per potermi permettere di farlo senza vergogna, dispenso ora i miei consigli – di dubbio gusto e ancor più dubbio valore – su come ascoltarla.
Aspettate che tramonti. E se è una brutta giornata, aspettate che sia una bella giornata, magari domani, e poi aspettate di nuovo che tramonti. Non versatevi da bere, non distraetevi con piaceri sensoriali aggiungitivi, cercate anche di non trovarvi in un posto troppo bello, o davanti a un panorama che si prenda tutta l’attenzione. Però se siete in casa uscite in balcone. Anzi, facciamo così, non andiamo oltre al balcone, evitiamo terrazze, verande, roof garden, giardini pensili: una finestra, massimo un balcone. Quando proprio siamo sul finire della luce e magari c’è davanti un palazzo che fa ombra già da un po’, fatela partire. Se non vi piace, recatevi con urgenza presso un otorino di fama.
La primavera, quando ci si mette, manda proprio in paranoia
La primavera quest’anno mi sta facendo sentire
Come un cavallo fermo al palo
Me ne sto in camera mia
A guardare il soffitto
La primavera, se ci si mette, manda proprio in paranoia
Il bacio del mattino sveglia alberi e fiori
E forse sarebbe il caso di brindare alla loro
Allora passeggio un po’ al parco
Giusto per far passare il tempo quando sono da solo
La primavera, se ci si mette, manda proprio in paranoia
Gli uccelli cinguettano, e va bene,
ma ormai la conosco, la canzone
L’amore qui, l’amore là
Già sentita
Quello che non so è come si resta a galla
Quindi ho deciso che la primavera è una gran palla
L’amore è dato in arrivo entro l’anno prossimo
Adesso siamo ad aprile
E al momento direi che è un fantasma
Cioè, se la stagione è arrivata puntuale
com’è che invece a te ancora non ti si vede?
La primavera, se ci si mette, manda proprio in paranoia
Un po’ di tempo fa i dottori mi hanno prescritto un tonico
Ricetta a base di zolfo e melassa
non è servita a niente
Mi sa che ormai la mia è una malattia cronica
La Primavera, se ci si mette, manda proprio in paranoia
Solo come un cane, e la festa è finita
Quel vecchiaccio dell’inverno alla fine quantomeno è un ospite educato
Meglio allora continuare a pregare
Che la neve ricopra il trifoglio
perché la primavera, quando ci si mette, manda proprio in paranoia
E ora la top ten dei termini cercati su google da chi ha cliccato aciribiceci sperando in una soluzione alle sue evidenti turbe psichiche:
10 .Vomito di santi
9. Il gigante di ferro porno
8. Suca, vuoi comprare una vocale?
7. Teli di plastica pesanti trasparenti
6. Bambini che si toccano il pisellino
5. Vai per farti il segno della croce e ti ciechi un occhio
Sono mattine, queste, in cui mi sveglio molto presto e già un po’ a disagio. Faccio sempre le stesse cose, bevo caffellatte scremato inzuppandoci biscotti presunti dietetici, lavo le stoviglie della sera prima, se mia madre ancora non è sveglia metto su una caffettiera per quando lo sarà, apro il manifesto di otto giorni prima, arrivatomi in abbonamento soltanto ieri, e leggo notizie già stantie, commentate in un modo ammuffito da decenni, ma ancora confortante.
Saranno mesi, questi, senza lavoro. Che pure cascano a fagiolo, visto che devo studiare per un esame importante (che una volta superato non mi darà lavoro, sì lo so, ma non ci penso). Di questo periodo a spaventarmi, non è la disoccupazione o la mancanza di denaro, quanto piuttosto l’abitudine che prendo a far scorrere il tempo. Ero solito correre ogni giorno, per un buon numero di chilometri, e da qualche tempo una pubalgia mi impedisce di farlo. I primi giorni senza allenamento furono penosi. Ora è come se mi fossi abituato e non soffro più a stare fermo. E temo che con il lavoro, o meglio con il non lavoro, possa essere uguale. La sigla di Love Boat diceva sento che/sto lasciandomi andare. Andava in onda la mattina, e io ero solo un bambino, e lo guardavo solo quando non andavo a scuola, quindi ora forse mi torna in mente perché non vado a lavorare. Però di tutta la canzone mi rimase impressa quella strofa, mi metteva addosso inquietudine, o forse proprio allarme. Lasciarsi andare è pericoloso, pure se è gioia da crociera. Figuriamoci se è malessere, quindi. In mare aperto, poi, com’era quell’equipaggio sulla nave, dove vai a finire se senti che stai lasciandoti andare? Alla deriva? Uno può lasciarsi andare in molti modi. Abbandonarsi alle intemperanze è uno di questi. E contenersi è una questione di allenamento. L’allenamento è abitudine, della mente e del corpo. Una pratica. Gli inglesi lo chiamano practice. Le pratiche, se non le pratichi, ti lasciano. La forza per contenersi va allenata, senza smettere mai un giorno, altrimenti diminuirà a poco a poco, come il fiato, come il tono muscolare delle gambe. Un altro modo di lasciarsi andare è l’apatia. Per quella di antidoti ce ne sono meno. Qualcuno prova con la paroxetina, ma non so se c’è da fidarsi molto. Resta comunque che l’apatia non lo sai bene da dove viene. È una forza che spunta da dentro e cresce da sola, senza neanche che tu lo voglia, e piano piano trova la forza di mangiarsi le altre forze, quelle che non puoi o non riesci più ad allenare. Non servono i pensieri piacevoli, perché quando sei apatico non esistono pensieri piacevoli. Aiuta un po’ non averne, di pensieri, diventare una specie di foglio bianco, ma l’unico modo per riuscirci è quello di avere un pensiero solo, che domini gli altri pensieri, e gli unici pensieri in grado di dominare tutti gli altri pensieri sono i pensieri molto urgenti. È per questo che correre a volte è una piccola soluzione. Mentre corri, ti affatichi. L’unica cosa che riesci a pensare è che stai faticando. Ti concentri su quello stato di emergenza fisica e il resto scompare. Questo scomparire di tutto il resto lo scambi per felicità. A questo servono le endorfine, a togliere di mezzo il dolore. Il piacere, quello, boh, qualcuno davvero lo conosce? A parte quando si eiacula, che mentre succede è già finito, chi ne sa niente?
Allora anche se correre mi fa dolore al basso ventre, all’interno delle cosce, alla schiena e poi a fine allenamento anche ai testicoli, io a volte metto le scarpette ed esco lo stesso. Faccio il giro dell’isolotto, oppure vado alla ciclabile. Incrocio altri che corrono e mi accorgo subito se sono di quelli seri o se è gente che ha cominciato due settimane fa, tanto per mettersi in costume da bagno. Comunque sia li guardo e mi sembra che, a qualunque gruppo appartengano, vadano tutti piano, pianissimo. Allora penso che io a causa di questo dolore starò andando più piano di loro, e per qualche chilometro, finché tutti i muscoli non si riscaldano bene, mi avvilisco e mi commisero senza ritegno. Poi, quando il dolore diventa un sottofondo così costante che quasi non ci faccio più caso, sento tornare il passo di qualche anno fa, e mi viene automatico accelerare. La testa si svuota, i chili in più li sudo, e torno indietro con una specie di rabbia leggera. Faccio il percorso all’inverso e inseguo quelli che ho incrociato prima, quelli lenti, quelli che corrono per andare al mare, e li raggiungo. Quando li affianco, aspetto che si girino e mi guardino negli occhi, e quando lo fanno – perché si sentono osservati e lo fanno – rallento, appaiandomi al loro passo lemme per qualche secondo. E rido. Gli rido in faccia. Rido di un riso satanico, malvagio, luciferino. Rido di loro e della loro lentezza, e li supero. Allungo le gambe e le lascio andare, senza scatti. Apro la falcata, appoggio i piedi a terra meno volte possibile, e li lascio lì, metri e metri indietro nello spazio di pochi secondi. Nella mia mente mi giro a mostrargli il cronometro che ho al polso e a strillargli con soddisfazione: lo vedete questo? È un passo sotto i quattro a chilometro, un passo che voi non avrete mai, neanche in cent’anni, perché per averlo bisogna essere come me, precari, o disoccupati, o semplicemente livorosi, e voi invece siete gente che corre per andare al mare, e se anche diventate più veloci di me, voi la mia velocità non la conoscerete mai, perché è diversa dalla vostra. Solo che non ho neanche finito di dirglielo che già mi odio. Mi è tornato su come un rigurgito la convinzione consolatoria che chi soffre è migliore di chi non soffre, e di colpo la sensazione di essere prigioniero della mia stessa idiozia mi imballa le gambe. Il dolore al pube mi frena, rallento bruscamente, incespico, e quelli lenti mi riprendono e mi sorpassano. E allora capisco che sto correndo solo per non cadere. E che devo andare piano.
In un altro post si sono vacuamente disquisiti gli svantaggi della brevità, di Twitter e dell’instant messaging, e ovviamente lo si è fatto dilungandosi. Qui si vorrebbe dire dei benefici della lungaggine, perciò cominciate a farvi il segno della croce.
Gli interventi di Saviano a Quello che (non) ho mostravano il fianco ai fautori del breve è bello. Una delle critiche ascoltate più di frequente è stata che lo scrittore si è proluso in omelie assolutamente fuori dai (contingentati) tempi televisivi. Lungo. Palloso. Prolisso. Estenuante. E via così.
C’è allora da chiedersi quali siano i tempi televisivi giusti. E non in generale, ma nello specifico, e cioè i tempi televisivi adatti al giornalismo d’inchiesta. Con buona probabilità, quelli giusti saranno quelli adottati dalle trasmissioni televisive di successo (se la gente guarda quei programmi, che hanno quei tempi, allora vuol dire che quei tempi gli piacciono, ergo sono quelli più adeguati). Accordiamoci quindi su Report o sull’intervento di Travaglio a Servizio Pubblico e prendiamoli a modello.
Mettiamo che la puntata ricostruisca le scatole cinesi delle società X alle Cayman del gruppo finanziario appartenente al bandito Y (colluso o corrotto o corruttore). La compressione dei tempi porta il giornalista a sciorinare nell’arco di pochi minuti tutta una sequela di nomi propri di persona, intestazioni societarie, clan, famiglie, uomini chiave, azionisti, consiglieri d’amministrazione, presidenti onorari.
E se – a trasmissione finita da soli trenta secondi – qualcuno se ne ricorda più di uno alzi la mano.
Non vedo mani alzate. Ah già, è un blog. Va bene, andiamo avanti.
Cosa ci è rimasto dunque di quell’esposizione? Solo l’idea, vaga, che qualcuno ha commesso qualcosa tra l’illecito e il losco.
Succede che anche qui – un po’ come su Twitter- che la brevità sfianca, e più i giornalisti sono sintetici, più noi – che da tale brevità dovremmo essere facilitati nell’apprendimento di nozioni – ci limitiamo a trarne un’impressione generale.
È colpa della brevità? Anche. Perché la brevità, in una buona trasmissione giornalistica, va associata alla specificità. E se il giornalista è serio – e in quei programmi tende a esserlo – sarà molto preoccupato di dimostrarla, la sua serietà. E allora circostanzierà i fatti, citerà nomi/cose e città, mostrerà fonti, documenti e testimonianze. Ma dovrà farlo in dieci minuti. E questo elenco finirà per soverchiare l’esposizione. È come se un film durasse cinque e minuti e il resto della proiezione fosse occupato dai titoli di coda.
Saviano, invece.
È lui stesso la fonte di ciò che afferma. Un lungo periodo da infiltrato o da testimone in cui ha raccolto ciò che poi gli consentì di scrivere Gomorra (a proposito, una volta ho ascoltato alla radio una critica feroce a Saviano fatta da un giornalista de Il manifesto – giuro che era uno del manifesto, una cosa da starci male un mese – in cui sosteneva Saviano essere un ciarlatano poiché nel suo best seller non cita mai le fonti. Il giornalista del manifesto era un esperto di mafie, quindi io non l’ho capito, non me lo so spiegare, non ci credo che parlava senza averlo letto, Gomorra – e l’aveva letto, infatti, ne citava brani di continuo. Perché se l’hai letto lo sai che la fonte è lui, è Saviano stesso. Era là e ha visto, oppure ha parlato con chi ha visto, quindi ha ascoltato. Il libro è stato scritto così. Ed è una specie di romanzo. Di che fonti parlano quelli che affermano che Saviano non cita le fonti? E soprattutto perché ne parlano?) gli consente oggi di parlare con cognizione di causa senza dovere montare interviste fatte inseguendo questo e quello, o riprodurre chissà quali documenti d’archivio. Può permettersi cioè di divulgare ciò che ha preliminarmente appreso sulle associazioni criminali.
Il divulgatore è una bella figura di giornalista e di scrittore, che in Italia è quasi del tutto assente, mentre nei paesi anglosassoni è una presenza costante e tradizionale. Saviano, agendo da divulgatore – specie in quel tipo di trasmissioni – si prende tempi e modi da maestro Manzi, è vero. E sì, la lezioncina può anche risultare fastidiosa.
Il fastidio però non ci deriva dalla lungaggine. Ma dalla scarsa confidenza da spettatori abbiamo con questa figura. Il pubblico italiano prova antipatia per chi gli spiega le cose. E certo, ora arriva lui e ci illumina. Ma ce lo deve dire lui, a noi che siamo siciliani/calabresi/campani/pugliesi/italiani che cos’è la mafia? Stavamo aspettando giusto lui, per capirci qualcosa? Queste cose si sanno, dai.
È un atteggiamento che abbiamo tutti verso chiunque abbia l’ardire di proporsi come uno che ne sa un po’ più di noi. Se sei seduto in pizzeria con un amico ingegnere che prova a spiegarti nel dettaglio come mai il forno a legna raggiunge quel tipo di temperatura adatta alla cottura ottimale della margherita, o ti annoi o ti irriti. Perché sarà capitato anche a te di riempire un forno di legna e preparare una pizza, no? Quindi com’è che lui pensa di saperne più di te? Solo perché ha una laurea in scienze delle costruzioni?
Saviano sconta quest’effetto. E non è l’unico, ma solo il più eclatante. Un altro esempio è Lucarelli, inviso a molti italiani per le sue “lungaggini”(a quanto pare agli italiani – o almeno alle italiane – le uniche lungaggini che piacciono sono quelle di Fassbender). Io mi sono fatto l’idea che quelli che trovano Saviano e Lucarelli “lunghi” sono gli stessi che quando escono dal cinema indugiano qualche minuto sulla soglia a commentare il film con gli amici, definendolo lento. (Non ho mai compreso veramente cosa si intenda con questo lento. Sarà una metafora alimentare, una specie di riferimento al brodo o al sugo di maiale, che o è stretto o è lento? E in che modo il brodo o il sugo hanno a che vedere col film? Non è che lento è un modo sofisticato o diplomatico per dire che quel film non è piaciuto?)
Si prende tempi più lunghi perché anziché sciorinare vuole spiegare. E per spiegare racconta. Raccontando, ed essendo il suo racconto moderno -Gomorra è un libro moderno- riflette dall’interno su ciò che racconta, e lo fa in prima persona – cioè con l’unico personaggio credibile che un autore si possa permettere in un libro moderno.
Se la reazione del pubblico è lo smaronamento, c’è da sospettare che la causa non sia la lunghezza dei suoi interventi, ma che semplicemente siamo un pubblico non ancora pronto per la divulgazione. Perché non è che ascoltare Saviano – data la lingua estremamente piana del suo eloquio- costi fatica. È più che altro che lo si ascolta con la sufficienza del “già lo so, vai avanti”. Si crea una specie di smania presuntuosa, generata da un falso immaginario: siccome tutti abbiamo visto due o tre volte ogni singolo episodio de Il Padrino, ne sappiamo quanto lui. E allora stringi, Saviano, vai al punto, a ciò che di nuovo hai da dirmi, raccontami piuttosto: la tavoletta del cesso di Sandokan era in oro tempestato di diamanti? Altrimenti sbadiglio.
Saviano ritiene – a ragione, viste le vendite record del suo libro- che il punto non sia ciò che non sappiamo ancora, ma ciò che siamo convinti di sapere già. E allora, per non annoiarsi con Saviano, è necessario un esercizio di umiltà che forse non siamo ancora disposti a fare. Prendere coscienza cioè che il tema delle mafie è stato sì ampiamente dibattuto, ma sempre a un livello generale. Il loro funzionamento concreto e minuto, vero oggetto di ciò che lo scrittore prova a svelarci, a noi è in gran parte ancora ignoto. O peggio: si tratta di un sapere mitologico, falso, inautentico. Saviano si prende allora i tempi di una TED Conference (e secondo me le TED Conference sono una delle cose più belle e utili di questi ultimi anni), e si sforza perché quelle nozioni arrivino a tutti.
Abbandonare la presunzione di chi sa di sapere è l’unico modo per concedergli l’attenzione giusta. Se lo si fa, se non ci si irrita davanti a quella posa da maestrino (che anche se volesse – come credo voglia- evitare, non potrebbe, essendo connaturata al ruolo che si è scelto) si scopre che Saviano, e con lui altri possibili divulgatori di altri temi, in tv parlano troppo poco e non troppo a lungo. E troppo raramente. Una tv pedagogica, che non insegua twitter in velocità, ma se ne differenzi per lentezza (essendo anzi così lenta da potere essere commentata su Twitter mentre va in onda) sarebbe una risorsa da sfruttare intensamente per il progresso sociale. Ammalarci tutti di orchite non sarebbe poi tanto male.
È difficile dire della magrezza quando stai tentando di dimagrire, perché (se mai ne avessi avuta) perdi di obiettività. D’altra parte, ci pensi proprio perché stai tentando di dimagrire, quindi lo scopo inficia la riflessione, è vero, ma la innesca pure. E allora càpita che guardi le persone magre con più attenzione e ti accorgi che c’è magrezza e magrezza.
Lasciando fuori dal discorso quella da malnutrizione involontaria (i bambini africani et similia), quella decisamente patologica (da disturbo alimentare tipo anoressia/bulimia), naturalmente anche quella sana (il cosiddetto peso forma, quello cioè tecnicamente non magro, ma conforme alla propria struttura corporea) e anche quella atletica (da sport di resistenza, maratoneti etc), il campionario della magrezza dei paesi opulenti (o ex opulenti?) come il nostro ne comprende almeno quattro tipi (o anche di più, o di meno, non è che voglio scrivere la voce magrezza sull’enciclopedia di Diderot):
magrezza emaciata
magrezza ipertiroidea
magrezza da trauma (lutto, abbandono o altro evento spiacevole)
magrezza fashion (da mannequin o aspirante tale)
Però com’è che vedi uno o una magra e istantaneamente gli accordi un consenso? Ci associ una specie di raffinatezza e, pure se è una magrezza da malessere, diventa affascinante, al punto che c’è chi si studia con molta attenzione un look che provochi in guarda questo effetto di inquietudine fascinosa (non so, l’aria sbattuta, un po’ indebolita, oppure svagata, incurante di ciò che è terreno, etereo, o quella da maledetto/a, o da sofisticato/a, o meglio da affettato/a).
Questa cosa deriva in parte dai vestiti che siamo abituati a considerare belli (cioè quelli indossati dai belli), che si addicono a un certo tipo di corporature, ed è dunque un portato di un sistema economico. E va bene.
Ma dipende anche da una estetizzazione della sofferenza: se stai male, e stai male in un modo piacevole da vedere, il tuo malessere -interiore, e dunque esterno – è un malessere più che presentabile, e può addirittura trasformarsi in quel “di più” che promuoverà il tuo appeal, rendendoti, oltre che bello/a, anche affascinante (si possono fare milioni di distinguo su questo punto, tutti validi, senza che tuttavia l’asserzione generale ne risulti compromessa).
Questo sta a dire che se ti guardo da fuori, mi aspetto di sapere come sei dentro, anzi: ti sto guardando solo per questo. Gli abiti, l’aspetto fisico in generale, fanno parte della personalità.
Scegliere una maglietta in un negozio ha a che vedere con cosa ci piace, sì, ma anche con cosa abbiamo voglia che ci rappresenti. Il corpo lo curiamo, o lo trascuriamo, lo alleniamo, o non lo alleniamo, in uno modo che dice qualcosa su di noi. Allora se è vero che c’è un tipo di magrezza che risulta da un disagio (un momento difficile, un cattivo rapporto con se stessi, una depressione più o meno passeggera, un problema di salute), è come se avessimo deciso quali disagi sono affascinanti e quali invece repulsivi.
Perché se vedi uno o una sovrappeso ti fa subito volgare, poco fine, nient’affatto attraente. Eppure forse pure quello è malessere. E magari è pure malessere meno finto – nel senso che corre meno il rischio di essere studiato apposta – di quell’altro malessere, quello “magro”, dunque più bisognoso della tua empatia. Però no, il sigillo del fascino non glielo accordiamo. Quello è un malessere per cui si prova un certo fastidio estetico, non è conforme a ciò che ci dicono essere bello, misterioso, affascinante: è un malessere poco glamour.
Pare che Fassbender, lo statuario e genitalmente equino Fassbender, per girare Shame sia dimagrito di quattordici chili. Il film si occupa di un disagio psicologico (in pratica una mania compulsiva: la sex addiction) che già di suo si ammanta di un certo fascino, e per rappresentarlo ha preteso un attore bellissimo che veste i panni di un ricchissimo disturbato, dai connotati fisici emaciati ma scultorei. Come mai il personaggio interpretato da Fassbender non è un obeso?
Il motivo è simile a quello per cui esiste un consumo di alcolici e di stupefacenti socialmente consentito e uno invece socialmente condannato. Un gruppo di amici che si ubriaca ogni volta che esce è divertente, fa ridere, mette allegria, richiama al convivio, pazienza se questi buontemponi gaudenti non riescono a passare una serata senza ingollare una decina di Spritz. Un disperato che s’attacca alla bottiglia fa un certo ribrezzo, e se lo incontri per strada ti scansi.
Insomma, c’è questa cosa che per essere autorizzato a soffrire devi soffrire in un certo modo. Un modo che sia piacevole a vedersi. Dagli altri tipi di dolore, quelli poco estetici, che mal si prestano ad essere rappresentati in forma patinata, si scappa. Ecco qual è il guaio di quel film.
Shame parla di un dolore confortante, un dolore così bello a vedersi che cominci a sperare di ammalartene anche tu: il dolore di uno bellissimo, emaciato come forse piacerebbe essere a noi- così da poter mettere i suoi costosi vestiti-, che sta male, ma sta male da ricco, paga centinaia di dollari prostitute bellissime, che a scopare con lui godono come se fossero innamorate perse e sul punto di diventare le sue compagne per la vita. Quello di shame è un dolore cinematograficamente superbo. È vero che non è un film sessualmente eccitante, anzi, che fa sentire a disagio, ma è lo stesso tipo di disagio morbosamente fascinoso che prova – ed è una delle scene più inquietanti del film – quella bella e raffinata ragazza con cui lui gioca di sguardi in metropolitana.
L’anno prima era uscito un altro film, americano, con un personaggio speculare e opposto a quello di Fassbender in Shame, si chiamava Precious.
Protagonista era una ragazza grandemente obesa, nata in un ghetto nero poverissimo, vittima di sevizie domestiche di vario tipo, affetta chiaramente da dipendenza da cibo, che a un certo punto resta incinta del proprio padre. Il film, come del resto fa shame, rifugge ogni melodramma, e tende quasi al documentarismo. È un’altra rappresentazione del disagio e della modernità. Ed è molto conflittuale al suo interno (il trailer trae in inganno con la storiella dell’autostima e del credere in se stessi, di cui s’è detto qua, ma anche questo è un aspetto che il film mette molto in discussione, pur cedendo un po’ al ricatto quando mette al centro della scena un’insegnante bellissima e a suo modo vincente – cosa fino a qua anche tollerabile, ma che smette di esserlo quando si apprende che è anche lesbo chic). Infatti il film, pur molto premiato, non ha spaccato sui media e al cinema come ha fatto shame. Gli è mancata l’aura glamour. E gli è mancata l’adesione/identificazione che il pubblico ha concesso a Fassbender. Chi di noi vorrebbe il disagio antiestetico di Precious? Nessuno. Chi di noi invece preferisce indulgere con se stesso, riconoscersi nelle stesse debolezze del protagonista di Shame, e uscire dal cinema convinto che comunque, in fondo, certe perversioni, certe dipendenze, certe nevrosi, sono contrassegno dei fighi newyorchesi, scicchigni, ricchi e belli?
E allora noi, visto che il dolore non lo riusciamo a evitare, vogliamo scegliercelo come dentro al supermercato. Vogliamo il dolore dei magri e non vogliamo il dolore dei grassi. E vogliamo quello dei magri perché ci dice che tutto sommato a soffrire ci si guadagna in fascino. Vogliamo le psicosi dei ricchi, quelli che possono ubriacarsi di Sassicaia e non di Tavernello, e comprare cocaina buona e pagare buttane bellissime che vengono a casa tua, nel tuo loft con vista su central park, mica le nigeriane su viale Ermocrate. Possiamo ben tollerare di essere sesso dipendenti o anoressici o alcolizzati, ma a patto di non esserlo come quei disperati che abbiamo visto al Sert, perché quelli ci fanno un po’ schifo.
Quindi essere belli è anche una questione di come si soffre. Essere belli è questo soffrire potendo permettersi di sguazzare dentro la sofferenza, questo potere essere dipendenti perché si ha la possibilità di appagarla, la propria dipendenza, questo potere sfruttare la sofferenza ai fini dell’estetica: un potere che se nasci brutto e povero non hai.
C’è questo libro, Sangue di cane, di Veronica Tomassini che è già un po’ oltre Shame. Perché lei, una borghese normalissima, a un certo punto incontra un polacco alcolizzato, miserrimo, che lava i vetri a un semaforo e si innamora perdutamente di lui e del suo disagio (precipitandovi dentro a sua volta). Sì, Tomassini si affanna molto, un po’ come McQueen, a farci sapere in tutti i modi che questo polacco è bellissimo, forte come un dio slavo, virile, sessualmente portentoso e chi più ne ha più ne metta, però resta lo stesso un passo avanti rispetto a Shame perché questo polacco è autenticamente disperato, autenticamente povero, autenticamente perduto nella sua spirale autodistruttiva, e autenticamente incurante della rappresentabilità estetica della propria disperazione. Il libro ha un po’ il sottofondo retorico di quell’altro libro, Non ti muovere, della Mazzantini (che pure là, guarda caso, nella trasposizione cinematografica la disperata è quella cozza di Penelope Cruz…), cioè questo espediente narrativo del caso umano: in mezzo a tutta questa estetica del dolore, che è una sovrastruttura calataci lentamente dall’alto dal tipo di economia in cui viviamo, a un certo punto può capitare un episodio di verità primitiva. Vedi un polacco o una albanese poveri, che chiedono la carità a un semaforo, sporchi, disperati in una maniera antiestetica, quella da cui di solito si fugge, e ti innamori alla follia di qualcosa che non capisci, e la tua vita è sconvolta, ed è sconvolta perché quello che ti sta succedendo è nello stesso tempo una cosa verissima e una cosa impossibile da capire, perché per capire non c’abbiamo più nessuno strumento, i parametri non sono più quelli che ci guidano tutti i giorni, ma sono altri, che non conosciamo, e all’improvviso stiamo ubbidendo ad altre regole, ignote, e ci sentiamo eterodiretti, e frana tutto, e la distruzione è a un passo, sì, ma coincide con la salvezza. La salvezza dal “sistema”. Il recupero dell’indipendenza. Ecco, il problema è la salvezza. In Shame siamo salvi perché alla fine mica è malaccio la vita del sessodipendente. In Sangue di cane siamo salvi perché abbiamo avuto un’esperienza di amore autentico, al di sopra dei dettami sociali imposti.
Però così non ci siamo.
Vorrei che la salvezza non ci fosse. Che la prigionia fosse totale. Vorrei che si mostrasse come fuori da certi parametri non è amore, ma ribellione. Non si esce da questo mondo. Se continuo a pensare che ci sia un’esperienza mistica come quella che occorre alla protagonista di Sangue di cane (che è un libro stupendo, scritto in una lingua che è un tributo alla letteratura, ed è anche un libro vero, che brucia, non vorrei si credesse che è la seconda puntata della Mazzantini) grazie alla quale è possibile chiamarsi fuori da tutto – pur tra milioni di sofferenze indicibili- continuerò a delegare alla chimica degli incontri, cioè alla natura, cioè al destino. E rinuncerò ad analizzare caso per caso questo mondo. Che è come è. E non chiede di essere cambiato o peggio ancora trasceso. Ma solo misurato.
Per chi nella rete non c’è nato ma ci sguazza lo stesso, tipo me, una delle cose che non finisce mai di stupirti è il fatto che, se vuoi, ti puoi passare il piacere di leggere sullo stesso argomento un milione e mezzo di pareri differenti e tutti ben argomentati (se si includono anche quelli male argomentati e quelli proprio non argomentati, il numero sale di qualche miliardo). Sull’argomento Fazio&Saviano ieri a un certo punto mi sono imbattuto sul blog della Soncini.
Soncini io di solito la leggo su D di Repubblica. E D di Repubblica è una di quelle situazioni che in edicola mi creano più imbarazzo di quanto da adolescente non me ne creasse l’acquisto di Gin Fizz.
Il sabato mattina in edicola io e la mia zita ci andiamo insieme, ed è uno dei momenti che mi piace di più nella vita, perché quest’edicola, che è un’edicola di quelle serie (con tutti i giornali e tutte le cose da edicola, tipo le bustone sorpresa e le figurine dei pokemon da portare ai nipotini e anche i quotidiani che non legge mai nessuno tipo Italia Oggi) c’ha pure un bar e i tavolini messi dal lato del sole se è inverno, e da quello dell’ombra se è estate. Quindi, insomma, la zita, il giornale, la raviola con la ricotta, sommati insieme producono tutta una serie di secrezioni endorfiniche che poi non c’è neanche bisogno di mettere il dolcificante nel cappuccino.
Tranne per il fatto che D di Repubblica la mia zita non lo legge e io invece sì.
Siccome il bar al sabato mattina è un posto meraviglioso, sì, ma come può esserlo una jungla lussureggiante, per sopravvivere devi essere bene organizzato. Motivo per cui, appena ne varchiamo la soglia, ci togliamo gli occhiali da sole, ci guardiamo fisso nelle pupille per mezzo secondo, sincronizziamo gli orologi e stabiliamo subito il piano: Separiamoci. Tu vai ai giornali, io prendo i caffè. Ci vediamo al tavolino tra tre minuti esatti.
Non ho mai capito perché (sospetto sia perché hanno tempi di resa differenti), ma in questa edicola i quotidiani e gli allegati sono separati. Quindi la Repubblica te la prendi da solo, e D invece lo devi chiedere alla cassa. Ecco, io a chiedere D alla cassa mi sento troppo puppo e non ci riesco, che ci posso fare? Quindi finisce che per compensare e fare sfoggio di virilità chiedo Gin Fizz (e poi anche Italia Oggi, per nascondercelo nel mezzo). Insomma, se i giornali toccano a me, torno al tavolino senza D. E la mia zita neanche se ne accorge. Per due motivi:
1) È molto concentrata sul momento decisivo in cui Repubblica verrà posato sul tavolino e partirà la gara su chi debba accaparrarselo per primo (e siccome la sua natura rapace finora le ha consentito di non perdere mai, non vuole interrompere la striscia positiva).
2) D non le interessa.
Se invece i giornali toccano a lei, rimango lo stesso senza D perché a lei, non interessandole, non è neanche venuto in mente di chiederlo alla cassa.
E vabbe’, siccome io lo voglio leggere, a un certo punto baratto: io perdo la sfida per il giornale a tavolino (sic), però lei torna dentro, si fa dare l’allegato e me lo porta.
D è una lettura piacevolissima, e secondo me esce di sabato perché loro lo sanno che uno di sabato è più incline alle piacevolezze bourgeois bohémienne tipo quelle di D, e per quanto sai che non c’è niente di buono nell’indugiare nelle piacevolezze bourgeois bohémienne, sai anche che per un bourgeois bohémienne è impossibile non indugiare nelle piacevolezze bourgeois bohémienne, e D, al bar con la zita e la raviola, ci sta benissimo, specie arrivati all’articolo di Soncini, che è sempre di una piacevolezza molto bourgeois bohémienne, al punto che D pare proprio il giornale piacevolmente bourgeois bohémienne fatto apposta per ospitare i suoi articoli bourgeois bohémienne.
Di solito scrive di canzoni o di televisione e anche se a me quello che dice Soncini non piace mai, la leggo lo stesso perché è troppo brava ed è anche di una intelligenza decisamente superiore a quella di parecchi esseri umani e non umani di questo pianeta (e probabilmente anche di altri mondi ancora inesplorati).
Soncini, però, il suo lepido acume intellettuale lo esercita come una forma di ricatto, e vediamo se riesco a spiegare qual è senza sembrare ricattatorio come lei.
Diciamo che quello di Soncini è un comandamento sul genere: mi leggerai e mi approverai, perché se non lo farai, ti sentirai stupido.
Con me che sono un cretino senza vergogna, questo ricatto funziona fino a un certo punto. Subisco senz’altro il fascino di una mente lucida e faceta come la sua, ma il mio piacere si limita a questo, e pur essendo un piacere totale, non mi fa scattare l’adesione. (Mi succede pure con Travaglio, rimango ammirato a ogni suo articolo e a ogni sua esposizione, però continuo a pensare che non sposo quello che sta dicendo, o almeno non sempre e non fino in fondo).
La domanda attorno cui ho costruito senza alcun rispetto per le leggi della statica – e si vede – questo post è: perché quelli molto intelligenti sono convinti che chi è intelligente (figurarsi quindi chi è stupido) finirà per avere la loro stessa opinione?
Se la risposta è che in realtà non hanno questa pretesa, mi viene da obiettare subito che non può essere vero. Perché altrimenti uno non scriverebbe critiche come quelle di Soncini.
Quando pesti parecchio i tasti del sarcasmo e della messa in ridicolo, tipo quelli che l’altro ieri le sono serviti per fare apparire gli autori di Fazio come dei vecchi babbioni, melensi e rimbambiti almeno tanto quanto il loro pubblico bacchettone e perbenista, sbeffeggiando quindi tanto gli spettatori quanto gli ideatori, che scelta ho io per non sentirmi un cretino? Posso solo mettermi dalla sua parte e dire che sì, anch’io mi sono accorto di che schifo di tv noiosa e pretenziosa sia stata quella di queste ultime tre sere. Altrimenti Soncini non mi dà scampo e mi chiama ceto medio riflessivo e io invece voglio essere smart e bourgeois bohémienne come lei. Allora lei è come se mi dicesse: sì, certo, questo programma può anche piacerti, che vuoi che me ne freghi a me, solo che se ti piace non sei smart, perché a quelli smart come me non piace, capito? E siccome a tutti, specialmente a noi lettori smart di D, piace molto sentirci smart, secondo me questo modo di esercitare la propria intelligenza è ricattatorio.
Il punto non è tanto che Soncini è cattiva con i suoi bersagli, che quello anzi è divertente, il punto è che tipo di gerarchia stabilisce tra lei che scrive e me che la leggo. E cioè un patto di complicità obbligata, tipico dei bambini più prepotenti del cortile: adesso io e te ci divertiamo a fare a pezzi questi qui, però tu devi stare dalla mia parte, perché altrimenti non solo non ti diverti, ma rischi che io me la prenda pure con te, e lo sai che non ti conviene.
Fermo restando che per scrivere come lei uno darebbe pure tutt’e dieci le dita delle mani, accontentandosi poi di scrivere col naso (nel mio caso sarebbe anche semplice), Soncini è anche capace di rovinarmi il sabato mattina.
Parla spesso di uomini fighi che svegliano l’ormone femminile. Quando lo fa è particolarmente divertente, e forse è anche più complice di quanto non lo sia quando fa la critica tritatutto, stile tutto è niente e niente è tutto.
Però io quando un uomo è figo, guardandolo e basta, non lo capisco. Per me ci sono solo uomini con una normale faccia di minchia e uomini con una gran faccia di minchia. Per capire se uno è figo, ho bisogno di vedere come lo guarda una donna. Se mi metto a studiare come muovono gli occhi e cosa dicono le donne quando gli parlano – o ne parlano – divento bravissimo e capisco tutto, anche più di quanto mi converrebbe capire. Sono in grado, ad esempio, di stabilire con un ottimo grado di approssimazione se si tratta di uno di quelli che piacciono solo a colei che lo sta guardando – sarebbe a dire se tra i due c’è un flirt o un amore – o è uno che piace anche a tutte le altre donne del sistema solare.
La seconda eventualità- che purtroppo compendia in sé anche la prima, anche se magari solo sotto forma di potenzialità – è piuttosto facile da sgamare, perché in quella situazione ti basta intervistare tre delle presenti in sequenza, e se tutt’e tre ti rispondono cose tipo A ME non piace, oppure non è IL MIO tipo, significa che quel tizio lì se lo farebbero tutte seduta stante, e pure tutte insieme, senza rispettare i turni, perdendo ogni ritegno e saltandogli addosso per stracciargli via le vesti.
Il problema è che quando Soncini parla di uomini fighi, siamo solo io e il giornale, senza sguardi da interpretare, e quindi non posso capire quanto è figo quello di cui sta parlando lei, e così mi dovrei fidare. Però io di Soncini – a causa del ragionamento di cui sopra- non mi fido. Per cui finisce che con aria vaga e disinteressata chiedo alla mia zita: senti un po’, ma questo Claudio Santamaria è così figo come dice Soncini? E se poi mi risponde che A LEI non piace o che non è IL SUO tipo, io passo un malo sabato mattina.
Un giorno, dopo avere attraversato me stesso fin nelle mie cavità intestinali più recondite, tra gli anfratti d’interiora più ingombri di spire, anse e sacche, con maschera da sub e dita sottili di pinza preleverò ciò che resta delle mie intemperanze alimentari.
Gli eccessi che in me si impigliarono, incagliandosi dentro ricettacoli che mi furono invisibili, che usai per nascondere a me stesso ciò che non seppi di nascondere. E saranno semi di peperoncino.
Le budella distenderò srotololandole, ed ecco che li troverò sparpagliati. Saranno piccoli, luridi, non più secchi, ma umidi dei miei succhi. Vorrò liberarmene davvero, portar fuori la spazzatura, consegnarla alla vera dispersione, quella esterna, quella altrove, quella in un posto lontano, dove una macchina li farà a pezzi e li scompatterà in enti ancora più microscopici, particelle sottili, incenerite nell’aria, che diverranno nuovo respiro. Malsano.
Perché amare il peperoncino fino a farne pietanza e non condimento ha un che di morboso. Mangiarlo a cucchiate come la nutella, fino alla totale anestetitazzazione di tutta l’area maxillo -facciale-stomatale, e sentire dolore, e di quel dolore pascersi e invocarne ancora, piangendo lacrime involontarie, tutte di corpo, per quanto è forte, sentendo un sibilo alle orecchie per quanto urtica, sudando tutta una gamma di temperature fredde, tiepide, calde, come il rossore del proprio volto che continua a mutare d’intensità a ogni boccone, e in quell’ottundimento dei sensi provare ancora gusto per quel sapore che ormai ha tutto cancellato, tutto tranne se stesso, tutto tranne il suo essere tutto ciò che ha senso sentire a questo mondo, l’unico sapore che davvero sappia di sapore, dinnanzi a cui ogni cosa è oblio di se stessa, con il corpo che esplode e porta fuori ciò che teneva dentro è – deve essere – insano.
A Milano, nel lontano duemiladue, adepti di una setta cui non sapevo ancora di appartenere mi consigliarono un ristorante indiano da dieci euro a buffet. Vi giunsi richiamato da una promessa di rosso e vi trovai invece il giallo. Cibo inghiottito per metà da sabbie mobili colore dell’ocra. Provai piacere. Quello solito. Quello folle del piccante. Mi parve poca cosa, ordinaria. Avevo viaggiato a lungo per giungere fino a quel tempio, desideravo un contatto col divino. Chiesi allora se fosse tutto qui. Uno dei custodi mi guidò verso la verità: tu segui me altra stanza, questa sala per europei, lì indiani, separati, per voi indiano piccante troppo piccante.
L’ambiente era angusto, privo di finestre. Il buffet identico al precedente. Ma non appena vi misi piede, il solo odore mi fece lacrimare gli occhi. Non so cosa mangiai, non seppi distinguere nulla se non i colori. Il giallo degli indiani virava verso l’amaranto. Persi i sensi. Gli avventori più saggi mi rassicurarono al risveglio: s’era trattato d’ebbrezza.
Da allora fu diverso. Da allora niente fu più abbastanza. Da allora, quando davvero voglio sentire qualcosa, mi resta solo il cucchiaio.
Il punto non è tanto se è una bella trasmissione, perché alla fine lo è, una bella trasmissione. Il punto è capire perché le belle trasmissioni siano solo quelle laudative, celebrative, ridondanti e massimaliste, che sono un tipo di bella trasmissione, ma non l’unico.
La forma che i contenuti prendono nei programmi come quello di ieri sera, scritti con maestria, recitati con mestiere, organizzate con efficienza, è magnifica. Ha il luccichio delle cose ben fatte, quello che si tira dietro la soddisfazione. Quindi sì, è tutto piacevole, intenso, empatico, a tratti anche emozionante. Però alla fine per cos’è che ci stiamo emozionando?
Ci stiamo emozionando su dei contenuti che condividiamo da tempo, tipo che non si buttano le cartacce per strada.
La mamma e la maestra ce l’avranno detto migliaia di volte, fino a che non abbiamo compreso che è un principio fondamentale, uno di quelli a cui è bene conformarsi fin da bambini. E allora quando tutti quelli che non buttano le cartacce per strada sono diventati una comunità di persone consapevole che sporcare le cose di tutti è male, può anche essere bello riunirsi una sera per festeggiare che siamo in tanti, a usare i cestini. Far preparare un discorso coinvolgente e magari anche spiritoso a un bravo scrittore per intrattenerci sul concetto di pulizia e decoro urbano, l’ecologia, la pedagogia e l’igiene pubblica (c’è stata un’unica battuta in cui si riconosceva con chiarezza l’acume sornione di Francesco Piccolo, ed è stata quella sulla prima repubblica, la seconda e la due virgola cinque. Magari alla fine mi sbaglio ed era di Serra. Ma forse di un Serra che aveva appena finito di leggere Piccolo). Ma alla fine cosa ne caviamo di nuovo? Siamo rimasti là, al considerare il non buttare le cartacce come virtù e a riconoscere in chi non sporca una persona virtuosa.
Fazio invita i virtuosi a parlare della loro virtù, perché ci siano di esempio. Bello, e forse per un po’ è stato anche utile e necessario. Ma ora cosa aggiunge Quello che non ho a quello che già abbiamo? Forse c’è solo Saviano che, se ne condividano o meno le tesi e i metodi, sale sul palco per fare quello che ancora in questa tv non c’è: apprendimento, informazione e divulgazione.
Sembra che anche i coraggiosi che prendono come target il segmento di pubblico più illuminato, come fanno Fazio e i suoi autori, lo facciano dandogli una fiducia minima, ritenendolo in grado di ascoltare al massimo un discorso ben costruito, ma mai di appassionarsi a uno in cui le certezze vengano messe in discussione
Ecco perché alla fine sembra un po’ talento sprecato. Ecco perché hai la sensazione che sia la convention di quelli che si comportano bene, di quelli che non buttano le cartacce per terra, con una serie di oratori che confermano al proprio pubblico: sì, voi che siete qui state facendo i bravi, siete dalla parte giusta, state anche applaudendo le persone migliori, cioè noi, che siamo come voi, che usiamo i cestini, che con gli sporcaccioni non c’entriamo niente.
Il risultato non è spiacevole, e forse addirittura, visti gli ultimi periodi, ci volevano un paio di trasmissioni stile pacca sulle spalle di questo tipo. Ora però basta, le abbiamo avute. Che questa sia l’ultima.
E che la prossima abbia un taglio più critico e meno retorico. Che mostri i vari lati della faccenda, che ci aiuti a capire pro e contro di un atteggiamento, soprattutto di quegli atteggiamenti che ormai siamo abituati a considerare giusti, perché per noi, per quelli che guardano questa tv, sono diventati i più pericolosi, e forse lo sono diventati proprio a causa di queste celebrazioni. La capacità critica si deve tenere sveglia sulle cose che consideriamo giuste: su quelle che pensiamo siano sbagliate che ci vuole? È facile. E allora adesso bisogna mettere cura nel valutare quanto sono buoni quelli che abbiamo acquisito per buoni, e valutarlo caso per caso, facendo attenzione a dove possiamo migliorarli, dove dobbiamo modificarli e dove addirittura abbandonarli.
Non è per fare confronti inutili e inopportuni (anzi sì, forse è per farlo) ma su Rai tre, la domenica verso mezzanotte, dopo Report e dopo il telegiornale, va in onda veramente la tv che non c’è. Una trasmissione piccola, non pubblicizzata, purtroppo quasi nascosta, condotta con fredda e lucida bravura da una giornalista che non è là per dispensare lodi, ma chiedere spiegazioni, avanzare dubbi, tentare di saperne di più, addentrarsi un po’ più a fondo, con un po’ più di dati e di prospettive, dentro la complessità dei temi sociali, politici e scientifici della modernità. Parla delle stesse cose di cui parlano Fazio e Saviano: crisi economica, criminalità, politica, tecnologia. Si chiama Cosmo, ed è il punto d’incontro tra quark e il giornalismo d’inchiesta. È la Rai ma sembra la BBC. E forse è davvero quello che non abbiamo. Almeno in tv.
Prima di guardare il film con George Clooney Paradiso amaro, quest’inverno, io lo sapevo già. Lo sapevo che le Hawaii erano America veramente. Non da moltissimo, va bene, ma da qualche anno sì. Lo sapevo perché mi piace una specie di cantautore hawaiano, che se nessuno ti dice che è hawaiano, suona americano e basta. Nel film di Clooney si vede quanto gli hawaiani siano americani. Nelle canzoni di Jack Johnson invece si sente.
Gli album di Jack Johnson sono andati via via peggiorando, fino all’ultimo, dell’anno scorso, in cui al massimo ci sono un paio di canzoni buone (il capolavoro forse è Sleep Through The Static, che sarebbe il penultimo, anche se secondo me i primi - forse pure fino a On And On- sono più intimi e a volte hanno un fascino superiore). Però tra queste canzoni ce n’è una che rende benissimo l’idea delle hawaii americane (ed è una di quelle canzoni a loop, che io quando la sento penso: ma perché a un certo punto finisce? Per forza, deve finire?).
Non lo so com’è che ci tengo a questo fatto delle hawaii americane piene di americani che suonano musica americana e si sentono americani come gli altri americani non hawaiani, però ci tengo veramente tanto. È una cosa che ogni volta mi colpisce con forza, e siccome mi è pure capitato di averli come studenti, un paio di hawaiani americani, mi sono reso conto di come questo vituperato paese, geograficamente enorme, razzista fino nel midollo, plutocratico, obeso e tutte quelle altre cose che si dicono sempre dell’America, sia quanto mai miracoloso nella sua naturale (mai forzata o indotta o retorica) capacità di far sentire tutti i suoi cittadini, ovunque abitino, come suoi cittadini. Forse a questa cosa ci tengo perché secondo me qua basta che tu abiti alle Eolie, che saranno a due ore di aliscafo da Milazzo, perché diventi difficile sentire di far parte del tuo stato come tutti gli altri. In Sicilia, isolona con i suoi arcipelaghi di isolette, la sensazione dell’essere dimenticato, separato, una specie di mondo a parte ce l’hai spesso e volentieri (e secondo me è facile la sia abbia anche in altri posti d’Italia che non sono isole). E soprattutto ce l’hanno anche i continentali con te, quando ti incontrano, che pensano sempre che vabbe’, ma là da voi è diverso. Ecco perché in Sicilia è diverso dal resto dell’Italia (o peggio ancora dell’Europa) e invece alle Hawaii, isolette sperdute nell’oceano a miglia e miglia dalla costa, è uguale al resto dell’America? Com’è che da noi si ha sempre la sensazione che la differenza prevalga sull’appartenenza?
Lo so che si tratta di tutto un misto di cose, che un po’ è colpa del campanilismo, un po’ viene dal nostro essere uno stato unitario da relativamente poco tempo, un po’ viene da questa lingua standard che proprio non riusciamo mai a metterla insieme del tutto, e un po’ (forse un bel po’) viene da uno stato inefficiente, che non ha ancora trovato il modo per essere presente e funzionare dappertutto come sarebbe previsto che funzioni. Però l’invidia mi viene lo stesso. Gli hawaiani c’hanno gli occhi a mandorla e le collane di fiori appese al collo, però con l’ukulele ci suonano il blues. E infatti se vedi i loro film e ascolti i loro dischi ti rendi conto di quanto poco siano stereotipati, pur essendo comunque caratteristici. Si vede che sono hawaiani e si vede pure che sono americani. Noi non ci riusciamo, a trattarci così. Perché?
Ieri al Biblios Café c’erano Roberto Alajmo (inchino e profferte) e Daniele Ciprì (altri inchini e altre profferte. E ci doveva essere pure Roberta Torre, che è la seconda volta in meno di sei mesi che dà buca a un appuntamento a Siracusa, e pure se per me Roberta Torre è un genio, mi comincia un po’ a fare antipatia, perché va bene, una volta forse eri stanca, la seconda magari c’avevi sonno perché c’è stata la prima delle tragedie classiche, ma alla terza occhio perché diventi stronza senza neanche passare dal via) e insomma si parlava in qualche modo della possibilità di riuscire a rappresentare Palermo senza che sia necessariamente la Palermo dei libri e dei film. Ciprì diceva che il suo film (tratto da È stato il figlio, di Alajmo, ambientato appunto Palermo), alla fine, l’ha girato in Puglia e che aveva tentato addirittura di girarlo in Russia. E a me sono venute in mente le hawaii e Jack Johnson.
Com’è che qua non si riesce a rappresentare una città come una città e basta, italiana o europea, e si sente sempre dietro l’angolo il pericolo di scadere nella retorica del localismo, dello stereotipo, del colore e del folklore, anzi che lo si sente incombere a tal punto da volersene andare in Russia per sfuggirgli? Ecco, se lo si avverte così forte , secondo me è perché c’è veramente. Ed è una cosa che rischia di rovinare il libro che scrivi o il film che giri, nel senso che i luoghi comuni facilmente possono prevalere sul resto, annientare la storia o il personaggio, banalizzarli. Se ambienti una storia come quella di È stato il figlio a Palermo hai due scelte: o Palermo me la restituisci per com’è veramente Palermo (e se sei Roberto Alajmo sì che lo puoi fare, perché hai un rapporto osmotico sia con la città com’è per davvero, sia con la città com’è nei libri e nei film, e sai separare le due cose e poi di nuovo confonderle tra loro, perché è così che è veramente la Sicilia: un misto di com’è veramente e di come ci dicono che è, perché a come ci dicono che è ormai ci crediamo anche noi che ci abitiamo, e questa cosa ha influito e influisce su come è) oppure me la devi quasi annullare (che è la cosa che faceva Ciprì ai tempi di cinico tv, rendendola semplicemente uno sfondo post-umano qualunque, ciminiere, rovine, muri crollati e basta. Che poi, a quanto pare, è quello che ha provato a fare anche con questo film, girandolo in una Palermo che non è Palermo). In entrambi i casi, sei costretto a prove di equilibrismo disumane, perché la caduta è sempre dietro l’angolo: calca un po’ la mano su una qualsiasi caratteristica ed ecco che tutti quelli che guarderanno il film o leggeranno il libro si spiegheranno l’intera complessità della storia con la sola, onnicomprensiva motivazione che siamo in Sicilia. Non è una specie di ricatto? Perché a noi la possibilità dell’ambientazione schietta che è data agli hawaiani non è concessa? Paradiso amaro è un film che dall’essere ambientato alle Hawaii ci ricava solo quei benefici che un’ambientazione azzeccata apporta alla sua storia, e non ci perde con gli stereotipi. Jack Johnson suona hawaiano e suona americano, e non te lo chiedi se è hawaiano o newyorchese, così come non ti chiedi se i Bee Gees sono di Boston o di Los Angeles (comunque sono di Boston, mi pare).
Il discorso sulla Sicilia come genere letterario in sé è una cosa che non sarò mai in grado di discutere, intanto per via delle competenze che non ho, e poi perché mi sento sempre prigioniero di una specie di ribellione a metà: con gli stereotipi (quando rido, scherzo, parlo) o ci gioco come se fossero veri al cento per cento – e a volte proprio mi divertono – oppure mi piace quando proprio spariscono, come per esempio ho visto succedere in un libro di Giorgio Vasta, di qualche anno fa, Il tempo materiale, ambientato a Palermo.
Ecco, secondo me Giorgio Vasta è una specie di Jack Johnson. Viene da Palermo, ha scritto un libro ambientato tutto a Palermo, però ti accorgi solo che è un libro italiano. Voi l’avevate mai letto un libro sugli anni di piombo e il terrorismo brigatista ambientato a Palermo? No? Manco io. Eppure, già ai tempi degli anni di piombo e del terrorismo brigatista, Palermo era una città italiana, pensa un po’, e in Italia c’erano gli anni di piombo e il terrorismo brigatista. Quindi c’erano pure a Palermo. Così come c’erano e ci sono viali, scuole, piazze, vie, parchi. Infatti nel libro c’è una topografia e una toponomastica precisa, dettagliata, e Giorgio Vasta ti ci accompagna dentro strada per strada. Quindi non ti puoi sbagliare, i luoghi sono quelli: siamo esattamente a Palermo, anzi nella zona di Via Notarbartolo, che più a Palermo non si può. Però il folclore, le notazioni di colore, in questa Palermo qua non esistono. Così finisce che non sembra Palermo e cominci a sospettare che Palermo sia una città e basta. E in una città e basta ci puoi ambientare una storia senza che la città si divori la storia.
Qua, se a uno proprio non gli va di ascoltarla di nuovo (anche se però live rende proprio tanto), si può sempre saltare direttamente al minuto 2:50 e impazzire per l’assolo di pianoforte.