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Esclusivo: Aciribiceci intervista Diego De Silva, stasera alle 19 al biblios cafè di Siracusa.

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Siccome stasera a fargli le domande avrei preso troppo tempo e tutti si sarebbero annoiati, stamattina l’ho intervistato in anteprima. Ecco qua.

- Senta, De Silva, ma com’è che venite tutti da lì, quelli bravi?

- Tutti chi? E da dove?

- Tutti voi: lei, Piccolo, Pascale, Starnone, tutti da Napoli.

- Piccolo e Pascale sono di Caserta. Caserta non è Napoli.

- Eh, vabbe’, diciamo campani.

- Ecco diciamo Campani.

- E com’è che avete tutti quanti un alter ego con nome e cognome, voi campani? Anche John Fante e Bukowski scrivevano romanzi e racconti con degli alter ego. È per questo che è così piacevole leggervi?

- Non lo so, posso parlare per me.

- Sì parli per sé, tanto lei questa intervista non me l’ha mai rilasciata, sono io che rispondo al suo posto, quindi le faccio dire quello che mi pare.

- Ah. E le sembra professionale?

- No, ma chi se ne fotte? Io mica sono un professionista.

- Benissimo, faccia pure allora, si rovini con le sue mani.

- Allora: voi campani c’avete un alter ego perché è l’unico personaggio plausibile. E siccome il sud Italia sulla storia dei personaggi e degli autori da Pirandello in poi è sempre stato avanti, i vostri alter ego sono i primi personaggi veramente moderni del millennio.

- Boh. Vuole che dica qualcosa anch’io o va avanti da solo?

- Faccio io, avvocato, non si stia a disturbare. Insomma, l’alter ego funziona soprattutto quando è seriale. E infatti voi, a parte Starnone – ma forse pure lui -,  scrivete serie di libri che hanno per protagonista un Vincenzo Malinconico, un Postiglione o un Francesco Piccolo libresco.

- Io vado al bar a prendermi un caffè, quando ha finito mi chiami.

- Vada, vada,  faccia pure con comodo.

- Arrivederci.

- Arrivederci, De Silva. Dicevo: il primo libro di Malinconico è funzionale agli altri due. Perché lì viene tratteggiato il personaggio, almeno per quel minimo che serve a conoscerlo nei suoi tratti caratteristici, ed è solo per questo che negli altri due libri finalmente può progressivamente sparire, come si addice a un personaggio moderno, che per essere veramente moderno non ci deve quasi essere.

- Guardi che le sue minchiate si sentono anche dal bar.

- Si distragga, De Silva, che io tra due minuti ho finito l’intervista. Dicevo che negli altri due libri con Malinconico protagonista, le divagazioni hanno la meglio sul personaggio e sulla storia. In Non avevo capito niente, c’è molta più storia e molto più personaggio. Nei sequel, invece, in primo piano ci sono le riflessioni del personaggio. E grazie a questo espediente va in scena la modernità. La modernità è ciò che ci accade, anzi sono gli accadimenti che stimolano e mettono in moto le nostre facoltà percettive e meditative moderne. Insomma, la modernità sono i pretesti, i contenuti che questa società di input ci chiede di analizzare. Questo siamo noi. E questo devono essere i  personaggi dei romanzi di quest’epoca. Il resto è museo della letteratura.

- Lo dovevo chiedere lungo questo caffè. Non ha ancora finito?

- Sì, direi che ho quasi finito.

- Quasi?

- Sì, perché adesso tocca a lei.

- A me?

- Sì, ho previsto che adesso toccasse al mio personaggio di parlare.

- E chi sarebbe questo suo personaggio?

- Si svegli, De Silva, il mio personaggio è lei. Mica può sempre comandare, ogni tanto le tocca di subire.

- E che dovrei fare?

- Niente, in pratica l’ha già fatto. Concluda, forza.

- Ok, ma sappia che le sto permettendo di darmi ordini giusto perché io non sono De Silva, sono sempre lei, solo un rigo a capo.

- Certo che voi avvocati ce l’avete a vizio questa storia di cavillare. Si spicci.

- Ecco, più o meno è quello che ha fatto lei con questa intervista. Ha usato un personaggio con dei suoi connotati, che sarei io – uno scrittore che scrive romanzi che hanno per protagonista un alter ego- per mettere in moto le considerazioni che la lettura di romanzi moderni come i miei le suggerisce. Io faccio un po’ la stessa cosa. Anche Pascale fa un po’ la stessa cosa. E pure Francesco Piccolo e Domenico Starnone. Creano persone immaginarie che somigliano moltissimo al loro creatore e le calano nel nostro tempo allo scopo di mostrarci come il nostro tempo influenzi i nostri pensieri e stimoli le nostre riflessioni. E siccome il nostro è il tempo dell’informazione, leggere romanzi di questo tipo significa leggere delle specie di piccoli saggi, molto leggeri, sulle informazioni che circolano nella società. La trama è niente, è l’input che conta. Un ruolo nuovo per lo scrittore, che prima faceva altro.

- E Pirandello c’entra qualcosa?

- No, Pirandello non se la poteva neanche immaginare questa cosa. Quello di Pirandello era un esperimento tutto mentale. Qua si tratta di mettere le mani in pasta dentro la cronaca e tirarne fuori idee generali. Ma l’universalità, la condizione umana e tutte quelle altre cose lì non c’entrano più niente. Non possono entrarci più niente. L’universalità della condizione umana moderna come la pensava Pirandello è morta. Qua si tratta di dire qualcosa che possa valere per un po’ e poi basta, un’analisi che sia plastica e possa cambiare direzione ogni volta che serve, liquida, come i nostri personaggi. Per questo la scrittura è così ibrida tra narrativa e saggio.

- Ottimo, De Silva, Sono un suo grande ammiratore, lo sa?

- Ma se mi ha tolto di mezzo e ha fatto tutto da solo.

- Ma l’ho fatto per rendere giustizia al suo spirito innovatore. Non faccia l’offeso, lo sa anche lei.

- Quindi intervistandomi per finta e intervistando in realtà se stesso mi ha fatto un complimento?

- Sì. O almeno queste erano le mie intenzioni.

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  1. Sono poco incline agli entusiasmi facili e ai complimenti, ma dirò che i tuoi post sono per me come la zigulì che mi tenevo in tasca da bambina. Me la cacciavo in bocca quando mi andava e dopo me ne andavo a spasso più soddisfatta.

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  2. la trama è niente, è l’input che conta.
    Non so se hai letto ieri il Corriere, a pagina 26 ho trasecolato. Due articoli: uno della Vegetti Finzi, dove si parla di segnali di pericolo e di predatori, di saper cogliere più stimoli contemporaneamente e dell’importanza del procedere per distrazione per essere creativi. E di Pirandello e delle sue maschere. C’era pure citata una canzone dei Negramaro, “La distrazione”, appunto.
    Stessa pagina, in basso, un articolo di Di Stefano sulla circolare che vieta l’uso di Facebook tra studenti e docenti ( ho scoperto che Di Stefano è nato dalle parti di Siracusa, a proposito di conterraneità o sicilianità ).
    Nell’inserto Lettura, c’era poi un intervento di Piccolo sull’uso di Twitter e sulla scrittura semplificata, troppo rapida, che abbatte ( male ) le barriere tra persone che si conoscono e quelle che non si conoscono.
    Non uso twitter, sono su facebook ma non ci vado quasi mai. Però frequento il Post di Pascale e il tuo, che per quanto riguarda gli input …

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  3. ho molto riso
    (sono l”editor di de silva)

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  4. Mi interesserebbe molto leggere l’articolo di Piccolo, ma chiaramente in rete non l’ho trovato e i giornalai già ieri sgranavano gli occhi increduli per la richiesta peregrina, figuramoci riprovare oggi (ma l’ho anche fatto)… Come faccio?
    P.S. Caro O’ Reilly, quando parli di uomini mi sento molto più serena, ma tu continua pure come credi, in fondo è solo una questione di dosi, gli ingredienti vanno bene.

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    • Ophelia, io ovviamente l’articolo ce l’ho, ma la nostra amicizia solo virtuale non mi permette di fartelo avere.
      Forse una richiesta di arretrati direttamente al Corriere? Non è molto lungo, se non lo trovi te lo trascrivo io, almeno per sommi capi.

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  5. molto divertente, brava. ps dalia come mai leggi e commenti (giustamente) questo blog e non il mio sul post? distrazioni da editor

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